*Il testo è tratto da: Jacques Dupin, Alberto Giacometti. Testi per un approccio, a cura di Gilberto Isella, prefazione di Jean Frémon, postfazione di Gilberto Isella, fotografie di Ernst Scheidegger, Pagine d’arte, Bellinzona 2020.
[…] Il volto appare come l’area di una lotta senza esclusione di colpi. È lì che si gioca la partita, che l’interrogazione forsennata dello sguardo si esercita, che lo strumento più preciso, occhio e pennello confusi, deve agire con pazienza e altrettanta crudeltà. La presenza immediata impone la rapidità, la violenza dell’attacco e della penetrazione, ma la definizione della distanza implica un approccio meticoloso. Senza moderare il suo furore, questo strumento contraddittorio è alla ricerca, talvolta per notti intere, di una sola linea introvabile. La lotta conosce alti e bassi, successi e rovesci. Da un giorno all’altro il ritratto svanisce, riappare, si cancella di nuovo, resuscita ancora senza che nulla permetta di prevederne l’esito. Inseguimento incessante tramite ripetute contestazioni, il tratto si somma al tratto, lo oblitera e progredisce. Innumerevoli tatti che non circoscrivono né precisano alcunché, ma che fanno sorgere qualcosa. Più che nei disegni la linea si dissolve, si sminuzza, si sparpaglia in segmenti che si confondono con i tocchi. Moltiplicandosi e dividendosi, i tratti sembrano annullarsi reciprocamente e sparire davanti alla totalità di una testa che scaturisce spontaneamente dal vuoto […]
Giacometti va dal cognito all’incognito, mediante una spoliazione e un’ascesi progressive. Si accanisce sulle apparenze e scava il reale fino a rendere visibile l’essenza del loro rapporto, vale a dire la presenza di un elemento sacro. Quel sacro di cui tutta l’arte moderna sente la nostalgia, la cui mancanza suscita reazioni tanto disperate quanto sterili. Giacometti lo snida e risveglia là dove si nasconde, al fondo di ogni cosa e in ogni essere. Inutile separare la ninfa dalla foresta e la sirena dall’onda. Non v’è sacro se non nel rapporto estenuante tra uomo e realtà, nell’impossibile comunicazione dell’uno con il tutto che stabilisce – soglia e folgorazione uniche, attraverso la lacerazione di sé e dell’altro – il potere totalizzante dell’atto creativo.
*I testi sono tratti da: Alfredo Panetta, Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte, Passigli editori, 2022.
GENOVA
Pilastro n.1
Credo nelle parole non come fuoco sacro
ma come piante spoglie che,
inerpicate a rupi
da quel terreno povero
traggono nutrimento.
Accade a ferragosto a Genova in un lampo
che il fiato cerchi aiuto
la carne attizzi il fuoco il fuoco
invochi il tempo
che come un buco nero
ingoia ossa e menti.
In fondo
una scia d’azzurro squarcia
il cielo, e sento dal buio l’urlo
sovrumano di storie minime
sogni strozzati in volo
nel pantano.
Ma a Boccadasse
ho visto la pianta d’un asparago
crescere sopra il tronco di una palma
e a fianco un gelsomino
così profumato che
partoriva rugiada
a Mirêo, di Genova, operaio Amiu
*
GENOVA
Pilasthru n. 1
Eu criju nt’è palori no comu focu sagru
ma comu chjianti anudeja chi,
mpercicati ê timpi
nta ju terrenu povaru
cavanu civu bonu.
Succedi a Ferragustu a Genova nta ‘n lampu
ca u hjiatu cerca aiutu
a carni attizza u focu u focu
chjiama u temphu
chi com’un bucu nirgu
si nghjiutti carni e menti.
Jà gghjiusu na scia d’azzurru
spanza u cielu, e sentu du scuru a zala
supaumana ‘i storri nichi
sonna ffucati ‘n volu
nto pontanu.
