Marco Ercolani, L’ALTRO DENTRO DI NOI, Piccola Biblioteca Anterem, 2024
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“Dall’abisso del silenzio dalle possibilità minacciose, come da un passato eterno, dimenticato, si leva una voce nuova” Henri Corbin
La mancata sintonia tra l’uomo moderno e il suo ambiente di vita e la conseguente difficile integrazione tra il singolo individuo e gli altri, hanno tra i motivi d’origine quella crisi dell’io che appare uno dei temi più ricorrenti della letteratura novecentesca. I presupposti di questa situazione sono, insieme di natura storica e culturale, ma certo un significativo ruolo gioca l’influsso della psicoanalisi: la scoperta dell’inconscio cancella l’idea di un’unità della coscienza, l’uomo si scopre diviso e impossibilitato a conoscersi. Cercare il proprio centro, scrutarsi nello specchio come un testimone che guarda da lontano l’altro da sé, sperando di far risuonare quella corda viva e autentica che vede e garantisce che la vita abbia un senso, ritengo sia il filo conduttore che percorre l’intero volume L’altro dentro di noi di Marco Ercolani. Valèry parla con un Io-Sé che conosce il suo limite, ma è in grado di immaginare l’oltre più ampio e profondo dell’Io e spera dunque una possibile sintesi creativa e, come dice Sándor Marai, prima di conoscere il proprio vero volto occorre inevitabilmente e a lungo specchiarsi nel mondo di dentro. “Dobbiamo arrivare alla cima, restare lì, osservare il nostro orizzonte illimitato per un certo periodo, eccitati, furiosi, felici, spiritosi, ma non oltrepassarlo. Diventeremmo burattini, posseduti, malati, ridicoli. Ci vergogneremmo di noi” (p.72). La molteplicità di esperienze della crisi di identità dell’io caratterizza e percorre trasversalmente il panorama artistico, sia in campo figurativo che letterario, della maggior parte degli artisti e scrittori europei del nostro secolo, quali Sartre, Adamov, Ionesco, Beckett, Genet e tanti altri per i quali il palcoscenico è il riflesso di un mondo interiore scisso, disperato. Si tratta non di una malattia della coscienza, ma di una condizione che identifica l’uomo contemporaneo come alienato da sé e dal mondo, avendo egli perduto ogni punto di riferimento esistenziale. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene, sembra dirci Marco Ercolani, così alle parole scritte affida il compito di ricompaginare la” solitudine” in una comunione perché ognuno di noi vede l’altro dentro. È chiaro dunque quanto la ricerca di un linguaggio, di uno stile sia funzionale al valore morale della comunicazione letteraria: lo si vede nella testimonianza data dagli appunti di questo libro in cui l’autore adotta l’intervista letteraria o meglio l’autointervista, un genere affascinante e complesso, che si situa al confine tra letteratura e giornalismo. In questo caso, si tratta di autointervista priva di domande all’autore, libero di articolare le sue risposte o frammenti che riempiono di suggestioni simboliche, al contempo evocatrici, il colloquio-viaggio interiore teso a decifrare il rapporto tra il mestiere di vivere e il mestiere di scrivere: due livelli che si intrecciano e non si possono, più di tanto distinguere, ma che permettono all’autore di esprimersi in modo personale e coinvolgente. La letteratura è un viaggio in cui l’autore e il lettore si incontrano attraverso le parole. E così, la ricerca di un linguaggio e di uno stile appropriati diventa un atto di responsabilità e di bellezza, poiché nella tensione comunicativa verso il prossimo si può trovare una via di comunicazione con l’altro. In breve, il linguaggio e lo stile sono gli strumenti con cui lo scrittore Marco Ercolani modula il suo messaggio e crea un ponte tra la sua anima e quelle dei lettori: “E adesso, direi che è l’ora di chiudere l’intervista. Mi dirai: come? Semplice: con l’elenco dei titoli dei miei prossimi libri. Ma questo è un lavoro che lascio a te, perché io non li conosco ancora. Puoi inventare”. Ercolani dunque offre una traccia, un’occasione di ricerca del Sé dentro la vita e la conoscenza del pensiero.
L’altro dentro di noi è un’esplorazione di profondità inaudita, un’esplorazione che non abbatte confini perché semplicemente è un rendersi conto che i confini sono costruzioni mentali, reticoli che impediscono la discesa nell’essenza di ciò che siamo e percepiamo. Credere nell’esistenza dei confini è non immergersi nella vita, la vita che si nutre di se stessa e di tutto ciò che le si oppone o è il suo capovolgimento, Rendersi conto, sapere, che i confini non esistono, è il punto di partenza per lanciarsi in architetture dai mille piani scorrevoli dove tutto e il contrario di tutto contemporaneamente esistono e sussistono sempre, dove noi tutti esistiamo e sussistiamo sempre in un gioco che ci fa essere noi e l’altro in un infinito scambio di combinazioni e possibilità. Conoscerle non è importante, quel che importa è sapere che tutto può liberamente accadere o non accadere. E in quel liberamente c’è anche la nostra libertà, libertà di costruirci o decostruirci istante dopo istante.
È calata la sera sul mondo; la pittura se ne va, con tutto il resto.
Ben contento, allora, se mi si lascerà crepare in un angolo, come un cane.
Lasciamo la campagna intorno a Aix-en-Provence in un tardo pomeriggio d’estate a bordo di uno sgangherato trenino che ci riporta a Marsiglia, dopo aver visitato la grande mostra di Cézanne tenutasi al Museo Granet. Sorrido pensando che nemmeno i tremendi sobbalzi provocati dalle ruote potrebbero far cadere quelle sue mele, che sfidano qualsiasi legge di gravità, dalla tavola in cui compaiono dipinte. L’asprezza del paesaggio, tutto arbusti e pietraie riarse, è paragonabile alla vecchiaia del maestro inquieto e riottoso anche il giorno in cui due contadini trovarono un corpo zuppo di pioggia lungo il sentiero dei Lauves e lo riportarono a casa, ormai moribondo, sul loro carretto.
Attraversando le sale dell’esposizione ammiro i ritratti severi di parenti e amici, la montagna Sainte-Victoire avvolta da quelle infinite gradazioni di azzurro che portano sulla tela la presenza del vento, gli spazi bianchi che divorano porzioni sempre più vaste di colore all’interno dei suoi ultimi paesaggi. Sono sicuro che Goethe avrebbe definito Cézanne non un semplice talento, ma una Natura capace di gettare uno sguardo intimamente profondo e lungimirante sulle cose. A cento anni dalla morte, Cézanne è ancora presente nella luce accecante del sole pomeridiano, che schiaccia le ombre sui muri delle case di Aix.
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Consacrare tutta la propria esistenza all’arte, per non raccogliere altro che derisione e disprezzo, prima che la morte arrivi a cancellare tutto. Cos’altro può essere questo, se non un inutile dramma? Definiamolo, quindi, un suo parziale riscatto il vedere queste sale affollate di gente, che si sofferma dinnanzi alle Bagnanti. Corpi come statue di un bianco gessoso scolpiti sulla tela, portano rinchiusi in loro i tormenti dell’artista. E poi quella crepa che corre lungo la facciata della casa nella quale Cézanne aveva abitato è come una ferita impressa nella carne, è il solco doloroso ma necessario che separa il vecchio dal nuovo, l’antico dal moderno, il prima dal dopo. Dentro quella fenditura è conservata la polvere dei millenni, di tutti i templi eretti sulle rive del Mediterraneo, il segno per il quale Renoir ebbe a dire che i dipinti di Cézanne avevano “un non so che di simile alle cose di Pompei, così fruste e così meravigliose!”.
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La mostra non espone soltanto quadri e sculture, ma anche fotografie che lo ritraggono in vari momenti della sua vita. “Si aprì la porta. E vidi Cézanne! Vidi l’uovo lucido del suo cranio, dietro al quale alcune ciocche grigiastre ricadevano sul colletto logoro di una giacca piena di macchie”. Così lo descrive l’amico Francis Jourdain, e allo stesso modo egli appare nella foto scattata sull’uscio di casa, pochi mesi prima della morte. In un’altra lo ritroviamo giovane artista seduto per terra ai bordi di una strada come un mendicante. È risaputo che i monelli del paese lo schernivano e gli tiravano i sassi ogni qualvolta lo incrociavano per la strada con il cavalletto sulle spalle e la cassetta dei colori. Trattato al pari dei cani, che lui del resto odiava in quanto il loro abbaiare gli dava un fastidio terribile; paragonava spesso questo rumore così sgradevole al cianciare dei critici.
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Anche se come era solito ripetere Maurice Denis “ad Aix, c’è soprattutto Cézanne” non si può fare a meno di rimanere incantati di fronte a un piccolo autoritratto senile di Rembrandt, una gemma incastonata fra le tele (alcune imponenti ma vacue, come lo Zeus di Ingres) dei precursori del maestro nel museo Granet. Uno di quei meravigliosi pezzi di pittura dal quale si fatica a staccare lo sguardo.
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Nei suoi paesaggi i colori sono come travolti dalla luce; è la luce che dà loro vita, quella che egli cerca spasmodicamente nella vibrazione dei riflessi che balenano nell’aria. Quel giorno la luce era proprio quella che Cézanne riteneva la migliore per dipingere; non abbagliante, ma radente e opaca, sfiorava le case e le cime degli alberi. Non ce ne sarebbero state altre di giornate così, almeno per chissà quanto tempo. E per questo gli fu impossibile accompagnare la madre nel suo ultimo viaggio.
