PER “CRONACHE DI FINE OCCIDENTE. LA COLLINA DEL DINGH”. Antonio Alleva

Antonio Alleva

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Questo ultimo libro di Antonio Alleva (Cronache di fine occidente. La collina del Dingh, con note di Lorenzo Gattoni e Marco Munaro, Puntoacapo 2023), ha un doppio titolo perché è composto proprio da due libri distinti. Nel primo, fra minacce di distruzione sociale (la pandemia da Covid) e militare (la guerra recente russo-ucraina) prende forma l’apologo poetico di un tramonto violento della civiltà occidentale. Scrive Lorenzo Gattoni: «Nei versi di questa raccolta, scritti in linguaggio piano e ricco di musicalità, in un impasto di dolcezza e colloquialità, Antonio Alleva ci consegna un messaggio forte e chiaro: abbandonare la contesa, conquistare, anzi fondare una terra d’esilio (di cui La collina del Dingh rappresenta la prima pietra)».

Entrare nella natura di questi versi (mai sigillati in monologo lirico ma sempre vibranti in un dialogo frastagliato, furioso, tenero, drammatico) è indagare il modo, del tutto personale, che Alleva cerca e trova, per costruire e una poesia intima che sia civile e una poesia civile che sia intima. In ogni punto del libro osserviamo quella che lui definisce “l’inadeguata luce del mondo”. Alleva sa che tutto è inattuale, nella sua ostinata ripetizione («Quanta energia – mi dico – / quanto stupore e trasalimenti alla vista delle orme, / quanto infantilismo per la malia dei reperti: / e nessuno che capisca // che anche allora era banale il presente degli avi»), e che dii certo non arrivano né arriveranno consolazioni né dalla storia né dalla filosofia né dalla poesia. In questo clima la sua voce, ondivaga, divisa fra versi lunghi e brevi, prosastici ed emotivi, cerca spiragli, tenerezze, sprofondi improvvisi, ma è sempre viva, attenta vicina ai protagonisti delle sue “ballate civili”, siano essi personaggi noti o no (da Giovanni Falcone ad Antonio Vullo, caposcorta di Borsellino) per arrivare alle vittime anonime dei massacri quotidiani Alleva rifugge una poesia lirica che sia specchio di interiorità: la trova debole, forse inutile; vuole una registrazione in presa diretta (un bisbiglìo drammatico) su paesaggi, cose, sentimenti, che evoca con un verso lungo, frantumato, frutto di un lavorìo lungo e ostinato sulla materia della parola. Il libro non è contenibile da qualche definizione. Ogni poesia è intonata per le vittime del mondo, e un certo senso Alleva si proclama poeta di chi scompare, impegnando la sua voce per esaltare la necessità e la bellezza della sopravvivenza umana.

Cronache di fine occidente, La collina del Dingh, si caratterizza da un trascolorare spasmodico di immagini e colori, ma soprattutto di voci, di strumenti. Il poeta si organizza come se attuasse una vera orchestrazione della composizione poetica. La cifra dei suoi testi non segue vie prefissate o maestri definiti (si potrebbe ritrovare eco del Saba maturo, ma remota), ma si affida a quelle articolazioni vibranti fra verso e verso che sanno creare un organismo vivo con il movimento delle parole.

Cronache di fine Occidente è orientata su toni diaristici e introspettivi, ma le considerazioni interiori sono spesso amare riflessioni sul presente, denunce civili di una condizione umana sempre più fragile e drammatica, sull’onda del precedente Ultime corrispondenze dal villaggio (Il Ponte del sale, 2016), in un gioco di equilibri/squilibri tra locale e globale, mondo interiore e mondo esteriore, che da sempre regge la rete della sua scrittura. La Collina del Dingh, invece, libera la visione prospettica e sceglie la collina come nuovo e privilegiato punto d’osservazione, da dove il soggetto ruota lo sguardo partendo da una condizione di elevazione, cercando una nuova «mappatura del territorio». La cifra stilistica della sua scrittura, ondeggiante e barocca, fedele all’”Aperto” di Hölderlin, convoca nei versi di una stessa poesia salti temporali tra passato e presente, linguaggio alto e lirico alternato a incursioni nel dialetto, fra tana e microfono (per richiamare l’ancora precedente raccolta di Alleva,  La tana e il microfono, Joker, 2008). La Collina del Dingh è dunque il luogo nuovo da cui il poeta riprenderà voce per il prossimo libro.

