Ci sono stati “registi-ombra” nella storia del cinema, maestri misconosciuti che rappresentano almeno in parte la sostanza stessa del cinema americano degli anni Quaranta-Cinquanta. Maxwell Shane (1905-1983) ha diretto alcuni noir di serie B e telefilm di diverse serie televisive. Ma è stato anche il regista non riconosciuto di alcune inquadrature di celebri film. Lo stesso Don Siegel, più famoso di lui, ha svelato come molte delle scene di Casablanca siano state montate non da Michael Curtiz ma da Siegel stesso. Questi tardi ricordi di Shane (1972), rendono involontario omaggio agli autori minori e talvolta anonimi che, pur costruendo scene memorabili in film celebri, sono stati omessi dalla storia ufficiale del cinema.
Regista di città
Sul set solo i vecchi mi salutano. Lo fanno senza malizia. Ciao, regista di città, dicono. E ridono. Ma è così facile dire cose imprecise sul mio conto. Il mio nome non dice niente a nessuno: Maxwell Shane. Ho girato due lungometraggi su soggetto di Woolrich, ma non li ricorda nessuno. Mi sono servito del cinema perché mi piaceva usare suoni e immagini in movimento. Ho amato le città, dove si muovono corpi in fuga, schiene curve, abiti scuri. Non i paesaggi o le piazze riconoscibili ma quegli scorci notturni, tagliati seccamente dall’obiettivo, che trasformano un luogo familiare in un angolo d’incubo. Può essere Memphis come Lisbona. A me non interessa la verosimiglianza: a me preme la verità.
Vago per i set di film che non mi appartengono più. I vecchi hanno questa fortuna: che non c’è più nulla di loro, in questo mondo, e così possono prendere congedo senza rimpianti. Regista di città? Forse. Ma le mie città. Quegli angoli, fra ombra e luce, dove un uomo può braccare una donna e un killer snidare la preda. Ho sempre creduto, fotografando attentamente un volto, che niente come il cinema potesse rendere in modo letterale la paura di un essere umano. Io, un paio di volte, sono riuscito a rappresentarla. I grandi registi di città e di ombre sono anche grandi registi di volti. Non devo dirlo proprio io, che conto meno di nulla, ma Anthony Mann, quando riprende la faccia di Raymond Burr in Morirai a mezzanotte! Non c’è director europeo che potrebbe stargli a pari. La faccia umana è molto più intensa di un dedalo di strade. Non importa che il film sia realistico o fantastico. Confluisce in quella scena: ecco tutto. Se togliamo il resto, che poi sarà solo dimenticato, risparmiamo tempo. Lo spettatore ricorda ciò che deve ricordare. Ma i produttori non hanno mai amato i miei discorsi. Per loro, gli idioti delle sale hanno solo bisogno di personaggi e di trame. E allora, tanto peggio!
Sono stato un regista di seconda unità, un factotum del set. I miei detrattori dicono che non ho mai girato un film di fiction. Lo fanno per denigrarmi ma hanno ragione. Le mie città non erano luoghi turistici ma scene isolate: una strada, una chiesa, un fruscìo, l’ombra di un uomo, la sparatoria, il delitto. Mi è capitato una volta di tenere la mdp ferma per cinque minuti in un vicolo. Riprendevo uomini e donne che uscivano da una festa. I produttori mi costrinsero a tagliare la scena: era troppo crudele, dicevano. Io risi di cuore. Persino quando non facevo niente ero scomodo!
Nonostante tutto, ho vissuto dentro la grande macchina del cinema per venticinque anni. Mi sono adeguato, cosa potevo fare? Ero al servizio di tutti, per le scene di atmosfera noir. A mio nome ho girato cosucce brevi utilizzando set preesistenti: città di cartone, villaggi con sabbia falsa, pezzi di legno che diventavano paesi western. Se avevo bisogno di soldi, vendevo le mie scene a qualche regista famoso perché le mettesse in qualche suo film. Sapete, il touch d’autore! Le ombre non sono mai troppo diverse dalle ombre.
Sono stato un mestierante. Ma i miei brevi filmetti mi appassionano ancora. Sono buoni esercizi. In uno di questi ho anticipato lo smisurato movimento di gru di Welles, in Touch of evil, spendendo una sciocchezza. Altre scene le ho usate come fondi per uno spot. Altre per qualche videoclip, ma in bianco e nero, con la solita scala scura e delle prospettive d’incubo. Quando avevano bisogno di scorci di città gotiche, di fondali espressionisti, di un’ombra insidiosa sulla pelle, si servivano di me. Non figuravo, naturalmente, nei titoli di scena. Ricordo che Ida Lupino, gentilissima, mi chiese se la potevo aiutare nei suoi primi film. Lo feci volentieri. Era una donna bella e intelligente. E poi, non aveva niente da imparare.
Adesso che sono vecchio, mi accorgo di non avere quasi mai vissuto in una città vera. Di solito, affittavo una stanza d’albergo vicino al set e passavo le mie ore di riposo tra quattro mura, non a sfogliare le sceneggiature, che non mi interessavano, ma a cercare le inquadrature giuste. Adesso che il computer ha reso inutili i miei virtuosismi, non so che fare di me. La macchina da presa è un fossile buono per gli album di famiglia. Antoni Gaudì dormiva dentro la sua Sagrada familia. Non lasciava mai il suo capolavoro, né di giorno né di notte. Ma quello era il suo capolavoro. Io non ho né opere né capolavori. Non mi resta che chiedere ospitalità ora in un set ora in un altro: sono tutti uguali e tutti diversi. Fino a notte alta mi sdraio nella sedia di cuoio di qualche ufficio o dormo in un letto improvvisato. Al mattino, faccio colazione con gli attrezzisti e i gruisti, parlo di Billy Wilder. «Uomini che si fingono donne, bare che nascondono liquori, registi che fanno i maggiordomi. Tutti nascondigli, tutti segreti. Quel figlio di puttana scrive dei film comici e fa delle tragedie». Parlo e parlo, ma tutti mi guardano come se farneticassi.
Ormai non giro più niente. A cosa servirebbe? Mi diverto a fare modellini – una piazza, una scala, un ponte – che poi distruggo meticolosamente. Mi chiamo Maxwell. Maxwell Shane. Magari qualche giovane studioso che scrive la sua tesi sul film noir, vorrà visionare certe celebri scene. Senza saperlo, analizzerà anche la mia arte. Sono io ad aver girato le scene più drammatiche della storia del cinema. Io, il direttore di seconda unità. Il servo dei registi, il re dei dettagli. Io ad avere commosso tanti spettatori in tante sale buie. Ma sono morti gli spettatori, sono state smantellate le sale. Ricordare, in questi casi, è tanto stupido quanto superfluo. Mi viene in mente quel film, Io camminavo nella notte, quando Richard Basehart, assassino dalla faccia anonima, viene ucciso dalla polizia e crolla giù, cadavere come tanti, nel selciato piovoso. Io, che sopravvivo con ridicola disinvoltura, sono da anni quel morto.
Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QED Edizioni, Verona-Bolzano 2010.

