DUE APOCRIFI SUL SOGNO. Marco Ercolani

Omaggio a

Quella strana illusione dell’occhio. Sogni e visioni dalla Collezione Giacosa–Ferraiuolo, 27 novembre 2025-domenica 29 marzo 2026. Un viaggio nell’immaginazione, nell’inconscio e nelle distorsioni dello sguardo. La mostra raccoglie opere di artisti emergenti, ma anche storici e art brut, che raccontano mondi interiori attraverso visioni ipnotiche e sconcertanti. Un percorso unico tra illusioni, simboli e sogni. In mostra: Félicien Rops, Jacques Callot, Hans Bellmer, Marcel Mariën, André Masson, Man Ray, Carlos Alonso, Frédéric Schröder-Sonnenstern, Charles Dellschau, Noviadi Angksapura, Marilena Pelosi, Julien Langedorff, Didier Boulestier, Stéphane Blanquet, Jean Michel Hannecart, Marcelo Bordese, Christine Jean, Antoine d’Agata, Carolle Benitah, Leon Levinstein, Mettraux, Blaise Hanquet, Paolo Paleotti, Rebecka Tollens, Marcelo Torretta, Oscar Suarez, insieme a opere anonime del XX secolo.

A cura di Gustavo Giacosa, con Christine Jean, Debora Zafferano e Fausto Ferraiuolo.

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A Gustavo e Fausto

Non Icaro

Un sogno di Léon d’Hervey de Saint-Denys (1881).

In cima alla torre guardo il cielo e poi mi getto nel vuoto, verso il prato, piccolo come un punto. Un attimo prima di vedermi sfracellato, mi sveglio. Prendo un foglio e dipingo con attenzione la traiettoria del mio corpo: segno un punto, nella parabola della caduta, un metro prima dell’impatto col suolo. Mi riaddormento e sogno la torre per la seconda volta, mi getto ma precipito con maggiore lentezza; a un metro sopra la terra resto sospeso e mi sveglio. Prendo ancora il foglio e segno un nuovo punto nella traiettoria della caduta. Riprendo a dormire. Ancora la torre, ancora il volo. Ma questa volta resto alto nell’aria, guardo gli uccelli, osservo la luce del sole. Io, Léon d’Hervey de Saint-Denys, nell’anno di grazia 1881, io, non Icaro, dimentico cosa significhi cadere. Dimentico, per tutta la durata del sogno, le sciocchezze della gravità terrestre.

L’uomo di notte

A Gérard de Nerval, da Emile Blanche.

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval, le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

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Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

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Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”… Non ho bisogno di essere capito: devo solo estendere me stesso sulla carta dei miei fogli. Perché non riesco più a vedere castelli? Non mi sembra giusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi stupendi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura al suo volo. Il castello è fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte è un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte.

Gérard

QUELLA STRANA ILLUSIONE DELL’OCCHIO. Sogni e visioni dalla Collezione Giacosa–Ferraiuolo

27 novembre 2025-domenica 29 marzo 2026

Un viaggio nell’immaginazione, nell’inconscio e nelle distorsioni dello sguardo.

La mostra raccoglie opere di artisti emergenti, ma anche storici e art brut, che raccontano mondi interiori attraverso visioni ipnotiche e sconcertanti. Un percorso unico tra illusioni, simboli e sogni.

In mostra: Félicien Rops, Jacques Callot, Hans Bellmer, Marcel Mariën, André Masson, Man Ray, Carlos Alonso, Frédéric Schröder-Sonnenstern, Charles Dellschau, Noviadi Angksapura, Marilena Pelosi, Julien Langedorff, Didier Boulestier, Stéphane Blanquet, Jean Michel Hannecart, Marcelo Bordese, Christine Jean, Antoine d’Agata, Carolle Benitah, Leon Levinstein, Mettraux, Blaise Hanquet, Paolo Paleotti, Rebecka Tollens, Marcelo Torretta, Oscar Suarez, insieme a opere anonime del XX secolo.

A cura di Gustavo Giacosa, con Christine Jean, Debora Zafferano e Fausto Ferraiuolo.

