I giornali sono come un grande e folto stormo di uccelli che una o due volte al giorno gira intorno al mondo. Questi uccelli cinguettano in tutte le lingue civilizzate e volano nei luoghi più lontani e nascosti: nelle pianure, nelle strette e alte valli, sulle montagne, fin dove ci sono ancora degli uomini, e poi nei villaggi e nelle città, quasi in ogni casa. Il loro piumaggio è bianco con innumerevoli puntini neri, ma questi puntini vivono, si muovono e, non appena li si osserva più da vicino e con maggiore attenzione, si trasformano in azioni e in eventi.
Robert Walser
**
Già, è proprio vero: i giornali bisogna leggerli con attenzione, perché in caso contrario si trascurano le cose più interessanti senza esserne venuti a conoscenza. Quanta autentica cultura può essere contenuta in un unico giornale! E con che voce parla! Quanti punti di vista può aprire! Può capitare che un bel giorno uno si ritrovi casualmente tra le mani un giornale che qualcun altro ha perduto. Lo apre, lo legge, e si stupisce della quantità di cose che bisogna sapere e che però sono rimaste per terra, in un angolo, già mangiucchiate dai giorni e dalle settimane. Quante volte, nella convinzione di non potervi trovare nulla per lo spirito o per i sentimenti, si gettano via questi fogli fruscianti dopo averli letti a metà oppure senza averli letti per niente! Eppure in questi fogli sono nascoste le cose più belle e più profonde!
Ma al giorno d’oggi la cosa meravigliosa è questa: ogni nuovo giorno e ogni nuova sera lanciano al nostro indirizzo nuove notizie, nuove opinioni, nuova cultura. Ciò che oggi ci è sfuggito, speriamo di poterlo ritrovare domani, in una nuova e in parte simile forma. E in effetti i pensieri, le cose e gli eventi sono gli stessi attraverso i secoli e, di più, attraverso le settimane. Ma questa consapevolezza deve forse condurci alla disattenzione o alla superficialità? Con quale interesse e con quale attenzione si legge nei villaggi! Lì il giornale è, insieme alla Bibbia, la fonte quasi esclusiva di cultura e di intrattenimento. Il giornale viene letteralmente sillabato, in particolare dagli anziani, perché è soprattutto la vecchiaia, e non la frettolosa e precipitosa gioventù, che si immerge nella lettura.
Ecco ad esempio un’anziana signora, con gli occhiali davanti agli occhi che quasi non vedono più, vicino ad una finestra ornata da una tendina. Eccola che legge. Può trascorrere intere ore e intere mezze giornate così immersa nella lettura. Tutte le esperienze e tutti i ricordi della sua lunga vita la aiutano a decifrare le parole e le frasi, e si fissano pensierosi nei suoi occhi attenti.
Sì, gli anziani sono proprio capaci di leggere! Fuori, per strada, la vita continua a brulicare e procede senza posa, forse il sole brilla un po’ sul vetro e sulla tenda, dietro la quale siede la vecchia signora tenendo il giornale nella mano tremolante. Pensare a una cosa del genere è consolante, perché per la giovane vita, che talvolta dispera di se stessa, deve essere consolante sapere che da qualche parte, nel silenzio e nella quiete di un’esistenza appartata, ci sono due cari vecchi occhi, un vecchio cuore e una fronte segnata dal tempo, che prendono ancora parte a ciò che accade di giorno in giorno. La gioventù, sapendo che il resoconto delle sue azioni viene seguito con curiosità e con attenzione dalla vecchiaia, deve sentirsi stimolata ad agire.
In passato ho conosciuto una signora, una cucitrice. Ho vissuto presso di lei in una cosiddetta camera ammobiliata. L’unica figlia di questa signora era stata sepolta viva, nel senso che si trovava in un manicomio. La signora aveva due soli amici: la sofferenza e il giornale. Senza il conforto di queste amicizie, sarebbe forse morta di miseria. La sofferenza le ordinava seccamente di lavorare, mentre il giornale dispensava un poco di oblio sulle sue ore di ozio. La signora nutriva un tale interesse per i fatti del giorno, che non riuscivo quasi a capacitarmene. Poco a poco, però, la capii, e adesso me ne vergogno un po’, perché allora ero tanto giovane e vigoroso nelle membra quanto ero apatico nei riguardi delle vicende della vita. Ricordo bene la grande invidia che ho provato per la mia padrona di casa a motivo della sua vivacità, la quale non era altro che il prodotto di un impegno e di uno sforzo di attenzione. Trovava che l’attenzione la consolasse, si sforzò e ne ricavò molto.
Per i disoccupati, i giornali sono un gioiello, una vera e propria fonte di ristoro. Per gli uomini che lavorano, i giornali rappresentano un lieve, luccicante e naturale piacere del quale godere al termine della giornata di lavoro. Per il malato costretto a letto rappresentano la segreta speranza di guarire, per l’infelice rappresentano una consolazione e una distrazione da tutto ciò che penetra nell’anima e la fa soffrire. Per la gioventù, sono uno sprone quotidiano e sempre nuovo all’adempimento dei doveri. L’uomo virtuoso vede confermata dal giornale la reputazione che si è forse conquistato con sforzi straordinari. Il giornale spinge il ricco ad essere caritatevole, e il povero, quando legge i giornali, può sperare che qua e là ci siano ancora cuori generosi. Per il commerciante di larghe vedute e di alte aspirazioni, la lettura del giornale è indispensabile, e lo stesso discorso vale per il politico gravato di preoccupazioni. L’artista, infine, trova tra le strette colonne la critica del suo più recente lavoro. Tutti trovano nel giornale un riflesso e un riverbero di tutto. L’unione di centinaia di interessi diversi dà vita ad un unico bisogno, al quale corrisponde un’unica generale risposta. Molti uomini, soprattutto nelle grandi città, dove i ritmi sono veloci e le pause brevi, leggono non già stando seduti quanto piuttosto stando in piedi e camminando. Con una sigaretta o un sigaro in bocca, accompagnato da una sorsata di caffè, si legge magnificamente. In viaggio, negli alberghi, negli scompartimenti ferroviari, nella sala d’aspetto del medico, negli appartamenti, al tavolo di famiglia, d’estate sulle panchine nei parchi pubblici, sulla barca dondolante sull’acqua di un lago illuminato forse dal sole del mattino, nelle sale di lettura (questo è ovvio), nell’ombroso margine boschivo di un grazioso luogo di villeggiatura, in tram…: si legge dappertutto, ovunque ci siano degli esseri umani.
La regolarità con la quale la stampa lavora è il risultato di un così perfetto incastro che si può ben dire che rappresenta un vivente esempio di solerzia. E poi non vogliamo parlare dell’importanza che il giornale assume nei periodi nei quali dominano i disordini e l’agitazione, come ad esempio durante una rivoluzione? E negli anni di guerra? In simili casi, anche gli uomini più pacati e meno curiosi leggono avidamente il giornale. Ci sono avvenimenti ai quali un po’ tutti si interessano nella stessa maniera, e nei periodi in cui simili avvenimenti trovano eco sui giornali, si ha la possibilità di vedere come siamo curiosi e assetati di eccitazione, e come sia necessario placare questa sete per dare al mondo un po’ di quiete. Si dice che il giornale sia una “potenza”. Certo che lo è, ed è una potenza anche molto combattiva e bene armata.
(Traduzione di Mattia Mantovani – da Neue Freie Presse, 6 ottobre 1907, ristampato in Feuer, di Robert Walser, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003. Apparso come e-book in Con Robert Walser, a cura di Enrico De Vivo, collana ZiBook Ricordanze, 2013, numero 4.
Lo scrittore scrive su ciò che prova, vede e sente, oppure su ciò che gli viene in mente. Solitamente ha molti piccoli pensieri che non può affatto utilizzare, e questa è una circostanza che spesso lo porta alla disperazione. Gli accade d’altro canto di avere in mente molte cose utilizzabili, ma può succedere che il suo capitale resti inutilizzato per anni ed anni, perché non trova o perché nelle sue vicinanze non c’è nessuna persona benintenzionata che gli faccia disinteressatamente notare la sua ricchezza nascosta.
Un bel giorno, ad alcuni stimati redattori di giornali può venire in mente di esortare un simile scrittore ad inviare una prova della propria arte. In un simile caso, lo scrittore si sente straordinariamente felice, ha sufficienti motivi per mostrare una gioiosa espressione del volto, e si dispone subito ad attendere nella maniera più precisa possibile ai desideri che hanno bussato alla sua porta. A questo scopo, si gratta anzitutto la fronte, poi si passa la mano tra i capelli, che possiede in enorme quantità, si sfiora il naso con il dito indice, forse si graffia anche, si mordicchia le labbra, assume un atteggiamento energico e nello stesso tempo apparentemente freddo e distaccato, pulisce la penna, siede al suo vecchio tavolo, sospira e comincia a scrivere.
La vita di un vero scrittore ha sempre due lati: un lato in ombra e un lato luminoso. Ha due posti: un posto a sedere e un posto in piedi. Ha due classi: una prima ma anche una deprimente quarta classe. Il mestiere dello scrittore, all’apparenza così allegro ed elegante, può anche essere molto duro, talvolta molto noioso, e spesso può addirittura essere pieno di pericoli. La fame e il freddo, la sete e l’aridità, l’umido e la siccità hanno notoriamente fatto parte, in tutte le epoche storiche e culturali, della mutevole vita dell’”eroe della penna”, e sarà probabilmente così anche in futuro. Ma è altrettanto noto che ci sono scrittori che fanno un sacco di soldi, si costruiscono ville a forma di castello in zone lacustri e vivono di buonissimo umore fino alla fine dei loro giorni. Beh, se lo saranno onestamente guadagnato…
Lo scrittore, così come deve essere, è uno che fa la posta, un cacciatore, un predatore, uno che cerca e trova: insomma, una specie di essere vestito di cuoio che sta sempre a caccia. Fa la posta alle cose che succedono, si mette a caccia delle stranezze del mondo, cerca lo straordinario e il vero, e aguzza le orecchie quando crede di udire dei suoni che annunciano non già l’avvicinarsi al galoppo di indiani a cavallo, quanto piuttosto l’avvicinarsi di nuove impressioni. È sempre sul chi vive, sempre pronto ad assalire di sorpresa.
Se ad esempio vede passeggiare un’innocente e inconsapevole beltà femminile, ecco che lo scrittore sguscia fuori dal suo nascondiglio e infilza il cuore della signora che passeggia da sola con la punta acuminata della sua penna intinta nel terribile veleno della capacità di osservazione. Lo scrittore, di regola, è però in grado di dominare anche ciò che è odioso e terrificante, e non si sottrae nemmeno alla violenza descrittiva e poetica nei confronti dell’infanzia. Per la qual cosa, com’è noto oggi più che mai, viene punito col carcere.
Lo scrittore, in qualsiasi tempo e occasione, ha sempre ficcato dappertutto il suo naso avido e curioso, e non smette di annusare. In questo, esattamente in questo, si ritiene generalmente che consista il compito più nobile di un solerte e coscienzioso scrittore. Tiene le narici costantemente aperte, è uno che fiuta e che annusa, e considera come un dovere il fatto di affinare fino alla massima perfezione le capacità sensoriali del suo naso.
Uno scrittore non sa tutto. Soltanto gli dei, com’è noto, sanno tutto. Lo scrittore, però, sa qualcosa di tutto, e intuisce delle cose che nemmeno l’imperatore in persona si immagina. Approdando su questa terra, lo scrittore ha ricevuto in dote dei cartelli segnaletici, che si trovano nella sua testa e gli indicano sempre la direzione verso la quale devono volgersi i pensieri, se si vuol riuscire ad osservare ciò che è pieno di presentimenti o che addirittura è già quasi indefinibile.
Lo scrittore si occupa di tutto quanto al mondo è degno di essere conosciuto e imparato, ed è sempre profondamente convinto che la cosa sia di giovamento per se stesso e per gli altri. Non appena ha provato un sia pur lieve arricchimento interiore, si crede nell’obbligo di mettere nero su bianco questo incremento e questo ampliamento. E per giunta lo fa immediatamente, senza lasciar passare nemmeno un’ora. Questa io la trovo una bella cosa, perché mostra come lo scrittore sia un uomo mosso da una sincera tensione verso il bene, un uomo che troverebbe ingiusto accumulare delle esperienze senza comunicarle nemmeno in minima parte al mondo che lo circonda. Di conseguenza, è il contrario di uno spilorcio che si arraffa tutto. Quale uomo, se non lo scrittore, si sente un servitore dell’umanità e un volenteroso amico dei poveri in questo secolo dominato dal carrierismo e dalla ricerca del piacere? E ne ha le sue buone ragioni, perché si rende conto che nel momento in cui dovesse cominciare a pensare solo al proprio tornaconto, il suo desiderio di creare qualcosa di vitale si spegnerebbe. È un misterioso qualcosa che lo spinge a dimenticare se stesso, un qualcosa che gli sta continuamente attorno. Si sacrifica, perché in fondo che cos’ha dalla vita? Quando gli altri ridono, al punto tale che arrivano perfino a piangere belle e chiare lacrime, ecco che lo scrittore se ne sta appartato nella penombra, tutto preso dal senso del dovere, che gli sussurra: Studia questa allegria, imprimi a fondo nella tua mente i toni di questa gioia, di modo che, quando tornerai a casa, tu li possa descrivere e dipingere con le parole!
Spesso, nella vita, lo scrittore si presenta come una cosiddetta persona ridicola, e ad ogni modo è sempre un’ombra, è sempre discosto; mentre gli altri godono dell’indicibile piacere di trovarsi sotto le luci, lo scrittore svolge invece il proprio ruolo quando tiene in mano la sua operosa penna, e quindi di nascosto. È questa pressappoco la scuola dove, tra mille dolorose offese e privazioni, ha imparato la modestia. Nel rapporto con le donne, ad esempio: lo scrittore, che volge seriamente i propri sforzi verso un unico fine e che si sente del tutto compreso nel proprio servizio, si vede costretto ad una prudenza che spesso ha effetti umilianti per la sua immagine di uomo. Adesso comincio a capire perché non si ha paura di definire lo scrittore un “eroe della penna”. Questa definizione sarà forse banale, però è vera.
Lo scrittore, con le proprie sensazioni, vive tutto: è carrettiere, oste, attaccabrighe, cantante, calzolaio, dama da salotto, mendicante, generale, apprendista di banca, ballerina, madre, figlio, padre, mentitore, creatore, amante. È il chiaro di luna, è il mormorio della fontana, è la pioggia, il caldo nella strada, la spiaggia, la barca a vela. È l’affamato e il sazio, lo spaccone e il predicatore, il vento e il denaro. Quando scrive, mette il proprio tesoro sul tavolo, e lei (una contessa polacca) conta il denaro. Lo scrittore è il rossore sulla guancia della donna che si accorge di amare, è l’avversione che prova una persona grettamente dominata dall’odio. In breve: lo scrittore è tutto e deve essere tutto. Per lui c’è solo una religione, solo un sentimento, solo una visione del mondo, e questa consiste nel nascondersi con amorevole attenzione nella visione del mondo, nei sentimenti e nella religione degli altri, forse di tutti. Ogni volta, quando scrive la prima parola, non ha più nulla a che fare con se stesso; e quando ha dato forma alla prima frase, non si riconosce più. Penso che tutto questo glielo si possa consigliare.
(Traduzione di Mattia Mantovani – da “Berliner Tageblatt 21 settembre 1907”, ristampato in Feuer, di Robert Walser, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003. Apparso come e-book in Con Robert Walser, a cura di Enrico De Vivo, collana ZiBook Ricordanze, 2013, numero 4.)
MANTOVANI: Si potrebbe quasi dire che Robert Walser, malgrado siano trascorsi ormai quasi 50 anni dalla sua morte, non smette mai di scrivere. Dopo i microgrammi, decifrati e pubblicati in questo ultimo ventennio, è ora la volta di questo volume di inediti, Feuer, pubblicato in occasione del giubileo dei 125 anni dalla nascita. In questo volume troviamo 30 scritti in prosa, cinque poesie e quattro frammenti che coprono un arco di quasi trent’anni, dal 1907 al 1933. Come si è arrivati alla scoperta di questi testi?
ECHTE: Questi testi sono stati scoperti in maniera casuale. Circa una dozzina di anni fa, una collega di Berlino mi fece sapere di aver trovato uno scritto di Robert Walser in un giornale di Berlino, il “Berliner Börsen-Courier”. Lo scritto si intitolava Ernesto e non figurava nell’edizione critica delle “Opere complete” di Walser. Questa circostanza mi sorprese moltissimo, perché nessuno degli esperti dell’opera di Walser era a conoscenza del fatto che lo stesso Walser aveva pubblicato degli scritti sul “Berliner Börsen-Courier”. Abbiamo quindi cominciato a passare in rassegna le annate del “Berliner Börsen-Courier” e abbiamo immediatamente scoperto altri cinque testi. Io, personalmente, ho poi passato in rassegna le annate di altri giornali dell’epoca, e ho scoperto ancora altri testi. La ricerca è proseguita nel corso di questi ultimi anni e si è arrivati infine a raccogliere i testi che sono stati pubblicati in Feuer. In questo modo, si è venuta a creare una situazione molto bella ma anche molto complicata: molto bella, perché si può contare sul fatto che anche in futuro verranno scoperti nuovi testi di Walser; molto complicata, invece, perché non siamo oggettivamente in grado di passare in rassegna tutta l’enorme quantità dei giornali degli anni dieci e degli anni venti.
MANTOVANI: Da questi testi emerge un’immagine in larga parte nuova e sorprendente di Robert Walser, un’immagine che arriva perfino a contraddire o quantomeno a contrapporsi all’immagine tradizionale del poeta solitario chiuso nella propria mansarda e lontano dal mondo. E ci sono alcuni testi che illustrano in maniera particolare questa nuova immagine di Walser. Uno di questi testi si intitola non a caso Der Schriftsteller, “Lo scrittore”, un testo del 1907 che lei, nella sua postfazione, ha definito “una sorta di autoesplicazione poetologica”…
ECHTE: A mio modo di vedere, ciò che colpisce maggiormente in questo testo è che Walser non parla assolutamente del fatto che lo scrittore deve realizzare un’opera. Si tratta insomma solo di osservare e di scrivere; non si tratta di creare un’opera definita, un romanzo, un testo teatrale o una poesia. Si tratta piuttosto di un atteggiamento nei confronti del mondo. Ed è proprio di questo atteggiamento che Walser parla in questo testo. La figura dello scrittore viene inizialmente descritta con ironia: lo scrittore, secondo le parole di Walser, è un predatore, un essere che è sempre a caccia, che sta nascosto da qualche parte e poi si avventa su ciò che cade sotto la sua osservazione. Ma Walser dice anche che lo scrittore, così come dovrebbe essere, è una figura che sta sempre accanto, in disparte, nell’ombra, in una posizione defilata rispetto alla vita. È un osservatore, che non vive in prima persona ma funge da tramite di ciò che osserva e vede. E così, in quanto essere umano, diventa spesso una figura esposta al ridicolo. È davvero sorprendente notare come Robert Walser, già nel 1907, quando aveva solo 29 anni, fosse perfettamente conscio del fatto che, in quanto scrittore, sarebbe sempre stato un outsider. Ma era anche consapevole che è necessario essere un outsider per poter essere un buono scrittore. Questa circostanza rende questo testo assolutamente straordinario. C’è però anche un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Il testo si chiude infatti con queste parole: “Quando lo scrittore ha dato forma alla prima frase, non si conosce più”. Ora, si è sempre rimproverato a Robert Walser di scrivere in prima persona, in maniera troppo soggettiva e quasi egocentrica. Ma in questo passo Walser afferma l’esatto contrario, e lo afferma con piena ragione, perché dimostra che il vero scrittore è colui che si lascia trasportare dal flusso delle parole e dalla forza del linguaggio. La soggettività della scrittura di Walser è esattamente questa. Non è un atteggiamento egocentrico, è piuttosto la capacità di lasciarsi condurre dalle parole e dal linguaggio, senza badare ai temi e ai contenuti. Questo è il grande segreto della scrittura di Walser ed è anche il motivo per cui, con Walser, facciamo sempre un’esperienza duplice: Walser è uno scrittore che scrive in prima persona e che quindi crediamo di conoscere molto bene, ma nello stesso tempo è anche misterioso e sfuggente come nessun’altro.
MANTOVANI: Un altro testo molto significativo, e che fa pendant con Lo scrittore, del quale abbiamo appena parlato, è il testo intitolato Vom Zeitungslesen, “Sulla lettura del giornale”. Anche questo testo è del 1907 ma in questo caso non è lo scrittore a venire tematizzato, quanto piuttosto il mezzo, il giornale…
ECHTE: Penso che Sulla lettura del giornale si configuri come l’immediata conseguenza de Lo scrittore. Se lo scrittore deve porsi come compito non tanto quello di creare delle opere definite, quanto piuttosto quello di continuare senza posa a riflettere la vita e il mondo nella scrittura – e Walser parla non a caso della scrittura come qualcosa di parallelo alla vita –, allora si può dedurre che il libro, inteso come prodotto finito, non è il posto giusto per praticare questo genere di scrittura e di osservazione della vita. Il posto giusto è invece il quotidiano, il giornale. I testi contenuti in Feuer dimostrano in maniera molto sorprendente che Walser lo aveva capito e lo aveva messo in pratica fin dall’inizio della sua attività di scrittore. C’è inoltre una lettera del 1905 nella quale Walser ha scritto quanto segue: “Da adesso in poi, scriverò talmente tanto che Hesse e compagnia avranno di che preoccuparsi, perché si vedranno cadere addosso una pioggia di giornali!”. Ed è precisamente ciò che ha fatto, in maniera molto consequenziale. Presumo quindi che le considerazioni sullo scrivere per i giornali, contenute in questo testo, verranno ulteriormente avvalorate dalla scoperta di molti altri nuovi scritti.
MANTOVANI: Ecco dunque la nuova immagine di Walser che emerge da questo volume: è l’immagine dello Zeitungsschreiber. Un’attività, questa dello Zeitungsschreiben, che come lei ha scritto nella sua postfazione, si adattava in maniera particolare al suo modo di concepire la scrittura e la letteratura. Si potrebbe dire, insomma, usando le parole dello stesso Walser, che qui come non mai Walser scrive “per il gatto”. Ma qual è il significato più profondo di questo scrivere “per il gatto”?
ECHTE: Il significato più profondo di questo scrivere per i giornali consiste forse nel fatto che Robert Walser non crede più alla grande opera, al grande romanzo, al libro, e anche nel fatto che Walser non vede il ruolo dello scrittore come precettore della società e come autorità spirituale, nel senso incarnato in particolare da uno scrittore come Thomas Mann. Il ruolo dello scrittore, secondo Walser, consiste semplicemente nell’osservare e nello scrivere, al di fuori di ogni schema culturale e intellettuale. Da questo scetticismo nei confronti della “grande opera” e dell’autorità dello scrittore è nato quello che si può definire come il vero e proprio genere letterario di Walser: il “pezzo in prosa”. Il pezzo in prosa è uno scritto breve, che si legge in pochi minuti e spinge il lettore alla riflessione. Il lettore lo trova inaspettatamente sul giornale, comincia a leggerlo e viene per così dire immesso in un movimento fatto di pensieri, di immagini, di riflessioni, di domande, di dubbi e di scherzose provocazioni. Il pezzo in prosa è scritto senza troppe pretese ed è destinato a scomparire, perché la sua durata corrisponde a quella del dialogo che si instaura col lettore. Terminato il dialogo, il pezzo in prosa si perde, scompare, perché è scritto “per il gatto”, per la transitorietà, è come un messaggio in bottiglia. Walser non sapeva naturalmente che i suoi pezzi in prosa sarebbero sopravvissuti e sarebbero stati perfino tramandati. E questa circostanza – devo dire – è tanto più piacevole, perché dimostra che in fondo tutto, lo si voglia o meno, è scritto “per il gatto”. Ma ciò che per così dire riesce a passare attraverso il gatto e a sopravvivere, possiede in un certo qual modo un valore eterno.
MANTOVANI: In occasione dei giubilei e delle ricorrenze si cercano sempre, a torto o a ragione, dei legami con l’attualità. Ma forse nel caso di Walser questi legami ci sono veramente, e sono molto forti. Bernhard Echte, per chiudere questo Laser dedicato a Robert Walser e al suo giubileo: c’è qualcosa di particolare che il Walser di Feuer, il Walser di questi scritti inediti, ha da dire alla nostra attuale sensibilità?
ECHTE: Walser non è attuale per gli argomenti o i temi che tratta. Walser non rappresenta alcuna opinione, non ha alcun immediato messaggio da comunicare. Anzi, molto spesso nei suoi scritti si contraddice, afferma una cosa e il suo contrario. La sua attualità non va dunque cercata nei temi e negli argomenti che si possono rinvenire nelle sue opere. Va cercata piuttosto nella sua maniera di pensare, in un pensiero che non ha nulla di argomentativo o di filosofico perché è un pensiero poetico, fatto di immagini, un pensiero che nasce dalla fantasia e dall’osservazione. A Walser interessa questo movimento del pensiero, questa osmosi tra osservazione e riflessione: si potrebbe dire, insomma, che a Walser interessa la vita in quanto tale. E questa è una cosa che forse nessun altro scrittore è riuscito a cogliere, a tematizzare e a sviluppare con la stessa intensità di Walser. Perché tutti gli altri scrittori sono troppo legati ai contenuti.
2. Walser e la Svizzera
MANTOVANI: Bernhard Echte, in questo secondo spazio di Laser dedicato al giubileo di Robert Walser parleremo del rapporto tra Walser e la Svizzera e lo faremo prendendo spunto da Europas schneeige Pelzboa, un volume che lei ha curato per conto dell’editore Suhrkamp e che raccoglie appunto un vasto gruppo di scritti che Walser ha dedicato alla Svizzera. Leggendo questo libro si incontra un’immagine di Walser che è molto nuova e per molti versi sorprendente: si incontra infatti l’immagine di uno scrittore politico, e viene da pensare a un passo dei microgrammi nel quale Walser ha scritto: “A mio modo di vedere non c’è nulla che non sia politica”, un’affermazione, questa, che ricorda molto una celebre frase di Gottfried Keller. Ma in che modo Walser è stato uno scrittore politico, o per meglio dire: in che modo si è occupato di questioni politiche?
