IO SONO VOI. Marco Ercolani

Se l’impensato è davvero il bianco, come si può

non desiderare che al di là, forse, un pensiero

finalmente sta per nascere.

Edmond Jabès

A voi, per cui la follia, quella “certa follia”, deve spiare ogni nostro passo e vegliare sul pensiero come veglia la ragione.

Jacques Derrida

Perché noi mortali non possiamo trasformarci in nuvole.

Guido Tonelli

1

A voi, che sentite nella vostra pelle la fibra sottile di una visione. A voi che gemete con i muscoli del viso, senza emettere parola, incompresi come spazi deserti.

2

Il primo dovere: non essere nel presente ma formarlo, come pittori e scultori modellano un mondo in divenire. Chi nasce per non obbedire deve rifiutare un presente che lo umilia e lo cancella. Nessuna cosa è futura. Nessuna cosa è passata. Occorre girare la testa perché la terra torni fluida e il mare resista come roccia: solo così si vive in un mondo capovolto, sfregiato, possibile. Per disubbidire a un solo mondo e abitarne molteplici, serve un’aria tellurica, che combatta il peso delle nostre ombre.

3

A voi, che ho dovuto curare perché non vi inghiottisse il caos. Curare no: sedare la vostra rabbia, circoscrivere l’eccesso. A voi, che ci guardate come i profeti scrutano la folla che li adora o li rinnega.

4

A voi, per i quali sono vissuto da vile, innamorato del vostro assurdo, illimitato, osceno coraggio. Che non riuscivo a caricarmi sulla schiena, inutile Portacroce.

5

A voi, sconfinati. Cucirvi dei limiti è stato terribile: una pena assurda. Avrei preferito fuggirne lontano. Un sole non è lanterna magica: è proprio un vero sole, con detriti, frane, deserti, luci a chiazze.

6

Sonnambuli, che compilate quaderni di ciò che non esiste. Io non ho più nulla da realizzare. Comincerò a scrivere per voi, cioè per noi, se esiste l’amore speculare. L’arte della compassione non ha, come oggetto, esseri sani o folli ma creature oscurate dall’eclisse.

7

Essere nuvole. Psiche come nido o come freccia. Restare/partire. Non saprei né come né dove, ma almeno seguire le mie ombre fondanti, dedicando la mia opera a voi, che non abitate il paradiso della ragione. Nella notte nulla significa, ma tutto risponde. Il nodo, nel tempo imminente, si scioglierà come dialogo nell’enigma della molteplicità: e allora gusteremo, come voi, l’esperienza dell’impossibile, trasformando l’io da isola in arcipelago.

8

Prima, la luce confondeva prati e alberi. Buio, sempre buio. Ma, anche se la luce arrivasse, potremmo smettere di tremare? Non è un unico sole a cambiare la galassia che pulsa sotto la nostra, sotto la vostra pelle. Domani si prevede oscurità, ma l’aria non fugge mai.

9

Sì, Giotto era perfetto e non aveva sintomi. Ma siete certi che quella volta stellata, ad Assisi, non sigilli l’inganno definitivo, non intrappoli l’occhio nella conclusiva bellezza? Giotto è anche le ombre che non dipinge, i visi che inquadra di sbieco. Quelli.

10

A voi, a cui sarò fedele. Dèi sempre noti ma che sempre stupiscono, precipizi da cui guardare almeno una volta. A voi, che dovete stare dove tutto è impossibile, dove si impara veramente il pensiero che trema.

11

Non andate via. Scrosto il dolore da qui, senza esserne invaso. Ma è un lavoro di restauro, non di condivisione. Avrei voluto essere dove siete voi. O, almeno, dove non siete, dove non potete essere: terra beata, terra atroce.

12

A voi, che non tollerate la logica del senso. A voi, per i quali dobbiamo sparire perché siate proprio voi a parlare, non con le nostre parole. A voi, immersi nel vostro silenzio, disposti, perché non potete fare altrimenti, a essere traditi da chi prende appena la parola, fuso alle fibre dello specchio.

13

A lui che vi grida addosso, un buco al posto dell’orecchio, verdi e gialli gettati sulla tela a colpi di spatola, la testa dentro le lettere al fratello, senza mollare mai il trapano del colore, il bisturi del disegno, il colpo di pistola sbagliato e giusto. A Vincent, severo, che non cede all’influenza dei sani, neppure se hanno compassione di lui, neppure se amano la sua arte, perché lui è il rosso che scaturisce dal petto, vincente.

14

A voi, che non capite perché annaspiamo nelle nostre prigioni, chiusi in codici morti, in leggi di polvere. A voi, che ci sognate diversi, che vorreste comprenderci. A voi, come a chi comincia dentro la nebbia ma non risolve nulla e ancora vi dirà che siete errante, in errore, e niente accadrà prima che si parta davvero e la nebbia si si dissipi.