📍 Sic 12 Art Studio – Via Francesco Negri 65, Roma

🎟 Ingresso libero

OGNI LIBRO EMETTE UN RAGGIO DI LUCE. Blaise Cendrars

E tuttavia io sono qui, che mi nascondo per caso da otto giorni, e senza trovare pace, e mi giro e mi rigiro e mi tormento, evocando, durante le insonnie, l’indimenticabile passato e la sua prospettiva ingannevole, illusoria, menzognera, ma anche miracolosa perché non è solo la memoria che si risveglia e si mette a funzionare automaticamente, ma gli occhi, gli occhi dell’infanzia che si aprono, e per la prima volta, e in una luce cruda che mette tutto in rilievo, e quando si possiede questa visione empia della propria vita, in realtà significa che non si spera più in niente. Tutto scorre fra le dita, sabbia e cenere, contrariamente ai mistici che possiedono Dio e che in cambio ne sono posseduti.

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Io non conto niente. Neppure i miei libri. Ma non si dirà mai abbastanza del ruolo del femminino nella scrittura. A volte si crederebbe che la Psiche di Platone si ricostituisca, ed è questo incontro inatteso con l’Ermafrodita addormentato di Eros che dà una sensazione di pienezza al lettore e che costituisce il fascino e la seduzione della lettura, il che spiegherebbe la tremenda passione da cui sono posseduti gli uomini per un mondo immaginario. E’ qualcosa di magico. Quanti libri, quanti libri! Non c’è fine alla moltitudine di libri che si possono scrivere, dice l’Ecclesiaste (XII, 12). Ogni libro emette un raggio di luce. Anche il peggiore. Una luce sotto il moggio. Allora, è un cono d’ombra.

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Non conosceremo mai altre tracce di vita – vita del pianeta, vita dell’individuo – se non quel che risale alla coscienza in tracce di scrittura. Delle zampe di mosca. Venitemi a parlare del bel linguaggio, dello stile e della grammatica. Ed è per questo che la scrittura non è né un sogno né una menzogna. Poesia, dunque creazione. Dunque, azione. E solo l’azione libera. Altrimenti si forma un cortocircuito, l’universo fiammeggia e tutto ricade nella notte dello spirito.

I testi sono tratti da: Blaise Cendrars, Bourlinguer. Storie di porti, (traduzione di Albino Crovetto), Lamantica Edizioni, Brescia 2025.

SULLA RICONCILIAZIONE. Marco Sbrana

Sulla riconciliazione – A partire da Troppo risplendere di Andrea De Spirt

Così è per questo che anch’io adesso ho deciso di impazzire. Perché voglio trovare il Guaritore e provare a salvare H. (Troppo risplendere, A. De Spirt, Il Saggiatore, 2026, Milano, p. 15)

L’ultimo lungometraggio per il cinema di David Lynch, Inland Empire, ha il suo massimo pregio nel ritirarsi – come spesso in Lynch ma qui più che altrove – dalla rappresentazione. La aggira, quantomeno. Perché doveva esserci un modo tramite cui l’immagine stessa fosse traumatica, ragionasse come il trauma, lo mimasse fin nel microscopico del frame. Al che Lynch ha provveduto, per esempio, a creare grana nel girato tale da rendere faticosa, non accomodante, la visione. Si è d’accordo sul fatto che qualsiasi prodotto è allegorico, cioè a dire: per quanto ingegnoso possa essere il lavoro, la “cosa stessa” non è riproducibile – “riproduzione” presuppone già questa distanza. Nondimeno, Lynch ha sempre lavorato sulla proprietà linguistica, sulla capacità dell’inquadratura non di dimostrare, per esempio, il trauma, ma di incarnarne il funzionamento.

Premessa, questa, per parlare del romanzo Troppo risplendere, edito quest’anno da “Il Saggiatore”, di Andrea De Spirt.

La trama non esiste; esistono indicazioni, vettori minimi di orientamento che non sfociano mai in personaggi volitivi, turning point o codici drammaturgici.

Abbiamo un narratore che, attraverso la mediazione di tale alpinista-regista (regista di cosa, non è dato sapere) Johann Ull, vuole salvare H., ex moglie, da un coma, o comunque da una condizione che le impone il sonno. Johan Ull è il tramite per Onement, per il Guaritore. Onement passa dall’essere la tela di Barnett Newman all’essere personaggio, all’essere luogo di approdo, laddove del Guaritore sappiamo solo quello che ci dice il nome stesso.

