Ercolani non si rassegna all’irrevocabilità della sua storia: la rende insufficiente. La fa confluire e – mentre corregge altre vite – aggrava ingrandisce la propria, la riscrive: questa, forse è una speranza del passato, forse une uchronie. Nei Taccuini si legge: «L’essere intatti è una qualità del vuoto che non appartiene alla nostra natura terrena». E lui è tutt’altro che intatto – è infetto, contagiato ogni volta da coloro con cui si trova a parlare.
La figura prevalente sembra essere la fictio personae, la prosopopea in cui Hillman scorge una risposta all’egocentrismo. Fare dei propri sentimenti altre persone, equivale a cercare in sé i propri simili, ad andare verso quel nome segreto che non può essere ingannato da un’omonimia. Se l’altro è un’ossessione per lui, allora deve scinderlo; l’uno che diventa molti non chiede di essere immedesimato, e lui può aumentare la distanza, lasciare che le cose accadano, fuori; può dar nomi a tutte le presenze della mente. Nessuna invenzione: gli basta ricordare.
Anziché un solo dio, dunque, gli dèi: non potrà fermarsi in nessuno, dovrà trovarne altri e altri ancora, come un luttuoso Don Giovanni. Ercolani si sostituisce a chi lo precede, occupa tutte le posizioni, si rende indistinguibile, ma tenendo per sé la speranza d’una reciprocità paradossale: farsi dire da chi tace.
Ercolani ha il talento della fedeltà, della fatale gratitudine, e un talento esercitato è di per sé coraggioso. Gli auguro di finire il peso di questo sistema costrittivo, di quest’autoritratto che ha il gusto dell’insuccesso, e d’abbandonarsi alle sue visioni senza smarrirsi nell’immenso bisbiglio di quelle voci; d’incontrare un dio generoso, che lo lasci accadere lì dove si trova, nell’insonnia del suo irriducibile, unico nome. (1997)
Ora in: Nanni Cagnone, Discorde, p. 296, La Finestra editrice, Lavis 2015.
Anche se incapaci di visioni, possiamo percepire intensamente, fino a un’esclamazione somatica, benché non ci sia per noi qualcosa di visibile, udibile, tangibile. E spesso l’oggetto di questa percezione senza percepito ha una pretesa di fisicità. D’altronde, si possono immaginare cose di cui non si ha esperienza. Lo provano quei narratori che non ambiscono a raccontare i fatti loro.
Gli ubriachi, gli psicotici e coloro che sognano, sono allusivi, qualità che altrove perde d’esistere.
Il mondo viene turbato da sempre nuove descrizioni. Unica certezza, il progresso dei nostri dolori – penso all’empia amministrazione delle eredità profetiche, alla decadenza dei sogni, alle spaventose ingiustizie che miseria e paura non possono impedire. E sarebbe vano tentar di separare una storia individuale dalla storia del mondo – non è incolume la solitudine. “Ed io sfoglio il libro dei morti/ come colui che teme e chiama”.
*
Non tento di comprendere le segrete cose: intendo semplicemente approfittarne, sapendo inferiore a molti fenomeni la mente, e difettosa incompleta la visione. Sarebbe erroneo considerare tale atteggiamento una rinuncia. Il mondo è esoterico, dunque perché non restare accanto all’inesausta allusività dell’ignoto, umilmente completando luce con ombra? Superàti perciò, e perciò in pace.
NOTA per Non tornare è la grazia di Marco Ercolani (Puntoacapo, 2026)
È questo il libro di un poeta che da sempre conosce l’aria e il senso della vertigine, come senso sempre vertiginoso di un doppio movimento, l’andata e il ritorno tra le cose e la parola che le nomina. Ercolani ingaggia con slancio picaresco e appassionato un corpo a corpo della parola con il suo stesso senso imprendibile, attraverso i nomi che “vengono e vanno”.
Qui la parola prende un tono sovente febbrile e vibra veemente, accesa da un desiderio di senso pieno, pur riconoscendo l’impossibilità di attingere a quel senso, “né un sopra né un sotto, né un alto né un basso,/ tutto pura aria, vertigine senza fondo” sono versi nitidi, definitivi, che non tollerano mezze misure ed esprimono bene questo clima. Un clima sempre acceso, da sogno vivido. La terminologia è decisamente belligerante, appena smorzata un attimo prima di divenire solenne. Raro il desiderio di quiete, di aria dolce, pur presente a tratti, come in certi versi soavi: “Ma lei mi accarezza ora, / miele, sospiri, albe”.
Itaca in questo poema (mi piace definirlo così,” poema”, anche se ha qualche carattere dell’inno, un inno al dio ignoto…) pare sempre imminente, prossima a chiudere un cerchio, ma al momento dell’avvicinarsi si fa fumo. E si fa “voce”. “L’enigma di una voce”, proprio così, alla lettera, è un titolo pensato da Marco Ercolani per l’opera di un altro poeta, Lorenzo Pittaluga, ma in fondo attesta una sua vocazione profonda. Fare poesia significa dunque cercare una voce, diventare quella voce. È il senso ultimo, non troppo manifesto ma neppure nascosto, di questo poema, attingere a quella “grazia”, intesa come charis, già indicata nel titolo “Non tornare è la grazia”. Grazia, dunque, che è uno stato di coscienza, non lontano da quel “non- so-che”, da quello “charme” tematizzato da Jankélévitch. Grazia, allora, o “charme”. diventa la benedizione senza la quale le cose sarebbero soltanto quel che sono.
Viaggio per acque. Senza nessun approdo. Marco Ercolani qui fa suo il motivo celebre di Seferis, per cui quel che preme al poeta è l’avventura del viaggio, al di là delle suggestioni di una meta. Dice infatti Marco, in sintesi lapidaria: “Itaca laggiù/ un’ombra.” Tutto il libro è immerso in un tempo mitico, sospeso, in qualche modo: destinato. È in questo mare dai tanti richiami, è da questo mare che emergono le figure insidiose del mito, Circe, Calipso, le Sirene silenziose, e tutte sembrano giocare con i loro luccichii, le loro luci. Ma il mare qui non è solo ambiente o sfondo, aria salmastra, è presenza dilagante, una specie di deuteragonista o di alter ego rispetto al poeta. Anche il tono incalzante dei versi, un tono quasi ipnotico, sembra modulato sul ritmo, sul battere e levare delle onde marine, tra furore e incanto.
Il secondo libro di Claude Simon, La Corde raide, viene pubblicato a Parigi nel 1947 dalle Éditions du Sagittaire. Anche se il volume è ricco di spunti tematici che saranno ripresi e sviluppati nelle opere successive dell’autore, non è mai stato ristampato durante la sua vita. Simon ne ha spiegato i motivi in alcune interviste, molto posteriori nel tempo: «Avevo pubblicato La Corde raide, non un romanzo ma un libro di ricordi, che oggi non mi piace più granché. Ha un tono troppo assertivo che mi irrita. Ero ancora giovane allora: ventott’anni. Senza dubbio cercavo di rassicurarmi»1. L’idea che non si tratti di un romanzo è opinabile, visto che i ricordi, invece di essere disposti cronologicamente, entrano a far parte di una composizione letteraria originale. È lecito però parlare di un romanzo-saggio, in quanto l’autore concede ampio spazio all’esposizione delle proprie idee relative all’arte e all’esistenza in genere. In tal senso, Simon non ha torto quando ribadisce il proprio punto di vista sul libro: «Mi irrita per via di un tono di sicurezza e di provocazione che dipende dalle circostanze in cui è stato scritto e dall’età che avevo allora. Quando si è giovani, si è piuttosto incerti su di sé e sulle cose, perciò si sente il bisogno di rassicurarsi affermando. Più tardi si è ancor meno sicuri, ma si è imparato a sopportare tale incertezza e ad assumerla»2. Il libro ha finito comunque col divenire nuovamente accessibile ai lettori, anche se solo due decenni dopo la morte di Simon3. L’atteggiamento, nel contempo polemico e disilluso, adottato dal narratore in quell’opera si può percepire fin dalle prime pagine. Egli ostenta, ad esempio, un certo distacco nei riguardi della pittura: «Quando entrate in un museo qualunque, in Francia, in Inghilterra o in Italia, dapprima non vedete altro che centinaia di metri di muri a cui sono appese figure di uomini, donne nude, bambini grassi, annegate in un flutto di drappeggi dipinti a trompe-l’œil, ed è là sotto che vi occorre trovare ciò che siete venuti a cercare. Io ho sempre avvertito una specie di disagio penetrando in quei luoghi»4. Più oltre, però, deve ammettere che la pittura costituisce una delle pochissime cose «che possano darti quei momenti di esaltazione in cui ti gira un tantino la testa, in cui hai l’illusione di oltrepassare i limiti del tuo corpo e della tua mente, e in cui tutto sembra meravigliosamente bello»5. Di fatto, Simon è sempre stato un appassionato visitatore dei musei e per quasi tre decenni si è dedicato alla pratica pittorica6. Al fine di acquisire le necessarie capacità tecniche, nel 1932 si era iscritto all’Académie Julian (fondata a Parigi, già nel 1867, dal pittore Rodolphe Julian); poi, sentendosi attratto dall’arte moderna, nei due anni successivi aveva frequentato l’atelier di André Lhote. Questo pittore era un seguace del cubismo, pertanto basava il proprio insegnamento sui dettami di tale corrente. E in effetti l’influenza dei cubisti, e in particolare di Picasso, è rilevabile in molti dei quadri dipinti da Simon. Tuttavia, una volta divenuto anziano, lo scrittore ripenserà con ironia al tempo in cui, «seguendo le lezioni del professore dell’accademia cubista, cercava di stendere i colori su quelli che chiamava (o cercava di convincersi che si potessero chiamare) dei quadri, trasformando in insulsi triangoli, insulsi quadrati o insulse piramidi (o coni, o sfere, o cilindri) le vele, le barche e gli scogli del porto […] oppure i seni, le cosce, il ventre, la tenera carne palpitante»7. Questo però non gli ha mai impedito di considerare il cubismo – com’era stato praticato dagli innovatori, non dagli epigoni – una forma d’arte molto significativa e persino, paradossalmente, conforme alla realtà: «Io penso che l’unica pittura davvero realistica sia stata il cubismo del periodo sintetico; noi percepiamo il mondo che ci circonda solo per infimi frammenti, che la ragione e le abitudini ordinano, agglomerano, ricostituiscono in una sorta di cemento prefabbricato, permettendoci così di scongiurare lo spavento che ci causerebbero le parti mancanti, i vuoti, se sapessimo riconoscerli»8.
