hai ragione, avrei dovuto scriverti prima. L’età della ferita mi ha colpito quando lo lessi e la rilettura di ieri ha confermato quanto pensavo del libro. Non è un dialogo con Kafka; è una evocazione di ciò che appariva allo stesso Kafka prima ineludibile e, in subordine, incomprensibile. È come se l’enigma, l’incubo o la quotidianità straniata di Kafka fossero tutte segnature di un mondo ben più reale di quello che genericamente si considera tale. La cosiddetta realtà è una psicosi infera che col tempo diventa sempre meno significativa; la sua semantica alla fine si scopre vuota. Nei racconti di Kafka l’’autentica realtà accade su un piano differente; riguarda una specie di esegesi di un enigma inafferrabile ma – è questa la grandezza di Kafka – in piena superficie.
È insomma inafferrabile in una forma peculiare: non è né la profondità del redde in te ipsum né l’abisso scandagliato con furia romantica o suicidaria, ma semmai la cosa in sé di Kant. Ciò che percepiamo – a rigore: ciò a cui siamo esposti – è solo la cosa in sé sempre travestita dal fenomeno: questa è la sua maledizione, o kafkianamente la sua angoscia. Senza la cosa in sé il fenomeno non sarebbe nemmeno apparenza, sarebbe nulla prelogico e antepredicativo (che ad esempio Calasso, attraverso l’Oriente, accosta a Kafka: idea magnifica, ma difficile da suffragare; il nulla di Kafka è sempre il cabalistico Ayin, difficilmente riconducibile all’epica violenta del nulla vedico).
Il paradosso di Kafka forse è questo: se siamo esposti solo alla cosa in sé, è impossibile sbagliarsi sul fenomeno: l’angelo che si intravede nella stanza si rivela poi un angelo di legno e – contrariamente a quello che si penserebbe – entrambi sono messaggi della cosa in sé: è solo questione di esegesi. I personaggi di Kafka sono questa esegesi.
Fausto Melotti, L’angelo necessario
Ecco perché nel tuo libro la voce narrante diventa non commento a Kafka, ma un suo personaggio che, insieme agli altri, è un’esegesi disperata dell’enigma.
*I testi sono tratti da: Gabriele Gabbia, L’arresto, prefazione di Giancarlo Pontiggia, postfazione di Flavio Ermini, L’arcolaio, 2020. La foto, in copertina, è di Alessandro Gabbia.
**
IO SARÒ VOI
Io sarò voi —
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.
**
BISBÍGLI
(…)
Poi v’è quel modo
di star dentro alle cose
– di starvi poggiato,
fra valichi e case –;
bisbígli luci salmodíe afflati,
tenui raschiano
un freddo.
**
UNA VOLTA SOLA
Talvolta t’atterra ’l corpo addosso
ed è ’l cupo gorgóglio d’un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti… — tra stormi. ’l corpo –
’n ceppo – s’allontana da lo sguardo
– suo epicentro, suo traguardo – nel
candore stridulo de le cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la
voce s’ascolta una volta sola, mentre
tutto non torna – è diverso –: riprincipia.
**
La lezione di Ernst Meister («…Si serra / a me e a te la fine…») innerva la poesia di Gabriele Gabbia, in questo libro petroso ed ellittico incorniciato dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia e dalla postfazione di Flavio Ermini. Il lettore può usare, come guida alla lettura, il verso di Mario Benedetti, una delle tre epigrafi al libro: «…che tutto sia per la fine». Ma questa realtà “per la fine” è articolata da Gabriele Gabbia attraverso poesie filosofiche fissate in soprassalti psichici che evocano i sursauts beckettiani. Il poeta si ausculta al limite di un tacere assoluto, di un naufragio senza ritorno. «Dal suo tentativo, l’equilibrio / non perde l’abisso / cui è attratto; rattratto / eccede — aggetta, si muove / alla luce dell’ombra, ove / precipuamente si centra: librato». Come l’equilibrio non perde l’abisso, è vero anche il contrario: che l’abisso esige la sua misura, la vertigine del maelström — il suo naturale punto di quiete. «La parola che scardina / e rimuove redime» è un “segreto” manifesto di poetica.
