LA POESIA. Stéphane Mallarmé

Il testo è tratto da: Risposte a inchieste, in Stéphane Mallarmé, Opere. Poemi in prosa e opera critica, a cura di Francesco Piselli, con prefazione di Mario Luzi, Lerici, Milano 1963, p. 415, e desunto dalle Oeuvres complètes di Mallarmé (Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade”, 1945, réed. 1979, pp. 872-83).

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La poesia

È un pugno, da cui si ha la vista, per un istante, abbagliata! La vostra ingiunzione brusca:

«Definite la poesia»

Io balbetto, ammaccato:

«La poesia è l’espressione, mediante il linguaggio umano ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso degli aspetti dell’esistenza: essa così dona autenticità al nostro soggiorno, e costituisce il solo compito spirituale».

Arrivederci, ma fatemi delle scuse.

SUL LIBRO ILLUSTRATO. Stéphane Mallarmé

I testi, a cura di Giuseppe Zuccarino, sono tratti da: Stéphane Mallarmé, Risposte ad inchieste, in “La notte e il giorno. Quaderni di scrittura”, Ripostes, Salerno-Roma 1992, e sono desunti dalle Oeuvres complètes di Mallarmé (Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade”, 1945, réed. 1979, pp. 872-83).

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Sulla grafologia

Sì, credo che la scrittura sia un indizio: certissimo, voi dite, come il gesto o la fisionomia. Nondimeno, lo scrittore di professione o per diletto, ricopia o vede dapprima nello specchio del suo pensiero, poi trascrive in una scrittura fatta una volta per sempre, come invariabile. L’effetto immediato delle sue emozioni non è dunque visibile nel suo manoscritto: ma vi si giudicherà la sua personalità in blocco.

(1894)

Sul libro illustrato

Io sono per – nessuna illustrazione, tutto ciò che un libro evoca dovendo accadere nella mente del lettore: ma, se vi sostituite la fotografia, perché non andate dritti al cinematografo, il cui svolgimento sostituirà immagini e testo, molti volumi, vantaggiosamente?

(1898)

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Edgar Degas, Ballerine

NEL NOSTRO REGNO DI FANTASMI. Hermann Grab

*Il testo è tratto da: Praga d’oro. Antologia di racconti boemi. Con testo tedesco a fronte, a cura di Stefano Masi. Casa editrice Le Lettere, Il nuovo Melograno, Firenze 1992.

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Adesso purtroppo c’è molto disordine nel nostro regno di fantasmi. Prima, si sa, erano altri tempi. Si poteva chiedere al portiere e si riceveva anche una risposta precisa: appare qua o là e sempre e soltanto ad un’ora ben determinata. Adesso il portiere sorride e dice che in casa tutto è tranquillo. Ma laggiù, dove il popolo dei fantasmi si è dileguato, laggiù adesso non si capisce assolutamente più nulla. Giungono sempre inattesi, talora in coppia, talora in una forma insolita, come un bambino non ancora nato come un bambino cresciuto a metà che non ha ha gambe e al posto delle braccia ha solo due dita attaccate alle spalle. Non hanno più nemmeno le loro proprie case. Chi ha vissuto in quell’unica casa deve apparire in quell’altra per il terrore degli inquilini e per il suo stesso terrore.

Così tutti soffrono per lo scompiglio, persino i fantasmi. Quanto ancora durerà? Finirà presto questa desolazione? Chi lo sa. Qua e là si fa sentire una voce che parla dell’imminenza di tempi migliori. Ma chi ha il coraggio di guardare per un po’ uno dei fantasmi in volto – e solo rarissimamente uno ci può riuscire, al massimo una o due volte nella vita – chi dunque ha potuto sopportare di vedere in viso uno di questi poveri esseri ha perduto per sempre ogni speranza.

Immagine di Alfred Kubin

Oskar Kokoschka, Veduta di Praga, 1934

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Hermann Grab nasce il 6 maggio 1903 a Praga. Studia filosofia e musica. A Praga alterna l’attività di critico e scrittore, in lingua tedesca, a quella di insegnante di musica. Nel 1939 dopo l’invasione nazista della Boema fugge prima Parigi, poi a Lisbona e infine a New York, dove si spegne nel 1949. Al periodo praghese appartiene Il parco, scritto nel 1932 e pubblicato nel 1935. Durante l’esilio Grab continua scrivere producendo una raccolta di racconti, Nozze a Brooklin, da cui è tratto Disordine nel regno dei fantasmi (1943) di cui qui si riporta un frammento.

LA SCRITTURA DEL CORVO

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Lezioni di eresia, Graphos, Genova 1996.

Immagini di Carlo Merello

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La scrittura del corvo

Lettera di Lautréamont a Pierre Maudron (1871).

Illustrissimo sig. Maudron,

non esigo nessuna risposta e tantomeno vi ho spedito i miei Canti per ottenere qualcosa da voi. La mia scrittura è nata per spiacere e non chiede consensi. Se ho procurato che voi leggeste le mie parole, è stato solo per la vostra leggendaria capacità di distruggere l’opera altrui: nessuno dimentica i vostri polemici e furenti articoli, ii cui invitavate l’uomo comune a dar fuoco al Louvre o alla Bibliothéque Nationale, in modo da distruggere le tele e i manoscritti originali, e così lasciare spazio e libertà all’espressione dell’anima.

Vi invito a fare lo stesso con me. Mentre parlo, adesso, mi accorgo di cosa è fatta la mia scrittura: è uno stormo di corvi, piantato in un punto del cielo. Gli uccelli se ne stanno neri e immobili, formano un ammasso scurissimo, che suggerisce temporali imminenti. La mia parola appare così: un blocco di scurissima ossidiana sospeso in mezzo al cielo. E come per incantesimo, attorno a quel nero di ali e di piume il resto del cielo è vuoto e chiaro, quasi non esistesse più, come un deserto traversato dall’aria.È ciò che vorrei fare io: creare attorno a quel vuoto. Ma posso farlo solo difendendo i miei canti dalla letteratura. Non è semplice, ma bisogna riuscirci. La mia prosa è questo nero compatto, che non permette alle parole di respirare nel ritmo di un poema o nella descrizione di un romanzo. Voi lo sapete, se mi avete letto. Io sono illeggibileper destino. E allora completatelo, il mio fato. Bruciate tutto. Rendetemi clandestino. Lasciate di me sol alcuni frammenti – a vostra scelta – che indichino appena la catastrofe a cui ho condotto la letteratura, l’imbuto in cui l’ho strozzata. Pochissimi frammenti.