Ma a Boccadassi
m’addunau ’i na chjiantina ‘i sparaciu
crisciuta sup’ò thruncu ‘i na parmara
e a hjiancu ‘n gerzuminu
accussì chjinu ‘i hjiarvu
chi sgravava acquazzina.
a Mirêu, thravagghjiava a Genuva, nta ll’Ami
**
Così inizia Ponti Sdarrupatu. Il crollo del ponte, di Alfredo Panetta, (Passigli, 2021), un poema ispirato al crollo del Ponte Morandi. alle 11.36 del 14 agosto 2018, a Genova. L’autore ha deciso di non scrivere questo poema dall’esterno, come uno spettatore ammutolito dall’orrore del disastro, ma dall’interno, identificandosi con le vittime stesse, a cui restituisce voce nella resurrezione magica dell’atto poetico. In una sua risposta all’intervista di Raffaela Fazio Panetta scrive: «Come sempre le due lingue lavorano in collaborazione stretta; talvolta s’interrogano l’una con l’altra anche durante la fase di composizione. Ogni verso, ogni strofa deve funzionare in entrambi gli impianti linguistici (…). Scrivere in dialetto e scrivere in italiano significa suonare la stessa musica con due strumenti diversi, entrambi indispensabili». Per realizzare Ponti sdarrupatu Panetta, come sempre, usa lo scabro e ruvido dialetto reggioionico, che conferisce a tutto il poemetto una tonalità materica e potente. Scrive Giovanni Tesio nella prefazione: «Il senso profondo è quello di una voce che si assume il carico di tutte le voci, di un’oralità che mantiene la sua quota di aderenza al vero, e che questo ottiene con la parola che più la necessita e più la detta, vale a dire – con perfetta intesa – la parola dialettale». La conferma a queste parole ci viene data proseguendo la lettura del poemetto, pilone dopo pilone, vittima dopo vittima, Panetta ripercorre la tragedia come l’antico cantastorie una tragica cronaca del suo tempo. Il poeta ottiene, con la musica “di calcinacci, di terra, di grumi” (Pontiggia) del suo dialetto, quanto si proponeva: rendere materico il disastro. La sua lingua, impastata di suoni aspri, crepati, che grondano di lamenti non consolati, è trenodia di pietà che si solleva nell’aria, oltre le macerie conosciute. Proponendo un atto di denuncia e di dovere civile, Panetta restituisce voce, nella finzione poetica di un corale collettivo, a chi quella voce l’ha perduta, essendo morto in quel disastro collettivo. Ed è una voce cupa, martoriata, carica di risonanze viscerali. Chi ha perso la vita può essere risarcito dalla poesia, se questa si mette al servizio di quel dolore e non si mura nel recinto dello stile patetico. Lo stile di Panetta è assumere su di sé, nel proprio “cantare”, la voce immaginata dei morti. Si potrà obiettare che il poeta non scrive in dialetto ligure ma calabrese. E qui prende forma un effetto sconcertante: l’“altro dialetto”, apparentemente l’intruso, trova, nella sua materia linguistica ruvida e particolare, una scabrezza da invettiva universale. La lingua si intride di quella musica sorda e dissonante che è sintonica con la carne dei corpi offesi. Scrive ancora Tesio: «Qui, di fatto, parlano in tanti insieme alla voce del poeta che queste voci raccoglie e a queste voci dà voce… E parlano, infine, i superstiti in una comune voce di smarrimento e di desolazione, di rabbia e di confusione; con accenti che insieme alla materia tutta mi fa pensare a quanto questa poesia sarebbe piaciuta a Primo Levi…».
