SEMPRE IN QUESTA VERTIGINE TERRESTRE. Carlotta Cicci

I testi virgolettati sono tratti da: Carlotta Cicci, Grado Zero, MC edizioni, 2023.

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“Non si guarisce dall’io” scrive Emil Cioran, ma lo si frammenta, lo si dissemina, lo si espone: “nel mio grado zero ho posato l’umanità”.

Cosa cerca il poeta? “Furore e mistero”, come ci indica Char? Carlotta Cicci, qui al suo secondo libro, fa emergere una voce severa, visionaria, che lotta contro il ‘mondo offeso’ per trovare nuova salvezza nei suoi dèi ulteriori: “in questo smarrimento terrestre / mi tieni il fianco con atti di pietà. / resta delicato il nostro lungo risveglio”.

I versi sono brevi sequenze di una salmodia frammentaria, opposta agli orrori endemici della vita quotidiana. Epifanie di immagini, scorie di riflessioni, lampi introspettivi, sono il pre-pensiero di questa poesia fulminea e passionale, incisa con tagli glaciali di parole, che Pasquale di Palmo, nel risvolto di copertina, definisce da street photographer. Non è solo un caso che Carlotta, con Stefano Massari, curi da alcuni anni un progetto di videopoesia, “Zona disforme”, che ha come suo ideale la libertà espressiva della poesia come valore assoluto.

Il lettore spesso è impreparato ad accogliere un dettato rapido, un accordo secco, un feroce passo animale, che lo lascia interdetto, senza che lo sorregga la consolazione di un logos poetico. Grado Zero è un libro “inconsolato”, non placato.

Sonnambuli i poeti, a guardare insieme il tetto d’oro, compilando i quaderni di ciò che non esiste. Non c’è più nulla da realizzare: quindi, da ora, si comincia a scrivere: “non avrà pietà la mia piccola voce. / non ti lascerò solo senza leggi. / ti solleverò sul margine / della tua salvezza”. L’arte della compassione non ha, come oggetto, solo gli esseri umani. Si tratta, come scrive Nanni Cagnone, di “pensare il percepire”.

È evidente, nella sintassi di questi versi, l’assenza delle virgole e la presenza perentoria dei punti, a sottolineare che ogni frase conclude se stessa e si avvicina all’altra non tanto per costruire un dialogo quanto per mostrare, complici, un contrasto, una visione, un dramma.

Il corpo è un palinsesto di ordini imposti, di veti incrociati. Nasce così come ha potuto, informe, oscurato, difficile. Poi arriva la ferita, come se dall’esterno qualcuno forasse il velo. E, da sotto la ferita, come un breve urlo, esplode la parola: “c’è grandezza. La stanza è irrequieta. / è il taglio alto della luce. Là dove taccio / mi vedi e non chiedi tutte quelle cose / vere. E la tua bocca sembra una parola”.

Non corteggiare l’inutile ma conquistarlo, farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Herzog trasforma il pianoforte issato sopra le montagne in Fitzcarraldo, non in segno di follia ma in estasi possibile, dove si compie l’impossibile: “credo di dare un nome al pianto. / dimentico la pace di noi. Tutti morti. / abito dove il silenzio sarebbe un dono”.

Il corpo è lupa, spasimo, turbamento ininterrotto. In toni da inno sacro questa poesia concentra un tormento umano e un eros da belva: “ti trattengo sulla pelle. Ti trattengo / tra le cosce. Tra le pieghe del lenzuolo / ti confesso il sangue”.

In Carlotta Cicci abita l’eternità dell’impulso d’amore ma è roccia, fermezza, tempo sacro: “tutto è mio se mi fermo nel nostro / silenzio. Come una vittoria si avvicina / il temporale. gli stormi sembrano polmoni. / e il fiume è sempre lì.

Il poeta che abita questo libro è vagabondo dell’ordine che sta minando. La sua opera, violenta, non ha l’irrespirabile segreto della natura morta ma l’oscura potenza dell’organismo vivente. Dimentica di modellare la forma e la inchioda: così si libera dallo spirito solare delle frasi e trova un verso, di diamante o di fumo, nel quale intonare la voce.

Scrive René Char: “Imita il meno possibile gli uomini, nella loro enigmatica abilità di stringere nodi”. In questa poesia i nodi non vengono stretti ma mostrati, come un abisso spalancato: “ho salutato tutti i miei morti. sfiorandoli / di improvvisa gioia”. (M.E.)

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Antologia

conservo tra le gambe la luce

della tana come una radice.

come una croce capovolta

sorveglio il mio giorno.

e un lupo con il buio

nella pupilla è rimasto

come un preludio.

*

ospite di segni e gesti entro nelle case.

mi sovrappongo alla grazia dell’agguato

come una lupa senza fare rumore.

*

volteggiano i corvi nella stanza.

Mi proclamano orfana nelle stagioni

dove i vivi non capiscono i morti.

*

femmina storta vado in silenzio

nell’intervallo dei garofani. con la pelle

avvelenata tra le tracce dei serpenti.

tra volti senza protezione e i cani

di Marte. lecco i peccati. le cose sole.

*

splendo in un’accurata trasparenza.

come specchio fra il bacino e le gambe.

Voglio raggiungere la terra restituita.

dove i morti non sono mai esistiti.

*

siamo discesi in zone liete

in anni di pace in pomeriggi interi

quando le bocche fuori ringhiano

guardami con il dio delle piccole cose.

come bottoni smarriti. come respiri

sui vetri. come passi di danza.

come chiavi e orecchini. come gesti

e cenni. come un’aria psichica.

come il fantasma di una bambina.

come il posto nascosto della meraviglia.

*

la pianura è ignara e inquieta. Il silenzio

mette in ordine. qui non c’è un regno.

ci sei solo tu e questo mio corpo

di cristallo. mentre mi nasci dentro

ad ogni sonno. e ti cresco. e credo

sarò come madre.

