NOI VOLEVAMO SENTIRE GLI INTOPPI. Angelo Lumelli

Il testo è tratto dall’archivio del blog Imperfetta elisse, a cura di Giacomo Cerrai, mercoledi 13 gennaio 2010.

Giancarlo Majorìno:

Tra le ricerche di poesia nuove, la tua sembra, non soltanto a me, una delle più ricche; dovessi in modo trasparente motivare perché e interrogarti su questo, toccherei due punti: a) sente e sa che ogni parola, ogni verso, ogni decisione (cosciente e no) di scelta poetica devono risultare da una messa in gioco totale, non alleggerita né rimossa, neppure certo semplicemente canalizzata secondo maniere in uso; b) ha di bello e di brutto che sta come a un bivio: tra il lavoro di quasi tutti i nuovi poeti (il campo della scrittura non è quello della realtà; la poesia non ha origine dal mondo ma origina un mondo) e la domanda spesso ancora inespressa e malformulata di giovani sempre più numerosi (la scrittura deve comunicare; la poesia viene dal mondo e torna nel mondo)…


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Angelo Lumelli:

Davanti a una poesia c’era un patto molto semplice: che ci saremmo visti attraverso di lei, non in precedenza, anticipando, o a parole. Questo vuole dire che c’era un tempo senza margini e senza ulteriore recupero o nuova pace spostandoci nei luoghi della conversazione. La conversazione non era un luogo in cui poteva compiersi una verità o èssere portato a termine il senso di una cosa tenuto in sospeso, distolto o intimorito tra le altre intenzioni che producevano i fatti. Sembrava piuttosto, coincidendo con la durata dell’istituzione letteraria, il luogo dei raduni consolati, sotto quiete lampade, dove inutilmente forse anche la retorica chiedeva vero tempo nella sua affaticata ripetizione. Dunque collocata tra gli oggetti una poesia non poteva essere meno di un oggetto né un po’ prima magari, fìngendo di avere ancora tempo in sé, o solidale con il corpo, essendo noi con lei, come garanti, a intrattenere verità.
Tutto ciò dichiarava risentimento e. incredulità sia per il discorso che, dotato già all’inizio di futuro compimento, tentasse di spingersi, coltello intemerato, nel tempo e nei fatti, estorcendone il senso più vantaggioso e mentendo perciò, con nomi antecedenti, applicata corona sulle cose; sia che altrettanto premeditato e deciso volesse uguagliare a sé l’accaduto e viceversa, come fraterno per sempre e senza tradimento e in questo modo stringendo noi in una certezza prematura, spauriti commensali, sobillati a credere nella nostra verità, alla lingua che iniziava in noi, ravvicinata, calda tra le azioni. Cosi non ci andava bene; gli strumenti di questo conoscere, come fermi al bordo del campo, macchine immobili, lunghi colli delle gru, pronte a catturare tempo e cammino o anche inoltrate in mezzo forse, assicurando spostamento, erano un inganno: garantivano, con la loro presenza, la riconduzione in verso, la prosecuzione del discorso, la sua sopravvivenza in fervore; non scioglievano sé nel conosciuto ma si ingigantivano, grandi, impudiche alla fine, oscene garanti di una continuità.
Invece noi volevamo sentire gli intoppi; stare sul luogo non dello sguardo narrante ma in quello che divide sguardo da cosa, ogni volta impoveriti, per ottenere l’accadimento e non cadere nell’eloquenza. L’eloquenza era una camuffata predona, simbolo dall’accumulo, voce anticipante e già partecipe, confabulava la nostra uguaglianza in discorso rendendo per sempre innocua la diversità tra dire e fare. In alcuni casi forse era anche a fin di bene, era un patto, una conoscenza per volontà e ripetizione, o mantenerci uniti in un intento o non so. Io so che non potevo. Confesso comunque: talvolta fu desiderato un accordo, un rumore preesistente a ogni cosa, in grado di farmi passare, di mantenermi nella visibilità, una eloquenza della paura o della pace, perché le cose minacciavano, allora come rifugiati, l’intermedio parlante dei poveri, il riconoscimento al posto del grande gioco, la riconoscenza per l’immediato, anche per la responsabilità della gioia… Ti dico questo perché la domanda di poesia di cui tu parli mi sembra riguardare non tanto il consumo del prodotto finito da parte dei lettori, ma giustamente penso, la teoria che dovrebbe consentire un linguaggio felice. Allora il problema è vedere quale gioia è concessa a un significato, fin dove dovrà spostarsi per sfuggire alla sua tetra consunzione, un luogo imprendibile, veloce. Può ben essere che in molti aspettino, come buona lingua del conoscere, anche la poesìa. Il problema per me è che la poesia non sta aspettando nessuno. Non precede noi come nostro scudo o in testa alle cose aprendo il passaggio; nel fatto non c’è semplicemente la sua descrizione, l’esecuzione di un sapere attraverso la lingua: anche la descrizione è, a sua volta, un fatto totalmente in gioco che deve guardarsi alle spalle.  