Amelia Rosselli era lingua di accumulo, accumuli labirintici, pesantezza della parola, significato del suono, lo spirito diabolico della musica abitata. Amelia scriveva seguendo traiettorie tracciate dalla sua ferita-radice schizofrenica. La sua casa (la sua lingua) era piena di muri divisori e i dipinti erano alberi capovolti con le chiome gorgoniche, anguicrinite, sparse nell’aria. L’albero era capovolto come nei quadri di Baselitz, il bosco con la testa all’ingiù, ma era saldo. Salvo scricchiolamenti dell’ultimo momento. L’istante fatale. Lo specchio riflessivo ha sciolto il ghiaccio potente in cui si era raccolto, addensato, e ha fatto precipitare tutto il castello nel profondo delle acque. Alla fine aveva previsto tutto. Sibillina Amelia. Variazioni belliche finisce con una poesia martellantemente anaforica nella cupezza che dichiara: “Tutto il mondo è vedovo”. Amelia era pesante e, come tutti gli aggravati, invidiava i pesi leggeri. Per questo dichiarò di amare la “prosa morbida” di Scipione. Apprezzava la nudità penniana, quella grecità azzurra. Pertanto Amelia non è neoavanguardista: il suo gusto e le sue invidie stilistiche viravano alla tradizione.
Sarei così felice se dicessero di me che ero sabiano. Ma Saba, il maestro di Penna, era semplice, direbbe lui stesso, per costituzione culturale e naturale. Era semplice come il suono garrulo della sua voce di rondine.
Per me l’esperienza della materia ha emesso molta materia molto sangue. La presenza di un eccesso di sangue rende barocco il corpus della lingua. Ora la quiete interiore, che è ripetizione, ha scarnificato la mia parola. Il carnevale della follia è un’invenzione della paura. E la paura ammucchia, sposta, ammucchia.
Georg Baselitz
[…]
Non ci è toccato in sorte un territorio, secondo Deleuze. La radice di Amelia Rosselli è la coda di pavone del suo carcere. L’ultima rima annotata recitava “pavone-prigione”. Un excessus mentis quotidiano. Sensi esteriori potentemente marcati e modellati sui sensi interiori. Le stesse negazioni, gli stessi strappi, le stesse luci serali di lampada, luce arancione come “la melodia di Schubert” (scriveva in Documento), color giallo-tuorlo come la pasta all’uovo di Campignano paese (in Documento). I muri di Amelia, sacrificali e sacrificati, sotto l’incalzare di un continuo crivellamento. La santità della mistica, in questo.
-Guardate…guardate…sta così… in quella posizione ridicola da bonzo, da più di una settimana!
-Vi pare buffo? A me francamente da’ il voltastomaco…lo conoscete?
Un bel giovanotto a torso scoperto, con addosso solo un paio di pantaloncini corti, lisi e sfilacciati, scapigliato e sporco, mi stava davanti. Portava al nudo collo un enorme papillon scuro con degli appariscenti e luminosi pois gialli, impietrito e solenne, in una posizione di Budda, stava col buco del culo piantato in un paletto sporgente dalla ringhiera dell’orto della canonica.
-Comprende in che cosa consiste l‘ultima grana che devo risolvere? La questione è che il curato, che viene dalla campagna, come voi dottore, è un appassionato di botanica.. il giovane prete adora e cresce con cura le sue verdure di cui è assai orgoglioso… e ora costui…vedete come si comporta…
Il giovane, che avrei poi saputo essere un poeta, arrossì in volto fino a diventare incandescente, dilatò a dismisura le narici che divennero enormi, gonfiò le guance come un suonatore di trombone, poi… reclinò il capo riccioluto, lo protese di scatto nuovamente e vomitò ammoniaca..
