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20 giugno 1941
Oggi ho trascorso una parte della mattina e del pomeriggio in Biblioteca. Letto il IV Canto del Purgatorio con estremo piacere. Finalmente, eccoci nel dominio del vero, lungi dall’orrida illusione di cui i giornali ci ammanniscono un quadro così minuzioso! È la fede, una fede irresistibile che dona alla parola del grande Italiano questa stupefacente densità. In quest’immenso poema dalle pareti solide come le pareti d’una basilica romana, non una fessura attraverso la quale il dubbio possa scivolare. Nell’episodio di Belacqua c’è un verso in cui vedo una risposta a una domanda che spesso mi sono posta. Belacqua chiede che preghino per lui le anime in stato di grazia. Quanto alla preghiera delle anime in stato di peccato mortale… L’altra che val, che in ciel non è udita?
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23 giugno 1941
VI Canto del Purgatorio. Si vede tutto quanto dice questo uomo, ogni verso colpisce e fa sostare. L’economia delle parole è così grande che sarebbe impossibile togliere un nulla, ma in questa brevità c’è una pienezza che stupisce. Certe parole ossessionano la memoria come il grido di Pia: Ricòrdati di me, che son la Pia…etc. Si procede nel mondo terrificante della realtà, là dove cessa Maia, dove cessa l’illusione dei sensi, dove svanisce lo scenario della vita che nasconde il vero; ma in questa sorta di paesaggio spirituale dove noi ci muoviamo, le anime ci vengono presentate in tal maniera che uno le vede, come se, avendoci l’autore prestato i suoi occhi, noi vedessimo a nostra volta nell’invisibile. Se si potesse parlare in tal modo senza sragionare, si direbbe quasi che in queste pagine lo spirituale diventa concreto.
**Julien Green, Diario 1940-1943, traduzione di Libero De Libero, Mondadori, Milano 1949