Il poeta appare spesso come al centro di temporali linguistici, orrori reali, soprassalti emotivi, mantenendo una sua precisa posizione interiore, da testimone e da sentinella. Singolari gli homenajes affettivi, gli “omaggi ai fratelli e alle sorelle” (nella prima sezione Lorenzo Gattoni, Marco Munaro, Loredana Magazzeni, Umberto Simone), nella seconda gli “omaggi ai maestri e alle maestre” (Zbigniew Herbert, Raymond Carver, Giuseppe Ungaretti, Emily Dickinson, Wislawa Szymborska). Gli omaggi hanno un senso preciso: convocare i compagni di poetica, morti e vivi, nel tessuto vivente del libro. L’amato Carver ci rivela anche una delle predilezioni di Alleva: il racconto breve, o brevissimo, con cui da alcuni anni ha cominciato ad esercitarsi in scrittura e che lo porterà, forse, a prove nuove. Come non è difficile mostrare e dimostrare, i poeti onesti sono creature curiose, mai ferme nello stesso punto, e che sempre cercano nuove prospettive, proprio a partire dalla mitica Collina del Dingh (“Io sono la gioia / senti che suono. / La prima sillaba a conficcarsi / ascendendo dolce e potente / la seconda acrobata e piuma / a congiungersi perfettamente”). Ma ogni prospettiva è calibrata con lenta, appassionata attenzione. Il poeta scrive le sue composizioni a penna, senza ausili digitali, sul foglio bianco, ma solo dopo averle elaborate mentalmente. Le varianti non sono mai scritte sulla carta ma registrate nella psiche. Questo permette alla singola poesia di essere pensata, musicalmente e tematicamente, per mesi, e poi di essere scritta (liberata) solo quando il momento è giunto, quando la necessità poetica è percepita come ineluttabile. Alleva, poeta di calibrata lentezza, cerca emozioni che durino quanto le sue scritture (eccone un esempio: i giusti, dedicata a Gian Maria Testa, il cantautore scomparso: “dammi la mano vieni su / o potrei abbracciarti lo stesso, venire io giù, / dài la mattinata è superba portiamo all’epilogo / la tragedia, il via vai senza requie di questo Mare Nostrum / o concediamoci l’ultima chance proviamo a riscoprirlo / luce e zaffiro dondolo e culla / proviamo a guardarlo come fosse un’Arcadia che risale / una Talia che riscrive l’uomo e l’utopia. // Se vieni su potremmo ammirare i giusti, / ad esempio quei vecchi che giocano a scacchi // o perché no? Quella collana di musetti a colori / quelle donne che l’imbracciano o – se vuoi – / sciogliamo il finale vengo anch’io scendiamo giù”. Alleva, libro dopo libro, insegue la sua tragica, irregolare coerenza: far vibrare la materia della lingua come un direttore gli ottoni, i fiati, gli archi dell’orchestra, per ricavarne la musica necessaria. (M.E.)

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Antonio Alleva nasce a Nocella di Campli (Teramo), il villlaggio-altana protagonista dei suoi primi tre libri, e attualmente vive a Giulianova Lido. Ha pubblicato Le farfalle di Bartleby (Tracce 1998), Reportage dal villaggio in 7 poeti del Premio Montale, 2000), La tana e il microfono (Joker, 2006), Ultime corrispondenze dal villaggio (Il Ponte del Sale, 2016), Cronache di fine occidente. La collina del Dingh (Puntoacapo, 2023).

DUE POESIE. Lucetta Frisa, Viviane Ciampi

*I testi sono tratti da: Nuovo contrappunto. Trimestrale di poesia ed arte, anno XXX, numero 1, ottobre-dicembre 2011.

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LA MER (Claude Debussy)

Gli scontri umani avvengono in alto disse Lucrezio

tutto si genera tra masse potenti di nuvole

fame e desiderio principio e fine di storie e stelle.

La tramontana sull’acqua è fremito ma sulla pelle

è ruga, dico, e tu sulla minitastiera simuli

la furia marina in questa notte ancora estiva ma perdonami

se penso solo alla tramontana buia:

mai mettersi in mare dicono i pescatori le barche

si rovesciano ii pesci affondano la caligine si conficca

i piedi perdono i passi nessun vecchio marinaio

ritorna a raccontare neppure si riesce a dormire

tra le coperte neppure in sogno si fugge e il cane

invecchia di colpo.

