
Anselm Kiefer
**
Non si sa perché né per cosa resista, trascorrono ere d’attesa. A quaranta non si ricomincia daccapo. Si raccoglie ciò che si è seminato. A venti puoi anche seminare delirio. A trenta devi iniziare a strutturarlo. A quasi quaranta se non hai seminato nulla di buono puoi solo sparire. Sparire è più dignitoso, e ha più senso che lottare. Può lottare contro un potere solo chi ne possieda un altro, chi non ne ha può solo sparire, è più dignitoso.
*
Alejandra Pizarnik, ti sto pensando. Ti sto pensando adesso dalle profondità telluriche del dopomorte. Il mio amico Giorgio dice che sono un’Alejandra che ce l’ha fatta. Ma non è vero, Alejandra, sono una tua vestale. Vivo nel sinthómo: il regno dell’oltretomba, da cui sento la tua voce chiamarmi. Sento piombare addosso il richiamo del suicidio. La furia ancestrale di tornare. Sono davvero pazza, allora? Sono il deserto. La furia. Ma voglio tornare, Alejandra, voglio tornare a casa, non scegliere le strade più impervie, non essere apostrofata storpia e schizofrenica. Tornare. Tornare. È solo delirio? Ciò che scrivo è solo delirio? Mi sento invece così vicina a te, che hai ceduto alle orme del vento in te, ombra della tua ombra. Come s’individua l’umano? Il dottor D. dice che bisogna scegliere.
*
Ho avuto a un certo punto la certezza che la letteratura fosse il luogo della morte, della conoscenza sterile, del disamore. Questo ossessionarmi su Proust quando avrei dovuto cercare un lavoro vero e tentare una vita normale, che non avrò mai. Ho apprezzato i libri scritti con amore cosmico e senza ego. L’ego di ciascuno si sconta sull’altro. E, infine, si abbatte violentissimo sull’ultimo della catena alimentare. La letteratura è stata per me il luogo del supplizio e della morte, della violenza, della frattura. Perché dovrei amare un ergastolano che decide di rastrellarmi i sogni uno per uno fino a estinguerli?
*
Si dice che la morte sia quel canto verticale nella luce che spartisce il mondo, o che lo unisce al proibito, alla vastità illimitata. Si dice che l’invidia sia un guardarsi nel futuro. Provare il desiderio e la colpa, non poter accedere alla propria stessa immagine riflessa nell’altro. Si dice che se stessi non esista in quanto ego, che sia recisa la radice, come in alto così in basso, sperduti nell’universo, ritrovati negli infiniti eguali, porzioni di pianeti gemellari, curvatura spazio temporale, per cui c’è un altro te stesso che non ha il tuo destino, è lo stesso ma è diverso, a lui spetterà il ruolo che ti viene negato. Si dice che guardando a lungo gli occhi di chi odi tu possa rivedere la sostanza prima del tuo irraggiungibile io, e che il cuore non debba smettere di palpitare, che dal sentire tutto si dirami geometricamente e senza anticipazioni. Dove sei, anima? In quale di quei pianeti gemelli hai riposto le interiora? Dove giace il frutto del desiderio? In quale altro giardino sbocceranno queste rose? Voglio dimenticarmi di me, superare il punto di rottura, e non mi è data la chiave. Voglio poter amare come prima dell’invasione. Vorrei – senza scudi – la vita tutta incontro, la sento allontanarsi un granello per volta. Eppure, a lungo dovrò specchiarmi in questi occhi che sento estranei, e dovrò implorarli di piangere per ricordare l’origine del desiderio. Ho avuto a un certo punto la certezza che la letteratura fosse il luogo della morte, della conoscenza sterile, del disamore. Questo ossessionarmi su Proust quando avrei dovuto cercare un lavoro vero e tentare una vita normale, che non avrò mai. Ho apprezzato i libri scritti con amore cosmico e senza ego. L’ego di ciascuno si sconta sull’altro. E, infine, si abbatte violentissimo sull’ultimo della catena alimentare. La letteratura è stata per me il luogo del supplizio e della morte, della violenza, della frattura. Perché dovrei amare un ergastolano che decide di rastrellarmi i sogni uno per uno fino a estinguerli?