E dite, soprattutto, che il mio nome non è né Isidore Ducasse né Lautréamont. Il mio nome è Maldoror. Maldoror è un essere strano che non si sa dove abbioa vissuto e cosa abbia scritto. Maldoror potrebbe rinascere ovunque, in ogni secolo, a ogni minuto che passa; è un passeggero in terra, un clandestino della vita; oggi ha un nome e domani ne avrà un altro e domani un altro ancora, e gli scritti dei condannati a morte, degli eretici, degli assassini, sono tutti opera sua. Maldoror è un demone che solo per caso ha assunto un aspetto umano; qualche singolare ed eccezionale paradosso ha fatto sì che parlasse con la mia voce e si spostasse con il mio corpo. In realtà, Maldoror è un rapace – un corvo che protende le piume e occupa il cielo basso della scrittura.

Annunciate, se lo volete, che Lautréamont ha pensato una letteratura fatta con le piume del corvo.

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Immagini di Salvador Dalì dedicate a Maldoror

PER “L’ANIMA SONORA DELLE PAROLE”. Maria Grazia Cabras

I versi sono tratti da: Maria Grazia Cabras, L’anima sonora delle parole, Neos Edizioni La Mandetta Poesia, Torino 2023.

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Afferma Maria Grazia Cabras, di questo libro: «I versi si muovono attraverso la ricerca sonora di lingue diverse; labirinti dell’anima, tra le suggestioni della natura che custodisce il mito, l’origine di un tempo ”sacro” e gli aspetti eterni eppure sempre nuovi e attuali della pluralità archetipica». L’anima sonora delle parole è un volume esile ma complesso, suddiviso in tre sezioni: Le stagioni, Il tempo interiore; La donna, Il mito; Eros, Amore. L’intrigante complessità è il mescolarsi, nello stesso libro, di lingue diverse: dialetto nuorese, neogreco, italiano, ma sempre all’interno di un’aura classica e sapienziale, dove vibrano le malìe e le pluralità del mito, da Kore a Medea, da Antigone a Diotima di Mantinea. Conclude il libro-poema una traduzione in italiano e in nuorese di Lode al mare di Kòstas Karyotàkis, poeta greco che si tolse la vita appena trentenne nel 1928. Come si può intuire da questa breve premessa, Maria Grazia Cabras non costruisce un libro autonomo di versi ma una mappa polifonica di miti e di linguaggi. Osserva l’autrice, con analitica intensità: «Sotto questo riguardo, la presenza di brani in sardo nuorese, lingua arcaica, aspra, volutamente non tradotta in italiano, intende essere parte costituiva di un evento non condizionato unicamente dal principio razionale del “dover comprendere”. Si tratta piuttosto di entrare nel respiro, sostare, percepire vocalità, cadenze, vibrazioni e assenze, varcando i limiti del significato letterale delle parole per sentire/esperire la visceralità che scompiglia, il battito sorgivo di una lingua altra». Libro sorprendente, L’anima sonora delle parole si offre al lettore sia nei frammenti poetici, di enigmatica limpidezza, sia nella pienezza del mito che sostanzia ogni pagina come modello di una nuova pluralità, “ispirata dal fulgido cielo dell’Attica ma anche dal chiarore aurorale dell’Ellade (prossimo ai molti volti arcaici della Barbagia”.

Da Frammenti

cometa il piede nudo disperso nel fruscìo

del giorno. vacilla il frutto, l’amante silente

l’amato illeso

nella controra onde alla gola e pelle buia,

il luogo dell’incontro riposa nel fuoco

i sogni di lui e di lei legati in fasci

in volo fuggiti

*

il lutto divora le dita. cosa potremmo diventare?

estrarre vocali scarne di musica e scalze noi

seguire il rumore dei muscoli, le ossa dissolte

in un corpo d’acqua e radici.

l’inganno dove lo iato disappare

*

oscuro canto l’istante. l’aurora già crepuscolo

nell’alto volo conduce al morire e lieve la memoria

risuona come fiamma di lume, svanisce nell’aria,

insegue apparizioni alberi volti di donna grigi destini

*

in esilio nelle trame di Amore.

noi, i Balbettanti

*

parlagli delle cose eterne.

le grida nel cortile squarciano i nervi

e andatura di muri sfogliati, a singhiozzi la luce.

tu sei muto, lui tace la sua stessa voce

si inarcano aria e abisso.

l’albero antico ha l’impronta di un errore

*

nascere a sé stessi come erba a primavera e

un canto nuovo corre sulla pelle.

Fauci di animali avanzano in lingua millenaria,

poi un taglio nel cielo un nido vuoto

*

l’ustione sulla pietra, figurazione e sconfitta

che dispera disperde il rovescio del tuo nome

*

il vasaio ama il vuoto evoca l’assenza dal (pro)fondo,

una voce accarezza la forma, rarità oscura

*

non riconosco questo luogo eppure ero io qui.

la voce scura, la notte del corpo chiusa

nella valigia di allora che ora è tenebra,

e le cose dall’acqua risalgono annegate.

stanche cose stracci neri

*

Lasciami essere quell’oltre che dilaga

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Maria Grazia Cabras nasce nel 1954 a Nuoro. Pubblica Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia; Erranza consumata; Canto a soprano; Bambine meridiane; Bestiario dell’istante: Poesias in duas limbas; dies in tundu. giro giorni. Ha tradotto dal neogreco all’italiano e in sardo nuorese poesie e testi in prosa di autori greci.

