SOTTO, LA VERITA’. PIU’ SOTTO, LA VERITA’. Luisa Pianzola

Luigi Ghirri

**

Sotto, la verità. Più sotto, la verità

Inediti, 2022

*

Questo è il bel tempo.

Il tempo che non c’è, che leva le tende e sparisce

si solleva da terra e sfuma nel primo strato

dell’atmosfera. Nessuno va più su

o di lato, o indietro.

Non maturano i gigli e le pesche, acerbe.

Si chiudono temporaneamente orifizi

e fughe prospettiche.

Tutta la folla rimane in attesa. Socchiuse le bocche

mentre altre stanze precipitano,

si abbassano al suolo come un periodare maldestro.

La scrittura non rincorre il fine riga.

Non passa per l’antica meta del cervello

il punto che arriverà.

Questi siete voi, i descritti.

Questi non saremo mai noi.

*

Mario Sironi

Un lago si è aperto sotto di me,

un vuoto d’aria e acqua. Immersi vi sono

i miei genitori, se ne stanno così

in profondità che tra noi, tra i miei piedi

e le loro teste corrono chilometri di silenzio.

Verticale, opaco.

Filtrato da strati vischiosi.

Solo così li rivedo, da sopra,

ma non sento i dialoghi di casa,

quel tipo di conversazioni.

Si sente solo un sibilo acuto come di cetacei.

Degli esseri viventi, quindi, che si muovono

nello spazio abissale che ci separa.

Non sono sicura che siano morti.

*

Domenico Gnoli

Le persone perdono fisicità

ridiventano anime, idee prenatali.

Le anime agiscono con difficoltà

non aspirano a rimanere, dopo.

Sono già, dopo.

Dopo il decesso del corpo l’anima continua

il suo lavoro di rendicontista terrena.

Il corpo aspirava a qualcosa di più carnale,

ma l’anima ha avuto il sopravvento.

*

Nelle architetture delle città, gli appartamenti

contengono uno schermo al plasma

e un piano cottura. Per le relazioni c’è un bosco

con migliaia di posti a sedere, per ciascuno

uno scoiattolo smarrito. Il poststarnuto di famiglie

invecchiate ripiega il fazzoletto.

I nuovi consessi luminosi sono privi di parole,

ma numerosi impulsi li guardano sfavillare.

*

Più alcuna timidezza ci avvicina

gli uni agli altri in diagrammi luminosi

che segnalano le naturali affinità.

Di pura provvisorietà, la natura dei legami

e delle unioni.

Ma di unioni non si può più parlare,

ché il sangue chiama a raccolta solo

gli audaci e i folli.

*

Lisetta Carmi

Senza indulgenze, ferito per disgrazia

fissi i passanti poi ti ritiri verso il muro.

Svariati interessi del tutto umani, inutili.

Gli stolti e i fanciulli ridono.

Tu, crudele senza gaiezza, per necessità

nel circuito e nel legame.

I tuoi genitori non ti rivogliono

ti è totalmente indifferente.

Gli occhi lattiginosi per guarire,

forse non guarirai.

Ti è indifferente.

Sotto, la verità.

Più sotto, la verità.

*

Hans Hartung

a mia madre

Ho combattuto con le armi di un infante

talentuoso. E il nemico, l’avversario bellicoso

non mi risponde più. Non risponde.

Non mi riconosce.

Mi ha nutrito un tempo e mi ha lasciato scappare via

a due passi da casa.

È stato richiesto a noi sbandate figlie

di cercare un cucciolo per rimediare,

ho scavato gesso, bucato terre e acqua

per tornare e imporre il mio, di canto.

Una pietrificata sonatina in re minore.

Ma l’avversario se n’è andato. Ha lasciato cadere

la sciabola e ha fatto dietrofront, è tornato

dalla madre giovanissima. La cantilena di questo nemico

si chiama scomparsa, una canzoncina triste per moribondi.

Il prete si è espresso favorevolmente – un passo

avanti agli altri e un coro perosiano,

per mettere i precedenti a dimora.

Accudimento passò, venne l’età adulta.

La tua è ancora viva, che sorpresa.

*

Mamma accarezzami

se non lo hai mai fatto, sono tanto stanca.

Sembra che le orecchie non sentano più

i cervelli piantati sulle teste oblique

ciondolano rispondendo di sì o di no

a seconda del meteo.

Chi mi chiamava Luì, se non la tua bocca.

La madre di tutti manca sempre

un giorno e una mattina di troppo.

I pensieri si fanno cupi.

*

Francis Bacon

Regalaci un nome buono,

un’immagine da conservare.

Abbiamo perso tutti gli occhi

e vediamo solo con fronti inadeguate,

labbra che non mordono.

Camminiamo in riserva: ecco, qui si è squarciato

il recinto e siamo tutti caduti in una fossa.

Raffreschiamo le nostre giornate

con oblio puro.

*

Si parlava ovunque della necessità di riprendersi

la vita, di far ripartire l’economia. Ma la verità era

che le persone non desideravano più nulla

se non il perpetuare l’assenza di azioni e relazioni.

Il consumo degli oggetti, nonché il loro acquisto,

apparve sempre più inopportuno. Riguardo ai viaggi,

se non indispensabili venivano accuratamente

evitati. Gli sport erano sempre meno praticati perché

non si avvertiva il desiderio di apparire in forma.

Molte coppie si orientarono verso un’esistenza

priva di contatti esterni. Gli adolescenti

smisero di impegnarsi nello studio. I giovani aspettavano

la loro occasione davanti a uno schermo luminoso.

La specie umana perse molte delle sue caratteristiche

concernenti la lotta, la supremazia, l’affermazione di sé.

Chi aveva ottenuto riconoscimenti nel lavoro

o si era distinto nei più svariati campi del sapere,

dell’arte e della scienza lentamente fece parte,

per sempre, del passato.

*

Tento di essere fedele al karma, biascico

parole nella mascherina imbevuta d’alcol

che così uccide me e il mio vicino distanziato.

Che m’importa della posizione da tenere,

tocco il respiro sto con le braccia a petto nudo,

tra noi senza filtri con tutti i nostri possessivi

procediamo ingialliti, governati male.

