SOLO IL SILENZIO HA UN VOLTO. Paul Wühr

Paul Wühr

Sage |Leggenda

a cura di

nanni cagnone

traduzione di

antonio rossi

tempere su carta

di sandro chia

Edizioni Galleria Mazzoli, 2015

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Questa poesia, direbbe Arnold Gehlen, è «chiaroveggenza intellettuale e sentimentale». Innanzi a noi – qui o dove, ma sempre da un’altezza atemporale –, il piú ostinato dei cercatori, vir portendens che abita nella reciprocità e mai non dice addio. Risparmiatevi considerazioni del tipo ‘Difficile, Paul Wühr’, poiché non c’è degna poesia che non sia altrettanto sommessa, ombrosa, che non faccia del vuoto la propria energia, non attiri in sua segreta esuberanza e inattesa spensieratezza, non abbia lacuna e ritrosía. Da Eraclito a Heidegger, a Beaufret: «Rien n’est plus cher à l’éclosion que le retrait».

(Nanni Cagnone)

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Gar | Proprio

Gli occhi soffiano è proprio una

bella espressione

là si lacera il giorno si fa il buio

bianco

quando il vento c’investe ecco cosa

accade

come uno disse è ogni giorno piú grande

la sua bocca

sempre piú piena vuole la leggenda

uscire da noi e ciò che

di noi è scritto non potremo

piú vederlo

solo il silenzio

ha un volto

Die Augen wehen zu gar ist ein | schönes Wort || dort reißt der Tag weiß wird | das Dunkel || wenn es uns durchweht das kommt | davon || wie einer sagte täglich nimmt | ihr Mund zu || immer voller will die Sage aus | uns hinaus und wie || wir geschrieben stehen werden wir | nicht || mehr sehen können nur die Stille | schaut aus

*

Schwer | Pesante

Non smette di raccontare uno

a cui serve meno

sonno d’un uccello quando

dal senso

addormentate le sue mani

prendono congedo

da tanti anni

è abbandonato

il volto bianco pesante

quando

perde il giorno

la sua luce ma

c’è ancora di notte

un po’ di mondo

danno una mano

le leggende

Erzählt einer uns fort der | weniger Schlaf || bedarf als ein Vogel als | vom Sinn || geschlafen seine Hände | abdanken || von so vielen Jahren | verlassen wird || das weiße Gesicht schwer | wenn es || dem Tag an das Licht | geht aber || nachts ist noch Welt | da || gehen die Sagen zur | Hand

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Paul Wühr (1927-2016) è nato a Monaco, in Germania, ma ha vissuto parte della sua vita in Italia. Maestro elementare in Baviera, negli anni del dopoguerra inizia a dedicarsi alla scrittura, pubblicando il suo romanzo d’esordio Embryonen (tra il 1954 e il 1957) e lavorando ai primi testi per la radio. Nel settembre del 1963 il Westdeutscher Rundfunk trasmette il suo radiodramma Das experiment. L’editore di Monaco Carl Hanser pubblica le sue opere a partire dagli anni Settanta: il romanzo Gegenmünchen (1970), il ciclo di poesie Grüss Gott ihr Mütter ihr Väter ihr Töchter ihr Söhne (1976), quindi Rede. Ein Gedicht (1979), il romanzo Das falsche Buch (1983), il diario Der faule Strick (1987), nuove poesie Grüss Gott, Rede (1990), poi Luftstreiche. Ein Buck der Fragen (1994) e il volume Salve Res Publica Poetica (1997). Numerosi sono i riconoscimenti ottenuti tra i quali ricordiamo: nel 1971 il Premio radiofonico dei Kriegblinden, nel 1977 il Literatur–Förderungspreis della città di Monaco, nel 1984 il Premio della Città di Brema, nel 1990 il Premio Petrarca e il Premio Ernst Meister, mentre la Bayrische Akademie der schönen Künste gli ha conferito nel 1997 il Grosser Literaturpreis.

