POETOPOS. Andrea Balzola

Andrea Balzola, POETÒPOS Diario di viaggio poetico e fotografico, Scalpendi, 2024.

Fotografie di Barbara Baiocchi, Andrea Balzola, Maria Teresa Carbone, Jean-Claude Chincheré, Matteo Fanelli, Lea Gyarmati, Roberto Goffi, Lorenzo Mascherpa, Paola Mongelli, Enzo Obiso, Gabriella Peyrot, Renato Sala

Nota dell’autore

72 poesie inedite, scritte tra il 1977 e il 2022. 45 anni di attraversamenti, di nomadismo tra luoghi e parole. Un diario di viaggio, che ho sempre tenuto su piccoli taccuini, scritto a mano, spesso insieme a disegni e qualche rara fotografia. Per me stesso. Una poesia narrante, compagna costante del viandante. Percorsi emotivi intimi s’intrecciano con sentieri geografici, tracce mitologiche e letterarie si mescolano a frammenti di cronaca di un tempo vissuto e collettivamente condiviso…La poesia resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive. Anche se nell’attualità opaca è il genere di scrittura meno venduto, letto, ricercato e celebrato, resta insostituibile la sua forza simbolica (“ciò che permane lo fondano i poeti” scriveva Hölderlin, nella triade dei miei poeti preferiti insieme a Campana e Rilke). Una forza simbolica che sorpassa lo stesso scrivente attingendo all’archetipo. Noi apparteniamo a certe immagini poetiche più di quanto esse ci appartengano. Ho chiesto ad alcuni amici fotografi/e che hanno letto e amato questi versi, di associare le loro immagini degli stessi luoghi alle mie parole. Non in modo descrittivo o illustrativo, ma con la libertà artistica necessaria. Ho sempre cercato il dialogo tra parola e immagine, e quindi penso che il diario di viaggio sia arricchito da questo connubio, che può essere risonanza, confronto o contrasto.