*

Hans Hartung

Sono le fini, i commiati, che ci abbracciano

nel buio. Non sapevamo nulla del seguito,

il seguito è venuto nel millennio successivo.

Il passato è qualcosa di cattivo e abnorme.

Il cappotto consegnato al guardarobiere sicuramente

ti verrà restituito sbagliando lo scontrino.

E se poi dovessi cadere, non rialzarti.

Non commettere l’errore di rialzarti.

Lascia che uno spesso strato di polvere si depositi

sulla tua figura atterrata.

Sarai un puntino immobile, non potrai più nulla.

Un traguardo concesso a pochi.

Ai caduti di tutte le guerre, di tutti gli svenimenti

e di tutti gli incidenti mortali.

*

Alla fine anche la vita dei cimiteri muore,

si consuma e cambia stato. Le ferite

dei defunti si riaprono, ricominciano a sanguinare

e andrebbero curate un’altra volta da medici

con scafandri e mascherine. Di fatti a volte

li vedo aggirarsi con armamentari minimi,

che i morti hanno malattie lievi.

Nessun famigliare ansioso si precipita

a curare, e a volte chi curò oppure uccise

o solo vegliò, a sua volta riposa sotto l’azzurro

del pomeriggio, il più tagliente.

Nota biobibliografica

Luisa Pianzola è poeta e giornalista. Dopo studi di pittura e architettura si è laureata in storia dell’arte contemporanea (Lettere moderne) all’Università di Genova. Ha pubblicato i libri di poesia Il punto di vista della cassiera (LietoColle-Pordenonelegge 2020, collana Gialla Oro, segnalazione speciale “Una vita in poesia” al Premio Lorenzo Montano 2021), Una specie di abisso portatile (La Vita Felice 2015, postfazione di Mario Santagostini), Il ragazzo donna (La Vita Felice 2012, presentazione di Piera Mattei), Salva la notte (La Vita Felice 2010, prefazione di Gabriela Fantato), La scena era questa (LietoColle 2006, prefazione di Gianni Turchetta), Corpo di G. (LietoColle 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), Sul Caramba (Sapiens 1992) e due plaquette. Suoi testi sono usciti su antologie, riviste, siti web, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti e sono stati tradotti in inglese, francese e spagnolo. Redattrice della rivista “La Mosca di Milano”, ha curato per LietoColle il progetto Serre di Poesia. Oltre agli autori citati, su di lei hanno scritto Giampiero Neri, Angelo Lumelli, Stefano Raimondi, Piero Marelli, Stefano Guglielmin, Lorenzo Gattoni.

DOVUNQUE ACQUA SIA VOCE. Brancale, Barceló

Leggendo l’ultimo libro di Domenico Brancale (Dovunque acqua sia voce, con acquerelli di Miquel Barceló, Edizioni degli animali, 2022), restiamo sorpresi da frasi che ci ammutoliscono. Cosa stiamo leggendo? Un journal interiore, sospeso fra l’icastico Char e il mistico Jabès? Un taccuino di poetica? Una riflessione sapienziale? Un libro sacro sugli elementi e sull’essenza dell’uomo? Un trattato sulla necessità della scrittura? “Il libro di Nessuno è il nostro compimento”. La filosofia diventa poesia, in Brancale, e noi leggiamo un poème en prose che conferisce alla prosa l’aura atemporale di una poesia dove vengono ripronunciati i temi fondamentali dell’essere: l’acqua, l’amore, la poesia, il sangue, la morte. Ciò che irradia dalla struttura del libro è la sicurezza rocciosa della voce come unica scheggia, come Grande Frammento (Bernhard). La fragile essenza dell’uomo è descritta in un libro fluido e petroso dove la voce, erede del substrato poetico del Novecento europeo, “canta” il precipizio del pensiero, sentinella di uno sguardo assoluto nel nulla. Brancale è, qui, l’ultimo custode di una parola che mai rinuncerà all’abisso di non-essere descrivendo il suo essere nell’abisso. “La parola, grazie alla quale pronunciamo tutte le parole. La parola cieca che tornerà a vedere. Una volta nel passato sono stato molto vicino a oggi”. “La scrittura forma l’illusione che c’è in te. Alla fine l’ombra rischiara”. (M.E.)

“Questi testi sono scarti, schegge, frammenti, trucioli, segatura, polvere, tutto ciò che di solito viene raccolto e buttato via dall’artista dopo aver scolpito la sua opera. Una parte di essi, già apparsi in Mal d’acqua, un piccolo ciclostile nella collana fotocopie di Modo Infoshop, a cura di Fabio Pugliese, qui a nuova vita vengono riconsegnati al libro. Altri non sarebbero mai esistiti senza Pasquale Alferj, Pietro Babina, Mireia Vera Barceló, Hervé Bordas, Jonny Costantino, Marco Ercolani, Sophie Ko, Mauro Leone, Anna Ruchat, Stefano Raimondi, che in varie occasioni hanno stimolato la mia assenza. Un ringraziamento particolare a Miquel Barceló che, con una serie di acquarelli del 2021, ha accettato l’invito al libro tracciando una corrispondenza in cui il dialogo tra immagini e parole riscatta il silenzio (D.B.).

Domenico Brancale, Miquel Barceló

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Antologia

La risposta l’ho sempre avuta. A partire da questa risposta ho cercato la domanda tra le infinite domande affinché un giorno risposta e domanda potessero combaciare, potessero risolvere la mia esistenza. La domanda, soltanto la domanda è destino.

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Saper stare nel mistero dell’incontro è la ragione di esistere. Fino a che punto ne siamo capaci? fino a che punto siamo capaci di far proprio l’estraneo?

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Non siamo che l’Altro. Questa dipendenza cancella i lineamenti di ciò che chiamiamo essere se stessi. Lo specchio mente. I ritratti scavano. L’escrescenza del silenzio cresce sul volto.

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Ci sono maschere che crescono sui volti e volti che si radicano sulle maschere. C’è l’assenza. L’identità è l’invenzione della solitudine. L’identità è un’eco. Divora l’anima.

