MENTRE SFUGGE LA RAGIONE OSCURA DEI SOGNI. Dario Capello

Nota di Marco Ercolani in margine a La straniera di Dario Capello (Puntoacapo, Ancilla 19, 2025)

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Scrive Giancarlo Pontiggia nella quarta di copertina de La straniera di Dario Capello (Puntoacapo, 2025): «Quanti poeti sanno mantenersi fedeli con tanta strenua vitalità e con tanta purezza di cuore ai propri nuclei poetici come Dario Capello?». Verrebbe da rispondere, leggendo il libro: nessuno. La straniera di Dario ci persuade di come la poesia resti, nell’intimo fondo di sé, straniato “incantamento”. Lo stesso autore, nella breve postfazione, lo conferma: «…la straniera diventa allora la personificazione di una magia, di un incantamento, e soprattutto l’allegoria potente di tutto quello che non si può nominare appieno e a cui non si può disubbidire. La vita, la morte, la poesia…». Ma procediamo lentamente. Nessuna parola, in questo libro, è pronunciata a caso ma è scandita con musicale esattezza. La “fedeltà” ai propri nuclei poetici, in Capello, assomiglia alla radice di un albero fluviale, che raccoglie limo, foglie, luce, in un sorta di felicità onirica mai decifrabile. “Quel che chiediamo di nascosto/ al suono di ogni lettera/ è vita indecifrata, una via/ per il ritorno/ un silenzio/ tra queste porte che sbattono/anche di notte, tra un piano/ e l’altro, i colpi da sotto”. L’antica consuetudine a costruire versi lievi ed enigmatici è qui, più che in altri libri, una sorta di dettatura. Non si avverte l’io che scrive, e non è un caso che nel libro proprio l’io scompaia per votarsi alla pronuncia, quasi esclusiva, del tu amoroso. “Dici che ti assomiglia/ questa vita che ci entra/ in casa da ogni parte/ sfonda verande, scrive/ a fresco sui muri/ la sua formula, un geroglifico/ di parole indecifrate”. In La straniera il poeta, coltivando l’indecifrabile, sembra non scrivere versi esatti ma abbandonarsi dolcemente alla poesia, trovandone la musica straniera là dove il suo essere la esige. “Rasoterra ora ci scambiamo/ un segno di vita,/ parliamo sempre tra noi/ parole straniere / vaganti/ sul più bello”. Il poeta, quasi disattento alla costruzione poetica, ma in realtà vigile, vive l’ipnosi di un paesaggio creato dalle parole, ogni volta diverso. “Anche noi sfumati/ nello sfondo, nella parte/ amara dei discorsi.// C’è polvere di nebulosa/ sui vetri, simmetrica,/ un disegno arcaico/ una cabala di segni, /vagamente ostile”.

Un libro amoroso come La straniera, di apparente facile lettura, nasconde nebulose di complessità, percorse dal poeta flâneur, che percepisce la lingua con sensuale freschezza, oserei dire con fragranza. L’homo poeticus si gode, e ci fa godere, le nuances dei processi mentali e la dolcezza delle sensazioni fisiche più segrete. “Ascoltiamo notte e giorno/ al calduccio, dietro le persiane/ senza capire/ ciò che accade/ in un controtempo/ che ci fa anche sapienti”. Di questo “controtempo” Capello è maestro: ci restituisce una magia mai solo verbale, ma direi tessutale, ricamando il paesaggio, fra esterno e interno, con empatia affettuosa, ironico distacco, tenera complicità. La nostra lettura di questo libro è simile a un viaggio in mongolfiera, dove assistiamo da un remoto punto di vista a una walseriana ”vita di poeta”, vissuta con “garbo”, ai margini delle cose che risuonano sempre con eccessivo rumore. La scrittura di Dario, orientata verso la leggerezza dell’acquerello, è sempre tragica maschera di minime apocalissi. Ma il suo tenero journal di cose e di sensazioni trova qui, nell’attimo colto per caso, le sue occulte radici di gioia. “Mi piace immaginare le parole della poesia come fossero sassi lanciati in acqua. Cerchi su cerchi che si incrociano, si chiamano, si provocano. Una danza di echi. Ma in letteratura ogni parola è un’eco”. Ma poiché sfugge “la ragione oscura dei sogni”, troviamo noi, come lettori, quella ragione, con le parole di Dario: “La notte, popolata di ombre, è una notte sospesa sul bilico. Da un lato la promessa, la magia dell’alba già in divenire, gli azzurrini, il rosa antico… Dall’altro la seduzione del nero perentorio; le tenebre che non dipendono dalla notte, l’estraneità alla luce”.