*

mi risveglio nel tuo bacio sulla fronte.

le sembianze dell’aria sono intatte.

trema tutto. cellule. minuscole vene.

piccoli grandi uccelli, giorni come selve.

la pace delle cose selvatiche.

la promessa cade dalle mie mani

alle tue.

in questo pi non saper niente

non tutto deve morire

gennaio è la conferma

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Carlotta Cicci (Roma, 1984). Poeta, videomaker, fotografa. Vive e lavora a Bologna. Nel 2022 pubblica la sua prima opera in versi, Sul banco dei pesci (Edizioni L’Arcolaio). Dal 2016 realizza documentari e video per web e tv. Con Stefano Massari inventa, nel 2022, il format di videopoesia zona|disforme.

Carlotta Cicci

LETTERE 11 e 12. Marco Ercolani, Angelo Lumelli.

I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere (2023), I libri dell’Arca, Edizioni Joker 2023.

Undicesima lettera. M.E.

Caro Angelo,

la poesia come azzardo solitario: c’è qualcosa da aggiungere? Accade, e non ci sono alternative. Occorre far brillare il suo accadere nella scrittura, ma come? Intrattenendo in un dribbling stretto con le parole, inventando un realismo ubriaco, un andirivieni. Si parte sempre dall’aria i versi che soffocano non mi interessano. Quelli che restano, ma quali?, sono lezioni dell’aria in mezzo alle parole, un groviglio buffo. “Non resta altro che impiccarsi e scrivere!” grida Hrabàl. Possiamo non sentire il suo grido? Che è quello di Alfonso Guida nella sua poesia Craco: “Craco, paese all’insù, / d’ oro fuso, polena / su una colonna d’arpa”. Già, un paese capovolto, una lingua capovolta: e noi ci passiamo in mezzo, reinventando il dio che ha abbandonato la poesia. La creatura vede l’Aperto, esce dalla lingua che coltiva per sradicarla e farne “radice volante”. Mi chiedo solo: perché in tanti scrivano come se mettessero calce fra le parole e non aria. Si accorgono che così la poesia non accade più? Al massimo trionfa nei suoi possedimenti. Con te, Angelo, invece, ho la sensazione che le terre siano forate al centro. Con te parlo dal vuoto abitato, fitto di pensieri nomadici. E questa sensazione mi è cara, mi è chiara. Reduce da un ricovero che ha reso visibile e doloroso il mio corpo, ho capito che voglio insegnargli a tacere, almeno per il tempo delle nostre lettere, almeno finché non parlerà solo lui ma io non ci sarò, a sentirlo. Sai cosa mi viene in mente? Che l’idea di vuoto sia simile all’idea di vento. Non mi seduce l’assonanza “vuoto-vento”, ma proprio l’idea che la poesia, muovendo versi e frasi come vele, ci offra una lezione di vento. “Dolce e chiara è la notte e senza vento”: qui Leopardi, descrivendo l’assenza dell’aria nella notte, ci presenta un verso che, nei secoli, ha sciolto pietre e monumenti, ed è rimasto emblema di uno sguardo fluido, che buca il centro del mondo come la “ballatetta” di Guido Cavalcanti. Non sono forse le sue “penne isbigotite” ad assicurarci, nel mondo, il “luogo d’aria” che osiamo dire nostro?

Marco

Dodicesima lettera. A.L.

Caro amico, dunque sei tornato! – accidenti, potremmo dire, nemmeno i mali hanno cambiato la frase, rimasta tal quale, dall’ultima volta – da smantellare, da ridurre da ultima a penultima, così che abbia scampo, svignandosela, lucertolina che le tenta tutte.

Ci sono cose che non si possono dire? – che, se dette, per entusiasmo, per inavvertenza, diventano sistemiche, impedendo il loro stesso assunto, ciò che più ardentemente volevano? Sai cosa ti dico? – alcune cose è meglio che le dica il linguaggio – dica pure, ma noi abbiamo da dire un’altra cosa, ulteriore. Ecco: dobbiamo essere ulteriori, visto che non possiamo essere contemporanei all’accadere. Qui volevo arrivare: la libertà, ad esempio, intesa come liberazione, come può continuare a liberare se stessa?

No, non pensare che sono peggio del solito – ho semplicemente paura che una parola, arrivata alla fine di un percorso tormentato, diventi l’inizio di una soluzione. Eh no! – chi fa poesia non ha soluzioni! – quell’idea della poesia in quanto accadere non può diventare una poetica positiva, un’affermazione: noi subiamo quell’accadere, siamo sue creature, siamo nelle sue mani, golosi, riluttanti – noi siamo quelli della nascita, appena nati, ancora una volta, sempre. La nostra festa non è la presentazione al tempio, il giorno della befana! – epifania che tutte le feste porta via!

Siccome, io per primo, in questo nostre corrispondere, ho insistito sul concetto di accadere in poesia, mi accorgo – adesso che tu assumi quella frase come buona, sostenendomi – come quell’accadere fosse nel segno della passività, della creatura inerme che per istante è gloriosa, un evento che ti prende alle spalle, una ritorsione forse, una torsione verso lo spazio precluso, il grande pensiero della nostra nuca. L’accadere è l’altare del sacrificio, offrire il corpo in cambio della grazia.

Per riassumere: mi onora che tu appartenga a quelli che accadono, ma, per scaramanzia, nel corso di questo rito non incruento, facciamo finta di niente, cerchiamo di lasciarci accadere, mentre il linguaggio pensava che noi volessimo soltanto continuare.