È noto che alcune scoperte dei cubisti erano state anticipate da un pittore del secolo precedente, Paul Cézanne, e non soltanto per via del suo celebre suggerimento ad Émile Bernard: «Tratti la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono»9. In La Corde raide, si fa più volte riferimento all’artista di Aix-en-Provence. Il narratore spiega che inizialmente non aveva saputo cogliere ciò che rende così particolari le sue opere: «La prima volta che ho visto un quadro di Cézanne, non ci ho trovato niente di straordinario, a parte quel che ero venuto a cercare nel museo, cioè qualcosa di dipinto alla perfezione e che mi procurasse una vivissima e grandissima gioia»10. In seguito, però, ha imparato a differenziare i vari tipi di piacere suscitati in lui dai lavori dei singoli artisti, e ad analizzare, nei limiti del possibile, le sensazioni che suscitavano in lui. Non si trattava soltanto di apprezzare la bravura tecnica dei pittori, anzi gli era capitato di chiedersi se alcuni di loro non avrebbero forse potuto spingersi più oltre, nel caso che la loro abilità fosse stata meno impeccabile. A giudizio del giovane Simon, l’esempio di Cézanne è rivelatore in tal senso, perché proprio l’estrema insicurezza che questo artista avvertiva nel dipingere gli era stata di aiuto: «Se Cézanne non avesse sperimentato quell’orrendo panico al momento di dare ogni colpo di pennello, se non avesse avuto quella totale mancanza di faccia tosta, probabilmente non sarebbe arrivato là dove nessun uomo prima di lui aveva mai potuto penetrare»11. Scrivendo ciò, Simon, che lo sapesse o meno, si trovava a concordare con l’opinione espressa da Picasso: «Importante non è quello che l’artista fa, ma quello che egli è. Se Cézanne fosse vissuto e avesse pensato come Jacques-Émile Blanche, non mi avrebbe interessato un solo minuto, anche se la mela da lui dipinta fosse stata dieci volte più bella. Quello che ci interessa è l’inquietudine di Cézanne, è l’insegnamento di Cézanne»12.
In La Corde raide, il narratore traccia un colorito ritratto dell’artista provenzale. Lo presenta come «un tipo tetro e scontroso», piuttosto trascurato nell’aspetto: «Somigliava a un antiquario ebreo, con barba, cappello, narici dilatate, schiena curva»13. Accenna in breve alla sua famiglia (ad esempio al fatto che il padre era un banchiere) e ai suoi studi durante l’adolescenza. «Più tardi lo si vide di nuovo nelle strade, mentre attraversava le piazze, dove d’estate le fontane mormoranti non riuscivano a rinfrescare l’eccessivo torpore, mentre tornava, col suo bagaglio da pittore sulla schiena, dalla campagna azzurrognola e ocra che circonda la città»14. Simon presume che gli abitanti di Aix dapprima si siano burlati di Cézanne per via del suo scarso successo, ma poi abbiano finito col «classificare nel novero delle anomalie e delle curiosità permanenti del paese quell’uomo sempre più incurvato, sempre più calvo e sboccato nel linguaggio […]. Forse, se egli avesse potuto discernere nei suoi seccatori qualcosa che non fosse buffoneria e grossolanità, si sarebbe lasciato andare e avrebbe cercato di dire con parole maldestre ciò che aveva scoperto ed espresso tramite i colori e le linee: non più alberi, volti, case, bottiglie o frutti, bensì quel qualcos’altro, senza ragione né postulato di ragione, che sono alberi, volti, case, bottiglie, frutti e ciò che c’è fra essi, giustificati dalla loro sola esistenza»15.
Talvolta questo tentativo di comunicare le proprie idee sulla pittura Cézanne lo aveva fatto, nelle lettere o in dichiarazioni orali riferite dai suoi interlocutori, perlopiù giovani artisti che erano andati a fargli visita16. Ma il narratore dice di aver cercato invano in quelle tracce verbali qualcosa che potesse davvero aiutarlo a comprendere l’intensa emozione che provava trovandosi di fronte ad un quadro di Cézanne. Egli considera giustificata la reazione di quei borghesi che, all’epoca, inorridivano alla vista delle sue tele, poiché è vero che in esse la visione convenzionale del mondo veniva drasticamente messa in discussione. L’artista aveva saputo mostrare un universo talmente «spogliato di tutto, eccetto che di verità e di coerenza, che per la prima volta il mondo visibile, e attraverso di esso il mondo tout court, si offriva nella sua totale magnificenza, senza commenti e senza restrizioni. Non si trattava più di chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dagli accordi di una musica interiore, celeste o provvidenziale, ma di prendere coscienza di un’altra specie di musica, fatta di silenzio e d’immensità»17.
Già in appunti personali degli anni precedenti era capitato a Simon di segnalare la rottura dei modi di figurazione tradizionali che si riscontra nelle opere del pittore di Aix: «Cézanne è stato attaccato sul piano della morale. L’esasperazione del pubblico davanti ai suoi quadri non era immotivata. Esso presentiva in maniera confusa il pericolo che questa pittura senza passioni, tranne una sconvolgente passione per l’essenza delle cose, questa scrittura di un mondo senza il “bene” e il “male” stabiliti dalle convenzioni, faceva correre alla sua sicurezza interiore. […] Egli era coraggiosamente amorale. Preceduto nell’ambito sociale da Karl Marx, seguito qualche anno dopo nell’ambito letterario da James Joyce, è stato forse il primo uomo a vedere in maniera lucida l’esaltante grandezza dell’esistenza di una brocca, di un volto, di un albero, al loro esatto posto nell’universo»18. Il parallelismo qui stabilito tra le innovazioni pittoriche e quelle che si registrano in altre arti o in altri campi del sapere, viene ribadito anche in seguito: «Nello stesso spazio storico (pressappoco una sessantina d’anni) in cui Marx, Nietzsche, Freud, Einstein sconvolgevano il mondo con il loro pensiero, Dostoevskij, Proust, Joyce, Kafka, Cézanne e Van Gogh sconvolgevano la letteratura e la pittura»19. Questo, però, non ha impedito al pubblico, posto di fronte alle nuove creazioni artistiche, di avere una reazione negativa: «Sia in pittura (come nei casi di Cézanne, di Van Gogh o dei cubisti ai loro inizi) che in letteratura (Kafka, Joyce, Proust), il “grande pubblico”, ahimè, ha mostrato di apprezzare soltanto le insipide ripetizioni delle forme convenzionali»20.
Ma quali sono gli aspetti della vita e dell’opera di Cézanne che impressionano maggiormente lo scrittore francese? In primo luogo l’assoluta dedizione all’arte, un tratto che dimostra la sua superiorità, sul piano etico, rispetto a un altro pittore molto ammirato da Simon, ossia Picasso. In quest’ultimo, infatti, il virtuosismo ha preso il sopravvento sulla serietà, sicché in lui si è potuto vedere «la pittura non più come ascesi (Cézanne, Van Gogh), ma come sfida, acrobazia, tour de force (come in quei saltimbanchi, quegli equilibristi da fiera che ha dipinto quand’era giovane)»21. Se si passa poi a considerazioni di ordine più tecnico, un aspetto che, nelle opere cézanniane, affascina il romanziere consiste nella volontà di non puntare più, come gli impressionisti, sulla resa dell’istante effimero, ma su una forma più costruita e stabile. È appunto ciò che il pittore provenzale aveva in mente quando asseriva: «Ho voluto fare dell’impressionismo qualcosa di solido e duraturo come l’arte dei musei»22. Questa aspirazione sembra altamente positiva a Simon, che scrive: «Bisognerà attendere Cézanne (in violenta reazione contro quegli impressionisti fascinosi e vaghi assieme ai quali lo si espone), e poi [Henri] Rousseau, perché la forma ritrovi quell’inflessibile e monumentale tensione dimenticata fin dai tempi di Piero [della Francesca], persistente ancora nei pittori tedeschi del Rinascimento, e che conferisce alle arti cosiddette primitive (Cicladi, Africa, Oceania, America) la loro inflessibile maestà. Paragonata ad esse, e a dispetto dei suoi sortilegi, la civiltà occidentale genera, col suo preoccuparsi del “realismo”, un’arte che si potrebbe definire “molle”, se non addirittura flaccida»23.