Un libro, La straniera, in cui la levità della costruzione, il leggero vibrare del linguaggio, la gioia esposta del corpo, ci parlano, a tu per tu, di un poeta che, oltre l’età e oltre i libri, scritti e non scritti, esiste per la sua gentile, terribile posizione nel mondo. Capello sceglie il pianissimo di una fuga discreta nelle tenebre, una fuga mai troppo buia, sempre illuminata, anche in questi tempi atroci. Dimenticati in una nebulosa i tempi della morte interiore, si può anche rinascere, sottovoce, empaticamente, fra minime, felici luccicanze, in un’”idea molto antica di armonia” (Lucetta Frisa).

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Testi

A volte, nella luce

cerchi un pensiero al riparo

dei pensiero, traversato

dalla vita

sospesa, in bilico

nella sala d’attesa

all’aeroporto, il carosello

l’andare e il tornare

confusi da una voglia

di caldarroste e casa.

Tutti pronti qui

a congiungere i due punti

al richiamo dell’altoparlante.

Entrare uscire dal mondo

come non visti,

con la stessa faccia da pokerista.

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Per te che vivi

nella voce altre voci

più disarmate

per tre solfeggio

al telefono i nomi

bellissimi della

tua resa, quella

che non separa

la vita esposta, lontana

dalla carta e

da questa camera da letto.

Esercizi di strana quiete

nel capodanno di quattro

pareti, bicchieri di cristallo

e poca luce

filtrata da sotto.

Anche di notte, soprattutto di notte

panta rei.

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È nello sguardo più vero

quello incrociato, a chiasmo

inconsapevole

di noie di come sarà

in un giorno qualunque

il turbamento

o anche il mezzo sorriso

accennato proprio quando

tutto un ritmo d’onda

e sponda

avrà ricongiunto

la vita così com’è

con l’alfabeto che la scrive.

JEAN DE SPONDE. Sonetti

Sonetti

a cura di Lucetta Frisa

1.

Se è sotto le acque che la terra è schiacciata

Come si regge ancora con tanta sicurezza?

Se il suo fondamento ha radice nei venti

Conservarla si può, se non rovesciata?

I giusti contrappesi che l’hanno bilanciata

Non possono mutare i loro movimenti?

E come farci solidi così questo Elemento

Che trova intorno a sé l’incostanza concentrata?

È così questo corpo che tutto può sollevare,

Senza mai vacillare tra le onde ed il vento,

Non dissimile miracolo se il mio estremo amore

In mezzo ai mali che soffiano da ogni parte

Ogni giorno non trova la stessa simiglianza

tra tutte queste leggerezze, la costanza.

2.

Chi si trova nei cieli e abbassando gli occhi

Sopra il largo recinto di questo secco elemento

Non crederà che ad un punto soltanto

Un punto ben nascosto dal velo di una nube.

Ma se ancora contempla questa tenda azzurra

Questo cerchio cristallino, questo cielo dorato,

Pensa che a sua volta è grande all’infinito

e che questa grandezza ci è del tutto ignota.

Così di questo cielo dove mi condusse Amore

Grande cielo d’Amore che mi fascia gli occhi

Se agli altri le punte aguzze io un po’ abbandono

Al resto degli amori, vedo sotto la notte

Del mondo di Epicuro in atomi ridotto

Il loro amore di terra e il mio tutto di cielo.

3.

Mille bellezze invano si presentano agli occhi

I miei sono aperti e chiuso è il mio coraggio

Un’unica bellezza infiamma le mie ossa

E le mie ossa amano solo quel fuoco:

I rigori della vita e del tempo che allontanano

Dal mio soggiorno felice dove abita il riposo

La mia anima alterano meno del mio proposito

E i miei desideri modesti mai se ne pentiranno.

Amori carezzevoli voi domate con dolcezza

Questi spiriti erranti che facilmente oscurano

Di quegli assenti amori la casta rimembranza:

Malgrado i vostri sforzi io indomito resto:

Così voglio servire come maestro di costanza

Come del mio bel fiore un maestro di bellezza.