La descrizione non è  al sicuro. Non c’è alcuna conversazione in atto o aspettativa a cui riferire le nostre notizie che si volevano, bisognosamente, totali: di qua continua la terra, supponiamo di poter dire (la fantasia di un sapere riparato dal suo oggetto e dal suo ascoltatore, vera botte di ferro, il consumo gaudioso dell’informazione, il corridore di Maratona, fresche notizie, fresche brioches, stampa mattutina…).O non è questo il mio caso o non è questo il caso del genere poetico. Trovandomi invece, per quanto mi riguarda, come non connesso alla lingua, non manifesto in lei come quasi trascorrendo in parole, ma riconoscendo me come subdolo rispetto alla mia esistenza pubblica e parlata, nel senso almeno che mi trovo eccedente in confronto alla mia esteriorità, uomo delle trappole, alla fine, in attesa di ciò che lo porta fuori, allora collocato su questo punto, se mi metto in posizione di poesia, se si può dire così, è questo innanzitutto che viene mostrato: l’interruzione verso l’esteso, una esagerazione della pausa e del passaggio. Allora guardando dalla zona delle prime mosse, dalla dolce unità, dove non si può dire se muovendosi una parola era l’azione che si preparava, o viceversa avanzando un fatto la sua lingua che lo propaga, lunga ondulazione che si smorza senza finire (poi qualcosa avverrà, un altro qualcosa si dirà), da qui dove tutto sembra iniziare, anche l’inizio di una poesia, tutto questo luogo precedente appartiene al pensato non al fatto.
Di fatto una poesia può cominciare a parlare per una decisione eccessiva, una responsabilità totale rispetto alla lingua che si muove nei fatti. Non potrà più controllare le risposte, riprendere tempo in sé. Anche diminuendo il distacco, accostandosi, lasciandosi invadere o invadendo il tempo che la circonda, sì accorgerà che non è qui, nella maggiore o minore compagnia con le cose, la sua salvaguardia e la sua giustizia. È costretta a essere sempre un po’ più in là del linguaggio consumato. O spiccherà balzi, come fuori da sé, dimostrando la sua necessità e la sua paura, mezza falsa, mezza innocente, o velocissima sulla sua ruota veloce, ruotando figure, perché adesso finge tempo, contro la paura della diminuzione e dell’abbandono, un movimento che non cessa e che la mantenga al presente. e tu mi dici, con le tue osservazioni, che la tattica di spostamento lungo il filo della lingua è una povera guerriglia, come al cinema guardando gli indiani, un fuoco qui uno là, specchietti sul profilo delle colline (in un luogo che non si estende, allora tutto è rappresentazione), ti devo rispondere che ho proprio l’impressione di comportarmi così e che c’è fuga nella lingua, vagabondare, perché un luogo non è avvenuto e non ci contiene.
Tu mi dirai invece che tutto passa da cosa in cosa, che per ponti di lingua e di fatti una poesia è linguaggio che si aggancia, appena radunata in sé, per forza, ma chiamata e conosciuta da ciò che è stato nominato non si perderà?
Certo che ritorna, dico anch’io, ma dopo essere accaduta altrove. Quindi non è conoscenza sul vero suolo, giusta provvisorietà, accoglienza. Qui so soltanto che mi trovo all’inizio di una cerimonia. Tutto accadrà per la seconda volta, se una prima volta forse è accaduto, almeno come materia, tempo che voleva decifrazione. A questo punto non so quale teoria sia allusa in tutto ciò. Forse non ho voluto farmi prendere dalla sua, immaginata dolcissima e inflessibile, legge. O saprò che la teoria non vuole le mie poesie. Vuole altro, tutto, pone tutte le domande. Vorrà l’umiliazione delle forme; non vuole che mi concluda in loro, ma forma identica a ciò che si diviene, lunga come il tempo. Sarò stato cattivo, forse ho soltanto esclamato? (…)

STORMIRE E BASTA. Nanni Cagnone

La forza che vibra
– poi risonante per dire
fra assordati rumori
una stentata parola,
con suo ignoto pungolo –,
è lei, a indursi
nella convulsa fonazione
del pianto, il piú ostile
dei nostri richiami, che
non finirà con queste lacrime
non può mettersi d’accordo,
perennemente ci séguita ci spia,
come un adolescente in fregola
tien dietro alle donne sulla via,
aspetta che lo vogliano.

*

Anni invernali, da cui
per falsamento di luce
non si vede la soglia.
Uno di noi, cullato
e già rimpianto
da dolenti stridule parole,
riconosce infangate
le sue scarpe.

*

Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l ’istante, se no punge ogni cosa.
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie—
stormire e basta. Stormire.