ECHTE: Già nel primissimo libro di Robert Walser c’è uno scritto intitolato La Patria. Si tratta di uno dei temi di Fritz Kocher, lo scolaro presumibilmente di quattordici o quindici anni che dà appunto il titolo al volume. Lo scritto si apre con queste magnifiche parole: “La nostra forma di stato è la repubblica. Possiamo fare quello che vogliamo”. Si tratta di una frase che fa sorridere, se non altro perché non è affatto detto che in una repubblica ciascuno possa fare quello che vuole. Ma se la si esamina più da vicino, si scopre che si tratta di una frase ambigua, perché non si riesce a capire se l’accento deve cadere sul soggetto noi oppure sul verbo possiamo. L’unica cosa certa è che Walser qui esprime un’ovvietà in maniera molto ironica e distaccata. Questo atteggiamento di ironia e di distacco può essere rinvenuto un po’ dappertutto nella sua opera. Walser si esprime su temi politici e sociali ripetendo i cliché, le frasi fatte e le parole d’ordine dell’opinione pubblica, afferma una cosa ma nello stesso tempo lascia anche intravedere il suo contrario. Lo dimostrano molto chiaramente i suoi scritti sulla vita militare, nei quali l’ironia assume quasi un carattere sovversivo. Walser guarda tutto con gli occhi di un bambino e dice di sì a tutto, ma proprio per questo si capisce che qualcosa non quadra. Walser loda tutto e trova tutto meraviglioso, ma la sua lode e la sua meraviglia hanno qualcosa di incredibilmente ambiguo e sinistro. Ogni sua frase ha dunque una sfumatura in qualche modo “politica”. Ma a questo, fino ad ora, si è prestata troppo poca attenzione.
MANTOVANI: Walser ha avuto un profondo legame con la Svizzera, un legame che non è esagerato definire addirittura passionale e sentimentale, eppure Walser è riuscito a sottrarsi al pericolo di cadere nella cosiddetta Heimatliteratur, e si è anche sottratto all’uso ideologico e propagandistico dei suoi scritti. In che modo è riuscito a sottrarsi a questo pericolo?
ECHTE: Robert Walser non tematizza la Svizzera in maniera esplicita. E credo che non lo faccia perché la Svizzera non rappresenta un problema ai suoi occhi. Si sente di casa nella sua patria, la ama, ama anche le sue specificità, ma non ha alcun rapporto col nazionalismo, perché non vede nelle bellezze della sua patria un particolare merito morale. Vede che la Svizzera è bella e ne loda appunto la bellezza, ma lo fa nella consapevolezza che questa bellezza è frutto del caso e che comunque non è diversa o migliore della bellezza che c’è anche altrove. Il fatto di non vivere la Svizzera e la sua storia come un problema permette a Walser di dire di “sì” alla sua patria. Ma Walser si è reso anche conto che questo suo “sì” detto alla Svizzera poteva essere male interpretato e male utilizzato, e allora ha disseminato i suoi testi di piccole esagerazioni o, al contrario, di riduzioni ai minimi termini. Il risultato è che le parole di Walser non possono essere utilizzate in senso nazionalistico, non possono essere citate dall’alto di un podio. Molte persone hanno provato a farlo, e si sono curiosamente esposte al ridicolo.
MANTOVANI: C’è un passo, ne I fratelli Tanner, un passo che peraltro lei ha citato all’inizio della sua postfazione, nel quale Walser ironizza sui giovani ed eleganti corrispondenti dei grandi istituiti bancari di Zurigo, che parlano da quattro a sette lingue, hanno girato il mondo e parlano in maniera derisoria della loro patria: die kleine Schweiz, die lausige Heimat. Ma ci sono stati dei momenti nei quali la Svizzera è apparsa anche a Walser klein und lausig?
ECHTE: Non credo, perché Walser attribuiva un particolare valore a ciò che è piccolo. Robert Walser è sempre partito dal presupposto che ciò che è grande è spesso banale, falso e ideologico, mentre ciò che è piccolo non ha una funzione rappresentativa e quindi è più sincero, più spontaneo, magari anche più misterioso. Robert Walser, insomma, dice “sì” a quella piccolezza della Svizzera che invece fa soffrire i corrispondenti dei grandi istituti bancari dei quali si parla ne I fratelli Tanner. Quei corrispondenti soffrono perché vorrebbero qualcosa di più grande. Walser, invece, si trova a proprio agio in ciò che è piccolo, e mette continuamente in guardia dal pericolo di cedere alle tentazioni della grandezza. Direi quindi che Walser non ha mai vissuto la piccolezza della Svizzera come un problema. Lo si nota molto bene nello scritto intitolato I begli occhi, dove Walser difende apertamente la piccolezza della Svizzera. E credo che lo si debba prendere in parola, perché questa sua perseveranza nell’essere piccolo e nel voler rimanere piccolo lo ha preservato dall’ideologizzazione.
MANTOVANI: Chiudiamo questo secondo spazio di Laser dedicato al giubileo di Robert Walser proiettandoci nel presente, nella Svizzera del nuovo millennio. Bernhard Echte, a suo parere c’è un messaggio che proviene dall’opera di Walser e che può essere in qualche modo utile per comprendere meglio la Svizzera di oggi?
ECHTE: Se ho capito bene Robert Walser, credo di poter dire che il tratto fondamentale che si può cogliere nelle sue opere consiste nell’importanza ma anche nella difficoltà di dare il benvenuto a se stessi. Questo tema della fiducia in se stessi è un tema che Walser ha trattato in maniera molto profonda ma che in generale viene troppo spesso sottovalutato. Walser si dedica molto intensamente a questo tema e lo considera come un compito che deve essere continuamente affrontato. E devo dire che, in questo, Walser si rivela davvero… molto svizzero. Ma Walser ci aiuta anche a guardare al di là dei confini della patria, perché riesce sempre a mettere in relazione il particolare con l’universale. Penso soprattutto alle splendide parole che ha dedicato al Seeland, la zona del lago di Bienne: “Il Seeland – ha scritto – può trovarsi in Svizzera, in Olanda oppure in Australia”. In questo senso, Walser riesce a sottrarsi al pericolo dell’autolimitazione e dell’isolazionismo, perché la sua enorme forza immaginativa e fantastica gli permette di cogliere il mondo intero in un singolo dettaglio.
3. I quattro romanzi 100 anni dopo
MANTOVANI: Bernhard Echte, in questo terzo e ultimo spazio di questo Laser dedicato al giubileo di Robert Walser, parleremo dei quattro romanzi di Walser che il Suhrkamp Verlag ha ristampato appunto in occasione del giubileo. Quattro romanzi vecchi di quasi 100 anni ma ancora incredibilmente attuali. Il primo romanzo in ordine di tempo è I fratelli Tanner, del 1907. Qual è l’attualità di questo romanzo?
ECHTE: Simon Tanner, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio incredibilmente attuale, se non altro per il modo in cui cambia continuamente posto di lavoro. Simon Tanner ha la sensazione di non doversi adeguare troppo in fretta, e vuole formarsi il più tardi possibile. Sa che il mondo è infinitamente ricco, ma sa anche che c’è il pericolo di ridursi ad un ruolo parziale, limitato e limitante. Simon Tanner vuole conoscere tutto, vuole assorbire la vita nella sua totalità, non vuole legarsi a nulla, e in questo modo si mette in una situazione socialmente molto rischiosa, perché chi non vuole legarsi a nulla non ha nessuna posizione, non ha denaro, non ha prestigio sociale, non ha ruoli da ricoprire. Simon Tanner sa che il desiderio di libertà e di indipendenza deve essere pagato a caro prezzo, sa che la libertà non si può ottenere gratis, sa che alla libertà è sempre legata l’insicurezza. Nessun altro autore, forse, ha visto come Walser qualcosa di positivo nell’insicurezza. E si può dire che questo atteggiamento di Walser è… molto poco elvetico.
MANTOVANI: Nel 1908 e nel 1909 seguono altri due romanzi, L’assistente e Jakob von Gunten, due romanzi all’apparenza molto differenti, sia come stile che come ambientazione, ma in realtà uniti tra di loro e uniti anche ai Fratelli Tanner da un saldo filo conduttore…
ECHTE: I due romanzi sono accomunati sul piano formale dall’unità di luogo e di tempo. Ne L’assistente vediamo Joseph Marti nella villa “Stella Vespertina” nei panni del segretario o factotum dell’imprenditore Carl Tobler. Joseph Marti alias Robert Walser trascorre sei mesi nella villa di Tobler, e il romanzo narra la vicenda in maniera cronologica. Anche Jakob von Gunten alias Robert Walser trascorre un periodo di tempo in un luogo preciso, l’Istituto Benjamenta, una specie di scuola dove si insegna a servire. I due romanzi sono accomunati anzitutto da questa circostanza. Se poi prendiamo in considerazione l’atteggiamento dei due protagonisti, allora possiamo notare che lo Jakob von Gunten si configura come la diretta conseguenza de L’assistente. Joseph Marti, infatti, che a sua volta è una figura consequenziale a Simon Tanner, incontra grandi difficoltà ad adattarsi al ruolo del dipendente, perché in lui c’è un desiderio di libertà e di indipendenza che si scontra con gli obblighi e i doveri del suo lavoro. Il suo problema, in quanto tale, rimane irrisolto. Jakob von Gunten, invece, sceglie apertamente la sottomissione, vuole essere uno zero, un nulla, perché spera di trovare la libertà e la superiorità proprio nella sottomissione. In effetti ci riesce, e in questo modo giunge sorprendentemente ad acquisire una ben precisa indipendenza. In questo senso, lo Jakob von Gunten si presenta come lo sviluppo e la soluzione dell’aporia descritta ne L’assistente.
MANTOVANI: Il romanzo più innovativo di Robert Walser è senza dubbio Der Räuber, “Il Brigante”, scritto nell’estate del 1925 e venuto alla ribalta, insieme ai cosiddetti microgrammi, solo dopo la morte dello stesso Walser. Qui troviamo un Walser decisamente diverso rispetto ai primi tre romanzi, un Walser che dal punto di vista stilistico è molto disorientante e perfino un po’ irritante…
ECHTE: Questo romanzo – ma c’è poi da chiedersi se si tratta davvero di un romanzo – è pura avanguardia senza appartenere ad alcuna avanguardia. Der Räuber è un libro che per così dire rompe con la tradizione del racconto senza spiegare il perché e senza proporre nessun nuovo programma. E’ questa circostanza che lo rende così irritante, perché le avanguardie, nel momento in cui rompevano con la tradizione, hanno sempre spiegato perché lo facevano. Walser, invece, se posso esprimermi in questo modo, non spiega proprio un bel niente. Walser distrugge il senso cronologico e le forme tradizionali della narrazione: l’io narrante, ad esempio, si confonde spesso con la figura del protagonista oppure lo prende in giro, e poi non ci sono personaggi, non c’è un tema, non c’è un contenuto ben definito. Si potrebbe pensare che il tema del libro sia rappresentato dall’amore del protagonista nei confronti di una certa Edith. Ma questa supposizione viene smentita già dalla prima frase del libro, dove Walser scrive: “Edith lo amava. Ma ne parleremo più avanti”. Questo inizio è forse l’inizio più sorprendente e disorientante di tutta la storia della letteratura, perché Walser chiama in causa il tema letterario per eccellenza, l’amore, e nello stesso tempo è come se dicesse: “Sì, va bene, d’accordo, però ne parleremo dopo”. Questa tecnica del differimento, insieme al sarcasmo e all’ironia, rappresenta la caratteristica fondamentale dell’intero romanzo, e fa di Der Räuber un libro davvero spassosissimo. Il romanzo stesso si presenta quindi come un insieme di considerazioni ironiche sul raccontare e sullo scrivere romanzi, si presenta come un gioco a nascondino o un gioco del gatto col topo che disattende ogni aspettativa del lettore. Ma nel momento in cui si coglie la raffinatezza di questo gioco del gatto col topo e di questa costruzione labirintica, allora la lettura diventa all’improvviso molto coinvolgente, molto divertente e molto affascinante.
MANTOVANI: Nel 1918, Hermann Hesse scrisse che se Walser avesse avuto 100.000 lettori, il mondo sarebbe stato migliore. I quattro romanzi dei quali abbiamo appena parlato e le altre opere di Walser hanno ormai raggiunto i 100.000 lettori in tutto il mondo. Bernhard Echte, per chiudere questo Laser dedicato al giubileo di Robert Walser: ma il mondo è diventato davvero migliore?
ECHTE: Se partiamo dal presupposto che Robert Walser non è l’autore delle risposte pronte, quanto piuttosto l’autore delle molte domande che rimangono aperte, allora possiamo giungere alla conclusione che una simile domanda, riferita a Walser, non può che rimanere aperta. Dico questo perché, nel caso specifico di Robert Walser, vale forse la pena di porsi un’altra domanda: Ma cos’è veramente il “mondo”? Robert Walser ha sempre detto che a ciò che esiste nella realtà bisogna anche aggiungere ciò che esiste nella fantasia. Il mondo, secondo Walser, non è costituito soltanto dai fatti, da ciò che si verifica nella pratica: il mondo è costituito anche dal passato e dal futuro, dall’interiorità, dalla fantasia. La domanda, dunque, non può che rimanere aperta. C’è però la possibilità, come lettori delle opere di Walser, di cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del mondo esterno, c’è la possibilità di rendere più grande e più ricco il nostro mondo interiore. E questo sarebbe già qualcosa.
* Bernhard Echte è direttore dell’Archivio Walser di Zurigo e ha curato il volume walseriano di inediti Feuer, pubblicato dal Suhrkamp Verlag di Francoforte. Mattia Mantovani è traduttore (anche di Walser), collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste, è redattore della Radio Svizzera Italiana-Rete 2, alla quale vanno i nostri sentiti ringraziamenti per aver concesso la pubblicazione della presente conversazione nell’e-book “Con Robert Walser”, a cura di Enrico De Vivo, collana ZiBook Ricordanze, 2013, numero 4.
Nell’opera di Baudelaire, al tema della morte spetta un ruolo eminente, che va molto al di là del fatto, pur significativo, che un’intera sezione di Les Fleurs du Mal reca il titolo La Mort1. La coscienza della mortalità, propria e altrui, emerge di continuo nei componimenti del poeta, e in una maniera che è quanto meno duplice. Come osserva Walter Benjamin, «in Baudelaire sussiste una tensione latente fra la natura distruttiva e idilliaca, cruenta e pacificatrice della morte»2. Da un lato, dunque, l’idea di dover morire suscita tristezza, dall’altro viene vista con favore, come il preannuncio di una liberazione dal peso dell’esistenza. Del resto, non è lecito stabilire un’opposizione netta tra la vita e la morte, poiché quest’ultima è già presente in noi ad ogni istante: «Quando respiriamo, ci scende nei polmoni / la Morte, fiume invisibile, con sordi lamenti»3. Inoltre, dopo che l’essere umano ha gustato quel poco o tanto di piacere che l’esistenza può offrire, non gli rimane che attendere senza timore il decesso: «Una volta che il cuore ha vendemmiato, / vivere è un male. È un segreto a tutti noto»4. Da qui l’invocazione alla morte che si ritrova nel finale di alcune liriche di Les Fleurs du Mal5.
Non si tratta tanto di accettare con rammarico la prospettiva del proprio futuro trapasso, quanto piuttosto di saperne apprezzare gli aspetti positivi. Baudelaire giunge persino a scrivere, in polemica con un altro autore: «Ho serissimi motivi per compiangere chi non ama la Morte»6. Ricordiamo che egli ha coltivato a più riprese il progetto di suicidarsi e che, all’età di ventiquattro anni, ha compiuto un tentativo in tal senso7. Da questa sorta di familiarità con l’idea della morte nasce l’attrazione da lui provata per «la bellezza delle cose funebri»8.
Se persino oggi si resta colpiti dalla frequenza con cui tematiche macabre compaiono nelle liriche del poeta, tanto più forte doveva essere quest’impressione per i lettori dell’epoca. Insistere su argomenti del genere produceva senza dubbio l’effetto di alienare a Baudelaire la simpatia di una parte del già ristretto pubblico dei fruitori di opere poetiche. Dunque, da parte sua, orientarsi in tal senso non poteva dipendere solo da un gusto personale, ma doveva anche essere il frutto di una scelta deliberata. Egli la esprime ad esempio in un progetto di prefazione a Les Fleurs du Mal: «Poeti illustri si erano spartiti da tempo le province più fiorite del territorio poetico. Mi è sembrato divertente, e tanto più gradevole quanto più il compito era difficile, estrarre la bellezza dal Male»9. Uno degli aspetti di questo progetto consisteva appunto nel non distogliere l’attenzione dalla sgradevole immagine della morte, bensì nel fissare risolutamente lo sguardo su di essa. Da qui il ricorrere, nel libro, dei riferimenti a cadaveri divorati dai vermi, oppure a spettri, fosse, bare, sepolcri.
Limitiamoci a ricordare tre esempi famosi, anzi famigerati. La poesia Un Voyage à Cythère comporta la minuziosa descrizione del cadavere di un impiccato, i cui resti, esposti all’aperto, sono divenuti preda di feroci uccelli e famelici quadrupedi10. Il poeta identifica se stesso con la disgraziata vittima, e si rivolge persino direttamente a lei. Tutto ciò è stato commentato da Jean Starobinski: «Quando Baudelaire “petrarchizza sull’orribile” (Sainte-Beuve), non si accontenta mai della sola rappresentazione dello spettacolo macabro. Si compiace, certo, nell’impaginare, nell’inscenare l’immagine provocante: è la natura travagliata dalla morte, inseguita fin negli ultimi ripari della sua materialità. […] Ma, in questo tipo di poesia, Baudelaire non si confina nell’oggettività dell’immagine così esibita, e neppure nella generalità della lezione che se ne può trarre. Interviene in prima persona. Non è soltanto narratore e spettatore, ma apostrofa altri spettatori, interpella il cadavere. Interpretando e commentando l’immagine che delinea, se ne impadronisce, la fa entrare nella propria vita, la applica alla propria situazione»11.
Un’altra tecnica adottata dal poeta è quella, diversamente provocatoria, che consiste nell’associare alla componente macabra quella erotico-sadica. Lo si vede bene in Une martyre, poesia in cui viene raffigurato il cadavere di una donna nuda, decapitata12. Il corpo giace su un letto, mentre la testa è stata deposta, da chi ha commesso il crimine, sul comodino, quasi fosse un soprammobile di nuovo genere. Baudelaire si sofferma con compiacimento sui vari aspetti del corpo femminile che, per quanto deturpato, conserva paradossalmente un’attrattiva erotica. Il poeta dimostra comprensione verso il crudele aggressore e, interpellando anche in questo caso il cadavere, si rivolge alla vittima interrogandola così: «L’uomo vendicativo che non potesti, vivente, / malgrado tanto amore, saziare, / colmò, sulla tua carne inerte e compiacente, / l’immensità della sua brama?»13. Per Baudelaire, l’uccisione di cui si parla non costituisce un atto aberrante e inspiegabile, bensì una conseguenza, certo estrema ma non innaturale, della passione amorosa. Scrive infatti nel suo saggio su Wagner: «Ai titillamenti satanici di un vago amore succedono presto impulsi, capogiri, grida di vittoria, gemiti di gratitudine, e poi urla di ferocia, rimproveri di vittime e osanna empi di sacrificatori, come se la barbarie dovesse avere sempre il suo posto nel dramma dell’amore, e il godimento carnale condurre, per una logica satanica ineluttabile, alle delizie del crimine»14.
Il terzo esempio parrebbe destinato ad apparire meno scandaloso, visto che ad essere in causa non è, almeno in prima istanza, un cadavere umano bensì quello di un animale: stiamo ovviamente alludendo a Une charogne15. Nel testo, il poeta invita la donna amata a ricordare quando in un mattino d’estate, mentre passeggiavano assieme in campagna, avevano scorto all’improvviso uno spettacolo ripugnante: «Alla svolta d’un sentiero una carogna infame / sopra un letto disseminato di sassi, // a gambe all’aria, come un donna lubrica, / bruciante e trasudante veleni, / spalancava cinica e noncurante / il ventre pieno di esalazioni»16. Attratte dal fetore della decomposizione, mosche e larve si erano già messe al lavoro, mentre una cagna poco distante attendeva che i due passeggiatori si fossero allontanati in modo da poter tornare a cibarsi dei resti. Il poeta, rivolgendosi alla bella accompagnatrice, le preannuncia che lei stessa, dopo la morte, non diverrà qualcosa di diverso dall’impuro animale: «Sarete simile a questa cosa immonda, / a quest’orribile infezione, / voi, stella dei miei occhi e sole del mio mondo, / mio angelo e mia passione! // Sì, sarete così, regina di tutte le grazie, / quando, dopo i sacramenti estremi, / ve ne andrete sotto l’erba e le fioriture grasse / a muffire in mezzo agli ossami»17. Tuttavia il testo, per quanto macabro, si chiude con un’inattesa celebrazione del potere della poesia: «Allora, o mia bellezza! ditelo ai vermi, intenti / a mangiarvi di baci, che intatte / ho conservato la forma e la divina essenza / dei miei amori disfatti!»18.
Come ricorda André Guyaux, «Une charogne è al centro del malinteso di cui Baudelaire si considerava vittima […]. Questa poesia edificante, tributaria della tradizione del memento mori abbondantemente illustrata dagli artisti e poeti barocchi […], è stata letta come una provocazione che faceva ricorso a tutte le risorse del realismo. […] La celebrità della poesia aveva amplificato il malinteso, che esasperava Baudelaire. Nel 1859, in una caricatura, Nadar aveva ritratto il poeta mostrandolo, in fondo a un sentiero, col cadavere di un animale ai suoi piedi»19. Nonostante l’amicizia che nutre per il grande fotografo, Baudelaire reagisce male a quest’immagine; scrive infatti a Nadar: «È doloroso, per me, essere scambiato per il Principe delle Carogne. Senz’altro non hai letto una quantità di cose mie che sono solamente muschio e rose. Dopotutto, sei così pazzo che forse ti sei detto: Gli farà molto piacere!»20.
Il poeta ha ragione anche per un altro motivo. Infatti, a dispetto degli esempi citati, non è il cadavere a interessargli in modo particolare, quanto piuttosto lo scheletro. La sua predilezione è rivolta non alla carne, presto deperibile, bensì a qualcosa di più tenace e suggestivo. Pertanto, come spiega Jean-Pierre Richard, «Baudelaire canterà la bellezza solida dello scheletro, armatura del corpo, struttura imputrescibile dell’essere; amerà la magrezza, da cui traspare tale ossatura, e detesterà la grassezza […], che è come una carne cadente e amorfa, un tessuto male attaccato all’osso, una vita abbandonata alla facilità e consegnata in anticipo alle nauseanti mollezze della morte. Tenterà insomma di sfuggire alla corruzione e alle sue vertigini tramite la contemplazione di tutto ciò che il corpo umano contiene di fisso e di eterno»21.
Sarebbe facile, ma anche stucchevole, elencare tutti i punti delle poesie baudelairiane in cui si incontrano riferimenti allo scheletro. Potrà forse essere di maggiore interesse far notare che in certi casi tali occorrenze sono rapportabili alle arti visive. Nulla di strano in ciò, dato che il poeta è sempre stato ben consapevole del ruolo basilare che esse hanno svolto nella sua vita, e parla in più occasioni del proprio «gusto permanente, fin dall’infanzia, per tutte le immagini e tutte le rappresentazioni plastiche»22. Anche stavolta ci limiteremo a pochi esempi, bastevoli però a far comprendere il procedimento.
La poesia Une gravure fantastique si ispira a un’incisione, Death on a Pale Horse, che nel 1784 Joseph Haynes aveva realizzato a partire da un disegno di John Hamilton Mortimer23. In questa stampa, la Morte viene raffigurata come uno spettro a cavallo: a prima vista il busto pare quello di un uomo, ma gli arti ridotti quasi all’osso e il cranio messo allo scoperto mostrano con chiarezza che si tratta di uno scheletro. La corona che reca sulla testa e la spada fiammeggiante che brandisce fanno capire che il personaggio è assai temibile, cosa confermata peraltro dai cadaveri che il suo cavallo sta calpestando e dalle numerose persone che fuggono terrorizzate. I versi baudelairiani commentano in maniera fedele l’immagine: «Ha questo strano spettro per solo vestimento, / campato grottescamente sul suo teschio, / un diadema carnevalesco e ripugnante. / Senza sperone o frusta, fiacca un cavallo ansimante, / fantasma come lui, ronzino apocalittico! / […] Il cavaliere agita una spada infuocata / sulle folle senza nome che il destriero maciulla»24. Agli occhi del poeta, lo spazio che la Morte sta percorrendo nel ruolo di dominatrice è un illimitato cimitero, nel quale giacciono alla rinfusa i popoli antichi e moderni.
L’esempio successivo è offerto da Danse macabre25. Questa lunga poesia descrive e commenta una scultura di Ernest Christophe, datata 1859, di cui riprende quasi alla lettera il titolo (che era La Danse macabre), e reca inoltre un’esplicita dedica all’artista26. La scultura in questione, come spiega altrove Baudelaire, raffigura «un grande scheletro femminile tutto agghindato per recarsi a una festa. Con la sua faccia schiacciata da negra, col suo sorriso senza labbra né gengive e lo sguardo che è solo un buco colmo d’ombra, l’orrenda cosa che fu una bella donna ha l’aria di cercare vagamente nello spazio l’ora deliziosa dell’incontro o l’ora solenne del sabba»27. Leggiamo adesso le prime strofe della poesia: «Fiera, come chi è vivo, della sua nobile statura / con il mazzo di fiori, il fazzoletto e i guanti, / ha la leggerezza e la disinvoltura / di una civetta magra, dai modi stravaganti. // Si è mai vista ai balli una figura più smilza? / La veste esagerata, con ampiezza maestosa, / ricade regalmente su un piede secco, che stringe / uno scarpino a fiocchi, leggiadro come un fiore. // La gala che le corre intorno alle clavicole, / ruscelletto lascivo che si struscia alla roccia, / difende pudicamente dai lazzi ridicoli / le funebri attrattive che ci tiene a nascondere»28. Rivolgendosi allo scheletro, il poeta dice: «Per alcuni sei solo una caricatura; / amanti ebbri di carne, non possono capire / l’eleganza senza nome dell’umana armatura. / Tu corrispondi, grande scheletro, al mio gusto più caro!»29. Egli esprime con ironia il timore che, nonostante l’abbigliamento accurato, il grottesco personaggio femminile, una volta recatosi al ballo, non troverà degli spasimanti. Eppure lei avrebbe tutto il diritto di apostrofarli in questi termini: «Carini miei sdegnosi, sotto i belletti e le ciprie, / tutti odorate di morte! O scheletri muschiati, / Antinoi vizzi, dandies dalla faccia glabra, cadaveri laccati, seduttori canuti»30. Sbaglierebbe dunque il vivente se, orgoglioso e superficiale, si credesse superiore rispetto a uno scheletro.