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ùA un tale che un giorno gli chiese quale fosse il metodo di lavoro più adatto da consigliare a un pittore alle prime armi, egli rispose: “copiare il tubo della stufa”. Forse non c’è modo migliore di questo per rendere omaggio alla realtà.
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¹ Questi sei frammenti testimoniano “l’incontro” con Cézanne avvenuto nel luglio 2006 ad Aix-en-Provence, in occasione dell’esposizione tenutasi al Museo Granet per il centenario della morte.
Essere nell’ora dell’aurora. Viverne lo squarcio che prepara la fine della notte e apre ad una luce che ancora non sappiamo se sarà per gli occhi carezza o cecità. E allora nell’attesa di capire, o anche di non riuscire a capire mai, ecco venirci incontro una fisicità che ci scuote, quel testacuoretesta allacciato in un saliscendi emotivo che si fa cortocircuito e si completa spaiando e invertendo l’ordine delle parole, da testacuoretesta a cuoretestacuore per tornare poi a testacuoretesta. Invertire, spaiare. Per ribaltare parzialità, per fondare, o tentare di fondare, il miracolo del ritorno, la pienezza di essere, esistere, fondendo i moti e gli affetti del cuore con associazioni di parole che possono dire o non dire, scuotere o non scuotere, deflagrare l’io o non deflagrarlo. Un cortocircuito, attenzione, così forte, così denso, da non poterlo a volte neppure sostenere, specialmente nell’ora dell’aurora, quando la coscienza nella luce a venire stenta a riconoscersi. E allora eccoci senza testacuoretesta, annichiliti e persi ma tuttavia presenti. Capaci di riconoscerci nella “tenerezza del cuore”, capaci di individuare la nostra “privatissima domanda”.
La privatissima domanda. Ecco, è da qui, da un archetipo interiore, da un elemento catalizzatore, che tutto ha inizio. Che l’aurora si moltiplica, prima terza quinta, e che in questo moltiplicarsi si fa padre e casa, e il “corpo affilato del linguaggio”. In altri termini, “la bocca del pane”, ossia l’unica bocca che nutre e sfama. E nutre e sfama perché trae il suo sostentamento dal pane in cui tutto è custodito, e in cui tutto si fa dono e destino. Ed è lì, nel pane, che conserva e ci ricrea e ricostituisce, che il dialogo e l’abbraccio di un padre e di una figlia si rifondano in totale comunione, perché è nell’acqua e nel grano di questo pane che si ripresenta ininterrottamente “la voce che si direbbe farsi arco e firmamento nel mattino eterno sul viso di mio padre”.
Nel pane, dunque, la voce e l’abbraccio, il firmamento e il viso del padre. E dalla bocca del pane – che per le sue radici che affondano nel grano, nel nutrimento, non è certo una bocca qualsiasi – il respiro, l’alito, da cui muove e ritorna la vita. Ritorna in un linguaggio distillato e sussurrato senza soluzione di continuità. E sillaba dopo sillaba, lettera dopo lettera, il linguaggio si fa prodigio, legame ancestrale con affetti cose e tempo. Un legame che sconfina in una forma di sapienza fluida e indefinita, e proprio perché indefinita, viva e sostanziale. Meglio, una forma di sapienza che nella luce instabile dell’aurora ci coglie di sorpresa e che Daìta ha saputo accogliere aderendovi con tutta se stessa, con una generosità emotiva ed una creazione linguistica di rara cura e bellezza.
La fama di Roger Caillois è affidata soprattutto alle opere saggistiche, su argomenti che spaziano dal mito al sogno, dalla guerra ai giochi, dalle poesie alle pietre. Tuttavia egli è stato anche un narratore. In quest’ambito, può dirsi conosciuto e apprezzato il suo romanzo breve Ponce Pilate, mentre i racconti restano ancora poco letti. Tre di essi, nel 1970, erano stati da lui inseriti in un’apposita sezione della raccolta di saggi Cases d’un échiquier. Adesso il trittico viene riproposto come parte principale del volume Noé et autres textes (Paris, Gallimard, 2009). Quest’ultimo include anche due brevi articoli che, per quanto interessanti, sarà preferibile lasciare da parte se si vuole concentrare l’attenzione su Caillois narratore.
Veniamo allora al primo racconto, Noé, che si presenta come la riscrittura di un celebre episodio dell’Antico Testamento. Al momento in cui la vicenda inizia, il patriarca ha già costruito la gigantesca nave destinata ad ospitare una coppia di esemplari di sesso diverso per ogni specie animale. Ha lavorato da solo, sfidando l’ostilità e la derisione da parte degli uomini del suo paese. Ad essi non ha rivelato nulla riguardo al piano divino di sterminare quasi tutti gli esseri viventi, ma d’altra parte non può impedirsi di pensare che Dio abbia scelto, col diluvio, uno strano modo per attuare il suo intento punitivo. Quando ormai la pioggia è iniziata, gli riesce agevole far salire sull’arca le varie coppie di animali, perché sono esse stesse a presentarsi sul posto. In tal modo vengono risparmiati a Noè molti dubbi (del tipo: si deve accogliere una sola coppia di cani oppure una per ogni razza canina, quindi due bassotti, due levrieri, due mastini e così via?). Molti degli animali che giungono lì, come il canguro e l’armadillo, sono del tutto sconosciuti al patriarca, che si stupisce del loro aspetto insolito. Infine lo stesso Noè sale, con i suoi familiari, sull’imbarcazione, mentre la pioggia prosegue incessante e il livello dell’acqua continua ad alzarsi. Anche se egli non comprende bene certi aspetti della deliberazione divina (per quale motivo, ad esempio, far morire anche i neonati innocenti?), dapprima li accetta senza discutere. Tuttavia, quando vede brulicare intorno all’arca pesci di ogni genere, si rende conto del motivo per cui non è stato necessario ospitare sulla nave coppie di animali marini, i quali non devono temere alcun danno dal diluvio. Ma perché Dio ha deciso di salvare proprio loro? E perché, tra gli esseri umani, solo Noè e i suoi parenti? Lo spirito di rivolta comincia a crescere nella mente del patriarca, che si sente sempre più depresso e disgustato. Al termine delle piogge, quando le acque si sono infine ritirate, egli trova come unica consolazione alla propria amarezza il vino. Prende dunque l’abitudine di inebriarsi, per tentare di dimenticare l’ingiustizia divina, di cui si sente complice. Questo gli fa perdere ogni ritegno: è lui, e non Loth, a compiere azioni immorali con le proprie figlie. «Degli scribi pii le attribuirono ad un altro, per evitare il supremo affronto costituito dal fatto che l’unico Giusto ritenuto da Dio degno di sfuggire al Diluvio si sia deliberatamente votato, per espiare e al tempo stesso per protestare, all’ebbrezza, al vizio e alla bestemmia». Il racconto, come si vede, rielabora in modo ironico ed eterodosso le vicende del personaggio biblico.
I due testi successivi sono di ambientazione contemporanea e scritti in prima persona. Mémoire interlope è un titolo insolito per via del secondo vocabolo, di impiego raro in francese: Caillois spiega che indica una nave dedita al traffico di contrabbando fra nazioni diverse. Il narratore esordisce raccontando di essere stato sorpreso, in piena notte, dall’emergere di un ricordo difficile da ricollocare nel tempo. Egli aveva fatto visita, assieme alla moglie, a un negozio di antiquariato che metteva in vendita due opere giovanili di Pollock. I quadri non somigliavano affatto a quelli più noti dell’artista americano: l’uno apparteneva al genere dell’astrazione geometrica, l’altro era figurativo, di stile quasi impressionista. Inoltre il loro costo superava le disponibilità di spesa dell’ipotetico acquirente. Prima che i due coniugi lasciassero il negozio, però, la moglie si era munita di una spugna umida, spolverando con essa il secondo dipinto, che aveva mostrato di colpo una sorprendente e affascinante vivacità di colori. Il ricordo di questo quadro spinge ora il protagonista ad andare alla ricerca della bottega, ma senza successo. Anche l’esame di cataloghi o articoli di riviste relativi a Pollock non gli permette di trovare una riproduzione del dipinto che lo aveva colpito. Del resto la memoria stessa sembra divenire incerta: si trattava di una tela piccola o molto grande? Il personaggio narrante non risolve il dilemma, perché si riaddormenta. «Di questo tipo sono gli andirivieni tra la coscienza e la notte, le loro prevaricazioni inestricabili». Quello che abbiamo letto era dunque il racconto di un sogno, e Caillois, come in altre occasioni (pensiamo a certi passi del libro L’incertitude qui vient des rêves), si è divertito a tenerci in sospeso fino all’ultimo riguardo allo statuto da attribuire all’episodio.