E adesso, caro amico, sono con te senza riserve. I titoli. incantevoli, della tua lettera potrebbero essere “ le lezioni dell’aria”, “il vuoto del vento”, “le terre forate”. Alla fine la poesia è un atto positivo? – mi sembra di percepirlo, teneramente, dalla chiusa della tua lettera, quel “luogo d’aria” che osiamo dire nostro. Si può dire – sia nostro.

E il corpo? Lo sapevamo che il suo bello era l’incoscienza, con appena il barlume dello star bene, della sua gentile vanità. Adesso, invece, il nostro corpo parla. In questo consiste la malattia. Come abbiamo desiderato che smettesse – ah non sentirlo più! Invece parla, smentendo la sua virtù di sostituirci, di essere al posto nostro, di farci ancora quell’enorme favore!

Tratteremo ancora questo tema.

Angelo

UNA COPERTA BIANCA. Lucetta Frisa

appunti di memoria e altro

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Il mio primo ricordo di bambina – avevo circa tre anni, credo – è una coperta bianca, tessuta a nido d’ape: me la trovavo davanti ogni volta che mi mettevano a dormire dopo colazione, nel mio lettino vicino a quello dei nonni. In quello stato di meraviglioso torpore prima del sonno e subito dopo, sulla soglia del risveglio, i miei occhi la percorrevano tutta. Piano piano quel grande spazio bianco cominciava a tremare e a sfumarsi, il disegno a nido d’ape acquistava profondità, le sue piccole cavità si animavano di colori, si trasformavano in botteghe, bottegucce affollate e rumorose, e infine nella fittissima rete di un bazar. A volte la coperta era la superficie luccicante di un’unica cupola, il bianco si tingeva d’oro, l’oro si sparpagliava in altre cupole, tetti, terrazzi, torri, palazzi, minareti, un‘intera città che dipanandosi da strade e piazze e dagli interni di botteghe e appartamenti, esponeva all’esterno le sue grandi e maestose architetture; poi, la prospettiva cambiava: cominciavo lentamente a sollevarmi come sul magico tappeto e dall’alto, ecco la sintesi colta nel giro circolare dello sguardo: la silenziosa mappa della città le cui linee, sempre più ampie e ondulate, si sperdevano non si sa dove, cancellando i contorni. Forse entravo e uscivo dal sogno. Il mio occhio come volo di uccello o sipario? Dopo tornavo davanti al bianco, quel bianco che aveva vibrato dischiudendo paesaggi fantastici ritornava coperta, una semplice coperta a nido d’api, immobile, stesa sopra il letto dei nonni.

Posso spiegarmi solo così la gioia insensata, il senso di paura e piacere, di trasgressione e sperdimento che mi procurava la lettura delle Mille e una notte, libro che mi fu regalato – in versione adattata per bambini – all’età di otto anni. Ne guardavo e riguardavo la copertina: aprirlo era un rito, qualcosa di sacro e forse proibito. Poi cominciava la lettura, ma tra le parole, tra il bianco delle righe, si affacciavano quei paesaggi visti in sogno, che si aggiungevano ad altri pensieri ed emozioni La lettura diventava faticosa, un viaggio complicato. Da una frase letta nasceva un’altra frase immaginata, da un episodio una serie di possibili episodi contigui, paralleli, con finali a rovescio o inizi che sembravano ripetersi. Tutto si attorcigliava. Quante volte lo lessi? Non ricordo. Era come tornare a casa tutte le volte, una casa segreta che conoscevo solo io, libro scritto solo per me e che nessuno, all’infuori di me, aveva il permesso o il diritto di conoscere. Lo nascondevo dove neppure mia madre poteva scoprirlo.

Quante volte mi sono chiesta perché la coperta dei nonni si trasformasse proprio in una città araba. Che ne sapevo io – a tre anni – delle città delle Mille e una notte? Quante volte, uscita dall’infanzia, vedendo un’immagine di Sa’ana o di Fez, ho esclamato «Ecco la città della coperta!».

(1999)

FUOCO, ORO, CENERE. Alfonso Guida

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Il mio pensiero sorge dalle spoglie dell’ io.

Queste ore di morte, di vento forte.

Per dire uomo potrai dire anche Matteo. L intenzione dell’ aquila è Giovanni. Si rifugiò in un’isola deserta, portò all’estremo la visione, volle la morte universale e di ogni tempo molto presto, ebbe il culto di chi anticipa la catastrofe pervaso da un segno di persecuzione: l'”ultimita’”.

Mondo muto che sconforti il silenzio.

Devi portare a termine ogni vita. Non puoi lasciarne in sospeso nessuna.

La morte si avvicina e la vita si fa chiara. L’arrivo sarà nella luce. I saggi, così, bruceranno, come falene. Bruceranno come i 1800 papiri di Ercolano, decifrati, con la tecnica della luce di sicrotrone, tomografia a raggi X, come Van Gogh e Artaud, come, disperatamente, nella luce, bruciò Georg Trakl. L’oro è il colore che appare in fondo alla scala cromatica dell’occhio del suicida. L’occhio centrale è borbottante materia vescicosa, cratere del cervello, di cui scrive Paul Celan. La caldera originaria, dove si finisce, ruotando, col capo rovesciato. Come chi si butta dall’alto, etc.

Il saggio impara tutte le lingue del fuoco che osserva in prossimità dell’istante in cui sarà cenere.

UNA SINTASSI RITMICA. Michelangelo Coviello

Il testo è tratto da: Michelangelo Coviello, La musica della poesia, in “L’arto fantasma (a cura di Nanni Cagnone)”, Marsilio editori, Milano, 1979.

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La musicalità del verso, l’allitterazione, la rima, l’assonanza, la melodia del linguaggio, il cantato quotidiano, l’accento sdrucciolo, quello tronco, l’endecasillabo piano, l’ottava e il verso libero, rimandano ad altro: al ritmo, la sua forma. È come il tempo, lo spazio. Sappiamo di cosa si tratta ma se invitati a definirlo a parole ne siamo incapaci, al meglio ci si contraddice. La metrica ci racconta invece la storia della poesia, dei suoi rapporti con la musica. Alla fine tutto è chiaro, i rapporti sono formali: convivenze connivenze.