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Negli ultimi anni mi sono chiesto più volte cosa mi spingesse a scrivere, senza potermi dare veramente una risposta precisa. In questa domanda ho sempre avvertito goffaggine e debolezza. E mi sono reso conto che la mancanza di scopi e la rinuncia a uno scopo qualsiasi fossero la mia vera salvezza. In un certo senso non si può costringere se stessi a fare un sogno, come a scrivere poesia. Ogni poesia è la celebrazione di un segreto. Ci sono cose più grandi di noi che a volte tacciamo per d paura di essere ridicoli. Tali cose rendono lo spirito autentico. Chi ha perso la gioia ingenua della banalità non ha più nulla da assaporare nella vita.

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Un pensiero si torce nel cranio. Uno straccio imbevuto di sangue. Ogni ricordo il tuo incontro.

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Le cose che ci formano sono proprio quelle che non riteniamo importanti, le più insignificanti. Sono loro che a nostra insaputa incidono la lastra dell’anima. La parola si fa lastra e al respiro non rimane che incidervi sempre l’ultimo rantolo. Forse verrà il tempo, verrà la volta del suono che non ha memoria.

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Parliamo con una voce che non conosciamo, che non è mai scritta. Parliamo la voce di chi ci ascolta.

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Mi ritrovo ancora qui a Metaponto. L’estate di un anno in più. Qui è sempre l’inizio, la possibilità di riscattare la fine, di
sciogliere i grumi, di stendere al sole gli stracci della propria essenza – ciò a cui obbediamo ciecamente. Non c’è nulla di
più edificante che attraversare il deserto. Saranno le due del pomeriggio. La controra. È il deserto. Una voce contro, qualcosa che non vuole riconoscermi. Sono così vicino alla pietra che non mi vedo. Così vicino a tremila anni fa. Impietrato. Senza questa stagione non potrei affrontare il respiro. Nello spazio della ragione non ci sono parole, si è soltanto ciò che non si è.

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La cosa che mi è più cara al mondo è la luce. La luce di Aliano che penetra le argille. La luce del mare di Salerno e
quella delle albe a Venezia. Le nature morte di Morandi. Il silenzio che si accende nella stanza di via Fondazza. La luce
di cenere di Parmiggiani. La mano di chi trema nella carne. Nessun pensiero può fermarla. Nessuno spegnerla.
La domanda non deve spegnersi. «Forse siamo noi l’unica domanda che una risposta non può spegnere».

*

La luce è una ferita nel buio della carne. Sono una frase che si rimargina. Una parola che non ha sorelle. La sillaba che
invoca il suono.

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Come quel poeta, ritenuto da tutti matto perché era rimasto rinchiuso in casa per 7 anni con la sua famiglia in attesa
della fine del mondo, che chiese a un poeta russo di attraversare, in sua vece, una piscina di acque termali tenendo in
mano una candela accesa e che, dopo aver tenuto un discorso in una piazza romana, si suicidò dandosi fuoco. Come quel poeta mi chiamo da prima che sono stato nato.

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen

LA TERRA MI E’ DI PESO

Caffé Plaza, Buenos Aires, 1970.

Io, Antonio Porchia, non so cosa dirvi.

Molte delle mie Voci sono inedite. Non lo sapevate? Pubblico sempre lo stesso libro ma ce ne sono centinaia che non stampo.

Si vive con la speranza di arrivare a essere un ricordo. Ma talvolta è difficile. Proprio non si può.

D’altronde, chi dice la verità non dice quasi nulla. Come prestare fede a chi usa le parole?

Tutti i soli e le stelle si sforzano di accudire alla nostra anima e un microbo la estingue.

Cosa possiamo farci? In piena luce non siamo neppure un’ombra.

Eppure si lavora. Si lavora proprio sapendo di essere il sogno di un sogno.

D’altronde, quanto dicono le parole non dura. Quelle che durano sono le parole. Quelle, sono sempre le stesse, anche se ciò che dicono cambia sempre.

Noi cambiamo. Non siamo mai simili. Scorriamo, coi nostri corpi immobili. Camminiamo. C’è chi vorrebbe entrare. Ma dove? Là dove si entra non c’è nessuna casa.

Ma nella casa risuonano i passi. Mai, i nostri.

Che strano: dovrei arrivare a essere un uomo, ma talvolta non si può.

O si vorrebbe accettare il nulla, essere nulla. Ma c’è sempre qualcosa in più: respiriamo, ed è un’offesa, un peso, qualcosa di cui vorrei liberarmi. Ma non si può.

Chissà quando, ma un giorno qualcuno ha cancellato il mio nome.

Vorrei tornare indietro, raggiungere la povertà totale, ma sono ancora io. E allora, come posso?

La verità ha pochi amici e quei pochi si uccidono, proprio perché la amano.

Non c’è che rafforzare il filo: non è nulla ma ci lega, e ci lega al nulla.

Ma un giorno ci stancheremo di non toccare fango e di essere, poi, solo fango. Ci stancheremo e sbaglieremo. Come amo gli errori! Fanno errare a vuoto. Non si possono accettare soluzioni valide. Solo quelle invalide, affascinano.

Credo che la pietra sia pietra e la nube nube, ma sono abbastanza incosciente per dirlo? Niente è già qualcosa.

I pensieri, quando ci hanno traversato, vanno oltre. Quello che dura sono i lampi e i tuoni, non certo gli alberi che i lampi hanno illuminato e che i tuoni hanno fatto tremare.

Viviamo in una realtà instabile, vellutata, imprendibile. I fogli stessi, le nostre parole, i libri. Cosa farne? Sono proprio nostri? Io non ci credo. Non credo di stare scrivendo perché esisto. Esisto perché qualcuno ha scritto prima di me e io lo imito, lo seduco, lo ricordo, lo immagino scrivendo.

Gli autori che firmano i libri? Fantasmi.

Come odio le tombe. I cimiteri dovrebbero essere nuvole, sulle quali camminare volando.

Il mio corpo mi separa da ogni essere e da ogni cosa, solo il mio corpo. Ma uccidersi è un atto così umano, presuppone un dolore che non ho mai provato. Che cos’è il dolore? Niente che io possa toccare o ricordare.