IMPROMPTUS. Francesco Balsamo

Vetro veglia casa tintinnio (collana Gli Insetti, Medusa editore, 2023) è il titolo del libro poetico di Francesco Balsamo. Ma, nel pronunciare la parola “libro”, il lettore vorrebbe solo sorridere. Questi versi aerei e disseminati, che affiorano fra i molti spazi bianchi, non sembrano davvero le poesie di una raccolta conclusa: sono volatili epigrafi, teneri haiku, giochi infantili, toni incantati, arie in forma di scherzo. Sono, come in una danza sulla sabbia, i granelli sollevati dal ritmo dei passi. Un Walser bambino sarebbe d’accordo con la musica lieve di queste folli, felici, disperse poesie, che non sopportano né virgole né punti. Già il solo leggerle offende la leggerezza di questa lingua surreale, volatile, lampeggiante come una candela al vento, una lingua che non narra storie e non esprime pensieri ma descrive scorci d’incanti: “Libro intagliato in una trave del tetto/casa per mano//; così/ si apre un polmone/e se ne sta vuoto pieno/ d’aria// e piccoli uccelli/ si ammucchiano dentro fuori// fuori dentro; c’è la luna/ guardare il cielo è un’altra lingua//; per un arabesco della luce/ o per un atto di gravezza// dove sono arriverà il vento/ all’improvviso// come uscito dalla manica/ a cercare l’ultima preghiera// e non trovandola vorrà/ abbattere la torre// lasciarla cadere/ sulla grande terra del tavolo”; Quanti fogli ho tra i rami?/ E quanti liberi confidenti sparsi tra le case/ quanti animali visti con la coda di un occhio/ e quante pietre ho su un fianco/ e quante sull’altro?/ Matita, resta muso a terra e dimmi:”

*

È evidente come a Balsamo interessi, da artista, il segno/disegno della parola: solo il disegno guida la mente emozionata a questi impromptus (così giustamente li definisce Di Palmo) come alle note di uno spartito libero, immerso in nature incantate e reali, che evocano le waldszenen schumanniane. Il poeta, quando scrive “D’inverno/ le storie russe dei nostri corpi”, ha in mente i geli sottili della steppa, che tanto affascinarono il giovane Cechov. E, verso la fine del libro, affiora la dolce identificazione con l’animale più silenzioso, estremo compagno di questa sibillina, ammutinata poesia: “chi dormendo si fa conchiglia/ il suo respiro ai pesci// e nel sonno apre gli occhi e guarda/ il fondo//e vede/improvviso ammutinamento di pesci”.

L’ASTRATTO CHE TUTTO PENETRA. Wols

Wols, Oui, oui, oui (1947)

**

racchiuso nella mia coscienza tranquilla ero, sono e resterò fedele alla mia scelta più radicale.

A Cassis, i sassi, i pesci gli scogli visti con la lente d’ingrandimento il sale del mare e il cielo mi hanno fatto dimenticare l’importanza dell’uomo mi hanno invitato a voltare le spalle al caos dei nostri intrighi mi hanno mostrato l’eternità nelle piccole onde del porto che si ripetono senza ripetersi.

Nulla può spiegarsi non conosciamo che apparenze.

Tutti gli amori portano a uno solo.

Al di là degli amori personali c’è l’amore senza nome il grande mistero l’assoluto X Tao Dio Cosmo Spirito Santo Uno Infinito.