[…]
-Che fare… che fare, è uno scandalo… in quell’assurda posizione… espone il nostro paese alla vergogna… Siamo la barzelletta di tutto il circondario: di pazzi ne ho veduti certo, molti erano più convenzionali… Il volto che penetra il vuoto, la crisettina isterica con il rituale risolino seguito dal solito piagnocolorum… pazzi “normali”, insomma, trattabili in qualche modo, la siringa con lo psicofarmaco, la camicia di forza… Questo tipo, invece è un affare particolare.. bestemmia rudemente alternando l’acqua santa, mastica preghiere irriverenti, colme di grasse volgarità… è uno scandalo…
[…]
-Vi ho fatto scendere, dottore, perché voi, solo voi ben conoscete i meandri segreti dell’anima… solo voi potrete risolvere qualcosa… dirimere questo pasticcio…
Intanto il poeta giaceva nella stessa posizione di prima e manteneva l’identico atteggiamento ieratico e immobile di quanto lo avevo incontrato tre quarti d’ora prima…Sempre così: ammiravo l’incredibile equilibrio col quale sosteneva la sua secca sagoma trafitta dal sottile paletto, unico rapporto del suo corpo con qualcosa di terreno, il corpo verde e pulsante tremolante come un muscolo sempre in tensione, palpitante; e le smagrite gambe annodate. Sì, in quel modo poteva essere un budda…
[…]
Mi avvicinai di più a lui, con rispetto. Gli soffiai nell’orecchio ripetendo il gesto divino e lo chiamai Adamo. Adamo si alzò. Levitò di qualche palmo. Ora era sospeso ondeggiante nell’aria ferma e senza vento. “Adamo” ripetevo lentamente, scandendo ogni lettera che ripeteva questo nome… Con uno sforzo indicibile, al di sopra di ogni qualsiasi comune possibilità umana, tirai giù quell’essere multiforme, cangiante, I suoi piedi toccavano il suolo. Da quel momento lo chiamai Cristo. Gli gridai parole intense in una lingua sconosciuta al mondo…
-Ricordi l’amore?
-L’amore, disse, non può essere dimenticato da chi tiene con sé la misura dell’infinito e dell’infinito amore. Tu da parte tua conosci i primi dieci millimetri, e tanto ti basti…
-Non vorrò io, Signore, trattenerti ancora. Non soffrirò troppo quando volerai nella caligine alzando un lenzuolo di polvere e sparirai in un pezzo di cielo puro. Però, prima di lasciare questa terra di intolleranti piccoli uomini, lascia solo un segno: una testimonianza non del tuo passaggio ma della tua assenza. Cristo tornò a sorridermi, poi s’alzò lieve a mezz’aria e con un cenno della mano mi saluto.
[…]
-È sparito…sparito… grazie al cielo…
-Non dica grazie al cielo. Non dica grazie al cielo. NO.
E il cielo notturno si squarciò in un grido possente, un tuono lacerante scardinò le tenebre, ci fece tremare; vedemmo scendere svolazzando una cosa scura con i contorni ben delineati, fosforescenti: era il papillon blu che cingeva il collo nudo del pazzo bestemmiatore, del santo peccatore con le mani forate…
[…]
Andiamo, signor prefetto, torniamocene a casa: è già notte.
(1986)
Lorenzo Pittaluga (1967-1995) nasce a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di Genova. Due le plaquettes Arcobaleni tesi come redini e Marginali annotazioni di un modesto ventriloquo di provincia. La rivista “Arca” pubblica Poesie del primo giorno e Con gli interessi di una rosa. Quattro i suoi libri: Le ore della sete, Campanotto, 1994; L’indulgenza (a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso), Graphos, 1997; La buona lentezza (Campanotto, 1999); Al termine di noi, con acquerelli di Claudia Sansone (Joker, 2009). Poesie di Lorenzo sono presenti anche in due libriccini Pulcinoelefante, a cura di Alberto Casiraghi: Corda in controcanto e Scostati dal coro. Lorenzo Pittaluga Nel 205 appare Sono la foce e la sorgente Antologia poetica 1984-1995, con prefazione di Marco Ercolani e postfazione di Filippo Davoli. Su riviste e blog hanno scritto di lui Cristina Annino, Marco Ercolani, Marco Furia, Stefano Guglielmin, Francesco Marotta, Stefano Verdino.
