PENSIERO SUL SUICIDIO. Alfonso Guida

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi: la croce è pervasiva come la peste ma per ogni croce c’è una via d’uscita e non perché Dio sia generoso ma perché questa è la legge. Di ogni verità anche il contrario è vero, dice Buddha citato da Hesse. Suicidarsi è il più impoetico dei gesti perché è l’uccisione del miracolo nel grembo della vita, il rifiuto del miracolo. Chi si suicida in profondità è portatore di questo specifico orgoglio demoniaco, luciferino. Amare la vita significa dare la possibilità di nascere, di accadere, di cadere – nel tempo. È un crimine l’uccisione delle possibilità. Ma sono favorevole all’eutanasia perché la stanchezza esistenziale esiste e si fa sentire come un macigno. Morire sì, ma sposando la morte. Suicidio (preparando il caffè) è uccisione del seme del miracolo. Il miracolo è il big bang delle possibilità. È non permettere più allo stupore di realizzarsi. Stupirsi del giardino, stupirsi del deserto. Miracolo come mira, mirare, miraggio, mirabilia. Suicidarsi più che un omicidio per me è un aborto (mi ossessiona ultimamente questo sentirmi io abortito). Io mi suicido tutte le volte che respingo una poesia.

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I suicidi sono eccezioni. Lorenzo (Pittaluga) a un certo punto ha eseguito il colpo di mannaia. Per lui vale il discorso contrario: viveva nella “bolla” o “palla” del miracolo. Poi al taglio di Fontana, che è imprevedibile per tutti, non ha retto. Ma gli psichiatri non fanno miracoli. I miracoli può farli solo la vita. Ecco, forse ciò che chiamo Dio, nei miei scritti, è semplicemente la Vita. L’Eros della psicoanalisi. La forza dell’individualità.

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Per anni sono entrato e uscito dall’ospedale. Non mi ricordo niente. In ospedale ho imparato a farmi la barba. Ogni venerdì veniva il barbiere, uno dei migliori di Policoro. Tipo anziano, dolce. Somigliava a Burt Lancaster. Ci si sbarbava il venerdì, in fila indiana, rispettando il turno. Prima le parti sotto il labbro inferiore gonfiando l’incavo con la lingua. Apprezzava molto il più bravo barbiere di San Mauro. Ah un amico! Era schizofrenico. Dipingeva. Scolpiva. Scriveva. Cose dannunziane. Quando arrivava il cambio di stagione tutto il paese si chiudeva in casa perché temevano il pazzo in giro col coltello. Sì, è vero. Mi stimava molto. Aveva un salone sotto la piazza coperta. Era stato deluso da una donna in giovinezza. Si diceva così. Una volta mi costrinse a bere una birra con latte e due chicchi di caffè. Io in quel periodo ero una spugna, Amelia sempre con me.

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Marco, io il pensiero sul suicidio come uccisione del miracolo è un’esegesi filosofica più che una mia opinione: interpretazione di un gesto, dell’essere della morte.

18/7/2024

QUESTA PORTA CHE CI SEPARA. Nichita Stănescu

I testi sono tratti da: Nichita Stanescu, Le non-parole (Necuvintele), a cura di Dan Octavian Cepraga, FinisTerrae, Le meteore, Pavia 2024. La prima edizione, in rumeno, è del 1969.

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La perdita dell’occhio

Picchierei con l’unghia

fino a non avere più unghia

e con il dito fino

a consumarlo.

Ma è venuto da me

il cieco e mi ha detto:

“Amico, lascia in pace la tua unghia,

se per caso c’è un occhio

sulla sua punta,

perché infrangerlo?”

E tuttavia, e tuttavia,

qualcuno dovrà pur scuotere

questa porta che ci separa.

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Contemplazione

Appaiono le sfere malate, ulcerose, livide,

spegnendo il cielo notturno, premendolo da una parte.

Diventano umidi i fusti degli alberi, diventano liquidi

e scorrono, le aspre cose, lontano.

Restiamo seduti sulle panchina a guardare nell’aria umida

il ritorno del Figlio prodigo,

lo riconosco dall’aspetto, dal suono,

dal modo in cui muoiono

gli uccelli notturni intorno a lui

e dal freddo pieno di serpi anfibie,

che si stringono attorno ai miei talloni,

alle caviglie, alle tibie…

Polso

Ghiaccia all’improvviso la vista

tutta intera, e tutto il lago, tanto che saltava

fuori dai suoi argini, e la cometa della sera

distesa, sugli sci, giaceva.

Poi il disgelo giungeva talmente all’improvviso,

che annegare negli abissi

pareva naturale e uguale

a quei pesci gettati sulla ghiaia della riva.

Tutto stava nel saper nuotare

e poi pattinare sulla lastra di ghiaccio impietrita

e poi ancora nuotare, pattinare,

un attimo un giorno, un mese un anno, una vita.

Nichita Stănescu

Giovanni Castiglia

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Nichita Stănescu nasce nel 1933 e muore nel 1983. È considerato, dopo Tudor Arghezi, il poeta rumeno più carismatico del Secondo Novecento.

NATO PER DARE E CHIEDERE ASCOLTO. Stefano Massari

Stefano Massari, Parlo ultimo, Industria & Letteratura, Poetica Reloaded, giugno 2024, postfazione di Gian Mario Villalta

Questo libro, seconda uscita della serie “Reloaded” della collana Poetica, raccoglie quelle che Gian Mario Villalta definisce tre opere prime – diario del pane (2003), libro dei vivi (2006), serie del ritorno (2009) oggi qui riunite a distanza di anni perché sono “perlopiù introvabili”. (S.M.)