POESIE

BARCELLONA 1977

Mio padre aveva detto

non andremo in Spagna

finché ci sarà la dittatura franchista

finché il caudillo sanguinario

non sarà sepolto dalla storia

così fu un evento storico per noi

soltanto poter partire

viaggiammo come zingari

su un camper estafette

pionieri di una nuova frontiera

per quel sogno adolescente

avevo studiato lo spagnolo

Incontrammo pescatori

che ci offrivano il loro pesce

ancora prigioniero

delle reti monaci agricoltori

che ci guidavano nell’eden

del Monastero de Pedra

conficcato nel deserto brullo

dove Don Quijote aveva combattuto

i mulini a vento

guardammo in faccia i mostri

generati dalla notte della ragione

al museo senza tempo di Goya

mangiammo cibi piccanti

nelle vie colorate di Zaragoza

sentimmo chitarre gitane

tra gli arabeschi di Granada

e i cortili soavi di Siviglia

Soprattutto ci innamorammo di Barcellona

dove si cenava soltanto

quando la luna era alta

dove ci si mescolava nel fiume umano

che scorreva sulla Rambla

dove si cercava l’ombra

delle guglie del Barrio Gotico

dove la follia giocosa di Gaudì

aveva trasformato le case in personaggi

e la cattedrale in un’astronave

dove la navi in porto

suonavano frammenti di tango

dove alcuni conoscevano

l’arte di vivere

e altri quella di non morire

dove Picasso aveva imparato a disegnare

e poi lo aveva dimenticato

per far vedere le altre facce dell’umano

quelle non simmetriche

Soprattutto a Barcellona

fummo travolti da una folla infinita

coi colori a strisce verticali gialle e rosse

con le bandiere della Catalogna

libere di uscire a colorare le strade

per la prima volta

dai tempi in cui assassinarono Garcia Lorca

perché omosessuale, poeta e socialista

e nel suo nome portava scritto Corazόn

dai tempi in cui assassinarono la poesia

dai tempi della lunga agonia dei tori sacrificali

dai tempi in cui Orwell

ricordava a memoria le Esequie alla Catalogna

mitragliata dalla più folle guerra fratricida

E il suono di quella lingua antica

per noi incomprensibile

ma simile al genovese

perciò misteriosamente familiare

improvvisamente

esplodeva in eruzioni di gioia

urlava con una voce sola

un milione di voci

scaturite dal mutismo barbarico

come lo zampillo di una sorgente neonata

imparare di nuovo a parlare la propria lingua

come la prima volta

imparare di nuovo a camminare

eretti come la prima volta

imparare di nuovo a essere un popolo

Chi se ne importa della Catalogna

o dei Paesi Baschi

avrebbe detto qualsiasi turista

andiamo piuttosto alla corrida

Ma una qualsiasi terra ferita

che sanguina fino all’oblio

e in esso si rapprende

e poi si scioglie ancora

nel suono dell’identità ritrovata

è un miracolo

più miracoloso del sangue di S.Gennaro

che torna liquido

E trovarsi in mezzo per volontà e per caso

a quel miracolo

ovunque si manifesti

è qualcosa che ha reso

un adolescente

uomo

Barcellona (foto Maria Teresa Carbone)

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DIANO MARINA 1991

A Diano ci andai da bambino

ci tornai adulto

per un sogno

A Diano liberai nel mare

le mie tartarughe

commosso a vederle nuotare

per la prima volta

senza confini

e senza barriere

forse lì compresi

aldilà di ogni specie

il significato della libertà

A Diano

passai estati

eccitanti e strane

a giocare

con compagni immaginari

con un cane dolce

o con bizzarri amici

degli adulti

sulla spiaggia e sulle colline

a guardare il mare

più che toccarlo

a cercar conchiglie e vetrini

più che incontrar bambini

A Diano tornai ancora

solo per un amore

esagerato e clandestino

inanellato

di fugaci istanti rubati al tempo

al buon senso

e alle convenzioni

Sulla spiaggia in mezzo alla gente

del tutto indifferente

seduti e intrecciati

su una sdraio

come un re e una regina

su un trono gaio

sfidando

e vincendo

per un momento soltanto

gli enigmi del sentimento

Diano Marina, 1991 (foto Paola Mongelli)

Diano Marina (foto Paola Mongelli)