L’astratto che tutto penetra è inafferrabile: in ogni istante in ogni cosa

l’eternità è là è probabile

che i cani siano più liberi dei non-cani e la merce scadente sia rivoltante

esiste una teoria che si chiama onestà

l’uomo non è che un bluff

IL PERICOLO DENTRO LA TESTA

Premessa

Thomas Bernhard, se si sceglie di essere sceltidalla sua prospettiva di mondo, pervade la lingua con una prosa percussiva, tragica, grottesca. Leggerlo non basta: bisogna parlare con lui, odiarlo, contrastarlo, amarlo, sentire il pericolo indotto dalla sua mente.La conversazione con la tetra potenza di questa scrittura è un sogno a occhi aperti, dove il perturbante reale è sempre vegliato dall’imminente delirio. Da qui può scaturire un Grande Frammento che evochi (e inventi) le sue parole, non rassegnate a essere lapidi di un cimitero letterario ma ansiose di tornare schegge di angoscia e di veleno. Abitare anche per il breve tempo di un libro la scrittura di Thomas Bernhard, mette la parola in pericolo, gettando lo scrittore verso l’abisso.

Il pericolo dentro la testa

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,

non sappiamo nulla,

non sappiamo nulla del declino,

delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati

cavalli e uomini.

Cento frammenti

a Thomas Bernhard

PRIMA PARTE

tra fiori neri

si riposano,

i morti che camminano

(T.B., 1957)

1. Nerval

In ogni testa d’uomo esiste una catastrofe a misura di quella testa, un pericolo incommensurabile scritto dentro quella testa e solo in quella. La ragione non sa percepirlo. Un poeta come Gerard de Nerval scrive al dottor Blanche nel 1852: «Caro dottore, la mia risposta alla sua domanda è una sola: io sono le meravigliose avventure che descrivo nei miei libri, io sono l’esatta realtà che sperimento ogni giorno. Io non ho mai sognato (mai, neppure una volta), durante la notte. Lei, dottore, mi offende distinguendo in me una vita diurna da una vita notturna. Io sono sempre “uomo della notte”. Sempre. Solo da uomo sveglio so cosa significhi sognare. È mia modesta opinione che non ci siano parole decisive pronunciate dalla scienza della psiche: e poi, se ci fossero, a me non interessano. Lei, caro Blanche, applica delle leggi fisse a persone che hanno solo il potere di esprimere liberamente l’orrenda scissione tra fantasticheria e realtà. Io non applico niente: io scrivo e guarisco così dalla vita. Auguro a tutti di guarire dalla vita scrivendo. I re, gli emiri, i califfi, le donne dei miei racconti, sono tutti personaggi reali che stanno dentro di me, tutti meravigliosamente vivi. Perché lei e i suoi colleghi non entrate nel mio grande regno e non lo fate diventare vostro e guarite voi stessi dalla vostra stupida vita? La mia scrittura lascia voi scienziati secoli lontano. I sogni dei miei giorni sono un libro straordinario e irripetibile che continuo a scrivere e che spero sia presto stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità, che forse così non rotolerebbe verso la sua rovina. Le mie notti sono bellissime e profumate. le preferisco agli odori acidi dei suoi medicinali, dottor Blanche, al suo bell’asilo troppo stretto per me. Nerval».