È questa la tramontana buia? È il vento chiuso nella casa?

Che bravo sei – dico – e ti applaudo ti applaudo.

Lucetta Frisa

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LA SOLUZIONE

Potrebbe qui ora

cadere la neve

nel momento stesso in cui scrivi

la parola neve

Potrebbero le tue dita

farsi spazio nel bianco

diresti

mio dio

sono io quel bianco

Viviane Ciampi

Lino Cannizzaro

PER “SCENARIO”. Riccardo Benzina

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Scenario, il primo libro di Riccardo Benzina, si suddivide in tre sezioni: Madre di nessuno, La fame, Nero. La copertina ospita un’opera digitale dello stesso autore, Fiammiferi. L’attenzione del lettore viene accesa dal coraggio e dalla fiducia verso una parola densa, piena, intrecciata a passione, visione, felicità di racconto. Fondamentale è la chiusa del libro: «Ma ci sarai ancora, ci saremo / ancora, ci / saliranno in testa le cicale appena dopo / il tramonto. Lunga estate. Noi andremo / per i paesi in festa nascondendo il nostro male / in uno scherzo. Fumando polline. Avremo / luminosi accenni che daranno un attimo / di senso, un piccolo orientarsi / dentro il mondo, cosiddetto lo / scenario». Chi legge Benzina si ritrova dentro un viaggio che non sa definire, ma è un percorso brutale, di mutamenti. (“Ritorniamo, perché dal nostro bunker / si sentono i salmi della materia; / perché / teniamo a queste poche ore di risposo, al sabato: / al trauma che ci parla delle ossa». Ed è vero: questo è un libro che “parla delle ossa”, della sostanza del dire, e non si sottrae alla necessità di una parola pronta a essere viva. Commenta l’autore, in un’intervista: «l’io di questo libro, più o meno consapevolmente, gioca a confondersi: il suo destino è una genesi pressoché compulsiva, il suo vezzo una sbadata metamorfosi. È un io dissoluto e ha molti margini d’errore. Questo è quanto. Non mi interessano i generi, non mi interessa trasgredire. Con l’extraletterario ho un rapporto molto stretto, come tutti. E a pensarci bene c’è una vocazione, un’attitudine teatrale nella scrittura di Scenario – ma è spesso abbandonata, poi ripresa… discontinua, insomma. Io sulla pagina deposito questo: un qualche tipo di oralità fossile che chiede al lettore soltanto di essere risvegliata, come una bella addormentata nel bosco». Se ci si chiedesse di cosa è fatta questa “oralità fossile”. potremmo rispondere che è uno strato arcaico della voce, evidente in questa poesia. «È domenica. Si attende conficcati / come chiodi nel futuro. Il solito / tentare tradizioni, scegliere / la matita più lunga, la gomma / più precisa. Cimentati in un riepilogo. Io / che provo a dire il nome e viene fuori / lacrima / disdetta / linea che non passa / ho bisogno del tuo aiuto amico mio. // Tu sai farlo. Tu rendi questi fili scollegati / dal pianto al discorso / dal cuore all’altro cuore / con dedizione angelica: è questo il tuo curriculum». Andrea Temporelli scrive, dii questo libro:« La vicenda umana, il passaggio dell’uomo sulla terra, madre di nessuno, è come il bagliore di un fiammifero che ha garantito un attimo di senso ma che deve accettare di scomparire, di farsi riassorbire nello scenario». La sua diagnosi è esatta, ma ogni opera sfugge dai suoi confini. Scrive l’autore: «Ci sono mete provvisorie: stancarsi è una di queste. Il richiamo a proseguire, poi, è sempre dietro l’angolo, finché a uno funzionano le orecchie. Ma serve anche una certa risoluzione. I testi che scrivo nascono da quelli che ho letto, ma tutto è testo (“perciò hai disteso come una pelle il firmamento del tuo libro”) quindi mi riuscirebbe molto difficile fare una lista. Credo sia fondamentale perdersi, in generale: non avere necessariamente la misura di un riferimento». Perdersi, in generale, è la potenza di questo libro spaesante, scolpito nelle parole, chiaro come un segno nero sopra un muro bianco. «Barrato infine / dall’inventario un altro nome, chiusa / la partita che sempre va a dovere / resta il taglio / e non la vena, piccolo delirio / delle frasi» (M.E.)