Problema preliminare di De Spirt – come in Lynch – è la possibilità dell’esegesi. Il lavoro ermeneutico stimola ed è utile (e dunque rende utile la critica) quando non si chiude nella decodifica del simbolo ma apre, e continua ad aprire, ventagli di pensabilità che sorgono dall’opera, che ne derivano, ma che si spingono in discorsi diversi. In De Spirt è deliberata (perché suggerita in frasi non esplicative ma di orientamento, un meta-discorso che talvolta emerge) la scelta di non-chiusura come scelta etico-estetica, e spiazza la posizione che occupa questo romanzo, la cui controtendenza sta nella performatività della frase (il discorso più sopra su Lynch) e sulla rinuncia a ogni consolazione. La consolazione avrebbe anche solo potuto consistere nell’appoggiarsi su un principio narratologico; De Spirt rifugge qualsiasi ricatto. Il lettore è chiamato in causa, e il lettore capisce di essere chiamato in causa dopo cinque pagine. Sarà attivo, il lettore, o non ci sarà lettore.

Troppo risplendere si articola in sezioni che ricorrono. Il diario del narratore e le sue lettere ad H.; la scena-refrain che vede il nostro e H. nel tentativo di rispondere al problema morale del male minore (Thomson) e, infine, i dialoghi con Ull per scoprire le condizioni, i doveri, le istruzioni, tutto quanto necessario al raggiungimento di Onement, all’incontro con il Guaritore.

At-one-ment: “riconciliazione”. Si capirà meglio perché il romanzo non possa essere ridotto a una tesi centrale. Troppe le ramificazioni, e anche le contraddizioni, gli scarti rispetto al nucleo. Negare l’esistenza di un nucleo sarebbe anche legittimo; com’è legittimo, pure, tentare di trovarlo.

E quindi, riconciliazione. La parola è refrain, motivo che ricorre quasi in ogni capitolo. Una volta terminatolo, si può vedere retrospettivamente il testo come l’incarnazione (non rappresentazione, perché ben poco c’è di “rimandabile a”) di un’idea di matrice orientale (l’Oriente che torna ovunque nel testo): la differenza che si dissolve. Troppo risplendere performa l’indifferenziazione tra percipiente e percepito, e quindi la totale indifferenziazione ontologica e impossibilità di gerarchizzare gli elementi del mondo, a favore di una totalità che ha in sé tutte le cause e tutti gli effetti, nella quale non si sa dove finisca la mano e inizi il fiume in cui la si è inserita.

Il testo lavora come i grandi testi nella misura in cui non conferma la tesi. Non la smentisce, ma procede malgrado la stessa, rifuggendo un incasellamento che sia definitivo. La riconciliazione è quella che il narratore spera per lui e H., in prima istanza. Ma, come detto, quanto si svolge a partire dal nucleo crea l’eterogeneità necessaria a un testo perché il lettore vi si possa abbandonare, possa viverlo come esperienza e non trattazione di una tesi filosofica. E questo risultato – l’esperienza – è tanto più grande se si considera che De Spirt non lavora con personaggi e intrecci ma, al massimo, con archetipi.

Dunque, il narratore ha deciso di impazzire. Questo solo il modo per salvare la sua H.

Lei mi ha guardato e non ha detto niente. Io l’ho guardata e non ho detto niente. C’erano solo le parole di Ull nella mia testa: se non stai bene dove stai è perché non dovresti essere dove sei. (ibidem, p. 27)

Di già il lettore è immerso in idee paradossali, che evadono dalle strutture filosofiche dell’Occidente. È chiamato, il lettore, a far convivere gli opposti; resisterà fino al momento in cui sarà inevitabile, per affrontare il testo, accettare che non c’è nulla di simile, nel testo, al concetto di “opposizione”.

Così forse non scegliamo mai davvero. Nessuna scelta. Tutto invece è movimento. Respiro. Ogni passo. Tutto già predisposto. Già predestinato. Ma non riusciamo ad accettarlo. Non riusciamo ad arrenderci all’evidenza che tutto accade. Che ogni cosa accade. E noi possiamo solo raccontare. (ibidem, p. 34)

Qui vediamo l’emersione del meta-discorso: testimoniare all’interno di una totalità. La totalità non ha esterno, non può averlo. Rifiuto del meta-linguaggio (differente dall’autoriflessività) è forse questo: accettare che non esiste un punto di osservazione che sia esterno al mondo. Invischiati, possiamo solo registrare.

Il nostro, avanzando, capisce che “vuole avere il coraggio di restare nelle cose come sono”.

Non c’è falsa neutralità, in De Spirt, ma certo nemmeno militanza. Detto questo, il romanzo pullula di idee sul concetto di obiettivo, di meta, che oggi vengono definite pazze. Avere come obiettivo il non cambiare niente – e di nuovo la visione paradossale che il romanzo non predica ma possiede come fibra, come unità cellulare.

