Da mille anni, lo sai a memoria, i muri di argilla sognano l’acqua del mare che li ha lasciati; da mille anni i morti continuano a parlare ma solo di notte, con le mani, perfori l’aria buia a trovare i volti per quelle voci, le dita annaspano e non trovano; da mille anni un fruscìo si insinua, interminabile frana nelle case, piccole pietre colano dai crepacci, il freddo è così pungente da strapparti le dita; da mille anni non vorresti essere fra le ossa degli uccelli e dei pesci, giù nella grotta, pulcino nel burrone, topo nel buio, bambino cieco; ma su, nella radura, a sentire il martello del fabbro battere contro la porta di bronzo che finalmente ti darà accesso al regno dei morti; su, da mille anni straripa il nero dalla pietra, devi stare attento; là il mare è di calce, manda luce come polvere, ti senti la gola di vetro, raspi dal fondo della frana; da mille anni vorresti tornare su, dove tutto è ammutolito, dove prima c’era il terremoto del vento e ora cade un falco dal cielo; da mille anni piangi e consumi la terra con le lacrime, fa troppo sole, straripa il giallo, le cose non tengono più; da mille anni questi corpi tutti annodati vogliono da te una parola risolutiva, un punto di gelo che non li faccia sciogliere come fumo; ma tu tremi per la sete, ànsimi nei burroni, ti folgora il lampo; da mille anni speri di non essere l’ombra di quel morto ammazzato nel bosco, che sbatte sui sassi; da mille anni sogni il filo del pensiero nel rasoio del vento, scalfisci la vita come puoi, come ti consente la materia del vetro, il fumo del fuoco; ma da mille anni le funi sbattono nella notte, le porte lucenti ti accecano; e domani, ma solo domani, chiamerai te stesso dal fondo del dirupo; sono mille anni che nessuno risponde, mai nessuno, ma tu graffi l’aria dal pozzo, con la lama della voce, ancora una volta, ti tiri su, cerchi di vederti, di scoprire lassù, l’altro che è vivo; ma da mille anni il mare di polvere, la pietra che luccica, le ossa nel buio, ti risucchiano dentro case lunari e spalancate, sconsolati fondali della nascita che cancelli oggi e sempre dalle tue mani come il sangue di un delitto…
Non sento nessun rumore, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati di neve. Ma vedo e sento ogni musicista suonare il suo strumento con bella ostinazione. Ricordo un poeta che invidiava il fumo perché sentiva di essere solo “l’ombra del fumo”. Si chiamava Muni. Contemporaneo di Chodasevic, nessuno ricorda un suo verso. Vorrei non invecchiare trasformandomi in chi odiavo da giovane: mi ucciderei per la disperazione. Il suicida almeno ha un diritto: evitare che il mondo, per lui, continui a esserci in forme inaccettabili. Ma chi pensa, guardando il buio delle pareti, di togliersi la vita, ha un timore: rendere la sua stanza d’albergo l’ennesimo luogo in cui chiacchierare di una morte che si ostina a rimandare, perché non vuole essere orfano del pensiero di morire.
Ma ora addio, Danila. Vado verso la prima pagina, quando la voce inizia a narrare. All’inizio.
L’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui a volte sentiva la mancanza. Solo la speranza stupefacente di poter volare, in un giorno lontano, mi mantiene in vita (anche se so che, una volta in volo, un braccio se ne andrà a destra, un altro volerà a sinistra, e la testa mi si spiccherà via dal collo come un cespuglio di cardo). Non mi manca nulla. Conosco le tre grandi e insignificanti possibilità del genio: chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità. Chlebnikov possedeva la prima, Čechov la terza. Sulla seconda non mi pronuncio, come ogni scrittore nato in terra russa: volare con lo stridìo potente delle aquile non ci è consentito per la nostra natura di esseri ridicolmente terreni. Mi accontenterei di essere uno sconosciuto uccello migratore, un volatile nero con l’amnesia della terra.
Ossequi e tenerezza a te.
Daniil
Daniil Ivanovič Charms (pseudonimo di Juvačëv) nasce nel 1905. Nel 1925 fonda il gruppo di ispirazione surrealista Oberiu. Nel 1941 è arrestato e muore l’anno seguente in una clinica psichiatrica. Casi, tradotto per Adelphi nel 1990, lo rivela fra i grandi autori russi del Novecento. Charms è maestro nel vanificare qualsiasi realtà gli accada di nominare. Racconti di pochi istanti, trame incongrue e persecutorie: questo è il terreno della sua prosa. La sua singolarità è tale da non tollerare inquadramenti. Charms rimane soprattutto uno stupefacente narratore di «casi», tanto gratuiti quanto ineluttabili. Lui stesso accennò una volta alla peculiarità del suo modo di essere con parole quanto mai semplici, dirette e precise: «A me interessano solo le “sciocchezze”, solo ciò che non ha alcun significato pratico. La vita mi interessa solo nel suo manifestarsi assurdo. Eroismo, pathos, ardimento, moralità, commozione e azzardo sono parole e sentimenti che mi sono odiosi. Ma comprendo perfettamente e ammiro: entusiasmo ed esaltazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, gioia e riso». Di Charms sono presenti in Italia diversi libri, tradotti da da Paolo Nori, fra cui Disastri e L’uomo che sapeva fare miracoli.