Così il poeta definisce il suo stesso libro: «Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte. Un libro sul Ponte Morandi che ha richiesto due anni di lavoro. 43 poesie, una per ciascuna vittima del disastro. Una piccola Spoon River (non è mia la definizione) in dialetto calabrese». Ponti sdarrupatu, oratorio drammatico e polifonico, è un coro di voci spettrali e non più vive restituite all’elementare giustizia della loro resurrezione; è la musica viva, assordante, furiosa, di quei 43 morti che non vogliono essere ridotti al silenzio dall’incivile civiltà che li uccise senza seppellirli, il 14 agosto del 2018, sul ponte Morandi, alle 11.36 del mattino.
Mon jeune ami, si je me suis fait ouvrir les portes de cet endroit, c’est à cause justement d’un besoin moral irrépressible: je suis entré ici, presque sans m’en apercevoir. Oui, ma sœur était d’accord. Mais moi, plus encore. Disparaître relève de l’éthique. Ne plus se trouver au milieu de gens qui se croient vivants. Et quel meilleur lieu que celui-là pour le dire de manière définitive, avec le consentement de votre science inutile? Maintenant je peux tresser des paniers et ficeler des paquets. Regarder défiler les saisons. Écrire de la poésie et me réjouir de leur inexistence. L’époque où je devais dire qui j’étais (et je me repens des monologues de Simon dans Les Enfants Tanner, trop de mots, une suite de pages toutes pareilles) est passée depuis longtemps. J’ai eu trop de temps pour le dire, mais en ces temps, les planètes tournaient en orbites gracieuses et je cédais à leurs caprices. Aujourd’hui je les sens immobiles et les regarde comme un seul point, je ne me vante pas d’elles, ni elles de moi. Je regarde mes doigts, l’air qui les sépare – tellement d’air, trop, et qui vibre désagréablement dans les oreilles.
Etica
Mio giovane amico, mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo: è proprio per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entraato dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d’accordo. Ma io più di lei.
Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per afferrarlo in modo defintiivo, con la complicità della vostra inutile scienza?
Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono (mi pento dei troppi monologhi di Simon nei Fratelli Tanner, tante, troppe parole, che sequenza di pagine uguali!) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li scruto come un solo punto, non mi vanto di loro e certo non loro di me. Mi guardo le dita, c’è aria che le separa, tanta, troppa aria, e vibra fastidiosa nelle orecchie!
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Rire?
J’ai la nostalgie du temps où je recopiais des invitations à dîner et des ordonnances de docteurs. Alors, j’étais heureux comme un gosse, j’imaginais que mon écriture produisait des nourritures délicieuses ou soignait d’incurables maladies: choses que ma calligraphie rendait possibles à force d’arabesque précision. À présent je n’y crois plus. À présent j’ignore où va le monde, même si ici, à Herisau, il est facile de le prévoir. Observés par des visages atones, on se perd dans des yeux qui vont on ne sait où. Un halo, un bruit de voix, un écho, et puis le sommeil. Pourtant aucune larme. Au contraire, il faudrait rire et ne jamais s’arrêter. Ici, à l’asile, il y a tant de théâtres que je pourrais écrire des comédies en un acte, si seulement j’avais encore l’envie de tracer des merveilles sur le papier.
Ridere?
Ho nostalgia di quando copiavo inviti a cena e biglietti da visita ai dottori, allora ero come un bambino, immaginavo che la mia scrittura producesse cibi deliziosi o curasse malati inguaribili: cose che la mia calligrafia certificava con arabescata precisione. Oggi non lo credo più. Oggi non so dove andrà il mondo, anche se qui a Herisau è facile prevederlo. Guardàti sempre da facce attonite, si affonda in occhi che vanno non so dove. Un lungo alone, un rumore di voci, un’eco, e poi il sonno.
Però niente lacrime. Al contrario, bisognerebbe ridere e non smettere.
Qui, in tutto il manicomio, ci sono tali palcoscenici che potrei scrivere farse iin un atto se solo avessi voglia di intrecciare ancora meraviglie su carta.