L’Amour et le Crâne è una poesia che reca il sottotitolo Vieux cul-de-lampe, ossia «Antico fregio»31. Si ispira a un’incisione del cinquecentesco Hendrik Goltzius, modificandone però il senso. L’opera dell’artista olandese rappresenta un putto seduto su un teschio, che con l’aiuto di una cannuccia bagnata spande in aria delle bolle. «Il soggetto e il titolo che compaiono al di sotto dell’incisione: “Quis evadet?” (“Chi potrà scappare?”) la ricollegano al topos della vanità, molto presente nell’arte della Controriforma […]. Nell’ekphrasis di Baudelaire, il putto diviene un amorino, simbolo pagano inserito in un’allegoria cristiana. […] Ed è all’Amore che spetta significare il memento mori»32. Nei versi del poeta si legge: «L’Amore è seduto sopra il cranio / dell’Umanità, / e quel profano dal riso sfrontato / mentre sul trono se ne sta, // soffia allegramente bolle tonde / che salgono nell’aria»33. Il cranio però si lamenta dicendo che quel che l’amorino sparpaglia al vento è il cervello, la carne e il sangue dell’uomo. Baudelaire riconferma così la propria idea secondo cui amore e morte sono strettamente connessi.
Volendo attuare una transizione dalle poesie dell’autore ai suoi scritti di critica d’arte, può essere utile ricordare un sogno da lui coltivato: quello di inserire nel 1861, come frontespizio della seconda edizione di LesFleurs du Mal, la raffigurazione di uno scheletro. Era stato lui stesso a indicare, in una lettera a Nadar, come avrebbe dovuto configurarsi l’immagine: «Uno scheletro arborescente, con le gambe e i fianchi che formano il tronco, le braccia messe in croce che si schiudono in foglie e germogli e coprono diverse file di piante velenose in piccoli vasi scaglionati come in una serra da giardiniere – Quest’idea mi è venuta sfogliando la storia delle Danze macabre di Hyacinte Langlois»34. Nel volume di Langlois viene appunto riprodotta un’incisione dell’artista cinquecentesco Jost Amman (che a sua volta si ispirava a un’altra dei fratelli Barthel e Hans Sebald), realizzata per l’opera di Jakob Ruff De Conceptu et generatione hominis, edita a Francoforte sul Meno nel 158035.
È importante segnalare – visto che Baudelaire omette di farlo – che nell’incisione di Amman lo scheletro si identifica con l’albero della conoscenza del bene e del male: infatti tra i suoi rami c’è il serpente che, con la bocca, sta porgendo a Eva il frutto proibito, mentre Adamo attende di riceverlo da lei36. La scena rappresentata è dunque quella del peccato originale, che tanta importanza avrà nel pensiero del poeta, anche su influsso delle idee di Joseph de Maistre. Tuttavia, nella particolare versione ideata da Baudelaire, al posto di Adamo ed Eva dovrebbero esserci i vasi contenenti piante velenose, ossia i fiori del male. Egli infatti non intende riprodurre l’incisione cinquecentesca, bensì farne realizzare da un artista moderno una versione modificata. I problemi cominciano proprio dalla scelta dell’artista: Nadar gli suggerisce Gustave Doré, che però il poeta giudica inadatto. Baudelaire pensa ad altri nomi possibili, come quelli di Octave Penguilly L’Haridon o Alfred Rethel. Il suo editore, Auguste Poulet-Malassis, ritiene preferibile rivolgersi a Félix Braquemond. Quest’ultimo si mette al lavoro, ma non capisce, o non vuole seguire alla lettera, le indicazioni fornitegli, sicché i suoi tentativi lasciano insoddisfatto il poeta37. Si finirà dunque col rinunciare al frontespizio allegorico, sostituendolo con un più banale ritratto dell’autore eseguito dallo stesso Bracquemond38.
Tuttavia l’idea non viene abbandonata del tutto. Durante il suo lungo soggiorno in Belgio, Baudelaire ha modo di conoscere e frequentare l’artista Félicien Rops, di cui apprezza le opere. L’incontro è stato propiziato da Poulet-Malassis, che ha invitato Rops ad assistere a una conferenza tenuta dal poeta a Bruxelles nell’aprile 1864; Rops risponde all’invito in questi termini: «Baudelaire è, io credo, l’uomo di cui desidero più vivamente fare conoscenza; noi ci siamo incontrati in un amore strano, quello per la forma cristallografica primaria, ossia la passione per lo scheletro»39. Esistono quindi premesse favorevoli per riprendere il progetto iniziale. Rops realizza un’acquaforte che, pensata dapprima in vista di una terza edizione delle Fleurs, verrà poi utilizzata come frontespizio in un libriccino poetico baudelairiano meno ambizioso, Les Épaves40. L’immagine prodotta da Rops è talmente sovraccarica di simboli da dover essere accompagnata da una spiegazione scritta, di cui citiamo solo le righe iniziali: «Sotto il fatale Melo, il cui tronco-scheletro ricorda la decadenza della razza umana, sbocciano i Sette Peccati Capitali, raffigurati come piante dalle forme e attitudini simboliche. Il Serpente, arrotolato intorno al bacino dello scheletro, striscia verso questi Fiori del Male»41.
Possiamo ora prendere in esame gli scritti critici di Baudelaire sull’arte. Il suo interesse per stampe e incisioni gli ha permesso di commentare più volte, esprimendo giudizi positivi, opere di soggetto macabro. È il caso di quelle di due artisti celebri, Honoré Daumier e William Hogarth. Del primo, il poeta descrive così una caricatura: «Un uomo dalla figura alquanto funebre, un becchino o un medico, brinda e beve un bicchiere di vino […] a tu per tu con uno scheletro orrendo. Accanto giacciono la clessidra e la falce. Non ricordo più il titolo della stampa. Senza, dubbio, i due boriosi personaggi stanno intavolando una scommessa omicida o una conversazione erudita sulla mortalità»42.
Quanto a Hogarth, il poeta si sofferma su un’acquaforte «che ci mostra un cadavere appiattito, rigido e steso sul tavolo di dissezione»43. Baudelaire non tralascia altri particolari macabri, come quello di un cane che «immerge avidamente il muso in un secchio e agguanta qualche brandello umano»44. Stranamente, però, dimentica di ricordare che nella stampa, dal titolo The Reward of Cruelty (1751), compaiono anche due scheletri interi, nonché ossami vari45.
Già sappiamo che egli aveva inizialmente pensato, per il frontespizio delle Fleurs, di scegliere fra due artisti, Octave Penguilly L’Haridon e Alfred Rethel. Su entrambi troverà il modo di scrivere, proprio per via del trattamento che i temi lugubri ricevono in certe loro opere. Nel Salon de 1859, Penguilly viene elogiato per l’accuratezza con cui esegue i quadri e per la singolarità della sua immaginazione. A proposito di un dipinto dell’artista, in cui compare uno scheletro, Baudelaire annota: «Sono rimasto affascinato dalla Petite danse macabre, che somiglia a una banda di ubriachi attardati, intenta a procedere, a metà trascinandosi e a metà danzando, sotto la guida del suo scarnito capitano. […] Gli artisti moderni trascurano oltre il dovuto queste magnifiche allegorie del Medioevo, in cui l’immortale grottesco si intrecciava folleggiando, come fa tuttora, con l’immortale orribile. Forse i nostri nervi troppo delicati non possono più sopportare un simbolo così chiaramente temibile»46.
In un suo saggio rimasto incompiuto, il poeta si proponeva di criticare l’«arte filosofica», ossia quella pittura «che ha la pretesa di sostituire il libro, cioè di rivaleggiare con la stampa per insegnare la storia, la morale e la filosofia»47. Ciò, per Baudelaire, equivale a voler assegnare all’arte del pennello o del bulino un compito di natura didattica che ad essa è estraneo e inappropriato. Tuttavia, nonostante questa critica di fondo, egli non manca di apprezzare le opere di un artista partecipe di tale tendenza, ossia il tedesco Alfred Rethel. Elogia infatti una serie di sei stampe che «ha come titolo La Danza dei morti nel 1848. Si tratta di un poema reazionario il cui soggetto è l’usurpazione di tutti i poteri e la seduzione esercitata sul popolo dalla dea fatale della morte. […] Ciò che io trovo di veramente originale nel poema, è la sua concomitanza con un momento in cui quasi tutta l’umanità europea si era infatuata in buona fede delle sciocchezze della rivoluzione»48. Baudelaire definisce «poema» la serie di xilografie Auch ein Totentanz aus dem Jahre 1848 non in quanto essa, quando appare in forma di libro, è accompagnata da un testo in versi di Robert Reinick, ma perché «siamo obbligati a servirci di questa espressione nel parlare di una scuola che assimila l’arte plastica al pensiero scritto»49. È quasi superfluo aggiungere che in tutte e sei le incisioni la Morte viene raffigurata con l’aspetto di uno scheletro, spesso vestito.
La medesima cosa accade in altre due stampe dell’artista, che Baudelaire descrive più in dettaglio, sia pure con qualche imprecisione50. In una, dal titolo La Morte come boia: prima apparizione del colera ad un ballo mascherato a Parigi, 1831, si possono vedere le persone mascherate, ormai cadaveri, distese in terra, mentre i musicisti scappano con i loro strumenti; in primo piano, c’è lo scheletro intento ad arpeggiare con l’archetto su una tibia, come se fosse un violino. Tira invece la corda di una campana nell’altra incisione, La Morte come amico, in cui «un uomo virtuoso e tranquillo viene sorpreso dalla Morte nel sonno; è situato in un luogo alto, dove senza dubbio ha vissuto per lunghi anni, una stanza in un campanile da cui si scorgono i campi e un vasto orizzonte, un luogo ideale per la pace dello spirito»51.
Si capisce bene che lo scheletro possa costituire un soggetto pittorico interessante, ma verrebbe da credere che sia inadatto all’arte scultoria. Baudelaire, però, la pensa in maniera diversa: «In genere si crede, forse perché l’antichità non lo conosceva o lo conosceva poco, che lo scheletro debba essere bandito dall’ambito della scultura. Ma è un grande errore. Lo vediamo apparire nel Medioevo, dove si atteggia e si mostra con tutta la maldestrezza cinica e tutta la superbia dell’idea senz’arte. Poi, da quel momento sino al XVIII secolo, che è il clima storico dell’amore e delle rose, vediamo lo scheletro fiorire felicemente in tutti i soggetti a cui gli è concesso di prendere parte. Presto lo scultore cominciò a capire quanta bellezza misteriosa e astratta vi fosse in questa magra carcassa, cui fa da abito la carne, e che è come il progetto del poema umano. E questa grazia, carezzevole, mordente, quasi scientifica, si innalzò a sua volta, chiara e purificata dalla sozzura del fango terrestre, fra le innumerevoli grazie che l’Arte aveva già saputo estrarre dall’inconsapevole Natura»52.
Questa bizzarra digressione viene suggerita al poeta da un’opera scultoria di Émile Hébert (dal titolo altrettanto strano: Et toujours! Et jamais!). Essa raffigura uno scheletro che sta abbracciando una giovane donna: «Ricca e agile nella sua forma, la fanciulla viene sollevata e librata con una levità armoniosa; e il corpo, convulso in un’estasi o un’agonia, accoglie con rassegnazione il bacio dell’immenso scheletro»53. In effetti quello plasmato da Hébert non è propriamente tale, ma «se è ancora, in certe parti, ricoperto da una pelle incartapecorita […], se si avvolge e si drappeggia a metà con un immenso sudario sollevato a tratti dalle sporgenze delle articolazioni, ciò dipende senza dubbio dal fatto che l’autore voleva soprattutto esprimere l’idea vasta e fluttuante del nulla. Ci è riuscito, e il suo fantasma è pieno di vuoto»54.
Nel Salon de 1859, oltre agli scheletri artistici effettivi, Baudelaire ci tiene a descriverne anche uno immaginario, quale potrebbe trovarsi in una chiesa: «In fondo a quella piccola cappella […], tu sei fermato da un fantasma scarnito e magnifico, che solleva con discrezione l’enorme coperchio del proprio sepolcro per supplicarti, creatura passeggera, di pensare all’eternità!»55. Nell’ipotizzare tale situazione, il poeta aveva forse in mente un modello reale, ossia il monumento funerario della madre di Charles Lebrun che si trova nella chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a Parigi. In quel caso, la statua che emerge dalla tomba non raffigura uno scheletro, bensì una donna. Tuttavia Baudelaire avrà poi modo, durante il suo soggiorno in Belgio, di imbattersi davvero in un’opera conforme a quella da lui immaginata. Ciò avrà luogo nella chiesa di Notre-Dame de la Chapelle a Bruxelles, dove per l’appunto è possibile vedere «uno scheletro bianco che si sporge fuori da una tomba di marmo nero sospesa sul muro»56.
Com’è noto, del Belgio il poeta detesta quasi tutto. Tra le rarissime eccezioni vi sono alcune chiese, ad esempio quelle del Béguinage a Bruxelles, di Saint-Charles-Borromée ad Anversa, dei Saints-Pierre-et-Paul a Malines. Questi edifici religiosi sono perlopiù caratterizzati da uno stile barocco, che però Baudelaire, da parte sua, preferisce definire «gesuitico». Scrive ad esempio in una lettera a Sainte-Beuve, parlando di Anversa: «Ci sono delle cose magnifiche, soprattutto degli esempi di quel mostruoso stile gesuitico che mi piace così tanto»57. Tra questi esempi, avrebbe potuto citare la chiesa di Saint-Jacques, che presenta fra l’altro un imponente gruppo statuario (il monumento funebre a don Francisco Marcos de Velasco) in cui figurano due scheletri, uno dei quali sorregge una clessidra58. Ma in particolare il poeta ammira la chiesa di Saint-Loup a Namur, che a suo giudizio è un capolavoro: «Saint-Loup. Meraviglia sinistra e galante. […] L’interno di un catafalco ricamato di nero, di rosa e di argento. […] Saint-Loup è un terribile e delizioso catafalco»59. Egli ha modo di visitarla a più riprese, e un’ultima volta, pur essendo già malato, il 15 marzo 1866. Tuttavia, proprio mentre si trova in quel luogo in compagnia degli amici Rops e Poulet-Malassis, perde conoscenza e cade60. È il principio della fine, anche se le sofferenze lo tormenteranno ancora per più di un anno (si spegnerà a Parigi il 31 agosto 1867). Yves Bonnefoy si è chiesto se sia lecito «trovare un senso in questa caduta a Namur, in questo inizio dell’emiplegia e dell’afasia finali, nella chiesa che Baudelaire aveva giudicato tanto sinistra quanto galante»61. È vero che in precedenza il poeta aveva scritto: «Dal lato morale come da quello fisico, ho sempre avuto la sensazione dell’abisso»62, ma ormai dovrà rassegnarsi ad essere partecipe della condizione di quegli infermi che «finiscono / il loro destino e vanno verso l’abisso comune»63.
1 Cfr. C. Baudelaire, Les Fleurs du Mal (1861), in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 2024 (= Œ. C.), vol. II, pp. 118-126(tr. it. I fiori del male, Milano, Rizzoli, 1980; 2001, pp. 313-331).
2 W. Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (1935-40), tr. it. Vicenza, Neri Pozza, 2012, p. 133.
3Au lecteur, in Les Fleurs du Mal, cit., p. 6 (tr. it. Al lettore, in I fiori del male, cit., p. 67; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).
4Semper eadem, ivi, p. 39 (tr. it. Semper eadem, in I fiori del male, cit., p. 139).
5 Cfr. Les Deux Bonnes Sœurs (ivi, p. 108; tr. it. Le due buone sorelle, in I fiori del male, cit., p. 289), La Mort des artistes (ivi, p. 119; tr. it. La morte degli artisti, p. 317) e Le Voyage (ivi, pp. 125-126; tr. it. Il Viaggio, pp. 329-331).
6 [Projets de lettre à Jules Janin] (1865), in Œ. C., vol. II, p. 521 (tr. it. Progetto di lettera a Jules Janin, in Opere, Milano, Mondadori, 1996, p. 1462).
7 Cfr. Claude Pichois – Jean Ziegler, CharlesBaudelaire, Paris, Fayard, 1996; nuova edizione riveduta, ivi, 2005, pp. 266-268.
8 Per questo verso di L’Examen de minuit (1863), che nella versione definitiva della poesia diventa «l’ebbrezza delle cose funebri», cfr. Œ. C., vol. II, pp. 385 e 947 (tr. it. L’esame di mezzanotte, in appendice a I fiori del male, cit., p. 427).
9Préface des Fleurs (anteriore al 1861), in Œ. C ., vol. II, p. 132 (tr. it. Prefazione alle Fleurs, in Opere, cit., p. 1449).
10 Cfr. Un Voyage à Cythère, in Les Fleurs du Mal, cit., pp. 110-112 (tr. it. Un viaggio a Citera, in I fiori del male, cit., pp. 293-297).
11 J. Starobinski, Cadavres interpellés. Fiction, mortalité, épreuve du temps chez Baudelaire (1990), in La beauté du monde. La littérature et les arts, Paris, Gallimard, 2016, p. 476.
12 Cfr. Une martyre, in Les Fleurs du Mal, cit., pp. 104-106 (tr. it. Una martire, in I fiori del male, cit., pp. 281-285).
14Richard Wagner et «Tannhäuser» à Paris (1861), in Œ. C., vol. II, pp. 192-193 (tr. it. Richard Wagner e «Tannhäuser» a Parigi, in Opere, cit., p. 901).
15 Cfr. Une charogne, in Les Fleurs du Mal, cit., pp. 29-31 (tr. it. Una carogna, in I fiori del male, cit., pp. 119-121).
19 A. Guyaux, notula a Une charogne, in Œ. C., vol. II, p. 1143. La caricatura è riprodotta in AA. VV., Baudelaire. La modernité mélancolique, a cura di Jean-Marc Chatelain, Paris, Bibliothèque nationale de France, 2021 (= M. M.), p. 53.
20 C. Baudelaire, lettera a Nadar del 14 maggio 1859, in Correspondance, Paris, Gallimard, 1973, vol. I, pp. 573-574 (tr. it. in Il vulcano malato. Lettere 1832-1866, Roma, Fazi, 2007, pp. 188-189).
21 Jean-Pierre Richard, Profondeur de Baudelaire, in Poésie et profondeur, Paris, Éditions du Seuil, 1955; 1976, p. 136 (tr. it. Profondità di Baudelaire, in La creazione della forma, Milano, Rizzoli, 1969, p. 316).
22 [Note par Baudelaire pour sa biographie] (posteriore al 1860), in Œ. C., vol. I, p. 1032.
24Une gravure fantastique, in Les Fleurs du Mal, cit., pp. 65-66 (tr. it. Un’incisione fantastica, in I fiori del male, cit., p. 193).
25Danse macabre, ivi, pp. 91-93 (tr. it. Danza macabra, in I fiori del male, cit., pp. 249-253).
26 Ricordiamo che su un’altra opera di Christophe, La Comédie humaine (1876), verte la poesia Le Masque, ivi, pp. 22-23 (tr. it. La maschera, in I fiori del male, cit., pp. 103-105).
27Salon de 1859, in Œ. C., vol. I, p. 1017 (tr. it. Salon del 1859, in Opere, cit., p. 1268).
31L’Amour et le Crâne, in Les Fleurs du Mal, cit., p. 112 (tr. it. L’amore e il cranio, in I fiori del male, cit., p. 299).
32 A. Guyaux, notula a L’Amour et le Crâne, in Œ. C., vol. II, p. 1213.
33L’Amour et le Crâne, cit., p. 112 (tr. it. p. 299).
34 Lettera a Nadar del 16 maggio 1859, in Correspondance, cit., vol. I, p. 577 (tr. it. in Il vulcano malato, cit., p. 192). Il libro a cui si allude è il seguente: Eustache-Hyacinte Langlois, Essai historique, philosophique et pittoresque sur les Danses des morts, Rouen, Lebrument, 1851.
35 Per queste informazioni, cfr. M. M., p. 140; l’incisione figura ivi, p. 129.
36 È il notissimo episodio di Genesi, 2-3, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, pp. 18-23.
37 Si vedano due diverse prove di stampa eseguite da Bracquemond in M. M., pp. 130-131 e le lettere scritte da Baudelaire a Poulet-Malassis tra il luglio e il settembre 1860, in Correspondance, cit., vol. II, pp. 67, 83, 85-87, 91 (tr. it. di una di esse in Il vulcano malato, cit., pp. 242-244).
39 Lettera di Rops a Poulet-Malassis dell’aprile 1864, cit. in Œ. C., vol. II, p. 1479.
40Les Épaves (1866), in Œ. C., vol. II, pp. 785-821 (tr. it. I relitti, in appendice a I fiori del male, cit., pp. 333-401).
41Explication du frontispice, ivi, p. 787 (l’acquaforte è alla pagina precedente).
42Quelques caricaturistes français (1858), in Œ. C., vol. I, p. 852 (tr. it. Alcuni caricaturisti francesi, in Opere, cit., pp. 1133-1134). La stampa, datata 1840, ha per titolo Association en commandite pour l’exploitation de l’humanité. À la santé des pratiques, e raffigura un medico in dialogo con la Morte (cfr. in proposito Œ. C., vol. I, p. 1527).
43Quelques caricaturistes étrangers (1858), in Œ. C., vol. I, p. 862 (tr. it. Alcuni caricaturisti stranieri, in Opere, cit., p. 1147).
46Salon de 1859, cit., p. 991 (tr. it. p. 1236). Il quadro di Penguilly a cui si fa riferimento reca il titolo Petit danse macabre. La mort, dans une ronde symbolique, entraîne les quatre âges de la vie humaine.
47 [L’Art philosophique] (1860), in Œ. C., vol. I, p. 1163 (tr. it. L’arte filosofica, in Scritti sull’arte, Torino, Einaudi, 1981, p. 203).
56La Belgique déshabillée (1864-66), in Œ. C., vol. II, p. 710.
57 Lettera a Charles-Augustin Sainte-Beuve del 4 maggio 1865, in Correspondance, cit., vol. II, pp. 493-494 (tr. it in Il vulcano malato, cit., p. 364).
58 Lo si veda in Stéphane Guégan, Album Charles Baudelaire, Paris, Gallimard, 2024, p. 218.
59La Belgique déshabillée, cit., p. 716. Per una foto dell’interno della chiesa, S. Guégan, op. cit., p. 225.
60 Cfr. C. Pichois – J. Ziegler, op. cit., p. 717.
61 Y. Bonnefoy, Baudelaire contre Rubens (1969; nuova versione ampliata 1977), in Sous le signe de Baudelaire, Paris, Gallimard, 2011, p. 56.
62 [Hygiène] (1862-63), in Œ. C., vol. II, p. 375 (tr. it. [Igiene], in Opere, cit., p. 1407).
63Le Crépuscule du soir, in Les Fleurs du Mal, cit., p. 90 (tr. it. Il crepuscolo della sera, in I fiori del male, cit., p. 247).
Questo libro raccoglie i colloqui tra Robert Walser, degente dell’ospedale psichiatrico di Herisau, e il giovane medico Karl Weiss, allora tirocinante di quell’istituto, negli anni fra il giugno del 1954 e il dicembre del 1956. I colloqui, inediti fino ad oggi per esplicita volontà di mio nonno, adesso vedono la luce per le edizioni Ernst Marti a Lugano, in un volume che non potrà che arricchire la conoscenza del “fenomeno Walser” in tutta Europa. Dopo Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig, questo libro è quanto più ci avvicina al segreto degli ultimi anni vissuti a Herisau dal grande scrittore di Biel. Il titolo delle conversazioni deriva da una frase ripetuta da Walser come ossessivo refrain nei momenti di estrema malinconia.
Hermann Weiss, 10 ottobre 2012
**
PREFERISCO SPARIRE Colloqui con Robert Walser 1954-1956 (ZiBook Lontananze, 2014)
Non andare a caccia di pensieri, sono loro a venire incessantemente da te. R. W.
Hölderlin giudicò conveniente, anzi riguardoso, rinunciare a 40 anni d’età al proprio intelletto: con ciò offrì a molti l’occasione di compiangerlo nel modo più dilettevole e gradevole. R. W.
Se un uomo sano scrive male, allora è malato in qualità di poeta. Se un uomo malato scrive bene, allora appartiene in qualità di uomo a coloro che sono sani. R. W.
**
Etica
Mio giovane amico, mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo: è proprio per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entrato dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d’accordo. Ma io più di lei. Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza? Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono (ma sono pentito dei monologhi di Simon nei Fratelli Tanner, tante, troppe parole, che sequenza di pagine uguali!) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li guardo come un solo punto, non mi vanto di loro, e certo non loro di me. Mi guardo le dita, c’è aria che le separa, tanta, troppa aria, e vibra fastidiosa nelle orecchie!
Ridere?
Ho nostalgia di quando copiavo inviti a cena e biglietti da visita di dottori, allora ero felice come un bambino, immaginavo che la mia scrittura producesse cibi deliziosi o curasse malati inguaribili: cose che la mia calligrafia certificava con arabescata precisione. Oggi non lo credo più. Oggi non so dove andrà il mondo, anche se qui a Herisau è facile prevederlo. Guardàti sempre da facce attonite, si affonda in occhi che vanno non so dove. Un lungo alone, un rumore di voci, un’eco, e poi il sonno. Però niente lacrime. Al contrario, bisognerebbe ridere e non smettere. Qui, in tutto il manicomio, ci sono tali palcoscenici che potrei scrivere farse in un atto se solo avessi voglia di intrecciare ancora meraviglie su carta.