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Frammenti per “Parlo ultimo”

Si può, per Stefano Massari, scrivere un saggio critico compiuto? Si può, per Parlo ultimo, arrivare a delle definizioni precise, benché si tratti di un libro che contiene opere consegnate alla storia della poesia e del loro autore? La risposta è “no”: occorre pedinare il poeta e donargli “frammenti di lettura”, capaci di commentare visioni come queste: “corre rumore scuro su numeri fratelli murati / sui portatori interi di dolore corre sui passeggeri obbedienti / sui canali tra case mercati treni tumori”.

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In Parlo ultimo tornano alla luce, ristampati con poche variazioni, i primi tre libri di Stefano: diario del pane (2003), libro dei vivi (2006), serie del ritorno (2009): tre libri diversi ma simili, modulati secondo il suo gesto consueto, caratterizzato da una drammatica tensione espressiva. Tre libri “espressionisti” che Stefano desidera riportare in luce dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, Macchine del diluvio (2022), quasi per rivedere/ripensare i segni di una vita anteriore che non smette ancora di pulsare, un passato che è genesi del presente.

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Sprich auch du, / sprich als letzer, / sag deinen Spruch: “Parla anche tu, / parla come l’ultimo a parlare, / dì il tuo dire” (Paul Celan). Eccoci, con queste parole, all’inizio di ogni dire poetico, come testimonia Maurice Blanchot nel libro dedicato a Celan, L’ultimo a parlare. Ma, in Massari, “Parlo ultimo” non ha solo un accento tragico, da testimone definitivo, ma anche una tenerezza discreta, umanissima, commossa. Cantate voi, sembra dire il poeta, poi arrivo io e parlo ultimo. Sì, forse amo il fondo delle cose, ma sentirsi ultimo è una condizione speciale. Magari gli altri sono già andati via e io sono libero di parlare nel silenzio. Di dire la frase decisiva.

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Scrivevo, nel 2008, per il Libro dei vivi di Stefano, queste parole: “Ognuno di noi, più che sottostare alle sacre leggi di qualche esoterico Libro dei morti, non fa che scrivere, incessantemente e nei modi più diversi, il suo autentico Libro dei vivi, in una volontà disobbediente e mai placata di metamorfosi. Metamorfosi non come desiderio di forme originali ma come impulso a scavare in pareti impossibili, in gallerie murate”.

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Scrive Gian Mario Villalta nella postfazione a questo libro, Il dire ultimo di Stefano Massari. Un poema in tre libri: “Come tenerli vivi, il disagio e la rabbia che non sono personali, ma della vita quotidiana, l’angoscia e un senso di inutilità che non sono della propria vita ma di quella di tutti? Forse proprio così: creando un ordine che preservi il senso e l’energia di una materia magmatica, che erutta dal conscio e dall’inconscio, che trova immagini densissime, le ripete, le varia come in un mantra o in uno scongiuro. E come si può liberare un movimento tellurico se non ‘dal basso’?”.

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“non sono nato per obbedire o disobbedire / sono nato per dare e chiedere ascolto”: l’epigrafe a diario del pane è anche l’epigrafe di Parlo ultimo: qui è l’inizio di tutto.

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La punteggiatura, le spaziature, i tondi, i corsivi, caratterizzano la scrittura di Massari con una precisa indicazione agogica musicale, come se il poema (qui i tre poemi) fossero intonati da una voce superstite di qualche eccidio. Le analogie obbligate comprendono Il sopravvissuto di Varsavia di Schonberg, per voce sola e orchestra, o altre composizioni simili di Bartòk, Britten, Ligeti, Maderna, Berio, Sciarrino.

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Ma, al di là di evocazioni musicali specifiche, domina, nella poesia di Massari, in questi primi tre libri, un’aura da combattimento in corso, come se le parole galoppassero furiose verso qualche abisso o qualche risalita: “corre sul mio e tuo inizio sulla città che non saremo mai sull’odore culmine che non uniremo sulla fine dell’assedio che noi non vedremo”

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La non esattezza dei dettagli descrittivi, ben lontani da qualsiasi evocazione romanzesca, rende fisicamente percettibile questo “incessante addio” scavato nella carne dell’umano, che Stefano pronuncia e ripronuncia, testimone dolente di tutta un’umanità avviata verso una imprevedibile apocalisse: “come senti il taglio dei femori da nord sopravviverti ora / come nascondi l’interminabile ferita che ha sete / ha sete e non smette

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Una parola-fiaccola, quella di Stefano, che “tocca le cose dall’altro lato” (Federico Garcia Lorca), nutrimento continuo fra morti e vivi, affinché i primi non siano mai del tutto rimossi, con il patrimonio delle loro emozioni e delle loro opere, e i secondi mai del tutto sicuri, benché provino emozioni simili e scrivano opere analoghe. La voce del poeta, circolando fra le macerie, considera il crollo dell’esistente come struttura fondante di un “io universo intero” ma ne pensa simultaneamente la resurrezione.

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Di Serie del ritorno scrivevo, in Fuochi complici (2019): “Come non ricordare, leggendo la poesia di Stefano, entrando nella sua sorda litania, nella sua lingua “anello di combattimento /senza verità senza suture”, le parole di Joe Bousquet: “Parlo di tutto questo non propriamente come un cieco, ma come un quasi cieco potrebbe parlare della luce”. Massari, con Foucault, approda alla conclusione che il corpo è un “nodo di linguaggio” e che il poeta non ha tanto il compito di snodare e riordinare quanto di mostrare le simultanee vibrazioni che mettono in cortocircuito la mente-pensiero con la carne-corpo che la ospita”.