A Onement si trova il Guaritore. Procedendo come un’ascesa, come un movimento verso la purificazione, ci sarà un deragliamento, nel finale. Dopo la suddivisione in capitoli, tutto confluirà in un periodo lungo in cui sarà cangiante il narratore, che passerà dall’essere se stesso all’essere H. all’essere Ull: tale la riconciliazione.

Nel coraggio di stare nelle cose, di non cambiarle; e poi la ricorrente metafora dell’arco: l’unico modo per non sbagliare, per colpire il bersaglio, è non mirare. Riconciliazione, quindi, come accettazione attiva. Come dismissione della volontà che ci fa incistare, quella di voler modificare le cose.

H. trova spazio diegetico solo nei capitoli in cui discute col narratore interrogandolo. Stai guidando un treno e ci sono delle persone legate ai binari che verranno uccise, ma se svolti hai la possibilità di ammazzare “solo” un uomo grasso (Thomson).

Non cavano un ragno dal buco.

Nell’ultima ricorrenza di questo ritornello (ibidem, p. 80-81), H. ripete che tutto si gioca sulla leggerezza, perché “se ci pensi troppo a quando scansarti, cadi”. Prima di soffiarsi il naso, H. lascia il nostro ricordandogli cosa gli disse durante il loro primo incontro: “non esiste davvero ciò che va e viene”.

Ecco di nuovo la compattezza, l’inscrizione del cambiamento in un tempo circolare che rende il cambiamento funzione interna di un sistema non solo chiuso ma – come detto – impossibile da trascendere. E che quindi rende idiota colui che desidera cambiarlo e saggio colui che si pone come obiettivo quello di restarvi.

Un restare che è contemplazione, mano indistinta dal fiume in cui la si immerge, ma anche – nel meta-discorso del libro – funzione etica del raccontare. Restare per dire, e dire soltanto perché non si può fare altro.

Così Johann:

Vedi, il problema è che tu immagini che trovare il Guaritore sia qualcosa di entusiasmante, che dopo sarai sempre felice, che salverai H e che finalmente troverai il tuo richiamo e vivrai in uno stato continuo di beatitudine. Ma se potessi darti un qualche barlume di questo stato, di cosa succederà se lo trovi, tu non vorresti più saperne del Guaritore e del richiamo. Ora continua a camminare e sparisci. Non farti più sentire. (ibidem, p. 90)

Altro leitmotiv in De Spirt è la critica all’umanissima smania di dare un significato alle cose, quando semplicemente, così l’autore, esse si danno come esperibili. E altrettanto umana è la domanda del senso, il narratore non si dà tregua, ma solo capire che il senso del viaggio si riduce al viaggio consentirà di raggiungere la meta, perché, dice Johann a più riprese, tutto è già qui. Nella convivenza degli opposti, nella deposizione del volere, un conseguimento immateriale: quello di fare tutt’uno con il mondo.

Ed è con la riconciliazione – articolata anche attraverso la fine dei capitoli in virtù di un flusso unico – che si chiude il libro.

dicono che il corpo sarà vivo, il cervello sarà vigile, ma non ci sarà né mente né pensatore

nessuno nasce diviso, mia H, e se non riesci ad arrivare è perché rifiuti le conseguenze dell’arrivo

Senza le giuste istruzioni, mia H, i tuoi movimenti fisici saranno ripetitivi, qualcosa di simile a una nuvola di memoria, pensieri e sentimenti che diventeranno troppo grandi per lasciarti andare e arrivare alla riconciliazione.

ma non c’è nulla che possiamo fare, mia H, per diventare quello che già siamo. (ibidem, p. 145-150)

Contro il ricatto del narrare, la prosa tende al lirico, la struttura all’inconsumabile; progetto artistico, esperienza estetica del tutto inattuale, Troppo risplendere propone una letteratura contro ogni programma di “funzionalità” e “finalizzazione”. Esempio di libertà, riesce dove riesce Lynch: nel disorientamento che conduce alla decifrazione; la quale decifrazione, pure, dà non sulla risposta edibile e maneggiabile, ma su altre domande.

UNA DISTANZA MINIMA. Paolo Miorandi

È capitato che in certe esistenze miserabili e strampalate, spesso trascorse in reclusione, abbiano suscitato in me una intensa compassione e soprattutto la chiara consapevolezza che ciò che separa la mia vita dalla loro – e che separa ogni vita tollerabile da una vita disgraziata – è in fondo una distanza minima, un dettaglio avverso del destino, una coincidenza sfavorevole. In manicomio, solo e inascoltato, Nannetti comincia a incidere il suo libro utilizzando l’unica matita che si è trovato a portata di mano, la fibbia del panciotto, e vi dedica tutti i minuti d’aria di cui dispone, quando può accostarsi al muro del padiglione così come ci si accosta a una pagina bianca.