2. Per gli alienisti

Non vi sembra, cari amici (o dovrei dire psichiatri, non sono forse, oggi, relatore in un vostro convegno?), che questa lettera contenga tutta la catastrofe di Nerval, tutta la nostra catastrofe? Io non penso affatto che i folli debbano essere isolati dagli esseri umani, come gli appestati e i lebbrosi, in qualche lembo di terra agli estremi confini dell’oceano; oltre che spietati, sareste stupidi e rinuncereste per sempre a capire che questi esseri umani sono primariamente sconvolti da qualche irreparabile turbamento. Voi, da medici dell’anima, dovete insegnare a loro le regole con cui controllarle, perché possano goderne al meglio. Siete voi i custodi di quelle regole. Non servono le docce gelate che tengono a distanza, che isolano l’altro nel gelo violento dell’acqua, ma le parole parlate, balbettate, cantate insieme, la nostra mancanza di paura. Guardàtele, quelle persone. Osserverete i vostri sentimenti come in uno specchio deforme, in una tenda da illusionisti, in un circo di zingari. I malati sono tutti chiusi dentro il loro eccesso e i loro specchi. E voi, cosa vorreste fare? Coprire quei vetri per sempre, con le stoffe pesanti dei vostri tetri loden? Isolare gli agenti patogeni della tormentosissima, squilibratissima passione? Voi, uomini liberi, siete uguali a loro, uomini prigionieri. Voi avete avuto studi, educazioni, padri, madri, denaro, censure. Loro no. Loro vi sembrano dei selvaggi e lo sono, ma non dimenticateli mai. Un giorno, quando le vostre maschere cadranno, vi sveglierete inconsapevoli dentro i letti accanto ai loro, non diversi nelle rughe e nei pensieri da loro, e implorerete pietà. Ma quelli, quelli come me, saranno liberi di non concedervela, come loro oggi non sono liberi di sottrarsi alle docce gelate. Ricordatelo fin da ora come lo ricordo io, che oggi vi parlo come scrittore ma che invece dovrei essere ospite delle vostre corsie.

3. Iceberg

Una cerimonia? E perché? Perché io, proprio io, devo ricevere un premio? Uscire fuori dalla mia casa ed essere acclamato per le mie invettive? La maggior parte delle persone se ne sta chiusa nella sua casa, casta, classe, stanza; così i macellai frequentano soltanto i macellai, i muratori i muratori, i manovali i manovali, i conti i conti. Io appartengo a me stesso, scrivo, non ho bisogno di nessun altro, nessuno mi può insegnare o dire qualcosa, non devo rivolgermi a nessuno, neppure a chi mi premia. Fingo storiereali, io che non so neppure come si diventa reali, e scrivo. Ogni opera autentica è un iceberg che fracassa le navi che passano. La stessa identità è un iceberg, di cui solo la punta è visibile. Ma, reinventando ciò che possiamo solo immaginare, scoprendo analogie, consonanze, dissonanze, domande, sortilegi, ripercorriamo gli strati del palinsesto che spinge l’artista a reinterrogarsi sui turbamenti dell’identità; riscopriamo ciò che fuper non accettare il presente che è, fosso senza memoria; cerchiamo altri futuri nel segreto dei passati, come se gli attori non avessero mai lasciato il palcoscenico e dovessero tornare a recitare la loro commedia nel presente, personaggi ancora in cerca di autore. Artisti, filosofi, analisti, scienziati, poeti, da sempre ritornano, se li leggiamo veramente, come se volessero aggiungere ancora un dettaglio alla loro storia e alle loro voci; come fari rischiarano il buio dove sembrava dovessero tacere per sempre e spalancano di nuovo i segreti delle loro vite. Mi chiarisco le idee parlando: voglio un’opera-arcipelago, dove il destino del Principe e del Soccombente comprenda voci passate, presenti, future; sì, sarebbe un capolavoro! Chi non ha mai letto il monologo di Stavrogin o le profezie di Miskyn nelle pagine che va scrivendo? Chi non ha mai visto uscire dalla sua tana Franz Kafka? Un’opera-arcipelago si inventa mentre assorbe il passato e si cerca mentre divora il futuro. Un’opera contagiosa, letale, anonima, ininterrotta. Chi l’ha mai pensata completamente? Forse è impensabile, forse è folle (ne saprò pure qualcosa). Ma la scrittura è l’impossibile che lavora dentro la parola: è lei lo scalpello che la scava dall’abisso. L’opera di ogni scrittore è maschera aperta verso l’abisso, pronta a restituirne frammenti, aloni, barbagli. L’autore è presente per coordinare il flusso delle cose che salgono dal nero, per essere sentinella di una magia e di un pericolo. Della magia è facile chiacchierare. Del pericolo invece è necessario parlare. Ognuno spinge l’altro nel suo abisso, nel pericolo della sua testa. L’importante è sapere che la caduta è reale. Necessario è non sognare mai. Si vive già sognando. Sognare da dormienti è perdere tempo, è essere stupidi. Noi, guardiamoci. Non vi sembra questo, nel giorno della cerimonia, il miglior commento al premio che vi accingete a darmi? Dei dottori premiano uno scrittore per la sua pazzia. Non trovate questo dettaglio strano? Una specie di espiazione? No? Mi sembra che siate troppo docili o troppo idioti e non ve lo perdonerò. Io sono, e resto, uno che soccombe con tutto l’inferno nella testa. E voi siete quelli che odio, perché non sapete nulla di quell’inferno o, se lo sapete, coscientemente, malevolmente, lo tenete a bada con la violenza delle docce, dei legacci, delle parole, delle cerimonie. Sapete QUANTO Nerval avrebbe potuto odiare Blanche e lui voi, se non si fosse perso nelle nebbie della sua fantasmagorica scrittura? Se non fosse stato il mite poeta che si è impiccato nella notte nera e bianca di Rue de la Tuerie come in sogno? Ma io NON sono un mite poeta. NON sogno. Sono una bestia e voi, leggendomi, potreste essere tentati di impiccarvi.