Tutti sappiamo che la parola è un suono ma anche la musica è suono; sì però il suono della parola significando suona mentre quello della musica, è banale dirlo, suonando significa. La musica delle parole non è una suonata di parole è invece la sommatoria formale dei punti d’intersezione di ogni singola parola. È la capacità di ciascuna di evocare, associare, immaginare ed alludere prolungando o rompendo i rapporti significativi tra quella che la precede e la seguente.

Una poesia non è una composizione musicale. La sua musica è il suo ritmo. Il suo ritmo è il suo senso. Vorremmo insistere su questo punto: in poesia, nel linguaggio comune e, francamente, in ogni singola parola non si può dividere il suono dal significato che gli è proprio, altrimenti la musica sarebbe solo una catena di significanti e la poesia di significati. Il problema non semplice ma ma se pensiamo al ritmo come senso allora possiamo individuare, e non solo per la poesia, una sintassi ritmica, e cioè una specie di linguaggio non costituito da significati ma nemmeno da suoni. Si presenta come forma e da’ il senso della poesia (anche l’informale, qualsiasi cosa…)

[…]

Una delle caratteristiche della poesia è quella di proporsi come musica. Quando Dante sostiene che la poesia non è altro che musica messa in parole, certamente non allude a un certo tipo di musica storicamente e culturalmente definita, casomai ci suggerisce la qualità auditiva della poesia, la sua essenza musicale. È l’ampiezza della voce che ci coinvolge, è l’invenzione ritmica che condiziona nuovi e irripetibili significati delle parole, è, infine, l’esigenza totalizzante della forma che controbatte che frolla strombettando la comune logica del linguaggio. Il pensiero si forma in bocca, certo, ma si sente con l’orecchio.

Michelangelo Coviello

PER MARIGOLD E ROSE. Danila Boggiano

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Marigold e Rose él’unico testo in prosa di Louise Glück, escludendo naturalmente i due saggi e anche l’ultimo, pubblicato prima della sua morte. Due nomi, che non sono quelli reali delle nipotine gemelle figlie di suo figlio ma che evidentemente le evocano per sesso e per età e in cui vanno a confluire due modi di essere, e di Louise stessa e di tutti noi. Due fiori, la calendula e la rosa, quasi complementari nel loro senso, se pensiamo alla provvisorietà della prima, pianta annuale, e alla stabilità della seconda, pianta perenne.

Eppure, al di là dei veli sotto cui si muovono i due nomi, al di là dei segreti che come in una caccia al tesoro tentiamo di cogliere sfidando l’apparente semplicità con cui Louise li nasconde, sono due bambine che noi vediamo, essenziali nei loro tratti, proprio come la copertina le raffigura, esigenti del nostro sguardo che, rimbalzando tra l’una e l’altra per differenziazione, ne possa portare alla luce i caratteri e a compimento le forme.

Marigold e Rose rappresentano infatti due possibilità di essere in sé e nel mondo, la prima tutta volta all’interno, la seconda all’esterno, la prima già avviata dentro la trama dolorosa delle cose – i nasturzi decapitati dai coniglietti nel giardino di casa – e non sfuggirà quel vezzeggiativo che rende ancora più sorprendente la crudeltà dell’animale, le ombre dentro cui si muovono il padre e la madre, la malinconia della festa del primo compleanno, quel tendere continuo a cogliere il tempo per frammenti come a sottrarre valore alla sua inesorabile perdita; la seconda, placida nella soddisfazione dei suoi bisogni elementari, compiaciuta dei fiocchi viola delle sue prime scarpe, sa invece sorridere al mondo, sa gustare la glassa rosa della torta, mentre dal seggiolone Marigold guarda cupa il suo gioco con le briciole.

Rose resta salda come il fiore del suo nome, agisce, asseconda la vita, nomina precocemente le cose; Marigold osserva e tace e, mentre la sorella dorme serena nella sua culla la notte del compleanno, cerca di resistere al sonno opponendogli la vaghezza inquieta delle prime parole di ogni favola, “tanto tanto tempo fa”, oppure “c’era una volta…”.

Ma è proprio in virtù di questa sua inconsapevole ricerca delle parole tese a schiudere il mistero della favola, che in lei lentamente accade il sogno, il linguaggio, e nel sogno scrive il libro, il suo libro, un vero libro per le persone che sanno leggere, non di parole ma al di là delle parole, prima delle parole, tutto fatto con i segni-semi delle sue prime impressioni e dei suoi primi desideri e che la notte, come terra-pagina generosa, accoglie e muta nella storia di Marigold e di Rose.

Come non pensare a quel punto finale della Recherche in cui in realtà la Recherche inizia?

(10-11-2023)

Louise Glück

PER L’ALTO MARE APERTO

viaggi, nuovi orizzonti, visioni

Festival OUTSIDER ART, VIII edizione, Genova 6-8 ottobre 2023

a cura di Giorgio Bedoni, Sandro Ricaldone, Marta Morgana Rudoni

Opere di:

Pier Mauro Bisogno, Maria Callegaro, Egidio Cuniberti, Vojislav Jakic, Marina Junyent Mercader, Roberto Maini, Carlo Montesello, Vojkan Morar, Fabio Negri, Davide Mansueto Raggio, Melina Riccio, Maurizio Zappon (Zap), Sei artisti del Madf

con Claudio Costa, Beppe Delle Piane

catalogo De Ferrari editore

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Per l’alto mare aperto: titolo di un festival e di una mostra dedicata ad autori off-screen, radunati da una fortunata intuizione degli anni Settanta, sotto i vessilli dell’Outsider Art e oggi più che mai presenti sulla scena di un’arte contemporanea dove sono sempre più porosi i confini tracciati lungo l’asse dialettico insider/outsider. L’ottava edizione del festival è figlia di questo scenario e la mostra genovese apre a molteplici suggestioni letterarie nate sotto il segno del genio dantesco di fronte al volo avventuroso di Ulisse in ‘alto mare aperto’ attuale e contemporaneo, senz’altro affine alle visioni outsider, un viaggiatore che, per via di metafora, naviga ancora con l’antico sestante buono per rotte celesti, lontano dalle bussole tecnologiche e dalle comode mappe di certa arte del nostro tempo. […]

L’art Brut: l’Outsider Art, nei suoi migliori interpreti rimandano al pubblico un’arte che danza sui fili della storia, un gioco che obbliga a sguardi divergenti, a lasciare gli stereotipi del ‘folle’ e dell’’infantile’ per incamminarsi verso nuove prospettive, come era stato per le avanguardie quando lo sguardo acuto di Klee e di Kandinsky sui primordi dell’arte, sulla valenza atmosferica del segno infantile indicava poetiche inedite nel rinnovamento dei linguaggi…

(Da Per l’alto mare aperto di Giorgio Bedoni)

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PER ROBERTO MAINI. Marco Ercolani

Un intreccio fra arte e destino, oltre la ragione, è rappresentato da Roberto Maini (Genova, 1942-2016). Chi lo abbia incontrato per le strade di Genova non potrà facilmente dimenticarlo. Fallito ma non arreso, talvolta minaccioso, ostinato clochard che ora si accuccia su un gradino ora vaga a zigzag con un ombrello in pugno, sempre fra Piazza Campetto, Ponte Monumentale, Galleria Mazzini e Stazione Principe, Roberto Maini (il suo nomignolo era “golasecca” o “macchinetta”) sproloquiava, a voce alta e rauca, in mezzo alla gente, insulti, bestemmie, invettive. Di lui qualcuno sapeva che, in giovinezza, era stato pittore: il libro Liberarsi è stupendo. Opere 1973-2009 (Edizioni del Canneto, Genova 2011, a cura di Eugenio Costa, Titta d’Aste, Sandro Ricaldone), lo testimonia.

Roberto Maini esordisce nel 1967 in una collettiva intitolata “Situazione 67” allestita negli spazi della galleria “La Bertesca”, uno dei punti di riferimento per l’arte contemporanea, e di cui il pittore genovese è una delle prime scoperte, insieme a Claudio Costa, con cui condivide la sua prima “personale” nel luglio del 1969. In questo stesso anno è presente in una collettiva a Torino, nella galleria di Gian Enzo Sperone, e nel 1970 è invitato alla manifestazione internazionale sulla giovane arte italiana d’avanguardia organizzata a Lucerna da Jean-Cristophe Amman, il curatore svizzero che raduna tutti i protagonisti della allora emergente scena dell’Arte Povera, fra cui Anselmo, Boetti, Calzolari, Fabro, Griffa, Kounellis, Mattiacci, Merz, Paolini, Penone, Pistoletto, Prini, Salvo, Zorio. Dopo questo evento Maini si apparta da ogni circuito artistico, pur non smettendo di dipingere. La sua ultima personale risale al 1987 presso la Galleria Chisel di Genova, a cura di Enzo Cirone.

Oggi, al Festival genovese dell’Arte Irregolare, nell’ambito della mostra “Per alto mare aperto. Viaggi, nuovi orizzonti, visioni”, Maini conferma la classicità del suo astrattismo pittorico, parallela e antitetica alla sua vita squilibrata e distonica. D’altra parte, è proprio al confine tra insiemi eterogenei che la distinzione fra diversi e sani riesce a farci percepire ciò che è al di qua e al di là dello steccato, mostrandoci le produzioni degli artisti e degli psicotici nelle due differenti prospettive. Certe incursioni nell’altro da sé, come quelle caldeggiate da Nietzsche, che vede nella follia uno stato da ‘volere’ per penetrare nei “Regni dell’Irreale”, coincide con l’esperienza di John Perceval, il quale afferma che non avrebbe potuto ritrovare la salute con una condotta sana. La follia o lo stato di salute mentale non sono questione di volontà. Se “Il matto non gioca mai”, “l’artista gioca sempre”, se Il matto sprofonda irreversibilmente nelle proprie immagini psichiche, se la sua è una follia senza ritorno, ciò che resta è comunque l’opera che mette alla luce: in questo caso gli acrilici su carta di Roberto Maini, visioni variopinte e apocalittiche, nel segno dell’amato William Blake, che il pittore restituisce con evidente grazia formale. Ma la vita lo rapisce nel caos di una esistenza irregolare dove non c’è più spazio per ritrovare un’altra e più rigenerante vita. Il dolore psichico è brutale: brucia metafore ed analogie. Ma, a dispetto di questo, “prove” della sua arte restano sempre perché, come scrive lo stesso pittore, “nell’arte voglio parlare dell’amore e della vita”.

Possiamo supporre che nessuna follia, in sé, produca una qualche opera: ne è però il substrato, il materiale primario, e l’artista il cavo conduttore attraverso cui l’energia dell’atto creativo può tradursi in forme intellegibili. Certi eccentrici destini di artisti, culminanti nella malinconia, nella schizofrenia, nell’isolamento, nella morte violenta, sono comprensibili nel momento in cui l’arte è vissuta come un ‘pensare oltre’, che provoca la vita oltre i limiti della sua percezione. Compito dell’artista è avere a che fare con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni; suo dovere è difendersi dalle due realtà sostanzialmente opposte della follia: il silenzio e il delirio. Il silenzio assoluto è inservibile: occorre quello relativo, sostanziato dalla materia delle opere. E il delirio è una strategia personale, ormai cristallizzata, da cui è necessario prendere le distanze per trovare forme espressive condivise. L’opera vive in quello spazio in cui tradire il silenzio è necessario quanto non essere succubi di un’allucinazione. Per Roberto Maini l’allucinazione ha prevalso sull’opera, ma non del tutto. Se la follia è il perturbante che non può venire alla luce, la necessaria e invisibile radice dell’umano, ci si augura che l’artista possa e sappia, anche per un tempo breve, godere di una “follia regolata”. Come suggerisce lo stesso pittore, “Liberarsi è stupendo”, ed è più facile, forse, del sentirsi realmente libero.