*

Somiglianza
se prepara una discordia,
luce piú tardi opaca
su vie che diramano
in pietraie senz’orme
senza fiato, e queste penne
che stridono alle carte
per dire d’inutili vessilli
d’insegne che inerti
di grandi intendimenti.
Non sapremo quali sogni
avessero diritto
a consumarsi giustamente,
invece che schianto súbito
agli scogli—era una barca
da poco, ma sapeva vantarsi
della brezza.

*

Amante è colui,
sovrano de l’amato,
che per lui indietreggia,
e piú amorose le parole
della nostra quiete,
musica d’acqua nella gronda
o quei saluti di balza in balza
a seminare ricordi—siamo
altrove, ne l’innominato
precipite universo
delle aride doglie,
non volendo siamo altrove
e lontani da misericordia.

*

E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.
Invidia d’una vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
un’abitudine—come
in certe locande fuori mano,
sai, quando sbagli strada
e chissà dall’errore
cosa speri.

*

Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.

Angelo Cagnone
Nanni Cagnone

AREA DI LOTTA. Jacques Dupin

*Il testo è tratto da: Jacques Dupin, Alberto Giacometti. Testi per un approccio, a cura di Gilberto Isella, prefazione di Jean Frémon, postfazione di Gilberto Isella, fotografie di Ernst Scheidegger, Pagine d’arte, Bellinzona 2020.

[…] Il volto appare come l’area di una lotta senza esclusione di colpi. È lì che si gioca la partita, che l’interrogazione forsennata dello sguardo si esercita, che lo strumento più preciso, occhio e pennello confusi, deve agire con pazienza e altrettanta crudeltà. La presenza immediata impone la rapidità, la violenza dell’attacco e della penetrazione, ma la definizione della distanza implica un approccio meticoloso. Senza moderare il suo furore, questo strumento contraddittorio è alla ricerca, talvolta per notti intere, di una sola linea introvabile. La lotta conosce alti e bassi, successi e rovesci. Da un giorno all’altro il ritratto svanisce, riappare, si cancella di nuovo, resuscita ancora senza che nulla permetta di prevederne l’esito. Inseguimento incessante tramite ripetute contestazioni, il tratto si somma al tratto, lo oblitera e progredisce. Innumerevoli tatti che non circoscrivono né precisano alcunché, ma che fanno sorgere qualcosa. Più che nei disegni la linea si dissolve, si sminuzza, si sparpaglia in segmenti che si confondono con i tocchi. Moltiplicandosi e dividendosi, i tratti sembrano annullarsi reciprocamente e sparire davanti alla totalità di una testa che scaturisce spontaneamente dal vuoto […]

Giacometti va dal cognito all’incognito, mediante una spoliazione e un’ascesi progressive. Si accanisce sulle apparenze e scava il reale fino a rendere visibile l’essenza del loro rapporto, vale a dire la presenza di un elemento sacro. Quel sacro di cui tutta l’arte moderna sente la nostalgia, la cui mancanza suscita reazioni tanto disperate quanto sterili. Giacometti lo snida e risveglia là dove si nasconde, al fondo di ogni cosa e in ogni essere. Inutile separare la ninfa dalla foresta e la sirena dall’onda. Non v’è sacro se non nel rapporto estenuante tra uomo e realtà, nell’impossibile comunicazione dell’uno con il tutto che stabilisce – soglia e folgorazione uniche, attraverso la lacerazione di sé e dell’altro – il potere totalizzante dell’atto creativo.

PONTI SDARRUPATU. IL CROLLO DEL PONTE. Alfredo Panetta

*I testi sono tratti da: Alfredo Panetta, Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte, Passigli editori, 2022.

GENOVA

Pilastro n.1

Credo nelle parole non come fuoco sacro

ma come piante spoglie che,

inerpicate a rupi

da quel terreno povero

traggono nutrimento.

Accade a ferragosto a Genova in un lampo

che il fiato cerchi aiuto

la carne attizzi il fuoco il fuoco

invochi il tempo

che come un buco nero

ingoia ossa e menti.

In fondo

una scia d’azzurro squarcia

il cielo, e sento dal buio l’urlo

sovrumano di storie minime

sogni strozzati in volo

nel pantano.

Ma a Boccadasse

ho visto la pianta d’un asparago

crescere sopra il tronco di una palma

e a fianco un gelsomino

così profumato che

partoriva rugiada

a Mirêo, di Genova, operaio Amiu

*

GENOVA

Pilasthru n. 1

Eu criju nt’è palori no comu focu sagru

ma comu chjianti anudeja chi,

mpercicati ê timpi

nta ju terrenu povaru

cavanu civu bonu.

Succedi a Ferragustu a Genova nta ‘n lampu

ca u hjiatu cerca aiutu

a carni attizza u focu u focu

chjiama u temphu

chi com’un bucu nirgu

si nghjiutti carni e menti.

