
**
Il giovane che si aggira solitario per interminabili ore nelle stanze della casa paterna ove, dalle imposte quasi perennemente socchiuse, filtra poca luce – quella luce che è sempre stata una cattiva compagna dei suoi occhi – e che ode soltanto il rumore dei propri passi dissolversi lungo le volte e i corridoi, può essere paragonato a un Gulliver rinchiuso in ambiente lillipuziano, gigante prigioniero di un popolo di nani. Un “gigante” lo aveva appunto definito Pietro Giordani magnificandone lo straordinario ingegno e le doti letterarie che, a parere suo, non avevano eguali in Italia.
*
Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. […] Letteratura è vocabolo inudito.
*
Stanze e corridoi sono infatti gli unici luoghi in cui Giacomo può muoversi liberamente senza che nessuno gli stia alle calcagna, cosa che invece accade puntualmente ogni qualvolta gli viene accordato il permesso di uscire di casa. Ma è la noia il mostro che lo perseguita e che si diverte ad afferrarlo per la gola; questa allenta un po’ la presa solo quando egli si rinchiude nella biblioteca di casa.
*
Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.
*
Non c’è dubbio, però, che suo padre abbia avuto in mente una burla – pensa – quando ha deciso di fare scrivere sulla porta che la biblioteca è a disposizione di tutti quei recanatesi che vogliano venirci per leggere o per prendere libri in prestito.
*
Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai.
*
Nessun uomo o donna di Recanati ritiene la lettura un’attività degna di interesse.
*
Proporre la compra di un libro a costoro, è lo stessissimo che invitarli a fare un viaggio alla Mecca, o a mascherarsi in Quaresima, o a qualunque cosa più disperata.
*
Oltre alle faccende consuete che riempiono la vita di tutti i giorni, ciò che tiene occupati con il massimo impegno e piacere i recanatesi è, per le donne, l’occultare le proprie grazie e, da parte degli uomini, l’andarle a scoprire.
*
Qui tutti gli uomini di qualunque età, di qualunque classe, non conoscono, non pensano, non immaginano altra occupazione in qualsivoglia momento, che guastar donne.
*
Solitudine, noia, disprezzo da parte dei concittadini. In paese, ormai da tempo, è opinione di tutti che il “Contino” non sia altro che un fanciullo mai cresciuto, un saputello perdigiorno noto per i suoi silenzi o per le repliche al vetriolo rivolte contro chi prova a stuzzicarlo, soprattutto se con qualche argomentazione grossolana. È vero quello che si dice in giro, cioè che con le donne non vale una cicca, ma quando è provocato si trasforma in un aspide letale.
*
In Recanati poi io son tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d’ eremita e che so io. […] e allora io ragazzo non posso alzar la voce e gridare: razza d’asini, se vi pensate ch’io m’abbia a venire simile a voi altri, v’ingannate a partito; che io non lascerò d’amare i libri se non quando mi lascerà il giudizio, il quale voi non avete avuto mai.
*
Eppure non sono queste le vittorie di cui un animo nobile possa godere e andare fiero. Fin da bambino aveva riposto tutte le speranze in quell’amore grande e duraturo che sentiva di avere nelle proprie corde e di poter condividere con il genere umano. Da anni, ormai, questo amore lo ha riversato quasi esclusivamente nei libri: in quelli dei classici, soprattutto – greci più ancora che latini – che studia e traduce, si può dire, da quando ha imparato a impugnare la penna. Non altrettanta considerazione nutre, invece, verso quelli che lui stesso scrive con fatica e che, una volta terminati, è spesso costretto a vederli sottoposti al massacro da parte di editori che sembrano voler fare a gara a chi più abbonda nei refusi. Eccolo dunque salire la scala che permette di raggiungere i piani più alti della biblioteca paterna, sostarvi a lungo per poi ridiscendere dopo aver prelevato dagli scaffali tomi pesanti quasi quanto lui. Essa comprende oltre diecimila volumi; molti sono i testi rari, introvabili da altre parti anche se per lo più si è alla presenza di inutili stravaganze.
*
Ho certe opere io nella mia porca bicoccaccia che non si sono potute trovare in tutta la nostra veneranda arcidottissima capitale, avendocele fatte cercare.
*
Di materiale buono per chi voglia occuparsi seriamente di filologia, dunque, ce n’è in abbondanza, anche se le lacune sono altrettanto vistose e gravi (pare che non vi sia traccia, ad esempio, di Senofonte). Ma ciò che più scoraggia è l’assenza totale di libri che offrano testimonianze su argomenti d’attualità. Leopardi subisce quindi la medesima condizione di quei personaggi dell’inferno che hanno perfetta cognizione del passato e vedono nel futuro, ma non scorgono ciò che accade nel presente.
*
Mi domandate che leggerò questo inverno: scilicet, libri antichi, perché i moderni qua non arrivano, e io presentemente leggendo sempre, sto in una totale ignoranza delle cose del mondo letterario.