L’accenno alla pittura rinascimentale tedesca ci ricorda un passo del romanzo simoniano La Bataille de Pharsale. In esso un personaggio, mentre sta viaggiando in treno, legge un libro di Élie Faure e si imbatte in un severo giudizio che lo storico dell’arte emette su quei pittori, ai suoi occhi colpevoli di assegnare, nei loro quadri, la stessa importanza a un’alabarda e a un volto umano, a una pietra inerte e a un corpo in movimento, a un orologio con marionette e a una statua che raffigura la Speranza o la Fede24. Infastidito da questa osservazione di Faure, il viaggiatore annota in margine alla pagina del libro: «Incurabile stupidità francese»25. L’irritazione del personaggio è condivisa dallo stesso Simon, che in un’intervista, dopo aver elogiato artisti come Cranach e Dürer, ha aggiunto: «In La Bataille de Pharsale, io cito in maniera ironica Élie Faure, che era un grande critico d’arte francese, ma inserito nella tradizione umanistica, e che, pur apprezzando la pittura tedesca e riconoscendole il giusto valore, dice: però è curioso il fatto che essi accordino al disegno di una foglia o di un ciottolo la medesima appassionata attenzione che al disegno di un volto o alla rappresentazione di una figura allegorica della Fede o della Speranza o della Carità. Questo è estremamente importante perché è stato un inizio; in seguito è scomparso, dato che tutta la pittura italiana, e poi l’intera pittura, in particolare con Rembrandt, consisteva nel concentrare l’attenzione sul personaggio, sull’uomo, mentre lo sfondo spariva a vantaggio di una figura principale. Invece nella pittura tedesca del Rinascimento si produce un fenomeno che si ritrova solo molto più tardi, in Cézanne: l’attenzione è ripartita su tutta la superficie della tela, nella quale l’uomo, quando c’è, non ha più importanza delle altre cose, è solo uno degli elementi, allo stesso titolo del tavolo, della mela, della foglia, della roccia, della nuvola»26.
Tale giudizio non sorprende, in quanto nei suoi romanzi Simon fa la stessa cosa sul piano verbale: descrive infatti gli individui e i loro comportamenti, ma senza conferire ad essi alcun privilegio rispetto agli oggetti e ai vari elementi della natura o dell’ambiente urbano. Dunque il suo atteggiamento non differisce molto da quello di Dürer (che dipingeva con la stessa precisione scene sacre e soggetti umili, come una zolla erbosa o una lepre) e da quello di Cézanne, per il quale pochi frutti su un piatto e l’imponente montagna Sainte-Victoire costituivano temi equivalenti e inesauribili. Si potrebbe obiettare che le tele dell’artista di Aix sono meno rifinite rispetto a quelle düreriane e presentano anche degli spazi indistinti, per non parlare dei vuoti che costellano gli acquerelli. Si tratta però di una scelta deliberata, visto che Cézanne scriveva: «Devo lavorare sempre, ma non per arrivare al finito, che suscita l’ammirazione degli imbecilli. – Ciò che il volgo apprezza maggiormente non è altro che il risultato di un mestiere da artigiano, e rende ogni opera inartistica e banale. Non devo cercare di completare, se non per il piacere di fare cose più vere e più sapienti»27.
Simon approva e condivide tale modo di procedere, che verrà poi ripreso da altri artisti successivi: «Io scrivo come un pittore. Dicendo ciò, pensavo sia a Cézanne che ai cubisti: il primo comincia ponendo alcune macchie un po’ dappertutto sulla superficie della tela, lasciando grandi spazi bianchi e spesso senza andare più oltre né cercare di colmare i vuoti, mentre i cubisti (e in particolare Picasso nel suo periodo cosiddetto “sintetico”) lo fanno combinando frammenti di oggetti (chitarre, ritagli di giornali, bicchieri, fruttiere, ecc.)»28. Del resto, l’analogia tra il cubismo e l’evoluzione dell’arte narrativa si può cogliere già in alcuni grandi autori del primo Novecento: «Simultaneamente [alla pittura cubista] (cioè fra il 1910 e il 1920), con Joyce e Proust, il romanzo (o almeno una certa corrente di esso) attua una rivoluzione parallela, che consiste nel prendere in considerazione solo i punti forti (di una scena, di una storia), nel non dissimulare i vuoti o i buchi, e poi nel raggruppare questi frammenti secondo una combinatoria che porta a stabilire un rapporto diretto (un confronto) finalizzato alla costruzione di un insieme i cui elementi non vengono più articolati, come nel romanzo francese dell’Ottocento, in funzione di una causalità […], ma in funzione delle loro qualità (ossia le armoniche, le dissonanze, i passaggi, i derapaggi, i contrasti, ecc.)»29.
Ma torniamo al nesso più specifico che Simon scorge tra il proprio metodo letterario e quello pittorico di Cézanne. Se nei suoi libri il principio del montaggio di brani appartenenti a sequenze tematiche diverse viene applicato in maniera sistematica, i vuoti vanno intesi come lacune della narrazione, la quale non intende affatto «dire tutto», cioè riferire una o più vicende dall’inizio alla fine. Così, mentre è impegnato nella stesura del romanzo L’Acacia, Simon annota: «Vorrei che il libro in corso fosse composto per intero da piccoli frammenti e, se ci riuscissi, vi farei entrare una riflessione proprio sul tema della frammentazione (partendo da Cézanne) […]: in Cézanne, i “frammenti”, cioè i “punti forti” della tela (tra i quali lo spettatore viene invitato a stabilire dei rapporti senza che vi sia bisogno di riempimenti intermedi) sono separati da vuoti»30.
L’artista di Aix non si pone il problema di riprodurre il reale con la cosiddetta esattezza fotografica, bensì quello di rendere reali, sul piano artistico, gli oggetti, le persone e i paesaggi su cui vertono le sue opere. Scrive Simon: «Io penso alla credibilità di un quadro di Cézanne. Essa non deriva dal fatto che la tela rappresenta tre mele, ma dal fatto che quelle tre mele, dal punto di vista pittorico, sono credibili: la loro esatta posizione nel rettangolo, il loro colore, il loro disegno, le rende pittoricamente credibili. Le stesse mele dipinte da un altro pittore non ci interesserebbero. È questa che io chiamo la credibilità pittorica»31. È dunque il particolare trattamento che il soggetto riceve ad opera dell’artista ciò che conferisce valore al quadro: «Migliaia di pittori hanno dipinto nature morte prive di interesse, mentre quelle di Cézanne affascinano perché egli ha stabilito, tra i colori, i volumi e le linee delle sue mele, rapporti che sono molto appassionanti»32.
Paul Cézanne, Pommes
Lo stesso discorso vale quando ad essere raffigurate da Cézanne sono le persone umane. Egli infatti non aspira a ottenere una somiglianza, che sia il più possibile perfetta, con l’individuo da ritrarre, ma si interessa piuttosto alla coerenza interna dell’opera. Da questo punto di vista, Simon non esita ad accomunare fra loro il pittore provenzale e un altro grande post-impressionista: «Quello che Cézanne o Van Gogh ci hanno mostrato in modo evidente è che […] un personaggio dipinto non ci rinvia a un qualche modello “rappresentato” (basta paragonare il “ritratto” di Ambroise Vollard eseguito da Renoir con quello fatto da Cézanne), ma ci rinvia soltanto a se stesso, a quel personaggio, costruito con l’aiuto di un sottile strato di colore, di cui possiamo vedere edificarsi le forme nel rettangolo della tela»33.
Il richiamo a questo particolare quadro cézanniano non è significativo soltanto per la bellezza dell’opera in sé34. Infatti, grazie alla testimonianza fornita dallo stesso Vollard – il mercante di quadri che ha svolto un ruolo importante per il pittore, acquistando varie sue opere e organizzando, nel 1895, la sua prima mostra personale –, sappiamo in quale maniera laboriosa si è svolta la realizzazione del ritratto. L’artista era molto esigente, e pretendeva che Vollard mantenesse la posa senza spostarsi in alcun modo: «Una volta seduto […] restai immobile, ma questa stessa immobilità finì per conciliarmi una specie di sonnolenza contro la quale, per un certo tempo, lottai vittoriosamente; alla fine, tuttavia, la testa mi s’inclinò su una spalla […]. Cézanne si slanciò su di me: “Disgraziato! Lei rovina la posa! Le ripeto, bisogna che stia fermo come una mela. Si muove forse, una mela?”. […] Le sedute cominciavano la mattina alle otto e duravano fino alle undici e mezzo. […] Per chi non l’ha visto dipingere, è difficile immaginare fino a che punto, certi giorni, il suo lavoro fosse lento e penoso. […] Dopo centoquindici sedute, Cézanne smise di lavorare al mio ritratto per far ritorno ad Aix. “Non sono del tutto scontento del davanti della camicia”, mi disse prima di andarsene»35. La lentezza e l’ostinazione cézanniane nel lavoro artistico suscitano rispetto e simpatia in Simon, il quale a sua volta dedica una cura meticolosa all’elaborazione dei propri libri: ad esempio uno di essi, Les Géorgiques, lo ha tenuto impegnato per otto anni, prima che egli giungesse a ritenerlo concluso36. Pertanto, quando parla di «Cézanne che esigeva innumerevoli sedute di posa», può commentare dicendo che «ogni produzione di immagini si elabora in una durata, è il risultato di una meditazione, di una somma e di una combinazione di presenti accumulati»37.