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“Da un’esortazione, forse un’ingiunzione: ‘Parla per ultimo’, rivolta a un tu incerto che è un ossesso, passiamo a una dichiarazione, parlo ultimo, il titolo di questo libro di Stefano Massari dove l’io lega il parlare e la condizione di accettata (o sopportata, o dovuta) tardività senza far uso di preposizioni (…). Parlo l’ultimo, ciò che è ultimo, che non ci sarà più o ci sarà sempre, non importa: quello che importa è che viene da gridare, viene da piangere e da implorare, in una scena di gesti ultimi di mondi ultimi, di parole ultime”. Gian Mario Villalta

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La sensazione del lettore che vuole immergersi in questo libro (immergersi, non leggerlo), è quella di non trovare nessun appiglio. Le scene si susseguono, le angosce si moltiplicano, è come essere dentro una battaglia, dentro una guerra sanguinosa, ma non se ne scorge il filo, né logico né illogico; il linguaggio passa attraverso il dolore e lo coglie nell’urgenza, non del discorso ma del dolore stesso, inenarrabile, che ci riporta all’arrivo del Nunzio, nei Persiani, e al remoto urlo informe di un esercito sterminato, urlo che le sue parole cercano, vanamente, non di descrivere ma almeno di evocare.

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Il poema di cui parla Gian Mario Villalta descrivendo Parlo ultimo è davvero un poema tripartito (non una trilogia o un trittico) ma un universo dominato dalla stessa ossessione, declinata in tre volumi diversi e simili, non marchiati da una sostanziale differenza ma immersi nello stesso flusso. Scorrere, oggi, l’opera anteriore a Macchine del diluvio riunita in un solo volume, aiuta il lettore a vedere il paesaggio modellato da questi libri, a trovare la chiave giusta per entrare in un regno di “tragedia imminente” (De Angelis), dove il barbaro dolore dell’umano viene riscattato da una genesi-resurrezione attenta a sfuggire la retorica della poesia civile. Qui, il civile è l’umano assoluto, visto dall’ottica di un sopravvissuto il cui cuore continua a pulsare. Queste pagine, che non sono né prosa né poesia, sembrano il registro di una litania cantata di nascosto in un lager o in un treno per deportati: convogli dove il carattere tondo e corsivo del testo è già un dialogo sotterraneo dove il tumultuoso bianco del foglio è appena stato violato dalle parole e strappato al silenzio. Ma niente, in queste parole, si concilia con un senso definito, con una forma risolta.

Il poeta – scrive Stefano – “sa che il suo unico compito è il cammino . non conosce la direzione ma usa le ferite come una mappa imperfetta e capisce che solo nel cammino trova ogni volta la risposta . risposta che è sempre una e molteplice . e quel ‘cosa’ che tu domandi è immenso . ma non per questo inspiegabile . disseminarsi è il compito del custode . dopotutto la vita non è essa stessa ‘custode’ (anche..)”.

Ma cosa, in realtà, si custodisce? Il contenuto lo si è dimenticato. Nella mente e nelle orecchie resta un rituale di sacrificio, una lunga trenodia, un incubo senza limiti che tende l’arco del linguaggio fino allo spasimo. Il mandato a cui obbedire, “Parlo ultimo…”, è il desiderio che una fine risolva il dolore, che una rinascita finalmente si annunci.

Stefano Massari

TIMBRO. Ion Barbu

Ion Barbu (1895-1961) pubblicò un solo libro di poesie, Gioco secondo, scritto in un intervallo (1919-1930) della sua attività matematica in varie università. L’edizione completa delle sue opere è in Poezii, Editura Albatros, Bucaresti, 1970. In Italia sono state pubblicate 22 poesie nella rivista “Niebo”, n. 7, dicembre 1978, a cura di Cristina Zaccanti e Mioara Munteanu. Le due poesie qui riproposte sono tratte da quella breve antologia.

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L’annegato

Lampo straniero, separa questa pietra profonda;

valli ripide, tagliatemi un giorno come un cannocchiale!

Dell’Atlantico sono servo vibrato vero un corallo,

incoronato d’alghe, innalzato in polvere di roccia,

un tronco con consunti, vecchi rami che stanno per cadere,

da cui altri rami armati di serpi legnose

battono le acque, per staccare dal bagno azzurro

lingue verdi, sibilanti, tra i denti velenosi.

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Timbro

La cornamusa appassita del prato, o il piffero per strada,

il dolore diviso lo suona più piano, più forte…

ma la pietra in preghiera, lo spogliarsi dell’argilla

e l’onda fidanzata, sotto il cielo, diranno – come?

Occorrerebbe un canto grande, come

lo stormire di seta dei mari con il sale;

oppure l’inno del giardino degli angeli, quando

dalla costola del maschio, come tronchi di fumo, Eva nasce.