Nella terza storia, Récit du délogé, il narratore descrive l’esperienza di una perdita dell’individualità. Tutto comincia in un periodo in cui egli soffre d’insonnia. Pian piano, si manifesta in lui la sensazione di avere, prima nel braccio e poi nel ventre, un oggetto mobile, una specie di pietra liscia. A tratti gli pare persino di poterla vedere nitidamente (avendo letto dei testi psichiatrici, egli sa che un fenomeno del genere prende il nome di endoscopia). La visione dettagliata lo aiuta ad accorgersi che l’oggetto non è una pietra, bensì un mollusco dotato di conchiglia. L’animale è vivo, e in grado di far sporgere, tra le due valve, un breve orlo luminescente e ciliato: si tratta dunque di una folade. Dapprima colui che involontariamente la ospita trova irritante la presenza di un così insolito parassita, ma ben presto la accetta. Per chiarire le ragioni di questa accondiscendenza, il narratore ci illustra la propria personalità. Egli riconosce con franchezza il contrasto che esiste fra le grandi ambizioni che aveva nutrito da giovane e la riuscita modesta cui è pervenuto. Inoltre l’età non gli permette più di coltivare la speranza in un radicale cambiamento. Date queste premesse, la comparsa del mollusco rappresenta per lui una novità non sgradita. Egli si lascia condizionare dall’animale, che sembra ora in grado di dirigere le sue scelte. L’uomo si reca in una località balneare, dove cammina fra le rocce della spiaggia finché scivola e cade; pur potendo rialzarsi, lascia che le onde lo ricoprano e in tal modo affoga. Col tempo, il suo corpo si dissolve nell’acqua salata, lasciando libero il mollusco di reintegrarsi all’ambiente marino. Nel finale, la voce che parla in prima persona è quella dell’uomo divenuto folade, che tuttavia non esclude un possibile riavvio ciclico della storia: «Esiste forse anche una specie di riflusso, un corso ascendente che risale la catena degli esseri? Potrà accadere allora che io mi situi a mia volta nell’avambraccio, poi nel basso ventre di un umano, per allarmarlo e avvertirlo, per insinuare in lui il desiderio di far ribaltare la propria coscienza in un’altra, indistinta e diluita?».
Come si vede i tre racconti, pur essendo riconducibili all’area del fantastico (che Caillois, nelle sue vesti di saggista, ha più volte esplorato), sono diversi l’uno dall’altro. Sembra quasi che l’autore li abbia disposti in ordine crescente di stranezza. In effetti, però, chi conosca la sua biografia tenderà forse a rovesciare quest’ordine. Dalla narrazione su Noè deduciamo solo che Caillois è restio ad attribuire valore di verità ai miti biblici, e disposto invece a manifestare comprensione umana per il protagonista, di cui giustifica persino la dipsomania, anche perché egli stesso ha una certa inclinazione in tal senso. Il secondo racconto potrebbe essere autobiografico, essendo noto l’interesse dello scrittore per le opere d’arte insolite. Viste le riserve manifestate da Caillois nei confronti di molta pittura moderna, il nome di Pollock sorprenderebbe, se non fosse che il narratore di Mémoire interlope si preoccupa appunto di precisare che, da sveglio, non apprezza i quadri dell’artista americano. Il terzo testo, benché metta in scena un personaggio immaginario, è assai ricco di richiami alla vita dell’autore, come sarebbe facile mostrare esaminandolo in dettaglio. Persino il nucleo, in apparenza irreale, della trama, si basa sul ricordo dei disturbi psicastenici (allucinazioni dovute all’insonnia) da lui sperimentati nell’adolescenza e già descritti in un libro giovanile, La nécessité d’esprit. Da ciò si deduce che, come direbbe il Caillois saggista, «la mente non inventa ciò che vuole né come vuole». Le vie percorribili dall’immaginazione sono molte, ma non infinite.
NOTA. Testo apparso nel 2009 in «Biblioteca dell’egoista» (http://digilander.libero.it/biblioego), poi ripreso in G. Zuccarino, Note al palinsesto, Novi Ligure, Joker, 2012.
Taccuini di Friedrich Hölderlin (1806-1841) sotterrati sotto un gradino della torre di Tubinga
Chi sospetterebbe che il tragico poeta degli inni è diventato un povero vecchio che racconta menzogne a se stesso nella torre di Tubinga? Eppure la leggenda della mia pazzia è stata utile all’estasi poetica. La torre è sempre il migliore rifugio per il signor Bibliotecario. Qui posso non parlare di dèi. Qui sono calmo. Ho annunciato epifanie ma non è apparso nessuno: forse, ma per pochi secondi, si è appannato lo specchio. La poesia è una statua di pietra. Una debole lingua di sensi e di suoni esprime appena la natura di quella pietra. Qui, dentro la torre, dentro il corpo, faccio l’animale e il matto. Custodisco il vaso. I limiti della lingua sono l’ombra dell’illimitato. Un vomito e un delirio non sconvolgono nessuno. Per questo sono qui, a fare il folle. Tiro il fiato. Non sopportavo più il peso dell’esistente.
Non so quando e come accadde. Mi trovai di fronte al dio. E’ semplice dirlo, quasi naturale. Era lontano e vicino, indefinibile. Era una specie di nebbia. Niente di clamoroso. Chiunque fosse passato di lì avrebbe pensato a dei vapori della terra, provocati dal caldo. Osservai come fosse temibile narrare tutto questo. E allora dimenticai la nebbia, mi finsi pazzo, aiutai il falegname a piallare le assi, mi accordai al ritmo del suo lavoro. Non fu per viltà che tacqui ma per timore che parlare fosse svendere il dio. Lo avrei lasciato lì, nella lingua mozzata, nella nebbia, a dire di sé. Era meglio così. Stare con Zimmer, il brav’uomo.
Cosa sono le chiacchiere degli uomini se non un terrorizzato rituale di atti in attesa del congedo definitivo? Ho pena di loro. E’ più semplice la maschera-follia della vita-sciocchezza.
Amore, solo amore. Ecco, Diotima. Avremmo potuto fuggire. Ma, se lo avessimo fatto, ci saremmo bruciati uno nell’altra. E poi, chi avrebbe fatto racconto di noi?
Friedrich…
Qui, ha scritto una donna. Quando è accaduto? Ieri notte? Cosa sono i miei quaderni, adesso, se non esempi di come anche l’intimo atto della scrittura non sia una confessione volontaria ma un documento stregato, un manoscritto traversato da miniature di annegati, demoni, occhi, liocorni? Noi tutti, ovviamente, seguiamo traiettorie eccentriche.
Friedrich.
Vieni.
Amore.
Alle cinque.
E’ la settima notte: ricordati di me.
Diotima.
Perché mi parli ancora? Cosa vuoi da me? Avevo scelto la torre per non avere più interlocutori. Avevo scelto la faccia del falegname e non le tue labbra. Ho voluto che il tempo umano si riducesse a un debole incantesimo. Perché mi vuoi togliere questo spazio in cui sono immune dal mondo? Con quale presunzione vieni dall’altro regno per tormentarmi con questioni di vita e di morte? Le tue parole sono in codice. Perché vuoi che siano decifrate dal pazzo di Tubinga? Di cosa mi stai parlando realmente? Lasciami essere chi sono. Da cosa devo ancora salvarmi?
Una sala vasta, costruita per dèi felici. Uno spazio ampio e magnifico. Su questo pianeta è la torre di cui sono volontariamente esule. La mia forza è splendidamente rinchiusa. La mia poesia paurosa sigillata nella pietra. Misura e dismisura si fronteggiano, pacificate. Finalmente so. Avere un corpo umano è già possedere le pareti dell’urna. Ma allora perché, qui, queste righe di Diotima? Perché non tace? Perché non impara? Io amo l’assenza: amo Penìa, madre di tutte le cose. Ma Poros, il suo sposo, è ancora più amabile. Poros è l’espediente, la scaltrezza, l’enigma. E’ colui che dorme nel sonno. Farsi mendicante a causa della propria ricchezza, e stare lì, in cima al vulcano, senza il fuoco che ti divora, povero Empedocle. La distrazione è tutto. Una volta scrissi: «Il destino ci spinge davanti e in cerchio. Io taccio, ma s’accumula in me un peso che alla fine dovrà schiacciarmi o per lo meno oscurarmi la mente in modo irreversibile».
Scrivevo per annunziare la follia. Lucidamente, come chi scrive un articolo per essere letto. Non volevo impazzire ma proteggermi dal turbine che avevo sfiorato. Dare qualche segno di escandescenza mi sembrava un prezzo abbastanza leggero da pagare.
Dire l’oltre della gioia: essere di nuovo qui, vaso sacro ma senza dèi, colmo di polvere. Essere folle, al minimo della vita cosciente, per realizzare la migliore prossimità al dio. Gli scrittori stampano libri – che atto feroce! I poeti sono clandestini, scrivono per l’aria.
Mia madre potrà lamentarsi a piacere del suo orribile destino: avere un figlio demente. Io, però, non sono più suo figlio e non sono tenuto ad ascoltare le sue chiacchiere di nobildonna offesa. Solo i morti sono con me. I vivi, così spero, consumino altrove il loro destino.
Tutto era troppo lento per te, Friedrich…
Una volta, Diotima. Ora non più. Ora il tempo è giusto e il riparo perfetto. Se fossi ancora viva potresti venirmi a trovare, in qualche piovoso pomeriggio domenicale, senza destare sospetti: a quale cattolica e virtuosa donna tedesca non sarebbe lecito esercitare la carità e rendere visita al celebre pazzo di Tubinga?
Per tutto ciò che non risuona più ho un vero culto: essere poeti davanti a una cascata è facile come vagire. Ma quando siamo annientati da un muro ammuffito, da un tavolo freddo, essere poeti è una vittoria.