Nella sua prefazione al libro di Lina Salvi, Traumi, resistenze, pur sempre la vita, Elio Grasso scrive: “le parole sono offerte perché ci si fidi, lontani dall’intrattenimento”. Questa fiducia il poeta se la conquista, verso dopo verso, nel suo libro più recente, Nella lingua del fuoco (Edizioni del Leggio, 2024, dirette da Gabriela Fantato). Inizio la mia breve nota citando proprio l’inizio di una sua poesia: “Scrivo perché sprofondo nell’aria, / che non sa parlare, / in cammino con un niente da salvare, uno scrittore / con voce roca, dicono: si sia fatto fuori, / in un bosco, in un chiaro-scuro / di incomparabile bellezza”. In questi sei versi Lina Salvi concentra l’idea di una bellezza e di un dolore che non possono districarsi l’una dall’altro, perché il ritmo della forma è il ritmo stesso del suo contenuto, e l’opera risulta non fine a se stessa ma esemplare. Così scrive Lina, nell’intervista che chiude il libro: “La declinazione dell’Io, non è un discorso che mi interessa molto in poesia, preferisco narrare al noi, perché solo come parte del mondo l’uomo può lottare e migliorare le cose, ottenere successi e/o conquiste”. Il poeta non si permette indugi: slancia i suoi versi con nuove, veloci soluzioni verbali. “…più in là si scatena l’inferno dei tuffi in acqua, / dei ragazzi, aspettando che la sera passi / nell’agilità del gioco, quasi mai / in un verde gelido di sirene”. Il tessuto verbale del poeta è un movimento fluido di parole che implodono come meteore leggere nel tempo esatto di poesie brevi: “Nell’imperitura notte / nell’incertezza dello sguardo / bisognerà sentire le gambe / tronchi mobili, oppure opachi // ma chi nel fascinoso buio / vedrà un dio inoperoso / in un mondo altro, parallelo, / non vedrà che un buco nero”. Al ritmo dei suoi versi Lina aggiunge, nelle ultime prove del libro, “Fotogrammi. Tra sogno e cinema”, la suggestione delle emozioni che i film ispirano, da Truffaut a Wenders: “Troverei illuminanti questi film / che copiano romanzi e viceversa le parole, / che scorrono sul piano, le mani”. Le arti non tendono mai a chiudersi nelle proprie gabbie stilistiche ma, al contrario, spalancano lo sguardo, permettendo all’aria di circolare in modo libero e nuovo. Ogni “sentire profondo” si nutre di radici diverse e genera un rizoma che non riusciamo ad afferrare nella sua interezza ma che sempre è mistero allusivo, che rimanda a gioia o dolore mai confessati, come in un giardino segreto.
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Antologia
Scrivere nella lingua del fuoco
che batte sui denti
e batte
sulla pelle opaca,
scrivere di ogni luce che si disperde
in un sole buio,
scostando un osso che barra,
e dice di quei segni nel corpo,
nostro pianeta inascoltato,
pulsante, vivo.
*
Guarda il cielo notturno:
siamo due tipi di potere, io azzurro
tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.
Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,
la notte di fantasmi sconosciuti.
Un dottore direbbe di raccontarlo
oltre il sonno, in un vortice di pietra
oltre quell’aria soffice
di uno strano aprile.
*
Scrivo perchè sprofondo nell’aria,
che non sa parlare, in cammino
con un niente da salvare, uno scrittore
con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,
in un bosco, in un chiaro-scuro
di incomparabile bellezza.
Ombra contro ombra, ora come allora,
con il passo che si allunga
si fa strada per oppio o per estasi ancora.
Ombra contro ombra, come allora,
con un domani contro.
Un blu senza limiti che occhieggia
a dismisura accorcia, il mare
e prenderlo,
invaderlo tutto.
*
I fiori risplendono nel giardino estivo,
inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,
del temporale sanno l’abbandono, invocano
il ritmo delle stagioni.
Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,
ma poi lassù il nostro astro lontano
che conosce la pietà,
ci accompagna nella sera pigra,
nel nostro essere recisi, eppure nonostante
nell’universo.
*
Perchè nel nostro mondo qualcosa
è sempre nascosto,
piccolo bianco fiore?
Piccolo quel che chiamasti bacio,
puro perchè non lo rimpiangessimo:
qualcosa indesiderato al mondo,
invocando che sia, un ordine.
*
La pioggia cade nel giardino oscuro
gli uccelli beccano il glicine fiorito,
la scampa il ciliegio, per la sua aria nobile.
Cosa nasconde un simile destino?
Di certo la vanga al muro ammette
la terra smossa, falciata dalla luce,
assapora il riposo, invoca vita.
Sarà bello non avere mente dell’oggi
del cielo scuro che schiarisce una rondine,
ed è qualcosa chiamato sole, non per noi,
per lei dal libero fuoco del volo.
*
Guarda il cielo notturno:
siamo due tipi di potere,
io azzurro tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.
Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,
la notte di fantasmi sconosciuti.
Un dottore direbbe di raccontarlo
oltre il sonno, in un vortice di pietra
oltre quell’aria soffice
di uno strano aprile
*
Scrivo perché sprofondo nell’aria,
che non sa parlare,
in cammino con un niente da salvare, uno scrittore
con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,
in un bosco, in un chiaro-scuro
di incomparabile bellezza.