Imminenza
Sei nato in Italia, Weiss, anche se hai un nome svizzero. Allora ti risponderò con le parole di Dante: “Io dirò cosa incredibile e vera”. Ho motivo di contraddire proprio io il grande regista delle cosmogonie, il perplesso uomo che sviene negli inferni freddi e roventi? Lo scrittore ha il compito di accostarsi all’incredibile e di mostrarcelo come vero. Ho amato molto i romanzi d’avventura per questo, i loro eroi e i loro autori, da Dumas a London, da Aramis a Martin Eden. Accadeva qualcosa di nuovo nella vita senza senso del lettore: leggeva di moschettieri e di dirigibili, di mirabolanti avventure nel centro della terra e di vagabondi che vagano fra le stelle vivendo tante vite. Non sapevo mai cosa sarebbe accaduto nel prossimo capitolo. Forse la rivelazione di qualcosa che non si sa se avverrà è la vera magia: è l’estetica di cui parlano gli eruditi. Una cosa imminente ha questo potere: ti affonda nel sonno, ti calma, ti aspetta oltre ogni sogno. Chi rinuncia al mondo è nella condizione giusta per comprenderlo. Solo così tutto ciò che esiste ritorna vero.
Amore
Amo i briganti, quelli che arrivano di notte, ti rubano tutto e ti lasciano vivo perché tu possa ricordarti di loro. Morto, non potresti. I masnadieri sono furbi, sono bandìti dell’arte, ti bandiscono dal mondo. Assomigliano a un dio. La somiglianza fra dio e uomo è singolare: l’uomo non capisce qualcosa che lo spaventa o lo innamora, e lo chiama dio. E allora… Oh dio brigante!
Impenetrabile
Difficile risponderti. Non sono impenetrabile. Sono docile alle domande degli altri, ma devono essere le domande giuste. Non posso essere io a chiedermi qualcosa: saprei già tutte le risposte. Qui, a Herisau, nessuno mi chiede nulla. È tutto un leggiadro silenzio. Nessuno sa che io scrivevo, nessuno nomina i miei libri. Dovessi consigliare qualcosa a qualcuno gli direi: scrivi per te, e per nessun altro. Mostra le tua pagina a qualcuno, poi cancellala, dimenticala. Cosa significa, questa funebre immortalità dei libri, poveri oggetti a volte lasciati soli per anni, nelle biblioteche, coperti di polvere come scrigni senza tesori? Gli scrigni vanno aperti e la polvere d’oro sparsa sui sentieri! Non è vero che detesto gli scrittori vincenti, solo che mi disinteresso a loro. Non mi sento né padre né figlio di quello che scrivono. Vivo una sindrome della fuga? Non so. È una questione di musica, più che di innocenza. I vincenti non mi parlano, sono bronzi sordi. Dentro il paesaggio temporalesco della città in bilico sono gli inutili archi di trionfo. Cosa vuoi che dica? Sotto gli archi pisciano i poeti e passano i girovaghi: io sono lì. Vedi tu a che punto sono superbo.
Schubert
La tua piccola scienza, dottor Weiss…Piccola, troppo piccola, e pensare che potrebbe diventare così grande. Vasta come un panorama che nessuna terra può contenere. Ma voi vi ingegnate solo a descrivere le vostre paure. Cercate soluzioni, non vi fate allibire. Molto brutto, questo, e spiritualmente povero. Il dolcissimo Schubert ci faceva allibire sempre. Così ingenua, la sua musica si snoda prolissa e sublime per valli e sentieri, le sue frasi hanno sempre lo stupore melodioso del wanderer che si ferma in una radura incantata e luminosissima: sono ciò che voi non avete mai avuto e che io non dimentico. Passeggio felice, nonostante l’età. Mi commuovono i cieli temporaleschi. Credo che scrivere derivi dalla paura di guardarli veramente.
Descrivere?
Obbedisco. Servo il mio sogno di servire. Lo faccio perché i servi scelgono i padroni, non i padroni i servi. E così sono libero. Ma ho descritto troppe volte i dettagli del mio sogno, e in troppi libri. Questo è male. Mi disturba che mie parole troppo chiare esistano ancora, che vadano sempre in giro. Sono stato un millantatore. Il sogno ha bisogno di bambini taciturni. Io ero un taciturno superbo di parole, gonfio come un pavone di tante, tante, tantissime parole.
Preferirei di no
Tutta la mia vita deriva da una frase di Melville: Preferirei di no. Così ho perso la mia vita. In quel “preferirei”. Non ho mai detto “preferisco”. Sono stato nel no come nel sì. Se mi obbligavano, copiavo lettere ossequiose nella mia camera. Se non mi dicevano niente, fissavo il muro, come tanti Meravigliosi Scrittori che mai scrissero nulla.
Autobiografia
Certo, io non sono uno scrittore che scriverà la sua autobiografia. In un libro in prima persona l’io è un modesto personaggio, e non l’autore. Cominciassi mai a parlare di me, mi fermerei dopo cinque minuti. Quel passero che cinguetta conta di più. Il fatto che noi non contiamo nulla, a me non causa nessun dolore. Proprio nessuno. Il fatto che io valga meno del lavacessi di un manicomio non mi fa male. Qui sono protetto. Pensa: nessuno potrebbe più rinchiudermi qui dentro perché mi ci sono già rinchiuso io per mia esplicita volontà. Il resto degli uomini non baderà ai nomi degli alienati di Herisau, cancellando con decisione le nostre vite. Bene. Mi deluderebbe essere ricordato. Ho sempre amato i Lotofagi: mangiano la dolce pianta di loto e smettono di ricordare gli affanni del mondo. Beati bambini, sulle rive di qualche oceano remoto. Loro non andranno mai a quei tristi funerali dove vecchie zie, dietro a piccole bare bianche, si chiedono ancora quale vita avrebbero vissuto quei corpicini che non respirano più. Perché pensarci? Perché seppellire i morti? Basta restare bambini e la vita non sfugge più, come una bella sciarpa calda. Imparate dai Lotofagi, come non imparò Ulisse, troppo astuto navigatore, e restate nelle isole senza memoria.
Eroi
Non leggo più, perché ormai ricordo tutto quello che ho letto. Non leggo più perché mi troverei nella condizione di quando leggevo La loggia invisibile di Jean Paul e mi entusiasmavo per certe frasi e poi mi imbattevo in foreste di stranezze e interrompevo la lettura: mi sembrava che l’autore mi parlasse in una lingua segreta che non ero in grado di poter decifrare. Ma ogni libro fa parte del disegno della natura. Io ne ho scritto tanti e ora mi chiedo perché. Non sarebbe stato più giusto evitare di farlo? Tanti trattati sul non-essere, perché ho voluto farli essere? A mia discolpa posso dire che, in quegli anni, avevo molto tempo a disposizione e il miglior modo di perderlo era annotare storie non destinate a nessuno. Sapessi quanto invidiavo i grandi narratori, da Dickens a Balzac. Tutti quei personaggi così veri, così ricchi di vita, che facevano sognare i ragazzi. Io, al massimo, tratteggiavo dei saltimbanchi, dei clowns. Esseri di passaggio. Il mondo ha perso i suoi eroi. Da troppo tempo. Rimane gente come me a sorridere da un angolo della strada, quando passano persone buffe, donne deliziose, esseri da circo. E adesso, non passa più nessuno. Come avrei voluto da sempre che accadesse. Se mi hai veramente letto, quando comincio a gorgheggiare frasi senti anche i miei silenzi, le mie vertigini. Non sembra, ma ho letto Rimbaud.
Le cose?
Chissà se tu lo sai, ma gli occhi mi scivolano tra le cose. Ciò che non mi piace nelle scienze mentali è che vogliono farsi nomenclatura dell’invisibile. Perché? Quanto vale il monumento al canto di un uccello? E, quando ho decifrato i traumi di un assassino, quello è meno assassino, la sua vittima è meno morta, e io ho forse più pietà di lui? La scienza dovrebbe essere come un fiore, che si schiude quando serve. Poi torni a chiudere i suoi petali. A cosa mi serve leggere delle spiegazioni? Voglio capire mentre respiro.
Inappariscenti
No, non ne sono io il padrone. Le cose inappariscenti, se anche le si percepisce, sfuggono all’attenzione. Ieri ho letto un libriccino di Gotthelf, a mezza voce tra me e me (qualcuno se lo sarà dimenticato fra le vecchie riviste del manicomio, aveva qualche pagina strappata). Lo scrittore si serve di parole che nessun altro ha mai trovato: così particolari, così rischiarate da una luce proveniente da qualche parte, che di quando in quando ci si meraviglia dell’arte dell’autore di essere completamente se stesso nel pensiero e nella sua formulazione. Bisogna leggere quello che dice. Nessun altro è capace di dirlo con la sua delicatezza. Nel suo racconto c’è un uomo vecchio che non deplora la mancanza di lacrime attorno a lui. Intorno a lui ridono molti bambini. La figlia è seria, impassibile. Il vecchio desidera essere portato fuori e siede al sole, di fronte alla casa. Esala l’ultimo respiro con lo sguardo rivolto al paesaggio, in mezzo alle risa infantili. Mentre Gotthelf parla in maniera così bella di questa morte, ho l’impressione che tenga tra le proprie mani tutto – il vecchio, la casa, il mondo, i bambini – così come si osserva un giocattolo, con tenera e bonaria attenzione. Molti veri libri sono meccanismi perfetti. In tanti non leggeranno un libro così “piccolo” con la mia stessa ammirazione, affascinati da opere vaste e morali, che intimidiscono e inibiscono. Ma qui c’è uno scrittore di nobile sentire e di cose inappariscenti che, con il suo racconto, ci risveglia e ci lusinga.
Invisibile
Naturalmente. Come persona cambiavo spesso indirizzo (quindici volte Berna dal 1921 al 1929). Sfuggivo, per quanto possibile, ai meccanismi della società: lavoro, identità, matrimonio. Adesso sono dentro questi conventi moderni: le cliniche psichiatriche – Waldau, dal 1929 al 1933, e Herisau, nel Cantone di Appenzell, dal 1933. E come scrittore? Sì, anche nella mia opera cambiavo luogo! Invisibilità! Invisibilità! Ero le maschere dei miei personaggi. Ero viandanti e vagabondi, uomini marginali, come Joseph Marti, che svolgono lavori umili e non sono responsabili di nulla, nauseati dal potere e dal successo. Ma ero anche la maschera di grandi scrittori del passato con i quali mi sentivo affine: Hölderlin, ma anche Büchner, Brentano, Kleist, Lenau e altri ancora. Benché su un piano esclusivamente letterario, sempre nascondimento e invisibilità. D’altronde, nessuno ha il diritto di comportarsi con l’altro come se lo conoscesse. E, dulcis in fundo, mi nascondo “nella scrittura” e “all’interno della scrittura”. Chiudermi nella scrittura con uno stile gaio e cerimoniale, e richiamarmi ad un lettore ovviamente immaginario, che in questo modo tengo a debita distanza, è così bello e dolce. E non solo: nascondermi quando accenno a svolgere un tema o un argomento e puntualmente non lo svolgo; quando mi propongo di tener fede a qualche assunto che mi sembra decisivo e cambio discorso e parlo di qualcosa di completamente diverso. Questo procedimento mi rende invisibile: mi sottrae all’imperativo di dover dire qualcosa, alla falsificazione implicita nel dover dire qualcosa. “È lungo le vie traverse, e non sulla strada maestra, che si trova la vita”, ho scritto in una delle mie scritture minuscole, non lineari! Come potrebbero essere lineari, mio giovane amico? Tòccati la faccia, non la trovi che ti sfugge, è complesso il naso, e le orecchie e le labbra… Sì, mi sono rintanato in fogli fitti fitti, scritti a matita e con grafia piccolissima, tra il 1924 e il 1936. Poi, fine. Oltre il limite estremo del nascondimento c’è solo il silenzio. (Ma chi può impedirti di pensare che io non abbia scritto migliaia di appunti proprio ad Herisau, esercitando con maniacale attenzione la virtù di nasconderli?)
Nomenon
Ah la cascata! La cascata di Nomenon! La mia, la mia cascata! Ero piccolo, giocavo, misuravo la mia altezza sui tronchi di ogni faggio. Ritornai ventisei anni dopo nello stesso luogo e mi misurai di nuovo, poggiando la testa sullo stesso albero. La nuca corrispondeva alla stessa tacca nello stesso punto. Non ero affatto cresciuto. Come immaginavo. Come volevo. Ah la magia di Nomenon! Perché è così necessario crescere? Per ricordare il giorno esatto in cui Karl si sposò e io vissi la rovina di me stesso? Per ricordare Ernst, che agonizza dopo vent’anni di manicomio? Per ricordare Hermann, che si uccide a 49 anni? O Lisa e Karl, spariti pochi anni fa? Si cresce per contare il numero dei morti. Bambini, siamo sempre avvolti dai vivi. È bello esserlo come osservare un tramonto dove il sole, massa rossa e scura, non scende mai all’orizzonte ma si trasforma in un astro rosa e chiaro, e così ricomincia il mondo, ignorando del tutto il regno cupo della notte e dei vivi.
Guardare
Guardare veramente un uomo è trovare i suoi punti ciechi. Da lì senti che è possibile vederlo. Sempre il doppio, sempre la maschera. Senza maschere il mondo è un inferno invisibile. A Herisau ce ne sono molte, ma non le posso staccare dai visi. (Weiss, hai delle caramelle al miele? Sulla carta stagnola che le avvolge si potrebbero scrivere, a caratteri minuscoli, cattedrali di parole. Io non ho mai smesso, cosa credi? di prendere appunti, non sai quanti), ma qui c’è troppo vento, si fa fatica a parlare. Carl è così ingenuo da credere sempre a quello che gli dico (“da quando sono qui, Carl, non ho più scritto una riga”); d’altronde né a te né a lui mostrerò nulla, molto meglio bere del vino e guardare felicemente il cielo, scuciti da ogni pensiero.
Farfalle
Ieri passeggiavo e ho visto una donna, Weiss; veniva su dal sentiero, non era più giovane, ma no, mi sbaglio, sale giovanissima dal sentiero, la vedo passare, le sono accanto, sento quello che potrebbe pensare, è felice; intanto mi si posa una farfalla sul dorso della mano e poi sulla scarpa, è come se stringesse un patto con me, vivo, e io le bisbiglio: lascia stare quella donna, non deve morire, prendi me, sono un vecchio vagabondo, un matto senza futuro, vengo volentieri io, salgo felice le tue colline, farfalla bruna e nera, ma tu lasciala sorridere, camminare, làsciala a lungo sulla terra, ci sono ombre così dolci e foglie ampie e radure in luce, se tutto avrà fine non sia ora, non ora mentre la guardo, lascia che cammini e si ritrovi, che dorma e sogni di essere protetta da un povero vagabondo e allora mi sveglierò nel cuore della notte sognandola apparire dal sentiero e penserò che da quel giorno saremo compagni dello stesso pensiero, ci terremo stretta la mano: noi sappiamo di amarci da molto, molto tempo. Vedi, Weiss, è sempre colpa delle farfalle, si innamorano di me: un amore costante, bellissimo. Mi volteggiano attorno, mi carezzano, si fermano sui miei capelli, mi sfiorano le tempie. Sono rosse, brune, silenziose. Non importa dove mi portino. Mi accontento di seguirle e di essere lì, nella radura con lei, davanti alla bottega, mentre gusto un buon gelato al miele e loro continuano a volarmi attorno. Ma non sono così importante: volano anche attorno ad altri viaggiatori. Non sembra siano veri, tanto avanzano delicati, una nebbia sottile fra le mani, che scaturisce dalle loro dita come un magico fumo. Le farfalle li sfiorano, pulviscolo rosso e bruno, e loro ridono e ridono e sono vivi! Oh deliziosi volatili! Farebbero sorridere anche un condannato a morte nella sua piccola cella di pietra.
Mito
Non voglio diventare un mito, dottor Weiss. Tu, che puoi uscire da queste mura, sa come regolarti. Non voglio essere un mito. Tanto meno un mito letterario. Io me ne fotto della letteratura, se mi concedi un’espressione che non prediligo. Non mi interessa che il tuo primario mi metta a disposizione una stanza, un tavolo, della carta, una penna. Cosa me ne faccio? Io sono un matto chiuso in manicomio. Leggi Cechov, lui sì. Leggilo e ti accorgerai che Cechov non esiste mai. Alla fine, ci sono le sue storie. Solo le sue storie. Senza isterismi, pettegolezzi, ideologie. Storie, ed è sufficiente. Se vuoi parlare di me, dì che non smetto di passeggiare. Seelig lo sa. Tutta Herisau lo sa. Posso confessartelo? Ho orrore che la letteratura prosegua, e non abbia l’intensità di quelle pagine assolute. Io voglio La corsia n. 13, e poi che tutto finisca. Preferisco sparire.
Signore cattivo
“Signore cattivo, sei morto” – mentre nuotavo nel lago dello Wansee, qualche anno fa, un bambino mi puntò il dito e mi disse così: “Signore cattivo, sei morto”. E il mio destino mi fu rivelato, in quell’attimo, con più decisione di quanto non possa farlo Stavrogin nei Demoni, quando ricorda l’indice puntato della piccola Marja, quell’indice contro di lui, contro Nikolaj. Siamo tutti colpevoli. Siamo tutti abissi. Ma i bambini no. Loro sono altri abissi. Quando ero fuori da queste mura, durante le mie passeggiate, salutavo qualche bambino e lui rispondeva sempre con un sorriso. Nessun fanciullo pensa io possa fargli del male. Quel sorriso silenzioso, senza pensieri, senza paura, è tutto. Quel sorriso rivolto a te, sconosciuto, da un’anima innocente, sconosciuta, è la vita. Però può sempre dirti, quando vuole: “Signore cattivo, sei morto”.
Gli altri
Il mio lungo sperimentare la lontananza dal mondo mi ha reso immune dal dolore della sua fine. Trovo insopportabile, anche fossi schizofrenico, imporre le mie tragedie personali con la violenza. Insopportabile e stupido. Lasciare dei biglietti sotto la neve è molto più magico. Lasciarli bianchi è un vezzo, uno scherzo, ma ci ho pensato. Per scrivere mi sono sempre appoggiato agli altri. No, non li ho usati come specchi. Riflettere me, che senso avrebbe? Io mi riflettevo negli altri e cambiavo me stesso e guardavo finalmente il sole dalla finestra della mia stanza, leggendo le storie degli eroi romanzeschi, o guardando le ragazze che passeggiavano nei viali e ogni giardino era il folto e ombroso giardino, con le foglie armoniose sulla chioma ondeggiante dei platani come bellissime maschere verdi, che avevo sognato adolescente per dormirvi estasiato, libero dal corpo.
Fiducia
Sono realmente libero. Voi psichiatri mi avete capito. Avete capito che non voglio fuggire, e la porta di Herisau è sempre aperta, per me. Mi piace questa fiducia, mi consola: è la vita perfetta. Confidare nell’altro, sapendo che non ti accoltellerà. Non chiudere mai la propria casa, perché nessuno ti deruberà. Qui non ci facciamo del male: avendolo subìto, ci teniamo vicini, ognuno come può, chi cucina, chi pulisce, chi annoda pacchi. Ci siamo riconciliati. Nessun male può essere più grande di quello che ricordiamo. E la morte non la temiamo perché, a modo nostro, siamo già morti a vivere alla luce flebile di questa postuma esistenza di prigionieri.
Hugo Wolf
Mi commuove il Winterreise di Schubert, quante volte ho ascoltato quel ciclo di lieder! C’è un bel giradischi, a Herisau, nella stanza delle visite, e io quante volte mi fermo a far girare un microsolco, con il permesso dei dottori: gli altri malati non sembrano soffrirne, accettano a testa bassa, qualcuno mugola, qualcuno fissa il vuoto o si gratta la testa, nient’altro. Lì ho ascoltato tanti lieder, ma amavo soprattutto Hugo Wolf. Su quel matto musicista, oh come mi piace scrivere! Ho negli occhi la scena. Neve ovunque, fitta e lenta. Nessun dolore. Come si può soffrire, quando il bianco copre la pelle e costringe il corpo a poggiarsi sui tronchi freddi, a piombare in un sonno senza sogni? Wolf vede corpi distesi, supini sopra l’ultimo strato ghiacciato, precipitati o caduti da poche ore. Vicino a lui un uomo smania, si toglie gli abiti nella bufera. Hugo si spoglia, li indossa. Ora sono suoi. La stoffa è morbida. Calza scarpe trovate sulla roccia, aderiscono perfettamente al suo piede. La suola è ancora calda. Scavalca cancelli, oltrepassa siepi. La tormenta ritorna. Wolf appoggia l’orecchio a terra. Il rombo della frana è remoto come un flauto. La valanga trascina tetti, case, muri. Timbro basso, clarinetto. Dall’albero cadono pezzi di neve – accordi di viole. Solleva la testa e turbina il vento. Hugo non può andare oltre. Fiocchi freddi, su ciglia e mani. Non vede che un velo, più grigio che bianco. Tasta aria gelata, un pulviscolo. È sempre più immobile. I piedi non avanzano, non creano orme. Le raffiche sorde, nell’aria, e vortici, vortici di punti bianchi: gli entrano nella gola, gli bloccano il respiro. Wolf è fermo nella terra ghiacciata, estraneo ai movimenti del mondo. I fiocchi sibilano fra cielo e rami. Lascia il bastone, si sdraia terra, vinto da un sonno assoluto. Gli occhi si chiudono, le ciglia non battono, il cuore rallenta. Lascia che la neve gli congeli le labbra, penetri nelle narici. Lentissimamente prepara la bocca a tacere, il cuore a non pulsare più. Il sonno entra nelle gambe, nelle mani, nel petto. Né stanchezza né freddo. Gira appena il collo, guarda all’indietro il mondo. Hugo Wolf vede un’unica forma bianca, senza rilievi e contorni, coperta da un velo, e ascolta – ma solo adesso – un fa diesis di acuta dolcezza.
Lettura
Leggo spesso a Herisau, non importa cosa. Talvolta ci sono frasi che mi appaiono dentro un romanzo brutto, oh sono bellissime. Durante la lettura la testa diventa un’arena di pensieri stranieri: le storie degli altri vanno e vengono. Non si è più se stessi, ed è così bello. Quasi si potrebbe dire che leggendo moriamo, e qualcosa di nuovo ci germoglia dentro, come una nuova vita. A volte non leggo, ricordo quello che ho letto. Thomas Mann, ad esempio. Tonio Kroger e Disordine e dolore precoce (la prima edizione, quella con i disegni di Karl). Norina, cinque anni, che balla con Max, il suo primo turbamento, quel dolore assoluto e senza rimedio. Tutto un nastro di sfumature, di trasalimenti, di rossori, come brividi nella pelle. Tonio che guarda il mondo vivere e ballare, là fuori, bello e felice; lo guarda dai vetri, con struggimento. Non ho mai capito il suo struggimento. Avrebbe dovuto essere orgoglioso di stare di là, di non mescolarsi a loro. Cosa significa essere giovani e belli, sposarsi, avere dei figli? Puntellare un’illusione con travi spesse un millimetro. Condannarsi a sconfitte dolorose o a inutili infedeltà. Servire un ingranaggio che sembra avere un senso. Vedere chi ami malato. Piangere per la sua morte. Commuoversi per la sua gioia. Fatica su fatica! Hans Castorp, in fondo, era orgoglioso di vivere nel suo mondo sospeso di malato a sentire le imperiose parole di Settembrini. Ecco, se proprio vuoi saperlo, lì nella Montagna magica c’è il mio segreto. Forse anche il tuo, dottore, quando si parla di malattia e di salute. La malattia è uno stato magico, che annulla il dolore del tempo e consente di guardare il proprio dissolversi senza doverlo descrivere con la scrittura. Herisau non è forse lo stesso luogo? Certo, senza il bello stile di Mann, senza le sue riflessioni sapienti. Ma pensaci bene. Siamo tutti dentro qualche libro, poi ci dimentichiamo il titolo, e così crediamo alla vita che scorre.
Un fatto buffo
Dovresti capire, Weiss, che la letteratura è solo un fatto buffo e non merita troppa attenzione. Il fatto che, a Herisau, io non scriva più (o scriva di meno, non fidarti mai delle mie parole), è fisiologico. Ho altro da fare. Sentire il volo degli uccelli. E soprattutto captare i fruscii dei corpi degli altri. Quando uno si alza o si siede o mangia o respira. Tutti suoni diversi, molto più espressivi delle lunghe descrizioni di un romanzo psicologico. Perché dovrei perdere tempo con le lente parole? Ricordo che quando smettevo di scrivere una pagina, l’emozione era già evaporata. Comunque una gioia ce l’ho, oggi: uso la matita. Anche mi capitasse di scrivere lo faccio a matita, cancellare è più facile che non tirare un brutto sgorbio sulle parole scritte con il duro, indelebile inchiostro. Non mi piace la bruttezza. Ha mai visto, dottore, come i fogli sono belli, se lumeggiati da qualche tratto di matita? Sono già disegni di nuvole e di monti. Ah i pittori giapponesi!
Rispetto
Adesso ho meno rispetto dell’obbedienza, anche se mi vedi obbedire, disciplinato come un delinquente nel perimetro del carcere. Ho meno rispetto. Sono più violento. Il corpo mi si muove a strappi, brusco. Non so più dove mettermi. Dovrei avere pace, pace. Ma non è così. L’idiota che mi guarda intrecciare canestri e annodare pacchi è solo un idiota, e mi guarda come se io fossi simile a lui. Vorrei picchiarlo, dirgli che no, non è vero. Ma, se lo picchiassi, voi capireste che fingo, mi dichiarereste sano di mente, mi direste: Vai a Berna, vivi libero, ti daremo una pensione, ma cosa me ne faccio della libertà, di Berna, della pensione, io non voglio uscire, non devo. Allora mi fingo l’idiota che mi guarda, per non essere smascherato. Non è difficile. Rendo i miei lavori sempre più ripetitivi, più stupidi (anche se in realtà nel minuto intreccio delle fibre camuffo lettere dell’alfabeto). Poi, quando non ne posso più, cammino con Carl e lo ascolto blaterare le belle cose positive, no, non gli rido in faccia, almeno c’è la neve o l’erba sotto i miei passi, e così giro e giro per la terra consentita come un giovane possidente del nulla. Lo sai, tutti quelli che possiedono il nulla hanno il dono della giovinezza…
Piacere
Se si ha il coraggio di osare qualcosa, ci si può anche divertire. Occorre spesso ballare un minuetto per procurarsi un effetto gradevole, in vita e in scrittura. Il bello è più bello, se ci si ride e si balla in mezzo, e non si brontola seriosi e arruffati, arenati nella mancanza del proprio profumo, sepolti in una inodore, sciatta esistenza. Essere eternamente uomini seri e grandi è ridicola superbia. Ognuno di noi ha la sua bella tomba collocata in un prato ombroso o luminoso e lì, nessuno, dopo che il tempo è scaduto, lo importunerà con insulti, chiacchiere, premi, calunnie: lo imbarazzeranno solo i ricordi dei vivi. Chissà se, bello chiuso nella terra, avrà la gioia di essere ricordato come scrittore di libri brutti! Sarebbe così piacevole. D’altronde, non c’è idea di brutto o di bello che abbia un valore. Io scrivo per mio piacere e già sono una pianta rara. Non mi illudo che tutti lo condividano: sarebbe come esigere che tutti siano golosi di Sachertorte. Molti sì, tutti no, e quei bellissimi bimbi che detestano il cioccolato, il loro dio non li manderà certo all’inferno! L’unica cosa che difendo di me è che io sono un uomo semplice, e chi afferma che la mia prosa è un modo di infiorettare il mondo, mente e mi fa male. Il mio “scriver grazioso” è un coltello piantato al centro dello sterno. È l’invito a leggere oltre. Ovvio, Weiss, anche oltre di me.