Andiamo via dal regno dei viventi in perfetta immobilità, chiusi in stretti contenitori. Se una lama sottile ci entra nella pelle mentre respiriamo, non siamo più nulla. Se un cuscino leggero ci tura le narici, soffochiamo. Se un centimetro di piombo ci penetra la carne, moriamo all’istante. Poi, alla fine di tutto, il risultato: polvere che ha provato passioni. E Fichte osa parlare di un Io…
La mia follia è un teorema kantiano. Come sempre, quando non si vuole soffrire, si diventa kantiani, fino alla ferocia. Almeno, così, tutto appartiene a una logica, non a noi. I terremoti si sono fermati. La terra smette di girare, è un sasso sospeso nell’aria. Un attimo di quiete. Me la appendo qui, sopra il cuore. I pesci nuotano nella mia stanza alla ricerca dell’acqua. Io ho una penna che scricchiola piano nel liquido, che genera carta – documenti, note, taccuini. Lettere, Diotima. Non posso tornare da nessuna parte. Per questo sono qui. Il vaso ha pareti che non sono io a decidere: è la torre del pazzo. Niente di più neutro. È stata la scelta più sobria che potessi compiere: essere povero, privo di tutto. Quale maggiore povertà che perdere il comune senso della ragione e mandare in rovina le colonne della logica umana?
La linea definita si unifica a quella indefinita solo in un’approssimazione infinita. Approssimati, imperfetti, ma sempre più vicini al centro – più affilati. Resta il corpo – una miseria da affidare agli eredi, alle tombe, ai piccoli animali della terra, ai grandi uccelli del cielo.
Mi troverai davanti al paesaggio.Diotima.
No, Diotima, non ho nessuna intenzione di opporre nulla a nulla. C’era un essere al mondo con il quale sarei vissuto per millenni, se fosse stato possibile. Quell’essere eri tu. Ma tu sei morta, sei lontana da me. Qualche idiota ha detto che, dopo la tua morte, io avevo la barba lunga, vestivo da mendicante e nei miei occhi si notava una certa assenzaspirituale. Quell’idiota aveva perfettamente ragione. Potevo essere diverso alla notizia della tua morte? Potevo essere nobilmente curvo sotto il peso del dolore, come una statua di Fidia? Ci sono imbecilli, al mondo, che non ci si sazierebbe di odiare.
Il tempo di Jena, ricordi? Quando volli mettermi alla prova e saggiare la mia vocazione. Quel tempo è morto e i miei sentimenti si sono polverizzati con quella fine. E’ rimasta, del mondo, solo questa imbarazzante volgarità. Il mio stile tardo-sublime avrà solo figli: nessuna madre da uccidere e nessun padre di cui sbarazzarsi. Non ho più voglia di niente. C’e un mezzo per liberarsi dal proprio stile?
Nessuno ha mai parlato, per la mia poesia, di un’invenzione che si immerge nella fonte stessa della lingua e canta, più che la formazione delle parole, la loro stessa materia, facendo scaturire una parola densa, sonnambolica, in bilico fra rigore ed esperienza? A tutti è bastato definirmi estraneo alla terra. Ma sono loro, i miei squallidi contemporanei, a non conoscere le grandi forze della terra.
Tra giorno e notte deve apparire una verità
ricopiala tre volte
anche se non sarà parlata
deve rimanere…
«Le donne, qui, mi lasciano di ghiaccio. Non so che fare. Sono impresentabile agli uomini. Sento che è una miseria provare visioni. Il cielo è di ferro come il mio cuore di pietra». Così scrivevo a Jena. Adesso non più. Adesso io sono Scardanelli. Che nome suggestivo! Un pianeta distorto dalla sua sfera. Un cerchio sacro rotto da uno sputo. Scardare, pettinare lana, spezzare anelli. Tessere e spezzare. Scarnare. Come il macellaio, scarnire fino all’osso. Scardinare, sradicare, svitare dal perno, strappare dalla radice! O Scardanelli! O Scamandro! Folle Aiace! Aias! Aiai! Non è scandaloso Scardanelli? Non sono io a scandire, scarnire, scarnare la trama dei miei versi, coprendo fogli e fogli dei poemi che Zimmer brucia ogni notte, fedele al mio ordine?
Ascoltami, caro. Vieni fra le mie braccia. Dobbiamo partire.
Diotima
Cosa volete da me? Lasciatemi zitto. Taci anche tu. Il carnevale della follia è così dolce. Scalda i piedi come un bicchiere di acquavite. C’è forse qualcuno che mi chiede ancora qualcosa? che da me esige la struttura di un’opera? Va bene così. Entrasse qui il re delle lettere, gli farei il latrato del cane, e le génial artiste impallidirebbe, come un qualsiasi funzionario imperiale. Sono proprio il padrone del mondo. Si spezzino gli altri, le ossa. Sono stato lirico abbastanza perché spolpino il teschio della mia poesia, anche in mia assenza. Come potevo non cedere al fuoco, Diotima? Empedocle mi catturò subito: il gorgo, la tragedia. Da sciocco e sublime poeta, lo amai. Volevo perdermi. Anche ora non ho smesso di amarlo, però ho smesso di perdermi. Questa torre è la cenere che continua a covare. Io resto qui, come brace muta. Più che uno sconfitto, mi sento uno scudo. In certi affreschi di Paolo Uccello, che ho sfogliato in alcune riviste di Francoforte, lance fitte ed aguzze delimitano il furore della lotta, lo alludono ma non lo dicono. La mia follia è questa selva di lance, Diotima. Perché avete tutti commesso lo stupido errore di confondere la mania che smarrisce col furore che nutre? Perché sei morta nell’estasi del nostro amore? Perché ti sei smarrita? Avresti dovuto capire che il nostro era un magnifico gioco, una maschera del desiderio, un balletto soave. Non si smette mai di danzare, Diotima. Il piede batte sul suolo, all’ultimo suono, e si leva.
«La sua lingua era un miscuglio di greco e di latino, era incomprensibile, non potevo scambiare con Hölderlin una parola sensata!».
Müller: povero dottore spaventato! Un uomo semplice e infantile: razza d’idiota. Ma raggirabile alla perfezione. Esseri come Müller hanno perfezionato il mio scherzo. Si diceva allora, fra medici, amici, nemici, parenti, poeti: «Hölderlin è tornato ed è folle». La frase era perfetta: completava il mio disegno come la mano completa la forma del braccio.
Quando il grande funzionario imperiale delle lettere Johann Wolfgang Goethe venne a trovare me, il misero signor Bibliotecario, provai un senso di malcelata contentezza. Egli mi salutò affabilmente, composto come sempre, attorniato da due giovani studenti di Jena. Mi pregò di scrivergli una poesia: si raccontava, in giro, che io scrivessi poesie solo su richiesta dei miei visitatori. «Come vuole Santità Vostra. Scriverò della Grazia, della Primavera o dello Spirito del Mondo?». Goethe sorrise, benevolo. Per lui non faceva differenza. Io mi sedetti al tavolo, mite scrivano obbediente al comando del grande scrittore. Scrissi come sotto dettatura. Lui mi guardava, attendendo pazientemente i versi del folle, il bizzarro reperto che avrebbe annotato, descritto e catalogato nel suo erbario di rarità. Fu allora che la sua fronte mi diede un senso di raccapriccio e di nausea. Stracciai il foglietto con i versi appena scritti, ne feci una palla e la scagliai sulla fronte del vecchio. I due studenti, sbalorditi, fecero cerchio attorno al grande scrittore imperiale. Cominciai a grugnire come un maiale. Mi misi carponi. Guaii. Lanciai strida. Goethe sbiancò. I due studenti indietreggiarono con lui. Li vidi scappare a gambe levate dalla torre di Tubinga. Risi in modo sonoro e lacerante perche mi udissero bene. Avevo voglia di vendicarmi del patriarca. Che il mio riso gli risuonasse nelle orecchie per sempre come una sentenza di morte, ogni volta che una ballata armoniosa gli fosse venuta alle labbra con quell’irritante facilità.
Gioisco al pensiero che tutto, nel mondo dei suoni e delle cose, ha una connessione misteriosa: che le stoviglie sporche di cibo e il movimento delle sfere celesti hanno comunque una legge comune.
Parleranno, nei secoli, della notte che mi ha ottenebrato la mente. Io tratterrò a stento, dalla terra, una risata di scherno. Quella lunga risata, che sale anche oggi dal fondo della torre, in certe notti di plenilunio.
Qualcuno ha mai studiato veramente la mia calligrafia? Ogni parola, nella pagina, ha uno spazio esatto. Guardatela bene. È proprio la scrittura di un folle? Ne siete sicuri? Leggetemi:
24 maggio 1748
Quando la vita usata dell’uomo va lontana
dove splende lontano il tempo delle viti –
vi è anche il campo sgombro dell’estate
e il bosco appare nel suo volto oscuro.
Se la Natura integra l’immagine dei tempi,
se lei rimane e quelli sono labili,
è per sua perfezione. Il cielo alto riluce
per l’uomo come i fiori che incoronano l’albero.
Con umiltà
Scardanelli
E allora che ne dite della mia esitante e anomale calligrafia? Non notate che i dislivelli fra le lettere sono assenti, che tutti i margini sono occupati, che c’è armonia fra riga e riga? Non vi è nulla di realmente sbilenco o folle o deforme nella mia scrittura. Periti calligrafi avrebbero riso delle diagnosi di medici ottusi, turbati dall’orrore dell’incomprensibilità.