Ombra contro ombra, ora come allora,
con il passo che si allunga
si fa strada per oppio o per estasi ancora.
Ombra contro ombra, come allora, con un domani contro.
Un blu senza limiti che occhieggia
a dismisura accorcia, il mare
e prenderlo,
invaderlo tutto.
*
I fiori risplendono nel giardino estivo,
inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,
del temporale sanno l’abbandono, invocano
il ritmo delle stagioni.
Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,
*Il testo è tratto da: Vincent Van Gogh. Tutte le lettere, volume III, Silvana Editoriale d’Arte, Milano 1959. La lettera è stata scritta ad Arles fra il febbraio e il maggio 1889.
*Il testo è tratto da: Vincent Van Gogh. Tutte le lettere, volume III, Silvana Editoriale d’Arte, Milano 1959. La lettera è stata scritta ad Arles fra il febbraio e il maggio 1889.
Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).
Ho trascurato la bellezza, caro amico. Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che bisognava morire a 40 anni!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare l’inspiegabile! E presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre. Era necessario, per sentirmi umano.
Questo è un libro di poesie ri-pronunciate. Quaranta e più anni gettati ad arco, ad arcobaleno direi, sopra la trama e il tempo di una vita. Il cammino di un’opera verso se stessa. Non a caso, la cifra più incisiva, radicale, di questa poesia sembra quella di un dire che non si limita a dire ciò che dice, ma che interroga anche il fatto che lo sta dicendo. Una riflessione profonda sul senso primo, sulla potenza e l’impotenza della parola. Tra pronuncia e ripronuncia. Qui, nello “spalancato vuoto”, nell’intercapedine è situata la voce di Lumelli, una voce che sillaba i nomi delle cose, pur sapendo che sono sempre nomi di incantamento, illeggibili, e che il senso compiuto “fa presto a finire”.
Detto in altro modo: il poeta intende consegnare la parola a una sua specie di unicità, e nel contempo avverte che la parola è quanto di più sfuggente e scivoloso ci sia al mondo. Angelo Lumelli mi fa pensare a un nuovo Edipo, un Edipo novecentesco (quel “novecento che c’insegue”) che sa di non poter rispondere alla Sfinge, e quindi la interroga. Interroga la sfinge delle sfingi: la vita (che è enigma) attraverso una nominazione illuminata dei suoi punti di frattura, nei “dintorni” della verità. Quest’ultima, come la morte, resta senza nome.
Nelle splendide pagine conclusive, quelle della Porta girevole dell’Hotel Excelsior, Lumelli parla del ”modo con cui è positivo un buco, luogo dove il linguaggio tesse la sua tela“. E mi fa pensare a una memoria di Emilio Cecchi, risalente a un suo viaggio in Messico nel 1920. Cecchi esprime la sua meraviglia per la determinazione delle tessitrici del luogo a lasciare nel tappeto sempre un foro, uno spiraglio aperto alla circolazione del duende, dello spirito folletto. Un buco nell’ordito. È questa la pausa – madre? Quella pausa che incombe? Quel vuoto da ribaltare? E quel vuoto qui non è altro che consapevolezza linguistica (ancora siamo nell’enigma del senso e non senso, della potenza e impotenza della parola). Enigma del linguaggio, evento “dove parole e cose si biforcano”, o anche “cosa bella cosa / nome senza cosa”, dal momento in cui si prende consapevolezza che ogni parola diretta non può che mancare il bersaglio, fino a rovesciare l’eccelso nel suo contrario, come ben sapevano i mistici…
Quanta tensione interna, qui, mobilitata per aprire dei fori, per sciogliere la morsa stessa delle parole. Lumelli sente come pochi altri che ogni parola che viene al linguaggio può far tremare tutto il linguaggio. E ce lo dice così: “come un eroe ti ho visto in mezzo al linguaggio in rovina mentre / cadeva in pezzi di qua e di là“.
Un soffio, un fiato (e siamo tornati al duende nella poesia di Lumelli) ciò che sfugge alla sorveglianza, ciò che sovente reclama una torsione della prospettiva consueta, Una parola “rigirata dagli spiriti”, per dirla con Kafka, A esser più precisi, qui non è tanto la parola a venire rigirata dagli spiriti, quanto il fraseggio, l’andatura e il suo ironico “vocalizzo “. Tutta una trama di rovesciamenti, quasi sempre perentori, energici, fino a “capovolgere il rovescio – bella mossa “. (Sto pensando anche a Seelenboulevard, che già dal titolo è esemplare…). Sono sintagmi sradicati dal terreno, guidati da una percezione e da una logica che non è quella gerarchica della sintassi con le sue subordinate.
E in generale, tutta la poesia di Lumelli diffida dal mostrarsi troppo consequenziale e sciolta. È, la sua, una poesia di visioni che nascono da un attrito, da uno sfregamento che innesca la scintilla. Non sopporta troppe interpretazioni. Allo stesso modo, con qualche limite, vale quel che Freud dice dei sogni: sono già interpretazioni, non sono interpretabili.