15

A voi, che guardate solo dai ponti e ci decifrate vivi. A voi, verso cui posso voltarmi e chiedervi, anche se non ci guardate, cos’è il mondo. Il mondo di chi vede troppo, come voi, opposto al carcere cieco dove annaspiamo.

16

A voi, che odiate il tetro cortile dei sani: qui è tutto stretto. Anche alzare la testa è faticoso, si sbatte la fronte sul tetto della volta. L’aria che respiriamo ci riporta a dove ancora deve nascere il sole. Che nascerà. Ma per ora si annaspa, come se ci fossero degli ostacoli al cammino. E non ci sono: tutto è libero, trasparente.

17

A voi, che avete finto di esserci. A noi, che vi cerchiamo sempre. A chi prega e poi smette di pregarvi. A voi, che avete finito di voler capire. A voi che fissate il fuoco, dove è impossibile vedere, e rischiate di accecarvi. Noi vi aspettiamo: il tempio è occupato da esseri che ignorano i confini del tempio. Va spogliato.

18

Mi avete convinto. Io, parlando di chi ha perso la ragione, tradisco chi ha perso la ragione. Ma questo tradimento è come il gesto del contadino, che dal seme sepolto nella terra trarrà la radice della pianta.

19

Non so se la scrittura è ciò che siamo. Spesso la parola non si trova, per dire ciò che non dimenticheremo. Per me la scrittura è sempre un girare intorno. Al centro non so se ad esserci è chi scrive. Perché succede spesso di non saper tradurre ciò che si scrive in altre lingue, da fulminati. Svanisce la nebbia, svaniscono i fantasmi. Io sono i fantasmi che voglio fermare? Mi sento semicarcerato nell’aritmetica delle aritmetiche, la musica. Ma è un campo particolare perché il più ricco di immagini. La musica è l’arte suprema, quella che le raccoglie tutte: su un passaggio di note può scatenarsi la filmografia intera di Kurosawa.

20

Questo è il mondo. Mi accodo, suo servo. Ma questo non è il mondo. Creo io quello vero, senza sole e senza luna. Lo creo pensando a voi. Alle frasi insonni di lettere scritte da chi non avrebbe mai potuto dormire. In quelle lettere non ci sono né astri né giorni né notti.

21

Quel sapore di mandarino appena sbucciato, senza il quale non esiste né sapienza né morte, lo avete mai gustato? Io credo di sì, altrimenti non abitereste quel mondo dove non c’è bisogno né di logica né di parole. Se è così, l’odore, vellutato e magnifico, resterà nei vostri sensi non per pochi secondi ma per una vita intera. Dedicata a voi, mentre piangete in qualche chiuso luogo.

22

Non il taglio netto, non la lama del suicidio, ma quel vapore grigio oltre la finestra. Essere quel vapore: il grigio trasforma le regioni azzurre del cielo nella macchia di una nuvola stretta. Il blu si interrompe, come il respiro quando è soffocato. Siamo vicinissimi.

23

Bianco dell’aria, sporcato.

Pietra nera, intrusa, lanciata da quali mani?

Cielo all’altezza degli occhi.

Rocce laviche. Stelle. Montagne capovolte.

Appoggiare la testa. Ma dove?

Il bianco dell’aria: potessi non vederlo più…

Il vento dirada la pietra nelle frasi, nei fogli.

Cielo punteggiato di luci inverosimili.

Tante, troppe stelle.

Non saranno mai viste, né prima né dopo.

Il cielo: che incredibile, bianca giovinezza!

Nomino voi, prima di prendere sonno.

24

Nomino la pietra. Chiudo la finestra. Fine di tutto.

Scrivo biglietti come rapidi lampi, come risposte alla catastrofe.

Dipingere il bianco, senza tracce.

Una sola linea all’infinito, le frasi addensate insieme.

Il bianco sbuca da ogni poro del foglio.

Bianco senza parole, senza voce.

La vita ricomincia.

Io sono voi.

La nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo.

La vostra lo illumina.

25

Senza aria, resterebbero stalattiti.

I venti disincantano i sassi, rendono reali suoni e odori.

Le illusioni ora sono pietre libere: aeree e bianche,

con il loro remoto fragore.

Sopra la cima, vicino a voi,

ne osservo ancora il volo.

26

Carta senza penna che scrive, senza mani che toccano,

senza finzioni che bucano il foglio.

Carta bianca. Non c’è scampo. Tutto accade

perdendo, togliendo vita.

Che la verità muoia e si moltiplichi ancora.

Che per giorni interi si impari a frantumare in specchi

le verità. Con voi.