Di Robert Walser, il grande scrittore svizzero, ho a lungo immaginato le fredde camere d’affitto dove era solito abitare, le interminabili passeggiate solitarie, le parole lasciate cadere sulla carta con tratti di matita via via più leggeri, fino ad accettare, nei lunghi anni di manicomio, che il suo sguardo si posasse sopra un mondo fattosi muto, dove nessun’altra parola avrebbe trovato posto.

Torno a vedere Oreste Fernando Nannetti aggrappato alla sua pagina di pietra, mosso dalla volontà che lo spinge a occupare con le linee aguzze delle sue lettere gli spazi d’intonaco rimasti ancora vuoti, vedo poi Walser che guarda davanti a sé e forse si specchia nella parete bianca della camerata, come fosse di fronte a un campo di neve attraverso il quale nessuno è ancora passato, e penso che in fondo è il medesimo manicomio. C’è infatti un invisibile corridoio che partendo da Herisau, nella Svizzera orientale, arriva fin sulle falde delle colline toscane.

È lì che compiamo il nostro ininterrotto andirivieni, a un capo del corridoio la muta contemplazione delle cose, affacciati alla soglia dell’indicibile, all’altro l’incessante invenzione di un delirio con il quale costruire le nostre vite, il nostro passato, i nostri amori, le nostre gioie, le nostre disperazioni.

*Il testo è tratto da: Paolo Miorandi, Nannetti. La polvere delle parole, Exòrma editore, Roma 2022.

VOCE COME PRONUNCIA. Angelo Lumelli

…Perché alla fine e li che si arriva – dove arriva il tuo Ulisse, uomo che, da fermo, sospeso il viaggio, si dedica a parlare – per ritentare un viaggio che era stato accecato dai fatti, dalla loro ostruzione, parati davanti, onniscienti in primo piano – ora affidati alla voce, al suo tono mutevole, onorando ancora una volta il respiro, il suo spirare, forza mitica che aleggia per tutto il poema. Questo poema della voce non mette la propria voce al riparo, convenzionalmente destinata a dire, quindi fuori dal dire, garantita da un’altra legislazione, da un patto fidato: essa, la voce, e quella che rompe, forzatamente, forse illegalmente, il grande silenzio, come sembra accadere, in modo magistrale, nella grande sceneggiatura delle Sirene. Il tema delle Sirene mi sembra introdotto, con facilita e chiarezza, già prima, come un prossimamente al cinema:

Mentre la nave oscilla e il sonno si avvicina

[resto sveglio.

Le sirene potrebbero, invisibili, cantare…

Se dormissi anch’io, sentirei.

[…]

Dovrò essere sentinella

del canto futuro,

sentinella

del presente silenzio

Dunque Ulisse ha capito come stanno le cose: le Sirene non cantano se non nel nostro sonno. Sono davvero loro? – e loro la voce che si alza nel fragore

delle onde? – o e la nostra voce, il grido che emettiamo di fronte al loro silenzio? Ogni voce che renda conto di noi, del nostro sgomento, e soltanto nostra? Noi siamo il clamore di noi stessi, senza esiti ulteriori, senza portare aiuto o giustificazione? Mentre le scene si sovrappongono, caotiche, nel turbine del mare – ora sono Sirene, ora mostri rocciosi, forse già Scilla e Cariddi – nessuno dei naviganti, con le orecchie tappate con la cera, distingue più tra dentro e fuori – e il non udire – perversa mutilazione – solleva le grida interiori, fino alla follia:

Con le strida

ci uccideranno come accade da secoli.

Ecco le rocce fatali: e la leggenda,

la fine, l’inganno.

Ma nel cavo delle orecchie

e la cera, non sentirete le sirene.

Legatemi all’albero maestro,

legatemi ora, le corde alle ossa,

le sentirò io per voi,

idoli in mezzo alla schiuma,

uccelli maestosi con volti di donna.

Ma nessun marinaio smette di gridare:

a lui solo

appartiene il suo urlo

come alla notte le rocce strette,

sua e la leggenda,

sprofondato nelle sue, non solo sue,

lacrime per le sirene mortali.