*
Uno dei problemi più grossi per Giacomo è rappresentato dai genitori. Si sa che i genitori occupano tutti – chi più, chi meno – uno spazio ingombrante nella vita dei figli: i suoi, naturalmente, non fanno eccezione. Proviamo dunque a figurarceli tra le mura di casa. Adelaide è una presenza incombente, anche se poco visibile. Quasi sempre chiusa nelle stanze a pian terreno, passa ore e ore seduta dietro lo scrittoio alle prese con i conteggi del patrimonio di famiglia che, anni prima, il marito aveva provveduto a dissestare con una serie di spese superflue e di speculazioni azzardate. L’emorragia di denaro, per fortuna, è stata fermata in tempo ma, secondo l’opinione della contessa, per mantenere un livello di vita decoroso e apprezzabile, è necessario un duro regime di parsimonia, il quale – secondo quelli che sono i suoi fermi convincimenti religiosi – risulta essere anche molto gradito a Dio. Personalità decentrata rispetto a quella della moglie, Monaldo è dotato di una elegante loquacità e di una più che discreta cultura erudita. Quando non è lontano da Recanati per ragioni d’affari, egli occupa parte del suo tempo a sistemare la biblioteca con continue ricatalogazioni, parte a studiare e a mantenere la corrispondenza con i tanti piccoli creditori, verso i quali ha l’abitudine di pagare parzialmente – e qualche volta, addirittura, di non pagare affatto – i libri che ordina. Ma al di là di queste considerazioni che rientrano, dopo tutto, nella sfera dell’ordinario, il vero problema è quello di una quasi totale assenza di dialogo tra genitori e figli. È evidente, quindi, come sia proprio da tale vuoto affettivo che scaturiscano le incomprensioni e i rancori in seno alla famiglia, nonché le reciproche frustrazioni, acuite dalle giornate che trascorrono monotone e uguali sotto il medesimo tetto.
*
Sono contenti di vederci in questo stato, in questo vorrebbero di tutto cuore che noi morissimo, si pentono d’averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appositamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili.
*
Rapporti difficili con i genitori e una situazione che scivola ogni giorno di più in quelli che sono gli svantaggi che comporta il vivere in un luogo come Recanati che, in aggiunta, priva colui che ne è invischiato della calma e serenità necessarie per formulare i pensieri più fecondi.
*
In questo mio romitaggio o piuttosto serraglio, dove mancano egualmente e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria.
*
Se il mondo esterno è in gran parte fatto di indifferenza, di stupidità, di prevaricazione nei confronti di chi ha, come unico scudo, la forza dell’intelletto e la profondità del pensiero, allora è solo e soltanto a queste facoltà che ci si deve aggrappare per sopravvivere. Queste, tuttavia, sono deboli armi per contrastare l’arroganza della gente, se non quella che si sfodera quando la lotta si è fatta veramente impari e la pressione del nemico è divenuta ormai insopportabile.
*
Tutti noi combattiamo l’uno contro l’altro, e combatteremo fino all’ultimo fiato, senza tregua, senza patto, senza quartiere. Ciascuno è nemico di ciascuno, e dalla sua parte non ha altri che se stesso. Il mondo è fatto così, e non come ce lo dipingevano a noi poveri fanciulli. Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna, e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. […] Amami, caro Brighenti, e ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni che possiedono l’orbe terraqueo. Il mondo è fatto a rovescio come quei dannati di Dante che avevano il culo dinnanzi e il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo.
*
Ed è a questo punto che comincia ad insinuarsi nel giovane il desiderio di fuga da Recanati, che via via cresce sempre più fino a rompere gli argini.
*
Caro Giordani, se io fossi mio, le catene e le inferriate non mi terrebbero che non volassi a voi.
*
Il passaporto che dovrebbe consentirgli la libertà finisce, però, nelle mani sbagliate – vale a dire in quelle del padre – e il progetto sfuma. Ma la promessa che fa a se stesso subito dopo il fallito tentativo di fuga è di quelle che lasciano trapelare un esito scontato, pur se non ancora collocabile in una data precisa.
*
A Recanati posso morire, certo è che non ci vivrò.
*
C’è un detto di Seneca che recita in questo modo: «Devi cambiare d’animo, non di cielo». La vicenda del soggiorno romano nel periodo che va dall’autunno del 1822 alla primavera dell’anno successivo è talmente nota che non vale la pena riassumerla. Basterà perciò ricordarne l’aspetto più paradossale: partito dal suo eremo domestico per visitare luoghi e conoscere uomini con lo spirito di un esploratore diretto in terre esotiche, egli finisce, di lì a pochi giorni dal suo arrivo a Roma, per rinchiudersi in biblioteche il cui aspetto è del tutto simile a quella che lui aveva lasciato a Recanati. È difficile negare che, alla base di questo ritirarsi tra scaffali pieni di libri come una lumaca dentro il proprio guscio, vi sia quella che Italo Calvino ha definito come «la visione agorafobica di Leopardi».
*
Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de’ gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati tra gli uomini, in vece di essere spazi che contengano uomini. Io non vedo che bellezza vi sia nel porre i pezzi degli scacchi della grandezza ordinaria, sopra uno scacchiere largo e lungo quanto cotesta piazza della Madonna. Non voglio già dire che Roma mi paia disabitata, ma dico che se gli uomini avessero bisogno di abitare così al largo, come s’abita in questi palazzi, e come si cammina in queste strade, piazze, chiese; non basterebbe il globo a contenere il genere umano.
*
Il cerchio a questo punto si chiude. L’immagine che ritorna è quella delle stanze vuote di casa Leopardi, dove ancora risuona l’eco di quei passi.
*La parte in corsivo è ripresa dalle Lettere di Giacomo Leopardi, Mondadori, 2006.
Piero Zino (Novi Ligure, 1960) è autore di aforismi e prose brevi. Ha scritto Note a margine (Joker, 2007).