Gli uccelli non saliranno dal bosco.

Perduti, insostituibili.

Parlare, quasi senza voce, di questo dolore.

E dopo?

Risentire il vento

ma secco, nudo.

In pieno giorno il monte proietta

la sua ombra frastagliata e bianca

al centro del prato:

in quell’ombra scaturita dal sasso scagliato

si concentra il destino.

Le rocce disintegrate.

Le vite superstiti.

27

Maschera, che espone la sua forma.

Vuoto invisibile, dietro la maschera.

Nodo, agli intrecci del nulla.

Lo specchio è il primo cuore di tenebra.

28

Voi non conoscete solo il nero, lo so. Amate anche il bianco e di bianco potrei parlarvi davvero a lungo, storia dopo storia, quadro dopo quadro, proprio perché tutte le storie sono arazzi che ripetono felici la tessitura di un canto senza colori. Credo al Malevic del Bianco su bianco: smarrirsi è un segreto della nebbia, non sporcata da respiri assurdi, non alterata da chiacchiere sciocche. La musica più vicina al segreto del bianco è l’aerea delicatezza di Pas sur la neige. Ma il pianista che interpreta il preludio dovrebbe usare un pianissimo senza il peso dei tasti.

29

La notte mi offende, come ogni forma di buio. È stato bello vedere quel Macbeth: il coltello bianco conficcato nel corpo bianco del re. Ma ora mi sciolgo dalle parole: smetto di considerarle come pietre. Parlo a voce bassissima: è il mio solo modo di parlarmi, di essere vicino a voi.

30

Questa scrittura, in cui mi ostino, potrebbe, un giorno, manifestarsi nei sogni o nei sintomi di uno di voi. Oppure questo accade già e io sono uno di voi. Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore capita di anticipare se stesso senza conoscersi ancora. Per questo i miei appunti sono matrice di niente: né racconti né poesie né romanzi. Sono frasi scritte a matita, tutte cancellabili, frasi di un quaderno da riscrivere sempre: «e io ti chiedo: dove sei?/ e tu rispondi: dove sei?/ non c’è nessuno qui, neppure noi» (Lucetta Frisa).

31

Rivedere le mani vive perdonandoci

(i tuoi occhi modellati dai miei, i miei dai tuoi)

e, da allora, ecco l’altro atlante, la meraviglia,

i gradini senza folla, te luminosa come allora:

di allora, di quell’ora, io, come voi, possiedo il segreto.

32

A voi, sempre. La nostra ragione getta una luce mediocre sul mondo. La vostra, invece, o risplende o rovina.

33

Qui, da questa parte, la bellezza che vorrei.

Quella che non stringo, in cui tremo attendendo

occasioni (so quanto remote),

lontano dalle bufere, guardando antri

dove la musica, segreta agli stessi suoni,

è le ninfe in cui sprofonda il sonno.

34

Al muro che i frutti concedono osi dire: cosa nascondi?

I cavalli tornano a nitrire, non erano sepolti.

Neppure vedo la terra lacerata dagli zoccoli.

I bambini, per errore del vento, camminano felici.

Il vaso testimonia pudico la luce.

Perché non venite? Ci sono terre nuove, a placare i morti.

Accarezzi pietre ma come riconoscere

il tremito delle tue mani dalla pietra vibrante?

35

Ti vesti credendo di volare, formi parole nella notte,

poi si spengono i flutti.

Resti tra porte fluenti, invitato

a parlare del tuo volto,

mentre, rotta dal remo, la porta oscilla.

36

Chi si rallegra della potenza del sole

chi delle rose rosse chi del vento

chi delle pianure con i frutti d’oro.

Ma qui in basso è notte e i cavalli galoppano al buio:

quando le vostre mani non sapranno più toccarmi

ogni orizzonte tornerà intatto e osserverò l’erba fluttuare.

37

Si dibattono, si spogliano, fuggono,

salgono, scendono scale, restano dentro celle, corsie, muri:

io sono loro.

Io sono Voi.

La lama è curva. Viso tagliato, remoto, incubo notturno.

Viva nello specchio o viva nel muro?

Viva nel confine fra specchio e muro.

Riflettersi, essere pietra: una sola voce.

38

Il bianco è ancora il corpo o ne è il velo?

E la testa réggila, perché non cada nella luce del giorno.

Avrei voluto toccarla, anche fosse stata un fantasma.

La vita si annida ovunque.

39

Senza di voi non saprei dirmi chi sono.

Il vostro dolore mi fa vivo.

Non mitigo la sua violenza:

è mio come è vostro.

40

Dopo ogni breve addio la pelle resta buia, non illuminata

da dita vive, ed è carcere ogni secondo:

la mano vuota di te, di voi, la nostra terra fuggita.