Scrive Pontiggia: «Un canto segnato fin dalla poesia liminare come scoperta della “tragicità del vero”». Gli fa eco Ermini: «La legge della grande esistenza – propria degli antichi viventi – è tragica, arreca l’arresto, ma un arresto in cui finalmente si compie il senso della vita». Gabbia si esprime trattenendo la voce, togliendo enfasi a ogni logica poetica, realizzando un libro laconico e prismatico che irradia un’angoscia spoglia di echi biografici ma vibrante di vacillamenti cioraniani. Tutto si è già compiuto e ai superstiti non resta che fare arpeggi fra le rovine. Questi “arpeggi” sono “l’arresto” dal quale, nel buio, con voce fioca, il poeta riprincipia a parlare. (M.E.)
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Gabriele Gabbia (Brescia, 1981) ha pubblicato due sillogi di liriche: La terra franata dei nomi nel 2011 e L’arresto nel 2020 — entrambe edite da L’arcolaio.
Nella sua mostra del 1993, Intorno ad Atlantide, Luisella, raccoglie, in quella che chiama La stanza dell’architetto di Atlantide, rami, fogli, foglie, cortecce, rocce, fotografie di mari e montagne, attrezzi per il disegno, attenta esploratrice nel radunare i materiali di un percorso che non ha un inizio e non prevede una fine. Scienziata anomala di una sua utopia della trance che la porterà a vivere esperienze percettive oltre i limiti conosciuti raccoglie indizi di strutture, forme a cui sovrappone forme, in un sogno apollineo che non perde mai né la sua trasparenza formale né il suo slancio potente. La ricerca di Luisella non è mai espressionista ma pervasa da una geometria formale. Indaga diagrammi di voli, annota frammenti di versi, installa bende e veli, colleziona reperti di viaggi reali che evocano il suo viaggio interiore. Non è caso i territori prediletti da Luisella sono le zone cieche della follia, dell’erranza in luoghi remoti, dello sperdimento in paure psichiche. Atlantide è una tappa del suo viaggio nella non-ragione di costruttori e architetti che da sempre cercano la loro casa utopica sapendo di poterla trovare, senza mai trovarla, solo per avvicinamenti progressivi, illuminanti ma non risolutivi. Il procedimento creativo di Luisella non esige opere definite ma l’indefinitezza di un errare fra le forme. Scrive Giuseppe Zuccarino in Grafemi: «Come diceva Valéry, “un’opera non è mai necessariamente finita, perché colui che l’ha fatta non è mai compiuto, e la potenza e l’agilità che ne ha tratto gli conferiscono precisamente il dono di migliorare… È così, almeno che un artista libero deve guardare le cose”. E di questa libertà, l’operare creativo di Luisella Carretta offre senza dubbio un esempio emblematico».
Negli scritti e nei disegni intorno alla città di Atlantide cerca di delineare uno spazio dove raccogliere le armonie e le disarmonie degli elementi primari: terra, acqua, fuoco, aria. Lavora per frasi sospese, per alfabeti segnici: «Guardare la natura, trovare nuove forme». Atlantide è la sua città sognata, dove il rigore della ricerca formale si allea alla vertigine di un progetto impossibile, di una ricerca votata allo scacco: «le nuvole si muovono veloci // e ti sembra di essere altrove / in una città di sogno / forse quella Atlantide / da sempre cercata». Luisella cerca strutture che rispecchino la geografia di un perduto luogo ideale. Il mito della città scomparsa, dalle “mura armoniche”, perdura da secoli, e l’artista sogna regole segrete, intrecci di scritture e di immagini dove si riflettano le forme, le linee, i colori, che corrispondano al suo sogno di armonia.
Il progetto di Luisella Carretta è assemblare – con frammenti di fotografie, colori acrilici, disegni a matita, paesaggi di foglie, fuochi di carta, mappe aeree, vegetazioni, montagne – una cosmografia di figure astratte che non rimandano a niente di definito, come le tavole di un cartografo, durante un viaggio immaginario, illustrano realisticamente oggetti misteriosi.
