Una poesia dopo Auschwitz – Le parti rosse. Autobiografia di un processo di Maggie Nelson

“Abbiamo ogni motivo di credere che il caso stia procedendo rapidamente verso una soluzione”. Queste le parole pronunciate da un investigatore della polizia di Stato del Michigan durante una telefonata a mia madre, un pomeriggio di inizio novembre del 2004. Dopo aver riagganciato con l’investigatore, mia madre ha chiamato e ripetuto il messaggio. (Le parti rosse, M. Nelson, Nottetempo, Milano, 2026)
In Pathemata, Maggie Nelson raccontava un dolore orofacciale cronico trasformandolo in indagine filosofica e politica. Il memoir (come ne Le parti rosse) si intersecava al saggio. La sofferenza protagonista era un’esperienza che incrinava l’identità, il linguaggio, colpendo la bocca, colpendo la parola. Nelson rifiutava retoriche consolatorie: convivere con la pena significava attraversare frustrazione, marginalità e dipendenza dai farmaci. Corpo e psiche coincidevano; la forma frammentaria rispecchiava il tempo spezzato della sofferenza. Senza pietismo, Nelson osservava il dolore come dato ontologico condiviso e, nel dialogo con l’altro e nell’insegnamento, intravedeva una possibile sublimazione etica: offrire qualcosa al mondo nonostante la ferita e in virtù di essa.
Bluets era un libro dedicato al blu: blu come ossessione, blu come forma del pensiero. Collage di citazioni e riflessioni (da Goethe a Wittgenstein), Bluets era una lunga lettera al “tu” perduto. La trama, minima; la struttura rifletteva la ricorsività della mente traumatizzata. Il blu era oltre il simbolo; materia sensibile, più che altro, che invadeva il corpo – tale la depressione. Opera aperta e politica, Bluets trasformava la patologia in progetto formale, in relazione.
Arriviamo a Le parti rosse. Natura ibrida, la sua: sorta di true crime (elementi che possono ricondurre tanto al genitore Capote quanto al discendente Carrère, A sangue freddo e L’avversario) che poi si fa memoir classico (tanto per l’attenzione al vissuto emozionale interno al processo quanto per la ricostruzione della propria vicenda familiare, come vedremo), e saggistica libera, fondata sull’intertestualità (fotografie descritte; parole riportate; montaggio di citazioni à la Benjamin).
La zia di Maggie Nelson è stata uccisa barbaramente nel 1969. La famiglia riteneva archiviato il caso. Il caso viene riaperto.
Al momento della telefonata, Maggie Nelson è sul punto di pubblicare un libro di poesia dedicato alla zia mai conosciuta, Jane. La notte (ibidem, 19), “trovava ad aspettarla un impasto di immagini nauseanti di violenza”. Le immagini le “attraversavano la mente a intervalli casuali”. Pure, Nelson si ostinava. Obiettivo era la catarsi. Seppellire quanto di morto si portava dentro, nel sangue, nella memoria. Nelson suggerisce un’assonanza con la celebre sentenza di Adorno: perché è barbaro scrivere una poesia dopo Auschwitz. Assonanza negativa, però, in quanto rivendica la possibilità della poesia malgrado e in virtù dell’abominio. Il fine, quello di una parola che fosse responsabile. La parola etica in quanto si assumeva il peso del mondo da rifare.
Pure, Nelson, travolta dalla riapertura del caso, si concentra sulla stesura di un romanzo che sia testimonianza del processo al presunto assassino della zia. L’utilizzo dell’intertesto ha statuto opposto a, per esempio, Bluets. Laddove, nella “biografia del blu”, l’intertesto partecipava di un ipertesto e quindi di un’armonia nella quale la traccia-Nelson condivideva il foglio con la traccia-citazione, ne Le parti rosse c’è irruzione, trauma, inassimilabile. Il regime simbolico del testo – sembra dire Nelson nell’isolare fotografie orrorifiche e orrorifiche testimonianze – non può sopportare queste fenditure. Non possono diventare narrazione, non è possibile inscriverle nella soggettivazione. Restano radicalmente altre.
La natura dell’omicidio trova in Nelson, scrittrice attivista fin da Gli argonauti – una delle poche opere contemporanee non ruffiane, ma rabbiose, sui diritti sociali, sulla marginalità della comunità queer – perfetta traghettatrice. Non già di tesi calate dall’alto ma di problemi posti. Sarebbe stato facile – e ruffiano, anti-letterario – schierarsi; Nelson preferisce la problematizzazione. Non il cosiddetto “victim blaming” o forme di compassione per il carnefice; studio, soltanto, sospensione del pregiudizio (“epoché”, si può dire). È delegata al lettore la presa di posizione. Come Ernaux (e, prima, Beauvoir), i riflettori sono puntati sul soggetto femminile storico. Che equivale al soggetto minacciato.