Il registro linguistico insieme elevato (ma privo del peso solenne della gravitas) e sobrio diventa timbro (“grana della voce”, direbbe Roland Barthes) grazie a una sotterranea, energica tensione. È quella che impone e detta un ritmo. Ritmo binario, un-due, undue martellante, da marcia che incatena. Una marcia né funebre né trionfale. Forse quella del pellegrino del pensiero, del solitario camminatore, del viandante. Alles ist Weg, sentenziava Heidegger, tutto è via, cammino, Tao. Il senso del movimento e del procedere appare evidente nei versi di Lumelli, nonostante la certezza che venga a mancare il primo e l’ultimo gradino. Un movimento che non può essere rettilineo dunque, piuttosto una “finta partenza”, uno zig-zag, un rilancio oltre le linee, un contropiede. Comunque il ritorno di un’andata che forse non c’è neppure stata.
E a volte il ritmo binario prende figura nell’un-due del pugile. Dato e preso. Bruciante. Dato e preso fino alla richiesta di un break (ancora l’idea di una pausa, ma di altro genere). Infine, la donna. Altro enigma, quello della presenza femminile che attraversa tutta l’opera. Qui si riconosce l’archetipo di una Mater, dai tratti in parte mitici in parte realissimi e concreti. Il sacro e il terribile di una catabasi verso il grembo “dove affondo / come il rosso e il nero / che si addice”.
Detto tra parentesi, sono anche i colori della copertina del volume, il rosso e il nero, per curiosa sincronicità. Sotto il “frufru di seta”, sotto le sottane scorrono figure potenti del Mito. Le immagini del femminile qui son subito agganciate da quelle dell’invisibile divinità. Alla lettera, donna divina, chiara e scura. Maria, la “colma di grazia”, può essere incarnata di sbieco nella forma terrestre di una maestra elementare, quella che passa tra i banchi e che “forse mi sfiora i capelli”. E poi la maestra a sua volta si confonde con l’iniziatrice: “le cosce sotto la cattedra”. Una donna, nel profondo, irraggiungibile, come ha ben rilevato Milo De Angelis, in quanto “idea e creatura” insieme.
E proprio il tema nevralgico del femminile può essere elevato da mito personale in Angelo Lumelli a metafora grandiosa della poesia. Come l’ardente che dilaga nei sotterranei, nei pozzi, nelle ombre, e prova ad illuminare “quell’oscuro che ci ha salvato”.
*Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli. Con una antologia poetica, a cura di Marco Ercolani, Macabor editore, 2024.
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Indice
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71
Mi trovavo molti anni fa ad un convegno milanese in cui Angelo Lumelli stava svolgendo una delle sue traiettorie di pensiero sulla poesia. Appena dopo qualche frase, sembrò che l’aria si fosse rarefatta e sospesa. Come assistere alla logica danzante degli stormi migranti nel cielo d’autunno. C’era vicino a me anche Milo de Angelis che, al mio sguardo di stupore, rispose: “Sì… non ho mai sentito nessuno parlare così”.
Più volte, negli anni successivi, mi sono trovata in privato e in pubblico ad ascoltare Lumelli e, ogni volta, si ripeteva la sensazione di venire afferrati e trasportati da una parola calma eppure vertiginosa, ovunque il tema da indagare potesse condurre, nel profondo di una speleologia chirurgica o sull’orlo di una rivelazione luminosa. Una lama che scivola vorticosamente sul ghiaccio senza vacillare né venire risucchiata dal suo buco nero, ma anzi levarsi d’impennata ad una prospettiva di meraviglia.
Se adesso mi state prendendo per matta, chissà allora che direte degli imperdibili dialoghi poetico-filosofici raccolti nelle Cento Lettere (I Libri dell’Arca, Edizioni Joker, 2023) tra il nostro autore e Marco Ercolani, che gettano luce anche sul percorso presente in questa breve Antologia Poetica. Tornando al punto, ora sono qui a scrivere della poesia di Angelo Lumelli come se fossi in grado di farlo, e già mi pare di sentire vari lettori che, un po’ confusi, fanno presente di non capire molto di quel procedimento di scrittura. Desidero quindi subito confessare, così confortandoli: quando a parte della redazione della prima Collana di Niebo arrivò il testo di Lumelli, Seelenboulevard (1999), pur sapendo che si trattava del flusso meditativo di un pellegrino dell’anima, provai il medesimo stato di disorientamento, irretita nella matassa che si dipanava tra pensiero ed interlocutore interno/esterno, tra luoghi interiori, visionari, fisici, reali.
Eppure, se vi è una certezza per chi segue la sua opera – e sicuramente per chi lo ha conosciuto di persona – è il percorso interiore di limpida rettitudine del pensiero di Angelo Lumelli perché in questo meditabondo ricercatore, rigoroso e giocoso, di una “verità” originaria – l’irraggiungibile? – è assente alla radice il desiderio di sedurre. Ma quando il procedimento di questa meditazione incessante atterra sulla pagina con la medesima naturalezza, ecco affiorare tra i lettori il dubbio di non riuscire a decifrarlo. Come venire a capo di questa difficoltà?
Mi viene in aiuto un ricordo. Quando scrivevo la mia tesi sulla Legge 180/1978, storica riforma sul trattamento della Salute Mentale in Italia, a Trieste ascoltai la testimonianza di un allievo di Franco Basaglia che, a loro neolaureati arrivati con un’idea di “cura” dei pazienti, insegnava che prima avrebbero dovuto sedersi su una panchina accanto a uno di quegli ospiti ( ) e immergersi in quel suo linguaggio definito “delirio”, fino ad assorbirlo abbastanza da essere in grado di interloquire con la sua narrazione, imparando da lui ad “abitare” la stessa lingua.