Paul Cézanne, Ambroise Vollard
La tenacia del pittore si manifestava anche nel riprendere più volte i propri temi prediletti, sia pure facendolo in modi sempre diversi. Lo sottolinea lo stesso Simon: «Si direbbe forse, di un pittore che fa parecchi quadri a partire da uno stesso modello (nudo, natura morta, paesaggio: le innumerevoli Montagne Sainte-Victoire di Cézanne), che dipinge il medesimo quadro?»38. La risposta è ovviamente negativa, e concorda con quanto scriveva il pittore: «Lo stesso soggetto, visto da angolazioni differenti, offre una materia di studio così interessante e varia che credo che potrei lavorare per mesi senza cambiare posto, solo inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra»39. La medesima cosa fa il romanziere francese quando, in molti dei suoi libri, riprende certe vicende di origine autobiografica, modificando però di volta in volta i dettagli degli eventi e lo stile di scrittura.
Paul Cézanne, Sainte-Victoire
Più in generale, Simon condivide col pittore provenzale l’idea che qualunque sia la cosa, anche la più umile e quotidiana, che si vuole evocare sulla tela o nelle pagine di un’opera narrativa, la bellezza del risultato ottenuto dipenderà per intero dal trattamento artistico a cui si sottopone il materiale, visivo o verbale che sia. Perciò egli può dichiarare: «Io lavoro come lo fa un pittore sulla superficie della tela dove sono presenti al tempo stesso tutti gli elementi, ritoccando l’uno in rapporto all’altro, cercando di fare in modo che l’insieme si componga, si equilibri»40. Di questo Cézanne era ben consapevole, come si può desumere ad esempio da certi suoi pensieri riferiti da Léo Larguier: «Non esistono una pittura chiara o una pittura scura, ma semplicemente dei rapporti fra tonalità. Quando esse vengono poste in modo giusto, l’armonia si stabilisce da sé. […] Il metodo […] consiste nell’esprimere ciò che si sente, nell’organizzare le sensazioni in un’estetica personale. […] Dipingere non è copiare servilmente l’oggettività: è cogliere un’armonia fra molti rapporti, è trasporli in una propria gamma, sviluppandoli secondo una logica nuova e originale»41. Significativo è anche il fatto che, compilando un questionario scritto, alla banale domanda «qual è il suo colore preferito?», l’artista abbia risposto: «L’armonia generale»42.
Si tratta di concetti che sarebbe agevole trasporre al modo di procedere tipico di Simon: anch’egli, infatti, punta sulla resa delle sensazioni e sull’importanza della composizione. Diviene dunque chiaro perché, anche se egli non ha mai dedicato un intero testo a Cézanne, il nome del pittore compare con grande frequenza nelle sue dichiarazioni di carattere teorico e nelle interviste. E si comprende anche la ragione del suo abbandono della pratica pittorica a favore di quella letteraria: egli si era reso conto di poter ottenere, con l’impiego delle parole, risultati per certi aspetti simili a quelli raggiunti dall’artista di Aix. È vero che i frammenti di realtà o di memoria che il narratore francese si impegna a coordinare ed equilibrare fra loro nei romanzi sono molto più eterogenei e tumultuosi rispetto al sapiente accostamento di colori praticato da Cézanne nell’eseguire le proprie tele. Ma nondimeno, come osserva Mireille Calle-Gruber, «la scrittura di Claude Simon – quella che egli lavora da cima a fondo e fin nelle minime pieghe della testura – gli permette di realizzare l’armonica della pittura nell’analitica della lingua. […] “Realizza” in tutti i sensi: effettua, rende effettivo, dà corpo, prende e fa prendere coscienza, fa toccare col dito, con l’occhio, con l’orecchio, fa comprendere. La scrittura letteraria diventa il medium della pittura»43.
1 C. Simon, in Rendre la perception confuse, multiple et simultanée du monde, intervista di Jacqueline Piatier, in «Le Monde», 26 aprile 1967.
2 C. Simon, in Réponses de Claude Simon à quelques questions écrites de Ludovic Janvier, in «Entretiens», 31, 1972, p. 17.
3 C. Simon, La Corde raide, in Le Tricheur et La Corde raide. Premières œuvres 1945-1947, Paris, Éditions de Minuit, 2025, pp. 323-451.
6 Cfr. Mireille Calle-Gruber, Claude Simon: être peintre, Paris, Hermann, 2021 (= E. P.), libro in cui sono riprodotti numerosi dipinti e disegni dello scrittore; l’autrice precisa che egli si è dedicato alla pittura durante il lungo arco di tempo che va dal 1932 al 1960.
7 C. Simon, L’Acacia (1989), in Œuvres, Paris, Gallimard, Paris 2006-2013 (= Œ.), vol. II, p. 1113 (tr. it. L’acacia, Torino, Einaudi, 1994, p. 128; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).
8 C. Simon, in Simon sort du désert, intervista di Jean-Louis Ezine, in «Le Nouvel Observateur», 25-31 ottobre 1985, p. 75.
9 P. Cézanne, lettera a Émile Bernard del 15 aprile 1904, in Correspondance, Paris, Grasset, 1978; 2011, p. 375 (tr. it. in Lettere, Milano, SE, 1985, p. 130).
12 Pablo Picasso, in Conversation avec Picasso di Christian Zervos (1935), in P. Picasso, Propos sur l’art, Paris, Gallimard, 1998, pp. 35-36 (tr. it. col titolo L’arte astratta non esiste, in Scritti, Milano, SE, 1998, p. 31). Il pittore spagnolo ha ribadito questo elogio nel 1943, parlando col fotografo Brassaï: «Era il mio solo e unico maestro! Pensi se non ho guardato i suoi quadri… Ho passato anni a studiarli… Cézanne! Era come un padre per tutti noi» (Brassaï, Conversations avec Picasso, Paris, Gallimard, 1964; 1969, p. 113; tr. it. Conversazioni con Picasso, Torino, Allemandi, 1996, p. 108).
16 Cfr. AA. VV., Conversations avec Cézanne, a cura di Michael Doran, Paris, Macula, 1978; 2011 (tr. it. Cézanne. Documenti e interpretazioni, Roma, Donzelli, 1995).
18 C. Simon, annotazione del 1944, in E. P., p. 35.
19 C. Simon, Tradition et révolution (1967), in AA. VV., Les Triptyques de Claude Simon ou l’art du montage, a cura di M. Calle-Gruber, Paris, Presses SorbonneNouvelle, 2008, p. 158.
20 C. Simon, L’inattendu attendu (1995), ivi, p. 21.
21Le Jardin des Plantes (1997), in Œ., vol. I, p. 1069 (tr. it. Il Jardin des Plantes, Roma, Gremese, 2024, p. 257).
22 P. Cézanne, frase riferita da Maurice Denis in un articolo del 1907, ora in Conversations avec Cézanne, cit., p. 280 (tr. it. p. 180).
24 Cfr. La Bataille de Pharsale (1969), in Œ., vol. I, p. 676 (tr. it. La battaglia di Farsalo, Torino, Einaudi, 1987, p. 144). Simon cita da É. Faure, Histoire de l’art. L’art moderne (1921), vol. I, Paris, Gallimard, 1988, p. 211.
25La Bataille de Pharsale, cit., p. 719 (tr. it. p. 198).
26 C. Simon, Transcription de l’entretien filmé (1974), intervista di Peter Brugger, in Les Triptyques de Claude Simon ou l’art du montage, cit., p. 31.
27 P. Cézanne, lettera alla madre del 26 settembre 1874, in Correspondance, cit., p. 189 (tr. it. p. 60).
28 C. Simon, annotazione del 25 novembre 1993, in E. P., p. 126.
29 C. Simon, «L’absente de tous bouquets» (1982), in Quatre conférences, Paris, Éditions de Minuit, 2012, p. 59.
30 C. Simon, appunto non datato, in E. P., p. 253.
31 C. Simon, in Discussion, in AA. VV., Nouveau Roman: hier, aujourd’hui, vol. 2, a cura di Jean Ricardou e Françoise Van Rossum-Guyon, Paris, Union Générale d’Éditions, 1972, p. 111.
33La Fiction mot à mot (1972), in Œ., vol. I, p. 1193.
34 Si veda la riproduzione del Portrait d’Ambroise Vollard (1899) in H. Düchting, op. cit., p. 122.
35 A. Vollard, Paul Cézanne (1914), poi in En écoutant Cézanne, Degas, Renoir, Paris, Grasset, 1938; 1994, pp. 56-58, 63 (tr. it. Paul Cézanne, Milano, Abscondita, 2021, pp. 77-78, 80, 87). Gli studiosi considerano improbabile il numero «centoquindici» indicato da Vollard (cfr. la nota di M. Doran in Conversations avec Cézanne, cit., p. 31; tr. it. p. 195).
36 Cfr. Les Géorgiques (1981), in Œ., vol. II, pp. 647-959 (tr. it. Le Georgiche, Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2012) e la Notice di Alistair B. Duncan, ivi, p. 1495.
37 C. Simon, testo senza titolo nel suo volume Photographies, 1937-1970, Paris, Maeght, 1992, p. 17.
38 C. Simon in M. Calle-Gruber, Claude Simon. L’inlassable réancrage du vécu, Paris, Éditions de la Différence, 2011, p. 62. Per quanto riguarda i paesaggi, compresi quelli incentrati sulla Sainte-Victoire, si veda ad esempio AA. VV., Cézanne en Provence, a cura di Philip Conisbee e Denis Coutagne, Paris, Réunion des musées nationaux, 2006.