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Alberto Burri

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Riccardo Benzina nasce a Bari, nel 1988. Scenario, Taut editori, Milano 2022, è il suo libro di esordio.

PER SILVIA. Lorenzo Pittaluga

*Questi testi di Lorenzo, inediti anche online, mi sono apparsi questo pomeriggio da un suo vecchio quaderno protocollo, nascosto in un angolo della scrivania, e sono poesie d’amore. (M.E.)

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La malinconica immensità

nel quadrato

della sposa –

sei la carne che ritrovo

nella sospensione del senso.

Di sera alti sospiri

nelle veridiche e fraterne

natalizie fioriture.

Quindi, verso il tuo volto

continuo…

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Terge la sfera

dal bisogno del sogno

quando muta

la moneta del mondo.

E si scopre l’alba

del coro.

Io, intanto, fremo e amo,

amo sapendo di loro…

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Per te avvolgo pensieri

postumi – ne sbrigo i loro

vischiosi

temporali, la loro

tempesta, il loro acume.

Per te sciolgo il mio seme

sino a

germinanti foglie.

Occludo frasi che comportino

segreti.

Per amarti,

amarti docilmente.

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Avvolge (e ne gioisce)

di inverni esitanti

malinconiche

pioggie.

Ed è buio alle palpebre

sonnose…

e ricominci

a parlare – morendo

a festosi arcobaleni.

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Immagine di Giovanni Castiglia

Fotografia di Chiara Romanini

MARGIT. Silvia Comoglio tradotta da Karl Zippelius

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Theresienstadt

Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Theresienstadt 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022

zeichnete in Theresienstadt

Rozkvetlà louka s motyly, Schmetterlinge

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Wenn du mich liebst – puste

auf die Flügel, die Flügel des Schmetterlings,

jenen von Theresienstadt. Und breite aus, verbreite,

die Morgendämmerung der Erinnerung, gründe sie in der Nähe

des ‚für immer‘, das sich öffnet

im Höchsten der wiederholten Spiegel. Und lege,

lege einen Stein, in die Klarheit brillanten Tiefblaus,

einen Stein, einen grossen Stein, in den Stunden

der Zäsur der entblössten Lieben nackt, und —

in den Schnabel des Stieglitzes auf einer langen Überfahrt

im Hafen eines jeden Hauses, damit bliebe

ewig bliebe der Schmetterling, und immer von dort —

von dort er uns ansehen würde, von dort, von Theresienstadt —

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Traduzione Karl Zippelius

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Terezín

Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022

disegnò a Terezin

Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle

Se mi ami – soffia
sulle ali, le ali di farfalla,
quélla di Terezin. E allarga, allárga,
l’alba di memoria, fondandola vicino
al per sempre che si apre
in cime di specchi ripetuti. E poni,
poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino,
un sasso, un sasso grande, in ore
di cesura di nudi amori nudi, e —
in becco al cardellino in lunga traversata
nel porto di ogni casa, perché resti
résti eterna la farfalla, e sempre da lì —
da lì ci guardi, da lì, da Terezin —

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Silvia Comoglio

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Immagine di Giovanni Castiglia

NOTTARIO

Marco Ercolani, Nottario, Aforismi 2015-2021, IQdB edizioni, Collana di Aforismi “Dissensi” curata da Donato di Poce. Il libro è stato composto da Mauro Marino nella sede del Fondo Verri a Lecce, via S. Maria del Paradiso 8, per conto dell’editore Stefano Donno.