Acrobata
Vedi, Weiss, ieri ho ricordato un mio antico racconto (forse troppo sentimentale), un uomo si apposta sempre nei luoghi da cui passa una donna, lascia che lei vada oltre, attende un minuto, poi la segue ritmando i passi sui suoi. Questo per cinque, sette secondi, un’eternità. E infine, con un breve saltello (che acrobata!), la supera, cammina svelto svelto per essere notato, anche solo di schiena, per un attimo. La precede di pochi secondi. Poi tira un respiro, si ferma, la lascia passare. Ecco: sta passando. Profumo di capelli, suono di passi. Quando è ormai lontana, lui si ferma su una panchina, scrive rattristato una lettera, la poggia sul legno perché sia visibile. Domani, se non ci sarà vento, lei potrebbe passare e leggerla, innamorarsi di un giovane come lui, che non ha altro pensiero che rivederla. Sorride, pensando a come sarà straordinario il suo domani. Se anche non legge, lei potrebbe. Una donna intelligente e luminosa, i larici, le radure. Basterebbe mi sfiorasse il braccio. E continua a danzare fra le panchine ormai buie, sopraffatto dalla magia del pensiero. Sì, forse ci vorrebbe un altro finale, meno timido e incerto, ma in quegli anni mi capitò di vivere un’indolenza strana, una voglia meravigliosa di non fare nulla, e così non finii il racconto.
Come te
Tanti me lo dicevano (forse erano le mie voci): devi entrare in manicomio. Ma non erano le voci persecutorie che mi tuonavano dentro: “Lavora! Véstiti! Làvati! Spòsati!”. Queste non mi affliggevano affatto, erano persuasive e tenere, capivano tutto della mia vita di girovago e di copista, sapevano come fosse inconciliabile con la vita adulta, e mi suggerivano di trovare un sollievo. Il manicomio come asilo, come silenzio. Dolce cosa. E poi ti ho conosciuto! Ah, essere come te! Sapere i destini che tu conosci: sarebbe bellissimo. Troppa è l’insignificanza del mio. E se lo scambiassi col tuo, mio caro scienziato? Quando ti parlo penso che sia possibile. Il capolavoro della mia vita sarebbe arrivare, dopo una lunga passeggiata fra i faggi, all’ora esatta in cui i miei compagni cominciano a mangiare la minestra. Per non turbare il ritmo della cena non vengo ammesso al mio posto vuoto e, per quella volta, mangio insieme ai dottori. Mangio in tua compagnia, Weiss, senza guardarti negli occhi.
A matita
Weiss, caro dottore, da quasi trent’anni ho cominciato ad abbozzare con la matita tutto quello che scrivo, timidamente ma religiosamente, la scrittura è diventata un processo di languida e colossale lentezza, tanto che fra le parole che scrivo e dove girovago col pensiero mi si disfa il senso delle cose, come se scucissi un arazzo: e allora, scrivo una cosa a matita e un attimo dopo posso cancellarla, perché non è accaduto nulla… Oh, mio giovane amico, se scrivo ancora? Non saprei dirti. Forse sì. Forse no. E se tutto il manicomio fosse pieno, dalla cucina al dormitorio, dei miei mozziconi di matita, della mia carta tagliata in foglietti fitti di parole? Io amo le pagine, la loro forma. Credo che il libro migliore, il più bello, sia quello che ti fa uscire dal mondo in cui vegeti fisicamente per farti vivere e respirare nel mondo che lui solo sprigiona. Ogni libro mi interessa se è un universo nuovo che mette questo fra parentesi (e per il tempo della lettura lo polverizza, letteralmente). E poi, gli ultimi libri sono esattamente come i primi, nessuna differenza: solo che le ossa sono in rilievo e la pelle si è assottigliata.
Anestesia
Vedi, Weiss, non sopporto nulla che mi renda io. Ho cercato un’anestesia sensoriale che mi permettesse di esistere bene solo nella mia mente. Ho passato la vita in compagnia di morti che non smettevano di parlarmi. Perché avrei dovuto fare il contrario?
Camminare
Non voglio dire più niente. Sono quasi le sette. Aiutami a spegnere il sole, perché devo cominciare la mia passeggiata. No, non farà troppo buio. Non ci sarà bisogno di nessuna luce. Con me ho sempre una piccola torcia nella tasca del giaccone, ma non la userò. Conosco tutti i sentieri a memoria. Magari camminerò in compagnia di gatti selvatici. Sono rari, in Svizzera, ma fascinosi, e soprattutto non ti chiedono nulla. O meglio, ti chiedono di essere chi sei. Lo esigono. E, se menti, soffiano come forsennati.
L’ho inventato io
Tutto è possibile, se io ho inventato Herisau. Herisau è il mio Istituto Benjamenta, che avevo già immaginato cinquant’anni fa nel mio Jacob von Gunten. Non sono più il Walser che l’ha descritto. Sono un vecchio, ora, ma Herisau è mia, l’ho proprio inventata per me, stanza dopo stanza, con gli odori, le ombre, le sedie, le serrature, i bagni, i canestri, le voci, le porte, le scale. Posso uscire quando voglio e tornare quando voglio. Non devo andare da nessuna parte. Non ho vestiti da indossare, non ho pensieri da pensare, non ho parole da scrivere. Sono esattamente uno zero, come mi consigliava il severo Benjamenta. E se parlo con te, mio giovane Weiss, è perché nessuno leggerà i tuoi appunti di giovane e inesperto tirocinante. Comprends-tu bien?
Famiglia
Si può amare solo con la fantasia. Fare figli è una cosa incivile. Aggiungere al mondo esseri che domani si uccideranno con nuove guerre, è uno schifo. Il mio solo progetto, Weiss, è non fare nulla. Non procreare. Non aggiungere disordine a disordine accumulando sul pianeta altri esseri piangenti e desideranti (anche se gli occhi dei bimbi-cuccioli mi sgomentano per l’inerme dolcezza). Non credo alle idee progressive e positive, perché non sono mie. Rileggo Leopardi, il Dialogo della Natura e dell’Islandese, ma vorrei essere come te: bilingue, e leggere le Operette morali in originale. Ma mi accontento del mio umile tedesco. Quando un pensiero è necessario e forte, se ne fotte delle lingue che traversa. È un fulmine. E chi lo vede ne parlerà con parole spaccate dal fulmine. Nietzsche adorava Leopardi, anche se conosceva poco l’italiano.
La lingua degli uccelli
Ieri ho fatto un sogno. Tu non mi chiedevi nulla, io non ti rispondevo nulla. Eravamo così tranquilli, così sereni. Io sentivo che, tacendo, imparavo la lingua degli uccelli. Ma, per fortuna, non dovendo volare, non l’avrei mai usata. Che bello! Finalmente ricordo un sogno. Da mesi, ormai, faccio sonni brevi, mi sveglio nel cuore della notte e ogni volta sogno racconti perfetti senza ricordare nessun dettaglio. Saranno tutte bugie, le mie bugie. Quelle che (spero) accompagneranno il mio funerale come l’adagio per pianoforte, opera postuma, di Franz Schubert.
Nuotando
Tanti anni fa, nuotando in un lago, mi accorsi di tenere ferme le braccia e di muovere i piedi a mulinello, come per camminare dentro l’acqua. Mi muovevo. Piano, impercettibilmente. Ma mi muovevo. Progettai di andare lontanissimo. Se avessi tenuto quel ritmo per sedici ore consecutive, chissà dove mi sarei trovato. Certamente in un mondo remoto, liquido, immenso. Non muovevo le braccia come i nuotatori ma camminando come i camminatori, solo che lo facevo sott’acqua. Il peso di tanto liquido non mi infastidiva. Era tutto bellissimo, e non mi aspettavo di incontrare ciclopi o sirene. Continuavo a ruotare i piedi a mulinello, vedevo persino la faccia triste e bella di mia madre, finché mi spaventai perché stavo addormentandomi nell’acqua. Oh come sarebbe bello se la morte mi raggiungesse mentre corro nel mare, affannandomi fino all’orizzonte, oltre l’orizzonte, verso nessuna meta.
Essere opaco
Una cascata di personalità. Non saperle distinguere. Un grappolo di mani. E donne e ancora donne, e universi di innamorati, domestiche, briganti. Ma questo sogno non va bene. Io devo essere opaco, più opaco. Che nessuno sappia proprio più nulla di me. Voglio il fumo sul vetro, se io sono il vetro. Chi distingue me che intreccio pacchi da quel matto che raccoglie paglia? La sua maschera è la mia. Dottore, si vive sul filo. Ci associamo, dissociamo, disintrecciamo. Inevitabile. Inevitabile. Uno fra un milione sarà migliore degli altri, di questa nostra razza. Ma quello non sono io. Protesto da questo manicomio gentile. Protesto. Oscuratemi! Oscuratemi!
Per il tempo di una storia
Weiss, confessalo, Herisau è un cimitero. Tu non hai nessun parente sepolto nelle sue tombe? Nel campo A o nel campo B? Nella corsia C o nella corsia D? Ci sono tombe con tante epigrafi, con anamnesi accurate. Tombe senza nome, fogli bianchi. E le vite vere dove stanno? I morti, lo sai, aspettano, hanno tutto il tempo. Ma loro? Gli stravaganti e i balordi, i nati storti, vissuti storti, morti storti? Quelle vite eccezionali e sibilline di idioti e assassini, di falliti e violenti? Tu vivi nel cimitero di Herisau. Ne sei il custode, ora. Ma vuoi sapere di più. Vuoi vivere per il tempo di una storia. E mi parli perché io ho tante storie da raccontare. Sei interessato ai miei fogli non ancora scritti, non ancora volati via, alle molte vite ancora bianche nella mia mente. Ma io sono il matto, io sono il muto. Scrivile tu, quelle vite. È già il tramonto. Non hai nessun appuntamento, solo questo con me. Via da questo cimitero. Via, fuori di qui! Sono stufo di parlare con i morti. Camminiamo. Sarai tu a parlarmi, adesso. Sarò io ad ascoltarti.
Cambiare il mondo
Certo, potevo scegliere un convento per chiudermici dentro e pregare, rispettato dalla chiesa e dai potenti. Ma è meglio il manicomio. Ci sono meno idee su Dio qui dentro, meno preghiere incomprensibili, meno riti da accettare. Qui si sopravvive calmi. Qui si è sicuramente malati. Certificazioni, esami, firme, diagnosi. L’unica cosa che non sopporto sono gli “agitati”, quelli come me, tanti anni fa, che si sentivano strozzare da mani oscure. Perché bisogna avere sempre la testa inquieta? Il mondo non è già abbastanza agitato? Almeno opponiamoci al furore. Qui deve esserci la quiete. Ma i giovani non sono mai tranquilli. E qui ci sono molti giovani che volevano cambiare il mondo. Volevano. Ma il mondo cambierà solo se loro saranno leali e silenziosi.
Mongolfiera
Sono pazzo perché sono vergine? Sono vergine perché sono pazzo? Essere vergini non è il peccato peggiore, è la difesa migliore. Lascio che il mondo proceda tranquillo. Io gli cammino a fianco. Passeggio, passeggio, è il mio modo per amarlo. Si può amare con violenza? No, no, con la violenza si può solo ferire e squarciare. L’amore è morbido, lento. È traversare la terra colorata guardandola da una mongolfiera. Da così tanto tempo le parole mi sembrano sciocche e sorde. Ma i canti degli uccelli, quelli che senti quando sei in alto, in cima al pallone, oh sì, come sono acuti proprio lassù! E qualche volta (ma non dirlo a nessuno, magari è un sintomo) mi sembra di sentire le voci dei cavalli. Come mi bisbigliò, lo ricordo appena, un’amica furiosa, di nome Greta, che avrebbe voluto sovvertire il mondo con lo stile logico e barbaro dei suoi occhi chiari. Forse Gulliver aveva ragione quando creò il regno razionale e perfetto degli Houyhnhnm. Io non creo regni, io accarezzo la carta stagnola che manda i riflessi di uno specchio, ma come luccica…
Utile o amabile
Vorrei sapere in che modo intendi controllare le anime di Herisau. Essere timoniere dei furori è un atto magico e una terapia. Ma stai tranquillo, non ti consiglierò, non ti contesterò. Sarò un niente. Io devo stare qui dentro. Fuori sarei pericoloso. Potrei anche essere utile, o amabile. Talvolta, qui, piaccio a qualcuno. Questo non mi va, e mi offende. Mi si allontani. Mi si dimentichi. Tutte le mie vite sono state la costruzione di questo rifugio presente: sono la mia graziosa, apparente invisibilità. Nessun altro sentimento che questo: sparire continuando a respirare. Come se il corpo, almeno per un po’, si staccasse dalla pelle. Una burla. Una beffa. Ma parlo a chi può capirmi? Dottor Weiss, tu sai cosa sto dicendo? La follia salva la vita quando non è ghigno, smorfia di dolore, quando invita a tacere. Come il perfetto silenzio, lei è soltanto simile al sonno. O è un grido puntato negli occhi, come una spada. Non illudetevi, dottori. Vorreste essere i nostri controllori. Ma controllare chi? E come? In che modo? Esiste un sedativo per certe collere metafisiche? Devo contraddirvi. Siamo noi a controllarvi, siamo solo noi la musica su cui potete tentare le vostre esecuzioni. Voi, dottori di Herisau, avete dimenticato che vi abbiamo concesso la parola su di noi. Concesso. Solo concesso. Un prestito. E ve la ritireremo quando vogliamo.
Inafferrabile
Già, con te non posso fare come il mio editore (qual era il suo nome?) quando venne a trovarmi. Lui non mi conosceva e io lo ricevetti compunto, offrendogli una tazza di tè, spacciandomi per il servo di Walser. Poi feci un inchino e sparii nella stanza accanto. Per ritornare qualche minuto dopo, senza l’uniforme del servo, sorridente, un po’ stordito dal sonno, e presentarmi: “Piacere. Sono Robert Walser”. L’editore si inquietò, il mio scherzo lo offese, uscì a rotta di collo dalla mia stanzetta, non volle pubblicare il mio bellissimo libro. Poverino! Qui, a Herisau, non posso fare lo stesso. Tu sai che io sono Robert Walser. Ma questo non ti aiuterà. Pronunciare il mio nome potrebbe rendermi ancora più inafferrabile. Certi innocui vecchini senza nome passeggiano per ripidi sentieri svizzeri e canticchiano felici: ma, se li scontri, possono agitare il bastone e romperti un osso del piede come se tu fossi un arcaico nemico. O d’improvviso smettere di mangiare la minestra e piantarti un cucchiaio in gola.
Lottare
Non ho nessuna voglia di lottare. Avessi una malattia incurabile, non seguirei nessun protocollo medico. Mi denuderei, durante un passeggiata, e mi farei sferzare dal vento freddo. Vorrei aiutarla, la morte. Perché avere con lei, che comunque vincerà, un rapporto di opposizione, di innaturale dilazione? Io sarei dell’idea di facilitarle il compito, una volta che so di essere diventato il suo bersaglio. Seguire, con semplicità, le sette regole del Silenzio: prudenza, segretezza, simulazione, sogno, fantasticheria, metamorfosi, malinconia.
Estraneo
Una bella dose di misconoscimento è utile. Aiuta a respirare meglio. Ti fa sentire un estraneo perfetto. Quando ti addormenti sei più libero. Nessuno si aspetta niente da te. Domani, sei libero di scrivere, di dipingere, di tacere. Una fortuna insperata non essere in balìa del mondo. Se poi, alla fine di tutto, riuscirai a perdere il nome, dovrai ringraziare (non so chi) e sorridere (non so a chi). Anche scrivere, caro Weiss, è utile quando la parola scorre come acqua fra le dita, non quando è mattone che aggiungi a mattone per costruire chissà quale casa. Le case crollano. Poi, certo, ogni acqua vuole il suo alveo, il suo ruscello. (Domani, sì. Domani leggerai. Guarda sotto il mio cuscino alle cinque del pomeriggio, io sarò a camminare con Carl).
Burattini
Cosa potevi trovare? Nulla. Ieri non ho lasciato nulla sotto il cuscino. Ieri ho pensato ai burattini di Klee, al Fantasma Spaventapasseri, al Signore a alla Signora Morte, al Poeta Coronato. Li aveva fatti con la stoffa, il grande pittore, per il figlio Felix. Oh, come avrei desiderato per te il bello spettacolo delle mie prosette gentili e dei suoi ironici pupazzi! Ma Klee è così lontano da me. Abita nell’elevato mondo dell’arte dove le mie piccole frasi sono inutili pantomime, sciocche buffonerie. Ah, caro Weiss, se fossi Cenerentola non andrei a nessun ballo e sognerei le sue magiche luci lì, accano alla cenere, serva silenziosa, sapendo che i sogni non devono esaudirsi. La mia cenere è personale, la reggia del principe un luogo pubblico, una carriera di felicità, una vana sazietà. Meglio avere sempre fame. Se avessi gli Stivali delle Sette Leghe, me ne starei gioiosamente fermo. Fossi Cappuccetto Rosso, incontrerei il Lupo con un sorriso. Fossi la Bella Addormentata, mi sveglierei al bacio del principe ma senza aprire gli occhi, simulando il sonno, lasciando che il banale desiderio, la logica vita si allontani nel suo pianto inconsolabile.
Se ci ami
Trattare con noi è difficile, se ci ami. Se ci detesti, semplicissimo: docce fredde, farmaci, corde, chiavi, porte chiuse. E percosse, quando nessuno ti vede. O, a notte alta, il bavaglio stretto sulle nostre bocche, stupri silenziosi. Se non ci ami tutto va bene, il manicomio funziona, e la tua vita fila liscia, verso l’irreparabile disastro delle tue anime. Vedi, non le nostre. Le tue. Ci sono viaggi che non puoi ancora immaginare. Lo possono i bambini, i vecchi, quelli che non riparano la loro mente. Oh le vite! Sono solo ombrelli contro gli acquazzoni! Ma ci sono mancanze che non posso colmare. Elisa, mia madre, non mi guardava mai. Oh mi avesse guardato! Forse avrei buttato via tutti gli ombrelli esplodendo in risa felici!
Oleg
Io lo ricordo bene, quel sogno. L’ho sognato per tre notti di seguito. Un uomo enorme volteggiava fra le panchine del parco, come se avesse scambiato il giardino per il ponte di una nave e le panchine per scialuppe. Diceva di chiamarsi Oleg, di essere stato un baleniere, ma tutti pensavano fosse solo un matto stravagante che contava storie. Oleg gridava spesso: “Io sì, mi sono salvato”. E volava di panchina in panchina, come un orso delicato. Io lo vidi e piansi. Perché nessuno gli diceva una parola buona? Oleg si voltò verso di me, era immenso. “Quanti anni hai?” mi domandò. Io balbettai, non ricordavo. “Sette, forse otto”. Il gigante fece un enorme sorriso. “L’hai mai vista la coda di una balena?” gridò. Io scossi la testa. Allora Oleg, con la punta di un coltello, scavò un rametto d’albero e vi incise con forza qualcosa. Io, non so perché, chiusi gli occhi di colpo. Quando li riaprii, Oleg non c’era più e molti bambini ridevano di me, mi buttavano addosso pezzetti di carta, barattoli, spaghi. E anche un ramo secco di faggio, dove distinsi, snella come una lancia, la coda di un pesce. Afferrai quel ramo, lo strinsi, scappai via. In quel momento mi svegliai, nel mio letto, la mano vuota. Ma vedi, Weiss, no. Non completamente vuota. Nel mio palmo c’era un piccolo segno.
Sopore
Se essere adulti è rinunciare a questo bel sopore, nel mezzo della giornata, allora ci rinuncio: io voglio un mondo fatto tutto di bambini che mi accolgano a braccia aperte, bello addormentato, senza farmi del male, senza badare alla mia faccia vecchia e ai miei abiti stropicciati. Essere adulti è una stupida rigidità, uno spasmo dei muscoli e della mente, una polizia delle emozioni. Non un bel bazar o una colorata drogheria, con le spezie e le caramelle che attirano i bimbi meravigliati nel loro universo infinito. Io resto qui, tu lo sai, perché non c’è niente di più bello che rinunciare alla corruzione dei sentimenti.
Bisogno
Ho bisogno solo di due piedi e di due mani. Ho bisogno di coricarmi nella neve per morire di freddo come un bambino. Solo tu sai che potrei passeggiare per un interminabile numero di giorni senza mai muovermi. Ma preferisco spostare anche il corpo: è più naturale, da’ meno sospetti di viaggi interiori. Capisci la mia incredibile felicità? Io non possiedo il terreno dove appoggio le scarpe perché non ho bisogno di lui come lui non ha bisogno di me: mi ospita, preferibilmente nei giorni di pioggia, quando con le scarpe inzaccherate affondo i piedi nella terra e apro l’ombrello per ripararmi la testa. Ma una stecca è sempre rotta e mi sbatte sulla faccia, come una carezza eccessiva. Ah quella carezza! È come un segno del mondo. Mi schiaffeggiano appena ma vorrebbero uccidermi. Sono salvo per miracolo. Io non sono fatto per il mondo. Lui non è fatto per me. Ci sopportiamo appena, io sono un bottone scucito, lui è la Grande Giacca. Poi però facciamo pace. Di solito mentre cantano degli uccelli, vicino a un ruscello. Mentre tutto scorre.
Quasi
Non mi allontano mai troppo a lungo. Non voglio fare la parte del privilegiato. Io devo tornare agli orari prefissati. Mangiare e dormire tutti insieme. Alla stessa ora. È questo il contratto con Herisau. Tu avrai letto la mia cartella clinica. Io immagino che non ci sia scritto quasi nulla. Tipo: “R.W. Passeggiatore. Sente le voci. Vorrebbe essere meno visibile”. Quasi è il termine giusto. Appartiene a due regni diversi. È quasi bello, quasi brutto, quasi sano, quasi folle. Ma non è mai o l’una o l’altra cosa. Vedi, le favole sono finite. Cammino per i boschi ma è come se non ci fossero più gli alberi. Neppure gli uccelli cantano più. I sentieri sono vuoti. Mi sento libero. Non quasi libero. Ma libero.
Achàb
Ah stravaganti destini! Adoro Bartleby lo scrivano, che fa deflagrare Moby Dick! La Balena è il sogno che Bartleby non si permette più di sognare. Raggiungere il bianco irraggiungibile, il Grande Mostro, perdere la vita per arpionarlo. Bartleby lo ha sostituito con una stanza bianca dove agire è solo copiare, dove l’arpione rimane la povera penna sul minuscolo foglio, ma poi anche la penna tace, si nega, non vuole confrontare le copie, non copia più. Bartleby, immobile negli uffici come un’ostrica attaccata ai muri, viene accusato di vagabondaggio e muore in carcere, dove preferisce non mangiare. Lui, un vagabondo. Lui, l’uomo più immobile della terra. Ma il suo no è devastante come una traversata oceanica della mente. Disperato, esile, inflessibile. Disperso in tutti i punti dell’aria. Rimpiango di non scrivere più solo quando c’è una certa luce di ottobre che viene dai boschi e non scotta la pelle; soffia un vento delicato e scriverei senza sapere neppure cosa e il mio segreto sarebbe il vuoto perfetto della pagina, fitta di parole come un alveare. Passeggiata
Gli psicotici sognano, Weiss? Te lo sei mai chiesto? Io sì, da quando sono a Herisau. Ricordo che, tre notti fa, mi sentivo in mare aperto, aggrappato a un’asse di legno. L’aria era tiepida. Nessuna nave all’orizzonte. Avevo le gambe gelate. Vidi avvicinarsi uno scafo, una scala di corda si sporse dalla fiancata. Mi aggrappai, salii sui gradini di corda, sentii una voce: “Cosa vuole, signore, dello zucchero?” Ero in un negozio di Reinerstrasse e acquistavo delle caramelle. Il mare sembrava sparito. Sopra il giardino di Hessel, sotto il bianco monumento a Goethe, appaiono e scompaiono ombre di nubi. Il sole è coperto, biancastro. Gli uccellini cinguettano fra gli alberi, una signora sorrideva. Ma d’improvviso vedo una stiva aperta, un pozzo nero. Sono sul ponte di una nave grande, di legno scuro, che luccica al sole, con vele altissime. Al timone un uomo barbuto, le braccia sui raggi di legno. A prua un secondo uomo: osserva la bussola senza muovere un muscolo. Un terzo scruta le stelle con la stessa fissità. Un quarto è curvo a lavare la tolda. Il parco di Hessel non c’è più, quel bellissimo giardino è diventato una nave stregata; eppure i marinai non mostrano volti cadaverici o corpi sinistri; sono esseri normali, con la caratteristica di starsene perfettamente immobili. Come certe signore che, nel parco, mangiano il gelato e fissano i loro bimbi con indolenza. Io entro di soppiatto nella cabina del capitano: straborda di strumenti e di carte, abbandonati in un disordine inverosimile. Chi sarà il capitano, tra gli uomini che ho visto rigidi sul ponte? Forse il più vecchio, il più alto, quello con le braccia impietrite sul timone? Il diario di bordo è spalancato sul tavolo, sotto la bussola. Lo apro, lo sfoglio. “Ehi, signore, perché sta leggendo il mio libro? Come si permette?”. E lo schiaffo di una giovane donna mi colpisce in piena faccia. Resto costernato sulla panchina, la guancia mi fa male, tremo tutto. Il sole comincia a tramontare. Alcuni ragazzini prendono a sassate la testa di Goethe. A quei colpi mi sveglio spaventato. Oh, Weiss, Weiss, come si fa a smettere di sognare?