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*I testi, di Jean de Sponde (1557-1595), sono pubblicati in Poésies complètes, Classiques Garnier, Paris 2022.

Jean de Sponde

LA CAVERNA CAPOVOLTA. Paola Ricci

La caverna è una costruzione rovesciata, la sua profondità abituale si espande in altezza verso il cielo, è costruita capovolta perché rende l’evidenza della condizione del “vuoto” che l’uomo occupa in essa. L’essere umano si pone all’interno per ritrovare se stesso e la terra, l’aria e la vita che sono all’interno e possono entrare dall’alto in forma di polvere nel tempo che scorre fino a che può sparire. La materia, come polvere, si deposita nel profondo della caverna, in questo spazio la luce entra e può rinascere la vita. Può crescere qualcosa o qualcuno di nuovo. Il vuoto è ciò che è lasciato per comprendere e sentire il pieno come il nuovo.

Costruisco una caverna capovolta per fare sentire la forza del vuoto che si mette in comunicazione col pieno esterno del mondo in cui noi circoliamo e cerchiamo noi stessi e il nuovo in noi, la morte per riconoscere la vita.

Perché la caverna? Uno si potrebbe domandare, quando uno sceglierebbe di abitare in uno spazio con un’unica entrata di luce. Dove più si addentra e più l’oscurità lo cattura. Eppure i primi uomini vivevano in questi spazi trovati in natura dove si nascondevano anche animali grandi che si riparavano o andavano in letargo.

L’abitare era solo scegliere uno spazio dove la sopravvivenza era fondamentale e anche il luogo in cui furono disegnate le prime forme figurative che raccontavano momenti di vita come la caccia, il passaggio in cui l’uomo passò dal pensiero contingente a quello futuribile.

La concezione del tempo sicuramente cambiò, nulla incominciò ad essere solo circoscritto al “fare” per la sola sopravvivenza, qualcosa era anche rivolto ad “altro”, fosse la relazione rivolta ai diversi componenti del gruppo umano o alla concezione del tempo che passava, tra stare fuori e dentro alla caverna.

Sicuramente la caverna porta all’archetipo della sepoltura nascosta ma invece io la vedo come archetipo alla ricongiungimento tra natura esterna e natura umana. Pensiero soffermato e pensiero d’azione. Le costruzioni interne a certe caverne le rendono difficilmente accessibili: sono il luogo in cui ci si perde e ci si nasconde. Nella psicologia di Jung era un tornare indietro, ritornare a quando si è nella pancia della madre, a qualcosa di ancestrale che, se anche non possiamo ricordare, possiamo immaginare: se quel luogo è veramente un luogo sicuro e ci appartiene dopo la nascita.

Il corpo materno, una volta che si nasce, lo si abbandona, lo si dimentica o non lo si riconosce; ci sembra di non essere mai stati lì e che veniamo forse da altri percorsi; e la caverna diventa la metafora della trasformazione e della necessità di tornarci dentro per rigenerarsi, di rinascere come si vorrebbe esprimere.

Il libro dell’inquietudine di Pessoa è un testo complesso, tra filosofia, psicanalisi e la narrazione. Dopo la sua lettura si cambia, si rinasce, si è altro, oppure lo si abbandona quasi subito spaventandosi di quello che potrebbe aprire: delle porte sigillate da lungo tempo. Il libro, postumo, appare negli anni ottanta, quasi cinquant’anni dopo la sua morte. Si tratta di un libro di confessioni, uno scrivere senza interruzioni, come un flusso di pensiero continuo. Simbologia di stati d’animo, immagini evocate, pensieri che si modificano da come vengono enunciati e poi contraddetti: insomma quello che uno potrebbe dire della vita umana, in cui non si riesce mai a essere soddisfatti, amati o odiati. Allora la vita è fatta di casuali successioni? L’ignoto è più serio del presente?

In ogni goccia di acqua la mia vita fallita piange nella natura. C’è un po’ della mia inquietudine nel goccia a goccia, negli acquazzoni con cui la tristezza del giorno si rovescia inutilmente sopra la terra. Piove tanto, tanto. La mia anima è umida a forza di sentirlo. […] Indolentemente, lamentosamente, la pioggia batte contro la vetrata. Una mano fredda mi stringe la gola e non mi fa respirare la vita. Tutto muore in me, persino il sapere che posso sognare”.

