Frammento di lettera di W.G. Sebald (2001).
Quando sono in Corsica mi inoltro spesso in questo bosco, ma ora mi fermo perché devo precisarti alcuni concetti. Dici che la mia lingua ha una maestosa andatura della frase e una precisa chiarezza nei dettagli delle scene, ma vorrei che tu vedessi gli appunti preparatori delle poesie: sono torsi mutilati e imperfetti sui quali costruisco le sculture delle mie pagine, fari fluidi che nascondono oscuri frammenti. Nessun critico se ne è accorto, fino ad oggi, e questa è la mia inutile fortuna. Se Bach, per gli aborigeni australiani, è un’architettura selvaggia perché la loro musica è annidata nel calcio delle ossa, nel connettivo dei muscoli, nelle fibre della pelle, e non nei paradossi mentali del contrappunto; se è impossibile amare totalmente Bach perché la musica non è il corretto trionfo del divino ma una voce strozzata, un recitativo aspro, uno “staccato” impossibile, allora ha ragione quello strano e giovane ragazzo che interpreta Bach e che è morto così giovane nel 1980: Glenn Gould. Allora ha ragione, in Caffè Muller, Pina Bausch che, al suono della celestiale musica di Purcell, cammina dentro la stanza, torce le mani sul viso, sbatte contro i muri, si abbatte sul pavimento, con altre persone che vagano nella stessa stanza e cadono e spostano sedie, percosse da un incomprensibile dolore, con una donna che cerca di seppellire un’altra donna ma lei, schiaffeggiata da ostinate palate di terra, continua a danzare libera.
Io, che non danzo, possiedo una visione uniforme – un grande blocco scuro – e cerco occhi e voci che confermino questa oscurità e dicano “io” mettendo l’io a distanza. Non voglio la costruzione di una “salute trascendentale” ma l’edificarsi di una visione collettiva della nostra ombra a cui partecipino vivi e morti, senza distinzione. Io non “scrivo”, io “riordino”: il mio lavoro è quello del cucitore di pezze o dell’artigiano di mosaici. Voglio conquistare uno “stato leggero della mente”, ma è come se mi fosse impossibile, come se dovessi sempre, scrivendo, dissodare e togliere e non finissi mai di farlo, e la testa fosse sempre carica di questo lavoro buio. Scrivo perché, come cera, possano sciogliersi le gabbie del potente romanzo da fare ancora. Abbozzo finti romanzi, che volteggiano attorno a un tema minimo: il mio perenne viaggiare. Scrivo perché scaturisca il vento ma è un vento che non so quando soffierà e se io sarò presente al suo soffio. Fingo di essere solenne perché ho paura della Grande Inquietudine (nel manicomio della Salpetrière il “maestro dei pazzi” era simultaneamente vittima e guardiano).
Ma torniamo al mio viaggio nel bosco. Dopo ore e ore devo procedere a rilento. La vegetazione è selvaggia e non so come districarmi. In mente ho tutte le persone che camminarono nel bosco dove ora mi inoltro e che qui si persero; in mente ho favole e storie. Ma soprattutto una, una fra tutte. So che per quel bosco era passato, durante una delle sue vacanze estive, il pianista Leon Fleisher, quando credeva di avere perso per sempre le dita della mano destra. Sicuro di avere ormai una sola mano, aveva imparato con disperata pazienza tutto il repertorio per la mano sinistra. Chiese a molti musicisti di scrivere per lui: lo fecero Henze e Doppmann come, per Paul Wittgenstein, mutilato nella seconda guerra mondiale, scrissero Prokofiev e Ravel. Ma Wittgenstein era un tipo strano: nella sua famiglia si uccisero tre fratelli, Hans, Rudolf e Kurt (uno dei suoi fratelli era il tormentato filosofo Ludwig). Paul non eseguì mai il pezzo di Prokofiev perché non lo capiva. Era un uomo complesso, difficile, che brandiva il suo unico arto come un’arma. Ma Fleisher no: lui era luminoso, e lottava per il vigore della sua unica mano. Quando scoprì, dopo dieci anni, che poteva riutilizzare la mano destra, dopo faticose sedute di riabilitazione, ne fu sorpreso e stordito, indeciso se aggrapparsi alla fragile speranza o se restare nell’angoscia conosciuta. Decise di sperare e ritrovare la mano destra fu, per lui, meraviglioso. Quelle due dita distoniche, atrofiche, morte, che ritornano vive…
Anche adesso, che non cammina più per questo bosco dove vagò molti anni fa ed esegue con felice sicurezza il normale repertorio dei pianisti a due mani, non è certo che tutto questo sia vero. Pensa che il miracolo possa cessare da un momento all’altro. Che gli dèi, di nuovo, gli rubino le due dita. Ma per ora non succede e li ringrazia. Li ringrazia ogni giorno, Leon Fleisher, ringrazia il suo dolore, giorno dopo giorno, anche perché il paradosso della vita gli ha donato un lieto fine (e lui è ancora vivo per raccontarlo). Oggi suona con lo stupore di un bambino nei festival europei, inebriato dalla luce dei lampadari e dagli applausi degli spettatori. Ma soprattutto, grazie alla sua disgrazia, compositori importanti hanno arricchito la letteratura pianistica di opere originali, che non sarebbero mai esistite senza la sua malattia. Oggi, chi suona solo con la mano sinistra è meno solo. Come sono meno solo io, che traverso i boschi dove lui si è addentrato negli anni in cui il dolore di essere un pianista a metà lo faceva gridare fra roveri e querce e vedere le rocce della Corsica per come sono: immensi crani in bilico sul crepaccio del mare.