La mia vita, se vuole essere meno della vita, non deve attentare a se stessa. Non può.

Dentro un cerchio magico ogni libertà è possibile.

E se il corpo non sente le vie che percorri, se il piede non lascia impronte, possiamo essere sicuri di noi? Forse siamo solo delle lettere a cui hanno dimenticato di apporre l’indirizzo, che aspettano con ansia di essere lette.

Le lettere sono straordinarie, perché si sa che andranno perdute.

Quando la parola diventa frammento smarrito e non fulgido racconto, fa capolino l’affanno. Non ci sono più frasi belle. Ci si spoglia delle metafore. Anzi, ogni metafora in più è una chiave che blinda ancora più strettamente la porta.

E’ magica, la scrittura, come una gabbia fatto di sogni: ma è la magia dell’uccello accecato, che sogna di vedere un cielo in cui volare e intanto non sa come sfuggire dalla gabbia. Sarebbe semplice farlo: non pensarla più, dichiararla aperta.

L’uccello sorvola la città. Prima si vedono pozzi, fogne, labirinti; prima si percorrono vie, vicoli, crepacci; e poi, si abbassa lo sguardo dal cielo: la città si illumina, ma non di un chiarore da sogno. No. Di una luce, simile a polvere, che vibra sui cavi, gonfia le reti, fa rimbombare le scale di passi. Questa è la vita.

Non ci sono rossi o gialli o blu. I colori sono armature rigide, per uomini bambini. Maschere di fumo, gettate sugli occhi per non crescere.

Si cresce in bianco e nero, duramente. A volte ho l’impressione che l’inconscio sia bianco e nero come certi film che non ho smesso di amare: sono rarissimi i sogni colorati.

In fondo, il bimbo lo rivela e l’adulto lo nasconde. E il poeta non si stanca mai di giocare con lui.

No, nessun ramo è inaridito dal vento invernale: tutti i rami sono secchi perché ho narrato loro i miei sogni.

E’ doloroso non essere all’altezza dei propri sogni. Ma viverci sempre dentro è un’impresa chimerica, nella quale impazzire.

Che cosa è volato attraverso gli spazi del cielo fino ad arrivare qui, nella stanza? Le ciglia pesano sugli occhi, la tappezzeria si muove. Cosa accade. Sarà mattino? Le navi stanno partendo. I remi sfiorano il vetro. Tra poco lo urteranno, lo spaccheranno. Le navi sono vicinissime, sfondano le case.

La terra mi è di peso. Anche le vostre facce. Potete voltarvi?

E ogni giorno saremo di ventiquattrore meno vivi, ma con una gioia in più.

Vi chiamo a volte, come le navi la terra, con vaghi segnali. E chi mi ascolta non può capirmi e chi mi capisce non mi sta ascoltando. E quelli che mi cercano con i loro fari trovano un altro, mille volte un altro, perché ciò che io sono è quello che in me continua a mutare.

Il mondo come un muro che erigo, sottovoce, contro il mondo.

Fate quello che volete. Io, da parte mia, vorrei riposare.

TESTAMENTO

Antonio Bruno

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Testamento

Ultime parole di Antonio Bruno, scrittore futurista.

Catania, agosto 1932.

Io, Antonio Bruno, nato nel 1891 a Biancavilla di Sicilia, gobbo dalla nascita, traduttore di Proust e Baudelaire, amico di Soffici e Picasso, seguace di Marinetti e fondatore del Picwick, io, Antonio Bruno, avendo scritto Fuochi di Bengala e deriso quell’idiota di Villaroel, io, traduttore di liriche cinesi e gravato di debiti vergogno­si, amato da Campana e odiato da frotte di imbecilli, in pieno possesso delle mie facoltà mentali, avendo dissanguato il mio patrimo­nio fino all’osso, avendo cercato di abiurare il mio genio, io che mi sono reciso la vita dalle vene e sono sopravvissuto e ho seppellito viva l’anima in questo corpo che cammina, io che ho scritto la Serenata della bambola e i Canti nuziali di Maria d’Albavilla ad Antonio il Bruno all’alba della Terra Nuova, io che conosco la lingua suprema degli uccelli che volavano sui fiumi della Persia e dell’Arabia, io, Antonio Bruno, ormai investito di poteri soprannaturali, avendo divulgato sulla terra un nuovo Vangelo, essendo andato in giro per le vie di Catania a sfiorare le facce dei passanti con un geranio rosso, la Vergine Maria appollaiata come una colomba sulla mia spalla, colpevole di aver condannato folle intere ai tormenti dell’inferno, io, Antonio Bruno, in pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali, mi uccido nella notte fra il 28 e il 29 agosto 1932, all’età di quarantun anni, con settantadue compresse di barbitu­rico, in questa camera di cui non ricordo il numero, in questo albergo di cui non ricordo il nome, al centro della mia vera città, protetta dal misterioso elefante. (M.E.)

Casa di Antonio Bruno, Biancavilla di Sicilia

PICCOLE INFINITUDINI. Mauro Macario

Il nuovo libro di Mauro Macario, Piccole infinitudini (prefazione di Viviane Ciampi, puntoacapo, 2022), si inscrive sempre nel campo di battaglia delle invettive telluriche e caustiche tipiche della poesia di Mauro, ma con un tono più lieve, quasi in minore, che testimonia un nuovo status del suo animo, intriso di ineluttabile tristezza. Come osserva nella sua prefazione Viviane Ciampi: «Ora potremmo quasi dire che ci troviamo di fronte a un nuovo corso: poesie più sintetiche, fluide, quasi ungarettiane, ammansite, forse meno pensate per l’oralità e più per l’intuizione del precipizio». La maschera innocente e surreale dei perdenti è vissuta in queste poesie non come debolezza dello spirito ma come malinconico commento a quel precipizio, nostalgia appartata e mai doma, intimamente rivoltosa, stilisticamente serena. (M.E.)