Ora basta, direi. Della catastrofe innata smetto di parlare. Basta che mi leggiate e andiate oltre i nomi, oltre le storie. Pure convenzioni, ma servono per dire l’orrore necessario. Direte: non ti bastano uno, due frammenti? E invece no. Devo parlare finché la gola non si stringe, come se qualcuno, dall’esterno, ci affondasse le dita.

4. Morire da vivo

Dici che dovrei viaggiare per raccontare? Io, che alzo i muri delle mie frasi a colpi di vanga? Io che mi rovescio terra sulla testa, come nelle viscere di un cimitero, e rido a ogni badilata. Io, che sono un servo di scena, che servo i miei incubi. Gli scrittori sono cadaveri inguaribili e non smettono di assolvere il loro compito neppure dopo la morte fisica. Luce bianca di un viaggio verso i ghiacci? Cercherò di vederla, Hedvig, prima che i tuoi occhi smettano di vedere. Te la racconterò nei prossimi giorni, ma dispero di potertene parlare. Ho un’ossessione. Un corvo galleggia sopra il ghiaccio, in attesa di spiccare il volo. Non è morto ma neppure vola via. Se ne sta lì, in mezzo al freddo oceano, come se non volesse più volare ma nello stesso tempo non potesse nemmeno annegare. Il corvo fermo nel ghiaccio non è una visione poetica: nutre il pensiero della poesia. Indica la strada: non volare e non morire, non perdersi negli spazi e non soffocare nell’acqua. Dormire solo quel tanto che serve per passare i giorni da sveglio. Lo scrittore vorrebbe dimenticare la funzione-sonno, sogna gli sia consegnata, come un prodigio, l’insonnia di Kafka: quel numero incredibile di ore, perdute in grembo al sonno-morte, vorrebbe diventassero mille mattini in cui svegliarsi ancora e scrivere ostinatamente i suoi mille, e oltre mille, quaderni. Non ho altre ossessioni, al momento, tranne la storia di uno che è sempre chiuso dentro una certa casa: a ogni foglio che scrive, quella casa è più salda, quei muri più spessi: alla fine, consegnato l’ultimo capitolo all’editore, si trova dentro la sua bara, bello pronto a morire, esasperato ma vivo. E parzialmente, disgustosamente soddisfatto. Ma spesso mi chiedo se il mio gioco a morire da vivonon sia che una stupida partita a scacchi fra due automi.

(….)

IN UN VUOTO TRA MURA SENZA SONNO. Nanni Cagnone

non coniare le proprie ossa

poi che resistiamo

solo nell’ottativo

–altro lo dissolviamo

la domanda ripresa sempre come risposta

,

grande uccello traversante il mare

è appunto la terrestrità

dove vanno a finire gli accenti

– forse essi contendono

silenzi a silenzi

ciò è chiaro,

qualcuno ha soffiato

(fa in fretta la polvere)

In un vuoto tra mura senza sonno

non si nasconde più, né può capire

un corpo in un corpo

nascere all’inizio con prontezza.