Per Luisella Carretta parlare di Atlantide «è come disegnare pareti armonicamente collegate alla tensione di linee che partono dall’interno. I rami diventano scheletro della costruzione». La città appare all’artista luogo aperto e vivente, sempre da fondare, rifondare, sognare – luogo utopico dove visione interiore e paesaggio esterno si collegano in un felice intreccio fra segni reali e fantastici. «Come non sognare / città fatte di luce / di fili colorati / di linee armoniche / di strutture come foglie / architetture come alberi / nel piacere dello sguardo». Scrive ancora Luisella: «L’ansia, nell’atto del creare è un passaggio, ma secondo me la vera spinta creativa è il dolore: si può trasformare in una energia forte. Le ferite scoperte si liberano e si curano nell’atto creativo. Dice Louise Bourgeois: “Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza è che non ti farai del male e che non ucciderai qualcuno”».
Il viaggio di Luisella nella Natura inizia da lontano, come un esercizio di concentrazione spirituale.
«Attraverso le prime esperienze d’isolamento, necessario per il mio studio sul volo degli uccelli, ho cominciato il mio viaggio spirituale in Natura. Si trattava di riuscire ad entrare in profondità per conoscere. Negli anni ‘90 ho partecipato a progetti di isolamento con altri artisti: sulle rive del lago Mitchinamécus nel nord del Québec; nella valle glaciale di Maradalen in Norvegia e nel Deserto di Durango in Messico. Queste esperienze si sono trasformate in momenti irripetibili sotto il profilo del piacere nella ricerca creativa, nel silenzio totale, che poi non esiste, e nella solitudine: esperienze rare. Situazioni in cui si era creata una relazione profonda con gli elementi, uno stato di estasi, di completezza e felicità insieme: la difficoltà è stata ritornare nel quotidiano».
Lo stato di estasi è, da sempre, in Luisella, la mèta da raggiungere, sia nei momenti del viaggio sia in quelli delle “pause” dal viaggio.
«Non solo il viaggio permette di raggiungere l’esperienza estrema di isolamento, ma anche la stanzialità: sono modalità opposte che possono ugualmente provocare l’apertura in una direzione creativa. Henri Michaux aveva scritto: “Si può trovare la propria verità anche guardando per quarantotto ore una qualsiasi carta da parati”. Qualche anno fa avevo volutamente fatto un’esperienza di stanzialità: lavorare per molti mesi nel mio studio per costruire uno dei miei “quaderni” dove segni e parole si intrecciavano. Il titolo era: “E nella stanza un varco”. Quindi, o mi costringevo ad entrare nel mio labirinto interiore, o cercavo di uscirne, come sfondando una parete, per aprirmi ad un mondo luminoso o oscuro, ma pieno di immagini e parole…».
I segni dell’artista sulla tela, le parole dello scrittore sul foglio, comunicano segni e parole altre che vengono da imperscrutabiili profondità. E devono farlo attraverso una sincerità espressiva inequivocabile. La menzogna trasmette solo altra menzogna, segni fasulli, parole vuote. La verità è non smettere mai il viaggio, intorno ad Atlantide come intorno alla propria stanza, alla ricerca non solo di se stessi ma dell’uscire da sé verso quel “mondo luminoso o oscuro”, di cui la mitica Atlantide è e sarà sempre simbolo.
In un disegno di Luisella su Atlantide, è visibile l’immagine armonica di un muro e la presenza simultanea delle fiamme che lo aggrediscono: da tutta l’opera emana un senso di pace, un contrasto risolto fra edificio e fuoco, fra luogo e distruzione del luogo.
(M.E.)
I testi di Luisella Carretta sono tratti da Intorno ad Atlantide (Arti grafiche Sobrero, Genova, 1992) e dalla sua intervista in “Fili d’aquilone” (gennaio-marzo 2009) a cura di Viviane Ciampi.
Luisella CarrettaLogo della rivista “Fili d’aquilone”
* Brunetto de Battè, MorfoUtopie, Timia edizioni, 2022. in “Eutopia. Collana internazionale di studi e progetti Utopici. Direttore Marcello Sèstito”
**
Abitare la terra. Festa dell’Arca. Città ipogea. Città di mare. Isole dei ruderi o dell’abbandono. Isole delle memorie. Isolw dei frammenti di Eutopie. Stratificazioni e inabissamenti. Cime ricostruite. Case dedicate. Ricognizioni di passaggi.