**

Lezione di guida

Parlare in macchina

con chi non c’è più

quasi sera

nubi già pesano di pioggia

fermarsi ai bordi di un campo

lo sguardo stanco di tutto e di tutti

sentirsi abbandonati dalla morte

di chi avresti ancora bisogno

piove

montagne nere come lutti

dovevi pensarci prima

che il mondo si svuotasse

d’improvviso

aver voglia di piangere

7/11/21

*

Mestizia

Gli sguardi non ricambiati

dicevano tutto senza parlare

vedevo la vita trasfigurata

allontanarsi in una sconosciuta

nulla era accaduto

se non la coscienza che le parole

non avrebbero mutato il destino

esistere in forma d’assenza

preserva dalla caduta del mito.

11/12/21

*

Libellule

Il poeta e il parà

compagni di volo

si gettano nel vuoto

in caduta libera

allo strappo

salgono di due nuvole

il parà atterra

senza rompersi le ossa

il poeta sta bene dov’è

non vuole scendere più

scrive nell’aria

addestrato per questo

fin dal primo verso

può precipitare

accetta il rischio

sa che a volte

il paracadute non si apre

10/12/21

*

Black pass

Sulla soglia del nulla

voglio solo ricordi cattivi

compagni di viaggio ideali

per non rimpiangere

la vita che lascio

29/11/2021

**

Mauro Macario

[…]

non esiste il rischio che Mauro voglia dare una lezione tra racconto e sermone. La voce “dettata” sa rimanere clima interiore in un cielo interiore. Quando esamina le ambasce della vecchiaia, egli lo fa passando dall’hortus conclusus che lo ha portato fin lì, e scaturiscono versi non tanto rassegnati quanto forti, febbrili, ma con un benvenuto dualismo tra nervi sguainati e humour caustico. Quand’’egli prende per la coda la nostalgia, accade perché quest’ultima arriva sempre a sorpresa, troppo insistente, e lui la manda via con uno sberleffo.

[…]

In questa silloge, Mauro Macario riesce a coinvolgere il lettore su più piani: autenticità di sentimenti e lucidità razionale. Chi legge si ritrova come in quei giochi di “disegni da completare” nei libri per bambini dove si devono raggiungere tra loro un numero incalcolabile di puntini, finché una forma finisce col delinearsi. Nei disegni dei quaderni immaginati dal poeta, schizza lo zampillo di un destino, di una vita. Quei puntini, prima di congiungersi ad altri puntini numerati somigliano a piccole infinitudini, ad astri dispersi nel buio di una notte che credevamo dovesse non finire mai.

Viviane Ciampi

Viviane Ciampi

PAGINA BIANCA. Pietro Bologna

Pietro Bologna

Pagina Bianca può assomigliare alla descrizione di un sogno. E nella vecchia tradizione rabbinica si dice: ”Un sogno non spiegato é come una lettera non letta; ed altri aggiungono che ogni spiegazione, anche se distinta, interferisce con la realtà”. Pietro Bologna con le sue immagini rompe la “congiura del silenzio” presente in ognuno di noi e ci obbliga a guardare di fronte la storia.

Che cosa é la storia? Non é, semplicemente quel tempo in cui ancora non eravamo nati? Ripercorrere il tempo ci aiuta a comprendere. I greci entravano nella morte al rovescio: ciò che avevano davanti era il loro proprio passato.

Così Bologna ripercorre una vita, non la sua, ma di chi ama. Ha compreso, come diceva Barthes, che “é necessario interrogare l’evidenza della fotografia, non dal punto di vista del piacere ma rispetto a ciò che si potrebbe romanticamente chiamare l’amore e la morte”.

Scegliere di dare una spiegazione a Pagina Bianca significa per me agire sulla realtà.

Antonio Brescacin

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…che l’arte sia catarsi é cosa nota. Non sempre pacifica definitivamente, almeno nell’istante… Pagina bianca è un lavoro del 1998, poco prima del mio rientro in Italia dall’Argentina. Sicuramente una cerimonia, un addio che domanda ancora.

Pietro Bologna

Piero Bologna, nato a Milano nel 1972, inizia la professione di fotografo nel 1990. Nel 1992 parte per la Germania dove svolge uno studio fotografico sul movimento nella danza alla scuola di Pina Bausch. Durante un soggiorno in Argentina matura un lavoro sull’identità. “Pagina bianca”, sequenza rituale autobiografica, viene esposta a Buenos Aires nel 1997 e a Venezia nel 1999. A Milano realizza “Bovisa” e “Rimedi”. Nel 2004 prende avvio la ricerca “bianco silenzio”. Dalla collaborazione con il poeta Angelo Lumelli nascono due lavori, “Mio malgrado” (2016) e “Ettaro” (2022).

UN DIARIO NON SEGRETO. Marco Furia

L’età della ferita – Intorno ai “Diari” di Kafka è illuminante e coinvolgente libro in cui Marco Ercolani “sogna che un filosofo praghese, amico reale di Kafka, legga e commenti i suoi Diari inediti pochi anni dopo la sua morte”.

Ancora una volta, dunque, lo psichiatra-scrittore genovese si confronta con un celebre autore. In questo caso, però, non si tratta di scritti apocrifi ma di “esperienza onirica”: il Nostro, pur filosofo praghese nel sogno, non scrive come se fosse Kafka, ossia, per così dire dall’interno, bensì da commentatore esterno. La differenza non è da poco: viene proposta una diretta comunicazione tra critico-narratore e lettore (non importa sapere se l’esperienza onirica sia fittizia o meno, conta l’approccio, il testo nelle sue forme espressive): il contatto, insomma, è meno mediato.

Un esempio:

15 ottobre 1921

Se ho il grande desiderio di essere un atleta leggero è probabilmente come se desiderassi salire al cielo e potervi essere altrettanto disperato quanto qui.

“Chissà se Kafka era convinto di queste parole, che non lasciano spazio a nessuna speranza. Chissà se già da allora, per una forma negativa di vanità, non abbia voluto costruirsi una nicchia tutta sua nella quale essere riconosciuto nel corso dei secoli […]”.