La mia Caverna capovolta è un progetto architettonico permanente apprezzato dall’Art OMI Center di New York, nella sezione Architettura, e valutato per una sua realizzazione. Il progetto concerne diverse fasi di costruzione in cui si usano materiali naturali: quando fu pensato, non vi era ancora questa corrente di bio-architettura, “biologica” e “verde”, che usa tutti materiali naturali. Io, già nel passato dei miei studi e valori, consideravo l’importanza di studiare e progettare con materiali presenti in natura in modo efficiente. La Caverna capovolta è fatta di terra cruda, bambù, corde, e anche le fondamenta sono studiate in modo tale che la profondità nella terra siano una sicurezza di stabilità con ancoraggi particolari.

Questa caverna si modifica perché gli elementi costruttivi sono intrisi di semi e piante che crescono e modificano lo spazio nell’arco delle stagioni come noi umani cambiamo nell’arco di un tempo che non è misurato ma vissuto.

S

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Sito web: www.paolaricci.com

Paola Ricci – Taste Archeologist

L’ESATTAMENTE ALTROVE. Silvia Comoglio per Eliza Macadan

In Esattamente altrove, sua ultima raccolta edita per DiFelice Edizioni (2025), Eliza Macadan conferma la sua voce poetica intensa e visionaria, capace di muoversi tra lirismo intimo e affondo civile con una fluidità che non cerca spiegazioni, ma verità emotive e simboliche così da apparire, questa raccolta, come un viaggio obliquo nel tempo e nello spazio, dove il privato e il collettivo si specchiano l’uno nell’altro, evocando un altrove che è però sempre anche un qui, un adesso.

I versi sono costruiti come frammenti di epifanie, talvolta dolorose, talvolta lievi, ma mai gratuite e il dettato poetico si snoda in un equilibrio delicato tra lirica contemplativa e sguardo politico, alternando testi più lirici, intimi, a squarci durissimi che portano in primo piano la realtà storica e sociale: “le armi fanno rumore/ e vendono bene le propagande”, scrive, in una lucida messa in scena del presente. Ma, attenzione, non si tratta qui di denuncia o cronaca, ogni immagine, anche la più dura, è calata in una dimensione poetica che resta sospesa tra sogno e allucinazione e lo sguardo poetico di Eliza Macadan è uno sguardo che accoglie il mondo anche quando fa male, che prova a restituire senso al caos, anche solo per un istante, e versi come “Un sogno si sogna da solo/ prima del sonno la ragione/ vacilla alla fine del tunnel” sembrano affiorare da un dormiveglia collettivo, quello di un’umanità spaesata, smarrita.

Nel mondo poetico di Eliza Macadan, il paesaggio interiore viene poi modellato da una lingua che è al tempo stesso carne e preghiera: “La mia lingua è terra,/ la mia mano destra un salmo”. L’amore, la memoria, il dolore e il disincanto convivono in versi che sembrano affiorare da un tempo sospeso, da un’eco che vibra “alla fine del mondo” o “nel ventre del cielo”. E il richiamo alla croce e ai “rosari di vite”, e l’ambivalenza di quel “non sai/ se è per salire /o per cadere” ci proiettano in una mistica laica, dove la fede è nel legame umano, fragile e fortissimo.

Il ritmo della raccolta è spezzato, talvolta franto, come la realtà che racconta, un ritmo che si direbbe permeato da un respiro frammentato, irregolare, ma vivo: ci sono versi brevi, quasi aforistici, immagini in cui convivono “carri armati” e “salmi”, “uccelli al sole” e “blocchi di pietra nel centro/ di un villaggio”. Il linguaggio è mobile, a tratti rarefatto, a tratti concreto fino allo shock, come nei versi “lacrime sangue sudore sul fronte deserto/ dell’Est in atto l’ultimo test”.

Eliza Macadan riesce a costruire una poesia in cui la parola non spiega, ma accompagna, suggerisce, apre varchi: “scivoliamo adagio verso” – verso cosa? La fine, l’inizio, il mistero? Non c’è risposta definitiva, ma il lettore viene condotto per mano in questo attraversamento lirico che è insieme intimo e universale.