Dalla mia finestra vedo il Neckar, la valle, il bosco. Waiblinger si ricorda benissimo quando mi sono seduto accanto alla mia finestra e ho descritto il panorama con parole perfettamente comprensibili.
Mio Signore, Vostra Grazia, Sua Maestà. Il mio nome è cambiato, Eccellenza. Non sono più F.H. No, mio Signore. Non sono Holder, il triste sambuco. Non sono Helden, lo stupido eroe. Chiamatemi Killalusimeno, Buonarroti, Buarroti, Scaliger Rosa, Skardanelli, Scardarelli, Scarivari, Salvator Rosa. Llalusi: luce, illusione, signore. K (Chi?). Ma venir meno! Il mio nome, Signore, Eccellenza, Vostra Grazia, è un pasto per la specie umana. E’ il suono skar che voglio impastare nel mio nome. Voglio che gli uomini, chiamandomi, abbiano nella bocca questo suono feroce, ingiurioso, accusatorio, conclusivo: skar.
Buonarroti: scultore. Buarroti: l’artista deforme. Salvator Rosa: pittore. Scaliger: un dipintore di Verona. Scarivari. Stradivari. Trillo del diavolo. Sono il vostro umilissimo Scardanello. O Sganarello? E Don Giovanni, dov’è? Perché non avete mai immaginato che io fossi il servo di me stesso? Parlo italiano, signore. Ho diciassette anni, barone. A trentasei moriva mio padre. A trentasei sono impazzito. Fra trentasei morirò?
Ormai, Diotima, non sono che lì. Il Tu mi ha tradito. Non posso parlare ancora. La scordatura va curata in un altro modo. Questa spinetta non funziona più. Male. Malissimo. Precipitevolissimevolmente. Parola di Herrn Rossetti. L’uccellinmadrigale succhia la valle del Neckar da millenni. Un canto lussurioso. Mi sento, con i pensieri, così cerimoniale. Non ne avessi neppure uno, a frugarmi la mente…
Quando dissi che la sorgente della saggezza era avvelenata e che i frutti della conoscenza erano quelle prugne malcresciute che avevo schiacciato nel mio giardino, qualcuno sorrise. Ma io intendevo altre cose…
C’è un Dio cannibalico che mangia volentieri il mio ciarpame di carta: si sveglia alle undici del mattino, si stiracchia le membra, poi comincia ad affilarsi gli artigli (anch’io li affilai, un giorno, nella carrozza, contro la faccia di un imbecille). Io non sono un Magister: io sono il bibliotecario del Principe. E, soprattutto al mattino, mando un odore particolare. È l’odore dei pazzi: l’ho scelto accuratamente, a custode della mia pelle. Credo che il medico che studia la psiche e quello che studia la pelle siano due asini di ugual valore.
Voi, boschi soavi, dove a serena distanza brillano splendide immagini del paesaggio che inseguo assiduamente in questa mite atmosfera, voi, boschi belli e dolci, ho perso il ricordo delle forme grigie e inarcate delle nubi, ho dimenticato le vampe dei boschi e i rombi degli uragani. Scrivo in piedi. Batto il ritmo. Fingo di essere un ingenuo estensore di dolci strofette alcioniche. Mi va bene così: uso modelli semplici. Non turbatemi più. Non sono fra gli uomini che vogliono nuove mete, segni dal mondo, prodigi. Voglio la mia valle delimitata, il mio piccolo purgatorio, e le dolci, uguali, chiare stagioni… Quando scrissi l’Estate e la datai 9 marzo 1940, io avrei voluto, forse, dire che, ma no, ma sì, domani, certo, d’accordo, la pace, la salvezza, per tutti…
Passatempo burattinesco per tutti i Keller e i Fischer che vengono a spargere lacrime sulla follia dello sventurato poeta, io suono la spinetta e improvviso poesie con il cuore che mi batte della gioia, consapevole di ingannare tutti, anche me stesso.
Mentire è una nota leggera, un accento acuto, nel mio presente, che non sopporta i gravi e tragici accenti del passato, che non tollera i circonflessi e instabili accenti del futuro.
All’egregio signor di Le Bret che viene compunto a trovarmi auguro di évanouir nella valle del Neckar. Via da qui, bien loin d’ici. Versi metricamente esatti. Così come si deve. Il demone si libera dai parassiti. Avete mai sentito di quei nani greci che consegnano ai rari visitatori le maschere di se stessi e poi si sfrenano in una danza irripetibile?
Camminare. E poi camminare. E ancora camminare. Finché i pensieri escono dal naso e i versi dalle dita e tutto comincia a fluire: camminare per smuovere le pietre che si oppongono alla circolazione del sangue. Ciò che mi ha reso esausto è stato quel dovermi sempre comportare da ometto perbene, da umilissimo aio fra le linde pareti di una stanza borghese, da povero servo che nelle ore libere sognava troppo attentamente il suo sogno, le sue impoetabili lingue, tutte oscillanti sull’abisso.
Zimmer mi fornisce di molta carta. Io devo molta carta a Zimmer. Per quanti gulden cago poesia?
Zimmer. Mio dolce falegname. Mia camera dolce. Rifugio. Legno caldo. Qui. Stare, stare. Qui. A lui e solo a lui lascerò questi taccuini: in un cassetto a parte, ben distinti dalla carta che riempio di poesie d’occasione. Non ne dovrà mai parlare e solo un suo lontano discendente, nel ventesimo secolo, a prodigiosa distanza dalla mia morte fisica, potrà pubblicarli.
Riesco bene a mimare, nel viso che sta invecchiando, gli effetti devastanti della follia – lo sguardo obliquo, l’irriducibile magrezza, il fare cerimonioso e convulso, lo spasmo delle dita – tanto che potrei essere, per gli scrupolosi esegeti della mia malattia, una bellissima biblioteca sintomatologica.
Vorrei fare un Almanacco e con le poesie dell’Almanacco mettere tutti nel sacco, anche Apollo che aspetta le odi, anche Cerere che nutre i semi, e tutti gli altri dèi per i quali meditai rinunce e tragedie: ma gli dèi sono tutti in questo dito segato dalla forca del falegname – non sapete che i falegnami costruiscono forche per i condannati? -, in questo dito che si suppone appartenga al grande Hölderlin, che fu piccolo fra le tette della Nutrice, e con quel dito esplorava le orecchie e gli occhi di lei e piangeva quando non trovava nulla e doveva ricacciarsi il dito in tasca e piangere poesie e tremare poemi, da sciocco ragazzo qual era, pieno di desideri, traboccante di sogni. Gli dèi sono tutti in questo dito da forca – dito di merda, dito di porca.
Non aprirete il mio anfiteatro. Scardanelli-Turm: proprietà privata. L’intero corpo, l’intera psiche. Io sono gentile. Io suono e scrivo. Io cammino. State lontani. Fate visita a un monumento o al tarlo che lo rode? State lontani. Sii tu, o canto, il mio gentile asil. Sono robusto, vivo e cammino. Mi piacciono i valzer. Il mondo e bellissimo. Ohdindondan.
Pallaksch.
Né si né no.
P-a-l-l-a-k-s-c-h.
Non posso rispondere.
E’ lei che lo afferma.
Forse.
Vostra Grazia lo dice.
Io no.
Se lei comanda, certo.
Non saprei.
Gustav Schwab disse che nelle ultime poesie il mio genio appariva più integro. Fu il solo che, sebbene parzialmente, intuì la verita. Ma quella che lui supponeva integrità era solo pacificazione dello spirito.
«Assente dal mondo. Sconvolto nella mente. Capace solo fino a un certo punto di lavori letterari. Non è più possibile far rimanere ad Hamburg il mio infelice amico, la cui demenza ha raggiunto un grado molto alto».
«Vagava con i sensi in disordine, in un soliloquio confuso».
«Sono comuni ai suoi versi rigidità e affettazione, linguaggio lezioso, manierismi verbali, tono infantile, pleonasmi, stereotipie. La sensibilità stilistica è perduta. I concetti chiari sono sostituiti da parole vuote».
Da finto fool penso ai grandi uomini delle grandi epoche, che si propongono di raggiungere il fuoco sacro e trasformano il legno e la paglia del mondo in lingue di fuoco slanciate con loro verso il cielo. Gli uomini non sopportano che quanto pensano e fanno venga trasformato in fiamme dai poeti.
La mia vita più intima si ribella se penso che noi ci siamo perduti.Diotima
A fatica mi costringo a parlare. Credimi, Diotima: la parola si versa copiosa dalla bocca ma il meglio resta sempre in disparte e giace in profondità, come la perla nel mare.
Io? Nostro Signore Iddio.
Simile all’uomo che divora uomini
a colui che vive senza amore.
[…]
Un segno noi siamo
di nulla
discorde lucente
nulla chiaro
fuori dal pensiero
all’ira del mondo
senza nome vaso roccia giorno
[…]
l’ira del mondo
Grave la parola: un macigno. Ma fatta di suoni di incommensurabile leggerezza.
Mi chiese di te. Gli risposi con parole sconnesse, Diotima. Gli dissi che ci eravamo sposati, che avevamo tredici figli, di cui uno era imperatore di Spagna. Lo confusi, lo smarrii. Perché non ripetesse più il tuo nome: è la sola sofferenza che non posso tollerare.