Jà gghjiusu na scia d’azzurru

spanza u cielu, e sentu du scuru a zala

supaumana ‘i storri nichi

sonna ffucati ‘n volu

nto pontanu.

Ma a Boccadassi

m’addunau ’i na chjiantina ‘i sparaciu

crisciuta sup’ò thruncu ‘i na parmara

e a hjiancu ‘n gerzuminu

accussì chjinu ‘i hjiarvu

chi sgravava acquazzina.

a Mirêu, thravagghjiava a Genuva, nta ll’Ami

**

Così inizia Ponti Sdarrupatu. Il crollo del ponte, di Alfredo Panetta, (Passigli, 2021), un poema ispirato al crollo del Ponte Morandi. alle 11.36 del 14 agosto 2018, a Genova. L’autore ha deciso di non scrivere questo poema dall’esterno, come uno spettatore ammutolito dall’orrore del disastro, ma dall’interno, identificandosi con le vittime stesse, a cui restituisce voce nella resurrezione magica dell’atto poetico. In una sua risposta all’intervista di Raffaela Fazio Panetta scrive: «Come sempre le due lingue lavorano in collaborazione stretta; talvolta s’interrogano l’una con l’altra anche durante la fase di composizione. Ogni verso, ogni strofa deve funzionare in entrambi gli impianti linguistici (…). Scrivere in dialetto e scrivere in italiano significa suonare la stessa musica con due strumenti diversi, entrambi indispensabili». Per realizzare Ponti sdarrupatu Panetta, come sempre, usa lo scabro e ruvido dialetto reggioionico, che conferisce a tutto il poemetto una tonalità materica e potente. Scrive Giovanni Tesio nella prefazione: «Il senso profondo è quello di una voce che si assume il carico di tutte le voci, di un’oralità che mantiene la sua quota di aderenza al vero, e che questo ottiene con la parola che più la necessita e più la detta, vale a dire – con perfetta intesa – la parola dialettale». La conferma a queste parole ci viene data proseguendo la lettura del poemetto, pilone dopo pilone, vittima dopo vittima, Panetta ripercorre la tragedia come l’antico cantastorie una tragica cronaca del suo tempo. Il poeta ottiene, con la musica “di calcinacci, di terra, di grumi” (Pontiggia) del suo dialetto, quanto si proponeva: rendere materico il disastro. La sua lingua, impastata di suoni aspri, crepati, che grondano di lamenti non consolati, è trenodia di pietà che si solleva nell’aria, oltre le macerie conosciute. Proponendo un atto di denuncia e di dovere civile, Panetta restituisce voce, nella finzione poetica di un corale collettivo, a chi quella voce l’ha perduta, essendo morto in quel disastro collettivo. Ed è una voce cupa, martoriata, carica di risonanze viscerali. Chi ha perso la vita può essere risarcito dalla poesia, se questa si mette al servizio di quel dolore e non si mura nel recinto dello stile patetico. Lo stile di Panetta è assumere su di sé, nel proprio “cantare”, la voce immaginata dei morti. Si potrà obiettare che il poeta non scrive in dialetto ligure ma calabrese. E qui prende forma un effetto sconcertante: l’“altro dialetto”, apparentemente l’intruso, trova, nella sua materia linguistica ruvida e particolare, una scabrezza da invettiva universale. La lingua si intride di quella musica sorda e dissonante che è sintonica con la carne dei corpi offesi. Scrive ancora Tesio: «Qui, di fatto, parlano in tanti insieme alla voce del poeta che queste voci raccoglie e a queste voci dà voce… E parlano, infine, i superstiti in una comune voce di smarrimento e di desolazione, di rabbia e di confusione; con accenti che insieme alla materia tutta mi fa pensare a quanto questa poesia sarebbe piaciuta a Primo Levi…».

Così il poeta definisce il suo stesso libro: «Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte. Un libro sul Ponte Morandi che ha richiesto due anni di lavoro. 43 poesie, una per ciascuna vittima del disastro. Una piccola Spoon River (non è mia la definizione) in dialetto calabrese». Ponti sdarrupatu, oratorio drammatico e polifonico, è un coro di voci spettrali e non più vive restituite all’elementare giustizia della loro resurrezione; è la musica viva, assordante, furiosa, di quei 43 morti che non vogliono essere ridotti al silenzio dall’incivile civiltà che li uccise senza seppellirli, il 14 agosto del 2018, sul ponte Morandi, alle 11.36 del mattino.

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GLI OCCHI DEL NAVIGLIO

Pilastro n. 6

Fu così, un attimo e in un pugno,

l’assurdo che s’incarna.

Un’Hiroshima tra gli occhi

e lo stomaco che crolla.

Ed ora? (riuscii a pensare

sarò se sono stata

Dio o non Dio).

Lascio in eredità le mie scarpe

che odorano di Naviglio Grande.