Suggestioni dopo la lettura di Il mese dopo l’ultimo*
Chi aspettare, poi, se il Messia ci venisse infine incontro? La luce è nella sua assenza, la sua presenza sarebbe la porta sbattuta sul desiderio della stanza. Bergotte che muore ci lascia l’obbligo di continuare la ricerca della tenera gialla sfumatura. Tutto è in quel minimo estremo lembo di francobollo racchiuso dentro una busta spiegazzata. Il coraggio di aprire la busta, l’umiltà di sottrarla al suo banale mostrarsi.
Immaginare già nel punto nascosto del suo contenuto, la prima e l’ultima scintilla, il mese dopo l’ultimo, sospeso.
Lì avviene il Messia, e perché accade, non gli appartiene la venuta.
Accadere è prima, o dopo, la venuta, i passi solo dettagli dell’accadere.
Forse il libro empirico di Bruno doveva essere smarrito, perché fosse proclamata nel tempo, e sulle pagine di Marco, la sua preziosità.
Felice sintesi tra titolo-significante e suo senso-significato, alla lampada del piccolo tempo che sottrae, nasconde, fraintende, devia.
Cercare il mare nel rivo d’acqua che sotto la regia cieca di pietre, erbe, correnti, è finito nascosto tra i salici e dialoga con il vento.
Come Kris ed Hermann. Come Marco e Bruno.
Messia, libro, sguardo, racconto, punto magico di confluenza di tutti gli smarrimenti che smentisce lo smarrimento. Sull’altro versante, quello da cui si proviene non è trascurato, ma è messo in salvo.
Chi potrà sottrarci le pietre delle strade infinite che qui hanno portato i nostri passi? E l’aria e l’acqua che quelle pietre hanno sfiorato? E la voce della donna che una sera di mille anni fa cantava mentre quell’aria e quell’acqua danzavano e portava un abito azzurro e nella terra premevano le radici di mille anni prima?
Già quelle pietre esigevano di essere riscritte, il Libro voleva essere riconosciuto, l’aria era il nostro alito.
Messia era la cosa suggerita e il suggeritore.
Accendi il fuoco, è inverno, il fiume ha lasciato ai tuoi piedi qualche piccolo legno, fai splendere l’aria, le pietre, la parete di vento che ti sostiene, il Libro brucia accanto alla sua perdita, brucia la parola e ciò che della pagina bianca ha inteso ritagliare. Ma tu che frughi tra la cenere, e sotto la pioggia ancora allestisci sguardi e movimenti della mano, certo troverai la forma di un nuovo fuoco, i frammenti di ogni smarrimento.
E perché a lungo e tante volte è stato fuoco, il Libro smarrito ti lascia tra le mani tutto l’oro della sua mancanza per essere riscritto, ancora e ancora.
Questo è il modo di mostrarsi del Messia. E del Tempo.
A sera, tra la finestra dell’attesa e l’eco sognata dei passi di chi porta il messaggio del re, dentro la ferita fra il tuo nome e il luogo e tempo altri che lo smentiscono, con dolce prepotenza avvengono incontri, scaturiscono scintille-parole, anche il vetro su cui poggi la fronte brilla.
Anche per te, umile suddito scagliato al margine estremo del francobollo, confuso con la tenerezza della gialla sfumatura, costretto nella stanza di un paese morto, è il dono dell’attesa.
Incisione di Bruno SchulzFotografia di Chiara Romanini
*Marco Ercolani, Il mese dopo l’ultimo, Amazon Fulfillment, 2020.
*Si propone in questa sede una scelta dal libro d’artista Storia dell’architettura e oblìo: Ludwig Persius, del poeta genovese Massimo Dagnino (Edizioni EDR, 2016).
Forse la poesia non esisteva prima che qualcuno bussasse e l’amore, il luogo dove nessuno bussa, non perdona gli accattoni: ma c’è una differenza infinita fra un accattone e e un supplice, e dico supplice nell’accezione in cui l’ha detto Eschilo, cioè di colui che chiede tutto, che chiede tutto senza riserve. Eschilo insegna che non ascoltare un supplice può essere fonte di gravi punizioni, può essere un atto di vigliaccheria, non certo un atto d’orgoglio. Vigliaccheria di fronte a questa domanda totale che scaraventa in uno spazio non più trigonometrico, il SOPRA e il SOTTO, due tra gli archetipi più universali che conosciamo.