Fotografia di Paola Mongelli

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Al Nottario metto mano ogni giorno, scrivendo quello che è il contrario di un Diario: se il “diario” accoglie le annotazioni diurne della percezione, il “nottario” rivela i soprassalti notturni del pensiero. Il mio Nottario non è dissimile dal Palais Ideal del postino Ferdinand Cheval, assemblato pietra dopo pietra, notte dopo notte, in decenni di semifolle lucidità: è questo il mandato a cui devo obbedire. Senza libri a cui obbedire la vita perde senso: libri che siano sorgenti, matrici, inizi, come lo è questo Nottario, crogiuolo di possibili opere in corso. Oggi, nella collana dei Quaderni del Bardo, ne pubblico alcuni frammenti. Nottario è, nella sua struttura, una raccolta di aforismi, riflessioni sapienziali, note estetiche, soprassalti poetici, che si susseguono cercando chissà cosa e chissà dove. La conquista dell’inutile è fondamentale: non corteggiarlo ma conquistarlo, farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Werner Herzog trasforma il pianoforte, issato sopra le montagne, in Fitzcarraldo, non in simbolo di follia ma in estasi possibile di un’altra musica, cercando di compiere l’impossibile viaggio. Leonardo ammonisce “non si debba desiderare lo impossibile” ma lui non ha fatto altro che cercare di realizzare, nell’arte, nell’ingegneria, nel pensiero, proprio ciò che non sembrava possibile. Si è messo nella condizione di descrivere i suoi sogni architettonici rappresentandoli con pragmatica esattezza. Nottario vuole attirare il lettore in un laboratorio poetico dove abiti un’idea inconciliata ed estrema di scrittura, una scrittura poetica che “ricerchi il compossibile” senza perdere “la fortuna dell’insonnia”. Cito Nanni Cagnone perché da sempre il poeta di Armi senza insegne scava, all’interno della tradizione poetica contemporanea, un abisso di libertà irriducibile. «La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva». Dentro questa lontananza può esistere un libro come Nottario, discorde al suo e a qualsiasi tempo, e che, pur essendo stato scritto nel corso degli anni, si scrive sempre “adesso” perché i suoi frammenti si assemblano nell’unicum che conferma il mio pensiero eretico e girovago, riluttante alla semplificazione.

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Fotografia dii Chiara Romanini

PER “UN QUOZIENTE DI GIOIA”. Giorgio Galli

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Un quoziente di gioia (fv9editori, 2023), l’ultimo libro di Giorgio Galli, è un immaginario romanzo epistolare ispirato all’amore di Janacek per Kamila Stosslova, nella finzione narrativa curato dal pianista Rudolf Firkusny. Da sempre Galli è attento a identificarsi con figure di artisti, legate al mondo della musica, fino a creare veri e propri apocrifi, come in La parte muta del canto e Le morti felici, ma in questo nuovo libro l’atmosfera è quella di un vero “romanzo in lettere”, scritte fra il 1926 e il 1928, che echeggia la storia reale fra Leos e Kamila ma non le è fedele in tutti i dettagli. Naturalmente il romanzo, parlando di musicisti, è ricchissimo di annotazioni sulla musica, anche teoriche, molto care all’autore. Ed è, al contempo, il resoconto di un amore appassionato fra il vecchio Leos e la giovane Kamila, amore che traversa città diverse e varca diversi confini, da Brno a Praga, da Berlino a Varsavia. La sua scrittura, che qui conquista una “seconda” e non ingenua semplicità, ha la magia di un palinsesto e seduce un pubblico eterogeneo: dall’intellettuale attento ai ragionamenti musicali del vecchio Janacek al semplice lettore intrigato da una storia d’amore melodrammatica e non sempre prevedibile. Qui Galli trova un personale equilibrio narrativo, un suo efficace “quoziente di gioia”, fra plot narrativo e necessità poetica, che fa di questo libro la finestra più adatta per entrare nel suo mondo interiore di vinti, di fantasmi, di esseri che però resistono e risorgeranno alla vita.

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Ostrava, 6 agosto, 1928

Amore,

non ho risentito del cambio di letto, ma del fatto che tu non c’eri. Non m’’importa in quale casa mi trovo, ho dormito in talmente tanti luoghi e in talmente tante città che oramai ne ho perso il conto. L’unica mia casa è il tuo corpo. È lì che abito. È in te che ho le radici, Kauffmann si trova male lontano dalla patria, io ho una patria ancora più ristretta: tu sei la mia patria, e in te trovo un mondo intero perché ogni sfaccettatura del tuo animo è una persona, ogni luogo del tuo corpo una città. Dentro di te è il mio porto, il mio approdo di questa vita errabonda e tormentata. Vieni presto.

Leos

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Ostrava, 1 novembre 1936

Caro Kauffmann,

le cose non vanno bene. Leos respira sempre peggio e l’ipotesi che possa guarire completamente e senza conseguenze si è fatta lontana. Le scrivo poche righe perché sono affaticatissima. Passo l’intera giornata in ospedale, spesso non rientro neanche la sera, e mi porto qui il lavoro per poi mandarlo per posta in redazione. In tanti mi chiedono notizie, e io, che sono una giornalista, notizie non ne so dare. Ne vorrei.