Valeva quindi un metodo che applicavo da tempo alla poesia. Così, per entrare in dialogo con la poesia di Lumelli, può essere un buon suggerimento rinunciare a una logica lineare precostituita: ci lascerebbe sperduti a cercare punti di riferimento tra le dune di un deserto, che variano incessantemente. Sono altri gli orientamenti seguiti dai nomadi in quei luoghi.
Seguiamo allora le indicazioni del nomade Lumelli che, a chi gli obietta di non comprenderlo in vari suoi passaggi, è solito replicare, com’è successo anche a me, “è tutto semplicemente lì, basta voler leggere”. Proviamo quindi a immergerci nella sua scrittura, lasciamoci contagiare dai punti interrogativi via via sempre più presenti nelle sue pagine, fino a risuonare con quella lingua, a “impararla”: rinunciamo a idee preordinate, deviamo dal solco segnato (de-lirium) per seguirlo nei suoi sentieri.
Chiedo scusa se, per farlo, mi rivolgerò anche a sue pagine non dichiaratamente di poesia e quindi qui non presenti; ma la scrittura del nostro è sempre poesia, permanentemente attraversata da folgorazioni, cortocircuiti, ellissi del pensiero, deviazioni in fallo laterale. Angelo Lumelli è rincorso dalla poesia come dai personaggi femminili dei suoi romanzi e, anche quando sembra volerle sfuggire, ne viene riafferrato.
Gli indizi della “pista” da seguire si troveranno disseminati ovunque, nelle sue opere. Lasciamo quindi adesso fare a lui.
“…Io, quando viaggio, faccio i movimenti di una ricamatrice o attaccabottoni, zig-zag, orlo a giorno, punto a croce ecc.… Lo spazio certo, assicurato…nelle mappe delle destinazioni, non riesce in alcun modo a rassicurarmi… Anche i residenti spesso non conoscono dettagli che io ho scoperto… Ci sono deviazioni che portano nel posto amato… Risulta perciò che una deviazione si presenti come la vera meta… Con la coda dell’occhio guardo le stradine sterrate che sbucano… Deviando in mezzo ai campi… Un modo di assentarmi per includere il mancante…” (da bianco è l’istante, edizioni del verri – 2015).
Leggiamo i titoli di tutte le opere poetiche o simili che nella raccolta Le Poesie (edizioni del verri, 2020), vengono come dice l’autore “ri-pronunciate” – contromano – come si ri-originassero alla data di nascita di quel volume. Non sappiamo infatti quale altra formula potranno successivamente trovare, come osserva Eugenio Gazzola nell’introduzione. La contraddizione è sempre giocosamente in agguato. Se è un trattatello, però è incostante; se ci si trova al cospetto di una teoria questa è però bambina; o in cosa bella cosa (1977): “cosa bella cosa / nome senza cosa”
Il poeta gioca a “Prova a prendermi” con chi cerca di seguirlo? Quando credi di averlo afferrato lui si sposta su un viottolo laterale? “Quando arrivo non arrivo più io” (Le Poesie, 2020). E però, siamo sicuri che ci sia veramente contraddizione? Cosa ci vuole mostrare il poeta spostandosi?
“…il massimo dentro, il massimo fuori, un andirivieni?” (in Cento lettere, op. cit.).
Seguendo il procedimento di questa ricerca, sembra di percepire quasi il ritmo percussivo (“parole con le quali / da tanto mi percuoto”) di una trivella di perforazione del terreno – che per Angelo è il linguaggio – per estrarne la sostanza, così preziosa da voler rischiare fino a perforare se stesso:
“Su questo tema ho… un macellaio… accarezzava la testa della bestia… con l’altra lasciò partire il colpo di stordimento, il quale… colpì… la pelle tesa tra pollice e indice della mano consolatrice… il macellaio, a quel punto, estrasse il fazzoletto e lo avvolse intorno alla mano sanguinante ma con niente di rotto, come se così dovesse funzionare la poetica…” (da La porta girevole dell’Hotel Excelsior in Le Poesie, 2020).
Niente di veramente rotto: la tragedia insita nell’accadere – echi della Poetica di Aristotele – si ripara col “fazzoletto” della rappresentazione, mimesis dell’accadere:
“in assenza del fatto fare un altro fatto al posto del fatto un rimedio un baratto…” (da Cosa bella cosa – 1977)
“…il discorso è cominciato con lo spegnimento delle ultime parole spontanee…” … tutti mi sembrano vagare dentro una loro pausa… Cosa c’è in quella pausa?… Deriva da quel lato irreparabile della nostra pausa il tentativo di ribaltarla davanti a noi, come elemento positivo, al modo in cui è positivo un buco, luogo dove il linguaggio tesse la sua tela riparatrice? (da La porta girevole dell’Hotel Excelsior in Le Poesie, op. cit., 2020)
“…con la promessa di farci diventare pura voce, separa noi dalla nostra voce carnale… la poesia è dunque una proroga… dell’incontro con Seyn?… quell’idea di vuoto che costituisce l’ambiente della poesia, il suo batticuore, … la poesia appartiene alla ferita del linguaggio…” (in Cento lettere – 2023).