*
I visionari non pensano: osservano nell’aria le forme del loro pensiero.
*
L’architetto che decide la sua vertigine costruisce anche il ponte che la trattiene.
*
Ogni segno si plasma dentro uno schermo bianco, nell’Utopia della scacchiera.
*
Inutile un mondo abitato da nemici o da servi.
*
Le idee assolute: linciaggi futuri.
*
La bellezza sfugge altrove, dove non la cerchi. Ti basti la sua scia.
*
Si mente per difendere una verità che solo mentendo sei in grado di salvare.
*
Chi è nel buio si modelli una luce che orienti i cammini degli altri.
*
Vorremmo uscire da noi stessi, fuggire la ferita futura. Ma è impossibile. Ce la teniamo dentro, aperta. Parliamo con lei. Ci prendiamo cura del suo dolore con parole che non lo alleviano ma lo rischiarano, come certi lampi dentro una notte scurissima, quando il temporale è ancora imminente.
*
Non una mente razionale, non dei progetti realizzabili, ma il sonno in cui sembriamo non esistere: a questa pausa si ispirano le scienze dell’uomo. Cancellare il reale con un mondo visto nel sonno e nei libri, senza che diminuisca il desiderio e il potere di sognare.
*
Non è la porta, il segreto: quella è solo la tua porta.
*
Laputa, isola volante: ma in quale, da quale e verso quale secolo?
Il cuore unisce ciò che la mente divide, supera l’arena della necessità e transustanzia la lotta in amore. Tu cammina in punta di piedi sull’insaziabile abisso, e combatti per dare ordine alla visione. Solleva la botola policroma del mistero – le stelle, i mari, gli uomini, le idee : dà forma e senso all’infinito che non ha forma né cervello.
Nikos Kazantzakis, Ascetica o I salvatori di Dio.
**
un’attesa scura banale talmente banale un anello incombente mentre sottoterra perfonde una sirena interrotta che progressivamente intersecando percussioni. il sibilo acqueo di una sega arcuata e tutto bianco. scorrono concitatamente e il rullo bianco e la destinazione una curva che precipita uno sciame in rotta la rotella bianco un occhio di bue fiume in detriti corazzate di marce sottoproletarie armata delle lacrime forza-lavoro del corpo animale zampe sgraziate di carta vetrata due madonne acerbe già piegate Senza Una Sola Voce. altrove il fondo dell’aria è rosso i ponti levatoi si preparano all’assalto a pensarci la morte dilata l’attimo e ripete il suo foro di attesa l’estasi in sordo scorrimento. il rullo di una corsa ereditata cavalli e cicogne cavalli e cicogne. la cronofotografia disegna uno zampillo di piume bianche liberate dal cappio dell’inerzia, onda anomala per bellezza senza utilità. gnu elefanti gorilla Sapiens déplacés vivi per eruzione di lava a frotte eruzione di lava occhio di bestia assorbe come anima divaricata dal forcipe. MA LÌ C’ERA TUTTO IL CUORE IN FUOCO. nel labirinto della purezza di bestia in bestia la signora spara a una beccaccia d’allevamento di beccacce al piattello sorride allo spettatore col fucile puntato mentre dice ora ti sparo ratatatata e un attimo dopo ride .così leggera. davanti al tumulo di carcasse del suo teatro inclusivo. e una folla è una folla. il ragazzo curvo sulla percussione ingoiata e si piega invaso. come la Pepsi col vuoto a rendere non hanno la Coca Cola e il bancone è freddo. cosa è folle e cosa non è. questa terra di vacche con le corna dipinte un patrimonio che ha illegalizzato le croste della contraddizione le case pastello gentrificazione cessi da salotto come leoni di giada. una banana scocciata al muro non è illegale, solo chi si muove, i mangiatori di galiòfa, ché il tozzo di pane ha nome proprio in ogni landa di fame. la banana è stata mangiata senza fame da un artista che voleva mangiare l’artista per infinita ammirazione. le piantagioni di Ricaurte partoriscono ciechi e sordi con sangue di banana. 