Giovanni Castiglia, Reliquia di mare

SCRIVERE PERCHE’. SCRIVERE DA DOVE. Raùl Quinto

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Prima di cominciare andiamo all’inizio. C’è un animale antico che raschia la corteccia degli alberi con le unghie. Ci sono strani disegni nella neve dopo il passaggio della grande migrazione. Bestie e dei. Dei e bestie. Mostrano i denti per mostrare ostilità o sottomissione. Un giorno imparano a ridere e il successivo iniziano a ricordare i sogni. Un mondo altro che evapora al risveglio e non torna. Vogliono ritornare l ma non possono. Non sanno. Non conoscono la porta e neppure comprendono quello che è una chiave. Vogliono stare lì con gli occhi aperti. Ma tutto si perde, anche quello che accade alla luce del giorno. Allora inventano le parole e la bocca si riempie di cose. Non direi che l’angoscia diminuisce, ma la trasforma in una pietra pulita e affilata. Parlare è utile. È come graffiare l’aria con la lingua. Come macchiare la neve del cammino senza toccarla. Questo va bene. Le parole possono toccarti e macchiarti. Ti possono cullare con una canzone di fronte al fuoco e ballare con le ombre tremanti dall’altro lato. L’animale che guarda dal bordo della luce non conosce parole e ci guarda con il mondo ardendo nelle pupille. Le parole servono per scongiurare la paura. Per dire: questo è il mondo, contemplalo. Questo sei tu. Ma la parola è anche piccola e poca, di fronte alla paura e al mondo. Parla. Dimmi. Che succede. Cosa rimane. Ti avevano raccontato storie che prima raccontarono ai tuoi genitori e che qualcuno disse la prima volta il giorno in cui si inventarono le parole. La vita. I racconti. La vita, anche, in quello che dicono le parole. Una ragnatela di senso che avvolge tutto quello che succede. Parli, e ogni parola è una vertigine che cade dalla lingua. Un niente che ritorna a lasciarti solo. Per questo possibilmente si è reso necessario scrivere. Scrivere è dire: questo fu il mondo, ricordalo. Scrivere è dire più in là della lingua e del tempo. Tentare la permanenza di fronte alla fugacità e al niente. Perché l’animale è breve e il falò si spegne e si porta le canzoni e i racconti della notte anteriore. Ma la scrittura è eterna. Non lo è. Lo è. Vuole esserlo. È la constatazione del desiderio di eternità. Di essere dio. Si scrive per dire senza stare. per dire senza parlare. Per enumerare le possibilità del mondo e lasciare memoria. Per comunicare con gli dei e con gli spiriti delle bestie. Contro la marea del tempo e il vento che porta tutto via. Contro la paura e la angoscia. Scrivere è dire: qui ci fu qualcuno e ti sta guardando negli occhi adesso. Si scrive per essere fuori del corpo e continuare là dopo essersene andati. Per parlare coi morti e con il futuro. Per parlare con i morti del futuro. Per potere capire quello che non si può capire e poter tacere per sempre. Da questa necessità potrebbe venire la scrittura. Forse. per poter stare in silenzio e parlare senza sosta nella grande conversazione senza nome. Una chiave per ritornare al luogo che c’è dall’altro lato. Per portare questo luogo qui. Chissà. Io non so nulla. In realtà nessuno sa nulla, e per questo scriviamo. Il primo animale, il primo dio e la prima bestia, non sapevano nulla e per questo scrissero. Tortuosamente, sul ghiaccio, fino a quando lo ruppero, e rimasero catturati dentro come un’ombra. Guarda bene queste parole, guarda bene l’oscurità di questo inchiostro: sono loro. Qui c’è un abisso. Un pozzo. Qualcosa che cade da sopra, verso il nero dello spazio infinito. L’universo è pieno di parole, di canzoni e storie perse, galleggiando come polvere cosmica alla deriva, senza massa atomica che la leghi a nessuna parte. Si dicono e se ne vanno. O non si dicono e non arrivano mai. Scrivere è tentare di rompere questa catena. Scrivere è contare le teste della mandria e il nome delle stelle. È una forma di sopravvivenza per un animale spaventato. Prima di cominciare dovremmo avere chiaro tutto questo. C’è un uomo che capta parole attraverso torri di elettricità invisibile. Un animale antico che graffia un muro con la fibbia della cintura del suo gilè. Sta scrivendo. Non può smettere. La porta è spalancata. E questa è la sua canzone (traduzione di Piero Dal Bon).

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Il testo è tratto da da: Raùl Quinto, La canciòn de NOF4, Jeckyll & Hill, 2021.

Raúl Quinto nasce nel 1978 a Cartagena (Spagna). Tra le sue opere narrative: Grietas (2002); Un autor en busca de personajes (2002); La piel del vigilante (2005); Idiotica (2010); Yosotros (2015); Hijo (2017); Sola (2020); La canción de NOF4 (2021).

Fernando “Oreste” Nannetti, Graffiti

I NOMI DEI MOSTRI. Ilaria Palomba

I testi sono tratti da: Disturbi di luminosità, Gaffi, Roma, 2018.

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Odio il mio corpo.

Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle sono faglie e fori, depressioni e voragini. Ingrasso e dimagrisco ogni volta che mi guardo allo specchio. Ho dodici anni e ne ho cento.

Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.

Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così inadatto sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, ricordo solo gli occhi del ragazzo delle altalene, occhi senza pupille.

Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e da quelle mani ficcate dentro il costume. Sarei potuta fuggire. Avevo scelta anche al parco giochi. Il cigolìo delle altalene.

Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e mi dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, violentata per la seconda volta.

È questo l’incipit, dice l’Oracolo. Da allora il corpo non ti appartiene.

E i farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.

Sul mio corpo chiunque ha agito e disposto come meglio ha creduto. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza.

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Essere corpo è doloroso e sterile. Non ci sono elefanti neri in Danimarca – diceva quella strofa. Ritorno, lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. Ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente. Ingiustamente? Paura dell’uomo e del vuoto. Precipito. Non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. La città è buio vivido o grigio stellare. Non ci sono riferimenti certi. Quale città? La mia? La tua? La loro? Potrebbe essere Roma, Dublino, Parigi, Berlino o Bari. A chi importerebbe?

Non ho pianto, non l’ho mai fatto. Mi sono divertita a ondeggiare funambolica sul filo di corda – corda spezzata, attimo ardente. Stavamo fuggendo. Da cosa? Fuggivamo dalla fuga.

Ci siamo spiate tra gli specchi, tra miliardi di frammenti nell’iride, mia doppelgänger, o forse sarebbe più corretto chiamarti Lei.

Lei era perfetta, con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica, distillato d’illusione.

Sei pazza? mi chiedeva, mentre sfilava i guanti in un palcobar di quart’ordine, prima di andare in scena. Quale scena? C’eravamo solo io e Lei, la città spettrale, l’attimo infinito, l’istante eterno, sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’una all’altra. Identiche. Identità e non contraddizione.

Poggio le gambe sul suo grembo, aspetto che Lei le accarezzi. Sentirò come schegge nelle ossa. Aspetto che la sua bocca deglutisca la voce. Aspetto che le parole mutilino tutta questa distesa di pelle che le giace sul grembo.