È lì che porta ogni volta la percussione dell’autore, sul linguaggio lineare che copre tutto, come fosse un nascondiglio, una truffa, mistificazione che la poesia potrebbe smascherare. A suffragio, ritrovo un’intervista che ebbi la fortuna di proporre ad Angelo Lumelli sul tema della sua scrittura, per la rivista “La Mosca di Milano” (numero 24, 2011), un dialogo che mi ha regalato una illuminante traccia in più. Ve ne offro alcuni frammenti:
“…poesia mi sembra abiti proprio qui, un luogo che ha fatto un buco nella mappa”… “…è noto che la poesia non va sulle proprie gambe… questo stato di invalidità dipende da… un ritardo sull’istante… un buon senso che la poesia non ha. Per quanto mi riguarda non ha neppure accettato… il rapporto tra soggetto e predicato, lasciando entrare in quel pertugio di tutto…”
Torna alla mente il Fedro di Platone:
“La scrittura è in una strana condizione… Le parole scritte…crederesti che potessero parlare quasi avessero in mente qualche cosa; ma se tu…chiedi loro qualche cosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. …Ogni discorso…ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi”. E prosegue: “…tra parentesi (vedi in vocalises) è invece la natura stessa del mostrare (l’opposto del nascondiglio) o ri-presentare (=la posizione di poesia): il mostrare come la porta basculante… non si rassegna al suo retro e gira, disperatamente… la parentesi è il perno di questa porta…” (Si veda qui, all’interno di Le Poesie, 2020, La porta girevole dell’Hotel Excelsior e in vocalises: “Guardaroba con lo specchio – anta girata e rigirata stanza capogiro – mente di continuo rovesciata”).
Deviandoci fuori dalla strada maestra, Angelo Lumelli ci ha portati fin qui in una ricerca implacabile – ma all’improvviso saettante di versi di stupefacente trasalimento lirico – per mostrarci ciò che sta all’origine: la posizione di poesia che “significa stare vuoti ad aspettare, significa aprire il cuore” (Cento lettere, 2023).
Infine, suggella quell’intervista con queste parole: “penso di essermi spiritualmente guadagnato il premio della disorganizzazione linguistica, una sorveglianza raggirata, un io che ride, parole che vanno in giostra fottendo un discorso fottuto. Poi succede che la giostra tace, all’improvviso, come fosse accaduta una disgrazia, in qualche altra parte di me”.
*Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli. Con una antologia poetica, a cura di Marco Ercolani, Macabor editore, 2024.
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Indice
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71
L’introduzione non lasciava speranza. Le Poesie: unico libro in versi riconosciuto da Lumelli. Lui era stato perentorio. Il divenire, che mi era apparso motore di tutte le sue opere, non descriveva lo svolgersi di una storia. “Quello che conta” mi aveva detto Angelo “è l’esplosione dell’istante” il che significa “essere nel proprio attimo, senza storia.”
A ben rifletterci un indizio l’avevamo già avuto fin dai tempi di “cosa bella cosa” (apri l’uscio apri l’uscio | c’è il presente senza guscio) Autore-lettrice. Lettrice, modestamente, con militanza di quasi mezzo secolo (Lumelli è quello che considero il mio maestro di scrittura) e con un punto di vista opposto: l’attuale come sommatoria di tutti gli attimi che l’hanno preceduto, ognuno dei quali rivendica il sacrosanto diritto di sopravvivere nel ricordo. Il risultato è stato un contatto iniziale non facile. Mi ero piccata di confrontare i nuovi testi con quelli che conoscevo e ad ogni variazione mi ribellavo come ad una mancanza di riguardo verso il lettore. Del resto, mi dicevo, qualche dubbio era venuto anche a Lumelli se, al termine del libro (dieci righe dalla fine) si chiedeva se essere tornato sulle sue poesie non fosse come una “cavalcata di Mongoli in un campo di granoturco”, se la demolizione fosse un compito della poesia e se rifare le poesie fosse come “bombardare Berlino” (La porta girevole dell’Hotel Excelsior).
Poi, come sempre mi è accaduto con questo autore, la lettura mi ha preso riproponendomi la solita avventura con divieto di soluzione. Mentre leggi Lumelli ti sembra di essere ad un passo dall’averlo raggiunto (nel nocciolo di una questione, ad esempio) e ti trovi rimbalzato verso uno smarrimento siderale, un “non luogo” (“ogni luogo”, dice il nostro, “è un handicap”) dove sei avvolto da parole che splendono di luce propria tanto da sognare di poter vivere senza il loro autore. In questo caso la magia era quella di un eterno ritorno, unica strada aperta a chi vuole coincidere con tutti i propri sé. Bisognava quindi accettare il sacrificio di tanta parte del già stato per evidenziare l’adesso con i suoi splendori e le sue ricostruzioni (perché anche la memoria va aggiornata). Niente cavalcata di Mongoli, quindi, ma poesie come figli che crescono, buttano i giochi, si tagliano i capelli e cercano nuovi amici. Infatti l’ultimo capoverso chiudeva il libro così: “Nella foto del 1945 si può guardare attraverso le facciate ancora in piedi, si vedono finestre vuote come puri riquadri, formiche di vita pura s’aggirano tra i cumuli, ben presto ordinati, delle macerie, un ordine nuovo, come il fantasma della costruzione”.