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QUI HO VISSUTO. Ida Vallerugo

Fotografia di Chiara Romanini

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Qui ho vissuto. Nessuno specchio rimanda il volto.

Qui si perdono i viaggiatori che s’inoltrano.

Non è detto che qui faccia giorno,

qui il silenzio è la cicala sul petto.

Ma quando in questo silenzio io sento una voce.

per un attimo è sempre quella voce.

POESIA-MUSICA FRA TERRA E CIELO. Giuseppe Zuccarino

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Anche se di sicuro non mancano i precedenti storici di uno stretto rapporto fra poesia e musica, è con il simbolismo francese che tale rapporto diviene inscindibile. In tal senso, suona come una parola d’ordine il celebre incipit di un componimento di Verlaine: «De la musique avant toute chose»1. Secondo i simbolisti, la musica costituisce l’arte suprema per via della sua natura quasi immateriale, dunque perché riesce a trasmettere sensazioni ed emozioni senza racchiuderle entro forme definite e limitanti. Anche Mallarmé registra la convergenza tra il linguaggio poetico e quello musicale: «Dimentichiamo la vecchia distinzione, fra la Musica e le Lettere, non essendo questa che la spartizione, voluta, in vista dell’incontro ulteriore […]. La Musica e le Lettere sono la faccia alternativa, qui dilatata verso l’oscuro, là scintillante con certezza, di un fenomeno, il solo, che ho chiamato l’Idea. Uno dei modi inclina all’altro e, sparendo in esso, ne riemerge arricchito»2.

Nei secoli successivi, la volontà di far dialogare le due arti viene riattivata, in vari modi, da numerosi scrittori e compositori. Tuttavia sono pochi i poeti odierni ad averla posta a fondamento del loro operare. Uno di essi è senz’altro Silvia Comoglio. Per lei, la sonorità delle parole precede il senso e prevale su di esso. Dichiara appunto in un’intervista: «Sperimentare il rapporto suono-linguaggio e mettersi in ascolto di figure sonore e verbali, ne sono consapevole, dà origine ad una poesia in cui significato e significante si modulano e articolano in conoscenze e equilibri diversi da quelli abitualmente noti. Per questo penso che chi vuole affrontare la lettura dei miei versi non debba legarsi al significato della parola in sé o in generale ad un significato, e neppure deve avvicinarsi ai miei testi volendo necessariamente trovare un’interpretazione o un senso per la ragione, possono averlo o essere interessanti o piacevoli per l’immaginazione o l’ascolto o la percezione. […] E dovrebbe anche essere disponibile a trasgredire la determinatezza del significato delle parole e a coglierne la bellezza e il senso nel loro ritmo, nella loro musicalità»3.

Nel caso di Comoglio, la grande attenzione al suono dei vocaboli non equivale però a una banale ricerca di eufonia, e in tal senso è indicativo il fatto che venga escluso un procedimento tradizionale come quello della rima. Inoltre la configurazione dei testi sulla pagina non svolge affatto un ruolo secondario: da qui tutta una serie di accorgimenti tipografici (alternanza di parti in tondo e in corsivo, spezzettamento anomalo delle parole, inserimento di trattini, spazi bianchi, parentesi quadre, frecce, indicazione di accenti in apparenza superflui), che producono determinati effetti di ordine visivo, pur avendo essenzialmente il valore di indicazioni agogiche4. Inoltre, in certi casi, le poesie recano titoli come In do maggiore, In mi settima diminuita, In fa diesis minore o addirittura sono precedute da vere e proprie note musicali su pentagramma. Non a caso, entrambi questi procedimenti si ritrovano nel libro di cui intendiamo parlare, Il tempo ammutinato, che reca il sottotitolo, quanto mai esplicito, di Partiture5.

Tutto ciò potrebbe indurre il lettore a credere che l’intento dell’autrice sia di attuare una sperimentazione formale, come quelle praticate dai vari movimenti di avanguardia novecenteschi, ma tale impressione sarebbe ingannevole. Comoglio precisa infatti: «Devo dire che non mi sono mai ispirata o messa nel solco di questa o quella avanguardia, se ci sono nella mia poesia elementi che riconducono alle avanguardie ci sono per un processo di conoscenza e interiorizzazione o perché vi sono sorti spontaneamente. Del resto scrivendo ho sempre cercato di essere me stessa, di essere, in relazione al mio sentire e al contesto storico e socio-culturale in cui vivo, libera di esplorare il territorio della lingua e della parola»6. Le tecniche che abbiamo descritto rispondono dunque a un’esigenza diversa, che viene esplicitata in questi termini: «Le mie raccolte e i miei cicli di poesia sono essenzialmente delle partiture in cui ogni testo vuole essere una nota musicale e le note nel loro insieme vorrebbero farsi ed essere canto. […] È, quella che avviene nel canto, una metamorfosi che vorrebbe coinvolgere tutto e tutti in un incantesimo di creazioni e figure che pochi istanti prima non sembravano neppure possibili e che ora sono presenti con un battito del cuore ben preciso»7.