39 P. Cézanne, lettera al figlio Paul dell’8 settembre 1906, in Correspondance, cit., p. 406 (tr. it. p. 146).
40 C. Simon, Je travaille comme un peintre, intervista di Jean-Maurice de Montrémy realizzata nel 1979 e pubblicata nel 1985, cit. in Brigitte Ferrato-Combe, Écrire en peintre. Claude Simon et la peinture, Grenoble, ELLUG, 1998, p. 33.
41 Léo Larguier, estratti da Le dimanche avec Paul Cézanne (1925), libro basato su ricordi relativi agli incontri col pittore negli anni 1901-1902, in Conversations avec Cézanne, cit., pp. 43-44 (tr. it. p. 18).
42 P. Cézanne, Mes confidences, ivi, p. 178 (tr. it. senza titolo, p. 110).
A voi, per cui la follia, quella “certa follia”, deve spiare ogni nostro passo e vegliare sul pensiero come veglia la ragione.
Jacques Derrida
Perché noi mortali non possiamo trasformarci in nuvole.
Guido Tonelli
1
A voi, che sentite nella vostra pelle la fibra sottile di una visione. A voi che gemete con i muscoli del viso, senza emettere parola, incompresi come spazi deserti.
2
Il primo dovere: non essere nel presente ma formarlo, come pittori e scultori modellano un mondo in divenire. Chi nasce per non obbedire deve rifiutare un presente che lo umilia e lo cancella. Nessuna cosa è futura. Nessuna cosa è passata. Occorre girare la testa perché la terra torni fluida e il mare resista come roccia: solo così si vive in un mondo capovolto, sfregiato, possibile. Per disubbidire a un solo mondo e abitarne molteplici, serve un’aria tellurica, che combatta il peso delle nostre ombre.
3
A voi, che ho dovuto curare perché non vi inghiottisse il caos. Curare no: sedare la vostra rabbia, circoscrivere l’eccesso. A voi, che ci guardate come i profeti scrutano la folla che li adora o li rinnega.
4
A voi, per i quali sono vissuto da vile, innamorato del vostro assurdo, illimitato, osceno coraggio. Che non riuscivo a caricarmi sulla schiena, inutile Portacroce.
5
A voi, sconfinati. Cucirvi dei limiti è stato terribile: una pena assurda. Avrei preferito fuggirne lontano. Un sole non è lanterna magica: è proprio un vero sole, con detriti, frane, deserti, luci a chiazze.
6
Sonnambuli, che compilate quaderni di ciò che non esiste. Io non ho più nulla da realizzare. Comincerò a scrivere per voi, cioè per noi, se esiste l’amore speculare. L’arte della compassione non ha, come oggetto, esseri sani o folli ma creature oscurate dall’eclisse.
7
Essere nuvole. Psiche come nido o come freccia. Restare/partire. Non saprei né come né dove, ma almeno seguire le mie ombre fondanti, dedicando la mia opera a voi, che non abitate il paradiso della ragione. Nella notte nulla significa, ma tutto risponde. Il nodo, nel tempo imminente, si scioglierà come dialogo nell’enigma della molteplicità: e allora gusteremo, come voi, l’esperienza dell’impossibile, trasformando l’io da isola in arcipelago.
8
Prima, la luce confondeva prati e alberi. Buio, sempre buio. Ma, anche se la luce arrivasse, potremmo smettere di tremare? Non è un unico sole a cambiare la galassia che pulsa sotto la nostra, sotto la vostra pelle. Domani si prevede oscurità, ma l’aria non fugge mai.
9
Sì, Giotto era perfetto e non aveva sintomi. Ma siete certi che quella volta stellata, ad Assisi, non sigilli l’inganno definitivo, non intrappoli l’occhio nella conclusiva bellezza? Giotto è anche le ombre che non dipinge, i visi che inquadra di sbieco. Quelli.
10
A voi, a cui sarò fedele. Dèi sempre noti ma che sempre stupiscono, precipizi da cui guardare almeno una volta. A voi, che dovete stare dove tutto è impossibile, dove si impara veramente il pensiero che trema.
11
Non andate via. Scrosto il dolore da qui, senza esserne invaso. Ma è un lavoro di restauro, non di condivisione. Avrei voluto essere dove siete voi. O, almeno, dove non siete, dove non potete essere: terra beata, terra atroce.
12
A voi, che non tollerate la logica del senso. A voi, per i quali dobbiamo sparire perché siate proprio voi a parlare, non con le nostre parole. A voi, immersi nel vostro silenzio, disposti, perché non potete fare altrimenti, a essere traditi da chi prende appena la parola, fuso alle fibre dello specchio.
13
A lui che vi grida addosso, un buco al posto dell’orecchio, verdi e gialli gettati sulla tela a colpi di spatola, la testa dentro le lettere al fratello, senza mollare mai il trapano del colore, il bisturi del disegno, il colpo di pistola sbagliato e giusto. A Vincent, severo, che non cede all’influenza dei sani, neppure se hanno compassione di lui, neppure se amano la sua arte, perché lui è il rosso che scaturisce dal petto, vincente.
14
A voi, che non capite perché annaspiamo nelle nostre prigioni, chiusi in codici morti, in leggi di polvere. A voi, che ci sognate diversi, che vorreste comprenderci. A voi, come a chi comincia dentro la nebbia ma non risolve nulla e ancora vi dirà che siete errante, in errore, e niente accadrà prima che si parta davvero e la nebbia si si dissipi.
15
A voi, che guardate solo dai ponti e ci decifrate vivi. A voi, verso cui posso voltarmi e chiedervi, anche se non ci guardate, cos’è il mondo. Il mondo di chi vede troppo, come voi, opposto al carcere cieco dove annaspiamo.
16
A voi, che odiate il tetro cortile dei sani: qui è tutto stretto. Anche alzare la testa è faticoso, si sbatte la fronte sul tetto della volta. L’aria che respiriamo ci riporta a dove ancora deve nascere il sole. Che nascerà. Ma per ora si annaspa, come se ci fossero degli ostacoli al cammino. E non ci sono: tutto è libero, trasparente.
17
A voi, che avete finto di esserci. A noi, che vi cerchiamo sempre. A chi prega e poi smette di pregarvi. A voi, che avete finito di voler capire. A voi che fissate il fuoco, dove è impossibile vedere, e rischiate di accecarvi. Noi vi aspettiamo: il tempio è occupato da esseri che ignorano i confini del tempio. Va spogliato.
18
Mi avete convinto. Io, parlando di chi ha perso la ragione, tradisco chi ha perso la ragione. Ma questo tradimento è come il gesto del contadino, che dal seme sepolto nella terra trarrà la radice della pianta.
19
Non so se la scrittura è ciò che siamo. Spesso la parola non si trova, per dire ciò che non dimenticheremo. Per me la scrittura è sempre un girare intorno. Al centro non so se ad esserci è chi scrive. Perché succede spesso di non saper tradurre ciò che si scrive in altre lingue, da fulminati. Svanisce la nebbia, svaniscono i fantasmi. Io sono i fantasmi che voglio fermare? Mi sento semicarcerato nell’aritmetica delle aritmetiche, la musica. Ma è un campo particolare perché il più ricco di immagini. La musica è l’arte suprema, quella che le raccoglie tutte: su un passaggio di note può scatenarsi la filmografia intera di Kurosawa.
20
Questo è il mondo. Mi accodo, suo servo. Ma questo non è il mondo. Creo io quello vero, senza sole e senza luna. Lo creo pensando a voi. Alle frasi insonni di lettere scritte da chi non avrebbe mai potuto dormire. In quelle lettere non ci sono né astri né giorni né notti.
21
Quel sapore di mandarino appena sbucciato, senza il quale non esiste né sapienza né morte, lo avete mai gustato? Io credo di sì, altrimenti non abitereste quel mondo dove non c’è bisogno né di logica né di parole. Se è così, l’odore, vellutato e magnifico, resterà nei vostri sensi non per pochi secondi ma per una vita intera. Dedicata a voi, mentre piangete in qualche chiuso luogo.
22
Non il taglio netto, non la lama del suicidio, ma quel vapore grigio oltre la finestra. Essere quel vapore: il grigio trasforma le regioni azzurre del cielo nella macchia di una nuvola stretta. Il blu si interrompe, come il respiro quando è soffocato. Siamo vicinissimi.
23
Bianco dell’aria, sporcato.
Pietra nera, intrusa, lanciata da quali mani?
Cielo all’altezza degli occhi.
Rocce laviche. Stelle. Montagne capovolte.
Appoggiare la testa. Ma dove?
Il bianco dell’aria: potessi non vederlo più…
Il vento dirada la pietra nelle frasi, nei fogli.
Cielo punteggiato di luci inverosimili.
Tante, troppe stelle.
Non saranno mai viste, né prima né dopo.
Il cielo: che incredibile, bianca giovinezza!
Nomino voi, prima di prendere sonno.
24
Nomino la pietra. Chiudo la finestra. Fine di tutto.
Scrivo biglietti come rapidi lampi, come risposte alla catastrofe.
Dipingere il bianco, senza tracce.
Una sola linea all’infinito, le frasi addensate insieme.
Il bianco sbuca da ogni poro del foglio.
Bianco senza parole, senza voce.
La vita ricomincia.
Io sono voi.
La nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo.
La vostra lo illumina.
25
Senza aria, resterebbero stalattiti.
I venti disincantano i sassi, rendono reali suoni e odori.
Le illusioni ora sono pietre libere: aeree e bianche,
con il loro remoto fragore.