A te, straniero il boschetto dietro casa

dove troverai la lince

che sono stata

e uova di serpenti

ristoro dei miei mattini.

Ometto la mia rabbia i momenti di euforia

(e la carogna che ce li fa

scordare, inesorabilmente).

Un grazie intenso

agli sguardi furtivi sul metro

e uno, tenero, alla vita

malgrado il suo vizio di strafare.

Nel buio si entra a testa alzata, sempre.

Lento il respiro, la mano destra al Tempo.

ad Angela, cittadina di Corsico (MI)

L’OCCHJI DU NAVIGLIU

Pilasthru n. 6

Fu accussì, n’attimu

e nta ‘n pugnu, u strèusu

chi si faci carni. N’Hiroshima thra occhi

e stomahu chi si sdarrupa.

E mo’? (mi fidà u penzu

aju ad èssari, se fudi

staciuta, Ddi o non Ddi).

Dassu ‘n ereditati

i mè scarpi chi dduranu

i Navigliu Randi.

A tia, foresteru

u voschettu arretu

casa, aundi trovi

a linci chi fudi

e ova ‘i serpenti

ristoru di mé matini.

Non dicu a rraggia mia

i momenti ‘i preju assà

(e puru ja carogna chi ndi faci

m’i scordamu, e non potimu nenti).

‘N grazzi randi a cu guardau

agli sguardi furtivi sul metro

‘i prescia nt’o metrò e unu,

tènnaru, a d’a vita

a malugradu u sò vizziu ‘i fari ‘i cchjiù.

Nto scuru si thrasi

a tes ta ajitta, sempi.

Lenthu u rispiru, a manu desthra o Temphu.

ad Angela, chi venìa ‘i Corsicu (MI)

Alfredo Panetta

STORDITO. Gabriel Liberatore

*I versi del poeta argentino Gabriel Liberatore (Rio de la Plata, 1966-2020) sono inediti.

Roberto Sebastian Matta

Per le vie di S. mi cammini davanti

piccola estasi

non sei nuda ma lo sarai

pensiero potente

sparisce la fine delle cose

ti bacio sei tu

l’aria

Sfiorarti appena

la schiena vederti la nuca

e poi ti volti ti chini resto attonito

ti carezzo i capelli

infinitamente

stordito

perduto

Continui a carezzarmi muovi

le dita lentamente

guardami ancora e ancora

lascia che ora

ti raggiunga io le labbra

Ci stringiamo

perché nessuno arrivi

fra i nostri corpi solo la nostra aria

le labbra avvinte

finché lo consente il respiro

Nulla è simile a prima

bocche sguardi dita

il sole è un astro pallido

se le nostre labbra risplendono

Presto ancora

una volta lentamente ora

vieni

ancora torna fra le mie gambe ma per molti

infiniti minuti con gentile lunghissimo

furore

nessuno squillo

a fermare i tuoi baci

la tua pelle

fra le mie dita ariosa

con lingua e voce

ti mordo sul collo

lecco la fine e l’inizio

l’origine e l’abisso

nero dischiuso

ti tengo stretta

nel bacio

Con tutti i tuoi capelli tutte le tue mani

odorami tutto non smettere

di sentirmi con tutte le tue labbra

sono

appena rinato

sveglio nella nostra luce

Appena sei nella mia bocca

c’è un altro universo

il suo sapere mi inonda di gioia

il suo sapore mi colma

se fossi morto

non potresti spogliarmi nudo

e fare di me chi sono

libero

da ogni pensiero di fine

felice

illuminato

E ancora

senza nessun cielo

il semplice soffitto bianco

portami in paradiso

soffiami nelle orecchie

mordimi il capezzolo

baciami il naso

i pensieri diventano carezze si crea

qualcosa come un cristallo

un’aria solo nostra

un tuono lieve contro le cose grevi

un’aria dove la tua bocca è la mia

Nebbia morte arti madre

l’incantesimo è dopo

è guardarsi mentre

fluisce caldo il nostro segreto

Quale arcipelago navigare

con la pelle che turba il cuore

e sbatte e poi

parole bisbigliate piano

odori condivisi

pareti inventate

per il turbine delle teste dissolte

Ti tocco la mano

non mi guardi

la stringi

Il resto della vita

è dopo quel gesto

Maestri del tempo

mentre ci baciavamo

interminabile e dolce

il sole dell’insonnia sulle dita

consapevoli che di estasi

giorno e notte e in sogno

potremmo morire

Noi

maestri del tempo che dominiamo

mi baci

ogni muro

crolla

ti bacio ogni muro

tace,

allacciati in un solo corpo

raddoppiata meraviglia

il cielo di settembre

la nostra costruzione dell’aria

Correre a grandi grida

nel nostro segreto

e le gambe fuggono morbide

dopo

guardarti

mentre ringiovanisci

venire insieme

finalmente vicini

saliva parole aria respiro

sei partita

e le mie labbra ti baciano ancora

nel ventre mi vibra il pensiero di noi

e le gambe fuggono morbide

ancora…

Roberto Sebastian Matta

JE PREFÈRE DISPARAÎTRE. CONVERSATIONS AVEC ROBERT WALSER. Sylvie Durbec traduce Marco Ercolani, II.

