LE FURIE E L’INCANTO. Dario Capello

NOTA per Non tornare è la grazia di Marco Ercolani (Puntoacapo, 2026)

È questo il libro di un poeta che da sempre conosce l’aria e il senso della vertigine, come senso sempre vertiginoso di un doppio movimento, l’andata e il ritorno tra le cose e la parola che le nomina. Ercolani ingaggia con slancio picaresco e appassionato un corpo a corpo della parola con il suo stesso senso imprendibile, attraverso i nomi che “vengono e vanno”.

Qui la parola prende un tono sovente febbrile e vibra veemente, accesa da un desiderio di senso pieno, pur riconoscendo l’impossibilità di attingere a quel senso, “né un sopra né un sotto, né un alto né un basso,/ tutto pura aria, vertigine senza fondo” sono versi nitidi, definitivi, che non tollerano mezze misure ed esprimono bene questo clima. Un clima sempre acceso, da sogno vivido. La terminologia è decisamente belligerante, appena smorzata un attimo prima di divenire solenne. Raro il desiderio di quiete, di aria dolce, pur presente a tratti, come in certi versi soavi: “Ma lei mi accarezza ora, / miele, sospiri, albe”.

Itaca in questo poema (mi piace definirlo così,” poema”, anche se ha qualche carattere dell’inno, un inno al dio ignoto…) pare sempre imminente, prossima a chiudere un cerchio, ma al momento dell’avvicinarsi si fa fumo. E si fa “voce”. “L’enigma di una voce”, proprio così, alla lettera, è un titolo pensato da Marco Ercolani per l’opera di un altro poeta, Lorenzo Pittaluga, ma in fondo attesta una sua vocazione profonda. Fare poesia significa dunque cercare una voce, diventare quella voce. È il senso ultimo, non troppo manifesto ma neppure nascosto, di questo poema, attingere a quella “grazia”, intesa come charis, già indicata nel titolo “Non tornare è la grazia”. Grazia, dunque, che è uno stato di coscienza, non lontano da quel “non- so-che”, da quello “charme” tematizzato da Jankélévitch. Grazia, allora, o “charme”. diventa la benedizione senza la quale le cose sarebbero soltanto quel che sono.

Viaggio per acque. Senza nessun approdo. Marco Ercolani qui fa suo il motivo celebre di Seferis, per cui quel che preme al poeta è l’avventura del viaggio, al di là delle suggestioni di una meta. Dice infatti Marco, in sintesi lapidaria: “Itaca laggiù/ un’ombra.” Tutto il libro è immerso in un tempo mitico, sospeso, in qualche modo: destinato. È in questo mare dai tanti richiami, è da questo mare che emergono le figure insidiose del mito, Circe, Calipso, le Sirene silenziose, e tutte sembrano giocare con i loro luccichii, le loro luci. Ma il mare qui non è solo ambiente o sfondo, aria salmastra, è presenza dilagante, una specie di deuteragonista o di alter ego rispetto al poeta. Anche il tono incalzante dei versi, un tono quasi ipnotico, sembra modulato sul ritmo, sul battere e levare delle onde marine, tra furore e incanto.

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