Sopra la cima, vicino a voi,
ne osservo ancora il volo.
26
Carta senza penna che scrive, senza mani che toccano,
senza finzioni che bucano il foglio.
Carta bianca. Non c’è scampo. Tutto accade
perdendo, togliendo vita.
Che la verità muoia e si moltiplichi ancora.
Che per giorni interi si impari a frantumare in specchi
le verità. Con voi.
Gli uccelli non saliranno dal bosco.
Perduti, insostituibili.
Parlare, quasi senza voce, di questo dolore.
E dopo?
Risentire il vento
ma secco, nudo.
In pieno giorno il monte proietta
la sua ombra frastagliata e bianca
al centro del prato:
in quell’ombra scaturita dal sasso scagliato
si concentra il destino.
Le rocce disintegrate.
Le vite superstiti.
27
Maschera, che espone la sua forma.
Vuoto invisibile, dietro la maschera.
Nodo, agli intrecci del nulla.
Lo specchio è il primo cuore di tenebra.
28
Voi non conoscete solo il nero, lo so. Amate anche il bianco e di bianco potrei parlarvi davvero a lungo, storia dopo storia, quadro dopo quadro, proprio perché tutte le storie sono arazzi che ripetono felici la tessitura di un canto senza colori. Credo al Malevic del Bianco su bianco: smarrirsi è un segreto della nebbia, non sporcata da respiri assurdi, non alterata da chiacchiere sciocche. La musica più vicina al segreto del bianco è l’aerea delicatezza di Pas sur la neige. Ma il pianista che interpreta il preludio dovrebbe usare un pianissimo senza il peso dei tasti.
29
La notte mi offende, come ogni forma di buio. È stato bello vedere quel Macbeth: il coltello bianco conficcato nel corpo bianco del re. Ma ora mi sciolgo dalle parole: smetto di considerarle come pietre. Parlo a voce bassissima: è il mio solo modo di parlarmi, di essere vicino a voi.
30
Questa scrittura, in cui mi ostino, potrebbe, un giorno, manifestarsi nei sogni o nei sintomi di uno di voi. Oppure questo accade già e io sono uno di voi. Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore capita di anticipare se stesso senza conoscersi ancora. Per questo i miei appunti sono matrice di niente: né racconti né poesie né romanzi. Sono frasi scritte a matita, tutte cancellabili, frasi di un quaderno da riscrivere sempre: «e io ti chiedo: dove sei?/ e tu rispondi: dove sei?/ non c’è nessuno qui, neppure noi» (Lucetta Frisa).
31
Rivedere le mani vive perdonandoci
(i tuoi occhi modellati dai miei, i miei dai tuoi)
e, da allora, ecco l’altro atlante, la meraviglia,
i gradini senza folla, te luminosa come allora:
di allora, di quell’ora, io, come voi, possiedo il segreto.
32
A voi, sempre. La nostra ragione getta una luce mediocre sul mondo. La vostra, invece, o risplende o rovina.
33
Qui, da questa parte, la bellezza che vorrei.
Quella che non stringo, in cui tremo attendendo
occasioni (so quanto remote),
lontano dalle bufere, guardando antri
dove la musica, segreta agli stessi suoni,
è le ninfe in cui sprofonda il sonno.
34
Al muro che i frutti concedono osi dire: cosa nascondi?
I cavalli tornano a nitrire, non erano sepolti.
Neppure vedo la terra lacerata dagli zoccoli.
I bambini, per errore del vento, camminano felici.
Il vaso testimonia pudico la luce.
Perché non venite? Ci sono terre nuove, a placare i morti.
Accarezzi pietre ma come riconoscere
il tremito delle tue mani dalla pietra vibrante?
35
Ti vesti credendo di volare, formi parole nella notte,
poi si spengono i flutti.
Resti tra porte fluenti, invitato
a parlare del tuo volto,
mentre, rotta dal remo, la porta oscilla.
36
Chi si rallegra della potenza del sole
chi delle rose rosse chi del vento
chi delle pianure con i frutti d’oro.
Ma qui in basso è notte e i cavalli galoppano al buio:
quando le vostre mani non sapranno più toccarmi
ogni orizzonte tornerà intatto e osserverò l’erba fluttuare.
37
Si dibattono, si spogliano, fuggono,
salgono, scendono scale, restano dentro celle, corsie, muri:
io sono loro.
Io sono Voi.
La lama è curva. Viso tagliato, remoto, incubo notturno.
Viva nello specchio o viva nel muro?
Viva nel confine fra specchio e muro.
Riflettersi, essere pietra: una sola voce.
38
Il bianco è ancora il corpo o ne è il velo?
E la testa réggila, perché non cada nella luce del giorno.
Avrei voluto toccarla, anche fosse stata un fantasma.
La vita si annida ovunque.
39
Senza di voi non saprei dirmi chi sono.
Il vostro dolore mi fa vivo.
Non mitigo la sua violenza:
è mio come è vostro.
40
Dopo ogni breve addio la pelle resta buia, non illuminata
da dita vive, ed è carcere ogni secondo:
la mano vuota di te, di voi, la nostra terra fuggita.
Ma le dita sanno essere qui, dove non arrivi, per la sempre nostra
carezza. Poema dell’amore, poema dell’impazzire
senza,
ogni parola vigilando il suo privato dirupo.
Nasce gioia vera se l’aria si fa vento che scorre tra ferme dita felici.
Nulla si muove, sembra, la superficie dell’acqua
è puro acciaio, sembra,
ma aria e vento e mare sono argento che si increspa.
41
Versanti e pianure, monti di nessuna forma, vento che sospinge, sbriciola pietre.
Voi mi guardate ma non vedete: sono fermezza di specchio, felice cornice.
Se narro penso un futuro con voi, dopo le prime parole.
Ma il racconto, prima di apparire, si è sciolto dal pensiero.
Resta la mano, che si torce e cerca.
Un io atonale, intonato.
42
Per chi resiste
resta ciò che sembrava impossibile:
il miracolo di un’aria che ancora
vuole essere respirata
proprio da te che la condannasti a sparire
tacendo di colpo, il corpo rotto dal volo,
infranta ma viva,
come il vetro che dopo l’urto finale riflette ancora.
Non sarà possibile
sparire come sognavi. Oggi
la terra fitta, infinita, ti chiama:
illuminata dallo stesso sole ma cosciente della tua ombra.
43
Sei in slancio, senza la nebbia del corpo,
un giorno non respiri,
il giorno dopo voli per mille nuvole.
Sparire,
certo: non essere
vista, dentro il fumo di ombre
appena apparse, felici di avvolgerti, tue.
Sparire? Il dono. Ma non ora,
nella terra cieca!
Le mura strette e basse, il bisogno d’aria, la penna mai
fuori dal solco.
E ora?
Come tornare?
Impossibile forare
il vento.
Improbabile restare ma chi resta
sa, testimone senza memoria. E voi sapete.
44
Torno a scrivere, disossato. Volano, le piume. La terra, copia della terra, vola laggiù, incantesimo di Dostoevskij. Ma voi, che nel mio sogno volate, già sapete.
45
A voi, che non vivete nel nostro pianeta. Al vostro inutile coraggio. Essere sani è un alibi per non vedere la testa di Medusa. Essere sani, lo sappiamo bene, è lo scudo. Ma ormai corroso.
46
A voi, non a noi che risentiamo il dolore delle vostre voci. A voi, il giusto addio: «un freddo come sommerso/ strade mutilate urgenti/ molte voci di commiato/ imminenti» (Stefano Massari).
47
A voi, che lo sapete bene: le leggi della vita sono polifoniche. Non abbiamo una sola “aria” sulla quarta corda. Se i nostri orecchi e i nostri occhi non conoscono quella polifonia, resteranno rabbiosi, nebbiosi, delusi. La vita è come la vedete voi, vasti abissi e lucenti paesaggi, ma tutti addensati dentro l’anima, come una nuvola che non vi assicura la sua forma.
48
Ma dove sono le rive? L’odore notturno dell’acqua? Il mare è prosciugato. Saliamo il deserto in silenzio, portandoci sulle spalle la nave, sentendo l’odore del legno mescolarsi a quello della sabbia. Vedremo – lo speriamo – il mare in cui reimmergere lo scafo. Ma per ora camminiamo di notte, non aspettandoci nulla, il legno sopra la testa nuda. Quando ci viene sonno dormiamo sotto la nave rovesciata, sognando il momento in cui descriveremo tutto questo, con le parole dettate da voi.
49
Scrive e gli capita di morire, senza avere neppure iniziato la frase…
50
Non esiste altra città. voi lo sapete. Lì trovate ogni meraviglia. Non Istanbul, non Praga. Voi e io sappiamo il suo nome, ma mai lo diremo. Quando l’ho appena pensato, nel mio studio si è staccato un pezzo di lampada, trascinato via dal vento. La vita è come la vedete voi, molteplice e multipla, con tutti i precipizi dentro.
51
Restare nella notte opaca, difesi dal buio. Percepire un vento sulle unghie e sognare che si prolunghi per tutta la mano.
52
Si parla di un segreto che, fosse anche rivelato, resterebbe segreto.
53
Tacere, ma con le proprie parole, arrivando a parlare.
54
La vita dello scrittore è l’ago conficcato nel palmo di chi non si arrende: è principio di speranza, se speranza significa ascoltare le rovine fremere ancora di voci. Delle vostre voci.