Achille e la tartaruga
Malgrado la posizione di Lumelli relativa alla vittoria dell’attimo per quanto riguarda l’unico testo poetico (che a me richiama Zenone e il suo paradosso parmenideo), tutto corre nei suoi versi. Persino l’essere, non più ancorato ed eterno, qui viaggia e “saluta da dietro il finestrino” (cosa bella cosa) oppure “brilla mentre passa di mano” (seelenboulevard). Anche il senso compiuto “fa presto a finire” (trattatello incostante) e “si ammucchia sui confini come chi vuole migrare” Del resto “è il divenire che macina chilometri” (“un moccioso chiede di te”, bambina teoria, nota). Il movimento comporta lo spaesamento davanti ad improvvise, imprevedibili eclissi o al fascino di piccole chimere; ad esempio la cosa arretra davanti a chi la guarda e non partecipa di quello che ha acceso nei suoi occhi e l’indicibile è il costante rimpianto del linguaggio che sa di non poterlo raggiungere senza lasciarci le penne (“C’è una lingua che non vuole parlare. Infatti voleva solo accadere.” (“autopresentazione” in trattatello incostante).
Movimento, come dice Ercolani, di chi viaggia ai bordi di un abisso. Il vuoto, infatti, serpeggia sotterraneo anche quando non appare, in contrappunto con l’esistente (“trotterella il niente accanto alla sua cosa” – vocalises). In definitiva, però, è sempre lui ad averla vinta (“è l’assenza che non va via” – un’insistente variazione).
Un Tao alessandrino
Eclissi, chimere, sottrazioni. Mentre prendevo appunti riflettevo: però, in fondo, è la Cosa, quella bella, ciò da cui Angelo è partito (cosa bella cosa, premio Viareggio Opera prima 1977) e la cosa, malgrado tutto il mancante che imperversa in Lumelli, riesce a sgusciare fuori dai suoi versi per incantarci: è la piccola quaglia che “con la trombetta nel grano / esattamente vuole apparire / sotto l’azzurro vuole perire / ha l’anima infervorata / ha la testa sbagliata / vuole l’aperta verità / la proclama e non l’avrà (/ ne avrà solo la metà) / come giusta punizione lo sparviero la mangerà.”
O è l’ultima perlina che:
“senza la seguente si sfilò / si disperse l’intera collanina / sembrava una cosa perduta / ma fu la mossa più ardita / un filo di refe da passare cinque volte nelle dita.” (un’insistente variazione – vocalises)
Ma è anche la mandria con il vento nel pelo:
“fossimo mandria / con il vento nel pelo / incontentabile infanzia / che pretende la vita” (refrain – oblivion)
E allora? Chi vince? Il mancante o l’esistente? Perché se “la presenza intera è pari alla mancanza” è pur vero che “si può dire a chi c’è /non a chi manca”. Forse una mano ce la possono dare i versi di Cosa bella cosa con l’intercessione di uno splitting che magistralmente compone l’intero, in puro stile Taijitu:
“non temere / la mia parte lontana / che si consuma / mentre l’altra incuriosita s’avvicina.”
L’agguato in fondo al corridoio
Il tema dei temi, ancor più man mano che avanzano gli anni, è quello del tempo, coinvolto in un confronto serrato con il poeta che cerca scappatoie per affrancarsi dalla sua tirannide, in un tentativo tanto improbabile quanto eroico. Splendidi versi descrivono la sua insofferenza verso un continuum che gli va stretto, perché a lui piacciono i salti e le discontinuità preferibilmente in aperta contestazione con la cronologia e la topologia (“vorrei essere là | guardando da qua.”).
“…ti aspetto / mi dice da lontano – ho preso la rincorsa / per saltare dieci anni –” …
“il tempo mi chiama in fondo al corridoio – non hai capito niente / mi dice: tu devi avanzare ma senza saltare / io gli dico che dice bugie – che vuole farmi arrivare in ritardo / facciamo una scommessa? mi dice / vedrai che ti metto nel sacco – io gli dico: staremo a vedere / quando arrivo non arrivo più io.” …
“il tempo si è arrabbiato davvero – lascia ore senza le ore / forse non viene più sera”
“nobili pirati conoscono il mestiere – hanno in testa fazzoletti a quadretti / sul tempo ci vanno a cavallo – gli passano sopra con grandi velieri / non vengono presi sul fatto – raccontano che dappertutto è lontano / che qui è più lontano di tutto.” (pause – vocalises)
Eppure, in un universo di “ondine gentili sempre già lontane” qualcosa come un ciottolo dolcemente levigato, frena. Il poeta, grande conciliatore di contrari, è “rimasto fermo sul posto” aspettando “le stelline di ogni sera”. (refrain – oblivion). Il posto non può essere che quello dell’”inizio”, un inizio ricorrente in tutta l’opera di questo autore. È uno dei capisaldi della sua ricerca ma anche (come dice bene Gazzola nella prefazione), “un sottofondo rituale in movimento…che nel corso del tempo tiene insieme e tiene legati”, Da trattatello incostante – raccontino da fermo:
“ma a te direi (più che a chiunque): / fidati! / il tuo filo che mi tiene / lo seguo a ritroso …
madre timorosa / dimmi la verità: mi hai sognato / che tornavo – ma non ero partito / per questo mantengo / il segreto / l’inizio perduto che esclama / non sono nemmeno iniziato!”