120.000 dollars endovena. negli uteri avvelenati, le carezze blu cobalto di Kolwezi e il rosa fosco di Tamburi. chi è folle e chi non è ? chi è folle e chi non è. purezza e pericolo iniziano per A. ma de bout en bout prendiamo il dritto per il rovescio, e l’alfa non è l’òmega, lontano dal cielo. le cicogne nere si innalzano in nostro spavento e ancora mai separate e ancora mai separate. ripetendo una virata di ardore senza lettere solo argento di volo abbagli di colombe e menfenil e ancora i dorsi degli gnu e ancora mai separati ripetono uno pneuma di absconditi dèi. cielo striato tutto incline le corolle al sole di girasoli bruciati fedeli a un pensiero di splendore interrato in battaglia una conca riverbera verso un precipizio ciclico tutto incline cuore cane cuore cavallo cuore gnu cuore cicogna cuore elefante cuore scimmia cuore mulo bambagia di un tempo di assenza scoppia rovescia illumina marcisce schiuma tutto incline cuore di uomo strappato dagli occhi carsici della bambina dal viso d’argilla con un solo tuo sguardo,/con una sola perla della tua collana zanne cane capelli bambina bianco batti bianco batti stesso ago di vertigine frana di ginocchia. una trama iridescente di lapilli ogni eruzione una vita immaginata sull’orlo del vulcano ammantato di gemme e sul fondo una danza rotante. ti amo ti dico ti amo non ti dico. surtout, mon étoile, Rub’al-Hizb, Stella di Lakshmi. MA LÌ C’ERA TUTTO IL CUORE IN FUOCO. ogni giorno l’uomo accende con scintillio di pietre, la mano a coppa a difendere dalle iene infinitamente.
àlzati fuoco, e portale i miei fiori.
alleviare/alluvione. ché tutto è poco ché tutto è sempre poco ché tutto questo scorrimento. come le voci sono troppe come una voce è troppo il soffio bianco elefante vulcano cicogna e. ancora mai separati dans une parfaite agonie de joie. i cavalli e la grazia il mulo e la grazia la cicogna e la grazia. di quel certo candore in autarchia.
e noi alla finestra di questa nostra guerra senza stendardi. parlavamo di rinnovabili con le arterie di cemento, in peccato mortale per impalpabili assedi di laideur. e invece era l’inizio della detonazione. haut les cœurs per queste nostre patrie tradite. ché alla fine non si fa niente di grave. alla-fine. ché alla-fine è il tempo di una suola sullo zerbino, l’intercapedine senza ritorno tra uno squarcio vitale e la giusta estinzione. tutta colpa del cambiamento climatico. no way. un’ostilità senza destinatario per questa ilare disattenzione nella smisurata traversata, e il tesoro nel permafrost per la prossima aurora. tutti stanchi, tutti così pieni. ma siamo faccia d’altri.
**
Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne a Roma si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un DEA (Diplôme d’Études Approfondies) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in co-tutela europea (Paris 1 Panthéon-Sorbonne, University College London, Universiteit Leiden) in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di antiche terrecotte e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. Attualmente è orientata, in una prospettiva multidisciplinare, sulle implicazioni etiche della corporalità. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, Canada e Stati Uniti. Parallelamente ha collaborato come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note critiche e traduzioni di poesia inedita francofona figurano in diverse riviste italiane on-line. Nel 2019 ha pubblicato per proprio conto il non-romanzo in cielo e in terra. Nel 2022 ha vinto il Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano per la sezione « prosa inedita ».
*Le fotografie che accompagnano il testo sono dell’autrice.
Il testo è tratto da: Lucienne Peiry, Fernando Nannetti libro di pietra, Pagine d’arte, 2021, traduzione dal francese di Eva di Stefano. Titolo originale dell’opera: Lucienne Peiry, Le livre de pierre, Editions Allia, Paris, 2020.