Éthique

Mon jeune ami, si je me suis fait ouvrir les portes de cet endroit, c’est à cause justement d’un besoin moral irrépressible: je suis entré ici, presque sans m’en apercevoir. Oui, ma sœur était d’accord. Mais moi, plus encore. Disparaître relève de l’éthique. Ne plus se trouver au milieu de gens qui se croient vivants. Et quel meilleur lieu que celui-là pour le dire de manière définitive, avec le consentement de votre science inutile? Maintenant je peux tresser des paniers et ficeler des paquets. Regarder défiler les saisons. Écrire de la poésie et me réjouir de leur inexistence. L’époque où je devais dire qui j’étais (et je me repens des monologues de Simon dans Les Enfants Tanner, trop de mots, une suite de pages toutes pareilles) est passée depuis longtemps. J’ai eu trop de temps pour le dire, mais en ces temps, les planètes tournaient en orbites gracieuses et je cédais à leurs caprices. Aujourd’hui je les sens immobiles et les regarde comme un seul point, je ne me vante pas d’elles, ni elles de moi. Je regarde mes doigts, l’air qui les sépare – tellement d’air, trop, et qui vibre désagréablement dans les oreilles.

Etica

Mio giovane amico, mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo: è proprio per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entraato dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d’accordo. Ma io più di lei.

Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per afferrarlo in modo defintiivo, con la complicità della vostra inutile scienza?

Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono (mi pento dei troppi monologhi di Simon nei Fratelli Tanner, tante, troppe parole, che sequenza di pagine uguali!) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li scruto come un solo punto, non mi vanto di loro e certo non loro di me. Mi guardo le dita, c’è aria che le separa, tanta, troppa aria, e vibra fastidiosa nelle orecchie!

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Rire?

J’ai la nostalgie du temps où je recopiais des invitations à dîner et des ordonnances de docteurs. Alors, j’étais heureux comme un gosse, j’imaginais que mon écriture produisait des nourritures délicieuses ou soignait d’incurables maladies: choses que ma calligraphie rendait possibles à force d’arabesque précision. À présent je n’y crois plus. À présent j’ignore où va le monde, même si ici, à Herisau, il est facile de le prévoir. Observés par des visages atones, on se perd dans des yeux qui vont on ne sait où. Un halo, un bruit de voix, un écho, et puis le sommeil. Pourtant aucune larme. Au contraire, il faudrait rire et ne jamais s’arrêter. Ici, à l’asile, il y a tant de théâtres que je pourrais écrire des comédies en un acte, si seulement j’avais encore l’envie de tracer des merveilles sur le papier.

Ridere?

Ho nostalgia di quando copiavo inviti a cena e biglietti da visita ai dottori, allora ero come un bambino, immaginavo che la mia scrittura producesse cibi deliziosi o curasse malati inguaribili: cose che la mia calligrafia certificava con arabescata precisione. Oggi non lo credo più. Oggi non so dove andrà il mondo, anche se qui a Herisau è facile prevederlo. Guardàti sempre da facce attonite, si affonda in occhi che vanno non so dove. Un lungo alone, un rumore di voci, un’eco, e poi il sonno.

Però niente lacrime. Al contrario, bisognerebbe ridere e non smettere.

Qui, in tutto il manicomio, ci sono tali palcoscenici che potrei scrivere farse iin un atto se solo avessi voglia di intrecciare ancora meraviglie su carta.

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Montgolfières

Je suis fou parce que vierge? Vierge parce que fou Être vierge n’est pas le pire des péchés, c’est la meilleure des défenses. Je laisse le monde à sa tranquillité. Je marche à côté. Je me promène, je marche, c’est ma manière d’aimer le monde. Si on peut aimer avec violence? Non, pas du tout, avec la violence on ne peut que blesser et déchirer. L’amour est douceur, lenteur. Comme traverser la terre colorée en la contemplant depuis une montgolfière. Ces derniers temps, les mots me semblent faibles et sourds. Mais les chants des oiseaux, ceux que j’entends quand je suis là-haut, dans le ballon, oh oui, comme ils sont clairs là-haut! Et quelquefois (mais ne le dis à personne, c’est peut-être un symptôme), je crois entendre la voix des chevaux. Comme me le chuchotait une amie enragée, je me souviens de son nom, Greta, elle voulait révolutionner le monde avec le style logique et barbare de ses yeux clairs. Peut-être Gulliver avait-il raison quand il créa le royaume rationnel et parfait des Houyhnhnm. Je ne crée pas de royaume, je caresse le papier qui renvoie les reflets d’un miroir. Comme il brille…