POEMA-VELENO. Sylvie Durbec

Pour Lucetta Frisa

Pour Délie. Oggetto di altissima virtù, di Maurice Scève

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doux venin instillé jusqu’à la plus profonde des veines

les arbres n’ont pas défeuillé si la vigne rougit un peu

certains prédisent un automne où nous ferons des feux

voilà où se traîne aujourd’hui mon dizain bien en peine

de se poursuivre tant la tentative semble la plus vaine

à qui essaie de survivre à l’ennuyeuse et longue semaine

où se donne à entendre la petite voix têtue et mélancolique

oggetto d’altissima virtù celle que scève nomme délie demain

faisant d’elle l’absente rêvée de tout bouquet métrique 

appelé dizain d’un bord à l’autre de ce court poème-venin

IL CAPPELLO DI SILIEN

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Lezioni di eresia, Graphos, Genova 1996.

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Il cappello di Silien

Lettera di Jean-.Pierre Melville a un critico parigino (1854)

Voi, caro signore, giudicate irreale e di cattivo gusto il finale del mio Spione. Ripetete, nella dodicesima e ventiquattresima riga del vostro articolo, che l’ultima scena è fallita: un banale esempio – come lo chiamate voi – di “melodramma manieristico”. Mi permetto di dissentire: è il vostro giudizio che, singolarmente, trovo ottuso e fuori luogo. E io – ingenuo! – ad aspettarmi che quel finale – un congedo cerimonioso e quasi orientale – fosse accolto con commozione o sorpresa!

Ma ricordiamo insieme la scena: Maurice scopre che Silien non lo ha tradito, ma ormai è tardi; il killer, a cui lui stesso ha commissionato la morte di Silien, lo ucciderà, là, in quella villa fuori Parigi. Come fermarlo? Maurice prende la macchina, corre all’impazzata. Piove a dirotto, il vetro gronda acqua, si appanna. Maurice guida lo stesso, arriva per primo alla villa. Entra di soppiatto, in silenzio. Nella penombra il killer lo scambia per Silien e lo uccide, Maurice cade sul pavimento della stanza. Pochi minuti dopo giunge Silien, vede Maurice morente, che gli accenna a qualcuno dietro la tenda. Silien se ne accorge e uccide il killer; ma quello, pur morendo riesce a sparargli alla schiena. Silien barcolla, si avvicina al telefono, avvisa Fabienne che non può venire all’appuntamento: poi si aggiusta il cappello davanti allo specchio e stramazza a terra. Il cappello cade lontano.

È in quel gesto che il film prende forma: un uomo, davanti allo specchio, si prepara per l’aldilà. Lo fa nel solo modo che conosce: aggiustandosi la tesa del cappello. Annulla l’ultimo incontro con la vita e prepara quello conclusivo con la morte, con la sprezzante noncuranza che caratterizza tutto il suo personaggio – svagato, equivoco, scontroso.

Il cappello di Silien è la mia verità. Non ha niente di teatrale o di manieristico. È una bizzarra forma d‘addio. Silien muore dopo aver visto l’amico morire, ucciiso da qualcunoo che non conosce (ricordate i western alla Hawks? quella fedeltà fra uomini, quella mitica fatalità!) Silien lascia la vita nella più totale ambiguità. La sfida è perduta. Guarda lo specchio, arrivederci e grazie. (Ricordate? In Bob il giocatore Bob risaliva Rue Pigalle, si fermava davanti a uno specchio arrugginito e diceva se stesso: “Che bel muso da mascalzone”!)

Voi dite che i registi devono avere misura, controllo, equilibrio. In realtà, vi sbagliate ancora una volta. I registi devono essere dei cavalieri e degli eroi, saper combattere e pensare. Essere disponibili a farsi traumatizzare dal mondo, osservare come spie. Avere buona salute e scegliere la soluzione più coraggiosa. Non ci sono mezze misure. I registi lavorano lo spettatore nel buio, lo stregano e lo sfiancano con i loro trucchi. Il mio primo film si chiamava Ventiquattrore della vita di un clown e rendeva omaggio a Beby il triste – un fantasma, un amico. I registi sono saltimbanchi, e gli attori pure. (Razza dannata, quelli! Hanno la fortuna di fare il mestiere migliore del mondo. Basta che lo sappiano, però, di non appartenere a se stessi ma all’occhio degli altri.)

Io sono come loro. Sono Silien e Maurice, Bob il giocatore e Léon il prete. Tutti i personaggi e tute le comparse. Bisogna sapere scegliere: “morire o mentire” diceva Celine. E io mento. Invento sceneggiature, medito delitti e furti. I miei eroi concepiscono rapine perfette così come gli artigiani medioevali studiavano la costruzione di una cattedrale gotica.

Beh, ora la smetto. Spero di essere stato chiaro. (Se può essere chiaro un uomo come me, uno che si chiamava Grumbach e ha scelto di farsi chiamare Melville per onorare l’autore di un tragico e misconosciuto romanzo, Pierre e le ambiguità). Torno ai miei tre gatti, a mia moglie e alle mie sceneggiature. Non amo nessun tipo di disordine quando non giro: il disordine, nella vita privata, annulla la possibilità di creare. Il solo vizio che mi sono sempre concesso è divorare film dalle nove di sera alle tre di notte.

Un ultimo appunto: Silien e Maurice muoiono l’uno per l’altro perché questa è una legge dell’amicizia. L’amicizia non impone di amare la vita ma un’etica di vita – qualcosa senza cui non sarebbe possibile neppure scrivere articoli, dirigere film o respirare.

Vi auguro, nel momento estremo, di affrontare la morte a capo scoperto. Non sareste in grado, come lo fu Silien, di aggiustavi il cappello con il necessario distacco.

Vostro Jean-Pierre Melville

(M.E.)

Le doulos (Lo spione), regia Jean-Pierre Melville, Con Jean-Paul BelmondoSerge ReggianiJean DesaillyFabienne DalíMichel Piccoli, Francia, 1962.