Ha succhiato la mia lingua, conosce a memoria il sapore della mia saliva. Io conosco il gusto del suo sguardo, sacrilego diniego.

Ho infilato la lingua tra le sue cosce. Stavo solo cercando di capire chi fosse. Abbiamo danzato a lungo, Lei, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. Penombra, nessun suono. Ascoltavamo la nenia di noi stesse. Dimenticanza arresa. Attesa di divenir farfalla. Le farfalle vivono un solo giorno, per questo io le brucerò le ali prima che possano spiccare il volo.

La prima volta che ho incontrato Lei è stato in pineta in Salento. Se ne stava sull’amaca a bere sangria. Ero piena di tagli sulle braccia. Saltò giù dall’amaca e disse: Diventa vendetta. Se non diventerai vendetta, loro ti faranno in brandelli.

Chi sono loro?, dissi.

I mostri, disse.

Come lo sai?, dissi.

Le cose che non si vedono decidono per noi. Ora infilzali. Immaginami dipinta di rosso in volto. Di blu le cosce. Di giallo l’addome. Di nero le braccia. Seconda pelle. Nel cerchio sacro entrano ed escono. E anche tu entri ed esci. Io e Lei ci passiamo bevande mistiche da una coppa di legno. Tieni, bevi, mi dice. Fuori il sole ferisce gli occhi.

Rientro nell’utero della notte e Lei è un disegno cancellato dalla bruma.

La prima performance è stata una rivolta. Un foulard nero sul viso. Dipinta di bianco, camminavo nel cortile del teatro India. Non volevo guardare. E non vidi.

Ti avevano insegnato a camminare con gli occhi, dice Lei. Ora devi farlo senza. Cammina senza occhi. Senti il gelo nelle ossa. La pelle si riempie di crepe. Aprila. Lascia entrare la luce. Il buio. La luce. Il buio. La luce.

Cammina sugli specchi e non guardare. Uno specchio sbrecciato è un corpo senza corpo. Non parlarmi di anima, l’abbiamo mangiata, l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. Ora seguimi, sul bordo del grattacielo di qualunque luogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento, a deglutire i simulacri di noi stessi in un cannibalismo che non ha pari.

Aprimi, come un cuore vivisezionato da Dio. Prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. Prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora, genuflessa miliardi di volte nel corpo. Alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. Grido silenzioso levato da bocche che non dicono più.

Stammi lontana, amica di sempre, dico a Lei, ti vedo riflessa nello specchio, gli occhi azzurri, una ciocca di capelli miei tra le mani. Le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. Sotto i pavimenti la notte dormono i mostri.

Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.

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Non requiem

Questa prosa è un atto di salvezza, un “non requiem”. Descrivere il proprio disastro interno con tanta inflessibile chiarezza è il dovere che Ilaria Palomba ha decretato per sé: il suo ineluttabile mandato psichico. Restare immune dalla devastazione del dolore è l’utopia di questa scrittura, vero e proprio “rifugio della mente”: una mente intrisa di corpo che articola il suo ritorno dagli inferi costeggiando il precipizio di quella “scrittura del disastro” di cui ci parla Blanchot. Descrivere la personale catastrofe senza attuarla è il progetto necessario. La “pelle deformata”, da tirare via con il coltello, è già tutta contenuta nello scuoiamento di Marsia – il cuore della scrittura stessa. Apollo tornerà, ma dopo, come testimone della ferita aperta, come “testo”. (M.E.)

Ilaria Palomba

William Congdon

PER “MARGIT”. Silvia Comoglio

*Silvia Comoglio, Margit e un prato con fiori e farfalle dipinto a Terezin, testo inglese a fronte a cura di Giorgio Mobili, Book editore, Riva del Po, 2024.

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Un libro come Margit e un prato con fiori e farfalle dipinto a Terezin allontana da sé ogni commento che non siano le parole stesse dell’autrice: “Questa breve silloge è stata composta per Margit Koretzovà pensando a un disegno, Rozkvetlà louka s motýly, Un prato con fiori e farfalle, che Margit fece quando era nel campo di concentramento di Terézin. Rozkvetlà louka s motýly non è l’unico disegno di Margit ad essersi conservato, ce ne sono altri 32 negli archivi del Museo Ebraico di Praga. Linee e colori che tagliano di netto il Tempo e la Storia, innervandoli e imprimendogli una frattura e una ferita da cui non si può prescindere”.

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Margit’s butterfly

….sempre sei eco di radice del Tempo senza volto,

perfetto àlbero stupendo dove, l’alba, si ribalta dentro la ferita

come, come quando lo stelo, si fa luce, uscendo –

dalla terra….

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Per Margit Koretzovà,

Plzeñ 8/4/1933

Terezìn 1942 – Auschwitz 1944

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[…]Memoria e Vita devono coincidere o la Memoria rischia di inaridire e svuotarsi. Deve invece essere viva ma può esserlo solo se è alla Vita, a chi c’è in qul monumento e in quel nome, che tendiamo. E lo cerchiamo […]

Giovanni Castiglia

EPIFANIE NASCOSTE. Paolo Valesio

*I testi sono tratti da Paolo Valesio, Il regno doloroso, Edizioni dia-foria, collana floema, Viareggio, 2024.