Ma le dita sanno essere qui, dove non arrivi, per la sempre nostra

carezza. Poema dell’amore, poema dell’impazzire

senza,

ogni parola vigilando il suo privato dirupo.

Nasce gioia vera se l’aria si fa vento che scorre tra ferme dita felici.

Nulla si muove, sembra, la superficie dell’acqua

è puro acciaio, sembra,

ma aria e vento e mare sono argento che si increspa.

41

Versanti e pianure, monti di nessuna forma, vento che sospinge, sbriciola pietre.

Voi mi guardate ma non vedete: sono fermezza di specchio, felice cornice.

Se narro penso un futuro con voi, dopo le prime parole.

Ma il racconto, prima di apparire, si è sciolto dal pensiero.

Resta la mano, che si torce e cerca.

Un io atonale, intonato.

42

Per chi resiste

resta ciò che sembrava impossibile:

il miracolo di un’aria che ancora

vuole essere respirata

proprio da te che la condannasti a sparire

tacendo di colpo, il corpo rotto dal volo,

infranta ma viva,

come il vetro che dopo l’urto finale riflette ancora.

Non sarà possibile

sparire come sognavi. Oggi

la terra fitta, infinita, ti chiama:

illuminata dallo stesso sole ma cosciente della tua ombra.

43

Sei in slancio, senza la nebbia del corpo,

un giorno non respiri,

il giorno dopo voli per mille nuvole.

Sparire,

certo: non essere

vista, dentro il fumo di ombre

appena apparse, felici di avvolgerti, tue.

Sparire? Il dono. Ma non ora,

nella terra cieca!

Le mura strette e basse, il bisogno d’aria, la penna mai

fuori dal solco.

E ora?

Come tornare?

Impossibile forare

il vento.

Improbabile restare ma chi resta

sa, testimone senza memoria. E voi sapete.

44

Torno a scrivere, disossato. Volano, le piume. La terra, copia della terra, vola laggiù, incantesimo di Dostoevskij. Ma voi, che nel mio sogno volate, già sapete.

45

A voi, che non vivete nel nostro pianeta. Al vostro inutile coraggio. Essere sani è un alibi per non vedere la testa di Medusa. Essere sani, lo sappiamo bene, è lo scudo. Ma ormai corroso.

46

A voi, non a noi che risentiamo il dolore delle vostre voci. A voi, il giusto addio: «un freddo come sommerso/ strade mutilate urgenti/ molte voci di commiato/ imminenti» (Stefano Massari).

47

A voi, che lo sapete bene: le leggi della vita sono polifoniche. Non abbiamo una sola “aria” sulla quarta corda. Se i nostri orecchi e i nostri occhi non conoscono quella polifonia, resteranno rabbiosi, nebbiosi, delusi. La vita è come la vedete voi, vasti abissi e lucenti paesaggi, ma tutti addensati dentro l’anima, come una nuvola che non vi assicura la sua forma.

48

Ma dove sono le rive? L’odore notturno dell’acqua? Il mare è prosciugato. Saliamo il deserto in silenzio, portandoci sulle spalle la nave, sentendo l’odore del legno mescolarsi a quello della sabbia. Vedremo – lo speriamo – il mare in cui reimmergere lo scafo. Ma per ora camminiamo di notte, non aspettandoci nulla, il legno sopra la testa nuda. Quando ci viene sonno dormiamo sotto la nave rovesciata, sognando il momento in cui descriveremo tutto questo, con le parole dettate da voi.

49

Scrive e gli capita di morire, senza avere neppure iniziato la frase…

50

Non esiste altra città. voi lo sapete. Lì trovate ogni meraviglia. Non Istanbul, non Praga. Voi e io sappiamo il suo nome, ma mai lo diremo. Quando l’ho appena pensato, nel mio studio si è staccato un pezzo di lampada, trascinato via dal vento. La vita è come la vedete voi, molteplice e multipla, con tutti i precipizi dentro.

51

Restare nella notte opaca, difesi dal buio. Percepire un vento sulle unghie e sognare che si prolunghi per tutta la mano.

52

Si parla di un segreto che, fosse anche rivelato, resterebbe segreto.

53

Tacere, ma con le proprie parole, arrivando a parlare.

54

La vita dello scrittore è l’ago conficcato nel palmo di chi non si arrende: è principio di speranza, se speranza significa ascoltare le rovine fremere ancora di voci. Delle vostre voci.

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I testi sono tratti da: Marco Ercolani, In forma di nuvola, I Quaderni del Bardo, a cura di Stefano del Donno, Sannicola (Lecce, 2026). Foto di copertina di Rossana Pavone, foto dell’autore di Paola Mongelli, collana di aforismi “Dissensi” a cura di Donato di Poce.

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