Cerca l’acqua di un fiume,

acqua corrente che ora parla

e ora abbandona. Seguace delle cose

non si penta degli incanti,

di questa sua slegata cintura,

senza riposo sereno flutto

finché vorrà condurci somiglianza.

Più distante delle cose

ogni legame – per quanto

sia presente, dovrai seguirlo

indietro, servo senza senno,

e se chiama innanzi

temerlo nuvoloso, possesso

di pericoli, muto cartiglio

in quel punto.

Arde immobile, tra

le due lame di una forbice.

  • I testi sono tratti da: Nanni Cagnone, Armi senza insegne, Coliseum, Milano 1988. Le foto sono proprietà di Benedicta Froelich.

CANE MENTALE. Bernard Noël

a cura di Lucetta Frisa

**

Talvolta il tatto indovina un segno

un movimento del nero una cosa

ossificata dall’attesa.

Una terribile freschezza attraversa tanti

scorci di crateri carnosi

che sputano vecchi stracci.

Non si sa quale nudità oscura

le mani incollate sul fianco aperto

la giovinezza dai flutti che colano.

L’aldilà è passato aldiquà:

eruzione, poi il fiore sparso

dei muscoli intorno all’osso.

Sotto ogni forma la presenza muove

amore, attivo fantasma,

poi il tempo si strappa.

Un soffio giù dalla discesa

cerca la figura nella polvere,

ma questa non ha sponde.

Un cane mentale annusa il vuoto

annusa l’odore che non esiste

l’odore interminabile del nulla.

Dove è il luogo, passa il vento,

tutto appare vicino e lontano,

il cadavere all’inizio della strada.

Lapsus in forma di corpo:

ad un tratto la vita vulnerabile,

il tempo rovesciato sulla lingua.

Oh tutti coloro che più non sono

o furono solo in dizionari

rumori di lingue non finite.

II viso coperto di rughe

fa notte nella lingua

sotto la camicia di carta.

Un sogno è là che ci sogna

ripone sudari di immagini

sotto il corpo dell’interiorità.

Il riflesso di una bocca che fu

lascia nell’aria un vago appetito

un sapore di silenzio smarrito.

La divina evidenza del nulla

mostra brutalmente il buco

subito scavato in pieno viso.

Chino su questo bordo di roccia

più non si vedono le dimensioni

né la scena vuota né le forme sfasciate.

La testa: il luogo senza luogo

sempre indefinito dietro il viso,

sempre vacante per il respiro passeggero.

Quale prova aspettarsi dalla lingua?

Un movimento si agita nell’ombra

ma non è neppure ombra.

Un fremito nell’aria che si muove

e d’un tratto il bordo di chissà cosa:

una parola cerca la sua origine.

Nessuna terra qualche grido

l’occhio cerca di confiscare la vista

ciò che vede subito deborda.

Ogni cosa appartiene alla superficie

è là sotto che si vede profondo

ma il sotto resta sotto.

Ciò che matura nel chiamare

ne cerchi il luogo e il perché

il percorso si confonde nel richiamo.

C’è della memoria e poi

una strada che subito si accorcia

invisibile resterà l’ostacolo.

Ci piacerebbe veder passare un dio morto

infine, qualcuno non soltanto un nome,

ma nulla scivola lungo il tempo.

L’inesistenza, talvolta così presente:

è possibile che il vuoto sia pieno

e la sua cavità suoni pienamente dentro.

Nessun senso nelle coincidenze

solo un riflesso gradevole

l’azzurro sarà sempre azzurro.

L’energia, il pensiero, l’amore,

si immagina la loro sostanza

invisibile sogno delle forme.