**
Le creazioni a penna biro su carta di Fernando Nannetti, realizzate e a centinaia (si stima 1600 opere in totale) negli ultimi anni di vita, sono state distrutte, tranne poche decine di originali conservati da un’infermiera dell’ospedale, Una decina di disegni originali sono qui pubblicati per la prima volta.
Nannetti si recava regolarmente negli uffici del servizio ospedaliero, presso due impiegati. Anche se si rifiutava di cedere a loro le sue opere grafiche, accettava però di farle fotocopiare, per ottenere in cambio fogli bianchi e penne a sfera che gli consentissero di proseguire il suo lavoro.
I fogli (in generale 21 + 29,5 cm) venivano utilizzati su ambedue i lati, recto e verso, la maggior parte è saturata dai motivi grafici, essendo il supporto limitato e il desiderio di esprimersi vivo e irreprimibile. Coniugando scrittura e figura, il creatore si abbandona a sperimentazioni dove a volte dialogano e si intrecciano forme astratte e simulacri di scrittura. Cerca il valore del segno e la forza pittografica delle lettere, tralasciando il significato. Stelle, croci, cerchi, ovali, poligoni vari sono allineati all’infinito, giustapposti in uno sciame che sembra senza fine, come se ogni figura fosse generata dalla precedente e invocasse instancabilmente la nascita della successiva. Il flusso grafico pare seguire un rimo iterativo lancinante, favorevole all’ispirazione dell’autore che vi vede un rilancio della propria creazione. Le linee ripetute più volte e spesso sovrapposte, come un filo di inchiostro nero che si snoda instancabilmente sulla pagina bianca, esercitarono senza dubbio anche un intenso effetto ipnotico sullo scrittore-disegnatore, inducendolo a staccarsi dalla realtà per entrare in uno stato psichico altro, prossimo alla trance.
Il prolifico lavoro grafico di Fernando Nannetti rivela una volta di più il suo interesse per la scrittura, il segno e la figura.
domestica, liberano a ondate gli umon del passato.
Nell’ubbidienza e nella disciplina
gli oggetti rinvenuti aspettano
gemendo da assurdi giacigli
come amanti abbandonati”.
La petite musique degli oggetti di Emilia Barbato (Primo piano increspato, Stampa2009, 2022) smuove la percezione a soprassalti. Gli “oggetti rinvenuti”, che continuano a gemere da “assurdi giacigli”, non sono simulacri ma simboli vivi dell’emozione. Si intuisce una rovinosa, onirica leggerezza degli oggetti, immersi in uno sguardo che ne interroga la trama sottile, l’origine misteriosa.
“Più aspro
agito dall’energia dei venti,
selvatico come lavanda
lambita dal ritomo dei canneti –
l’ansito
lontanissimo chiama dalla terra.
idea inalterata di origine,
mistero, identità di isola, ombra
nera di vecchie femmine.
(…)
“Esili tessuti muovono
l’immaginario e un argo
azzurro cerchia
la calma della notte
poi d’improvviso la favola
si strappa e l’intonaco mostra
intera la sua smorfia”.
Emilia osserva il mondo come osserva la sua psiche, con malinconica commozione e geometrica fermezza. Delinea il “primo piano increspato” del suo obiettivo, trattenendo l’io in una rete di avvicinamenti e di silenzi. L’occhio fotografa immagini che nascono intime e precarie, ma definitive:
“Anima
Al lato opposto della corona,
in bianco e nero posa
nudo il pontile nellle mani dell’artista.
Le occasioni di chi ama la solitudine sono misteriose,
profonde”.
Poesia attenta e rigorosa, rifratta in molti pensieri, ma pervasa dalle folate di un’emozione estatica e lucida, onda che raccoglie ogni cosa e soffoca qualsiasi grido.
“La notte semiacerba
si caccia in una stanza
e picchia e picchia al muro
in uno stato
totale di noncuranza”.
Emilia non arretra davanti al tragico ma dal tragico, colto nelle minime crepe, inizia il suo percorso, tracciando una mappa esistenziale che sorprende per la fermezza del tono, per la solidità vibrante e sommessa dell’architettura. Le immagini descrivono l’emozione dolente del congedo ma sono, soprattutto, figure, fantasmi, sospiri segreti, voci emerse da un pontile vuoto. Il lettore può condividere, con Emilia, la speranza che nel buio si profili una strada percorribile con le parole, anche fosse solo per raggiungere un fiato, un’essenza.