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I veri scrittori non tradiscono mai se stessi e tornano a ri-considerare le proprie tracce. È il lavoro, qui, di Paolo Valesio che ripubblica, per le edizioni dia-foria, il romanzo Il regno doloroso, terminato di scrivere fra il 1981 e il 1982. L’antico romanzo, dove prosa e poesia si confrontano in un dialogo serrato sulla contemplazione delle cose del mondo attraverso gli occhi dei tre protagonisti, è vivissimo nella memoria e nelle riflessioni del suo autore. Questo non è un romanzo sperimentale ma l’esperimento di un romanzo dove tre personaggi. Leo, Aurelio e Doriana, vivono la loro quotidianità, descritta da una voce narrante, in mezzo a spostamenti continui tra Vecchio e Nuovo Mondo. Dal loro vivere, e dalle loro differenze, emerge l’acuità dolorosa con cui vengono osservati eventi anche minimi. L’acuminata contemplazione delle cose del mondo, nei loro dettagli, procura piacere e dolore. Il “regno doloroso” non è l’arido segno di un’assenza: è un mondo affollato che trasmette affanno e gioia, e testimonia la presenza del sacro. Il sacro si manifesta in modo frammentario e degradato, in forma di “epifanie soffocate”, come quando descrive l’orgasmo felice di Aurelio mentre descrive l’esecuzione della “Quinta” di Beethoven diretta probabilmente, Valesio non lo nomina, da Guido Cantelli, il grande direttore d’orchestra morto a neppure quarant’anni in un incidente aereo). Il sacro è indissolubilmente legato alla fenomenologia della carne e dei sensi.

Chi si trova a leggere oggi questo libro, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua stesura, sarà sorpreso dalla felice inattualità di pagine ancora feconde e presenti. Il primo che lo rilegge è proprio il suo autore che, nelle pagine finali della nuova versione, riporta frammenti illuminanti del suo diario d’autore, di cui riporto due appunti datati 12 settembre 2023 e 14 settembre 2023: «Mi rendo conto adesso che questo romanzo non riflette soltanto un modo di vedere la realtà, ma anche un modo di vedere i film. Amo gli spettacoli teatrali e la letteratura più del cinema. Ed è forse per questo che, come spettatore di film, sono sempre stato più interessato ai dettagli minori e minimi (gli abbigliamenti degli attori, i loro piccoli gesti “quotidiani”, i mobili e oggetti d’arredamento, i particolari del paesaggio, ecc) che alla trama e al messaggio”!». «Nel modesto regno del presente romanzo, ciò che viene escluso è altrettanto importante di quello che vi è incluso. Questa narrazione esclude: la vita interiore, la storia, la società e la natura. E allora, che cosa include? Tutto il resto. Come, per esempio, la corrente che scorre sotto tutta la non-narrazione: il senso o sentimento di solitudine dei personaggi (senza età definita, ma ancora giovani). Senso/sentimento intensificato dalla loro condizione di espatriati e viaggiatori».

Nel Regno doloroso persiste l’interrogazione accanita di oggetti ed episodi da cui potrebbe scaturire la scintilla di una visione che trasforma le descrizioni in epifanie significative di certi momenti esistenziali. L’interrogazione è accentuata dalla voluta trasformazione del tessuto prosastico-romanzesco nei ritmi complessi di una poesia narrativa. Il progetto speciale (utopico?) a cui Valesio lavora dal 1987 è la Tetralogia: un complesso di quattro diversi “romanzi quotidiani”, che comprende a tutt’oggi circa 20.000 fogli manoscritti, per la maggior parte inediti: una sorta di “Commedia” che ha il fascino di una laboriosa e inattuale “riorganizzazione” del mondo.

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L’attore si prodiga solo, seduto a una tavola disadorna (con l’occasionale aiuto di qualche disco) in un monologo brillante, molto lungo. Il pubblico è generalmente favorevole: segue con attenzione, ride.

L’attore guarda soprattutto davanti a sé –

con polita attenzione osserva, come in una conversazione, i volti degli spettatori di fronte a lui –

e ogni tanto si volge nettamente alla sua destra o alla sinistra, dove altri spettatori stanno seduti

(la saletta non è molto grande).

Alla sua sinistra sta,

seduta sul termosifone spento,

una ragazza: graziosa alta bionda gambe lunghe.

Ha l’aria imbronciata (e viziata). Guarda l’attore al lavoro con un atteggiamento manifestamente ostile; è accigliata, sembra scandalizzata. Ogni tanto ride, in modo secco e breve;

poi di botto si ferma e s’incupisce –

è come se la risata le fosse stata strappata a forza, ed essa subito s’irritasse

per aver dimostrato debolezza,

Sente, l’attore,questa vibrazione fredda di ostilità? Forse – ma non pare risentirne effetto; questa ostilità sembra spingerlo a essere particolarmente vivace.

Chiude il suo monologo alzandosi da dietro il tavolo, ringraziando il pubblico; subito scoppiano gli applausi –

e l’attore si muove alla sua sinistra dove, sporgendosi sopra il termosifone, accende l’interruttore che fornisce la luce piena alla sala (fino ad allora in penombra intorno al cono di luce della lampada sul tavolo).

Per far questo l’attore deve passare con il braccio sulla testa della ragazza bionda; non può non notare che –

sola, sembra in tutto il locale –

la ragazza resta seduta dov’era e non applaude. I loro sguardi non s’incrociano, l’attore esce lento senza volgersi indietro.

(da Il regno doloroso)

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Paolo Valesio, poeta, saggista e narratore, è professore emerito di letteratura italiana alla “Cattedra Giuseppe Ungaretti” presso l’Università Columbia di New York, dove ha concluso la carriera universitaria dopo i suoi studi e insegnamenti all’Università di Bologna, all’Università di Harvard, all’Università di New York e (durante un quarto di secolo) alla Yale University. Attualmente è Presidente del Centro Studi Sara Valesio (CSSV) a Bologna. Ha diretto la rivista “Yale Italian Studies” (1977-1978, 1980). Ha fondato e diretto lo “Yale Poetry Group”, riunione bi-settimanale di discussioni e letture poetiche (1993-2004). In particolare, ha fondato e diretto la rivista “Yale Italian Poetry — YIP” (1997-2005), diventata dal 2006 a Columbia “Italian Poetry Review – IPR” e che continua a essere attiva tra New York, Firenze e Bologna, ed è co-direttore della collana di poesie e saggi “Ungarettiana”, pubblicata da IPR. Dirige la collana teatrale “Persona” per le edizioni puntoacapo, collabora al quotidiano online “ilSussidiario.net” (www.ilsussidiario.net). Fra i libri di critica: Strutture dell’allitterazione: Grammatica, retorica e folklore verbale, 1968; Ascoltare il silenzio: La retorica come teoria, 1986 Novantiqua); Gabriele d’Annunzio: The Dark Flame, 1992.  Dopo un primo romanzo ancora inedito, Valesio pubblica due romanzi: L’ospedale di Manhattan (1978), Il regno doloroso (1983) e il romanzo-saggio Dialogo coi volanti (1997). Oltre a 19 raccolte di poesie, pubblica un poema drammatico, Il Testimone e l’Idiota. Ha ricevuto due premi alla carriera: “Premio Internazionale Senigallia” (2007) e “Premio Civetta di Minerva” (2018). Lavora a una Tetralogia costituita da un complesso di quattro diversi “romanzi quotidiani”.