L’incertezza è il mio peggior nemico. Mi creda sua amica.

Kamila

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Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980. Vive a Roma dove per due anni ha gestito una libreria indipendente. Pubblica: La parte muta del canto (Joker, 2016), ritratti biografici di grandi musicisti del passato, Le morti felici (Il Canneto, 2018), Le voci sopravvvissute (Gattomerlino, 2020), il racconto lungo Il matto di Leningrado (ivi, 2012), la raccolta di poesie Canzonacce (Delta3, 2021), il romanzo epistolare Un quoziente di gioia (fv9editori).

Immagine di Giorgio Galli

LA FURIA DI QUEL PICCOLO NIENTE. Serena Olivari

Poesie 1991-2007, acquerelli dell’autrice

I testi sono tratti da: La furia di quel piccolo niente, I libri dell’Arca, Joker, 2013.

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Sembra ci sia battaglia

tra i rami e la schiuma,

ma è solo un gioco a cui assiste

il dio che custodisce i confini.

Paul Klee

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Io

Io mi soppeso nei lunghi silenzi del mare.

so pesare la tristezza con le gioie,

ma fare le tare non ricordo più.

Mi riconosco a volte in un’immagine che piace,

ma spesso pesa più quella me così

ostinatamente grigia che la luce l’ha

ingoiata l’asfalto.

Sono di sabbia e sfinita

continuo a passare nella strettoia

per riallargarmi e capovolgermi ancora.

*

Treni di note

rincorrono l’orecchio

accalcandosi dolci

sul tappeto

ornano l’antico

ritratto del mare

sul portico stellato della sera.

*

Ti ricordi quando tutto si faceva lucente?

Quando il dolce dormire dei corpi vicini,

era una scusa per stare svegli a spiare?

Spiare la vita dell’altro: il suo mistero.

Ti ricordi più indietro nel tempo?

facevi lo stesso per farti cullare,

uno scherzo una carezza,

spiare l’amore materno

con occhi fintamente assopiti,

un quasi buio per non strabordare d’amore.

*

Dal vaso turchese mi giungono inviti,

c’è festa là dentro colori antichi

ricordi di avi che proteggono il gioco,

viti, tre conchiglie, una puntina blu,

se guardo meglio mi tiro su.

C’è musica note spartiti vestiti da sera,

una borsetta trapunta, una vecchia bandiera,

Sulle righe confuse rimando parole,

poi inizio ad estrarre cotone, di mille tinte

violette un po’ spente, lo estraggo dal vaso lo

lancio per aria, mi muovo da un batuffolo all’altro

mi espando fluttuando giro così per qualche

settimana ed infine ripongo la lana.

*

Un bagliore improvviso

alla mente un attimo

ti accende,

verdi di stoffe e broccati,

compaiono i tuoi antenati,

con grande maestria

cambi stoffa al sipario,

un altro bagliore

e compare un mare stellato

con grandi orli

di sabbia a lato.

Piccole pietruzze pregiate

decorano la notte.

Ti addormenti mentre

il tempo tesserà un mattino nuovo.

*

Bontà della vecchia

comune indifferenza

tutto è così sempre

senza toni che ne

invento una nuova,

indifferenza al sesso,

al vento, al rumore

alla paura,

così non si rischia,

poco entusiasmo

molta incertezza

siedo a gambe incrociate

stufa – aspetto che passi.

*

L’equilibrio fresco

della sera

ci annaffia di calde

parole.

Sorrisi ampliati dal blu

si rispecchiano

nel ricordo dei prati.

Un gabbiano osserva

il mare, ma che cosa è

per lui un prato?

*

Entri,

il compagno di una vita,

ti scaldi al mio sole,

ti siedi con le spalle al mare,

mi guardi, parli.

Il profumo di te

si fa strada,

allungo il mio sguardo,

ti assaporo la spalla,

il tuo baffo accarezza

il mio collo, decollo.

*

Te vorrei

nel rumore di un gabbiano,

nel quieto suono dell’onda

te vorrei,

nello stupido silenzio

di una vana parola,

nell’euforia del vecchio

riso esagerato.

Ti penso al calore di una stufa

e già illanguidisco dentro.

Ti penso ed il tuo viso svapora

mi rifaccio suora,

se ti vedo ti taccio ti schiaccio

con un colpo di straccio.

*

Legati da indiscussi

fili di ferro gli amanti

si credevano liberi.