*
Il castello di Corigliano d’Otranto è un intarsio di figure urlanti, santi e demoni, monaci, visioni. Certi luoghi parlano con tutte le loro voci, soprattutto con ciò che non trovi scritto da nessuna parte: ciò che non può essere documentato, e attiene al regno dell’immaginario o dell’intuizione pura. Oggi dicevo a un’amica che esistono periodi di blocco, ma sento che sono molto utili, e non sono solo brutti momenti o momenti in cui non hai la giusta energia, e lei – una delle poche persone che riescano a comprendermi prima che io abbia spiegato – ha risposto: Quei blocchi sono necessari perché se non ci fossero ripeteresti gli stessi errori. Vivo sempre in questi due estremi: una forma di creatività potente che mi permette di finire un’opera in pochissimo tempo, e lunghi periodi di blocco, dove mi sembra di girare a vuoto, ma non è un girare a vuoto, è un mutamento profondo, significa essere vivi. Siamo vivi quando non accettiamo di ripetere sempre lo stesso giro per l’ennesima volta, e siamo vivi quando comprendiamo dove s’inceppi il meccanismo, e andiamo avanti. Qualcuno lo perderemo lungo il percorso, perché molte persone si sono abituate a una certa idea di noi, e invece quell’idea non è la realtà, non esiste nulla di scontato. La vita si sconta vivendo, e non esiste una didascalia che spieghi il funzionamento di ogni singola persona, occorre scoprirlo lungo il tragitto, spesso ci paralizziamo quando sappiamo che rivivremo le stesse cose, che gli altri ci volteranno le spalle allo stesso modo, e allora non sappiamo o non possiamo procedere. A volte è necessario spostare lo sguardo, scavalcare la situazione inceppata e andare altrove. Ciò che scopro di me spesso lo consegno agli altri, forse sarà utile a qualcuno, penso, ma non a tutti. Qualcuno ti odia quando gli mostri cosa c’è sul fondo del pozzo, in special modo se è un luogo cui si attinge senza saperlo e senza accettarlo. Chi non accetta se stesso odia chiunque gli mostri ciò che non vuol vedere. Certi luoghi parlano più delle didascalie, e certi non detti sono più importanti delle parole.
*
Proseguiamo. Le tre di notte è un’ora ancora più ardua delle due di notte, le tre di notte è l’ora dei depressi, del rovesciare, e di Lucifero. Perché se ti svegli alle tre di notte non vedi l’alba, ma se non ti addormenti vedrai la stella del mattino. È l’attimo del dolore e del genio. Una specie di evocazione che non farò mai, eppure, mi sembra, di aver scritto il testo su Alejandra Pizarnik, alle tre di notte, le tre di ogni notte, per tre giorni. Trenta pagine in tre giorni. Il tre mi perseguita. Trecento, il massimo di copie vendute, tre sempre in una coppia che non riesce a essere una coppia. Le tre di notte è la mia ora. Tre siamo nella mia famiglia d’origine, dacché sono figlia unica. Da bambina mi dicevano scegli un numero, sceglievo sempre il tre.
*
Le ragioni sono rimaste nella sragione, arranchi per un sospiro, sentirti gettata o inutile, cercare di rovesciare ogni potere e rimanerne soggiogata, Michael Kohlhaas. Le ragioni sono sempre uguali, la mancanza d’attenzione, l’incuria per la vita, lo sbarramento, il disprezzo, l’io che si vuole io. La preghiera di uno sguardo. Le ragioni sono la coscienza. La sragione è la volontà. È con cattiva coscienza che rinunci alla volontà, non sei una santa, ti piacerebbe. Ciò che cambia è la risposta agli stessi dinieghi, la resistenza. In nessuna causa più credi, ma resistere viva è un dovere. Forse era questa la missione di cui parlava il maestro? Hai abbandonato anche lui. Aveva le tue ossa. Le hai riprese. Vuoi poter essere grata. Fuori dalla psicosi. Non dire io, ma toccare gli argini senza dissolverti.