Abbronzatura
Sì, mi sei simpatico. Tu non sei abbronzato. Non sopporto i medici con la pelle bella scura, perfettamente sani nel loro camice bianco, reduci da viaggi in isole lussuose, che si aggirano tra di noi, straccioni e sporchi, come signori eleganti, come padroni. Quell’eleganza è disgustosa, sgradevole. Auguro a ogni medico di essere sempre pallido. Di avere un’aria smagrita e sciocca come me. Questione di pudore. Ma anche di terapia. Come fanno, quei totem di carne scura, a curare delle pelli scadenti, scheletriche, le nostre, senza provare un nauseante senso di superiorità?
Voci
Non ho più il tempo per scrivere. Devo occuparmi prevalentemente delle mie voci: hanno un bell’andamento ipnotico, una loro musica segreta, e io devo percepirle in profondità, devo farlo o finisco in loro balìa. Se mi distraggo, se scrivo, mi sento colpevole di non averle curate e ascoltate, e loro tornano, tornano ancora, e questa volta per farmi male, molto male, come un tuono dentro un tronco cavo…
Nomade e alcolista
Copista, commesso, bibliotecario, impiegato in una fabbrica di elastici, fattorino di banche commerciali. Ma ciò che ricordo non sono questi lavori, che duravano tre o quattro mesi. Ricordo la faccia di mio padre, fallito rilegatore di libri, che guardava me e non sapeva che sarei diventato un perdigiorno, un nomade innamorato del vino, un autore di libri per rari lettori (di uno ho venduto, credo, 47 copie). I libri dei falliti sono ossessioni stampate su carta. Per questo, adesso, non faccio più nulla. Preferisco il silenzio. Preferisco sparire.
Bell’impulso
Proprio il rischio delle tenebre è la maggiore chiarezza, caro il mio Weiss. Sono certo che hai letto Montaigne quando parla del Tasso e afferma che la sua sottile saggezza l’ha portato alla più letale follia. Che vuoi farci? Spiriti stravaganti. Libri eccellenti. Ma la lettura dei libri non è così importante. Cosa ci trovi, in normali trattati sulla morale e romanzi sul sentimento, che ti dia quel bell’impulso, sensuale e profondo, di avvicinarsi alla pelle dell’altro, di sentirla respirare? Quando la letteratura non è questo palpito, questo lungo odore vellutato, quando non ti accarezza le dita, è meglio tacere, essere vecchi e calmi, distribuire il miglio agli uccelli che si accostano alla panchina, in attesa del cibo che li nutrirà qualche giorno ancora, ingenuamente fiduciosi nella vita, amorosamente presenti. Sai, a Herisau io amo la vita perché nessuno si affanna a costruire lussuosi ideali, artificiosi progetti, macchine belliche con cui distruggere la terra. Nessuno vuole uccidere nessun Mortale Nemico. Perché non esistono nemici ma anime sottili e oscure che ci ispirano angosciosi e pesanti pensieri.
Il superstite
Ieri ho sognato di essere Ismaele, Weiss (ma perché devo sognare tanto?). Galleggiavo nell’oceano, ormai salvo, e mi raccoglieva una nave. Diversi marinai mi issavano, mi nutrivano, mi rivestivano. Venivo messo a letto. La fronte mi scottava. Ero in quello stato febbricitante, dentro una delle cuccette, quando di colpo non sentii più nessun rumore venire dalla nave. Mi alzo dal giaciglio, salgo sul ponte. C’è qualcosa di strano, nell’aria. Si va, ma lo scafo è come fosse fermo. La nave fende l’oceano con penosa lentezza. Le correnti sono scomparse. Le vele flosce e inutili. Vedo un foglietto sul ponte, lo raccolgo, lo leggo: “Tutto è cominciato da quando lo abbiamo preso a bordo. Dobbiamo sbarcare l’intruso. Dargli un po’ di viveri e il mare se lo inghiotta. Ma non possiamo. Troppo, troppo stanchi. Nessuno ha la forza di un solo movimento. Non abbiamo scampo finché quell’uomo è con noi”. Ruoto la nuca e vedo l’equipaggio tutto immobile. Che angoscia! Mi getto subito in acqua, per salvare la nave. Ma attorno a me non c’è nessuna acqua, solo un lungo mare d’erba. Comincio ad annaspare, poi mi rialzo e cammino in un grande giardino. Gli alberi si muovono, scossi dal vento. Ogni panchina è una tavola che sembra andasse alla deriva. Poi tutto si acqueta. Mi trovo seduto accanto a una donna stupita, che mi fa cadere il gelato sulla barba. Devo avere un aspetto terribile e selvaggio, da lurido marinaio. Vorrei dirle “Non sono pericoloso, mi chiamano Ismaele, ho fatto un viaggio lunghissimo, fra balene e tempeste!”. Ma lei è già lontana, è lontana, grida aiuto. Sciocca avventata! Scervellata signorina! Di cosa avrà avuto paura? E mi sveglio di colpo.
Sentenze
Senza abissi un artista è una pianta senza profumo. Perché vieni a trovarmi, quando la foresta è più interessante di me? Perché? Io ho degli abissi? E quali? Dimmi numero, forma, consistenza. Ogni pozzo nero non ha forse delle misure, dei gradini, dei chiodi? E poi, il nero, non fa paura a nessuno. È il bianco a essere realmente terribile, quando il sangue fluisce dal viso e lo lascia scolorato, terreo.
Nutrimento
Non è che tu ne stai bello allineato nella terra di nessuno, né normale né folle, a fingere di giudicare noi, e invece in realtà ti nutri di noi, non sai far altro che starci ad ascoltare, che fermarti a vederci? Tu vuoi vederci tutti perché, dopo, sei più potente. Più sicuro. Sappi che non sarai mai sicuro da solo. Avrai bisogno dei bambini o dei folli, per esserlo. E i presidenti e i direttori rideranno di te, povero Weiss, che vivrai dopo di me, contro la vita. Chi mi ascolta è un mio simile. Chi non mi ascolta ha grandi affari in banca e molte donne nel suo letto. Non prova ciò che prova un matto. Ah, quello che prova il matto è ben diverso, io sì che lo so, oh come lo so…
Anima
Un farmaco con cui cancellarmi il volto e addolcirmi i lineamenti non ce l’hai, dottor Weiss? Il naso è troppo tozzo, la bocca troppo sottile. Una bella pomata che renda la mia faccia un pezzo uniforme di carne proprio non ce l’hai? Vergògnati. Se io fossi stato Dio, avrei inventato una specie diversa da quella umana, un essere nuovo che nascesse nell’estrema vecchiaia, saggio e stanco, e poi, col passare del tempo, diventasse sempre più giovane e forte, poi bambino, infine neonato, quindi un vapore e poi nulla, così, naturalmente, ritornando a non esistere. Perché Dio non ci ha concesso questa semplice grazia? Io non sono né il matto che pungete né il demente che custodite ma lo specchio che vi riflette. Non il vetro di un cristallo, Weiss, ma l’acciaio di una lama. Lama che non vibrerà nessun colpo. Le basta specchiare le vostre bocche e sconfiggere il loro silenzio con le parole. Parlerò, senza smettere. Dovrete seppellirmi per farmi tacere. Perseguitato o persecutore: la vita è una scelta.
Orecchio
Io sono solo un orecchio e voi mi versate mondo dentro – voci, giudizi, pensieri. Il caos. E con voce troppo alta! Vi prego – parlate più piano. Questo non è un ospedale. È il libro dei vivi che si preparano a non esserlo. […] I volti, Weiss? Non li amo. Ai volti preferisco le unghie. Le unghie sono anonime: non hanno né bellezza né espressione. Crescono dopo la morte. Spesso le guardo come se non fossero parti di me.
Guardiani o balie
Guardiani o balie? Ridicolo. Io sono libero. io devo ridere. Rido dal fondo di un pozzo, non ho altro che questo. Rido dal buio. Mi manca tutto. Persino il nome. Ora so la verità. Sono senza legami. Io, che trabocco nel mondo degli spiriti, col regno dei morti vivi sono legato solo dai miei spaghi, dai miei canestri. E la testa abita giù, nello stomaco. Da sette mesi mi mangia il pensiero. Guarda la mia cacca, Weiss: là ci sono secoli di categorie e di concetti. Se la mangiassi sarebbe come diventare servo della chiesa e cibarmi del corpo di Cristo, offerto per te e per tutti in remissione dei peccati. Ma i preti sono sordi e ciechi. Ubbidiscono a troppo spirito e lo spirito li intossica. Tristi e curvi, tutti vestiti di nero. Oh come vorrei sparpagliarli con tanti inni alla gioia!
Recinto
No, Weiss! Férmati! A cinque centimetri da me. È questo il recinto. Se lo varcherai, allora sia io che te sapremo come la mia identità deriva direttamente da un dio. È solo un’ipotesi, ma oltrepassa questa linea e diventerà reale, come reale è il cacciatore che scortica la preda. Io so chi sono. Tu sai cosa significhi saperlo? Non conosci le parole di nessuna ninnananna? Peccato, avresti risolto il dramma della mia follia. Elisa non mi cullò mai, e il suo occhio, mente mi guardava, mentiva: guardava un altro mondo dietro di me. Qualcosa di bianco. I suoi occhi erano neri, con tanto bianco dentro. Come potevo cullarmi da solo? Ah, la scrittura-ninna, la scrittura-nanna…
Induzione
Non convincermi a prendere farmaci. Non ce n’è alcun bisogno. Sai che osservo con scrupolo ogni forma di terapia. Ma nessuna scienza medica o chimica mi trasformerà. Nessuna. Può farmi qualcosa, una pillola, o anche galassie di terapie? Al massimo contribuiranno ad accentuare quel senso di sopore che da solo, con tutta la mente, cerco di indurre nel corpo. Potessi uscirne, anche solo per un attimo! Ah questa stupida, stupida gabbia! D’altronde non sono certo io ad annientare il mondo: è così abile da farlo da sé. Io lo assecondo, con l’orgoglio di camminare diritto nei campi, l’occhio fisso alla luce. Non avendo nulla da perdere, mi perdo con molta fierezza.
Macchia grigia
Un impiego sicuro, un posto d’ufficio, uno stipendio regolare? Avrebbe significato la distruzione della mia vita fisica e spirituale. Io, homme à tout faire? Io, che devo scrivere Theodora? Io non voglio essere una piccola macchia grigia, un abisso di noia. Io, tu lo sai, preferisco sparire.
Non mi va
Dire di no è facilissimo. Detto una sola volta, ti guida veloce fin qui, all’interno del manicomio. Non voglio mangiare, non voglio bere, non voglio muovermi, non voglio imparare. O meglio, non mi va di mangiare, bere, muovermi, imparare. Il mondo intero è sovvertito da quel lieve bisbiglio: non mi va. Alla fine i nodi vengono al pettine, i canestri si intrecciano con fibre indissolubili, e non c’è più nulla da fare se non decorare di parole il muro. Arabeschi, ragnatele, sillabe. Non hai mai la sensazione, dottore, che la vita sia soltanto una cripta e che tu sia tanto ignorante da non sapere neppure quanto durerà il buio? (Però, nella notte, la carta stagnola luccica come lume di lucciola, come riflesso di specchio, sembra tenere dentro di sé tutte le scritture…)
Poesia
Io scrivo poesie, dottor Weiss. Chi scrive poesie lo fa rarefacendo la vita. Si trasfondono emozioni, pensieri, tutto va nel foglio, il foglio si fa sonoro, bello, ricco, intenso, sensuale, felice, e il mondo, anche quelle belle ragazze francesi che si scattano fotografie in mezzo ai profumi del caffè e delle foglie, diventa delicata, friabile ombra. C’est tout. Nei casi più fortunati non resta proprio più nulla, magari un po’ di cenere. Con i fogli, a Herisau, si accende il fuoco nei camini, e tira che è un piacere.
Hölderlin
O dolce Hölderlin, alla fine entro nel tuo regno. Preferisco di sì. Entro, anche se non riesco a scrivere neppure l’ombra di un tuo inno. Ti prego, fammi entrare nella tua torre. Io sono stanco di camminare per boschi e vorrei stare un po’ con te. Potremmo anche ridere insieme, lo permettessero i secoli. Ma noi ce ne intendiamo di fantasmi. Noi, poeti ostriche che non si accontentano del piccolo fondale in cui sono sepolti. Noi, che nessuno sterminato poema, nessuna Mitica Battaglia di Alberi e di Uccelli appaga con le sue stupefatte strofe.
Uomo di terra
In mare gli oggetti si muovono e si nascondono, mai nulla di sicuro, io amo molto il mare, immenso e mutevole, ma ci frequentiamo poco, preferisco l’erba di un campo grande, almeno quella posso percorrerla con umiltà, non sono un grande nuotatore, non mi misuro con l’infinito, sono un povero, piccolo uomo di terra. Un passeggiante. Uno che sta bene nella sua Camera di Scrittura per Inoperosi. La mia camera vera. La vita di ogni scrittore ha posti a sedere e posti in piedi. Io ho scelto di stare seduto e, quando cammino, fingo di essere in piedi. È bello essere dove nessuno ti vede. Gli Inoperosi hanno una grande qualità: rendere invisibile la loro opera scrivendola in grandi e fitti quaderni.
Sogno
Ieri ho sognato che celebravano un mio amico, scrittore e filosofo, morto da pochi mesi, nella città di Balan. Era il primo convegno importante su di lui. Si svolgeva in un piccolo anfiteatro, a pochi metri da una spiaggia, dove si sentiva la risacca del mare. E io, di colpo, stupito, lo vedevo fisicamente presente, proprio accanto a me. Sorrideva e diceva che non sarebbe mai potuto mancare: a Balan facevano dei dolci così buoni che era impossibile non gustarli. Io mi stupivo che un morto mangiasse. Ma lui era così vivo e felice che alla fine non ero più stupito ma soltanto contento. Restammo insieme, io e lui, con la sua faccia adolescente, la bella barba scura, la gran fame. Vidi che si stava divorando una fetta di Sacher, fingendo di leggere un libro. Professori e filosofi parlavano di lui, dell’importante defunto scrittore e filosofo. Ma noi ridevamo di gusto fra i banchi. Intanto, il mare continuava a infrangersi sotto l’anfiteatro, vicinissimo. Io pensavo che non si è mai abbastanza morti quando qualcosa ci rende felici.
Passeggiate
Sul lago di Biel prima di me ha passeggiato Rousseau: ne sono orgoglioso. Ma lui, non lo trafiggevano le mie spine. Lui era un filosofo. Anche se il mondo non smetteva di perseguitarlo. Ci sono filosofi che fanno pensare con leggerezza e filosofi che ti attaccano pietre alla mente. Oh come li detesto, questi asini! Io, di fronte a pensieri che non sono colorati come tulipani nell’erba, sbadiglio.
Chiesa
Spesso, di giorno, entravo in chiesa. Per trovare le parole del mio prossimo poema. Solo in quel grande silenzio cominciavo a capire cosa è magico e cosa non lo è. E le volte alte mi rimandavano l’eco delle parole che bisbigliavo dentro di me. Se le sento pesanti, le cancello. Se le sento adeguate, le userò. Ogni poeta ha le sue strategie. Non prega nulla e nessuno. Serve ciò che vuole servire, non un Dio senza colore e senza faccia, ma delicate, vibranti musiche. Le chiese riposano, inducono a capire i suoni giusti delle parole. L’acustica è favolosa. Io sentivo le parole che avrei scritto, ma in silenzio, senza scriverle. Ci sono strumenti che, anche a non suonarli, sono bellissimi. E talvolta si cammina con tutti quei suoni dentro la testa e si sogna di restare così, muti ma pieni di musica, come è giusto, senza sfiorare il mondo. Qualcuno mi dice (una voce!): sei un vile, devi entrare con forza nelle cose per cambiarle. Ma perché, penso, chi sono io per farlo? Il mio posto è appena oltre il mistero del sonno. Politici e condottieri facciano quello che devono, coprano la terra di città, di sangue, di stupri. Io amo troppo la bellissima natura per essere uno di loro. Io resto chi sono. Qualcuno dice un’eco. Bello, bello! Meglio un’eco che un’ombra. L’eco ha una tinta delicata e dolce, l’ombra è tetra e scura.
Carta usata
Che non si scomodi carta nuova, per me. Bianca, troppo bianca, buona per gli avvocati e i poeti di grido. Voglio carta di seconda mano, unta di pane, di focaccia. Bella solo così. Carta usata dai golosi, non dai filosofi. Qualcosa che abbia fasciato e carezzato il cibo. Una meraviglia scrivere lì dentro. C’è ancora il sapore della farina, l’olio della pasta, tutta la fragranza. Lì vorrei posare la mia scrittura. O nella carta stropicciata dei telegrammi, dove le parole si mettono a fianco degli indirizzi e dei nomi, inadeguate, amorose, ambigue, supplicanti, colleriche.
Nient’altro
Il canto sfrenato degli uccelli. La perfetta luce del giorno. E sapere che non verrà la notte, perché esigo che non venga. Altro non saprei dirti oggi, Weiss, se non questo: odio le buie cartolerie, le buie librerie, i bui negozi, i bui uffici, voglio cose che splendano come specchi d’acqua nei boschi, voglio perdermi nel verde, voglio trovare la radura dove essere me stesso, dove qualche dea bianca si accorga di me e qualche reale divinità dei boschi sorrida all’uomo che veramente sono, oltre la maschera terrena. Büchner diceva, di Lenz: “Egli era un sogno a se stesso!”.
Melville
Talvolta vorrei sapere qualcosa di più degli ultimi giorni di Melville. Chi ha scritto Moby Dick e Bartleby lo scrivano deve avere un potente segreto dentro di sé. Il Pesce Gigantesco, il minuscolo copista. Chi può tenere dentro di sé queste due realtà opposte, ma chissà se così opposte, porta in sé una bella e aspra follia, che vorrei condividere. Una sua claustrale lontananza dal mondo. Lo immagino dentro un doppio vento, che soffia o di notte o di giorno. Uno potente, l’altro sottile. Come sono stati i suoi ultimi anni di vita? Vorrei leggere una biografia di Melville. Dicono fosse vissuto fra missionari e cannibali, ma detestava i primi e prediligeva i secondi. E poi, il dramma di suo figlio, suicida a diciotto anni. Un colpo di pistola nella casa del padre. Se devo essere sincero, il suo linguaggio enfatico e potente mi stordisce, talvolta mi irrita, come la faccia severa e biblica di Achab. Ma, quando parla delle torri d’albero e dei giovani assorti in vedetta a scrutare le balene, di quei giovani sprofondati nella fantasticheria di vedere scivolare e sfiatare quei pesci immensi nell’oceano incantato, il mio desiderio più grande è imbarcarmi a bordo del Pequod, far sì che la nave giri per anni e anni alla ricerca di un mite e innocente capodoglio e nessuno sappia dov’è e sorridergli da lassù, dalla torre di vedetta, la testa nelle nuvole, come a un lontano amico, convincendo il capitano a sospendere la sua ridicola vendetta, a stare accanto a me, Quicqueg e Stubb, solo con noi, a bere e cantare mentre le belle balene soffiano e nuotano, sollevando altissimi spruzzi complici..
I disegni di Karl
No, non conservo libri, qui. Neppure i miei Cosa me ne farei, in un manicomio? Leggo quello che trovo, vecchie riviste, Dostoevskij, Melville. Sì, mio fratello viene a trovarmi raramente. È molto impegnato. E un grande artista riconosciuto dal mondo. Sì, mi piacerebbe avere tanti disegni di Karl con me. Adoro i suoi uomini e le sue donne. Sono tutti Robert. Sono tutti me. Li amo. Non occorre corpo per amare. La fantasia, il flusso che pervade le cose, è energia d’amore, senza il sospiro della passione.
Ridere
Ieri ho riferito a Carl Seelig dei nostri colloqui. Ne era felice. È un uomo disinteressato e puro. Talvolta, se ho parlato con te, rinuncia ad accompagnarmi nelle mie passeggiate. “Non voglio frastornarti” mi dice. E io rido della sua precauzione, gli stringo la mano, gli tocco la spalla. Beviamo una birra insieme in qualche malga isolata. Fa così bene bere e mangiare. Ma se il mondo fuori di noi fosse solo un gioco ironico di ombre che esistono per turbarci, per ingannarci? Il mondo è la nostra lanterna magica. Fingere di crederlo vivo è commovente, è uno scherzo. Tutti ci si adattano perché non sanno che la varietà della metamorfosi è infinita e basta che un bimbo guardi la malga, l’erba, i faggi, e la colori a suo modo perché sparisca ciò che vediamo noi e appaia solo ciò che vede lui.
Foglio segreto
Che il mondo intero mi consideri insignificante, oh che realtà bellissima! Tante volte invidiavo i miei colleghi scrittori per la loro bravura nell’incastonare temi e parole ma poi mi sono accorto che sbagliavo, a cosa serve essere virtuosi? Io mi accontento del mio pensiero segreto. Io voglio il mio pensiero segreto. Devo, in quanto lo voglio. Tutti possono ridere del mio foglio scritto ma nessuno può togliermi la penna dalla carta, tutti vogliono farlo, ma non possono, soprattutto quando non ho ancora scritto nulla, ed è tutto lì nella mia testa, e io sono piccolo, molto piccolo, e la mia storia è tutta lì, dentro la penna, la storia di me che sono uno zero, numero tondo, uovo nudo, senza ghirlande, e rido come un bambino guardando la carta stagnola, il foglio bianco, bel rettangolo di neve versato al centro della mia scrivania scura. (Mia? Scrivania? È solo un tavolo, un tavolo! Legno scuro, pieno delle briciole dei pasti dei matti).
Invito
Ieri ho invitato un pazzo di Herisau, un tipo alto e laconico, a leggere le frasi di un libro. Dopo un’ora, era felice. Diceva di sentirsi come uno che ripete una frase di cui non capisce nulla, della quale non è responsabile. Una frase importante, decisiva. Ma si sentiva sollevato a non averla scritta lui. “Leggendo mi sentivo libero da ogni peso”. Chi legge non è pericoloso, è calmo. I nostri funzionari potrebbero sedare sanguinose rivoluzioni con una normale educazione letteraria. Ma l’ignoranza dei potenti genera evitabili orrori.
Saffo
“profondo…Gorgo” (Un vecchio che intreccia canestri e ricorda versi di Saffo. Strano, strano…)
Dostoevskij
Hai mai letto Dostoevskij? Il suo problema: che il sacrificio di un bambino non vale la salvezza dell’umanità. I bambini vanno sempre salvati perché sono ciò che gli adulti non sono. Difenderli è difendere la nostra salute, che è bella, matta, dolce. Loro, i bimbi, sono mine nella pelle sana dei potenti. Loro, i bimbi, sono mine nella pelle sana dei potenti. Tutte le umanità sono sigle astratte, esistono gli uomini: la fame, l’ansia, il sonno, il ridere forte.
Il grido
Ecco, Weiss, un giorno, avrò avuto sei o sette anni, un tizio – un folle, forse un ubriaco – passò gridando nel parco e mia madre mi tenne la testa stretta, mi coprì gli occhi, mi chiuse le orecchie, perché non vedessi e non sentissi. “È uno scandalo. Non dovrebbero permetterlo…” bisbigliò. Ecco, Weiss, da allora non penso che a quel suono. Ho appena intravisto quell’uomo prima che mia madre mi imponesse di non vederlo e lo penso da allora, benché non lo abbia guardato in faccia, benché non lo abbia sentito urlare, immagino l’energia di quel grido che disubbidisce al mondo e so che devo venire a patti con lui e solo con lui. Io scrivo per sentire quel grido. Per vivere dopo che tanti ordini obbedienti e crudeli hanno causato guerre, sangue, fosse, silenzi. Non si può dimenticare. Si deve testimoniare. E lo si fa esistendo, parlando a qualcuno. Chi testimonia vuole, da sempre, non aderire alla sorda morte che ammutolisce. Traccia un progetto di immortalità. Io cerco la faccia di quel barbone allucinato. Chi non ha mai provato il desiderio di dare forma reale a cose proibite? e, se questi desideri esistono, perché non fornire loro un corpo, come fa il bambino con i giocattoli che lo attraggono? perché non inventare nuove vite? Tracciando la mappa di un altro universo la mia scrittura si imbatte in me, non sostituisce niente, mi restituisce ciò che è mi stato negato allora: quell’uomo e quel grido, il preciso dolore che mi è passato accanto…
Senza rassegnazione
Io non mi rassegno a toccare una pelle già fredda, Weiss. Detesto gli obitori, non sopporto le autopsie. Le vite vanno e vengono: ma, se descrivi su un taccuino gli istanti forti e vivi di un uomo, alla fine lui esisterà ancora. C’è un piccolo incantesimo che nega il silenzio, una cerimonia sciamanica che esorcizza la morte: l’arte, Weiss, l’arte! Un’immagine aiuta a comprenderla: un occhio aperto nel cuore del tifone. L’occhio vede, anche se la nebbia di schiuma lo avvolge tutto. Resta fermo. Una giovane donna disse di me che sono un corridore paralizzato. A distanza di anni quella frase è calzante. Non corro e neppure sto fermo. Passeggio all’infinito. Divago, dottore. È dalla percezione di una paralisi che nasce la mia scrittura, non da una teoria dell’impotenza. Io descrivo gli effetti vitali di un blocco. Come quando un cuore si ferma ma continua a battere grazie alle arterie libere dall’occlusione, che si ingrossano e lo cullano con fiotti di sangue vivo, in un bellissimo momento di calda comunione, di viscerale intimità.
Domanda
Weiss, la mia voce ti arriva bene? Oggi è un gran giorno. Si possono sentire le voci dei cavalli e degli angeli. Ascoltami: ti ho mai detto quanto sia bello dormire camminando, come sia incredibilmente dolce essere un Don Chisciotte senza Sancho e senza i mulini a vento. Io obbedisco a mille Dulcinee del Toboso che tutte mi amano, tutte insieme, senza avermi mai visto, credendo solo al fluire delle mie storie. Oh magnifica noia di narrare e di amare! Le gambe camminano, camminano. La mia società è il mondo del giorno e della notte. Quando fermarsi? Sempre e mai. Ogni parola è una sosta. E io preferisco sparire.