Ecco, la domanda del supplice frantuma il sopra e il sotto, quando non ammette alternative: la tragedia è appunto quando non c’è alternativa, appunto questa è la gioia della tragedia…
Artemide, come Apollo, come le grandi divinità non umanistiche, uccidono i letterati, coloro che, mentre dicono “io cambierò”, dicono anche “il tempo futuro in cui suonerà la frase, io sarò cambiato”, dicono quest’andirivieni tra cambiamento e riassunto del cambiamento, questo moto pendolare.
Quuesta è l’ubris che viene punita…
Ogni tentativo di sfuggire la morte è il suicidio: ci vuole della pazienza per suicidarsi, ci vuole del “mestiere”. Lo ricorda anche Cesare Pavese… L’eroe non concede mai il purgatorio a colui che lo uccide, lo uccide con un taglio netto, artemideo, senza possibilità di rancore, senza merito dunque, ma anche senza riconoscenza…
Mallarmé insegna che il silenzio non è l’intervallo tra le due note, è iI silenzio delle due note…
D’altronde Mallarmé, ogni poeta, è lontanissimo dall’idea dell’inesprimibile, dalla sfasatura tra essere e dire…
(Modena, 5 maggio 1980)
*Il testo è tratto da L’abito della chimera, a cura di Carlo Alberto Sitta, con la collaborazione di Maria Luisa Vezzali e Bianca Garavelli, I libri di Steve 10, Modena, 1990.
non è eco ma filtro sottile che include lo specchio
Se ti guardi no lo vedi
Là dietro nel buio palpitano piccole cose vuote
dalle fessure:
Ti chiamano per nascere e colmarsi
Qualcosa s’affloscia lento come un vecchio sipario
dove troppe volte gli occhi si sono applauditi e sepolti
Ora sai di vedere il mio nome.
2.
Il mio nome è dolce e amaro è greve e leggero
brucia e si spegne
Ha chiare sillabe sonore là dove volevi incontrare
silenzi cedevoli per il sonno ed il sogno
Posso accostarlo al tuo prima che, solo, si esploda o si spezzi
E c’è un angolo là, un filo d’ombra che nasconde qualcosa
d’un tratto e sposta tutto rinvia sospende allude a un corpo
più segreto ancora non detto
Sento tornare il desiderio.
3.
Tremando ti consegno il mio corpo e la mia parola
Segnalo, incidi o passa come un’ala radente e lieve
Lascia ombre e luci, quello che vuoi
questo mio involucro splenderà abbastanza
per dire quello che pulsa, freme urla o bisbiglia
che non sappiamo da dove soffia che cosa insegue?
È il solo passaggio segreto della fortezza assediata
di notte, tra fiamme e polvere.
Lasciamola vuota alle spalle e fuggiamo, nudi, più in là
4.
Vi sono luoghi di penitenza dove mani e bocche sospirano
nel cupo manto del desiderio
Non puoi conoscermi se ti spio di quassù
perché tutto è bianco di colomba e vigili terrazze
L’abisso puro dell’aria ci ha separato in celle soffocanti
sopra questa montagna che incanta i corpi e la voce
5.
Fragile la mia parola si è aperta e ne esce la furia dei venti
La sento farsi polvere, singhiozzo, affanno dell’aria. Dove andrà
silenziosa, lacerata da tempo e spazio inospitali che non vuoi
percorrere più? Avanza la fredda bufera della notte. Quali
diverse intenzioni inseguiamo che qui non s’incontrano?
6.
Si alzano tutti gli specchi, tutti i miei visi
Li tocco e non li sento più. O forse quella cosa
rattrappita chiusa è un corpo
mio, una volta. Ricomincia il buio
degli occhi della gola e del foglio che non rispondono
L’eco ritorna, luttuosa, torna e ritorna
torna e ritorna….
Lucetta Frisa
*Il testo apparso in Differentia, 2, primavera 1988 (rivista bilingue diretta da Peter Carravetta), con traduzione di Pasquale Verdicchio, Queens College Press, New York, 1988.