Una raccolta, Esattamente altrove, di una luce che abbaglia senza accecare e che prepotentemente invita alla veglia, all’ascolto, e anche alla cura: un gesto poetico che si àncora con forza e fiducia alla parola, anche quando tutto sembra ormai destinato a dissolversi.

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Ti ho incontrato alla fine del mondo

passavano accanto a noi uomini e angeli

alcuni avevano costumi neri

altri un pezzo di cielo sulle spalle

ci siamo guardati nei cuori tra parole mute

il tempo non è tempo non temere

qua e là cadono piogge stelle e cantano

uccelli al sole tengo la tua mano tieni la mia

scivoliamo adagio verso

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La lingua è tutta terra,

gli occhi, macchie di cielo.

E questa notte è rigida,

l’equilibrio tra noi.

Quale stella è nostra,

quale settimana,

quando ti avvicini a me attraverso il cielo

e sbirci la mia biancheria intima,

che disegni proprio come ti piace.

La mia lingua è terra,

la mia mano destra un salmo,

il mio pensiero

ti allontana o ti avvicina.

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Da una verticale di legno

fiorito fino al blu

tieni terra e cielo

solo Tu

senza travi,

con solo chiodi

Noi ora

senza guardare in su

porgiamo schivi rosari di vite

colate da candele affrettate

qui quando metti il piede

non sai

se è per salire

o per cadere

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Carri armati sulle scie dei cuori

schiantati granate scoppiano

qualcuno piegato

sul mappamondo tira

un respiro profondo conta

morti feriti detriti

nella voragine del tempo incastrato

fiumi fumanti montagne

stelle filanti giorno e notte

spalla a spalla intonano

l’inno con parole di morte

un sogno si sogna da solo

prima del sonno la ragione

vacilla alla fine del tunnel

con il libro aperto in mano

un Mosè di pietra dalla barba incerta

stende la faccia del mondo su un pezzo di lino

lacrime sangue sudore sul fronte deserto

dell’Est in atto l’ultimo test

SABBIONETA

Vita non immaginaria del signore di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga (1531-1591).

Progettando la chiesa dell’Incoronata, Vespasiano Gonzaga aveva comunicato con chiarezza agli architetti che voleva uno spazio chiuso e ottagonale, senza divisione in navate. Un unico spazio, una tensione assoluta verso la cupola, che progettò altissima. Per accrescere la vertigine dell’altezza, ordinò che le pareti fossero affrescate: per una sfasatura prospettica i rossi e i bianchi degli affreschi l’avrebbero resa più alta di quanto non fosse realmente. La chiesa fu costruita secondo le sue disposizioni. Di fronte alla bellezza dell’inganno, non appena l’opera fu compiuta,

provò un brivido di piacere, una commozione quasi religiosa.

Ma oggi, immobile all’interno dell’Incoronata, le ginocchia piegate sul marmo dell’altare, non prova né piacere né commozione. Un dolore atroce gli chiude le tempie. Il cuore batte con una potenza che lo spaventa. Per quanto tempo dovrà ancora vivere?

Quando la prima moglie Diana morì, Gonzaga fu felice. Senza il peso della sua voce, senza gli odori del suo corpo, che inutilmente lo abbracciava ogni notte, si sentiva sereno. Diana morì in silenzio, come una regina. Qualcuno disse che egli l’aveva uccisa insieme al suo amante. Calunnie. Si spense in modo naturale, come tanti che aveva conosciuto. Come Luigi, quel giorno, a cavallo. Come Giovanni Villa.

Le emicranie non cessano mai, nonostante il bisturi del chirurgo.

Lo ossessiona la piazza oltre la finestra: è in discesa rispetto alla massa del palazzo, a un dislivello innaturale, le pietre messe di sbieco, il mosaico obliquo; là, di notte, la pioggia può raccogliersi in angoli oscuri, i corpi scivolare e sparire, la parola, pronunciata con forza, farsi rumore, poi suono fioco, sempre più fioco, quasi inudibile.