Come si vede già dal comparire del nome “Kafka”, Marco scende in campo in prima persona. Il Nostro, ora tra noi, guarda e il suo non comune sguardo è pur sempre un umano osservare: sentiamo più nostro quello che vede e scrive. Un altro esempio:

“Kafka sapeva che nessuno dei suoi amici, anche il più intimo, era all’altezza della sua vita interiore. Si sentiva predestinato a rivivere i suoi incubi come la sola realtà che gli fosse stata concessa, perché nessun’altra era concepibile. Eppure rideva spesso, anche in modo immotivato […]”.

Siamo al cospetto di pronunce chiare, precise, ricche d’autonomia espressiva: se, davvero (ma qui il dubbio pare lecito), tutto ciò è nato da un sogno, bene, non possiamo che essere grati a un’attività onirica e immaginativa. D’altronde, chi tiene un diario mostra esigenze comunicative il cui destino, indipendentemente dalla volontà dell’autore, non è di necessità quello della segretezza: le parole una volta scritte (o dette) possono sempre entrare a far parte del mondo e qualcuno, come anche L’età della ferita dimostra, può intercettarle.

Marco Furia

Marco Ercolani, L’età della ferita – Intorno ai “Diari” di Kafka, Edizioni Medusa, Milano, 2022, pp. 110, euro 15,00

Pier Giorgio Colombara

SENZA UN TERRITORIO DEFINITO. Michel Nedjar

Atelier di Michel Nedjar

[…]

Il nodo, è ciò che precede la trasformazione dell’informe nella forma?

Era per raccoglierle… l’informe della forma… senza dubbio sì, sennò tutto era flaccido. Al contrario, con il nodo, volevo far presto a raccogliere le materie. Io cucio, di quando in quando, di solito con grossi aghi perché le materie erano dure e spesse da traversare, impenetrabili… Io ero in un tale stato, nella transe del lavoro, che non vedevo quello che facevo. L’ho chiamato “bambola” ma il procedimento andava ben più lontano… penso che in fin dei conti non ho mai confezionato bambole, nel senso del loro uso comune. La bambola, nel mio universo personale, è un desiderio: ciò che creo è la conseguenza della bambola vietata, è un atto trasgressivo. Al di là della bambola: confesso che non avevo mai pensato niente prima. Verso il 1980 ho fatto un’esperienza mistica immergendo la bambola in questo “bagno rituale”: fu molto breve ma mi afferrò il panico. Non ero più io. Descrissi questa esperienza mistica nelle mie conversazioni co Françoise Mounin: «Io ero un mille-foglie che traversavo, sentivo che traversavo divani di materia, vegetale, animale…ero quasi arrivato al “nucleo”. Ebbi così tanta paura che tolsi via la bambola».

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In questo momento che descrivi mistico, era la morte che avevi convocato?

Per nulla. Ho avuto il sentimento intuitivo di toccare il nucleo fondamentale della vita.

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Un al-di-qua della bambola?

C’è il desiderio: la bambola, è inaccessibile, io penso che sia sempre stata inaccessibile, non è mai stata una cosa-bambola, anche se io la chiamo “bambola”. Forse un al-di-qua. Una trans-bambola? Un al-di-qua? Una meta-bambola? Di colpo, realizzo che questa non è mai stata una bambola, perché quando mi offrono delle bambole io non ho che un’ossessione, trasformarle per farne altro: una cosa che non arrivo a definire con parole.

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Vuoi dire che la bambola non è che uno stadio transitorio?

La bambola è pulsionale, sismica, tellurica.

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Se ci fosse una teoria, questa sarebbe la morte dell’Art brut.

Bisogna sempre rileggere il testo che Dubuffet scrisse nel 1949 per l’esposizione alla Compagnie de l’Art brut alla Galleria Drouin: “L’art brut preferita alle arti della cultura”, ma intanto il contesto è completamente cambiato, le istituzioni museali hanno fatto entrare l’Art brut nelle loro collezioni. Io immaginerei una mostra collettiva con l’americano Henri Darger e il russo Aleksander Lobanov perché possano trasudare la rispettive culture. Sono uomini comuni, mai passati attraverso le accademie, spinti da una forza misteriosa. Il mio rapporto personale con le loro opere è una empatia psichica, che tocca in me corde molto profonde. Adoro ad esempio quei piccoli disegni a matita nera su un fondo di carta ritrovata: la preziosa umanità che si rannicchia intorno a un nulla e che un po’ mi commuove. Enormemente.

E dopo Dubuffet un secondo riconoscimento dalle istituzioni venne con Daniel Cordier?

Alla fine degli anni Ottanta Daniel Cordier venne a Belleville per acquistare alcune mie opere, in vista di una donazione al Beaubourg. Di colpo mi sono ritrovato nella collezione del Museo nazionale di Arte moderna. Questo ha fornito buone occasioni agli ortodossi di ogni corrente: «Ma tu ci sei da folle al Beaubourg? Sei presente al Beaubourg come a Losanna…», quasi ci fosse una mia incompatibilità o tradimento. Alla fine, c’è sempre un problema con la mia opera. Non ho voluto essere brut, sperimentale, giudeo…In fin dei conti io sono senza un territorio definito.

*I testi sono tratti da: Michel Nedjar. Conversations avec Jean-Michel Bouhours, Buchet/Chastel, Libella, Paris, 2021 (traduzione di M.E.).

Michel Nedjar

Michel Nedjar proviene da una famiglia di ebrei algerini stabilita a Parigi. Il padre era maestro sarto, la madre di origine polacca. Quando nacque, nel 1947, la maggior parte della famiglia era già stata vittima dello sterminio nazista. Fin dall’infanzia Nedjar instaura con i tessuti un rapporto sensuale, simbolico e rituale. Da adolescente impara sartoria e lavora in vari laboratori di abbigliamento. Nei suoi viaggi, tra il 1970 e il 1975, in Marocco e nel Messico, scopre le funzioni magiche e simboliche dell’arte mortuaria e delle rappresentazioni antropomorfe, come gli idoli o le bambole devozionali. Tornato a Parigi, nel 1976, inizia a creare le sue prime poupées con gli stracci raccolti nel quartiere “Goutte d’Or“, che assembla e rielabora con fango, sangue, prodotti organici raccolti nei bidoni della spazzatura. La sua opera plastica è presto notata da Alain Bourbonnais, che la include nella mostra Les singuliers de l’art al Musée d’Art Moderne di Parigi nel 1978. Jean Dubuffet gli acquista un sostanzioso set di bambole “Chairdâmes” per la sua collezione del Musée d’Art brut di Losanna. Allo stesso tempo crea, con Madeleine Lommel e Claire Teller, una collezione di Art brut che, sotto il nome di L’Aracine, finirà per diventare la più importante del genere in Francia. Nel 1980 inizia una serie di disegni con matite di grasso su vari supporti, a volte materiali riciclati come sacchetti per il pane o scatole per dolci, un’attività che persegue da allora, quasi in stato di trance. Meno nota è la sua attività di regista sperimentale,  iniziata nel 1964 e conclusa con il suo ultimo cortometraggio, “Black room ha rivelato“. Nel 1978 realizza un film che intitola Gestuel, dopo aver visto una mostra dedicata a Francis Bacon.