Si deve sentire, tra i mortali, il sublime. Ma come?
L’artefice forma vasi. Ma, quando si arriva al giudizio finale, quando si posano le labbra sulla coppa, si sente solo l’aria.
«Solo di un folle voglio parlare, non posso vivere se non parlo di un folle!». Oh Waiblinger! Puro, povero, piccolo ragazzo! Il mio solo rimorso è avere ingannato anche lui, come gli altri. Ma questi teneri ed esaltati studenti, dopo aver visitato la torre di Tubinga, hanno scritto poesie più profonde e racconti più pensosi.
Ho sempre amato le montagne. Morbide e sacre, umane e celesti: cambiano secondo la luce o il vento. La poesia può nascere e morire mille volte, frantumata in mille lingue, ma la montagna resta, indifferente e luminosa, chiara e sacra. Vale per tutti. Non dà e non restituisce. È.
Alla fine, in certi momenti, non potevo realmente scrivere una parola di più. Solo esortato da sconosciuti, mi sedevo al tavolo e scrivevo. Ogni suono in più sarebbe stato un colpo alle spalle dell’uomo in bilico sul precipizio. Ma, se venivo pregato, se era l’occasione del momento, potevo obbedire, potevo salvarmi. Non scrivevo per me. Non ero in pericolo di vita.
Diotima, non possedere la gioia che potremmo darci merita le lacrime che piango da anni. Ma la cosa orribile è che tu sei morta con le nostre forze migliori, uccisa dalla nostra comune assenza. Ignorando se sia meglio tacere ciò che ci sta a cuore o tentare una parola, ho pensato stupidamente di risparmiarmi. Mi sono messo da parte. Ho fatto finta di accontentarmi, come se io fossi veramente il giocattolo degli uomini e delle circostanze. Ho rinnegato l’amore per te opponendogli l’estrema resistenza in me.
Quasi settantanni. Da ventisei sono folle. Quasi sessant’anni. Da ventisei sono folle. Ma le poesie, che firmo Scardanelli, non sono macchie d’ombra su un fiume lucente: sono semplicemente il mio porto finale.
Grande quiete. Tempo sereno. Fra poco mangerò. Se le poesie mi avessero bruciato, come potrei nutrirmi ancora? È bello nutrirsi e custodire, nel corpo buio, il cibo. Trasformarlo, dissolverlo e poi scaricarlo in merda. Zimmer dice che il troppo studio mi ha fatto esplodere. Rettifichiamo: avrebbe potuto. La torre di Tubinga non è forse l’emblema più solido del mio mancato traboccamento? (Oggi ho dimenticato di calpestare l’erba e i fiori che avevo raccolto – c’è il pericolo che mi giudichino sano?). Questo non deve accadere. Ci sono momenti in cui parlare è orribile e nessuno potrebbe capirmi. Così preferisco che nessuno possa realmente capirmi e che tutti si abituino al fatto che io sono completamente folle e dico terribili insensatezze. Soffocate nel fango, le perle non brillano più, non danno più scandalo. Una volta strappai al dio vittorie non insignificanti. Ma quel tempo è passato da un pezzo e non c’è più nulla, in me, dell’uomo di allora. Solo una piccola astuzia contadina, solo la scaltrezza di nascondere la mia ricerca d’assoluto in una dichiarazione di smarrimento totale. Riesco a far accettare il mio fuoco solo riducendolo a moneta corrente, a delirio comune.
Ora comprendo l’uomo perché vivo lontano da lui, in solitudine. La follia personale è una dolce ombra in quell’eterno rumore di stomaci e di voci che è la natura umana.
Dio ha stabilito il sonno, disgustato dall’orrore della veglia.
Non so se sia possibile arrestare la riproduzione degli uomini, questo nauseante rinnovarsi della specie. La pelle è sempre volgare quando diventa un abito di cera. La poesia è sine-cera. Sincera. Assoluta. Non si scioglie al calore delle fiamme. E poi gli specchi, i romanzi! Disastrosi.
A luce violenta: così avrei voluto la mia vita. Ma per chi poteva contare quella luce? Così l’ho interrata nel corpo mortale di un aio di provincia. La mia verità è un nodo segreto. Tale è stata e tale resterà. Fino al giorno in cui, se ci sarà ancora una terra da abitare e degli uomini che leggeranno poesia, questi miei appunti saranno contenuti in un libro, letti come testamento, commentati, tradotti, amati. Decido io il giorno. Sarà il 18 marzo 1993. No, non ingannatevi. Non è un numero delirato da Scardanelli. Questa è la data reale che, in piena lucidità di mente e di spirito, di logica e di passioni, alla fine di questi taccuini, io, il prigioniero della torre di Tubinga, il compagno di Zimmer il falegname – io, Friedrich Hölderlin, poeta – pongo.
(1996)
* Pallaksch è apparso in “Arca, prima serie” nel 1996, poi è stato pubblicato in volume, insieme ad altri racconti apocrifi, in Discorso contro la morte (I Libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure 2008).
Certi libri non sembrano scritti né in prosa né in poesia. Si sporgono verso l’una o verso l’altra, tentando di cadere e di non cadere, inventandosi un loro equilibrio come oggetti apparsi all’interno di un precipizio. È il caso di L’altro dentro di noi (Piccola Biblioteca Anterem, 2024), di Marco Ercolani, dove la parole non hanno per scopo quello di dire, anche se dire è l’enigma che da sempre le parole tracciano: ma la scia qui subito sparisce, in modo che il lettore abbia la sensazione di entrare nella nebbia mentre ne sta uscendo, evocando con i suoi strumenti una certa atmosfera sonora, come in un Notturno di Bruno Maderna, eco di mille partiture che si possono udire e forse immaginare. Nella sua forma visibile, L’altro dentro di noi è una intervista a frammenti, dove sono state cancellate le domande perché restino, sospese, solo le risposte, assurde come un monologo, insolenti come una biografia.
Andrea Balzola, POETÒPOSDiario di viaggio poetico e fotografico, Scalpendi, 2024.
Fotografie di Barbara Baiocchi, Andrea Balzola, Maria Teresa Carbone, Jean-Claude Chincheré, Matteo Fanelli, Lea Gyarmati, Roberto Goffi, Lorenzo Mascherpa, Paola Mongelli, Enzo Obiso, Gabriella Peyrot, Renato Sala
Nota dell’autore
72 poesie inedite, scritte tra il 1977 e il 2022. 45 anni di attraversamenti, di nomadismo tra luoghi e parole. Un diario di viaggio, che ho sempre tenuto su piccoli taccuini, scritto a mano, spesso insieme a disegni e qualche rara fotografia. Per me stesso. Una poesia narrante, compagna costante del viandante. Percorsi emotivi intimi s’intrecciano con sentieri geografici, tracce mitologiche e letterarie si mescolano a frammenti di cronaca di un tempo vissuto e collettivamente condiviso…La poesia resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive. Anche se nell’attualità opaca è il genere di scrittura meno venduto, letto, ricercato e celebrato, resta insostituibile la sua forza simbolica (“ciò che permane lo fondano i poeti” scriveva Hölderlin, nella triade dei miei poeti preferiti insieme a Campana e Rilke). Una forza simbolica che sorpassa lo stesso scrivente attingendo all’archetipo. Noi apparteniamo a certe immagini poetiche più di quanto esse ci appartengano. Ho chiesto ad alcuni amici fotografi/e che hanno letto e amato questi versi, di associare le loro immagini degli stessi luoghi alle mie parole. Non in modo descrittivo o illustrativo, ma con la libertà artistica necessaria. Ho sempre cercato il dialogo tra parola e immagine, e quindi penso che il diario di viaggio sia arricchito da questo connubio, che può essere risonanza, confronto o contrasto.