Qui la parola-chiave è «incantesimo»: infatti la poesia-musica dell’autrice, nella quale ricorrono sovente le stesse immagini e le stesse formule, serve a mettere in atto una sorta di rituale, il cui scopo non è ludico, ma neppure magico in senso tecnico, pur aspirando ad avere, sul piano simbolico, un valore salvifico. Nel caso del nuovo libro, il «tempo ammutinato» che Comoglio auspica è un tempo altro, che non si sottometta, anzi si contrapponga, a quelle regole dell’utile e del profitto che caratterizzano l’epoca corrente, da lei definita «tempo mercenario»8. L’incantesimo si affida alla logica specifica della fiaba, in cui spesso chi è debole ma di animo giusto riesce a prevalere su chi è forte e crudele. Se nelle favole colui che parte svantaggiato può ottenere, ove dimostri di meritarlo, l’ausilio di «aiutanti magici» (per riprendere la terminologia di un grande studioso dell’argomento, Vladimir Propp), altrettanto accade qui9. E proprio come, nelle fiabe, tali aiutanti provengono spesso dal mondo della natura, così nel libro di Comoglio a svolgere tale ruolo sono certi animali (rane, cardellini, capretti, usignoli, cicogne, anatre, scoiattoli). Ma non meno importanti sono elementi vegetali come i fiori – in particolare la rosa – e gli alberi, che sembrano contribuire in maniera significativa all’incantesimo ordito dall’autrice.

Tuttavia, per lei, non si tratta di narrare in versi, sia pure per il tramite di semplici e frammentarie allusioni, una vicenda soltanto terrestre. Infatti i suoi libri, oltre al piano naturale, ne contengono un altro che, sia pure con la dovuta cautela, si potrebbe definire celeste. La copertina del volume è suggestiva in tal senso: si tratta di un’elaborazione grafica a partire dai dipinti di Magritte appartenenti al ciclo L’empire des lumières, quadri che mostrano la strana e irreale compresenza di un paesaggio con case o strade immerse nel buio della notte e di un cielo che, all’opposto, appare chiaro e luminoso. E in una delle poesie del libro si parla appunto di un «fiato che muta / l’insonne notte del tempo in – / luce ultraterrena»10.

I testi di Comoglio si prestano anche a una lettura in chiave religiosa, riferibile in particolare alla mistica ebraica. È in questione, però, una Qabbalah puramente personale, una «impensata / gnosi»11. È vero che in essa non mancano immagini grandiose, come quella secondo cui la Vita e la Morte emettono luce, formando una duplice Menorah celeste12. Oppure quella dell’axis mundi, che qui diviene «albero del mondo», con probabile allusione all’albero delle Sephiroth di cui parlavano i cabbalisti13. Ma perlopiù la trascendenza appare in una versione smorzata, per cui «dio» o «iddio» viene designato con la lettera iniziale minuscola, mentre gli angeli – figure carissime a Comoglio – non sembrano essere dotati di particolari poteri: si parla infatti di un «angelo che tocca l’altezza della bocca», di «sommessi angeli», di un «che-rubino a ritroso», di un «angelo buio», ma anche di un «angelo che sale», e non ha dunque disimparato a volare14.

Analogamente, quando Comoglio parla di paradiso si riferisce a quello terrestre della tradizione ebraica, ossia appunto il «giar-dino di Eden»15. Ciò non può sorprendere da parte sua, se è vero che, per riprendere un pensiero di Baudelaire, «ogni poeta lirico, in virtù della propria natura, opera fatalmente un ritorno verso l’Eden perduto»16. Ad esso, nel corso dell’esistenza umana, ci si riavvicina forse al momento dell’esperienza amorosa (da qui la frequente ricorrenza, nei testi dell’autrice, di vocaboli come «amore» e «bacio»). Tale esperienza, secondo la visione poetica di Comoglio, serve a ricordarci che – in opposizione al «tempo mercenario» – conviene mantenere la speranza, giacché forse è possibile continuare la ricerca di un diverso accesso al Gan ’Eden. Come diceva Kleist, «il paradiso è sprangato, infatti, e il Cherubino ci sta alle spalle. Dobbiamo metterci in viaggio, fare il giro del mondo e vedere se non ci sia per caso un altro ingresso sul retro»17.

1 Paul Verlaine, Art poétique (1882), in Jadis et naguère, in La Bonne Chanson – Jadis et naguère – Parallèlement, Paris, Gallimard, 1979, p. 56 (tr. it. Ars poetica, in Poesie, Milano, Rizzoli, 1974, p. 159).

2 Stéphane Mallarmé, La Musique et les Lettres (1894), in Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 2003, p. 69 (tr. it. La musica e le lettere, in Opere. Poemi in prosa e opera critica, Milano, Lerici, 1963, p. 357).

3 S. Comoglio, Intervista, a cura di Rosa Elisa Giangoia, in «Lettera in Versi», 56, 2015, p. 24.

4 Come viene spiegato in dettaglio nella Legenda posta al termine di una delle prime raccolte dell’autrice, Canti onirici, Forlì, L’arcolaio, 2009, pp. 107-110.

5 S. Comoglio, Il tempo ammutinato (Partiture), Riva del Po, Book Editore, 2023. Ma i titoli del tipo di cui si è detto figuravano già in Silhouette, Verona, Anterem, 2013, e le note musicali in sottile, a microchiarore!, Novi Ligure, Joker, 2018.

6 Intervista, cit., p. 25.

7 Ivi, p. 24.

8 Oltre che nel titolo del volume, l’espressione «tempo ammutinato» (o «ammú-tinato») compare alle pp. 31, 56-60, e in sottile, a microchiarore!, cit., p. 35, mentre «tempo […] mércenario» si legge alle pp. 16 e 29, come pure in scacciamosche (nugae), Pasturana, puntoacapo, 2017, p. 44, e in sottile, a microchiarore!, cit., p. 31.