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Montgolfières
Je suis fou parce que vierge? Vierge parce que fou Être vierge n’est pas le pire des péchés, c’est la meilleure des défenses. Je laisse le monde à sa tranquillité. Je marche à côté. Je me promène, je marche, c’est ma manière d’aimer le monde. Si on peut aimer avec violence? Non, pas du tout, avec la violence on ne peut que blesser et déchirer. L’amour est douceur, lenteur. Comme traverser la terre colorée en la contemplant depuis une montgolfière. Ces derniers temps, les mots me semblent faibles et sourds. Mais les chants des oiseaux, ceux que j’entends quand je suis là-haut, dans le ballon, oh oui, comme ils sont clairs là-haut! Et quelquefois (mais ne le dis à personne, c’est peut-être un symptôme), je crois entendre la voix des chevaux. Comme me le chuchotait une amie enragée, je me souviens de son nom, Greta, elle voulait révolutionner le monde avec le style logique et barbare de ses yeux clairs. Peut-être Gulliver avait-il raison quand il créa le royaume rationnel et parfait des Houyhnhnm. Je ne crée pas de royaume, je caresse le papier qui renvoie les reflets d’un miroir. Comme il brille…
Mongolfiera
Sono pazzo perché sono vergine? Sono vergine perché sono pazzo? Essere vergini non è il peccato peggiore, è la difesa migliore. Lascio che il mondo proceda tranquillo. Io gli cammino a fianco. Passeggio, passeggio, è il mio modo per amarlo. Si può amare con violenza? No, no, con la violenza si può solo ferire o squarciare. L’ amore è morbido, lento. È traversare la terra colorata guardandola da una mongolfiera. Da così tanto tempo le parole mi sembrano sciocche e sorde. Ma i canti degli uccelli, quelli che senti quando sei in alto, in cima al pallone, oh sì, come sono acuti proprio lassù! E qualche volta (non dirlo a nessuno, magari è solo un sintomo) mi sembra di sentire le voci dei cavalli. Come mi bisbiglia, lo ricordo appena, un’amica furiosa, di nome Greta, che avrebbe voluto sovvertire il mondo con lo stile logico e barbaro dei suoi occhi chiari. Forse Gulliver aveva ragione quando creò il regno razionale e perfetto degli Houyhnhnm. Io non creo regni, io accarezzo la carta stagnola che manda i riflessi di uno specchio, ma come luccica….
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Serviable ou aimable
Je voudrais bien savoir de quelle manière tu entends contrôler les âmes de Herisau. Être timonier des douleurs est acte de magie thérapeutique. Mais sois tranquille, je ne te donnerai ni conseils, ni ne contesterai tes choix. Je serai un néant. Je dois rester ici, à l’intérieur. Dehors je serais en danger. Je pourrais aussi être serviable, ou aimable. Parfois, ici, quelqu’un s’intéresse à moi. Ça ne me plaît pas, et m’offense. Qu’on s’éloigne de moi. Qu’on m’oublie. Toutes mes existences ont permis la construction de mon refuge actuel: ma gracieuse et visible invisibilité. Aucun autre sentiment que celuilà: disparaître en continuant à respirer. Comme si le corps, au moins en partie, se détachait de la peau. Une plaisanterie. Une bouffonnerie. Est-ce que je parle à quelqu’un qui peut me comprendre? Docteur Weiss, est-ce que tu sais ce que je te veux dire? La folie sauve la vie quand elle n’est pas ricanement, grimace de douleur, quand elle invite au silence. Tel le silence parfait, elle ressemble au sommeil. Ce n’est pas un cri pointé comme une épée au fond des yeux. Ô médecins, ne vous bercez pas d’illusions. Vous voudriez nous contrôler. Contrôler qui, exactement? Comment? De quelle façon? Existe-t-il un sédatif contre la colère métaphysique? Mon devoir est de vous contredire. C’est nous qui devons vous contrôler, car nous sommes la musique et vous seulement les exécutants. Vous, médecins d’Herisau, qui avez oublié que nous avons accordé la permission de discourir à notre sujet. Juste une permission. Un prêt. Que nous vous retirerons à notre guise.