)

Jean-Pierre Melville

PER “TRA LA FERITA E IL CANTO”. Andrea Pedicini

Ferita e canto spesso si oppongono. Dove esiste la ferita tace il canto, resta il grido. Andrea Pedicini, in questo primo libro, realizza l’osmosi tra essere feriti e comunque “cantare” grazie a una poesia intensa, dove il poeta chiede a se stesso: “All’imperfetto volgi la parabola” e qui trova il suo scisma, la sua “gemma di vita nova”. Non a caso Ilaria Palomba dice del poeta che ama nascondersi, ma che alla fine è rivelarsi nell’”indifesa difesa”. (M.E.)

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La casa del rimorso è ancora un cielo

aperto. Il mattino sgraffia ventoso,

l’alba tremula grigio perla.

Accaniti lasciammo a sgomberare

le desolate vie bituminose,

il fosco inzaccherare dei ricordi.

Ora ascolta: vorrei donarti questa

stella morta stagliante nell’autunno,

l’esequie di silenzio, carezza

che visita di sera,

odor solingo di licheni e flussi.

*

Apro la finestra. Una foglia muore

sorda al sordido dolore del giorno.

Non si conosce l’esordio, parola

ombra che fu il tinnio

dei passi. Reclami con la bestia

l’avamposto che schiudi pastorale.

Nel rovescio si estingue la caduta:

al chiuso dello spazio impersonale,

languido, geme il cielo dissestato.

All’imperfetto volgi la parabola.

*

Vado agiato al nuovo anno,

l’ascetico silenzio

ammanta ogni sentire,

parola che solinga

tuoni il vento delle attese.

Il piazzale inchiavardato,

l’arenile deserto come sola

povertà del mio cuore.

Mi sono veduto nelle mammelle

spenzole dei vecchi, nei fosfeni altri

di memoria. Non ho

forza per parlarti ma il mio silente

male solo si abbevera da sempre.

Prenderai una corriera,

riposerai al passo carsico a notte.

Lo diceva Gorgia:«Portare via

l’anima è il massimo dei delitti».

*

Al pianto dell’amata voce giunga

il vivido candore. Il campo arato

è un ripostiglio di ombre

che s’allaga nelle ore come fosse

terra il ricovero questuante di silenzio.

Lo spirito dirada al diradare

di quest’epoca immobile di sguardi.

Desiderio di estromettere il corpo,

i pensieri, lo scisma ancora cieco

dileggiante l’apostata impostura.

Accerchi l’invisibile, canuto

e balbo, sporgi. Attendi.

Anch’oggi abbiam varcato il mistero esule

del giorno come mandorlo segreto

nel rigoglio, inatteso,

quieto che in anticipo fa scolta

l’indifesa difesa l’orazione.

*

Nel mondo trascorriamo

chinanti come l’erba.

Ondeggia inverno il pallido

volto che spuma come

sente, vive. Virgulto

indebolito sali

addentro e del fortino

sguscia il prode affanno,

il mendicante vuoto,

pietà del gramo sguardo,

superno nell’amore di chi ama.

*

Il legno reciso,

ritolto alla vite

dormiente, si fa

attesa, gemma di

vita nova. Promessa.

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Postfazione di Ilaria Palomba

Andrea Pedicini è musica, parola viva, sentita, pensata, metricamente perfetta e mai arida. Tra i suoi maestri risuonano Paul Celan, Beppe Salvia, Cristina Campo, Roberto Carifi, Alfonso Guida. Metafisico e novecentesco, nei suoi versi si sente il pianoforte, difatti – occorre conoscere qualcosa della vita dell’autore per comprenderlo pienamente -, Andrea suona il pianoforte, la chitarra classica, ed è diplomato al conservatorio in clarinetto. Il cinema entra in sordina nella sua poetica, tra le righe riconosco l’afflato filosofico, psicanalitico di bergmaniana memoria, l’etereo tocco tarkovskijano, fotogrammi di Destino cieco di Kieślowski. In Andrea Pedicini il poeta è l’incontro tra le arti, la piena umanità dell’accoglienza dell’alterità, l’heideggeriana cura. Anche ciò è degno di nota: queste poesie Andrea me le ha mandate privatamente, non aspirando alla pubblicazione, ma sono stata io a insistere, dacché sarebbe stato un sacrilegio non pubblicarle. Andrea ama nascondersi, perciò alla sua arte si può accedere solo in modo obliquo (poesia, musica, fotografia), come tentando di spiare un’azione performativa oltre la quarta parete, ma la sua poesia resta sempre presente nel contatto intimo, in un’interiorità che è ferita e canto.

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Andrea Pedicini, nato a Benevento nel 1985, è diplomato al conservatorio e laureato al DAMS con una tesi sul legame tra musica e neuroscienze. Suoi testi sono apparsi su «Inverso», nella rubrica “Bordi”, curata da Ilaria Palomba.Tra la ferita e il canto (Ensemble, 2024) è la sua prima raccolta poetica.

PER “RESISTENZA E SPARIZIONE”. Sergio Bertolino

I testi sono tratti da: Sergio Bertolino, Resistenza e sparizione, Avagliano editore, Roma 2023.

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Farla finita con la fiamma,

ecco tutto.

È troppo eludere

il segreto che conosce più di me

la mia misura (questo strano

vivere di nuvoli) o l’ora che baccana

la favola di insetti in un canneto?

Farla finita, non mentire.

Ho corso a perdifiato e tu ridevi,

pensavi fosse un gioco elementale

il nostro mai parlarci per davvero,

stremare sui gradini al minimo sussulto di reale.

*

Chiarità che non si dice

e a cui m’affaccio, abbacinato

nel ripetermi l’abisso

i limiti che sono,

succede di venire all’essenziale

stando fermi – qualcosa arride:

un verbo vuoto nel torace,

il sangue di nessuno.

*

Vero è libero, ci credo,

ma tremenda la riva che sospetto

fissi nel punto l’ombra breve,

preistoria di una bocca e del linguaggio

finché vivo

spalancata la distanza, né prima

né dopo,

io sento che dovrò sacrificarmi gli occhi

perché uno sguardo mi salvi

e dica nulla mi succede;

conosco il bimbo nella foto,

la fiducia che ho riposto –

le obbedisco

*

Male tu lo dici necessario

alla mia gola – come l’essere

arbitrario ci comanda.