Paolo Valesio

IN FONDO AL BUIO E VEDERE. Ilaria Palomba

I testi sono tratti da: da Scisma (Les Flâneurs Edizioni, 2024), prefazione di Luigia Sorrentino, postfazione di Mattia Tarantino, fotografia di Dino Ignani, e scelti dall’autrice per “Scritture”.

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Giorno 0

La casa vuota dei nomi

la casa del deserto

per il suono dell’organo

nera luce intorno non hai più Dio

è il Dio dell’abbandono

il tuo nome di grafite

decomposto parla

con i morti

il cimitero della mente

epidemia

diecimila voci rapaci

il nemico armato

è l’occhio

il nemico interno

è l’altro

un plotone di sguardi

i blister

la finestra

le gambe raccolte

i palazzi al rovescio

scempio.

*

Giorno 1

Non immaginavo di aprire gli occhi

la voce disse: Ingoia la fame.

E poi la finestra, i vetri,

di schiena, rovescia i palazzi.

Mi sveglio nella foschia del dolore.

Quale parte di me è rimasta?

Siamo nell’aldilà?, chiedo.

No, siamo molto aldiquà, dice.

Cosa mi aspetta?

Nessuno sa se supererai la notte.

*

Giorno 2

L’uomo entra nel miraggio del coma. Smembrata muovo la testa. Paralisi. Titanio in L2. Ecco il padre. Perché?, dimmelo. Le vertebre, alfabeto sconquassato, il farsi nero di una luce adusta di crepe. Il farsi luce dell’oscurità. Nel fondo nerissimo cado centinaia di volte, le tende della finestra della mia stanza, traforate, tagliate dalla luce che smargina i mondi. Ero nella frattura, dove la notte si schianta. In fondo al buio vedo sempre la mia morte.

*

Giorno 3

Hai lasciato le gambe al custode

la vita assemblata nei ricordi

le rose sfiorivano e le ossa

salmodiavano in multipli

scisse smembrate in frantumi.

Ho memoria di noi prima

dello scisma

traudita la lingua delle Erinni

la tua camicia sbordata

la mia caduta il tuo pianto

fuggivi dalla donna rivoltata

altro è lo scerpo

transizione dell’ombra

non sentire più nulla

senza memoria agonizzanti

nel vuoto.

*

Giorno 4

La vigilia del nome è lo stigma

tralascia il tuo nome

assali il tuo nome.

La caduta del nome nel marmo

dissolvi il tuo nome

sbrindella il tuo nome.

Sei un covo di spago

hai croci nel midollo.

Rinuncia al tuo nome

distruggi il tuo nome.

Non esiste donna né uomo

persona è anelito nudo.

Rinnega il tuo nome

massacra il tuo nome.

Accontentati della crepa

nascondi il tuo nome

l’assalto alle ossa.

*

Giorno 23

Ero intubata, e la morfina liquefaceva le superfici. Dov’è la profondità? Volevo essere presa in custodia, tenuta a letto immobile. Non devi arrenderti, non puoi arrenderti, dicevano, Dio non vuole tu scenda ora, vuole tenerti nella lotta. Aprire la crudeltà. Qual è il senso? Imparare cosa? Accogliere quale difformità. Mi trasferirono qui per la riabilitazione, ma tutto sembrava immobile, coperto di gesso, lo stesso che avevo al braccio, alla caviglia. Chiedevo sempre di poter cambiare ospedale, come se cambiare ospedale significasse qualcosa. In stanza con me due ragazze in carrozzina, una muove le gambe, la mettono in piedi; l’altra non muove più nulla. La stanza cambia ogni volta che qualcuna va via. Diventa più grande o più piccola, ogni volta meno accesa. Assenza nell’incubo insonne. Ho camminato con il deambulatore. La gamba destra non riusciva a muoversi, non ho più muscoli, la lesione mi scava. La degenza è lunga; quando andrò via avrò nostalgia del reparto come di una cosa da non dire a nessuno.

*

Giorno 32

Non si è mai abbastanza pronti per essere vivi. Troveremo rifugio nella realtà? Non usare parole ultime, usa le prime. Resterà il destino? Devi scendere e guardare, guarda in faccia il male. Non è altrove la colpa, non puoi rovesciare l’istinto. Non nominare nessuno. Qui abita l’ombra. Non nominare niente. Cancella i giorni. Esegui la sottrazione.

*

Giorno 52

I letti vuoti delle compagne di stanza, la donna che grida, il puzzo di merda. Credi sia tutto? Il dolore è nudo, non conosce congetture, non sa dire. Ti sbrindella. Assedia. Tu guardavi all’altro capo del grido e ne vedevi sempre un altro. È la via del frantume, è un passaggio. Attraversa il silenzio, entra nel tuono. Cos’hai fatto al tuo corpo? Non pensare alle parole, non pensare alla pazzia, alla distillazione del fuggire. Pensa al tuo corpo, era vivo. Conosceva i nomi presi a sassi. Vuoi fermarti nel tumulto dei bruciati?