Utile o amabile
Vorrei sapere in che modo intendi controllare le anime di Herisau. Essere timoniere dei furori è un atto magico e una terapia. Ma stai tranquillo, non ti consiglierò, non ti contesterò. Sarò un niente. Io devo stare qui dentro. Fuori sarei pericoloso. Potrei anche essere utile, o amabile.
Talvolta, qui, piaccio a qualcuno. Questo non mi va, e mi offende. Mi si allontani. Mi si dimentichi. Tutte le mie vite sono state la costruzione di questo rifugio presente: sono la mia graziosa, apparente invisibilità. Nessun altro sentimento che quest: sparire continuando a respirare. Come se il corpo, almeno per un po’, si staccasse dalla pelle. Una burla. Una beffa.
Ma parlo a chi può capirmi? Dottor Weiss, tu sai cosa sto dicendo? La follia salva la vita quando non è ghigno, smorfia di dolore; quando invita a tacere. Come il perfetto silenzio, è soltanto simile al sonno. Non è un grido piiantato negli occhi come una spada.
O dottori, dottori, non illudetevi!
Vorreste essere i nostri controllori. Ma controllare chi? E come? In che modo? Esiste un sedativo per le collere metafisiche? Devo contraddirti. Siamo noi a controllarvi, siamo solo noi la musica su cui potete tentare le vostre esecuzioni. Voi, dottori di Herisau, avete dimenticato che vi abbiamo concesso la parola su di noi. Concesso. Solo concesso. Un prestito. E ve la ritireremo quando vogliamo.
Scrive Nicolas de Staël a René Char: «Dobbiamo lavorare a un libro insieme. Non andare in ansia. Sarà un libro speciale e saremo tra gli ultimi a farlo. Ma siano beati gli ultimi, perché dopo di loro il paesaggio sarà ancora più cancellato, di qualche segno in più. La storia del bianco nel bianco e del nero nel nero non avrà mai fine». Ma una fine de Staël la esige, la modella nella sua morte in volo e consapevolmente, con il suo suicidio, conferma le parole di Char: «Dì ciò che il fuoco esita a dire e muori, per averlo detto per tutti». (M.E.)
I testi sono tratti da: Mia Lecomte, Lettere da dove, Interno Poesia editore, Latiano 2022.
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“Caro XYZ
oggi il mio cuore ha battuto tre volte
tre in tutto
come se ognuna
come se ognuna potesse
come se ognuna potesse bastare
Così è iniziato il giro del mio
quasi mondo”
*
Queste Lettere da dove (Interno Poesia, 2022) ci restituiscono, di Mia Lecomte, una semplicità nuova. Per un poeta come Mia la semplicità non è semplificazione ma lavoro attento, ostinato, segreto, che guida il lettore in quello che lei definisce “il giro del mio / quasi mondo”. Il titolo del libro evoca una austera, sospesa tristezza. Come scrive il prefatore Ugo Fracassa: «…ritroviamo intatta, quell’ambientazione casalinga, tra pareti spoglie o ingombre di oggetti scaturiti dalla memoria familiare. Sede degli affetti ma anche luogo dell’assedio, la casa vuota, abbandonata o invece stipata, presa d’assalto, è attraversata da folate di ricordi in una dimensione temporale sconcertante. In un simile contesto, l’autrice ci appare impegnata in processo di domesticazione dell’angoscia nel quale è forse possibile riconoscere la cifra di un’esperienza poetica ormai trentennale… poche scritture paiono esigere un lettore tanto quanto questa che, nel porgere la voce, mantiene qualcosa di puerile, una disponibilità cogente, un invito ineludibile: più incisivo del grido, più seducente del sussurro». Il libro si compone di cinque sezioni: Lettere da dove, Agenda senza stagioni, Nuda proprietà, Motivetti, Congedo. In questa sede mi soffermerò sulla prima. Le Lettere da dove, inviate a un interlocutore (fittizio o reale) nominato XYZ, vengono da dove? E vanno dove?