**
I testi sono tratti da: Marco Ercolani, In forma di nuvola. Frammenti poetici, I Quaderni del Bardo, a cura di Stefano del Donno (Sannicola, Lecce, 2026), suddiviso in quattro sequenze: Io sono voi, Lezione di vento, Breakdown, Testimoni del duende. Foto di copertina di Rossana Pavone, foto dell’autore di Paola Mongelli. Il libro esce nella collana di aforismi “Dissensi” a cura di Donato di Poce.
I testi sono tratti da: dix mille êtres dedans di Béatrice Brérot (diecimila esseri all’interno, traduzione di Andrea Giramundo)
Diecimila esseri all’interno è un viaggio alla sorgente del pensiero, approdando sulle rive di territori facilmente assimilabili a giardini interiori, al giardino delle Esperidi, al paradiso che ognuno porta nel profondo di sé, sepolto nel proprio intimo. Risalire le correnti, i fiumi, le circonvoluzioni del
cervello significa scoprirne gli strati. È come portare alla luce strati geologici, divaricarli per penetrare nella foresta primordiale del cervello ed essere testimoni senza filtri, il più vicino possibile all’origine, delle possibili interazioni tra ambiente cerebrale e ambiente naturale, della simbiosi tra lingue, organismi viventi e Terra. È una percorso attraverso le foreste, nelle costellazioni del pensiero prima che sia giunto alle rive della coscienza. È un invito a percorrere i territori mobili del vivente. Diecimila esseri all’interno esplora i percorsi del cervello e quelli della Terra, strutture in reticolo
che creano vere e proprie cartografie sulla superficie del globo fino al cosmo, passando attraverso i nostri neuroni come attraverso le sottili nervature di un petalo di rosa. Tra microcosmo e macrocosmo, diecimila esseri all’interno è stato scritto anche in risposta all’invasione quotidiana di inquinamento acustico e visivo causata dai media e dalla pubblicità. Questa poesia solleva la questione di un’ecologia del cervello alla stregua di quella del nostro pianeta, invitando i lettori e le lettrici a uno stato meditativo.
**
la Terre comme une pierre
la Terre de se taire
de se taire
ne se tait jamais
la Terre comme une pierre
n’est pas muette
la Terre grosse
est grosse de mille en mille lis de rivières et torrents
la Terre grosse
est grosse de montagnes et de pierres
et la montagne est grosse de la Terre
la Terre sphère stèle ses ailes se déploient se penche
la Terre se penche
ramasse le temps
se penche encore
ramasse les bords
s’approche en dehors
se penche encore
tombe dedans
à l’intérieur
où dort la montagne
à l’intérieur
où dort la montagne
d’autres dorment dedans
car si dehors s’étire le dedans
dehors c’est toujours dedans
dehors c’est toujours dedans
dehors c’est dedans
dedans
dedans dort la montagne
où balbullent dans le noir
les S.O.S. des étoiles
*
la Terra come una roccia
la Terra taccia
taccia
mai che taccia
la Terra come una roccia
non è muta
la Terra gravida
è gravida di mille e mille gigli di fiumi e torrenti
la Terra gravida
è gravida di montagne e rocce
e la montagna è gravida della Terra
la Terra sfera stele le sue ali si distendono s’incurva
la Terra s’incurva
raccoglie il tempo
s’incurva di nuovo
raccoglie i bordi
si protende verso l’esterno
s’incurva di nuovo
cade dentro
all’interno
dove dorme la montagna
all’interno
dove dorme la montagna
all’interno altri dormono
perché se all’esterno si allunga l’interno
l’esterno è sempre all’interno
l’esterno è sempre all’interno
l’esterno è l’interno
all’interno
all’interno dorme la montagna
dove nel buio bolbettano
gli S.O.S. delle stelle
**
sable
blier
passe passe
en tour
pluie
plié
boule de papier
sable
blier
coule
passe passe
cerveau plié
entre dedans
langues et pensées
sable
blier
entrelacs là
ici et là
las de langues
entre grigris & cris
appel en cercle perle
eau delà jaillit la terre
en circonvolutions
et combinaisons de vies
entre arborescences
ras du sol et dans les arbres
dessous le sol et dans la canopée
entre forêts végétales et dendritiques
optophonie le long
le long du mycélium
optophonie le long
le long des lianes
optophonie le long
le long des fleuves et affluents
optophonie le long
le long des pistes et sentiers
optophonie le long
le long le long le long le long
entrelacs là de langues et de sable
de langues et de lieux liés sensoriels
de marche en marche
les peuples s’habillent de pensées sauvages
de paroles animales
que chante à l’envers lui l’humain
sable
blier
plié
boule de papier
sous l’angle
l’angle de la langue
est-ce la langue
est-ce la langue
sertie bloum bloum
sertie blanche à l’humeur des contrées
sertie rose des sables contre vents et marées
à fleur vagues
sous la langue
les crêtes changent
les mondes transparent
tranchent noir
quand lune d’un coup sourit pâle à longue lueur
voyant qu’à travers sommeil
la Terre et ses pensées
la Terre toute entière est consciente
la Terre est consciente de tout
de ses creux de ses trous
de ses troncs de ses fronts
de ses yeux de ses sons
de ses lobes de ses régions où chevauchent s’allient se rallient
discours et géographie
sable
blier
plié
ridé
nervuré
ramifié
les chairs orchides à tâtons croissent
et dedans
telle la rose
son pétale
tu y vois la Terre
et la Terre Elle dit
envahie
je suis envahie
envahie d’eau d’air de lumière
je suis envahie
envahie de vie
je suis envahie
envahie de germes
de tiges de fibres de radicelles
je suis envahie
envahie d’herbe de brins de feuilles
d’arbres d’arborescence de ramifications
je suis envahie de fleurs
de pucerons
de moucherons
de bûcherons
je suis envahie
envahie de peur
envahie
je suis envahie
je suis envahie de bactéries
envahie de vie de morts d’asticots de vers de terre
je suis envahie de poils d’ongles de cheveux
oui de cheveux
je suis envahie de fils de filaments
de fibres optiques textiles naturelles
je suis envahie de racines de rhizomes
de graines
d’amour
de cadeaux
de sacrifices
de guerres
je suis envahie de larmes
de rus
de ruisseaux
de rivières
je suis envahie
je suis envahie de ronces
de rides
envahie d’algues
de dendrites
de sang
de veines
je suis envahie de gens
de leurs sourires
de leurs pensées
je suis envahie de peur
je suis envahie d’amour
je suis envahie des autres
je suis envahie
envahie d’envahisseurs
*
sabbia
clessidra
scorre scorre
in torre
pioggia
si accartoccia
pallina di carta
sabbia
clessidra
fluisce
scorre scorre
cervello accartocciato
entra dentro
lingue e pensieri
sabbia
clessidra
intreccio tra
qui e tra
travaglio di lingua
tra amuleto e grido
appello circolare perla
al di làcqua sgorga la terra
in circonvoluzioni
e combinazioni di vita
tra arborescenze
rasoterra e fra gli alberi
sottoterra e nella canopea
fra foreste vegetali e dendritiche
optofonia lungo
lungo il micelio
optofonia lungo
lungo le liane
optofonia lungo
lungo i fiumi e gli affluenti
optofonia lungo
lungo i percorsi e i sentieri
optofonia lungo
lungo lungo lungo lungo
intrecci in tra lingue e sabbia
lingue e luoghi legati sensoriali
passo dopo passo
i popoli si vestono di pensieri selvaggi
di parole animali
che l’umano, lui, canta al contrario
sabbia
clessidra
si accartoccia
pallina di carta
sotto l’angolo
l’angolo della lingua
è la lingua
è la lingua
incastonata bium bium
incastonata bianca all’umore delle regioni
incastonata rosa di sabbia contro venti e maree
onde in fiore
sotto la lingua
le creste cambiano
i mondi traspaiono
si stagliano nel nero
quando la luna di colpo sorride pallida in un lungo bagliore
vedendo che attraverso il sonno
la Terra e i suoi pensieri
la Terra intera è cosciente
la Terra è cosciente di tutto
dei suoi fori dei suoi buchi
dei suoi tronchi dei suoi fronti
dei suoi occhi dei suoi suoni
dei suoi lobi delle sue regioni dove si accavallano si uniscono e aderiscono
discorsi e geografia
sabbia
clessidra
si accartoccia
rugosa
nervata
ramificata
le carni orchidee a tentoni crescono
e all’interno
come la rosa
il suo petalo
tu ci vedi la Terra
e la Terra, Lei, dice
invasa
sono invasa
invasa di acqua di aria di luce
sono invasa
invasa di vita
sono invasa
invasa di germi
di steli di fibre di radichette
sono invasa
invasa di erba di fili di foglie
di alberi di arborescenze di ramificazioni
sono invasa di fiori
di afidi
di moscerini
di boscaioli
sono invasa
invasa di paura
invasa
sono invasa
sono invasa di batteri
invasa di vita di larve di vermi di terra
sono invasa di peli di unghie di capelli
sì di capelli
sono invasa da fili di filamenti
di fibre ottiche tessili naturali
sono invasa di radici di rizoma
di semi
di amore
di regali
di sacrifici
di guerre
sono invasa di lacrime
di rivoli
di ruscelli
di fiumi
sono invasa
sono invasa di rovi
di rughe invasa di alghe
di dendriti
di sangue
di vene
sono invasa di gente
dai loro sorrisi
dai loro pensieri
sono invasa di paura
sono invasa di amore
sono invasa di altri
sono invasa
invasa di invasori