Mongolfiera

Sono pazzo perché sono vergine? Sono vergine perché sono pazzo? Essere vergini non è il peccato peggiore, è la difesa migliore. Lascio che il mondo proceda tranquillo. Io gli cammino a fianco. Passeggio, passeggio, è il mio modo per amarlo. Si può amare con violenza? No, no, con la violenza si può solo ferire o squarciare. L’ amore è morbido, lento. È traversare la terra colorata guardandola da una mongolfiera. Da così tanto tempo le parole mi sembrano sciocche e sorde. Ma i canti degli uccelli, quelli che senti quando sei in alto, in cima al pallone, oh sì, come sono acuti proprio lassù! E qualche volta (non dirlo a nessuno, magari è solo un sintomo) mi sembra di sentire le voci dei cavalli. Come mi bisbiglia, lo ricordo appena, un’amica furiosa, di nome Greta, che avrebbe voluto sovvertire il mondo con lo stile logico e barbaro dei suoi occhi chiari. Forse Gulliver aveva ragione quando creò il regno razionale e perfetto degli Houyhnhnm. Io non creo regni, io accarezzo la carta stagnola che manda i riflessi di uno specchio, ma come luccica….

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Serviable ou aimable

Je voudrais bien savoir de quelle manière tu entends contrôler les âmes de Herisau. Être timonier des douleurs est acte de magie thérapeutique. Mais sois tranquille, je ne te donnerai ni conseils, ni ne contesterai tes choix. Je serai un néant. Je dois rester ici, à l’intérieur. Dehors je serais en danger. Je pourrais aussi être serviable, ou aimable. Parfois, ici, quelqu’un s’intéresse à moi. Ça ne me plaît pas, et m’offense. Qu’on s’éloigne de moi. Qu’on m’oublie. Toutes mes existences ont permis la construction de mon refuge actuel: ma gracieuse et visible invisibilité. Aucun autre sentiment que celuilà: disparaître en continuant à respirer. Comme si le corps, au moins en partie, se détachait de la peau. Une plaisanterie. Une bouffonnerie. Est-ce que je parle à quelqu’un qui peut me comprendre? Docteur Weiss, est-ce que tu sais ce que je te veux dire? La folie sauve la vie quand elle n’est pas ricanement, grimace de douleur, quand elle invite au silence. Tel le silence parfait, elle ressemble au sommeil. Ce n’est pas un cri pointé comme une épée au fond des yeux. Ô médecins, ne vous bercez pas d’illusions. Vous voudriez nous contrôler. Contrôler qui, exactement? Comment? De quelle façon? Existe-t-il un sédatif contre la colère métaphysique? Mon devoir est de vous contredire. C’est nous qui devons vous contrôler, car nous sommes la musique et vous seulement les exécutants. Vous, médecins d’Herisau, qui avez oublié que nous avons accordé la permission de discourir à notre sujet. Juste une permission. Un prêt. Que nous vous retirerons à notre guise.

Utile o amabile

Vorrei sapere in che modo intendi controllare le anime di Herisau. Essere timoniere dei furori è un atto magico e una terapia. Ma stai tranquillo, non ti consiglierò, non ti contesterò. Sarò un niente. Io devo stare qui dentro. Fuori sarei pericoloso. Potrei anche essere utile, o amabile.

Talvolta, qui, piaccio a qualcuno. Questo non mi va, e mi offende. Mi si allontani. Mi si dimentichi. Tutte le mie vite sono state la costruzione di questo rifugio presente: sono la mia graziosa, apparente invisibilità. Nessun altro sentimento che quest: sparire continuando a respirare. Come se il corpo, almeno per un po’, si staccasse dalla pelle. Una burla. Una beffa.

Ma parlo a chi può capirmi? Dottor Weiss, tu sai cosa sto dicendo? La follia salva la vita quando non è ghigno, smorfia di dolore; quando invita a tacere. Come il perfetto silenzio, è soltanto simile al sonno. Non è un grido piiantato negli occhi come una spada.

O dottori, dottori, non illudetevi!

Vorreste essere i nostri controllori. Ma controllare chi? E come? In che modo? Esiste un sedativo per le collere metafisiche? Devo contraddirti. Siamo noi a controllarvi, siamo solo noi la musica su cui potete tentare le vostre esecuzioni. Voi, dottori di Herisau, avete dimenticato che vi abbiamo concesso la parola su di noi. Concesso. Solo concesso. Un prestito. E ve la ritireremo quando vogliamo.

Robert Walser

UN LIBRO INSIEME

Scrive Nicolas de Staël  a René Char: «Dobbiamo lavorare a un libro insieme. Non andare in ansia. Sarà un libro speciale e saremo tra gli ultimi a farlo. Ma siano beati gli ultimi, perché dopo di loro il paesaggio sarà ancora più cancellato, di qualche segno in più. La storia del bianco nel bianco e del nero nel nero non avrà mai fine». Ma una fine de Staël la esige, la modella nella sua morte in volo e consapevolmente, con il suo suicidio, conferma le parole di Char: «Dì ciò che il fuoco esita a dire e muori, per averlo detto per tutti». (M.E.)