“La parola è un fossile
lo scheletro di un suono che si ripiega
in un cerchio d’osso,
un’essenza vuota di zafferano.”
Maurizio Cucchi, nella prefazione al libro, scrive: “Momenti di malinconia diffusa non offuscano la complessità di un paesaggio d’assieme, che in queste sorvegliatissime pagine si pone come una sorta di impeccabile specchio”. Specchio, certamente, dove ciò che viene riflesso è la fosforescenza che fruga nel segreto della lingua e dell’uomo, come nel volo effimero di una falena: Il “verbo remoto” che ne resta è una scia sospesa fra fumo e suono.
“Dallo scrittoio la lampada
memore di una fosforescenza
fruga nella povere un verbo
remoto, ma nomina appena
le orbite di una falena, il peso
irrisorio dei suoi resti”.
(M.E.)
Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista “Il Segnale”, “Poezia” di Bucarest, “Immaginazione” delle Edizioni Manni e sull’”Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino”. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), Nature Reversibili (LietoColle, 2019), Flipper (Officina Coviello, 2022), Primo Piano Increspato (Stampa2009, 2022).
«Dipingo come scrivo. Per trovare, per trovarmi, per trovare il mio bene che possedevo senza saperlo. Per provare, allo stesso tempo, la sorpresa e il piacere di riconoscerlo… Per essere la carta assorbente di innumerevoli attraversamenti che non smettono mai di fluire…»1
Michaux scrittore-poeta che deciderà di scrivere sempre meno e di dipingere sempre più, quando la parola non reggerà più alla sua visione, e la visione per esprimersi non avrà più bisogno di parole. Scrittura e pittura come parte di un’’unica, inscindibile metafora, che è anche percorso esistenziale per l’artista “dalle suole di vento”, in fuga per i quattro continenti, che si ferma solo per riprendere a viaggiare sul foglio con penna e pennelli. Da giovane non sopporta la pittura, poi scopre Klee, Ernst, De Chirico e cambia idea, come qualche anno prima la lettura dei Chants de Maldoror risveglia in lui il bisogno ancora rimosso di scrivere.
“La pittura di un poeta sarà sempre al qua della pittura”2, come la parola sarà al di là della letteratura per chi, come lui, non si accontenta della parola e ne fa sismografo del proprio spazio interiore: in questa soglia fra due universi semantici, ambigua quanto sincera, che non divide ma crea uno spazio altro, si nasconde questo ipercinetico Michaux, inafferrabile e fuggente, senza un volto (per tanti anni detesterà la mortifera fotografia, soprattutto la foto di se stesso, nascondendosi agli occhi degli altri). Per lui i segni terreni sono superflui. Esistono i viaggi mentali, verbali e non verbali. Così ci racconta il suo primo viaggio non verbale:
«Anche a me un un giorno, tardi, da adulto, viene voglia di disegnare, di prendere parte al mondo con delle linee. Una linea, più che delle linee…Inizio così, lasciandomi trasportare da una, una sola, che senza staccare mai la matita dal foglio lascio andare, corre, finché a forza di vagabondare senza mai ficcarsi in quello spazio esiguo, sia costretta a fermarsi. Un groviglio, quello che vedo, Un disegno che desidera quasi rientrare in se stesso. Quello che faccio è semplicemente segnare in scala ridotta, in economia, come chi suona la chitarra con un dito solo» 3.
E si identifica in quella linea errabonda che si abbandona totalmente all’avventura e potrebbe fare sue le parole di un altro viaggiatore, come Stevenson, che dice di “scrivere” con lo stesso spirito indomito con cui i bambini si immergono nel gioco. Che altro è, la linea, se non un tracciato di puntini distesi con slancio e velocità nello spazio? passi accelerati che assumono forma di percorso?