POESIE
BARCELLONA 1977
Mio padre aveva detto
non andremo in Spagna
finché ci sarà la dittatura franchista
finché il caudillo sanguinario
non sarà sepolto dalla storia
così fu un evento storico per noi
soltanto poter partire
viaggiammo come zingari
su un camper estafette
pionieri di una nuova frontiera
per quel sogno adolescente
avevo studiato lo spagnolo
Incontrammo pescatori
che ci offrivano il loro pesce
ancora prigioniero
delle reti monaci agricoltori
che ci guidavano nell’eden
del Monastero de Pedra
conficcato nel deserto brullo
dove Don Quijote aveva combattuto
i mulini a vento
guardammo in faccia i mostri
generati dalla notte della ragione
al museo senza tempo di Goya
mangiammo cibi piccanti
nelle vie colorate di Zaragoza
sentimmo chitarre gitane
tra gli arabeschi di Granada
e i cortili soavi di Siviglia
Soprattutto ci innamorammo di Barcellona
dove si cenava soltanto
quando la luna era alta
dove ci si mescolava nel fiume umano
che scorreva sulla Rambla
dove si cercava l’ombra
delle guglie del Barrio Gotico
dove la follia giocosa di Gaudì
aveva trasformato le case in personaggi
e la cattedrale in un’astronave
dove la navi in porto
suonavano frammenti di tango
dove alcuni conoscevano
l’arte di vivere
e altri quella di non morire
dove Picasso aveva imparato a disegnare
e poi lo aveva dimenticato
per far vedere le altre facce dell’umano
quelle non simmetriche
Soprattutto a Barcellona
fummo travolti da una folla infinita
coi colori a strisce verticali gialle e rosse
con le bandiere della Catalogna
libere di uscire a colorare le strade
per la prima volta
dai tempi in cui assassinarono Garcia Lorca
perché omosessuale, poeta e socialista
e nel suo nome portava scritto Corazόn
dai tempi in cui assassinarono la poesia
dai tempi della lunga agonia dei tori sacrificali
dai tempi in cui Orwell
ricordava a memoria le Esequie alla Catalogna
mitragliata dalla più folle guerra fratricida
E il suono di quella lingua antica
per noi incomprensibile
ma simile al genovese
perciò misteriosamente familiare
improvvisamente
esplodeva in eruzioni di gioia
urlava con una voce sola
un milione di voci
scaturite dal mutismo barbarico
come lo zampillo di una sorgente neonata
imparare di nuovo a parlare la propria lingua
come la prima volta
imparare di nuovo a camminare
eretti come la prima volta
imparare di nuovo a essere un popolo
Chi se ne importa della Catalogna
o dei Paesi Baschi
avrebbe detto qualsiasi turista
andiamo piuttosto alla corrida
Ma una qualsiasi terra ferita
che sanguina fino all’oblio
e in esso si rapprende
e poi si scioglie ancora
nel suono dell’identità ritrovata
è un miracolo
più miracoloso del sangue di S.Gennaro
che torna liquido
E trovarsi in mezzo per volontà e per caso
a quel miracolo
ovunque si manifesti
è qualcosa che ha reso
un adolescente
uomo
Barcellona (foto Maria Teresa Carbone)
**
DIANO MARINA 1991
A Diano ci andai da bambino
ci tornai adulto
per un sogno
A Diano liberai nel mare
le mie tartarughe
commosso a vederle nuotare
per la prima volta
senza confini
e senza barriere
forse lì compresi
aldilà di ogni specie
il significato della libertà
A Diano
passai estati
eccitanti e strane
a giocare
con compagni immaginari
con un cane dolce
o con bizzarri amici
degli adulti
sulla spiaggia e sulle colline
a guardare il mare
più che toccarlo
a cercar conchiglie e vetrini
più che incontrar bambini
A Diano tornai ancora
solo per un amore
esagerato e clandestino
inanellato
di fugaci istanti rubati al tempo
al buon senso
e alle convenzioni
Sulla spiaggia in mezzo alla gente
del tutto indifferente
seduti e intrecciati
su una sdraio
come un re e una regina
su un trono gaio
sfidando
e vincendo
per un momento soltanto
gli enigmi del sentimento
Diano Marina, 1991 (foto Paola Mongelli)
Diano Marina (foto Paola Mongelli)
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Diario di bordo
Caro Andrea,
nella tua raccolta Poetopos. Diario di viaggio poetico e fotografico artisti diversi commentano i tuoi versi fotografando proprio i luoghi dove tu le hai scritte in “quarant’anni di attraversamenti, di nomadismo fra luoghi e parole”. Singolare suggestione, che non dà spazio alla bellezza isolata dell’immagine ma crea, fra scene e parole, un flusso continuo e complesso di amicizie e di corrispondenze, dove il viaggio inizia e reinizia, senza trovare mai una fine, e dove tutti i luoghi finiscono per assomigliarsi, come se versi e immagini fossero scie di un unico luogo la cui bellezza viene attraversata e riattraversata. Non si termina mai di essere wanderer, viaggiatori senza una meta definita, flâneurs di una bellezza sempre da cogliere e che è sempre in fuga. Tu sei un artista della scrittura e della visione, e quindi ancora più evidenti sono le affinità e le analogie con le immagini che scorrono in queste pagine, non a commentare o a completare i testi ma a inventare un nuovo alone seduttivo, una rifrazione felice. Autore e artisti sono avvolti in una loro enigmatica rêverie, si trovano e si ritrovano esplorando le inquietudini dell’identità e del desiderio. Il fascino di tutte le immagini è nella loro natura non di perfezione raggiunta ma di imperfezione pulsante. Scrive Yves Bonnefoy: “Guarda, tu dirai, questa pietra: / reca in sé la presenza della morte. / Luce segreta è lei che arde i nostri gesti, / Così camminiamo rischiarati”. Chi osserva queste fotografie cammina “rischiarato”, dopo avere traversato qualcosa che ignora, ma la cui memoria è proprio quel sasso oscuro, dove la morte è presente, Ma da quell’ineliminabile presenza le foto partono per ritrovare delicate figure, lievi fantasmi, suggestive metamorfosi, che sospingono parole e immagini in una nuova scia. La fotografia è scrittura della luce e dell’ombra, invenzione di alfabeti diversi, di segni nuovi. E la poesia, come tu stesso scrivi: «resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive». Mi ha colpito, ad esempio, questa descrizione poetica di Mont S. Michel: “…ma è un deserto benevolo / perché ogni volta / chiama il mare / e lui ogni volta / risponde / arriva / lento / e gentile / accarezza i piedi / prima di salire / uomini e animali / hanno il tempo / di andare / o di diventare pesci”. Una pagina come questa non è un oggetto poetico concluso ma un appunto tracciato a margine, con la mano sinistra: una stenografia della pulsazione emotiva che, in questo caso, dialoga con le foto di Paola Mongelli. Come, per altri versi e in altri luoghi, dialogano le fotografie degli altri artisti da te convocati per questo libro collettivo: Baiocchi, Chincheré, Fanelli, Gyarmati, Goffi, Mascherpa, Obiso, Peyrot, Sala. Tutto, in questo libro appena nato, è testimonianza di erranze antiche e recenti nell’intreccio di foto e parole: diario di bordo che si esprime oggi in questa forma compiuta ma che continua a pulsare, ininterrotto, nello spirito nomadico che ti è proprio. Mi soffermo sulla poesia Rovaniemi, 1983: “…entrammo in un mondo instabile / con le geometrie nette / dell’architettura / smentite dai percorsi vaghi / caotici e ondeggianti / dei passeggeri umani erranti / su questo pianeta / sempre in movimento / ma che non va da nessuna parte”. La poesia racconta di come la geometria stabilita e prevedibile cede al percorso instabile e caotico, senza una meta. Forse proprio qui sta il segreto di questo tuo progetto libero e fluido, che unisce poesia e fotografie in una scrittura di parole e di visioni che è anche la promessa di erranze e corrispondenze future. Poetòpos è uno “sciame di storie” che sembrano accadere nello stesso attimo (“so ora / che la natura della mente / è la gioia dello spazio”), storie dove fantasia, mitopoiesi, pensiero, convivono con la leggerezza dell’adolescenza e la malinconia dell’età adulta (“Oltre la trincea di pietra / dell’ebraico cimitero / ho visto facce scolpite / di pelle vera”), storie dove il bisogno odisseico di varcare i confini supera la certezza di un dire indelebile e conclusivo. Ogni artista è infatti “costruttore di miraggi di pietra e sangue / con un’audace architettura”.
Marco Ercolani, Genova, aprile 2021
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Andrea Balzola
Nasce a Torino nel 1961. Drammaturgo, autore multimediale e studioso di arti e media, docente nelle Accademie di Belle Arti di Carrara, Brera e Torino. In ambito poetico ha pubblicato la trilogia poetico-visiva (poesie illustrate con disegni e incisioni di Francesco Franco): Disgregazione, Torino 1988; Zero, Pesaro 1992; Nostra Dormiente, Mondovì, 1997. Suoi versi sono presenti nelle antologie: “Onde”, Torino 1984. “L’addomesticamento del bue” (a cura d Berenice D’Este), Salerno 1991. “Poesia in azione”, (a cura di Adam Vaccaro e Giacomo Guidetti), Milano 2001. “Andrea Granchi, Quaderni Artistici Galleria Armanti”, Varese 2004. “Monte Analogo” (poesie dalle raccolte “Miraggi” e “Passaggi”), anno II, n.3, 2005. “Antologia della poesia erotica contemporanea”, Roma, 2006. “Azzurramente” (videopoesia con regia e voce di Beatrice Schiaffino), 2020.
Il giovane che si aggira solitario per interminabili ore nelle stanze della casa paterna ove, dalle imposte quasi perennemente socchiuse, filtra poca luce – quella luce che è sempre stata una cattiva compagna dei suoi occhi – e che ode soltanto il rumore dei propri passi dissolversi lungo le volte e i corridoi, può essere paragonato a un Gulliver rinchiuso in ambiente lillipuziano, gigante prigioniero di un popolo di nani. Un “gigante” lo aveva appunto definito Pietro Giordani magnificandone lo straordinario ingegno e le doti letterarie che, a parere suo, non avevano eguali in Italia.
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Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. […] Letteratura è vocabolo inudito.
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Stanze e corridoi sono infatti gli unici luoghi in cui Giacomo può muoversi liberamente senza che nessuno gli stia alle calcagna, cosa che invece accade puntualmente ogni qualvolta gli viene accordato il permesso di uscire di casa. Ma è la noia il mostro che lo perseguita e che si diverte ad afferrarlo per la gola; questa allenta un po’ la presa solo quando egli si rinchiude nella biblioteca di casa.
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Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.
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Non c’è dubbio, però, che suo padre abbia avuto in mente una burla – pensa – quando ha deciso di fare scrivere sulla porta che la biblioteca è a disposizione di tutti quei recanatesi che vogliano venirci per leggere o per prendere libri in prestito.