Il compito del critico, davanti alla poesia di Alfonso Guida, non è mai quello di comprendere: è, molto più umilmente, quello di immergersi in una inclassificabile e incessante “parola in atto”, un monologo scritto in una qualche notte d’insonnia e suddiviso in stazioni-poesie, monologo per il quale l’autore non sa trovare una fine e di cui il critico può vedere solo una tappa del viaggio, e anche questa in modo non conclusivo, non definitivo.
Il concetto di “interminabilità” della sua scrittura, sul quale ritorneremo, è evidente, come per altri libri dell’autore, anche ne Il tassidermista (Terre degli ulivi, 2022). Se la “tassidermia” (dal greco: taxis, ordine, e derma, pelle ‘disposizione della pelle) è etimologivamente l’arte di preparare e ordinare la pelle degli animali morti in modo che più si avvicini alla forma naturale, nel caso di Guida il titolo evoca direttamente un suo ricordo d’infanzia: ad Alfonso capitava spesso di vedere, in casa sua, animali impagliati e la felicità più intensa era dialogare con loro come con creature viventi. Ciò non esclude che il titolo, misterioso per una raccolta poetica, rimandi anche alla volontà del poeta di classificazione e di riordinamento delle forme del mondo in altre forme. «Si salvano col gelo, pregano il fuoco. Subiscono l’incanto, falsano la maledizione. I morti lasciano impronte sul quaderno di geometria. Sanno nominare, rinunciano al varco, Ombre coperte al di qua da ombre di soglia. Non la ferita notturna, ma la descrizione devota, per un inciampo nel limite, alla sua commedia» (I poeti).
Ennio Morlotti
Un libro che inizia con questa epigrafe «Scrivere non è ricevere lettere. / È ciò verso cui lancio un destino» è già un libro che sommuove, un libro “destinale”, un “assoluto” reso leggibile dalle parole. Nella poesia, La sopravvivenza di Torremozza (Torremozza fu l’istituto psichiatrico dove Alfonso venne internato per anni), Guida scrive: «L’opera è una lunga notte d’insonnia. / E tu ragionavi con un vaso di spine, con la promiscuità dei colori, / in un profumo di aghi, la calma verticale dei primi canti. / Ora non avviene nulla. L’istante si è spogliato. / La potenza viscerale era la Russia agreste, non la Grecia nuda. / I giorni uscivano, tenui e attediati. // Stava fermo, seduto, fumava educato / come un allievo, al tenero grido innamorato, / a un odio indifeso». Molto tempo è passato, da allora. L’”opera scritta” di Guida si è prosciugata, è diventata conoscenza, aforisma, secca visione, ma senza mai sottrarsi all’idea di essere uno “stato estremo”, nel destino di un uomo che ha fatto, dell’”estremo”, la sua esclusiva ragione di vita. «Scrivo nello stato del funambolo o del pane rappreso. / Nessun fondamento. La poesia smette: né frutteto né supplizio. / Ora è chiaro. Resta il fondale. / E lo chiamano verità o mistero, a volte dolore». Il magma barocco, che pervadeva la poesia giovanile di Guida, si è illimpidito a favore di una diversa conoscenza, dove ciò che conta è essere “funambolo”, vivere sulla corda incerta di cui parla Kafka negli Aforismi di Zurau: «La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena aldi sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa».
Se volessimo approfondire questo concetto, ci avvicineremmo alle affermazioni del regista tedesco Werner Herzog, autore di Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo, che teorizza, per l’arte, una sorta di nuova ermeneusi: una forma di “verità estatica”, che coincide con una “percezione altra” caratterizzata da un rigore assoluto di “verita”. La “verità estatica” è, senza ombra di dubbio, la “verità poetica” che lo stesso regista, in un’altra riflessione, fa coincidere con “la conquista dell’inutile”. Scrive Guida, della propria terra: «Sale un tanfo di licheni. Il corpo viene con la sensazione dell’erba che si sforza e si radica. Una busta di cenere sventola sul parapetto. Il tempo scorre con un altro ritmo, che è solo di villaggio e palude. La casa si alza su un dirupo di argilla dove entra ed esce la bogliente lue grifagna di Dante». O ancora: «È dei passanti la poesia. Il testamento è una registrazione di fughe, di sottrazioni. Invochiamo la religione sottostante e le dicerie notturne. Si disperde l’essenza, che diventa questa semina, la “Semaison” di Jaccottet. I nomi, le citazioni. Immanenze spettrali, spettralità immanenti». L’occhio di Guida è un occhio visionario strettamente aderente alla terra, alle cose viste, alle sensazioni del corpo, ed è interminabile.
