IL CIMITERO DI HOCTUN. Ettore Sottsass

Quando viaggio in posti lontani vado quasi sempre a vedere i cimiteri. Per salutare i morti che non conosco.

I cimiteri sono disegnati dai vivi per proteggere i morti ma anche per proteggere in qualche modo se stessi dalla grande oscurità. Malgrado le promesse delle varie religioni, qualcuno che non si fida abbastanza si porta dietro nella tomba un po’ di denaro stampato apposta in oro su cartoncino rosso o si porta dietro, di cartoncino rosso, la casetta che non ha mai avuto. Così fanno i cinesi. Il costume di portarsi nella tomba il necessario per un’altra vita, forse migliore, è molto molto antico: una regina sumera Pu-Abi si è portata dietro le sue carrozze con i cavalli, le giovani cameriere, i musici e la guardia del corpo, tutti, sembra, avvelenati per l’occasione.

Sulla strada del mare, a Merida, vicino a Hoctun, nello Yucatan, ho visto un piccolo cimitero di campagna. Sembrava una città felice, la città dei morti felici. In quel posto i vivi hanno disegnato per i loro morti la città che loro, vivi, immaginano e non hanno mai avuto. Una città con belle case grandi e piccole di tutti i colori, alte e basse, forse una altissima come l’Empire State Building. Tutte protette da tante croci, tutte protette da qualche santo o angelo o amico o da qualche portafortuna fatto in casa. Tutte decorate con fiori, forse dipinti dalla moglie. Tutte per una vita migliore nell’aldilà.

I vivi non hanno consegnato ai loro morti l’abituale paura di qualche tribunale implacabile. Hanno consegnato la speranza di una città felice, una città che i vivi non hanno mai conosciuto.

(Il testo è tratto da: Ettore Sottsass, Foto dal finestrino, Adelphi, Milano 2009)

Ettore Sottsass, Lampada Tahiti

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