Sappiamo che è perversa la fiducia

e veniamo sostenendo

un vuoto al petto. Deride il bambino

nel suo letto

quel mistero.

Non gli riesce di cadere.

*

Nella tua fame di radici,

non sai, non puoi sapere,

com’è perdersi umani

lì dove un raggio è smisurato,

la non-parola che tradisce.

Sono solo e vado a caccia.

Sono il suono. L’idea fissa.

*

Felice… solo dopo questi versi?

Nell’ora-mare delle lingue che sprofondi

non cresce forte la verbena

ma una barba d’eremita,

le dita affilate perché stuzzichi

la colpa sottochiave, il nero

furioso all’imbocco del tunnel,

vetro e sale tra le scarpe…

tutti indifferenti per orgoglio

a te che chiami. – Dio è vivo

Io dov’è? – Nella pace di sgranarsi

il senza nome rifiorisce

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Scrive Giancarlo Pontiggia nella sua postfazione al llibro: «Resistenza e sparizione, la nuova raccolta di Bertolino, sembra approfondire proprio il tema della sete, portando all’estremo un’idea di poesia che si muove tra ribellione e disciplina: “Farla finita, non mentire”, come leggiamo in una delle prime poesie, ma esercitando la propria resistenza dentro un paesaggio e una lingua coerenti e definiti». Questa “resistenza” dentro una lingua coerente e definita è l’energia viva del libro, che trabocca rancore, febbre, inquietudine, dolore, ma filtrati nel rigore di una forma che, nella sua esattezza, dirompe, spezza, provoca dolore. In una sua nota critica Alfonso Guida osserva: «Tra dolore segreto (perché impronunciabile) e sforza di superamento (sorpasso) del groviglio perfetto, il groviglio sferico, circolare, appoggiato sul margine del tuo punto di vista frontale, all’orlo della tua vita sdoppiata in vita riflessa e interlocuzione dialogica… Tendiamo a farci male. In questo farci male la nostra corsa custodisce la dinamica vitale dell’essere. Problematizzare il nostro stare è azione di concime. Questa, la vita. Non c’è trascendenza più sfrenata a oscurare la tua strada». Iil dolore interno alla lingua di Bertolino gli detta le parole giuste, gli fa scrivere un libro spinoso, conficcato dentro la sua ossessione: «Sono solo e vado a caccia. / Sono il suono. L’idea fissa». Scrive: «Curarmi, certo. / Introdurre l’errore in ciò che vedo // e con paura celebrarlo». IL vero poeta non teme le parole precise: la cura diventa l’errore, l’errare umano, e la sua poesia celebra con paura il difetto dell’esistere, attraverso associazioni, dissociazioni, viaggi, analogie, all’interno di una febbre interiore che cerca un suo equilibrio precario fra vertigine e misura. Il libro si suddivide in quattro sezioni: Linee di mira, Calata, Secunda clavis, Crisalide, e mi piace pensare l’intero volume come una composizione musicale, costruita con tempi diversi, dove gli accordi cercano le dissonanze e le dissonanze gli accordi, a creare un mondo visionario coerente. Bertolino, come scrive Pontiggia, è «un autore che tiene ai legami – di natura concettuale o associativa – che va stringendo verso dopo verso, delineando ogni volta dei bivii, delle scelte. Legami volatili, come quelli che hanno a che fare con l’aria o con il fuoco, e che pure agiscono su chi si avventuri lungo i sentieri del libro: legami che a volte sembrano fondati su misteriose alchimie». Nella sua lingua possiamo sorprendere frammenti di prosa, echi metrici, dissolvenze. E immagini che non inseguono un modello di pace ma una loro segreta, mai domata inquietudine. «Assieme / tendiamo al blu con le panchine, / allucinati / fino al punto di rottura del sì». (M.E.) Se Bertolino scrive: «Io sto nella biforcazione», Guida sottolinea con ironia: «La conquistata sedazione del paradosso».

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Sergio Bertolino nasce a Reggio Calabria nel 1984 e vive a Torino, dove insegna Lettere alle scuole superiori. Cofondatore e condirettore di «Avamposto», ha pubblicato le raccolte di versi Chiave di volta (Nulla Die, 2018), La sete (Marco Saya, 2020 – Premio Umbertide XXV Aprile 2022) e Resistenza e sparizione (Avagliano, 2023 – 3° Premio PontedilegnoPoesia 2024).

Sergio Bertolino

CARO ANIMALE. Albane Gellée

*I testi sono tratti da: Albane Gellée, Cher animal. Dessins Séverine Bérard. Postface Eric Baray, La Rumeur libre editions, Sainte-Colombe-sur-Gand 2019. Traduzione e cura di Lucetta Frisa

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Caro cane,

da pastore o da caccia, da guardia o da compagnia, dove intendi portarci tu, sempre a correre dritto davanti a te. Dimmi, tu che non ami la solitudine, cosa ti aspetti dalle passeggiate su strada, parchi, le spiagge, tu che vivresti libero senza collare. Accompagni, annusi, e a chi ti cammina vicino apri altri modi di conoscere il paesaggio. A volte mi sembra che tu sia un bambino che non crescerà.

Cane, celebre soccorritore, chi ti ha insegnato a dissotterrare gli imprudenti, se soltanto potessi risuscitare qualche infortunato.

Grande levriero, ti guardo sparire al limite della tua velocità, dove si trovano le antenne che ti prevengono dai danni, tu saresti della razza che si muove senza sosta.

Dove attingi di colpo la tua calma: ancora tremo dei miei spaventi.

Sappiamo moltiplicarti per delle bieche esperienze, anche abbandonarti, e peggio ancora.

Io ammiro la costanza del tuo amore incondizionato.

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Cara giraffa,

Nata così, in piedi, altrimenti è impossibile, nessuno avrà pazienza ai tuoi fianchi. La testa proprio lassù tra le cime, la lingua blu che acchiappa le foglie di acacia, grande creatura terrestre, chi crederebbe che sai andare più veloce del leone.