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Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai.
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Nessun uomo o donna di Recanati ritiene la lettura un’attività degna di interesse.
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Proporre la compra di un libro a costoro, è lo stessissimo che invitarli a fare un viaggio alla Mecca, o a mascherarsi in Quaresima, o a qualunque cosa più disperata.
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Oltre alle faccende consuete che riempiono la vita di tutti i giorni, ciò che tiene occupati con il massimo impegno e piacere i recanatesi è, per le donne, l’occultare le proprie grazie e, da parte degli uomini, l’andarle a scoprire.
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Qui tutti gli uomini di qualunque età, di qualunque classe, non conoscono, non pensano, non immaginano altra occupazione in qualsivoglia momento, che guastar donne.
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Solitudine, noia, disprezzo da parte dei concittadini. In paese, ormai da tempo, è opinione di tutti che il “Contino” non sia altro che un fanciullo mai cresciuto, un saputello perdigiorno noto per i suoi silenzi o per le repliche al vetriolo rivolte contro chi prova a stuzzicarlo, soprattutto se con qualche argomentazione grossolana. È vero quello che si dice in giro, cioè che con le donne non vale una cicca, ma quando è provocato si trasforma in un aspide letale.
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In Recanati poi io son tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d’ eremita e che so io. […] e allora io ragazzo non posso alzar la voce e gridare: razza d’asini, se vi pensate ch’io m’abbia a venire simile a voi altri, v’ingannate a partito; che io non lascerò d’amare i libri se non quando mi lascerà il giudizio, il quale voi non avete avuto mai.
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Eppure non sono queste le vittorie di cui un animo nobile possa godere e andare fiero. Fin da bambino aveva riposto tutte le speranze in quell’amore grande e duraturo che sentiva di avere nelle proprie corde e di poter condividere con il genere umano. Da anni, ormai, questo amore lo ha riversato quasi esclusivamente nei libri: in quelli dei classici, soprattutto – greci più ancora che latini – che studia e traduce, si può dire, da quando ha imparato a impugnare la penna. Non altrettanta considerazione nutre, invece, verso quelli che lui stesso scrive con fatica e che, una volta terminati, è spesso costretto a vederli sottoposti al massacro da parte di editori che sembrano voler fare a gara a chi più abbonda nei refusi. Eccolo dunque salire la scala che permette di raggiungere i piani più alti della biblioteca paterna, sostarvi a lungo per poi ridiscendere dopo aver prelevato dagli scaffali tomi pesanti quasi quanto lui. Essa comprende oltre diecimila volumi; molti sono i testi rari, introvabili da altre parti anche se per lo più si è alla presenza di inutili stravaganze.
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Ho certe opere io nella mia porca bicoccaccia che non si sono potute trovare in tutta la nostra veneranda arcidottissima capitale, avendocele fatte cercare.
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Di materiale buono per chi voglia occuparsi seriamente di filologia, dunque, ce n’è in abbondanza, anche se le lacune sono altrettanto vistose e gravi (pare che non vi sia traccia, ad esempio, di Senofonte). Ma ciò che più scoraggia è l’assenza totale di libri che offrano testimonianze su argomenti d’attualità. Leopardi subisce quindi la medesima condizione di quei personaggi dell’inferno che hanno perfetta cognizione del passato e vedono nel futuro, ma non scorgono ciò che accade nel presente.
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Mi domandate che leggerò questo inverno: scilicet, libri antichi, perché i moderni qua non arrivano, e io presentemente leggendo sempre, sto in una totale ignoranza delle cose del mondo letterario.
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Uno dei problemi più grossi per Giacomo è rappresentato dai genitori. Si sa che i genitori occupano tutti – chi più, chi meno – uno spazio ingombrante nella vita dei figli: i suoi, naturalmente, non fanno eccezione. Proviamo dunque a figurarceli tra le mura di casa. Adelaide è una presenza incombente, anche se poco visibile. Quasi sempre chiusa nelle stanze a pian terreno, passa ore e ore seduta dietro lo scrittoio alle prese con i conteggi del patrimonio di famiglia che, anni prima, il marito aveva provveduto a dissestare con una serie di spese superflue e di speculazioni azzardate. L’emorragia di denaro, per fortuna, è stata fermata in tempo ma, secondo l’opinione della contessa, per mantenere un livello di vita decoroso e apprezzabile, è necessario un duro regime di parsimonia, il quale – secondo quelli che sono i suoi fermi convincimenti religiosi – risulta essere anche molto gradito a Dio. Personalità decentrata rispetto a quella della moglie, Monaldo è dotato di una elegante loquacità e di una più che discreta cultura erudita. Quando non è lontano da Recanati per ragioni d’affari, egli occupa parte del suo tempo a sistemare la biblioteca con continue ricatalogazioni, parte a studiare e a mantenere la corrispondenza con i tanti piccoli creditori, verso i quali ha l’abitudine di pagare parzialmente – e qualche volta, addirittura, di non pagare affatto – i libri che ordina. Ma al di là di queste considerazioni che rientrano, dopo tutto, nella sfera dell’ordinario, il vero problema è quello di una quasi totale assenza di dialogo tra genitori e figli. È evidente, quindi, come sia proprio da tale vuoto affettivo che scaturiscano le incomprensioni e i rancori in seno alla famiglia, nonché le reciproche frustrazioni, acuite dalle giornate che trascorrono monotone e uguali sotto il medesimo tetto.
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Sono contenti di vederci in questo stato, in questo vorrebbero di tutto cuore che noi morissimo, si pentono d’averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appositamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili.
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Rapporti difficili con i genitori e una situazione che scivola ogni giorno di più in quelli che sono gli svantaggi che comporta il vivere in un luogo come Recanati che, in aggiunta, priva colui che ne è invischiato della calma e serenità necessarie per formulare i pensieri più fecondi.
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In questo mio romitaggio o piuttosto serraglio, dove mancano egualmente e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria.
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Se il mondo esterno è in gran parte fatto di indifferenza, di stupidità, di prevaricazione nei confronti di chi ha, come unico scudo, la forza dell’intelletto e la profondità del pensiero, allora è solo e soltanto a queste facoltà che ci si deve aggrappare per sopravvivere. Queste, tuttavia, sono deboli armi per contrastare l’arroganza della gente, se non quella che si sfodera quando la lotta si è fatta veramente impari e la pressione del nemico è divenuta ormai insopportabile.
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Tutti noi combattiamo l’uno contro l’altro, e combatteremo fino all’ultimo fiato, senza tregua, senza patto, senza quartiere. Ciascuno è nemico di ciascuno, e dalla sua parte non ha altri che se stesso. Il mondo è fatto così, e non come ce lo dipingevano a noi poveri fanciulli. Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna, e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. […] Amami, caro Brighenti, e ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni che possiedono l’orbe terraqueo. Il mondo è fatto a rovescio come quei dannati di Dante che avevano il culo dinnanzi e il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo.
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Ed è a questo punto che comincia ad insinuarsi nel giovane il desiderio di fuga da Recanati, che via via cresce sempre più fino a rompere gli argini.
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Caro Giordani, se io fossi mio, le catene e le inferriate non mi terrebbero che non volassi a voi.
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Il passaporto che dovrebbe consentirgli la libertà finisce, però, nelle mani sbagliate – vale a dire in quelle del padre – e il progetto sfuma. Ma la promessa che fa a se stesso subito dopo il fallito tentativo di fuga è di quelle che lasciano trapelare un esito scontato, pur se non ancora collocabile in una data precisa.
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A Recanati posso morire, certo è che non ci vivrò.
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C’è un detto di Seneca che recita in questo modo: «Devi cambiare d’animo, non di cielo». La vicenda del soggiorno romano nel periodo che va dall’autunno del 1822 alla primavera dell’anno successivo è talmente nota che non vale la pena riassumerla. Basterà perciò ricordarne l’aspetto più paradossale: partito dal suo eremo domestico per visitare luoghi e conoscere uomini con lo spirito di un esploratore diretto in terre esotiche, egli finisce, di lì a pochi giorni dal suo arrivo a Roma, per rinchiudersi in biblioteche il cui aspetto è del tutto simile a quella che lui aveva lasciato a Recanati. È difficile negare che, alla base di questo ritirarsi tra scaffali pieni di libri come una lumaca dentro il proprio guscio, vi sia quella che Italo Calvino ha definito come «la visione agorafobica di Leopardi».
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Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de’ gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati tra gli uomini, in vece di essere spazi che contengano uomini. Io non vedo che bellezza vi sia nel porre i pezzi degli scacchi della grandezza ordinaria, sopra uno scacchiere largo e lungo quanto cotesta piazza della Madonna. Non voglio già dire che Roma mi paia disabitata, ma dico che se gli uomini avessero bisogno di abitare così al largo, come s’abita in questi palazzi, e come si cammina in queste strade, piazze, chiese; non basterebbe il globo a contenere il genere umano.
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Il cerchio a questo punto si chiude. L’immagine che ritorna è quella delle stanze vuote di casa Leopardi, dove ancora risuona l’eco di quei passi.
*La parte in corsivo è ripresa dalle Lettere di Giacomo Leopardi, Mondadori, 2006.
Piero Zino (Novi Ligure, 1960) è autore di aforismi e prose brevi. Ha scritto Note a margine (Joker, 2007).