La voce e dunque la nostra resistenza e generosità? – come nostro più intimo simulacro, essa nasce a fronte dell’irrimediabile, magnifico e pauroso – essa e il nostro immediato che inverte la rotta, come il respiro, perennemente? Questa voce, mentre risuona nella grotta, dove vivono le immagini, i sensi che inventano le loro dita, le mani, e quella che non esige di giungere oltre la portata dei polmoni: essa rimane pronuncia, nel breve tempo, lealmente.

Angelo Lumelli

(2023)

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Il testo di Lumelli, di cui qui si riporta il finale, appartiene alla postfazione che Angelo ha scritto, nel 2023, per il mio libro Tornare è la grazia (prefazione di Angelo Lumelli, postfazione di Isabella Bignozzi), pubblicato da puntoacapo nel gennaio del 2026.

NON TORNARE È LA GRAZIA

**

Non tornare e la grazia.

Navi naufragate, armi a picco, fine.

Ma io torno dove non e logico approdare.

Antro sacro, fitto di ombre, sulla volta sirene e ciclopi.

Non restano del mio viaggio che voci, ossa, rovine.

Un fumo di nave, un’ansia di remi, il vento sui sassi.

Non diventerò il re che i nemici aspettano.

Non sarò il morto predestinato del regno di Itaca.

Approdo nell’antro.

Muschi anfore ulivi telai di pietra manti purpurei,

le due porte, Borea umana, Noto divina,

e lei mi guarda, nata ora, dall’aria

solo nostra, ovunque

odore di ulivi e di miele,

la accarezzo dove leggo

la sua estasi.

*

In sogno mi inseguivano, coltelli snudati, fiamme accese.

Poi tutto spariva.

Ero uno fra i tanti, nella piazza vuota e nera,

osservatore di ceneri spente, di architetture crollate.

Non tornare e l’unica grazia.

A Itaca sanno che sono arrivato.

Quindi non verro, non ancora.

Hanno galoppato per giorni i messaggeri.

Avvisati, i nemici sorvegliano la reggia, affilano le lame.

Io studio la grotta come, prima di essere guerriero,

scrutavo il volo degli uccelli e osservo

code di sirene, prue di navi,

ninfe.

Quando regnavo spiavo segreti flebili, dimenticabili.

Ora il segreto e mio, inverosimile,

chiuso nella morbida pelle delle sue cosce.

*

Le cose normali sono simboli funebri.

Amo quelle imperfette e strane:

una forma di perfezione che esige amore.

Nessun pensiero è originale ma origina

metamorfosi,

acqua nel fiume,

mai identica, libera,

cerca i suoi argini, non celle

ma pietre ruvide o lisce.

Alla reggia non salirò.

I nemici non mi vedranno.

Lei, ninfa che sfioro, miele, dita, sospiri.

Da me non verrà il segnale di altre rotte.

Alla fine del mio viaggio

non ho né salvato né ucciso.

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*Riporto qui le prime tre strofe, tratte da: Marco Ercolani, Tornare è la grazia (prefazione di Angelo Lumelli, postfazione di Isabella Bignozzi), pubblicato da puntoacapo nel gennaio del 2026.

LA POESIA AMA NASCONDERSI. Brancale, Bordas

Diario di un’ora

Noi non siamo la somma di tutto ciò che abbiamo vissuto. Siamo la sottrazione. Siamo quello che non siamo più. Siamo tutto quello che abbiamo lasciato dietro di noi. Tutte le parti che ci mancano. Siamo gli abbandoni. Le fogllie in autunno. Le battaglie insignificanti del corpo. La perdita di parola. Siamo la sofferenza in carne e ossa

Mi volto indietro, verso l’infanzia, ma quel momento rimane per la maggior parte di noi irraggiungibile. La vita stessa a volte è irraggiungibile.

Forse la poesia è un gesto che ci permette di sfiorare quello che crediamo irraggiungibile. La parola è in cammino, assorbe in silenzio tutto ciò che si contrae nella profondità dell’essere. Scaglia l’urlo.

Non riesci più ad addormentarti nel buio. Il nero mi minaccia. Il nero mi assedia. La bocca si svuota da dentro. Dai denti della carne delle ossa del vuoto.

Qualsiasi cosa muore dentro di me devo restare vivo. Restare vivo nella morte è il passo successivo.

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*Hervé Bordas, Domenico Brancale, Congiungimenti II, Prova d’Artista, Galerie Bordas, Venezia 2021. Le parole sono di Domenico Brancale, le immagini di Hervé Bordas.