**
Béatrice Brérot (oggi Sacha Earendel) si dedica alla scrittura poetica, letteraria, sonora, politica, performativa, queer, narrativa, fotografica, radiofonica, erotica e arborea. Cofondatrice e moderatrice della rivista digitale “cunni lingus”, interroga il genere e il linguaggio nella poesia. Ha prodotto poesie sonore con Ecrits/Studio è stata molto attiva nel collettivo Le syndicat des poètes qui vont mourir un jour. Ha fondato la fabbrica di poesia laps/le suc & l’absynthe. Per l’elenco delle sue pubblicazioni creazioni interpretazioni e attualità, il suo sito personale è: https://bbrerot.pages-perso. free.fr
Andrea Giramundo, traduce dallo spagnolo e dal francese. Ha collaborato con la rivista CARAVANSARY dell’editore colombiano UNIEDICIONES traducendo dal francese allo spagnolo. Ha curato la parte italiana (da lui tradotta dal francese) del libro bilingue “Venise, ligne d’onde” di Kitty Holley (premio Laocoonte 2024). Scrive racconti e poesie. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su riviste e antologie: in Italia (Inverso, Poesia del nostro tempo, Poesia Ultracontemporanea, SuiteItaliana, Parole&Poesia, Poeti e Poesia, I Minori Grandi della poesia contemporanea italiana), in Francia (Mediapart, 21 minutes, Cairns). Dirige la rivista Alloradillo. Il suo sito personale è: https://andreagiramundo.altervista.org
Nessuno, ormai conosce più Otto Gross: l’opera, la vita, le conversazioni, le scopate, i dolori di Otto Gross, psicoterapeuta, allievo di Freud e di Jung, anarchico, avversario della psicoanalisi, curato da Jung come schizofrenico e cocainomane, morto a Berlino in miseria. È possibile, che tutti, nessuno escuso, ignorino l’esistenza di Otto Gross, ma dovete, dobbiamo, essere pronti, in qualsiasi tempo, alla presenza di Otto Gross in qualsiasi epoca e in qualsiasi mondo. C’è nel destino di ogni genio, un ribelle più geniale e più onesto di lui – un ribelle maltrattato e rimosso, omesso e sopraffatto dalla fama sistematica e potente del “genio”. Nel destino di Freud e di Jung c’è Otto Gross: la sua insofferenza ai modelli, la sua sete di libertà, le sue passioni indecenti,la sua miseria di drogato. Nella vita di chi è consacrato dalla storia, in qualche piccolo dettaglio della sua ufficiale e solenne biografia, c’è sempre un neo fastidioso, un essere sgradevole, insolente, salutare, come il piccolo Otto Gross, che potrebbe sconfessarne l’originalità e la gloria. Franz Kafka incontrò in treno, un giorno del 1911 o del 1912, Otto Gross e annotò in un pagina di diario le parole della sua conversazione con lui – quelle parole che nessuno, se non un uomo come Kafka, avrebbe percepito come significative.
Il testo è apparso in: Marco Ercolani, Prose buie, Edizioni l’Arca Felice, Salerno 2014
saremo giudicati in base ai libri che chiamiamo nostri.
Riunire sotto un unico cielo tutti gli uomini, perché diventino finalmente cittadini del mondo. Questo fu lo scopo dello stoico Diodoro Siculo, con la sua Biblioteca Historica.
Probabile che non basti tenere aperto uno spiraglio nella nostra mente perché vi possa entrare tutta quanta la materia contenuta in un libro. Sì, invece, un raggio di luce.
Quando notiamo che in uno scaffale un libro non è allineato con gli altri, è il segnale che la sua attesa per essere letto (o riletto) è giunta al culmine.
Se è vero che uno scaffale vuoto preannuncia i libri cheverranno i libri che riempiono il successivo rischiano di soffocare.
Nell’allineamento silenzioso dei volumi può accadere di udire un raspare di zampette operose. Sono quelle dell’animale ospite della Tana.
I libri superflui finiscono negli scatoloni. Dare ad alcuni di loro una seconda chance è un atto di carità cristiana.
Diderot auspicava che l’Encyclopedie potessediventare il santuario della conoscenza umana. Date le dimensioni, un santuario delle balene.
Per le opere più grandi non si dovrebbero sprecare elogi. Una parola fuori posto le riempie di sdegno.
Tra i libri di Hitler vi era un ricettario di cucina con la dedica dell’autrice a Monsieur Hitler, vegetarien. Chissà che costei non lo considerasse un uomo come tanti, per giunta degno di ricevere un libro in dono.
Il numero dei libri catalogati è arrivato a 105. Che fare con i restanti milioni?
Kafka era pieno di letteratura e il peso lo portava tutto dentro di sé.
Ho speso tutti i miei soldi in libri. I restanti li ho sprecati.
Quando si prende in mano un libro che risiede da molto tempo negli scaffali è come immergere le mani nelle acque torbide del proprio passato. Oppure è come avvertire una sorta di apocatastasi.
A pseudoautori corrispondono sempre pseudolettori.
Per Nietzsche il libro più prezioso è quello che conduce finalmente al di là di tutti i libri.
Se si vuole trovare qualcosa di appartenuto a un parente estinto conviene darsi da fare con i vecchi libri. Prima o poi da quelle pagine finiranno nelle nostre mani quadrifogli o stelle alpine.
L’anima e la biblioteca come centri di raccolta di memorabilia e di tutta una serie di altre curiosità.
Ogni giorno allungo la lista delle cose di cui non parlo, scriveva Chamfort. E che non leggo.
I tre grandi poemi epici dell’antichità sono l’Iliade, l’Eneide e l’Odissea. Il quarto è stato senza dubbio pensato.
Annotata sul frontespizio di un libro una frase di Karl Kraus: torniamo al tuo corpo, madre, dove si stava bene.
Se una biblioteca contiene romanzi come Zanna bianca o Il richiamo della foresta, come si fa a dire che essa si trova in una stanza e non piuttosto nel cuore della foresta boreale?
I libri avevano un po’ l’odore della noce moscata o di certe spezie di origine esotica. Poi è arrivata la polizia incendiaria, quella di Fahrenheit 451.
Il nietzschiano liquida come epigoni tutti coloro che sono venuti dopo; ancor più quelli che lo hanno preceduto.
È davvero sorprendente, in un manuale per amatori di whisky, imbattersi in una frase come questa: è come se il Lagavulin 16 inducesse una disperata voglia di essere a casa, dove per casa intendo un luogo dove non sono mai stato prima.
Quando la squadra per la quale si tifa ha perso una partita importante bisogna avere pronti dei rimedi. Eccone alcuni: una bottiglia di whisky, aeromodellismo, bastoncini di liquerizia, la presenza di una biblioteca come richiamo potente alla lettura.
Montaigne aveva collocato la sua biblioteca al terzo piano della torre, in un antico magazzino. L’importanza che egli dava ai libri è fuori discussione, ma in quanto oggetti e non feticci.
Estrarre dallo scaffale un volume a caso e leggerne alcune pagine è un esercizio di momentaneo ripudio dell’armamentario quotidiano dal quale ogni tanto si deve prendere le distanze, esattamente come si esce all’aria aperta dopo ore trascorse nel chiuso di una stanza.
Ogni libro, una volta stampato, diventa per l’autore la sua tomba di cellulosa.
All’inizio i libri conquistavano gli spazi della mia biblioteca; ora procedono a ritmo di lumaca. Il tempo passa e le esigenze mutano.
Quando l’ultimo libro entra nello scaffale ne scaccia altri facendoli retrocedere in seconda fila. La confusione che ne segue è indescrivibile.
A proposito del rapporto che Borges aveva con i libri, Manguel dice che si tratta di un dialogo iniziato migliaia di anni prima e destinato a non esaurirsi mai.
Di notte, quando le luci della biblioteca sono accese, il mondo esterno scompare e non vi è nulla che rimanga in vita, se non questo spazio di libri. Viene da pensare che per il bibliofilo la vita è tutta racchiusa in quello spazio e che quella luce lo preserva da un mondo fatto di ombre e di fantasmi.
Ammesso che ne avesse una, la biblioteca di un nazista come Adolf Eichmann doveva essere composta esclusivamente da testi burocratici, nei quali la piattezza del linguaggio rispecchiava in tutto e per tutto lo squallido grigiore del suo proprietario.
Ma grande, ma primitive passion: quella di collezionare libri.
Il tempo si annida tra gli scaffali, dentro le pagine.
Vivo tra scaffali che continuano a moltiplicarsi oltre il perimetro della casa.
Ci sono libri che dovrebbero occupare uno spazio molto ampio, come quegli alberi rari e giganteschi le cui cime arrivano a sfiorare il cielo e le radici sconquassano il terreno circostante. Uno di questi è la Divina Commedia.
Se un giorno si arrivasse a odiare i propri libri resterebbe comunque vivo il ricordo del tempo in cui li si amava.
Un libro è come gli exempla medievali: può avere qualsiasi lunghezza.
Tolgo la mia biblioteca dalle casse. Un gesto che Benjamin ha compiuto molte volte nel corso di una vita raminga. Una biblioteca, la sua, costruita con l’acribia di un collezionista paziente e raffinato. Tra i vari modi di procurarsi i libri, per lui al primo posto c’era quello di scriverli da sé.
Ehi, qualcuno vuole rispondermi? Da quelle mummie di carta si leverà prima o poi un coro di voci. Basta sapere aspettare.