Scrivere e riscrivere
Scrivere e riscrivere non è solo arte di citazione, dottor Weiss, non è un semplice gioco, è l’ossessione da cui non si può sfuggire. Anche inconsapevolmente lo scrittore ritraduce le emozioni di un individuo vissuto prima o dopo di lui. Anche quando una nota ricorda un tema e una parola ne porta altri alla luce, non si cerca di imitare, ma di evocare. Ci sono delicate, viscerali corrispondenze tra vivi e morti, tra chi ha sognato ieri e chi sogna oggi o sognerà domani. Risonanze. Potrei considerarmi un rabdomante di risonanze. In ascolto del ritmo di altri cuori che mi aiutino a sopportare con minore solitudine il battito del mio. Una questione di musica, ancora e sempre. La scrittura è l’ossessiva obbedienza a un numero inverosimile di ricordi e di sensazioni che soffocano e stordiscono e poi, con la parola, faticosamente si ricuciono insieme. Io mi sento degno di me mentre mi vivo traghettato dall’opera che ho trovato, che mi ha trovato, divento suo strumento, e lei mi convince ad andare in un luogo o nell’altro, a cercare questa o quella parola, e io, viandante sorpreso, non posso che acconsentire. Qui, in questo preciso attimo, provo stupore e orgoglio insieme. Il mio desiderio sarebbe trovare ombre, nel passato o nel presente, da evocare, nominare, descrivere. Ma tante, un numero inverosimile. Il compito è e resterà sempre impossibile. Probabilmente, se scrivessi un racconto in un decimilionesimo di secondo, non riuscirei a realizzare neppure in minima parte tutti i sogni e le possibilità che può raffigurarsi un prigioniero chiuso nella più tetra baracca di un campo di concentramento nel tempo di un’ora, dentro il palcoscenico della sua mente.
Lager
Li chiamano lager quei campi, lo so. C’è stato una lunga guerra mentre io passeggiavo nei viottoli di Herisau. Quei lager hanno soppresso vite. Dicono, ma forse è una favola, che abbiano incenerito corpi di zingari e di ebrei. La natura dell’uomo è immutabile e crudele, come scrivono tanti libri. Io, avendo scelto di esprimermi e non di tacere, so che fallirò. Il racconto si dipana, e in tutte le parole e tutte le frasi vibra lo struggimento per risonanze non udite, pensieri non capiti, vite non vissute, parole non dette: dietro ogni immagine si agita il fantasma di un’altra che potrebbe germinare, oggi o domani o mai, riportando in vita storie mai nate, paesaggi mai visti. Anche se li ho tutti ben saldi nel cranio: non scapperanno.
Salvare
Desidero correre, vedere, sentire, ma resto fermo, stupito. Ho la sensazione che, intorno a me, siano tutti prigionieri, prigionieri con volti che gridano. Traversando le belle vie della fantasia arrivo a questo: il desiderio di correre libero, raccontando storie. Cos’è che mantiene vivi? Raccontare la storia di una vita, e non della propria. Si dice che, alla morte di un individuo, gli angeli lo aspettino, in cielo, per sentirlo narrare il suo destino. Io non mi preparo a questo, perché a me manca un vero destino, o forse non credo negli angeli (a me interessano solo i demoni). Sono un pianista che suona nel buio di una casa, curvo sulla tastiera, quasi appeso al pianoforte, e sembra cascare dal sonno ma non riesce a dormire e continua a muovere le braccia e le dita, cercando di mantenere intatto il filo della melodia. Non potendo sentire il grido di quel folle (Mamma, perché me lo hai proibito?), ho trasformato la scrittura in un’architettura instabile e favolosa che mi precipitasse verso quel grido. Sono diventato matto per ascoltarlo. L’io è un’emozione beffarda, una bella distorsione da cui si generano mondi. Scrivere è cercare amici, alibi, complici, che condividano con me questo demone.
Fuori tono
Sono sempre stato fuori tono. Ma cosa significa essere fuori tono? Mi spiegherò con un esempio molto semplice: quando qualcuno parla del più e del meno in una conversazione normale, io non sono con lui. Chi sono io veramente? Il ramponiere Samuel Calpas che ammazza tre uomini della ciurma, a bordo del Whiteland, il 1 gennaio del 1807, gridando di avere obbedito alla legge di Dio? Hermann Baum che confessa alla moglie di averla tradita sette volte per essere odiato da lei come marito spregevole? Tony Chamder che scaglia una gragnuola di sassi contro il suo unico figlio credendo sia uno spettro? Jeffrey Foster che legge un racconto in cui si racconta che Jeffrey Foster è morto nel naufragio del Tikeli? Ecco cosa significa essere fuori tono. Una nota che non sta mai bene con le altre. Io non sono mai chi vorrei essere: non seguo un’idea, non combatto per essa. Mi tengo sempre nascosto, come hai fatto tu, quando speravo ancora che il mondo esterno fosse un’ombra passeggera nella tua vita. Per essere eretico ho desiderato e sognato, e basta. Ho vissuto la mia stupida trascendenza. Ma anche a sognare, il lavoro è duro: non lo si fa mai a metà. Chi vive mentre gli tolgono la vita, deve riconquistarla tutta con un sogno bello, forte e smisurato. Se vive da mediocre, il suo sogno dovrà essere eccezionale.
Uomo sociale
Anche adesso che non scrivo quasi più nulla e sono qui a Herisau e tutti mi considerano un matto mite, sono un uomo sociale. Mi dico: “Parla per i sopraffatti, per i cancellati. Non hai altra potenza se non questa: parlare per loro. Se lo farai, parlerai di te”. Mi dico ancora: “Ti hanno sopraffatto, sì, ma non totalmente. Hai una bocca. Puoi far risuonare le corde vocali e gridare. Ecco l’utopia. Non dovresti esistere, ma esisti. Per un secondo e oltre quel secondo: l’immortalità”. Credimi, Weiss. Io non sopporto i morti, io che ho preso su di me tutti i mali del mondo. E tu? Mi sembri pallido. Non te ne accorgi? Hai la barba troppo lunga, sei coperto di stracci, e gridi, gridi. No, silenzio, silenzio! Non va bene gridare, per uno psichiatra. Ti pago io il biglietto ferroviario per Biel. Torna a casa mia (alla mia casa natale) finché non sarai completamente, felicemente, meravigliosamente guarito. Herisau non ha più bisogno di te.
Cani e padroni
Scherzavo, Weiss, scherzavo. Leggo su una vecchia carta geografica nomi fascinosi come Chamois e Planaval, luoghi bellissimi della val d’Aosta dove forse non andrò mai (ma chissà, se guarisco, se vinco alla lotteria, potrebbero spalancarsi le porte dell’ospedale e io, ricco gentiluomo, villeggerò in alta montagna, vicino a La Thuile, ed entrerò nel sentiero delle farfalle come un cane fedele segue l’ombra del suo padrone). Ma chi è il mio padrone? Hai mai notato, Weiss, che non siamo noi a portare a spasso i cani ma loro noi? Fingono di essere servi emettendo grida di giubilo. Ma sono loro i veri padroni, spensierati e potenti, loro, che ci portano per campi dove il verde brilla come fosse argento. Ah quel verde-argento che avrei voluto dipingere! Ma è un colore straniero ai colori e io non sono neppure un pittore. Sono uno scrittore. Straniero, per sempre, a tutto. Fossi un pesce, sdegnerei l’acqua. E, come tutti gli scrittori, sono straniero alla mia stessa lingua. Le parole sono solo cerimonie, per urlare di meno. Ma, di questo, dopo.
Autori
Non ricordo molti nomi degli autori del passato. Ricordo opere prodigiose, insostituibili, ma che mi importa sapere se sono di Omero, di Goethe, di Tolstoj? Al lettore non interessa chi si sia consumato la vita a scriverle. Loro esistono. Per chi, nel futuro, le renderà presenti leggendole ancora. Ecco, Weiss, il passato non esiste. Non è mai esistito. Posso dirtelo io che, a Herisau, ho incontrato un uomo depresso e antipatico, si chiama Alessandro Magno e parla a scatti, arrabbiato, stupidamente arrabbiato. Ha il nome di chi conquistò terre e sgominò eserciti, ed è lì che piange, depresso, per una donna sciocca. Ah la misera beffa dei nomi!
In Svizzera
Qui, in Svizzera, i matti li capiscono. I dottori sono buoni con loro, con noi. Sembra un regno da favola, dove i fragili non sono percossi dalle bastonate dei potenti ma possono sprofondare in sonni lunghissimi (cosa sarebbe la vita senza il piacere del sonno? Vale la pena vivere soltanto per la gioia di dormire…) In Svizzera gli adulti e i potenti stanno dentro le loro gabbie e blaterano e blaterano, prigionieri di parlamenti, leggi, scuole, ricatti. Noi no. Noi siamo liberi qui, dentro i manicomi. E i dottori sanno che parlano con esseri liberi, ma troppo addolorati per essere soddisfatti. Tu, Weiss, passeggi con me. Mi sei amico. Ma – perdona la domanda troppo intima – sei sicuro di non aver mai sentito le voci? Io, con la punta dell’ombrello, scavo volentieri nella neve e le trovo: palpitano, mandano suoni.
Arte nuda
L’arte? Deve essere nuda. Niente letteratura. Ieri camminavo per i sentieri di Herisau ed era bellissimo. Fiori, alberi, sole. I campi erano pieni di persone che ridevano. Volevo togliermi i vestiti e declamare i miei versi. Ma poi mi sono ricordato di quando lo feci a trent’anni, in mezzo a tanti bei giovani, e proprio loro, che prima erano così felici, inorridirono, cominciarono a urlare, chiamarono la polizia, e io fui costretto a rivestirmi da un agente zelante, e poi tutte quelle domande, il pudore offeso, come avevo potuto, se non mi vergognavo davanti ai bambini, che rischiavo tre mesi di prigione, e io a dire, a dirvi: “Ero felice. Voi lo siete mai stati? E poi, sono bello. Chi mi ha visto avrebbe dovuto godere della mia bellezza e non gridare come se avesse visto una brutta bestia! Va bene, va bene, non lo farò più. Corro a casa, signore, e scriverò il racconto di un uomo felice che si denuda. Ma mi lasci libero, ora! E rifletta: il racconto che scriverò non farà forse più paura ai bambini del piccolo e gaio gesto di oggi”?
Sorgente
Oggi non ho né il tempo né la voglia di parlare, Weiss. Hanno portato via un uomo che ha spaccato la porta del direttore a colpi di scure (la scure l’aveva rubata dalla cucina). Pover’uomo. Devo salvarlo. Dirgli di sotterrare l’arma, di non affilare le lame ma i segni. Di lavorare la carta con scarabocchi che la taglino, la forino, la spacchino. Ma solo la carta. La tua mente è una sorgente, gli direi, ma tu dirigi bene i getti d’acqua. Uccidere non serve. Continua a far morire i nemici nella mente. Resta vivo. Dura di più la tua rivolta, se loro non sanno chi sei. Un poeta si traveste per colpire meglio l’avversario al cuore, come uno spadaccino funesto. Lo so, lo so, non serve neppure questo. Ma scorre meno sangue. A me il sangue fa paura, come a tutti i lettori di libri, perché sporca le dita, i fogli. E poi non si toglie più dalle unghie, il rosso. Ci vuole acqua, acqua, ma non serve. Lady, dove sei? Lady Macbeth? La tua bella, rossa spugna dov’è?
Morgenthaler
Tu mi parli di Morgenthaler? Dello psichiatra che ha curato mio fratello? E che adesso cura un altro svizzero, un pittore osceno e violento che mi ha pestato a sangue a Waldau, uno pseudoartista che conosce solo lui, un certo Wölffli? Nome altisonante Morgenthaler, laureato nell’Arte dei Matti. Si fregerà di molte glorie. Io preferisco il più banale Weiss. Mite nome di un ragazzo che mi ascolta. I dottori, è una mia vecchia convinzione, sono grottesche miniature del dolore che l’uomo, solo e nudo, prova dentro di sé come in una Grande Caverna.
Permesso
Le passeggiate mi portano lontano. A volte dormo fuori, con il tuo permesso, con il permesso di tutti i dottori, caro il mio Weiss. È bello dormire all’aperto. Ma so che fuori non potrei vivere. Mi ci vuole un letto ordinato, una sedia comoda, quattro muri. Ci vuole l’aperto ma anche il chiuso della casa. Fuori, in mezzo all’erba, non sono che un punto (e voglio, voglio esserlo.) Ma essere un punto dentro campi sterminati mi smarrisce. Ho bisogno che un luogo mi definisca, mi chiuda dentro di sé, mi avvolga. Non voglio carezze ma un senso di calma. Sento meglio le voci, quando girano dentro una stanza chiusa. Fuori, diventano canti striduli, squittii, e non le capisco più.
Cinema
Una volta sono andato al cinema. Una volta sola, prima di entrare a Herisau. Ne uscii con la testa in fiamme. Era una commedia, un melodramma, non ricordo la trama. Ricordo i corpi degli attori, passioni d’odio e d’amore, il tempo, i paesaggi. Incredibile. Quelle persone, che oggi saranno vecchie o morte, erano davanti a me, dentro un telone. Commovente. Allora una immortalità esiste, una giustizia c’è, non tutto scompare. Corpi che sono esistiti, e io posso vederli e rivederli nel nastro di celluloide. In teatro, dopo avere recitato, gli attori se ne vanno. La scena resta vuota. Qui, come in una scatola magica, le figure vengono riposte dentro la bobina. Come pupazzi che non occupano lo spazio, sono sigillati lì dentro, prima che il proiezionista, magico burattinaio, faccia reiniziare lo spettacolo. E allora, solo in quel momento, tornano creature vive, più vive di noi, attaccate ai loro fili d’ombra e di luce, come le marionette di Kleist. Quello si chiama film.
Tamburo
Mi piaceva suonare il tamburo per gioco. Mi sentivo un girovago suonatore. Ogni volta che potevo, a ogni angolo di strada percuotevo le nocche della mano sulla pelle di cuoio. Ma nessuno che, almeno una volta, mi ascoltasse, si girasse verso di me! Eppure, all’angolo della strada, suonavo e non smettevo, suonavo e non smettevo. Solo una volta un uomo passò e mi disse: “Continua, ragazzo, continua. Adesso è il tempo dei sordi. Ma i sordi moriranno, e allora il tuo spettacolo sarà molto, molto apprezzato”. Adesso, a Herisau, seguo il suo consiglio. I matti non sono sordi e io uso pentole e posate, in cucina, batto, suono, martello. Anche se la musica qui è molto diversa, più domestica e meno infernale.
Follia
Tutti, a Herisau (molti, non tutti) hanno il cranio rapato e l’aria folle e sputano per terra. Io mi avvicino a loro e sorrido (sì, Weiss, sorrido). “Perché avete quest’aria strana?” bisbiglio “Fate come me. Fingete. Tanto loro vinceranno sempre. Siate leggeri, sereni, è piacevole restare isolati dal mondo che fa le guerre e stupra i bambini, ma non vi opponete direttamente. Fingete di obbedire. In fondo qui, noi, siamo privilegiati. Non abbiamo bisogno di altre libertà e di difficili paradisi. Mangiamo, camminiamo dormiamo, sogniamo. E tutto è infinito. Tutto è pieno di parole che capovolgono l’ordine del mondo”. Come ti dicevo. Le parole sono riti per urlare di meno. Alfabeti che mettono a morte la realtà visibile.
Neve
Far nevicare, ma così tanto che il mondo sia tutto sepolto dalla neve. Devo averlo già scritto, da qualche parte. Essere seduto, sopra la crosta indurita dal gelo, e sapere che sotto c’è un mondo, ma che non mi afferrerà più. Però oggi mi sento debole, non bastano i sogni, i pensieri. Dei soldati percorrono la mia stanza. Fanno agguati, trascinano mobili su mobili. Poi, con i fucili, sfondano gli armadi. Chiudo gli occhi ma sono sempre lì a sfondare, a sventrare. Poi, di colpo, spariscono. Torna a nevicare su tutto. Sento voci vive. Vive, capisci? Tutto bianco. Vorrei stendermi lì, il cappello ficcato sul cranio, mentre scende il gelo e aspettare la quiete. Mi chiedi di leggere cose mie, cose nuove. Non essere impaziente. Mi leggerai, mi leggerai. Non sono come certi scrittori che venerano la loro arte come un totem e pretendono che il mondo giri attorno alle loro parole. Sono superbi e non imparano dal silenzio. Il silenzio è felice quando ricorda le parole e non le vuole più usare. Ci vuole sempre un attimo di pausa. Non si può soffrire all’infinito. E a Herisau ci sono morti deliziosi, lunghissime pause con cui è dolce intrattenersi come con i silenzi di Beethoven.
Morte
Ciao, Weiss. Sei proprio Weiss? Ti chiami ancora Weiss? Scherzo, scherzo. Ogni vita per me è come se la copiassi da un grande libro spalancato. È sempre stato così. Ho scritto e copiato frasi, come se il mondo non esistesse. Anzi, con il segreto desiderio che la mia scrittura lo cancellasse (lo so, lo ripeto). Ho sempre avuto una buona salute fisica, che mi ha protetto dalla malattia e dal dolore. Anche il tumore che il dottor Keller mi diagnosticò un anno fa si è rimpicciolito. Sono passati guerre, nazismo, lager, crisi economiche, e io mi sono sempre industriato a costruire storie graziose di viandanti, di ballerini, di dame, e chi mi conosceva sapeva che io costruivo corde sull’abisso sulle quali le mie figure oscillavano come acrobati, e chi non mi conosceva mi giudicava insignificante, biedermeier. Alla fine, morire sarà naturale per me, come addormentarmi. Un attimo casuale, come tanti. Un attimo che ho già descritto, senza saperlo, in uno dei miei racconti. Ma che rimpianto, il mio corpo immobile. E io, che non posso raccontarne la storia. Irresistibile, comica impotenza. La vita ha le sue magie impreviste e le sue inutili battaglie. I suoi sciocchi non saperi. Come quando lei mi accarezzava e guardava oltre di me. Elisa! Elisa Marti!
Non sapere
Non sapere nulla è bellissimo, è come prendere una droga che cancelli le idee. Non sapere e irridere chi sa, guardarlo il sapiente, guardarlo come un idiota, farlo cadere per terra con tutte le sue idee, e sorridere di quel corpo fatto a pezzi, logiche e categorie sparse ovunque. Chi non sa non ricorda che a lampi. Ed è bellissimo, come quando in una galassia scura si accendono migliaia di luci. Hai mai letto Nietzsche quando scrive che la verità è come un temporale, intempestiva e sempre inattuale? Dovremmo leggerlo tutti. C’è Nietzsche, e ci sono le ragazze del mondo. Quante ragazze. Non sappiamo nulla di loro. Ma sono così belle, si guardano negli specchi, Nietzsche penserebbe a tante brune, incantevoli Carmen. È tutto un incanto, un profumo, dentro le stanze che vedo e che non vedo. Le parole sono magiche come il loro collo, i loro capelli. Le parole sono il loro collo, i loro capelli. Spero non mi bacino mai. Il mio corpo, nelle loro mani! Un corpo come tanti, come tutti. No, Mein Gott! Preferisco il silenzio.
Spettacolo
Avrei voluto essere sempre su una scena, Weiss. Camminare con i miei attori, abbracciarli, e poi essere abbandonato da loro. Assistere al mio spettacolo e poi vederlo cambiato davanti agli occhi come in un caleidoscopio. Alla fine lo spettacolo è loro, è degli attori, delle giacche e dei bottoni delle loro vesti, come è giusto che sia. Io, autore, esisto non per fermare ciò che sono, ma per far uscire da me ciò che deve uscire. Loro sono i personaggi che escono dalla mente del regista. E ogni regista ha il dovere di ritirarsi dalla scena. Al massimo, può passeggiare fra le sue creature, affacciarsi su di loro come da un ponte, curioso della loro imprevedibile esistenza.
Docile
Tu lo sai, Weiss, lo sai bene. Sono docile. Così deve essere. Fino, quasi, a non sentire più nulla. Non mi aspetto nessun premio, nessun paradiso. E soprattutto nessun Dio. Scrivo i miei racconti (li chiamo “macchie di scrittura” perché senso, suono, colori si mescolano). Tu difendimi se qualcuno mi definirà religioso. Ho passato la vita a slegare, non a “re-ligere”. A infrangere legami fingendo di ossequiarli. Che alla fine della vita vogliano infliggermi i più potenti, i più “divini”, i più inesorabili? Questa beffa, no! No, davvero. Io sono uno che corre con il sole che sparisce. E non conosco niente se non la superficie della terra. Ogni tanto, sopraffatto dalla fatica, mi ci stendo sopra e la abbraccio. E penso. Penso a sette bambini che, tutti insieme, pronunciano l’epitaffio del loro padre. Sono i miei sette fratelli. Sette, non otto. Io non ci sono.
Congedo
La voglia di parlare con te si è spenta. Preferirei giocare a scacchi, se sapessi giocare, perché potrei farlo con me stesso. Preferirei sentire una partita di Bach per violino solo, anche se Bach non mi fa sentire l’acqua che scorre ma la solenne pietra illuminata dei grandi pensieri. Mi disturba che tu prenda appunti e faccia pochissime domande. A cosa ti servo? A tener viva la leggenda degli ultimi anni del matto scrittore che è ancora scrittore? Smetto di compiacerti. Senza rancore, davvero. Torna alle tue cartelle cliniche. Voglio essere veramente solo, e con te non posso. Anche parlarti di me è stupido orgoglio, e tu che annoti le mie frasi non sei certo Eckermann che parla con Goethe. Io voglio essere la pietra che non ha coscienza di vita. Il matto vero. Da tanto lo desidero. E solo le parole possono avere la magia di trasformarmi in quel sasso perfetto senza parole. Non ci sono scritture minuscole. I miei 727 foglietti sono un delirio.
Libro
Ti lamenti di non leggere niente di mio, Weiss, ma non disperare. Lo sto copiando proprio ora per te. È stato nella mia mente per vent’anni. Ora apparirà su carta. Ogni libro è la vita stessa, è cartavita. Anche non letto, anche gettato via, agirà. Sprigionerà magie. I libri restano anche quando le pagine marciscono nelle fogne e un bimbo un giorno le userà come barchette negli stagni di Biel. Restano, e mettono il mondo a soqquadro. O dolce disordine! O terra ballerina! La mia etica è scrivere per scongiurare il terremoto. Scrivere e riscrivere: atto soprannaturale che nasce dentro il frutto spaccato come un seme nuovo, una nuova fiamma. Eccoti la cenere dei miei vent’anni di Herisau: leggerai tutto nel retro di una lettera indirizzata al Direttore del Manicomio dove un ospite di Herisau, tale Thomas Werfel, dice di non essere lui quel Thomas Werfel ricoverato per schizofrenia. È solo un foglietto, Weiss (gli altri 726 forse esistono, forse no, tu cercali se vuoi…), devi distinguere la grande e nervosa calligrafia di Werfel dalla mia, fitta e minuscola. Il titolo?
Contemplazione
Le belle nuvole. Le belle nuvole Vedo di fronte a me così tanto tempo che non posso ingannare se non con un artificioso trastullo, una tale quantità, un tale mucchio di tempo, che non posso esser lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole e non mi si può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità. Ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile e coraggioso nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, nulla più.
Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso. Le belle nuvole fuggitive e grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento. Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che nuotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culminano in una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà, di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.
In quest’istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente percettibile, che sono perseveranti. Nella misura in cui i rami si rilasciano può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e, di conseguenza, non ci sarebbe ragione di sentire nulla.
Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno. Cresce ma continua a dormire. Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dorme, io, povero calzolaio, amico di amici (lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so. Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.
I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela, con bellissimi colori, e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie, mondi paralleli, sfavillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo, e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti, lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.
Mentre camminava per le colline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi. Ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure, senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e lo sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.
La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro a una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno, i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restandosene muti a desiderare quel suono?
Ci si chiede se non sarebbe necessario trovare una finestra perché il paesaggio abbia un senso. Senza delle finestre da cui possa essere visto, tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita, senza strumenti. Arte della fuga?
E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla del suo ininterrotto futuro.
Di certe vite che si dicono sommerse non si deve piangere mai: sono opere delicate, nomi interrotti. Occorre guardarle dal vetro, ma senza gridare.
Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.
Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.
Resta il segreto della terra fresca, il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.
Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi, vertigini, nuvole sparse. Così la gioia. Tutto, ancòra, esiste. Specchio di quando smetterà di esistere.
Cantilena:
la trascrivo con frasi dettate
da questo mio dio nelle dita
sparisce il mondo fuori
neve monti giardini
ripeto la cantilena
termino il libro
poi esco nel mondo
nel mondo vuoto.
Scrivere
noi
che domani
non saremo più noi
scrivere perché nulla
di quanto esiste
fermi i nostri pensieri
docili fiori delicatissimi del futuro
non essere più
cado in disparte
non triste
odia i tristi
il mio sorridente dio
**
Basta
Hai letto? È tutto quanto ho scritto negli ultimi vent’anni a Herisau. Ora basta, con la mia risposta e con la tua curiosità. Basta con la scrittura, la paura, il dolore. Perché a Waldau scrivevo e a Herisau ho smesso? Risponderò semplicemente: sono molto, molto peggiorato. Nessuno mi ha più visto con una penna nella mano. Dopo Waldau non mi sono più interessato ai miei libri ma alla mia follia. È quello il mio unico libro, e non vorrei che mi sfuggissero le frasi migliori. No, nessun inferno: è un vivere sottovoce, dentro la trasparenza di me, un po’ come Bartleby nel grande ufficio da cui non voleva muoversi più. Siamo tutti vuoti, nel momento stesso in cui ci dedichiamo alla scrittura. La scrittura non è nient’altro che l’incarnazione della vanità, è nulla. Io rinuncio in tutto e per tutto alla mia vanità. Perdo le parole, sacrifico me stesso, mi salvo. Si dirà che scrivo in segreto, quando nessuno mi vede, anche dentro le suole delle scarpe. Se fosse vero, e questa è la grazia, mi dimentico di farlo. Dimenticare è salute. Ricordare, solo ossessione e mania. Tutte queste cose, adesso, le mura dell’ospedale, le facce dei malati, ho l’impressione che si accartoccino. Ma non c’è nessun incendio, solo che si trasformano e le osservo trasformarsi. Non mi sento tranquillo. Sì, certo, intrecciando canestri, annodando pacchi, leggendo vecchie riviste, conversando con te, mio innocuo scienziato, mi calmo. Capisco che tutto è sonno e non mi impongo nulla. Il mondo mi invita a diventare lo zero che sono, a non avere speranza. Appena inizio a sperare, le cose finiscono per essere troppo vive, per ardere come puro fuoco. Ma dopo bruciano, oh pena e orrore! No, mai, basta col fuoco! Fischietto impassibile, il largo cappello bene aderente alla testa, così i pensieri non volano via come api. Cammino nel freddo. Nel freddo cammino. Non devo vederti più, non voglio vederti più. Buon Natale, Weiss.