Potresti farti capire ma preferisci il silenzio, è giusto borbottare un po’ per parlare ai cuccioli, ma stai serena che noi non capiamo nulla.

Non sbadigli mai e dormi così poco, qual‘è il segreto del tuo sonno, a me piacerebbe come a te vegliare infinitamente, gli occhi spalancati su tutto quanto mi circonda.

È evidente che con quell’abito ti danno la caccia. E ti mangiano. Se sapessi tutto quello che si mangia. Ti si caccia, ti si fotografa, ti si protegge, ti si fa sparire, ci si ricorda di te, piccola Alice, guardiana di tutte le nostre infanzie.

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Caro leone,

Qualcuno ha deciso che sei un re perché la tua criniera assomiglia al sole. E’ vero che nel nobile spazio delle tue sieste, vegli sulle tue leonesse, vegli sul mondo; grugnisci e miagoli, soffi o gemi. I ruggiti si ascoltano da lontano e se ti fai mangiatore di uomini significa che se la sono cercata o che la preda scarseggia nella savana camaleontica.

Ci piace farti sedere su dei piccoli trespoli, farti piegare e dormire sotto la frusta dei domatori. Finiti i combattimenti sanguinari, le mode cambiano, i secoli passano, e noi si continua ad applaudire non sappiamo cosa.

Non rinunciare se ti piace restare libero e selvaggio. Non rinunciare mai alla sorveglianza del territorio.

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Caro cammello,

ti accade di abbassare la testa. In qualsiasi sonno ti abbandoni. Di fronte ai nostri, i tuoi occhi calmi sembrano dare risposte a domande che nessuno ti fa.

Gridi mentre ci occupiamo delle tue due gobbe. Potresti scappare, ribellarti; la violenza ti spaventa così tanto da non opporti ai fuochi artificiali dei nostri circhi.

Anche te, come l’asino, cammini e trasporti: si direbbe che balli il tango ma col piede sicuro. Senza turbante in testa sotto la coperta del cielo, i tuoi passi sono silenziosi, semplici, disinvolti, la sabbia ti va bene, colore e grana.

Guardandoti, mi ricordo di non cedere alle mie personali agitazioni.

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Caro lupo,

tante storie ti descrivono grande e cattivo, tu preferisci evitare l’uomo, vivere una vita selvaggia anche se organizzata a modo tuo.

Abbiamo ridotto i tuoi spazi di esistenza, tu ti avvicini a noi, ai nostri pascoli di prede, per tua sfortuna amiamo aprire sempre nuove cacce.

Da predatore di predatori gli uomini si sentono uomini, trasmettono ai figli e ancora ai figli dei figli una storia di uomini. Le donne in attesa – ma ti vedono? ..Corrono con te…

Per favore, trova montagne, trova foreste, e sàlvati da noi.

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Cara lepre,

delle tue grandi steppe asiatiche hai conservato il gusto delle corse allo scoperto, che seminano gli inseguitori. Non riuscendo sempre a sfuggire ai fucili, quelli che ti riducono, in parole povere, preda di caccia. Per forza, come preda ti fai sempre più rara.

Succede che una strada divida in due il tuo territorio, in tre, in dieci; e di nuovo cerchi punti di riferimento, fedele alle zone da te frequentate. La notte, il giorno, mangi quello che trovi, due fili d’erba qui, piccoli prelievi là che non sciupano il paesaggio. Certi appuntamenti ti reclamano in certe stagioni, dei piccoli si preparano a nascere mentre altri sono già nel tuo ventre, piccola lepre prodigio dov’è il signor libro. Se non cadono sotto le zampe di una volpe, se non sono afferrati dagli artigli di un rapace, allora sanno che devono crescere presto, prestissimo, come posso avvertirti. Sondatore dell’invisibile, che fa della superficie del pavimento il suo rifugio, come avvertirti quando arrivano quei nostri mostri ferrigni per schiacciarti.

Lepre-antilope, dai fianchi bianchi, dal collo nero, lepre artica del Tibet, dei cespugli, dell’Indocina, dell’Alaska, testarossa, orecchiuto, cappuccino, gobbo. Lista-poema.

Dürer ti ha dipinta addormentata, Flanagan ti ha scolpita, La Fontaine ti ha fatto perdere una corsa, con Carroll sei diventata lepre di mare, con Pasilina quella di Vaatanen; presso gli indigeni Algonquins eri già Nanabhozo.

E dire che, se ti fai ammaestrare, ti addormenti nelle nostre braccia e abbracci il nostro collo… Non dimenticare di respirare, di conservare la tua aria libera.

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Caro gatto,

selvatico o di fogna, persiano, europeo, africano, asiatico, meticcio, certosino e ancora tante altre razze, sei ovunque insieme a noi, vai e vieni come noi, cammini da solo.

Miagoli per parlarci, una modalità di traduzione: avrai notato che non abbiamo più il tuo organo di Jacobson, quello che percepisce i feromoni, quello che capta i segnali e comprende tutto senza spiegare nulla. Sei la spia dei crepuscoli forse perché percepisci quello che vibra o perché dietro ai suoni comprendi, resta sempre il fatto che ciò che tu guardi lo vedi. Dopo, forse ti slanci, salti e risalti ma non cadi mai.

Dio o diavolo sul filo dei secoli e dei continenti, hai finito per accettare di entrare nelle nostre case. Alcune senza giardino, nelle nostre città vastissime, sono adatte solo a te. Il tuo ripetere che sono anche degli animali lo capiscono male, ti spazientisci. Se talvolta rinunci ti scoraggi. Tornato selvatico, te ne vai ricordandoci che la libertà te la riprendi quando ti pare.

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Caro lama,

cugino d’America dei cammelli d’Africa e dei nostri asini, come loro sei servizievole e trasportatore, percorri chilometri piantando i tuoi occhi in altri occhi ad altezza umana.

Non smettere mai di guardare il mondo, davanti, dietro, di lato, sul fianco, hai collo di giraffa e non ti sfugge nulla.