Questo sogno iscrive tracce di lingua

labirinto di emozioni dove l’ignoto

apre all’improvviso la bocca di un abisso.

Ovunque cose d’aria e la coscienza

tasta invano il vocabolario

si cerca una sponda la fermezza

di una terra la fine del futuro

l’orecchio nella nebbia ascolta

la crudeltà battere il suo errore.

L’istante fluttua poi rotola

mangiato dall’ombra o dalla polvere.

rapido o lento, formato di frecce.

Il cuore solcato da soffi

un paese senza sostanza eppure

la sua astrazione ci uccide.

Talvolta il rumore si agita appena

meno di un soffio sull’acqua

si lancia un pugno nel vuoto

la disperazione resta intoccabile.

Si vorrebbe annegare nella saliva l’idea

che perdita e mancanza si divorino l’un l’altra

Tutto deve il suo senso alla morte

come se in vista ci fosse solo il suo naufragio

i fantasmi salgono in cima alla testa

non osano scegliere la caduta o il volo

getti del sogno a forza

di voler toccare il sempre e il mai.

Qualcosa, un po’ di notte, non importa cosa,

piuttosto che questo scivolare impercettibile

corvi coltelli musi di topi

piuttosto che piaga mentale e mani vuote

rollii del nulla dove grigia è l’attesa

si vorrebbe infine vedere la vera immagine.

Sapere che il disastro lo bevono

gli occhi nella falsa tempesta.

**

*Il testo è tratto da: Bernard Noël, Poème d’attente, versione arabo-francese, tradotto in arabo da Khaled Najar, Tawbad, Tunisie, 2007.

VIOLENZA E BELLEZZA. Gilles Deleuze

Una lettera a Andrè Bernold.

**

Parigi, 28/5/1994

André,

Ti penso così spesso. Curioso come le nostre esistenze (la mia e la tua) si proteggano dal loro stato di crisi permanente trovando riparo in ciò che vi è di più violento e tremendo in arte. Il fatto è che quel terrore lì sradica l’abiezione di questo mondo (non c’è giorno che non porti con sé il suo lotto di comicità abietta e non ci costringa a odiare la nostra epoca, non tanto in nome di un compianto passato ma nel nome del presente più profondo). E tremendi sono quei canti mongoli che mi hai mandato, la loro voce così incavata, così tremendamente cava che tutte le altre vorrebbero colmarla. Due sono le cose che abbiamo: la violenza dell’arte e la violenza della grazia e della bellezza dei bambini, del tuo Nicolas. Anche se tardi, ho cominciato ad apprezzare meglio Ravel: c’è in lui qualcosa di diverso da chiunque altro, una sorta di estraneità radicale, come disponesse anche lui di un’esistenza fragile, al riparo dalla straordinaria violenza della sua arte. Io lavoro come posso. Ciò che scrivi, ciò che mi scrivi mi sembra così bello! Non soffocare questa bellezza per nessuna ragione… Ti abbraccio tanto quanto ti voglio bene.

Gilles

*Il testo è tratto da: Gilles Deleuze, Lettere e altri testi, Giometti & Antonello, Macerata 2021.

PAROLE-CENNI. Bernard Noël 

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Ci sono parole che ci fanno credere alle parole. Esse, nel loro mescolarsi, non esprimono niente (e sono prive di qualsiasi utilità) ma formano un senso illimitato. Le troviamo in Chimere di Nerval: il Simbolismo non ha cercato altro. Questa replica di Janus, in Axel di Villiers-de-L’Isle-Adam, ne è un esempio irriducibile.

“La vela ha toccato il mantello; la torcia si è spenta; tutto è deciso, nelle antiche tenebre”.

Quelle parole ci fanno ancora cenno.

Magnetizzano lo spazio nel quale le colloca la loro lettura.

E quello spazio lo colmano di senso, molto più che se vi inscrivessero un qualsiasi senso.