È “l’inizio perduto” e “mai finito” quello che consente e giustifica l’eterno ritorno. Milli Graffi parlava a questo proposito di un “tempo elastico”. “Le cose, diceva, negli scritti di Lumelli si intersecano disinteressandosi di appartenere ad un determinato momento o ad una precisa realtà”. In questo autore, infatti, quella che apparirebbe come una scelta inevitabile, si supera nel paradosso. Nel sé, infatti, il tempo si accumula in una sorta di “bambino supremo” che dice: “eccomi/come uno spavento che ride”. (senti l’antifona – oblivion). Quando vediamo che la tensione diventa tale da impedire all’elasticità ulteriori estensioni? Insomma, che cosa porta alla frattura? L’impatto brutale con i “mai più” e i “in nessun luogo”, quelli per cui chi li subisce è solo “ridotto ad esistere”. E’ la visione straziante del “contatto che si oscura” (“Mi saria tant cuntent at vedet ancou na vota…..l’è mei scurtà la vita ca vedela murì…per ti mi a preghi a grasia at drumì (pause – vocalises). È il ricordo che perde colpi non potendo competere con la percezione (“forcine di tartaruga”, “buco dell’orecchino”). Il ricordo riuscirà, sorretto adeguatamente da un tempo finalmente amico, a rendere tollerabile “il cuscino che resta intatto?” sei facce di un cubo). Perché nemmeno il linguaggio ce la può fare in questi casi e allora: “ci siamo resi vuoti per cavarcela”. (motivetto – oblivion).
La ricerca
Attorno a tutto ciò fiorisce nei testi una ricerca sul linguaggio che porta a privilegiare il significante “in modo”, come dice Marco Ercolani, “impertinente e improvvisato…che provoca una sensazione di smarrimento…cui si affianca un’impressione di libera freschezza, di incongrua felicità.” Come strategia di lettura suggerirei di porsi nella stessa disposizione di spirito che si mette in atto quando si ascolta una composizione polifonica. I versi come un mottetto a più voci, un concertato di associazioni (Ballerini su “Il Segnale” parla di “magia di un sogno, di un cenno, di un guizzo”) che esige la rinuncia ai processi superiori del pensiero. Solo così Lumelli riuscirà a farci davvero “vedere le stelle”. In rapidi flash emergeranno i volti amati e perduti, i profumi e il vento della Ramata e, in contemporanea, il candido istante e il suo vertiginoso arretrare. Quanto al significato sarà il più delle volte messo pudicamente in ombra cosa che non impedirà ai più ardimentosi di confrontarsi con ipotesi multiple in un affascinante gioco probabilistico.
Così funziona la poetica
In una visione in cui “quando finisce il lontano finisce anche il viaggio” o “quando arrivo non arrivo più io” la data di pubblicazione di un’opera conclusiva deve dare un bel po’ di problemi. È quanto viene magistralmente descritto ne La porta girevole dell’Hotel Excelsior dove si parla di un banchetto che celebra un “evento portato al suo culmine” e dove il momento illuminante circa il significato dell’incontro stesso è il “discorso”. Tutto trabocca di falsità, di futile chiacchiericcio con qualche fantasma di rimorso serpeggiante sotto le frasi che, per apparire memorabili, devono spaventare e scacciare la vita (vedi le cameriere che, inchiodate a un passo dalla cucina, “non riescono a svignarsela” dall’esternazione dell’oratore e vengono percepite dagli astanti come una “sconveniente e maldestra ingerenza, esseri viventi in casa del concetto”). Il convivio inoltre prevede vittime sacrificali. Incantevole l’allegoria del macellaio che “accarezza la testa della bestia ravviando i corti riccioli del pelo biondo” e infine “appoggiando una mano sulla fronte con parole di persuasione, fa partire il colpo di stordimento.” Ma il colpo, prima di raggiungere la vittima, trafigge “la pelle tesa tra il pollice e l’indice della mano consolatrice.” E qui ecco arrivare un tipico salto lumelliano inaspettatamente chiarificatore: “il macellaio estrasse il fazzoletto e lo avvolse attorno alla mano sanguinante…COME SE COSI’ DOVESSE FUNZIONARE LA POETICA.” La poesia come il grande, innocente bovino che bisogna accompagnare nell’immane caduta coinvolgendo nel contempo il suo autore. Perché questo dire perennemente in itinere, sempre sottratto al fare, in bilico tra il sé e l’altro, può realizzarsi in un unico modo: “essere là guardando da qua”, se si àncora per essere stanziale e definitivo non può che cadere nel “rigor mortis.” Sarà bene evitare.
Quindi? Quindi questo lavoro deve essere considerato una “prima Opera Omnia”. Inevitabilmente al più presto nasceranno altri versi e innumerevoli chiose-satelliti coroneranno quelli già scritti così che futuri poeti possano usare le loro lune come Lumelli ha usato il “bianco è l’istante” del suo amato Hölderlin.
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Il testo è tratto da LA POESIA INCESSANTE, testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli, con un’antologia poetica a cura di Marco Ercolani, 2024 – MACABOR Prima Edizione Francavilla Marittima (CS), macaboreditore@libero.it; http://www.macaboreditore
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INDICE
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71