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Il duende non sta nella gola; il duende monta dentro, dalla pianta dei piedi. Vale a dire, non è questione di capacità ma di autentico stile vivo; vale a dire, di sangue; di antichissima cultura e, contemporaneamente, di creazione in atto…
Il duende dii cui parlo, oscuro e trepidante, è un discendente di quell’allegrissimo demone di Socrate, marmo e sale, che lo graffiò indignato il giorno in cui bevve la cicuta, e dall’altro il malinconico diavoletto di Cartesio, piccolo come una mandorla verde, il quale, stufo di cerchi e di linee, andava sui canali per sentire i grandi marinai indistinti. Ogni uomo, ogni artista, si chiami Nietzsche o Cèzanne, sale ogni gradino della torre della sua perfezione al prezzo della lotta che sostiene con il proprio duende, non con il proprio angelo, come è stato detto, né con la propria musa. È necessario fare questa distinzione, fondamentale per la radice dell’opera….
Per cercare il duende non c’è mappa né esercizio. Si sa solo che brucia il sangue come un tropico di vetri, che estenua e respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili e si appoggia al dolore umano inconsolabile, che spinge Goya, maestro dei grigi, degli argenti e dei rosa della miglior pittura inglese, a dipingere con ginocchia e pugni, con orribili neri bitume… L’arrivo del duende presuppone sempre un cambiamento radicale di tutte le forme. Ai vecchi schemi dà sensazioni di freschezza completamente nuove, con una qualità di cosa appena creata, di miracolo, che arriva a generare un entusiasmo quasi religioso. È un folletto, una voce nuova, un vento mentale: i toreri, i ballerini di flamenco, e chi altro? Ognuno può affibbiare il duende a chi preferisce, ma tenendo conto che non si tratta né di pensosità né di dedizione né di intelligenza, e nemmeno di studio. È qualcosa con cui si nasce e che poi cresce, si nutre di conflitto. Brahms non lo possedeva, Bach sì, Nietzsche, Cézanne, Rimbaud. E chissà quanti altri, sconosciuti o famosissimi, di certo mai soddisfatti, mai paghi, mai quieti, lottano ogni giorno con il proprio duende. In poco più di cinquanta pagine potrete capire di cosa parliamo quando parliamo di qualcosa di inspiegabile, e di irresistibile. Grazie al poeta, che sa trovare le parole anche per quel che parole non ha…
Signore e signori, ho costruito tre archi, e con mano impacciata vi ho collocato la musa, l’angelo e il duende. La musica rimane immobile; può avere la tunica a piccole pieghe o gli occhi di mucca che guardano a Pompei, o il nasone a quattro facce con cui l’ha dipinta il suo grande amico Picasso. L’angelo può scuotere i capelli di Antonello da Messina, la tunica di Lippi, e il violino di Masolino o di Rousseau.
Il duende… Dov’è il duende? Dall’arco vuoto entra un vento mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, in cerca di nuovi paesaggi e di accenti ignorati: un vento che odora di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa, e annuncia il costante battesimo delle cose appena create.
*Il testo è tratto da: Federico Garcia Lorca, Gioco e teoria del duende, Adelphi, Milano 2007.