9 Di Propp, si veda in particolare il libro Morfologia della fiaba (1928), tr. it. Torino, Einaudi, 1966.

10 Il tempo ammutinato, cit., p. 13.

11 Cfr. ivi, p. 16.

12 Ivi, p. 26, nonché sottile, a microchiarore!, cit., p. 21.

13 L’espressione «albero del mondo» si legge in Il tempo ammutinato, cit., p. 17, ma era presente già in altre raccolte dell’autrice: Canti onirici, cit. pp. 22, 77; Il vogatore, Verona, Anterem, 2015, p. 15; Afasia, Verona, Anterem, 2021, p. 12.

14 Cfr. Il tempo ammutinato, cit., pp. 12, 15, 22, 28, 61.

15 Ivi, p. 21, ma anche in sottile, a microchiarore!, cit., p. 11.

16 Charles Baudelaire, Théodore de Banville (1861), in Réflexions sur quelques-uns de mes contemporains, in Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 1976, p. 165 (tr. it. Théodore de Banville, in Riflessioni su alcuni dei miei contemporanei, in Opere, Milano, Mondadori, 1996; 2002, p. 967).

17 Heinrich von Kleist, Il teatro delle marionette (1810), in Opere, tr. it. Milano, Mondadori, 2011, p. 1017.

SERVA DI SCENA. Max Ophüls

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Uno dei registi più significativi della sua generazione è stato Max Ophüls (1902-1957). Diresse in Austria, Germania, Francia, Olanda e Stati Uniti. Tra i suoi capolavori La ronde, Liebelei, Le plaisir, La signora di tutti. I film di Ophüls sono poemi lirici e tragici sull’amore e sulla morte. L’eleganza della messinscena è il suo modo di nascondere, con apparente leggerezza, un eros complesso e misterioso. In questa intervista del 1954 il regista svela le sue idee sul dire e il non-dire attraverso l’immagine. «La macchina da presa esiste – scrive Ophüls – per mostrare sullo schermo ciò che non è possibile vedere altrove: né sulla scena né sulla vita».

Voi mi rimproverate che troppo spesso metto in scena la morte, e avete ragione. Ma è il cinema stesso a indicarmi la strada. Immaginate con me. Un uomo cammina con un amico. Conversano amabilmente. La macchina da presa li segue. D’un tratto, il grido. I due si fermano. La macchina scivola indietro, un carrello veloce. I due avanzano. La strada è vuota ma si riempie presto di gente. Corrono tutti verso un punto. L’obiettivo corre più veloce di loro. Si fissa su un capannello. Schiene curve. Volti addolorati. Primi piani. I due amici sollevano la testa. E cosa vedono? Una finestra spalancata, le persiane agitate dal vento. Nient’altro che una finestra. Voi, cosa immaginereste? Io ho solo filmato delle scene, ho fatto ruotare l’occhio della macchina attorno a un punto di tensione. Ma questo punto – è possibile negarlo? – è quello di una mancanza assoluta, di un vuoto che si crea da qualche parte, nella storia. E il vuoto non ha niente di metafisico: è l’assenza di qualcosa che c’era, è il dolore di una perdita. Se una finestra spalancata sbatte e manda un rumore sordo, se degli occhi fissano un punto in basso della strada, vuol dire che qualcuno si è ucciso. Si è gettato nel vuoto. E già rabbrividite. Eppure non ho mostrato niente, non ho detto nulla. Ma le analogie…

Vedete come la morte sia indispensabile a chi agisce nel cinema, come la sua rappresentazione sia l’occulto motore della sintassi cinematografica. Ricordate, in Liebelei, quando risuona il primo colpo di pistola. I due duellanti sono sul campo. È un giorno di neve. Si aspetta il secondo colpo di pistola, ma non risuona. Quel suono mancato ha un unico senso: significa che il primo duellante, il protagonista del film, il personaggio che amavamo, è stato ucciso. Ancora una volta io non ho detto nulla: non ho mostrato un corpo accasciato, neppure una striscia di sangue. Ma la morte è fuori campo. Interrompe il film come un destino necessario. Fa da guida alla storia stessa.

Ricordate? Simone Simon corre veloce, va su, sempre più su, verso la soffitta, verso il lucernario, gli scalini guizzano sotto i suoi piedi, corre ancora, la macchina da presa è tutta il suo corpo, la sua corsa febbrile, non si stacca mai, e noi cadiamo con Simone, ci tuffiamo con lei nel vuoto – siamo noi stessi il rumore dei vetri infranti, la strada che si avvicina fulminea, lo schianto finale. Ma – notate il paradosso -, quando decido di far vivere allo spettatore la percezione stessa del morire, concludo il film con un colpo di scena: la suicida non muore ma resta paralizzata. Viva e invecchiata, la riprendo nella sequenza finale, trascinata in carrozzella, lungo la spiaggia deserta, dal marito – il pittore che l’aveva abbandonata e che, poi, tormentato dai rimorsi, l’aveva sposata. Nessuno è morto, ma chi ha visto la scena ha sentito la morte al lavoro, è stato gettato nel cuore della messinscena, nel segreto del mio piccolo trucco. Che gioia quando vedi scorrere il film e senti che la tua vista è il modo di vedere il mondo. L’unico modo possibile. Che orgoglio! Che luce negli occhi!

Vedete come si può scherzare con la morte e la non-morte, il dire e il non-dire, il vedere e il celare. Il mio è solo un vecchio gioco, che non mi stanco mai di giocare. Sono io il mago. Sono io a guidare la Ronde, a decidere il personaggio che sparisce e quello che appare. E la morte è sempre la mia serva di scena. Quasi dubito che, nel momento conclusivo, possa essere sgradevole più di tanto…

Vostro Max Ophüls

Max Ophüls

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit editore, Verona, 2010.