L’ALTRA PROSPETTIVA

Vita a ritroso di Paolo Uccello

Rare persone circondano il suo letto; parlano di lui a bassa, voce come stesse per morire. Ma se comincia appena a respirare. Si dice che abbia curato con arte e perizia Le storie di Noè: e con diligenza esemplare lavorato a morti, tempeste e venti furiosi, dipinto lampi di saette e alberi troncati, descritto la paura degli uomini. Certo, soggiungono, non avesse avuto quella ossessione, non avesse scomposto il dipinto in linee e punti, cercando la misura aurea, la proporzione infallibile, l’armonia delle sfere: non fosse stato pazzo per la geometria! Parlano e parlano ma lui – quella forma allungata lì sul letto – ricorda un monastero, una vetrata, un pulviscolo; in una moneta o in una briciola cercava lo spazio della mente. Non sta morendo, lo sa. Oh, se potesse ancora lavorare all’acqua! Gli piacerebbe raffigurare un’onda dai contorni neri, scavarla fino alla goccia più minuta, qualche azzurro, un nero sottile; eccola immobile, perfetta. L’idea dell’acqua senza il peso dell’acqua, ecco cosa vorrebbe. Parla a fatica. sillabando le parole. Ma chi lo ascolta? Gli è impossibile pronunciare una frase che corrisponda a un senso; lo attraggono i suoni liquidi che sfiorano il palato e inventano suoni.

Un uomo sussurra:

-Bernardino della Ciarda, ricordi?

Uccello lo fissa in silenzio.

-Quando fu disarcionato.

Non ricorda niente, Perché non si accorgono che il suo viso è sempre più giovane? Se appena lo aiutassero ad alzarsi! Cosa significa quel letto di morte? Lui, un pittore? Gli ricordano disegni che non ricorda di avere disegnato: un intrico di linee, una cupola verde, cavalli che si slanciano nel bosco come sogni notturni. La prospettiva come una selva di punti, una foresta di rette, un intrico di alberi. Ma quale prospettiva! Chi può dire qualcosa di giusto? Quel corpo laggiù? Quella forma che chiamano Paolo Uccello?

Qualcuno gli riferisce di Giusto di Gand: si è impiccato due settimane fa. Ma chi era Giusto di Gand? Corruga la fronte. Dovrebbe provare qualche sofferenza? E per quale vita? Non può più ricordare. Tutto fluttua, senza angoli. Perché non gli portano uno specchio? Perché lo vegliano come se stesse per morire? Gli mettessero quel vetro davanti alla bocca capirebbero: il suo corpo è giovane, non ha neppure quarant’anni, perché lo onorano e lo piangono come quello di un vecchio? Tutti gli sguardi sono bugiardi. Tutti gli occhi non sanno vedere. Chi decide se la vecchiaia è l’incubo da cui svegliarsi o la giovinezza la menzogna che un vecchio demente racconta a se stesso? Qual’è la prospettiva reale? Eppure Paolo Uccello sapeva tutto di lei…

Ha appena sognato un essere che muta il corpo conservando immutato nei secoli il nome; e con quel nome viaggia senza sosta per tutte le regioni della terra, lasciando infiniti ricordi di sé da un punto all’altro del pianeta. Nessuno potrà sapere quale è stato esattamente il suo volto. Nessuno potrà catalogare tutte le sue opere. A che gli chiede come ha potuto dipingere quegli strani levrieri e quei boschi incantati, risponde di non averli mai dipinti. Se è giovanissimo, poco più di un ragazzo! Cosa ne sa un ragazzo di cieli turbinosi, vesti rosse, cani in fuga, favolose foreste?

-Sono un pittore di bottega.

La dama ride, lusingata dall’ironia della risposta. Anche il pittore ride, la faccia nel cuscino, ma vorrebbe strozzarla.

Un giorno raggiunse il monastero di san Bernardo dopo una lunga passeggiata tra i monti. Mentre fissava le foreste come un sonnambulo, un monaco lo salutò smettendo per un attimo di zappare la terra del campo. Non lo conosceva rispose al saluto. Venne invitato al monastero e festeggiato in una cena che durò dal pomeriggio fino a notte inoltrata. Al termine, il monaco più alto esclamò:

-Salutiamo in Paolo Uccello il più giovane dei sapienti. Egli, felice, alzò lentamente il bicchiere. Perché la veglia funebre continua? Quel bicchiere è ancora colmo di vino…

Il prete dice che presto si dovrà coprire il suo viso.

-Ehi, Paulo, ora che sarebbe il tempo di coprire tu scuopri!

Che sciocchezza, Donatello! Cosa dici? Io non muoio. Tu eri uno scultore e non sapevi guardare: ci sono costanti, nell’uomo, che mozzano il fiato. Sono i punti e le linee in cui la figura trova quiete. Come potevi amarle tu, corrotto dall’immagine umana?

Un pomeriggio d’aprile, in compagnia di Buoso, Paolo trafisse una beccaccia. L’uccello cadde ferito in una pozza d’acqua. Lo raccolse: lungo becco, grandi pupille nere, piumaggio bellissimo di un marrone caldo. L’uccello, squartato dalla freccia guardava i due amici con stupore. Il pittore, dopo aver ucciso la beccaccia, copiò la prospettiva del suo corpo.