Mastichi infinitamente senza sorridere, e poi, se non ne hai più voglia smetti di colpo. Eravamo prevenuti, non potevamo farne a meno, si resta spaventati dai loro sputi, non dai nostri. Da dove ti nasce questa specie di autorità naturale, è il cattivo umore?

Chiacchierone, parli dei tuoi modi di essere, delle tue emozioni, e noi tutti occupati dalle nostre interminabili confusioni sentimentali, non sentiamo nulla.

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Caro elefante,

tu vieni da un’era precedente alla nostra. Sulla punta dei piedi fai tremare, parlare il terreno con o senza difesa, con o senza parrucca, sulla pelle di dinosauro.

Fratelli divisi, luoghi di massacro, non dimentichi nulla né i visi che ti hanno parlato né l’odore dei loro gesti dove risale la tua memoria. Fino al verbo sentire tu hai ben compreso questo con la tromba, che è un naso, che è una mano.

I barbari che vi abbattono sanno che siete gli ultimi individui. Non conoscono Romain Gary. Dei vostri sentimenti non hanno la minima idea, hanno ucciso i loro.

Individui che vegliano i vostri morti e proteggono i vostri fragili. Commossi, se manca l’acqua, fabbricano vento con due orecchie a ventaglio.

Altri ti dipingono, ti mettono in ginocchio. Barrisci, ridacchi, non si capisce niente degli infrasuoni che emetti. A volte ti arrabbi anche.

Non sparire, ti prego.

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Caro montone,

Insieme al tuo nome è il vocabolo gregge che viene in mente; tu la conosci la solitudine? Si rinuncia a contarti, prima di addormentarti, accade di abbandonare i tuoi pastori. Nelle mie orecchie i tuoi belati sono rimasti conficcati e il panico, davanti a qualche ultimo secondo da vivere. Niente ti hanno detto e io preferisco quando ti smarrisci sulla montagna.

Con tutta la tua lana si può tessere tutto, e noi riusciamo a sbrogliare appena le matasse.

Tu che bruchi con la frenesia degli affamati hai già guardato le nuvole, almeno prenditi il tempo per respirare. Avresti fatto indubbiamente meglio a restare dentro la scatola accanto al tuo piccolo principe. Ti disegnano ti ricamano ti inventano in cotone, e io mi ci avvicino così poco.

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Cara mucca,

in piedi nella calma del tuo prato, oppure seduta a ruminare in mezzo al verde, senti i giorni passare, percepisci i loro problemi, gli slanci, i loro buchi neri. Sai già che non invecchierai, te l’hanno detto. Tu muggisci ma per che cosa.

Voi, tori, andate ancora più veloci al macello, regalandoci delle vostre energie, noi ne siamo privi.

Con le tue matricole di condannata alle orecchie, a latte, a carne, eri al bordo delle strade, in montagna, eri là dove andavamo: ti abbiamo guardato non troppo a lungo, adesso ti vediamo sempre un po’ meno. Nessuno ti aiuta a vivere la vita fino alla fine; dove è la fine, è il presente. Hai già inteso le nostre espressioni con il tuo nome. Ah se tu potessi partire per l’India, qui non si sa più nulla di quello che è sacro.

Nell’attesa le mie mani si innervosiscono sul volante quando la mia strada incrocia uno di quei camion dove siete troppo pigiate. Troppo numerose per essere pigiate così tutte insieme.

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Cara tartaruga,

piccola bussola tutta sola, senti le vibrazioni, i movimenti di tutto, sotto di te. Cinese o svedese. Non ti fanno portare lo stesso peso del mondo, poco t’importa di essere o no cosmogonica, lo sarai sempre più di noi.

Terrestre, marina o acquatica, iberni o migri, le distanze si ingrandiscono mentre il sole scalda il tuo sangue freddo, forse dormi sotto le tue tre palpebre.

Con la quella andatura di lumaca, il becco di uccello e la testa di serpente, chi sei tu, bel rettile a carapace!

Ma il tuo scudo su misura non ti protegge dai ladri di uova, neppure dai cacciatori, dagli inquinatori o dai collezionisti. Perché allora ti si impedisce di vivere la tua lunga vita di tartaruga.

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Cara volpe,

ricorda che un giorno ti hanno addomesticato. Un piccolo principe un po’ smarrito faceva delle domande, tu gli avevi spiegato tutto a proposito dell’amore, per favore non prenderti più di questi rischi, non si manca d’immaginazione quando si tratta di sterminare. Fai bene ad essere furba, a escogitare. Non tutti siamo dei piccoli principi.

Le spedizioni lontane non ti fanno sognare, tu preferisci vivere qui. Abitare sugli stessi territori, forse in due o anche completamente da sola.

Ti si accusa di essere rabbiosa, ti si definisce ladra di galline, tu resisti, tu ti nascondi, c’è chi crede ancora che sei stupida.

Quando attraversi la strada davanti ai miei fari io li spengo, sei tu che mi illumini. Grazie di dirmi senza un rumore, senza una parola, che la luce viene dalle nostre notti.

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Caro cigno,

sei diventato adulto dopo la storia del brutto anatroccolo. Uccello d’Apollo, oggetto ornamentale, ti sistemi dentro parchi impeccabili. Ma ti capita di abbandonare le grandi città, e sali in alto, da uccello,con la stessa cigna,forse per sempre.

Se non ti fidi dei nostri grandi gesti, del nostro silenzio davanti ai linguaggi alfabetici, hai ragione. Un giorno, con il becco e le ali spalancate, ti lanci sulle nostri grandi canoe, in piedi, sull’acqua; delle uova pronte a schiudersi, erano da proteggere.

A forza di guardarti, mi sembra che un personaggio sia scivolato sotto la tua pelle e così tu navighi tra due mondi.

A volte non vedi le linee d’alta tensione, a volte bevi acqua avvelenata, inghiottendo perfino i piombini della pesca senza sapere nulla di quanto intossica.