*
Dirmi questa passività che è l’unica via. Anelare ha portato solo chiodi. Ora io esisto, e simultaneamente ne percepisco l’illusione. Non so cosa sia questo io che esiste. Il dolore – l’ho odiato, come le mie ossa – era il dono che disprezzavo disperdendolo nell’urlo. Cosa è rimasto? L’esperienza grande di non riconoscersi mi ha trascinato verso Simone Weil. Avrebbe potuto portarmi altrove. Finora mi aveva traguardato sotto una corda molto spessa, sbattendomi tra tutte le maschere del male: la magia degli estremi. E vedevo gli altri vagamente fuori fuoco, erano ombre o prove. L’illusione di aver creato questo marchingegno dei multipli. Il bieco berciare della mente. Alcuni mi chiedono cosa fai nella vita, così come quando lavoravo in un centro diurno di psichiatria mi domandavano se fossi un’operatrice o una paziente, e rispondevo una via di mezzo. Cosa faccio nella vita. Non lo so. Potrei rispondere riabilitazione. Mi riabilito a vivere. Oppure, la vera domanda dovrebbe mutarsi in cosa fai per la vita? Allora l’accettazione di qualunque ruolo, di qualunque posizione nella scala sociale sgorgherebbe spontanea. Non sono ancora arrivata a questa sfera. Sono sul piano inclinato, antecedente, mediano. Faccio quel che posso cercando di snodare la mente e denudarla, per silenziarla. Il silenzio. Forse tutto questo fluire della parola doveva condurmi al silenzio. Una scelta l’ho fatta quando non avevo coscienza. Una strada si è aperta. Altre simultaneamente si sono serrate. Per la vita. Per la morte. Van Gogh e Artaud – Il suicidato della società – le lettere di Van Gogh sono chiare e deformi come i suoi girasoli. Ho dismesso ogni pensiero perdendomi in Bruckner. Ho pianto. La brama devi farla a pezzi. Hai scelto. Accetterai ogni gradino, ogni piano, fino all’ultimo. Chi stabilisce le gerarchie?
*
Questa è la casa in cui mi rifugio dalla violenza del mondo. Oggi ho osato guardare un telegiornale. È una violenza costante. Mia madre guarda sei telegiornali al giorno. Dice che non voglio sapere cosa accada nel mondo, dice che bisogna essere informati, pronti, preparati, come fosse possibile poi essere preparati. No, non sono d’accordo. Credo come dose di violenza possa bastare un’ora al mese. Contestare, pure, cioè, cosa? In che modo? Con quale ardire e ardore? Il libro aperto sul leggio è la Divina Commedia che appartenne a mio nonno, e al mio bisnonno, con le illustrazioni di Gustave Doré. Esiste un punto di non ritorno, di non sopportazione, di saturazione. Raggiunto. Tanto che alla domanda perché questo dolore? oramai rispondo: Non esiste un perché. Questo è. Non voglio più fingere qualcosa che non è. Oggi così, a mani nude, questo è. Mi resta sempre l’idea weiliana che lottare per la vita sia lottare per la distruzione di qualcun altro, e quando non riesco più, nella resa, che è una morte, sento non possa esserci né distruzione né salvezza, e che io non possa salvare nessuno, a me è data solo l’estasi della parola, senza salvezza né dannazione. È qualcosa che diviene nel cuore, so che i poeti a un certo punto danno così tanto della loro vita, del loro corpo, della loro mente alla parola da finire stremati, spolpati vivi. Quando non resta più energia fanno ciò che è inevitabile. Io non so se sono un poeta, non affermo di esserlo per non dover lottare con chiunque si senta espropriato di tale nome e ruolo, vedo stormi di frustrati, a destra e a manca, che non vedono l’ora di ferirti nell’identità. Affermo la potenza di dire io, un io del singolo di Kierkegaard che non può essere compreso dalla comunità, che è in dialogo con l’assoluto, e in quel dialogo si gioca tutto.