*
“Caro XYZ
sono arrivata già qui
senza il favore del viaggio
suo malgrado
Ti scrivo prima di dormire
lontani fianco a fianco
un lago immobile tra noi
sdraiata te lo ricordi
ho paura del fuori
alla porta gratta quella bestia
sbircia l’occhio gigante
drago pallido da donne
con quel suo galoppo nato dall’infanzia“
*
Viola Papoiannu, Ragazza a Mikonos
Mia ci mostra il diagramma delle sue emozioni sottovoce, ma con tale chiarezza da insinuare le immagini dei suoi ricordi nella nostra memoria: “…occorre camminare / ancora osare con cautela / dietro la geografia / Qui mi fermo spesso / sei incerto e fragile da avere / tra le case e il mare / la passeggiata è una terra di mezzo / ci vivono poche parole / ogni giorno passa un carnevale”. Ogni poesia ha la capacità di farci respirare in mezzo ai ricordi del poeta, suscitando in noi il desiderio di leggere ancora. Le sue Lettere da dove hanno la grazia di non riferirci dettagli precisi, ma solo un costante trasalimento percettivo: “qui un’altra volta / in tempo solo per la fine / l’idea di ciò che fu / non sufficiente per un ricordo / di troppo da dimenticare / Dal pianoforte appena chiuso / ancora qualche nota cola sul vetro un disegnino pallido / bambina con il cane e l’aquilone / insiste a salutare”. In Mia Lecomte ogni sentimento è espresso in chiaroscuro, con delicati accenni a qualcosa che, nell’intimità, possiamo immaginare o supporre – fiaba, addio, terrore, fughe. La parola superba che eccede è estranea a questa poetica, che utilizza il lessico con tale pudore da aprire zone d’ombra insospettate anche in mezzo ai semplici riflessi della luce quotidiana. Le lettere da dove, scritte o solo sognate, sono gli strumenti per tessere un affettuoso contrappunto fra dolente distanza e lieta vicinanza: «faccio la guardia / a ciò che non è mai / il centro dove veglio / qui è un faro / scandisce dentro al buio / metricamente / tengo lontane le altre luci».
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Mia Lecomte (Milano, 1966) è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Sei raccolte poetiche pubblicate in Italia, le sue poesie tradotte in diverse lingue sono uscite all’estero in volumi monografici, antologici e riviste. È autrice di narrativa e di libri per l’infanzia. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, a cui ha dedicato saggi e antologie. È ideatrice e membro della Compagnia delle poete e nel 2017, con studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato a Parigi l’agenzia letteraria transnazionale
hai ragione, avrei dovuto scriverti prima. L’età della ferita mi ha colpito quando lo lessi e la rilettura di ieri ha confermato quanto pensavo del libro. Non è un dialogo con Kafka; è una evocazione di ciò che appariva allo stesso Kafka prima ineludibile e, in subordine, incomprensibile. È come se l’enigma, l’incubo o la quotidianità straniata di Kafka fossero tutte segnature di un mondo ben più reale di quello che genericamente si considera tale. La cosiddetta realtà è una psicosi infera che col tempo diventa sempre meno significativa; la sua semantica alla fine si scopre vuota. Nei racconti di Kafka l’’autentica realtà accade su un piano differente; riguarda una specie di esegesi di un enigma inafferrabile ma – è questa la grandezza di Kafka – in piena superficie.
È insomma inafferrabile in una forma peculiare: non è né la profondità del redde in te ipsum né l’abisso scandagliato con furia romantica o suicidaria, ma semmai la cosa in sé di Kant. Ciò che percepiamo – a rigore: ciò a cui siamo esposti – è solo la cosa in sé sempre travestita dal fenomeno: questa è la sua maledizione, o kafkianamente la sua angoscia. Senza la cosa in sé il fenomeno non sarebbe nemmeno apparenza, sarebbe nulla prelogico e antepredicativo (che ad esempio Calasso, attraverso l’Oriente, accosta a Kafka: idea magnifica, ma difficile da suffragare; il nulla di Kafka è sempre il cabalistico Ayin, difficilmente riconducibile all’epica violenta del nulla vedico).