Nicolas de Staël

IL GIRO DEL MIO QUASI MONDO. Mia Lecomte

I testi sono tratti da: Mia Lecomte, Lettere da dove, Interno Poesia editore, Latiano 2022.

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“Caro XYZ

oggi il mio cuore ha battuto tre volte

tre in tutto

come se ognuna

come se ognuna potesse

come se ognuna potesse bastare

Così è iniziato il giro del mio

quasi mondo”

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Queste Lettere da dove (Interno Poesia, 2022) ci restituiscono, di Mia Lecomte, una semplicità nuova. Per un poeta come Mia la semplicità non è semplificazione ma lavoro attento, ostinato, segreto, che guida il lettore in quello che lei definisce “il giro del mio / quasi mondo”. Il titolo del libro evoca una austera, sospesa tristezza. Come scrive il prefatore Ugo Fracassa: «…ritroviamo intatta, quell’ambientazione casalinga, tra pareti spoglie o ingombre di oggetti scaturiti dalla memoria familiare. Sede degli affetti ma anche luogo dell’assedio, la casa vuota, abbandonata o invece stipata, presa d’assalto, è attraversata da folate di ricordi in una dimensione temporale sconcertante. In un simile contesto, l’autrice ci appare impegnata in processo di domesticazione dell’angoscia nel quale è forse possibile riconoscere la cifra di un’esperienza poetica ormai trentennale… poche scritture paiono esigere un lettore tanto quanto questa che, nel porgere la voce, mantiene qualcosa di puerile, una disponibilità cogente, un invito ineludibile: più incisivo del grido, più seducente del sussurro». Il libro si compone di cinque sezioni: Lettere da dove, Agenda senza stagioni, Nuda proprietà, Motivetti, Congedo. In questa sede mi soffermerò sulla prima. Le Lettere da dove, inviate a un interlocutore (fittizio o reale) nominato XYZ, vengono da dove? E vanno dove?

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“Caro XYZ

sono arrivata già qui

senza il favore del viaggio

suo malgrado

Ti scrivo prima di dormire

lontani fianco a fianco

un lago immobile tra noi

sdraiata te lo ricordi

ho paura del fuori

alla porta gratta quella bestia

sbircia l’occhio gigante

drago pallido da donne

con quel suo galoppo nato dall’infanzia“

*

Viola Papoiannu, Ragazza a Mikonos

Mia ci mostra il diagramma delle sue emozioni sottovoce, ma con tale chiarezza da insinuare le immagini dei suoi ricordi nella nostra memoria: “…occorre camminare / ancora osare con cautela / dietro la geografia / Qui mi fermo spesso / sei incerto e fragile da avere / tra le case e il mare / la passeggiata è una terra di mezzo / ci vivono poche parole / ogni giorno passa un carnevale”. Ogni poesia ha la capacità di farci respirare in mezzo ai ricordi del poeta, suscitando in noi il desiderio di leggere ancora. Le sue Lettere da dove hanno la grazia di non riferirci dettagli precisi, ma solo un costante trasalimento percettivo: “qui un’altra volta / in tempo solo per la fine / l’idea di ciò che fu / non sufficiente per un ricordo / di troppo da dimenticare / Dal pianoforte appena chiuso / ancora qualche nota cola sul vetro un disegnino pallido / bambina con il cane e l’aquilone / insiste a salutare”. In Mia Lecomte ogni sentimento è espresso in chiaroscuro, con delicati accenni a qualcosa che, nell’intimità, possiamo immaginare o supporre – fiaba, addio, terrore, fughe. La parola superba che eccede è estranea a questa poetica, che utilizza il lessico con tale pudore da aprire zone d’ombra insospettate anche in mezzo ai semplici riflessi della luce quotidiana. Le lettere da dove, scritte o solo sognate, sono gli strumenti per tessere un affettuoso contrappunto fra dolente distanza e lieta vicinanza: «faccio la guardia / a ciò che non è mai / il centro dove veglio / qui è un faro / scandisce dentro al buio / metricamente / tengo lontane le altre luci».

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Mia Lecomte (Milano, 1966) è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Sei raccolte poetiche pubblicate in Italia, le sue poesie tradotte in diverse lingue sono uscite all’estero in volumi monografici, antologici e riviste. È autrice di narrativa e di libri per l’infanzia. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, a cui ha dedicato saggi e antologie. È ideatrice e membro della Compagnia delle poete e nel 2017, con studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato a Parigi l’agenzia letteraria transnazionale

Mia Lecomte (fotografia di Dino Ignani)