La ruggine ancora minava

le strutture ed imperterriti

loro si amavano.

Con occhi che sembravano vivi

li vidi baciarsi,

poi qualcuno strappò

il velo e caddero,

uno di qua, uno di là,

a bocca aperta

separati per sempre.

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Lucchetto

Triste triste triste

mi accuccio

in un canto,

mi sciolgo

in pianto,

sogno perfetto

questa notte,

compravo un lucchetto.

Chiusura, paura,

un’amica cara

mi apro all’affetto,

cosa serve il lucchetto?

*

Matita

Andava masticando matite,

ti stupisci?

Le punte ai due lati?

io, assassino di ma…..

te, io mai.

*

Bluff

Immersa nel lieve

rumore della sera,

adocchio ronzii

nel mio cuore.

Il corpo tace,

un po’ sordo

al sapore del mare.

Mi dichiaro azzurra,

ma bluffo e piango.

*

… e apparve un numero

inossidabile, qualche 5

qualche 2, una virgola:

il nostro conto in banca

reale, di una logica inaccettabile

come solo i numeri sanno avere.

Parole imbavagliavano

emozioni, la realtà di oggi

è così labile

da sembrare assoluta.

Ritagliavo un sorriso

nella completa ignoranza,

è tanto, è poco, è medio?

Mi ami per questo

valgo poco a contare.

*

Scricchiola il letto:

era innato quel senso di tempo.

Sei anni prima il legno

conteneva già il rumore

che sento ora:

inverosimile pausa di desiderio,

perché ci sei tu dentro.

*

Retro

Sono stanca,

stanca di

guardarmi

vivere

vorrei essere me.

Così

si è addormentata

per quattro miglia

di secoli fu poi

di ritorno in

uno spazio più mite,

lei si accordò

con la tenue luce

dell’alba e quel

mattino tranquillo

non la tradì

respirando ancora il

suo cielo in tutto

lo splendore ufficiale.

Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007).

UNA CORSA ALLA CENERE. Andrea Emo

I testi sono tratti da: Andrea Emo, Aforismi per vivere, Mimesis, Milano 2019.

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Quaderno 200

Alcuni corpi, come il legno, con la loro disintegrazione producono luce, calore – e cenere. Sembra quasi il simbolo e la direzione del destino. Tutta la luce, il calore, il valore dell’universo è forse l’effetto di una grande disintegrazione, una folle prodigalità, una corsa alla cenere. Anche la vita è luce e calore in quanto è un disintegrarsi.

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La lunga pace rende folli così come la lunga guerra rende saggi.

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Quaderno 233

Il paradiso e l’inferno, i due inenarrabili associati.

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La natura è per natura soprannaturale.

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Quaderno 255

L’amore è una morte in comune

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Una vita strettamente individuale è necessariamente un fallimento.

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Quaderno 376

I ricordi sono le Sirene nel mare del tempo, che invitano i naviganti di quel mare a perdersi in loro, a dimenticare il futuro. Anche i sogni sono le Sirene nel mare dell’inconscio.

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La distanza è sempre melodica. Le campane che cantano melodiosamente nella bruma, e invitano gli uomini a credere. A che dobbiamo credere? Dobbiamo credere proprio al verbo credere.

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Chi non sa disegnare i suoi limiti, i suoi confini, deve accontentarsi dell’infinito.

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Quaderno 394

Quanto più l’amico delle Muse sente di essere libero e potente, cioè ispirato, tanto più egli sente di scrivere, comporre, inventare sotto dettatura: la sua libertà è questa costrizione.

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Noi siamo come una candela che si distrugge per illuminare. Non può essere luce se non è autodistruzione, se non si consuma fino alle tenebre. Non vi è conoscenza senza una fede e non vi è una fede che non sia conoscenza. Vi è una conoscenza pura? La luce della conoscenza è il più grande dei misteri, forse il più assurdo dei misteri.

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L’infinito muore, l’infinito dorme, l’infinito sogna, l’infinito risorge?

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Andrea Emo (1901–1983), filosofo appartato e inattuale, discendente di una nobile famiglia veneta, ha annotato le proprie riflessioni in decine di quaderni inediti che sono stati pubblicati postumi grazie all’interessamento di Massimo Cacciari e Giulio Giorelllo. Molti dei taccuini sono stati raccolti nel 2006 in Quaderni di metafisica 1927-1981.

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