Il paradosso di Kafka forse è questo: se siamo esposti solo alla cosa in sé, è impossibile sbagliarsi sul fenomeno: l’angelo che si intravede nella stanza si rivela poi un angelo di legno e – contrariamente a quello che si penserebbe – entrambi sono messaggi della cosa in sé: è solo questione di esegesi. I personaggi di Kafka sono questa esegesi.
Fausto Melotti, L’angelo necessario
Ecco perché nel tuo libro la voce narrante diventa non commento a Kafka, ma un suo personaggio che, insieme agli altri, è un’esegesi disperata dell’enigma.
*I testi sono tratti da: Gabriele Gabbia, L’arresto, prefazione di Giancarlo Pontiggia, postfazione di Flavio Ermini, L’arcolaio, 2020. La foto, in copertina, è di Alessandro Gabbia.
**
IO SARÒ VOI
Io sarò voi —
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.
**
BISBÍGLI
(…)
Poi v’è quel modo
di star dentro alle cose
– di starvi poggiato,
fra valichi e case –;
bisbígli luci salmodíe afflati,
tenui raschiano
un freddo.
**
UNA VOLTA SOLA
Talvolta t’atterra ’l corpo addosso
ed è ’l cupo gorgóglio d’un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti… — tra stormi. ’l corpo –
’n ceppo – s’allontana da lo sguardo
– suo epicentro, suo traguardo – nel
candore stridulo de le cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la
voce s’ascolta una volta sola, mentre
tutto non torna – è diverso –: riprincipia.
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La lezione di Ernst Meister («…Si serra / a me e a te la fine…») innerva la poesia di Gabriele Gabbia, in questo libro petroso ed ellittico incorniciato dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia e dalla postfazione di Flavio Ermini. Il lettore può usare, come guida alla lettura, il verso di Mario Benedetti, una delle tre epigrafi al libro: «…che tutto sia per la fine». Ma questa realtà “per la fine” è articolata da Gabriele Gabbia attraverso poesie filosofiche fissate in soprassalti psichici che evocano i sursauts beckettiani. Il poeta si ausculta al limite di un tacere assoluto, di un naufragio senza ritorno. «Dal suo tentativo, l’equilibrio / non perde l’abisso / cui è attratto; rattratto / eccede — aggetta, si muove / alla luce dell’ombra, ove / precipuamente si centra: librato». Come l’equilibrio non perde l’abisso, è vero anche il contrario: che l’abisso esige la sua misura, la vertigine del maelström — il suo naturale punto di quiete. «La parola che scardina / e rimuove redime» è un “segreto” manifesto di poetica.
Scrive Pontiggia: «Un canto segnato fin dalla poesia liminare come scoperta della “tragicità del vero”». Gli fa eco Ermini: «La legge della grande esistenza – propria degli antichi viventi – è tragica, arreca l’arresto, ma un arresto in cui finalmente si compie il senso della vita». Gabbia si esprime trattenendo la voce, togliendo enfasi a ogni logica poetica, realizzando un libro laconico e prismatico che irradia un’angoscia spoglia di echi biografici ma vibrante di vacillamenti cioraniani. Tutto si è già compiuto e ai superstiti non resta che fare arpeggi fra le rovine. Questi “arpeggi” sono “l’arresto” dal quale, nel buio, con voce fioca, il poeta riprincipia a parlare. (M.E.)
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Gabriele Gabbia (Brescia, 1981) ha pubblicato due sillogi di liriche: La terra franata dei nomi nel 2011 e L’arresto nel 2020 — entrambe edite da L’arcolaio.