**
Postfazione
Mio nipote Hermann ha curato questa scelta di alcuni dei miei colloqui con Robert Walser negli anni fra il 1954 e il 1956, mentre esercitavo tirocinio poco più che venticinquenne presso l’ospedale psichiatrico di Herisau. Per molti mesi l’ho implorato di rimandare questa pubblicazione per non violare la volontà di Walser ma alla fine ho ceduto alle sue pressioni, pregandolo solo di cancellare le mie domande e le mie osservazioni, perché ininfluenti, lasciando solo le risposte-non risposte di Walser. Sono passati 56 anni da allora e la pubblicazione di questo libro mi sprofonda in due sentimenti opposti: il primo di vergogna, per avere offeso la memoria del mio autore preferito divulgando parole private che mai avrebbe voluto vedere stampate in forma di libro; il secondo di orgoglio, per aver trascritto, in modo imperfetto ma forse per l’ultima volta, i pensieri e le osservazioni dell’autore di Jacob von Gunten. Da allora ho fatto lo psichiatra, curato e guarito molte persone, scritto diversi libri sul loro dolore, ma è come se non fosse passato neppure un minuto da quando, in quei giorni, vicino all’albero meno alto del faggeto di Thare, mentre i suoi occhi guardano il punto più fitto del bosco come se vedessero qualcosa di decisivo, ascoltavo Robert Walser dirmi con la sua voce giovanile di settantenne: «Un giorno, Karl, pubblicherai le nostre conversazioni; vorrei che questo non accadesse, ma non si può prevedere tutto. Magari qualcuno imparerà qualcosa persino da me. In fondo, sono state le mie e le tue parole: la nostra amicizia. Ma adesso esco e cammino. Sta piovendo, e in questi momenti nuvolosi preferisco sparire».
Karl Weiss, 12 ottobre 2012
**
Z I B A L D O N I E A L T R E M E R A V I G L I E
MARCO ERCOLANI, PREFERISCO SPARIRE, Colloqui con Robert Walser 1954-1956
In copertina: Fotografia di Robert Walser adattata al computer. L’omino che corre con la scala è stato disegnato da Mili Romano.
Tutti gli ZiBook sono in vendita nei migliori store online e sul sito www.zibaldoni.it
Che cos’è uno ZiBook?
Uno ZiBook è un e-book prodotto da Zibaldoni e Altre Meraviglie (www.zibaldoni.it), una delle riviste storiche del panorama letterario italiano, che ha annoverato e annovera, tra i suoi collaboratori, Enrico De Vivo, Gianluca Virgilio, Francesca Andreini, Rocco Brindisi, Alessandro Carrera, Gianni Celati, Stefania Conte, Barbara Fiore, Walter Nardon, Paolo Morelli, Roberto Papetti, Antonio Prete, Massimo Rizzante, Giuliano Scabia, Marianne Schneider, Stefano Zangrando e tanti altri.
Gli ZiBook sono pertanto libri di qualità, non solo per l’aspetto tecnico, ma anche per i contenuti. Le collane, per adesso, sono tre: ZiBook Ricordanze, ZiBook Lontananze e ZiBook Bazar. ZiBook Ricordanze è una sorta di archivio cronologico degli oltre dieci anni di attività della rivista Zibaldoni e Altre Meraviglie: racconti, saggi, riscritture, traduzioni originali, testi sperimentali, poesie, romanzi a puntate, interventi critici, che hanno costituito l’ossatura della rivista dal 2002 al 2012, raccolti e reimpaginati per una lettura agile e dilettevole, in una collezione di e-book, scaricabile gratuitamente, da conservare. ZiBook Lontananze si fonda invece su un azzardo duplice: pubblicare nuove opere in formato esclusivamente digitale e ristampare, sempre in e-book, volumi cartacei ormai introvabili.
ZiBook Bazar proporrà opere più e meno brevi, inedite o già pubblicate a puntate in Zibaldoni e altre meraviglie: da raccolte di racconti a plaquette di poesie, da saggi a traduzioni e a discorsi di ogni genere e formato.
Tutti gli ZiBook sono pubblicati a cura dell’Associazione Zibaldoni e Altre Meraviglie, che non ha scopi di lucro: il ricavato della vendita degli e-book e delle donazioni andrà a finanziare ulteriori iniziative editoriali e culturali.
Gli ZiBook si rivolgono sia ai giovani che utilizzano senza pregiudizi i dispositivi digitali e le nuove tecnologie, sia ai lettori di Zibaldoni e altre meraviglie più antichi e fedeli, che intendiamo stimolare con prodotti che abbiano nella qualità dei contenuti il loro punto di forza, essendo convinti che il desiderio di leggere buoni libri non scomparirà mai. Chi sceglie uno ZiBook sceglie di avere fiducia in un futuro fatto non solo di tecnologia, ma anche di consapevolezza delle tradizioni e di amore per la letteratura e per le sue energie più vive, ardite e visionarie.
Introduzione a Preferisco sparire di Marco Ercolani (ZiBook, 2014)
Nel 1943, Albert Camus annota nei suoi taccuini: «Nietzsche, con la sua vita esteriore estremamente monotona, dimostra che il pensiero da solo, perseguito nella solitudine, è una terribile avventura». Più o meno negli stessi anni, Robert Walser attraversava la parte finale della sua parabola umana. Nato a Biel nel 1878, nel Cantone di Berna, da un commerciante dell’Appenzell e da una casalinga dell’Emmenthal, penultimo di otto tra fratelli e sorelle, frequentò la scuola fino ai quattordici anni. Fu in seguito apprendista in una banca, per tre anni. Visse a Basilea, Stoccarda, Zurigo, lavorando come impiegato fino ai trent’anni, età in cui iniziò sporadici tentativi di scrittura. Poi si sposta a Berlino, per sette anni, e compie senza successo alcuni tentativi teatrali. Poi è valletto da camera di un conte, nell’Alta Slesia. Ritorna in Svizzera, a Biel, poi a Berna. Sono anni sereni e produttivi, con un buon successo letterario. Nel 1929 il primo ricovero nella clinica Waldau a Berna, dopo disturbi fisici e psichici, e i primi segni di inaridimento creativo. Vi resta fino al 1933, quando subisce l’ultimo definitivo internamento nella casa di cura a Herisau, vicino Biel. Vivrà ancora ventitré anni, senza mai più scrivere. Muore il 25 dicembre 1956. Solitario, scontroso, portato dall’osservazione realistica a risalire alla trasfigurazione surrealistica, sempre sconcertante e propenso a una dolorosa ironia, scrisse in rapida successione tre romanzi a sfondo autobiografico: Die Geschwister Tanner (1907), Der Gehülfe (1908), Jakob von Gunten (1909); in quest’ultimo, Kafka ravvisò elementi precursori della sua sensibilità e della sua stessa opera. Walser diede il meglio di sé nella prosa breve e impressionistica, incisiva, aforismatica: oltre mille brani e talora frammenti, raccolti solo parzialmente dallo stesso Walser (Aufsätze, 1913; Geschichten, 1914; Prosastücke, 1917; Kleine Prosa, 1917; Seeland, 1919-20; Die rose, 1925), e oggetto di numerose edizioni postume (Dichtungen in Prosa, a cura di C. Seelig, 5 voll., 1953-62; ecc.). Postumo (1975) è anche il romanzo Der Räuber (scritto nel 1925). Walser deve molta della sua notorietà a Carl Seelig, e al suo libro Passeggiate con Robert Walser. Per anni, il critico svizzero ha incontrato l’amico scrittore rinchiuso in casa di cura – ma ancor più in se stesso – e lo ha accompagnato in lunghissime gite, a piedi, a volte in treno, nell’Appenzell, interrompendo la continuità della sua solitudine. Walser era un uomo che camminava; con ogni stagione, in ogni condizione di tempo. Con Seelig parlava di sé, del suo mondo, dei suoi piaceri, delle sue avversioni. Seelig si è preso cura di lui, ricavandone in cambio particolari dal vivo, spontanei, al punto tale che sembra anche a noi di passeggiare con Walser. Da Seelig abbiamo potuto sapere che a Walser piacevano le ragazze («dal petto di cigno»), il buon Pinot nero, che non la letteratura lo commuoveva, ma i boschi, l’acqua, gli odori, i colori. Walser morì camminando. Da solo. Sulla neve, il giorno di Natale. Incontrò due bambini che lo videro cadere e lo soccorsero. Riferirono che morì con un sorriso sulle labbra. A distanza di tempo, la vicenda di Walser continua a far presa sulle nostre sensibilità di contemporanei che hanno in qualche modo assorbito e assimilato le atmosfere decadentiste, impressioniste, crepuscolari, le apparentemente sterili rivolte dadaiste e surrealiste, attraversato the Age of Anxiety e la fine del secolo, visto iniziare il millennio, ma a cui l’inizio del secolo è decisamente sfuggito. Con prospettive confuse e deformate, abbiamo guardato così lontano da non poter più adattare lo sguardo alle distanze ravvicinate. Walser aveva trovato la sua soluzione. Come suo solito, Ercolani si industria nell’arte dell’indicazione di soluzioni architettonicamente coraggiose. Paradisi piranesiani, soluzioni che ci piacerebbe adottare, cui vorremmo aderire, ma irrimediabilmente lontane e fuori dalla portata di esistenze che un tempo avremmo aggettivato come borghesi: l’arte, la follia, la rinuncia. Senza far rumore, il Walser di Ercolani sceglie una soluzione che le abbraccia tutte e tre. L’ultima, probabilmente, è quella più contenitiva: rinunciare, rinunciarsi, sottrarsi. Con un moto attivo, e non passivo: «mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo»; e per una risposta etica («un insopprimibile bisogno etico»): «etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza?». Quale luogo migliore, quando l’eterotopia, quando nessun altro luogo è possibile? Dove è possibile trovare pace? «Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono […] è passato da un pezzo». La domanda del dove può trovare solo risposta in un luogo, nel passaggio stretto tra interiorità e esterno. Confluenza nella quale le acque si mescolano. Si confondono. In mezzo alla natura c’è la nostra natura, quella ormai persa, oggetto dei rimpianti di un’«età dell’oro» che molto probabilmente non è mai esistita – ma il mondo non ha sussistenza alcuna al di fuori della nostra interiorità. Come nelle due scene finali di Brazil di Terry Gilliam: l’ingiustizia estrema – seconda solo all’annientamento fisico – essere privati della nostra umanità e animalità, essere ridotti a uno stato vegetale (come è noto, il potere non si è mai privato di nessuna delle scelte possibili) è l’unico modo di realizzare il sogno. Ma poi, cos’è questo sogno? Cosa ci serve? Cosa è veramente necessario? Una vita nella natura. Un filo di fumo in lontananza che esce da un camino, da una capanna di lamiera. Degli affetti. Niente di meno letterario. Di meno umano. L’uscita dall’umano, la fascinazione di E. M. Cioran per il minerale… Cosa è davvero necessario? Camus lo trova per caso, in E.A. Poe: la vita all’aperto, l’amore «di una creatura», il distacco da qualsiasi ambizione, la creazione. Questa è la via walseriana di Ercolani: Tutta la mia vita deriva da una frase di Melville. Preferirei di no. Così ho perso la mia vita. In quel “preferirei”. Non ho mai detto “preferisco”. Sono stato nel no come nel sì. Se mi obbligavano, copiavo lettere ossequiose nella mia camera. Se non mi dicevano niente, fissavo il muro, come tanti Meravigliosi Scrittori che mai scrissero nulla. «Preferirei»: nell’uso di quel condizionale risiede una fortissima portata immedesimativa, il vorrei ma non posso che ci fa essere tutti un po’ artisti, un po’ folli, ma mai in fondo; predisposti, sensibili, appunto, ma mai sino in fondo. Eppure, un bisogno di non essere scava profondamente dentro di noi, un’eterotopia, un bisogno dell’altrove ormai privo di obiettivi esterni – visti i fallimenti sia dell’impegno sociale, sia delle false rinunce pseudo-ascetiche – che ora rivolgiamo contro noi stessi, al nostro interno. La rinuncia walseriana parla a quel nostro bisogno di non essere, al nichilismo latente che tutti albergano intimamente ma che tutti negano, sempre assicurandosi di chiudere bene gli accessi ai compartimenti – stagni – di cui è fatta la nostra interiorità. La routine, la quotidianità, il dover abbassare la voce anche nel momento della rabbia sociale e dell’imprecazione politica. E esistenziale. Siamo sinceri: la letteratura è volersi isolare. Dal mondo. Liberiamoci dai pretesti della cultura (quale cultura, oggi?), della ricerca (dove? in che direzione?), dell’esercizio del buon gusto e del bisogno di migliorarsi (tempo fa, in aereo, una donna giovane e attraente, che pure teneva sulle ginocchia Leggere Lolita a Teheran, vedendomi segnare a matita la Filosofia dell’assurdo di Rensi, mi ha chiesto se era un libro «avvincente»…). Al contrario, molliamo la presa, siamo sinceri: apriamo un libro come una finestra di una stanza piena d’aria viziata, per aprire bolle spazio-temporali, universi paralleli il cui paradigma è la sospensione, l’illimite e la fluttuazione, mantenere spazi e tempi di silenzio. Perché, da solo, il silenzio è intenibile, insopportabile, impraticabile e inquietante. Più facile voler sparire, coltivare – sterilmente – l’arte delle soluzioni estreme. Di quelle, per l’appunto, che non funzionano, che soluzioni non sono. Se questo è vero per la lettura, quanto è più vero per lo scrivere… Forse questa è una lettura possibile, una chiave per la scrittura apocrifa di Ercolani, di cui in passato, in Discorso contro la morte (Joker, 2008) ci ha dato ampio saggio. Incredibilmente modulata, più autentica dell’originale, non è solo come lui afferma, «un gioco perturbante», non si tratta solo di «reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, “risognare” il passato». Non si tratta solo di chiedere ad alcuni destini «di tornare incompiuti», né solo dello svelamento del segreto dell’arte, verità poetica che abita le «meraviglie della finzione»; non si tratta solo di esplorare quella terra «instabile» e «metamorfica», la sola «necessaria e reale». Nel Walser di Ercolani è forse in gioco la decisione del ritorno. Restare, o tornare. Decisione in cui ne va della vita: c’è ancora dell’altro (da trovare, da pensare, da scrivere), oppure, come un tarlo sempre più insistente ci suggerisce, non c’è mai stato altro? Nel frattempo, come Walser, l’unica cosa che sappiamo fare, l’unica cosa che possiamo fare, è camminare. Il sole si abbassa all’orizzonte. È il momento di calcolare il ritorno. Ma sempre qualcosa da dentro preferirebbe l’addiaccio.
Talvolta è necessario scrivere l’indicibile. Ilaria Palomba con Scisma (Les Flâneurs, 2024) scrive questo nodo con chirurgica esattezza, mai rinunciando alla chiarezza di una parola che ha smesso di nascondere il dolore e al contrario lo mette al centro del libro come una stele abbagliante, in modo che tutti lo guardino e, dopo averlo guardato, non siano più quelli di prima. Leggere le parole di chi torna dall’esperienza più estrema (aver desiderato togliersi la vita) non è leggere qualcosa di eccezionale ma scoprire familiare il ritorno dell’io scrivente da un luogo dove scrittura e vita sarebbero dovuti sparire. Come scrive Giorgio Galli:« Palomba ha spalancato il ricordo e lo ha sezionato chirurgicamente. Leggerla fa male, perché chi legge non ha la lucidità spaventosa di chi scrive: non si resiste a quello che ha scritto, bisogna prendere aria, fermarsi, pensare, e solo poi tornare alla lettura». Scisma non è un libro terapeutico: è una scheggia d’inferno che si mostra nella sua natura di scheggia: «Perdona l’impeto, perdona il corpo. / Scissa, guarda l’altra, guardami». Questo libro vuole essere guardato, ancora prima che essere letto. Le parole, spesso, nascondono delle abbacinanti non-parole con le quali dobbiamo confrontarci sempre. Qui, in questa breve antologia, scegliamo i versi dell’ultima sezione: ci sembrano il giusto preludio agli altri, possibili libri di Ilaria, sconfinato “sussurro di otto confini”. (M.E.)
Ilaria Palomba
**
Da SCISMA
Salve, o vita! potenza misteriosa
fiume selvaggio, poderoso eterno
ragione e forza a tutto l’universo
salve o superba!
Carlo Michelstaedter, “Alba, il canto del gallo”
Giorno 75
Di bianco è segnata
la strada su cui mai
camminasti. Distesa
sul fondo guarda e
dimentica il colore
dei tuoi occhi, il
fragore muto di un
nome senza volto.
Giorno 76
Amo il riflesso di una luce estinta:
non ho molto da cercare,
vivo conficcata nelle maree, prima
dell’alba, per un verso in
terra, se rinnego ogni lingua, ancora
il silenzio. Non muoverti,
sei nelle nostalgie e non ritorni mai.
Giorno 77
Andammo alla foce di ogni fiume
a ritrovare smarrimenti.
Nessuna linea tra il prima e l’ora,
nessun ardimento.
Il serto, tutta l’acqua in gola,
l’inizio di un corpo.
Trascinammo piccoli rami
nella terra, nel bosco.
Tornammo alla fonte senza
voce. Non tornammo.
Giorno 78
Devi recidere ogni ramo,
non lasciare scoperto
neanche un lembo.
Resta nella ferita,
creatura d’acqua
oltre i regni,
nella tenebra accecante.
Giorno 79
Sia questo mese scrigno
di silenzi. Lo sguardo
cieco, in risonanze
celesti. Non sapremo
perché fummo scartati.
Sapremo solo la condanna
di noi stessi.
Giorno 80
Non conosco rifugio,
la vita mi ha tradito
illudendomi. È rimasto
l’amore, il miracolo del
sentire. Il sole abbacinante
dell’ospedale. Non chiedermi
nulla. È tutto bucato dal
ricordo. Non resta
che uno sguardo.
Giorno 81
Cosa se non il margine?
Nessuna presenza.
Voce gracile dall’altra parete.
Non son degna del mondo,
ma prendo l’amore sognato,
ne faccio una culla
e non chiedo
di svegliarmi.
La veglia è guardare
in fondo al corpo,
riconoscersi insaturi,
rivelarsi orrori.
Preferisco nascondermi
e non lasciar essere
l’assenza, mia gemella.
Giorno 82
Nella stanza di mio padre
ho desiderato morire,
ho annientato il ricordo:
il volto di Marx sulla parete,
gli anni Settanta, le Marlboro,
avere in odio i vincenti.
La sua presenza mi lacera,
avermi così amata,
dove sarebbe bastato un amante.
Fraintendiamo la colpa,
trasfiguriamo in vuoto.
Sceglierà più il tempo
un corso interiore?
Sceglierà mai il vuoto
di risparmiarci? Siamo vivi e cavi,
solitudini nella casa
dagli occhi ciechi.
Giorno 83
Si è ridotta ai minimi termini la scrittura, per essere arrivata al confine, all’estremo da cui non si torna, non posso crescere, è rimasta la non scrittura, non era questo, solo lo sguardo, ritorto nel grido, avevo paura di tutto, e adesso, anche, ma cerco una protezione, non più il vocabolo impossibile, ma l’analfabetismo, i primordi, la decomposizione, quando potrò ricomporre – non so se potrò – voglio la quiete, cerco la quiete, è stato troppo, tutto, il fuoco si estingue, brucia, vuole l’addio, il labirinto, cerco, nulla, la mia ombra, non cerco più, se rabbrividisco nel vedere l’altro fuggo, a volte mi manca l’ospedale, ritorno con la mente, e dimentico, dimentico, non riesco a ricordare, tutto mi chiede illusione, distanza, saltare altrove, concludere percorsi iniziati, sono nella metà di niente, non voglio più ammalarmi, il rispetto, l’abiura, lasciarmi cadere, lasciare il corpo.
Giorno 84
Di una vita non resta che il
suono, questo sole del mattino.
Voler dividere orchidee e
cielo, snodarsi nel
velo del giorno, caligine densa e
coltre di ruggine. Non ho
raccolto la grana vermiglia
della sabbia addormentata
nelle mie stanze interiori.
Tutto il dire è un mentire,
resterà il silenzio sulla
battigia, nudo desiderio
che non muore.
Giorno 85
È finita la pazzia, ho nostalgia
degli atti estremi, della libertà
di uno sbaglio. Io, prigioniera,
nella densità del ricordo sono
nulla. La cosa qualunque vive
nel rintoccare dei campanili e
tace il sussurro di otto confini
serrati a ordire il mare cupreo
dove il tuo gemito si allontana.
Giorno 86
Fuori dall’ospedale, la carne piena di squarci.
Torna nella casa del salto, torna all’uomo.
Il dolore verrà, lo senti nei muri.
Perdona l’impeto, perdona il corpo.
Scissa, guarda l’altra, guardami.
Centottantesimo giorno
Questo dovrebbe portarci alla resa
il silenzio delle basiliche, lo spazio
aperto dei chiostri. Solo questa
prima luce dovrebbe incidersi
nella volontà e disincarnarla.
Non la legge di un insieme
senza verità. Solo questo
giardino capace di fiorire
nel dimenticarsi.
**
Scisma è stato scritto e riscritto nel corso di un paio d’anni a partire dal diario poetico che condividevo in ospedale durante la lunga degenza nell’unità spinale del CTO di Garbatella dal 25 maggio al 28 ottobre 2022, dopo un mese di rianimazione all’ospedale San Giovanni Addolorata; ma questo poemetto non è solo un modo per resistere alla degenza, è anche un testo brulicante, una voce alla ricerca delle sue origini letterarie, dal momento che per me scrivere è un costante confronto con i maestri. Perciò, i miei versi sono intrisi di citazioni occulte, dalla Pizarnik alla Rosselli, poetesse su cui torno, e le cui parole sono scolpite nella mente, o forse incise, proprio come lo è il muro dell’ospedale. Le mie stelle polari viventi della poesia sono Luigia Sorrentino e Alfonso Guida, nell’ultimo anno di quasi isolamento fuori dall’ospedale il confronto con Luigia è stato costante, ha letto il poemetto fin dal momento in cui si chiamava Rinuncia al tuo nome. Ne ha letto ogni stesura. Quando ero in ospedale e pubblicavo in rete il diario della mia degenza in versi fu la prima a farmi notare che sarebbe stato bello se fosse diventato un libro. Per questo devo ringraziare anche Sara De Simone, Alessandra Bava e Andrea Pedicini, che hanno letto tutte le stesure. La Pizarnik e la Rosselli sono presenti in ritornelli ormai incisi nel sangue: Dissipa il filo, il tumulto dei bruciati, il nemico armato, la casa dei nomi, la scissione dei soli in piccoli soli neri, in tutte le mie morti, la mania dell’angelo. La scissione della psicosi ha un senso solo se la psicosi diventa deleuzianamente schizoanalisi, corpo senza organi, deterritorializzazione, vita in sé e, lacanianamente, un incontro con il reale. La psicosi assume un senso se quel dolore si trasforma nella capacità di farne qualcosa. E se a scindersi fosse il corpo dalla sua radice – la mia è stata una separazione in mille corpi, un corpo che perde delle parti, che si paralizzano, non sono più percepibili, vengono cancellate – ciò sarebbe per certi versi paragonabile all’esperienza della psicosi, anche se in una lesione spinale tutto avviene sul piano della materia, e per tornare vivi bisogna rinunciare all’idea di sé costruita negli anni, prima della malattia. Si è effettivamente un corpo senza organi, un corpo i cui organi non rispondono più alla loro funzione biologica. Ogni sezione inizia con una citazione e dà un senso al poemetto che cerca di squarciare la letteratura dell’esperienza – che sarebbe per lo più superflua, e scevra da ogni interesse di superare la soglia tra privato e pubblico – per farsi invece coro.
**
Ilaria Palomba, scrittrice, poetessa, studiosa di filosofia, ha pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi; tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag), Homo homini virus (Meridiano Zero), Una volta l’estate (Meridiano Zero), Disturbi di luminosità (Gaffi), Brama (Perrone), Vuoto (Les Flâneurs); le sillogi poetiche: Mancanza, Deserto, Microcosmi; il saggio: Io Sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art. Ha scritto per “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Minima et Moralia”, “Pangea”, “Il Foglio”, “Succedeoggi”. Ha fondato il blog letterario “Suite italiana”; collabora con le riviste “La Fionda”, “La città delle donne”, “Inverso”, “Verso-libero”.
Carlotta Cicci (videomaker, fotografa) nasce a Roma nel 1984. Dal 2016 vive e lavora a Bologna. I suoi libri di poesia: Sul banco dei pesci (L’arcolaio, 2022, con prefazione di Alberto Bertoni), Grado zero (MC edizioni, con nota di Pasquale di Palmo, 2023). Attualmente cura e realizza, con Stefano Massari, il format video poesia “zona disforme” (www.disforme.net).
I testi sono tratti da: Stefano Colletti, Sull’altra riva. Poesie 2017-2020, prefazione di Giancarlo Sissa, Puntoacapo, Pasturana 2024.
**
Leggere un libro postumo è sempre un’impresa difficile e misteriosa, davanti alla quale ogni voce critica dovrebbe tacere. Ma è anche vero che l’ultimo libro rivela l’essenza intima dell’autore, e quindi si pone come riassuntivo e definitivo. Non sfugge a questa regola la poesia di Stefano Colletti, introdotta dal commento affettuoso di Giancarlo Sissa, una poesia malinconica e sentimentale che, scorrendo nei solchi della tradizione, accentua l’intensità dei sentimenti con versi classici ed epigrafici (“Scrivere non è nemmeno una cura”; “Con chi parlerò / il giorno dopo la mia morte?”; “Io scrivo / come se potessi dire qualsiasi cosa”), dove l’intima confessione esistenziale è così lieve da cancellare i pesi e le fatiche dello stile. Come osserva Sissa: “qui viene accudita la narratività del verso, il desiderio di renderlo comunicativo senza perdere in profondità ed eleganza, una eleganza atta ad esprimere la malinconia tenace che informa la lotta quotidiana contro il fatalismo, contro l’insensatezza del tempo che passa”(M.E.)