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Diario di bordo

Caro Andrea,

nella tua raccolta Poetopos. Diario di viaggio poetico e fotografico artisti diversi commentano i tuoi versi fotografando proprio i luoghi dove tu le hai scritte in “quarant’anni di attraversamenti, di nomadismo fra luoghi e parole”. Singolare suggestione, che non dà spazio alla bellezza isolata dell’immagine ma crea, fra scene e parole, un flusso continuo e complesso di amicizie e di corrispondenze, dove il viaggio inizia e reinizia, senza trovare mai una fine, e dove tutti i luoghi finiscono per assomigliarsi, come se versi e immagini fossero scie di un unico luogo la cui bellezza viene attraversata e riattraversata. Non si termina mai di essere wanderer, viaggiatori senza una meta definita, flâneurs di una bellezza sempre da cogliere e che è sempre in fuga. Tu sei un artista della scrittura e della visione, e quindi ancora più evidenti sono le affinità e le analogie con le immagini che scorrono in queste pagine, non a commentare o a completare i testi ma a inventare un nuovo alone seduttivo, una rifrazione felice. Autore e artisti sono avvolti in una loro enigmatica rêverie, si trovano e si ritrovano esplorando le inquietudini dell’identità e del desiderio. Il fascino di tutte le immagini è nella loro natura non di perfezione raggiunta ma di imperfezione pulsante. Scrive Yves Bonnefoy: “Guarda, tu dirai, questa pietra: / reca in sé la presenza della morte. / Luce segreta è lei che arde i nostri gesti, / Così camminiamo rischiarati”. Chi osserva queste fotografie cammina “rischiarato”, dopo avere traversato qualcosa che ignora, ma la cui memoria è proprio quel sasso oscuro, dove la morte è presente, Ma da quell’ineliminabile presenza le foto partono per ritrovare delicate figure, lievi fantasmi, suggestive metamorfosi, che sospingono parole e immagini in una nuova scia. La fotografia è scrittura della luce e dell’ombra, invenzione di alfabeti diversi, di segni nuovi. E la poesia, come tu stesso scrivi: «resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive». Mi ha colpito, ad esempio, questa descrizione poetica di Mont S. Michel: “…ma è un deserto benevolo / perché ogni volta / chiama il mare / e lui ogni volta / risponde / arriva / lento / e gentile / accarezza i piedi / prima di salire / uomini e animali / hanno il tempo / di andare / o di diventare pesci”. Una pagina come questa non è un oggetto poetico concluso ma un appunto tracciato a margine, con la mano sinistra: una stenografia della pulsazione emotiva che, in questo caso, dialoga con le foto di Paola Mongelli. Come, per altri versi e in altri luoghi, dialogano le fotografie degli altri artisti da te convocati per questo libro collettivo: Baiocchi, Chincheré, Fanelli, Gyarmati, Goffi, Mascherpa, Obiso, Peyrot, Sala. Tutto, in questo libro appena nato, è testimonianza di erranze antiche e recenti nell’intreccio di foto e parole: diario di bordo che si esprime oggi in questa forma compiuta ma che continua a pulsare, ininterrotto, nello spirito nomadico che ti è proprio. Mi soffermo sulla poesia Rovaniemi, 1983: “…entrammo in un mondo instabile / con le geometrie nette / dell’architettura / smentite dai percorsi vaghi / caotici e ondeggianti / dei passeggeri umani erranti / su questo pianeta / sempre in movimento / ma che non va da nessuna parte”. La poesia racconta di come la geometria stabilita e prevedibile cede al percorso instabile e caotico, senza una meta. Forse proprio qui sta il segreto di questo tuo progetto libero e fluido, che unisce poesia e fotografie in una scrittura di parole e di visioni che è anche la promessa di erranze e corrispondenze future. Poetòpos è uno “sciame di storie” che sembrano accadere nello stesso attimo (“so ora / che la natura della mente / è la gioia dello spazio”), storie dove fantasia, mitopoiesi, pensiero, convivono con la leggerezza dell’adolescenza e la malinconia dell’età adulta (“Oltre la trincea di pietra / dell’ebraico cimitero / ho visto facce scolpite / di pelle vera”), storie dove il bisogno odisseico di varcare i confini supera la certezza di un dire indelebile e conclusivo. Ogni artista è infatti “costruttore di miraggi di pietra e sangue / con un’audace architettura”.

Marco Ercolani, Genova, aprile 2021

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Andrea Balzola

Nasce a Torino nel 1961. Drammaturgo, autore multimediale e studioso di arti e media, docente nelle Accademie di Belle Arti di Carrara, Brera e Torino. In ambito poetico ha pubblicato la trilogia poetico-visiva (poesie illustrate con disegni e incisioni di Francesco Franco): Disgregazione, Torino 1988; Zero, Pesaro 1992; Nostra Dormiente, Mondovì, 1997. Suoi versi sono presenti nelle antologie: “Onde”, Torino 1984. “L’addomesticamento del bue” (a cura d Berenice D’Este), Salerno 1991. “Poesia in azione”, (a cura di Adam Vaccaro e Giacomo Guidetti), Milano 2001. “Andrea Granchi, Quaderni Artistici Galleria Armanti”, Varese 2004. “Monte Analogo” (poesie dalle raccolte “Miraggi” e “Passaggi”), anno II, n.3, 2005. “Antologia della poesia erotica contemporanea”, Roma, 2006. “Azzurramente” (videopoesia con regia e voce di Beatrice Schiaffino), 2020.

http://www.andreabalzola.it

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