«La linea, come me, cerca senza sapere ciò che cerca, rifiuta le scoperte immediate, le facili soluzioni. Le prime tentazioni. Si guarda dal “raggiungere”, è linea di cieca ricerca. Senza condurre a nulla si traversa da sé, senza inciampare né sviare o intrecciarsi, senza annodarsi a nulla o percepire oggetto, paesaggio o figura. Linea sonnambula, che non si scontra con nulla, a momenti si incurva ma senza accerchiare nulla e da nulla si fa accerchiare. Linea che non ha ancora compiuto la sua scelta e non pronta per essere messa a fuoco […] Soprattutto è insubordinata»4.
L’alfabeto della lingua non gli può bastare: Michaux sente invincibile la necessità di creare il “suo” alfabeto segnico. Ma, se alla parola è legato un processo mentale, se la lingua è frutto di apprendimento e quindi va scritta con la mano dominante, il disegno può condurre la mano da sé, portarla via come quella del rabdomante attratto dalla sorgente, del sensitivo che avverte nel corpo il punto dolente, la malattia. La lingua non può essere selvaggia, ma il disegno, il segno, per Michaux lo può. Come se l’una appartenesse all’emisfero destro e l’altra a quello sinistro: entrambi reclamano di esprimersi.
Il Michaux scrittore può parlare del Michaux pittore: narrare lucidamente con la mano destra ciò che la mano sinistra ha tracciato in stato sonnambolico. Gli avvenimenti esistenziali lo “segnano” sempre. Già anziano, nel 1973, si frattura il braccio destro ed è costretto a lavorare col sinistro. La percezione dell’uomo “sinistro” – l’assopito dentro di noi, che uno shock violento, un’ìmprovvisa mancanza risveglia e riattiva – verrà teorizzata definitivamente in un test pubblicato nello stesso anno con il titolo Bras cassé.
Michaux vivrà, nella seconda parte della sua vita, più il silenzio dei segni che la lettera delle parole. Quel silenzio forse sta all’origine della specie umana, dei primi uomini che, scoprendo le tracce di un orso o di un bisonte, nel buio delle caverne, superati paura e stupore, scoprono il bisogno di esprimersi con un gesto ferino, imitativo, pulsione istintiva e liberatoria di qualcosa che ancora non si può nominare inconscio. Ma questo gesto primordiale, “spontaneo”, che incide la pietra, come può accadere all’uomo “culturale” a cui è negata per sempre l’ingenuità e l’innocenza? Quando è bambino, l’adulto gli mette in mano matita e foglio e gli chiede tacitamente di imitarlo.
La scrittura di Michaux – e ancora di più le sue taches – sembrano traversati da una scossa elettromagnetica, vanno al di là della parola come al di là del segno. «Mi piacerebbe poter disegnare le correnti che circolano tra le persone…Mi piacerebbe dipingere l’uomo al di fuori di se stesso, dipingere il suo spazio…»5 Il sistema nervoso ed emotivo è paragonabile ai sussulti della corrente elettrica in un corpo vivo. «Nei miei sogni di bambino, mai, me lo ricordo bene, fui principe conquistatore, ma ero straordinario nei movimenti. Un vero prodigio. Movimenti di cui, nella realtà, non si scorgeva traccia e che nessuno sospettava, tranne che per una certa aria assente e la capacità di astrazione». 6 È ozioso chiedersi se il suo disegno sia sintesi simultanea di un atto conoscitivo ravvisabile nel segno zen oppure un gesto medianico, quasi sciamanico, o entrambi. Se quel quid che fa scorrere la scintilla e prorompere il flusso creativo abbia una doppia natura, mentale e corporea, fredda e calda, e da quale altezza o da quale profondità esploda incontrollabile sul foglio, Entrambi sono frutto di attrazione e allontanamento, dal corpo come dalla mente, dalla mente come dal corpo. Michaux, il suo autentico autoritratto, resta sempre fuggente.
(1996)
1Dal catalogo Moments of a Vision, in Peintures, Parius, Maeght, 1976, pp. 39-40.
2E. Boissonas, L’éclatement de la couleur chez Michaux, in “La Nouvelle Revue Française”, febbraio 1995, in Peintures, cit, p. 35.
3Emergences-Résurgences, Genève, Skira, 1972., pp. 11-12.