Ennio Morlotti
Lo testimonia una poesia che citiamo interamente, TABERNAE: «Tornano indietro di un passo. / L’inferno: calmo e preciso. (Tela tessuta / da mani guaritrici). // Noi restiamo incantati / davanti al filo che non scioglie i propri nodi. / Non vuole. Noi amiamo la notte di questa volontà. // Lautréamont chiedeva continuamente / caffè negli alberghi dove alloggiava. / Lo usava per curarsi l’emicrania. / Di notte strimpellava al pianoforte / disturbando i clienti che insorgevano, / collerici. Forse le emicranie persistenti avvalorano / la tesi di una morte per tumore al cervello. // Stasera ho chiuso presto / la doppia porta che fa di questa casa una fortezza / sottoterra. È due stanze petralia sottana. // Il discorso incede logicamente, / si nutre delle sue spoglie, pago di una muta / verticale e serena». Perché, a proposito di questa poesia, parlo di “interminabilità”? Perché TABERNAE è un tenebroso incantamento che non presuppone una poesia precedente e una poesia successiva. Esiste comunque e dovunque: descrive un poeta, un paesaggio, un inferno. E noi “sappiamo” che, ovunque vada il libro, poesie come questa martelleranno la nostra percezione in un inesorabile, interminabile continuum di cui ignoriamo l’inizio e la fine, immerse in uno sprofondamento arcaico di cui il dialetto (la “lingua mammerol”, la “lingua morbosamente materna”), in alcune delle poesie qui pubblicate ci restituisce il più nitido specchio:
«Chesta lengua t facij cantà.
Ndian fin a sent com chiov tra l sol e l scescl.
L cocm l’ann pttat d na terra giall
come la cret e l fior d rap.
Tant cos sap sta lengua ca l ‘ata lengua non sap.
Ie cchiò vcen al murt, ie na frask d polvr, s taddij
la papagn e morn p l luaud l feddij.
Craij pass la frott p l’acc- ava dett Mareij.
E ie megg arrcrduat ca chest ie na lengua
vcen al murt cchiù d l’auta lengua.
Questa lingua ti fa cantare.
Sale fino sentire come piove tra il sole e le giuggiole.
L’anfora l’hanno dipinta di una terra gialla
come la creta e il fiore di rapa.
Tante cose sa questa lingua che l’altra non sa.
È più vicina ai morti, è una frasca di polvere, si taglia
il papavero e muoiono di lauro i figli.
Domani passa la frutta col sedano, ha detto Maria.
E io mi sono ricordato che questa è una lingua
vicina ai morti più dell’altra lingua».
Leggere Guida porta a una specie di “stupore metrico” per la lingua italiana. Sembra, a una prima lettura, che la sintassi sia slegata, i concetti sparsi, il senso dissolto, e il discorso risuoni caotico nella mente. Ma poi si torna a ri-leggere e tutta la poesia è davanti ai nostri occhi come nuova, non più imperscrutabile:
«Saliva e terriccio, la sostanza
del miracolo, i ciechi
fedeli ai propri occhi. Torna, tra alberature gremite
di uccelli, il paradiso della porta
perenne e della porta scardinata
che batte come una mente informe, come uno spavento
che raggela. Le mani arrancano.
Le tende sui tetti. L’amaro delle immagini.»
Pur continuando a parlare della poesia di Alfonso Guida, dobbiamo arrenderci all’evidenza di un mistero che Il tassidermista ci ripropone ancora una volta, come per ogni suo libro: il mistero di una poesia trascritta da baudelairiani “uragani tenebrosi”, incalzante, che non concede scampo, mai “classica” ma sempre guidata dal suo ritmo abissale, dove ogni forma di bellezza è bellezza demonica e urticante destinata a non trovare pace. Anche se questo non è del tutto vero: la serenità, in Alfonso, trapela da forme sorprendenti e nuove, ed è viva, fragile, forte:
Ennio Morlotti
«Ci si specchia cercando con l’istinto
di chi va verso la propria porta, la semplicità
dei passi quando si vede la strada.