Continuano a vegliarlo. E lui che vorrebbe dipingere un’onda come desiderò invano Leonardo! Un gorgo perfetto in ogni punto. Una vertigine limpida. E’ ancora così giovane! Potrebbe esserlo ancora di più, sogna di tornare nell’utero, essere inghiottito, sparire! Laggiù è tutto informe, nessuna linea, ma solo un moto di acque. Perché non c’è mai stata sintonia tra la sua idea dell’arte e le tele che trovava dipinte, affrescate a suo nome, in cappelle, sacrestie o pale d’altare, come cadaveri di cui era destinato a non conoscere i segreti, le prospettive, le forme?

Da sempre ama le pietre immobili, le montagne alte, i ghiacciai perenni. Odia la musica e i discorsi umani perché si sviluppano nel tempo, pretendono una sequenza, esigono un ordine. Preferisce oggetti che lo illudano dell’assoluto. Colleziona fossili etruschi, conchiglie dello Ionio, frammenti di vasi attici. È’ l’unica realtà di cui sia orgoglioso. Enumera, cataloga, conserva. Esercita la passione del controllo, officia i riti della memoria.

Ma quale memoria? La vita passa come un soffio. Le stelle sono polvere, come i corpi. Morte da tempo, si lasciano guardare. Vicinissime, quasi palpabili sembrano risplendere.

Quale sarà la sua età, ora? Gli specchi parlano lingue diverse, diaboliche. Paolo Uccello è quasi un bambino. Guardato da un vecchio infermo che vacilla, forse un amico, un compagno di bottega, non osa dirgli che non è vecchio come lui. La confessione gli mozzerebbe il fiato. Tutto quell’orribile segreto di bimbo assalito dalla morte! A che dirlo veramente! Da quanto tempo è ospite delle stesse braccia, dello stesso torace! Ma lui non è ciò che dice il suo corpo: è altro da quei polmoni che respirano, da quello stomaco che inghiotte, da questa voce che parla lì, nel letto, dentro un essere vegliato, preparato alla morte. Qualcuno gli crederà? E se lo confessasse un bambino? La sua innocenza lo allevierebbe dal peso di quella morte estranea?

Un ragazzo si china su di lui, lo ascolta.

-Vedi caro, io non sto morendo, io sono giovane come te.

Una donna tira indietro il ragazzo, spaventata. Bisbiglia, a voce bassa: è il delirio di un vecchio.

Perché non gli danno uno specchio? Perché la vita si allontana da lui?

È giovane, Paolo. Un ragazzo di sedici anni, lo testimoniano i documenti. Corpo snello, capelli neri, braccia robuste. Oppure undici o nove anni? Ma gli occhi, opachi, vedono appena. Non ha ancora cominciato a dipingere e la mente è già sommersa dai paesaggi di una vita intera – scene di battaglie, di diluvi, di santi – che ha pensato e dipinto, dal principio alla fine. Ma quando? Come ha potuto? Ora sta morendo ma non è come credono gli altri. Non è un vecchio sul letto di morte. Sua madre l’ha appena partorito ma qualcosa non è andato come doveva. Qualcuno fa rientrare la testa nel grembo con angolatura esatta. Non ha il tempo di vagire. Cosa significano i dipinti,le opere? Non ne ha mai creato nessuno. Sono stati i deliri di un altro, le prospettive di un architetto pittore vissuto con il suo nome, un usurpatore, uno spettro, uno specchio.

-Morrà allo spedale dei pazzi se delira ancora…

Paolo Uccello non è mai nato.

Con il mondo non ha mai trovato un accordo.

Oggi, 11 novembre 1475 fa testamento per una vita che non ha vissuto.

*Il testo inaugura Vite dettate (Liber, 1994) ed è il primo della lunga serie di racconti apocrifi che caratterizzerà la mia opera (M.E.).

Paolo Uccello

TRENO IN FORTE ANTICIPO. Luigi Grazioli

Umberto Boccioni
Umberto Boccioni

Accortosi di essere in anticipo di mezz’ora, il treno, sconcertato dalla sua stessa frenesia, anziché sostare in qualche stazione secondaria o su un binario morto, ha rallentato fino quasi a fermarsi e senza soluzione di continuità con uno scossone è ripartito in retromarcia a tutta birra, percorrendo una ventina di chilometri e facendoci ripiombare dalla periferia urbana che già scorreva ai nostri fianchi nella campagna profonda, con gli agglomerati di palazzine e poi le cascine e i casolari che non solo si facevano sempre più radi ma, assieme ai silos, ai tralicci, agli alberi e in genere a tutte le cose, diventavano sempre più evanescenti e impalpabili, come se si sgretolassero dall’interno o tornassero essi pure indietro. Come se ogni cosa fosse impaziente di retrocedere, indietro, indietro, fino a prima dell’infanzia, fino all’origine o oltre. Man mano che il treno correva al contrario, ogni cosa rimpiccioliva e si sfaldava, gli elementi di cui era composta si liberavano l’uno dall’altro in una specie di ebbrezza di separazione che non sarebbe cessata nemmeno quando il treno avrebbe recuperato, se mai fosse accaduto, la direzione prevista, il giusto senso, giù a capofitto verso la dissoluzione nella pace che secondo alcuni precede l’origine, oppure sospesi nel magma di tutto e di nulla che ci sarebbe secondo altri, in un fermento che ancora non si conosce e che nondimeno è irresistibile, nell’apnea trepidante dell’imminenza, se non addirittura in uno spasimo lancinante senza fine. Ma non verso il niente, forse, quanto piuttosto verso lo spiraglio dello sbocciare di nuovo, l’esplosione del venire alla luce, il momento esatto in cui ogni essere viene ad essere, in cui dal niente si passa al qualcosa, anzi a questa cosa, esattamente a questa, a quella che ciascuna è, per non essere, dopo di allora, mai più, se non il rimpianto di se stessa, della se stessa andata, perduta, svanita una volta per tutte. Ma forse stavolta no. Stavolta forse no, mentre il treno rientrava nel tempo ordinario, verso la destinazione programmata, nel giusto orario. Allora si sarebbe visto. O non visto.

William Turner