Tubercolotico, cantante, fischiatore, trombettista, bianco, nero,tu fili, sparisci, riemergi. Meravigliata, ti cerco spesso senza trovarti, per poi rivederti apparire un’altra volta.

Grazie per le sorprese, grazie per essere così libero.

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Cara formica,

sei quasi ovunque, ai quattro angoli del pianeta, dentro grotte, giungle, praterie, acquitrini, foreste, a volte anche dentro le nostre case, invadendole violentemente e con quanta cocciutaggine. Quanti milioni siete, miliardi di individui, tu sei come noi, mai veramente sola, organizzata in società, tranne che da te i re sono le regine. Tessitrice, calzolaia, mietitrice, schiavista,vasetto di miele, rosso, nero, tagliatrice di foglie, operaia o alata, cosa accadrebbe se foste più grandi…

Cara formica, sovente ti sento prima ancora di vederti, è forse il miracolo dei tuoi feromoni. Quante volte ti ho schiacciato tra due dita, chiudendo gli occhi, serrando i denti. Eppure, a guardarti di straforo, vedo bene che sei un piccolo bijou ma non si riesce a vivere sotto lo stesso tetto, e allora come fare, dimmi.

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Miei cari cavalli,

voi che accompagnate l’infanzia degli inconsolabili e riuscite a farli sorridere. Aspettatevi che a loro volta non siano loro ad asciugare le vostre lacrime perché ne sono capaci. La vostra compagnia guarisce tutto, dubbi e paure, buchi di memoria. Grazie a voi il presente non invecchia.

Scegliete voi la carriera di grandi sportivi, siete cosi tanti, perdonatemi se non so nulla dei vostri records. Mi innervosisco così in fretta, con la velocità. Vi interessa davvero questo gioco di vincere, correndo invece di galoppare? Io riesco a nascondermi gli occhi, a trattenere un grido, a pregare in silenzio che non vi accada nulla. Preferisco un ippodromo però, quando non ci siete.

Calessi, carrozze, roulottes, tutto quello che tirate con le vostre gambe sottili – dove tenete quella vostra forza?

Grazie per la presenza in città, il modo che hanno i vostri zoccoli di fare risuonare le strade, io approfitto delle svolte per passarvi accanto, mi date in un attimo tutta quell’aria che mi mancava.

Cari cavalli ferrati, bardati, che passate i vostri giorni a imparare a memoria degli itinerari per dei turisti stanchi, la vostra confidenza è grande nelle mani di colui o colei che ha la vita un po’ simile alla vostra. Sotto un sole troppo caldo o delle piogge diluviali, il meteo a volte è faticoso.

Grazie per le giornate vicino a voi nei prati, nelle foreste, grazie per l’evidenza delle carezze, per le nostre conversazioni senza parole, non lasciatemi.

Non mi rassegno alle spaventose destinazioni che troppo spesso sono le vostre. È una fortuna, non è vero, quando è la stessa voce che parla alle vostre orecchie, tutte le mattine e tutte le sere, per le quattro stagioni, per una vita intera. Vi rassicurano i legami che durano. Io sono come voi.

Immagini di Sèverine Bérard

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Albane Gellé nasce a Guérande il 7 dicembre 1971. Vive a Saumur. Crea nel 2014 “Petits chevaux et compagnie” che propone tempi e spazi, riservati ai bambini, per vivere i loro legami con il cavallo (www.petitschevauxetcompagnie.com). Ha creato atelier di scrittura per bambini e per adulti. Tra le sue opere: Abécédaire de vive gratitude, livre duo avec Patrick Dubost, éd. Lanskine 2024; Voir les merveilles, éd. L’atelier des Noyers, 2024; Derrière l’horizon, éd. Backland, 2023; Marche dans la nuit, éd.Esperluète, 2023; New-York City, Traverses, poèmes autour des photographies de Patricia Marais et Cyrille Derouineau, éd. Transphotographic, 2023; Cheval, Chevaux, éd. Jacques Brémond, octobre 2022; Pouvoir rêver, avec des images de Valérie Linder, éd. L’Ail des Ours, coll. Graines d’Ours, septembre 2022; Mille mercis, éd. Bod, septembre 2022; Equilibriste de passage, éd. Le Castor Astral, coll. Poche Poésie, mai 2022; Cher Arbre, avec des dessins de Séverine Bérard, éd. Esperluète, avril 2022; Sur les traces d’Antilope, avec des dessins de Martine Bourre, éd. La Nage de l’Ourse, 2021; D’îles en lune, éd. Contrejour, avec des photographies de Maia Flore, 2020; Eau, éd. Cheyne, coll. Poèmes pour grandir, avec des encres de Marion Le Pennec, 2020;; L’au-delà de nos âges, éd. Cheyne, avec une couverture de Anne-Laure H-Blanc, 2020; Cher animal, éd. La Rumeur libre, avec des dessins de Séverine Bérard, 2019; Pelotes, Averses, Miroirs, aux éd. L’atelier contemporain, avec des dessins de Patricia Cartereau, 2018; Où vont les mots, éd. Pneumatiques, 2018; Poisson dans l’eau, éd. Les carnets du dessert de lune, avec des dessins de Séverine Bérard, 2018; Nos abris, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2018; Les éblouissants, éd. Petit Va – 2017; Poème-Hanneton, éd. du Petit Flou – 2017; Chevaux de guerre, éd. Esperluète, avec des dessins d’Alexandra Duprez, 2017; Sais-tu, éd.Faï Fioc, 2016; Souffler sur le vent, éd.La Dragonne, 2015; Où que j’aille, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2014; A l’aveugle, avec Samuel Buckman, Ficelle n°119, éd. Vincent Rougier, 2014; Si je suis de ce monde, éd. Cheyne, Le Chambon-sur-Lignon, 2012; En toutes circonstances, éd. Le Dé Bleu (collection Farfadet bleu), Chaillé-sous-les-Ormeaux, 2001 – réédition à l’automne 2014 aux éd. Cadex avec des images de Valérie Linder et quelques nouveaux poèmes; De père en fille, éd. Le Chat qui Tousse, Cordemais, 2001.

Albane Gellée