(Traduzione di M.E.)

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Il testo è tratto da: Bernard Noël, L’allure mentale, éditions hotel continental, Rosporden 1986.

TROPPO TARDI SI IMPARA. Cid Corman

Prefazione

Vivendomorendo: un canto che continua

Il poeta – che ride / ride di sé / che ride. (il poeta) – ci accompagna lungo questo cammino che non ha meta, ma continua. Non cerca di trattenere, solo di accadere. Nessuna antologia potrà mai contenerlo, ma chi legge può riconoscere in questi versi uno spazio di risonanza, e come Corman non solo si augurava auspicandolo, ma lo aveva in effetti edificato – un tempo di consonanza. Una macchia sulla carta bianca che si muove, eppure non si è affatto mossa. È ancora lì, e adesso in versione italiana, grazie al lavoro di Andrea Gazzoni e all’editore Ensemble che ci trasmette questa poesia tanto vivente-morente perché offerta entro lo spazio di una possibile lettura, da una voce che canta al nostro orecchio lettore, entro il nostro tempo, adesso e dove siamo quando apriamo questo prezioso libro, il suo evento, anche di nostra occasione…

Giampaolo De Pietro

**

La danza

Alla fine

uno a uno

lei i veli li

li lascia andare e

tu lo vedi

delirante-

mente- che non

resta niente

Guarda bene

ora dentro al

grande vuoto

Viene il dono

di lei, viene

in un piatto

**

La serratura

Aprire o chiudere

star dentro o star fuori –

la chiave va liscia

nella serratura,

pesa nella tasca.

Però lo scheletro

si adatta a ogni porta,

guastatore mastro,

che ricorda a ognuno

di noi chi ospita

e chi è ospitato e

chi il povero ladro.

**

Il lavoro

COME rimettere

le cose insieme

come se non

fossero rotte

come le mani

in dialoghi di

malta e argilla

riparare

sentono rovine

unirsi scoprendo

che ogni cosa

è alla fine

qualcosa

d’inseparabile

da quel che fu in altro

modo pensato.

**

TROPPO tardi si impara,

sempre. La palla che noi

tiravamo sul muro

e toglieva al vicino

malato il sonno dava

una rabbia, un egoista,

pensavamo, lo era,

e noi pure. Sto male,

ora, sento un bambino

che batte in un momento

vuoto contro il mio muro,

provo a a star fermo, steso.

**

I testi sono tratti da: Cid Corman, Vivendomorendo, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, prefazione di Giampaolo De Pietro, Alter affluenti, Ensemble 2026.

ATTRAVERSO LE COSE. Bernard Noël

A Lucien Hervé

fotografie di Lucien Hervé

***

Davanti a ognuno si estende

ciò che ognuno guarda

per vedervi la cosa altra

lei

dietro la vostra schiena

si nasconde

**

Dapprima il mistero è piacere

poi diventa problema

si beffa più tardi della nostra libertà

infine si accorda con il nostro silenzio

**

attraverso le cose

fatte con le nostre mani

la nostra inutilità

il nostro sguardo

**

nel silenzio

nella meditazione

tocca lo sguardo

la pelle del giorno

la accarezza

con la notte

della pupilla

poi

sostanza nera

sostanza bianca

si scambiano

nella luce

**

l’equilibrio

chiama

ciò che fu bello

ciò che lo sarà

qualcosa

come un fulmine

traversa il cervello

un desiderio

che sfida

la propria morte

**

le pietre mangiano silenzio

e il silenzio immobili

le guarda, diritte,

talvolta

prestano pelle alla luce

talvolta controtempo

giocano con lei

**

Ciò che immaginiamo

entra nello sguardo

e l’invisibile

felicemente

sostituisce il visibile

Testi tratti da: Bernard Noel,Intimità privata”, in Les Yeux dans la couleur, P.O.L., Lonrai 2004.