Scrivi: fuoco e fune sul tetto.
Scrivi: inevaso
Non c’è una ribellione maestra.
Gli oggetti non chiedono niente
E nel loro silenzio non c’è servitù. Accettano, tacciono
La quiete non viene dai morti
ma da un mutare lento di rovine».
Concludo malvolentieri questa nota di lettura perché il libro è molto più ricco di come lo abbia commentato e molti dei temi trattati si prestano a interminabili variazioni. Guida è in accordo con Schelling quando afferma che “la follia è il fondo dell’essere”: senza quella follia non è immaginabile confrontarsi con qualsiasi forma d’arte. Ma qui chiudo, sapendo che altri libri di Alfonso sono di imminente pubblicazione, testimoni della sua interminabilità, pronti a rovinarci come a salvarci. (M.E.)
Questa nota di lettura è apparsa nella rivista “Il Menabo”, n. 11, giugno 2022.
Il libro di Penati appare come un manuale di educazione filosofica scritto in versi, ma l’apparenza inganna. Il mondo non è mai come appare. Il poeta, da filosofo dell’esistente, sa che la verità è sempre poetica, e procede per asserzioni semplici (“Sciogliersi nell’unico conforto / dell’imprimere / la propria forma sulla carta del mondo// Antidoto all’inesorabile passaggio”) che quella semplicità articolano come una domanda attenta e feconda (“l’esperienza accade / sconcerta interroga appaga / scuote dall’assuefazione // diventa conoscenza”). Leggendo questo piccolo libro, ci si accorge di un lavoro discreto e quasi invisibile del linguaggio (“finalmente disperso sulla mappa bianca / tutto mi appare possibile // muovo la mia mente nella gravità del mondo// la curiosità mi guida / nel fervido vagare / dell’inesperienza”). Penati scrive come un monaco zen che non si vergogna della facilità con cui talvolta il sapere interroga se stesso: (“che cos’è il sapere se non / un continuo commiato senza partenza”?). Affronta con felicità le differenze (“cerco la linea di luce / il confine che congiunge / non la ruvida linea che separa / l’ombra dl diverso”) e libera una teoria della scrittura possibile (“ogni parola che scrivo evoca / mille altre parole escluse / che postano / in attesa di richiamo”). Fa circolare, in mezzo alle sue pagine, un’aria gaia, di modesta, fervida allegria. Non casualmente il libro pronuncia questi versi che sembrano appartenerci da sempre: “chiudo gli occhi per ampliare la vista // con entusiasmo respiro / la bellezza del sapere”. Non vedere per conoscere di più. per trovare nell’oscuro la forza della luce, è il desiderio di ogni veggente, di ogni poeta, da Rimbaud a oggi. Chiudere gli occhi è anche cercare il proprio accento riducendo le parole e le metafore, essenzializzando il dettato. La poesia di Empeiria sembra idealmente congiungersi agli ultimi tre versi, emblematici, del libro precedente, Il desiderio e lo specchio: «fuggo in un luogo inesistente / perché solo lì è possibile / immaginarsi estranei». Non resta che annotare i tre versi, di metamorfosi che chiudono invece questo libro: «e mentre la luce appare / ciò che c’era prima trasmuta / e non c’è più». (M.E.)
Carlo Penati (Legnano, 1954), tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 è stato fondatore e redattore della rivista di ricerche e studi letterari “Pianura” su cui ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di poesie Le stanze del più e del meno. Ha pubblicato, con FaraEditore, Vorrei imprimere un vuoto nell’aria. Nel 2010 sono uscite le raccolte Sincronaca (dagli anni Settanta), sempre con FaraEditore, e Sognare è un’imprudenza per le edizioni Campanotto. Nel 2011, nella collana Limina di Anterem Edizioni, pubblica il volume di poesie Il desiderio e lo specchio. Su “Anterem on line” i saggi Le ragioni del sentimento: filosofia e poesia in Maria Zambrano (2011) e La restituzione (2012).