E così ho sognato per anni di affrontare l’incarnazione sinistra, composita, della violenza maschile, l’assassino che ho sempre presunto fosse quello di Jane. A volte è un’ombra senza volto; altre ha il viso di qualcuno che conosco. (ibidem, 33)
La prosa pulita produce, notiamo, contrasto e il contrasto è propizio. Il maschio come minaccia strutturale, al di là del singolare tirato in ballo (da altri maschi singolari) per sminuire e invalidare le rivendicazioni femminili. La struttura patriarcale non è gridata, in Nelson, non è neppure nominata. Si palesa perché non può non palesarsi. A qualunque scrittura che ambisca alla rappresentazione del mondo è impossibile (a meno di una cosciente omertà) non vedere. Il dato del maschio come minaccia fondante, inscritta nel tessuto, non è che “vada trovato”; insiste.
L’ibridazione consente a Nelson di stabilire un asse narrativo che ammette tante biforcazioni quanti sono i temi che vuole affrontare. Lo storytelling vive in virtù di quanto devia da esso. Maggie Nelson racconta il male, scrive la sua “poesia dopo Auschwitz”; come sempre nei suoi testi, il discorso interroga se stesso: cosa è etico mostrare? Come è etico mostrare?
In aula, nessuno ha vergogna: reporter, troupe televisive. Nelson, disgustata, ritira il disgusto: cosa la differenzia dagli altri? Lei come gli altri osserva, rimane, testimonia. E c’è vergogna, dice Nelson, solo finché non sopravviene la responsabilità. Quando la scrittrice, o lo scrittore, si assume il compito di raccontare il male, non c’è più dibattito che tenga sul pudore, ma soltanto sulla forma. Il filo sottile che può spezzarsi e far sfociare il racconto in spiccia pornografia o, dal lato opposto, in stupidità, approssimazione.
Queste le “parti rosse”.
Che scriva, viene detto a Nelson, ciò che ha visto, ciò che è, ciò che verrà. Le parti rosse. Esporsi così tanto al male, però, uccide, e Maggie Nelson è in doccia quando sogna una pianura, una luce che purifichi, è in doccia quando crolla e pensa che qualcosa in lei sta morendo. Perché, testimone, è rimasta; perché ha ereditato la paura; perché figura la morte inflitta, il divieto del Non uccidere nel suo albero genealogico.
Al di là della mente omicida, la cosa peggiore che posso immaginare è camminare verso la propria esecuzione. […]
Forse è solo un altro modo di dire che non riesco a tollerare la condizione umana. “Vivere è come salire su una barca che sta per salpare in mare aperto e affondare”, dicono i buddhisti. Ed è così. I buddhisti tibetani parlano della morte come di un momento di “immensa opportunità”, ma bisogna arrivarci allenati per sapere cosa farsene. Bisogna esercitarsi affinché, che so, se d’un tratto ti sparassero alla testa a distanza ravvicinata o, che so, ti esplodesse il cuore nella notte, saresti subito pronto ad andare, a passare nel bardo. So di non essere pronta e mi terrorizza il pensiero di non imparare in tempo. Come posso imparare se non ci sto nemmeno provando?
Ovviamente la cosa peggiore che può succedere, secondo i tibetani, è ritornare sotto forma di fantasma arrabbiato o di creatura infernale e dover fare un’altra corsa nella ruota del Samsara. A volte non mi sembra così male. (Ibidem, p. 164)
Nelson sa – lo dice: solo tema è la condizione umana.
Non è entrata nella camera da letto del padre, la notte che morì. Uomo discutibile, e lo sa. Non lo assolve, non assolve la droga, la dissolutezza. Non dimentica le parti rosse, ma neppure si scorda la luce. La separazione, i fidanzati della madre, il dolore. Di cosa sto parlando, sempre, come autrice? Cosa sto facendo, se non, come l’Enrico di Novalis, sempre tornando alla casa di mio padre?
Nelson chiude Le parti rosse con il ricordo del corpo del padre prossimo alla cremazione. Usava dire: “Sono immortale fino a prova contraria!”
L’ho guardato abbastanza a lungo da assicurarmi che non fosse quello il caso, perché – tale il lutto – il padre sta forse giocando uno scherzo, e forse tra poco riapre gli occhi, una linguaccia, e ritorna la vita. Poi gli ho detto che gli volevo bene, gli ho dato un bacio sul viso e sono uscita dalla stanza. (ibidem, p. 193)
Ma la vita è andata.