*

Giorno 55

Non basta salvarsi, non pensare a salvarti. Il suolo ha ottanta confini. Era il guscio, il bordo. Non basta più. Scendi nella cella, non fidarti del doppio. La scissione è il venir meno del senso, non voler vedere. Fa più male, fa più male bendarsi. Non entrare e non uscire. Resta nello scisma, nella frattura. Accettalo, questo fallire, accadrà ancora. Non rimestare l’illusione. Muovi metà gamba, non hai muscoli, hai la mente, hai il sentire. Devi andare in fondo al buio e vedere.

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Nata nel 1987, Ilaria Palomba è laureata in Filosofia; ha tenuto laboratori di scrittura creativa nei centri diurni di psichiatria e presso alcune scuole. Tra le sue pubblicazioni: per Gaffi Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, e Disturbi di luminosità (da cui lo spettacolo teatrale Disturbi, con regia di Olivia Balzar); per Meridiano Zero Homo homini virus (Premio Carver, 2015) e Una volta l’estate. Ha inoltre pubblicato le sillogi Mancanza, Deserto, Città metafisiche (Ensemble) e il saggio: Io Sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art. Dal 2010 conduce una ricerca sul tema del disagio (psichico, sociale, generazionale) e ha aperto un blog dove ha svolto un’indagine sul dolore dell’anima mediante interviste a persone che anonimamente hanno raccontato la loro esperienza di disagio: dissipatu.blogspot.com. Ha scritto per “Minima et Moralia”, “Pangea”, “Nuovi Argomenti”. Ha fondato il blog letterario “Suite italiana”.

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Ilaria Palomba (fotografia di Dino Ignani)




PER “PRIMA DEL SEMPRE” DI MAURO GERMANI. Mauro Ferrari

Mauro Germani, Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, con postfazione di Giovanni Nuscis, Puntoacapo, Pasturana 2024.

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La scrittura di Mauro Germani, qui selezionata e raccolta per dare l’attenta ricognizione di un percorso trentennale, parco ma densissimo, si pone per più versi in una zona di confine: innanzitutto fra l’esperienza immanente del mondo e un senso di trascendenza che permea ogni testo; poi, a livello testuale, non solo attraverso una semplice bipartizione fra testi in prosa (nelle prime due raccolte) e in poesia (da Livorno, 2008 fino agli inediti). Mauro Germani è infatti poeta anche nei passaggi apparentemente prosastici, mai descrittivi o narrativi, sempre concentrati sul farci percepire, appunto, i due piani di cui è composta la nostra vita.

La continua tensione che attraversa queste scritture attesta un’idea di poesia come ricerca, come ponte fra ciò che siamo e percepiamo e ciò che, pur senza percepirlo attraverso sensi o ragione, speriamo dia senso alla nostra esistenza. Siamo prima del sempre, infatti, ci dice Germani da un punto di vista che possiamo senza dubbio definire “religioso”; giustamente Nuscis, nella centratissima Postfazione, sottolinea la modernità di questo sentimento di assenza e mancanza, questo vuoto che la fede ha l’incarico di riempire di speranza. Tengo a precisare (da un punto di vista assolutamente laico) come la tensione di Germani vada oltre e si nutra di un senso di insoddisfazione verso la realtà che tutti noi avvertiamo: per la nostra limitata comprensione del mondo (di cui parla nella splendida nota finale); per un senso di ingiustizia generale per la pratica umana; per ciò che il tempo (si veda Livorno) porta via in modo irredimibile, per dirla con l’Eliot dei Quattro quartetti. Insomma, si parla qui (citando lo stesso poeta), di “qualcosa che è di più dell’esistenza stessa e le parole non bastano mai per dirlo” (p. 152).

È uno smarrimento che esige una riparazione, per dirla con Heaney. Ma, allora, diventa dirimente la capacità di rendere in scrittura questa tensione, la compresenza di corpo che vive nel presente, il quale avrà fine ma per il credente ha un fine, e l’anima, la cui vera vita è il dopo, il sempre. Oltre un punto “dove tutto finisce / oppure comincia” (p. 101), come leggiamo in uno dei testi più fulminanti del libro. E quell’“oppure”, attenzione, non è certo dettato dal dubbio, bensì dall’apertura a una duplice interpretazione che è compresente in noi, su due punti di vista: quello dell’immanenza, che appunto ha fine, e quello della fede in una trascendenza che da quel punto di sviluppa oltre l’ambiguità della vita corporea.

Certo, sussiste se non un dubbio almeno una incertezza: “Non so quale risorta carne / quale vita eterna” (p. 105) ma riferita alle modalità, ai limiti della nostra conoscenza di ciò su cui, comunque, non abbiamo prove. Per un credente non si tratta soltanto di due tempi, ma della compresenza di uno nell’altro, quasi una vita sottotraccia, una ricerca di segni. Quei segni che (ritorno a Eliot) gli uomini vorrebbero (Gerontion) ma la modernità teme (The Waste Land) perché costituiscono sempre lo stigma di una solitudine (di una ricerca solitaria): lo smarrimento e la sconfitta di cui parla ancora Germani.

La parola che sceglie il poeta per definire questa esigenza di precisione ed efficacia è allora “rigore”: e non si tratterà solo della scelta di parole parche, adeguate, ma di una vera ecologia del linguaggio, che ovviamente deve partire da una eticità intrinseca in chi sceglie di assumersi la responsabilità della parola (della parola poetica e non dell’abulia che ci sovrasta e condiziona), la quale diventa allora ponte fra quell’immanenza che è limite ma anche soglia e una trascendenza che si situa oltre “l’abisso oscuro / del tempo” per vedere il volto di Gesù, la trascendenza fattasi immanenza.

Mauro Germani