In seconde nozze Vespasiano sposò Maria d’Aragona e dal loro matrimonio nacquero due figli. Un anno dopo, lei si ritirò nella solitudine di Rivarolo e non volle più vedere il marito. Due mesi dopo morì di un male sconosciuto. Egli cercò di vederla pochi giorni prima della sua morte. Lo respinse sempre. Gonzaga non dimenticherà mai il cenno della sua mano dalla finestra dell’eremo – un cenno fragile ma duro, di rifiuto assoluto.

Non si diede pace di quella morte. Da allora visse se stesso come silenzioso, inconsapevole assassino degli esseri che amava. Bastava che vivessero accanto a lui per un certo periodo di tempo e accadeva. Una dolorosa conferma fu il suicidio di quel giovane pittore fiammingo dal nome italiano. Lo aveva invitato a corte perché dipingesse un affresco di caccia nel suo studio privato; ma un mattino d’ottobre – erano appena passate due settimane – non lo vide venire.

Poche ore dopo seppe che si era annegato nell’Oglio. Per Vespasiano la sua morte fu più terribile di ogni possibile tragico evento. Era molto affezionato a Villa. Aveva la sensazione che, morendo, il suicida si fosse portato con sé, nel fondo dell’acqua, un segreto intollerabile che riguardava soltanto lui. Qualcosa gli si era rivelato della sua vita, che neppure Gonzaga sapeva. Lo sventurato, non reggendo il peso di questo sapere, si gettò nel fiume. Il suo nome fu inciso nell’autunno del 1562 in una lapide del cimitero di famiglia: Giovanni Villa, di Bruxelles.

Fermo nella chiesa dell’Incoronata, egli non sa pregare. Negli ultimi mesi è dimagrito di sette chili. I cortigiani se ne sono accorti: i loro sguardi sono attenti, quasi spavaldi; onorano, con subdoli inchini, il futuro cadavere, da cui si aspettano lasciti e donazioni.

Sente che la ferita alla spalla, guarita da mesi, si riapre. E’ la stessa spalla a cui fu ferito il padre, nell’assedio di Vicovaro. Il piombo frantumò l’osso, egli stava morendo, ma la benda impedì al sangue di allagare il polmone e rimandò l’attimo della morte, il trasformarsi della pelle pulsante in involucro livido. La benda – una forma rigida e bianca – circoscrisse, difese. Come le colonne delle navate e gli archi delle tombe, costruiti per reggere anni di passioni e di fedi.

Fanciullo, Vespasiano studiava Vitruvio nelle ore notturne e alla luce del giorno esercitava il braccio all’uso della spada; a mezzanotte digiunava, soffrendo nella tenda i morsi del gelo, e a mezzogiorno partecipava a danze fastose e a nozze galanti; dopo il tramonto parlava di Petrarca al cortigiano più fedele, scrivendo versi e canzoni, e all’alba espugnava con audacia le città, seminava di morti le colline, sottometteva nel sangue le forze nemiche. Ricorda le sale degli specchi e dei mesi, degli arcieri e dello zodiaco, del labirinto e delle metamorfosi: gli affreschi e le statue sopravvivono, con l’immobilità dei simulacri, al persistere della sua presenza. Sono immuni. Come non lo sono gli uomini, che in sua presenza respirano affannosamente, con un oscuro disagio.

Ricorda quando, costruendo il suo teatro, ordinò che la volta fosse affrescata di figure taciturne e tranquille, bambine affacciate ai balconi e donne vestite di bianco, uomini galanti e nobili vecchi. Sarebbero stati là, a simulare le apparenze della vita. Nessuno di loro sarebbe morto.

Vespasiano sorride. Gli uomini sono sostituibili dalla pietra e dal colore. Basta volerlo. Gli scultori e i pittori che parteciparono alla costruzione di Sabbioneta non sapevano di essere, per lui, come il sonno che genera sogni. In quel sogno Sabbioneta era una cittadella fortificata e silenziosa, autonoma dal mondo, circondata da un perimetro di mura inespugnabili. Era luogo di salvezza. Era la sfida alla morte. Sabbioneta sarebbe sopravvissuta al nome dei Gonzaga. Sarebbe rimasta intatta, con le linee perfette dei bastioni e dei viali, della fortezza e delle stanze. Fuori, il mondo poteva frantumarsi. Non importava. Lunghi anni sotto il sole di Spagna gli avevano insegnato a perfezionare le tattiche della difesa, le tecniche della costruzione, il piacere della tana.

Poi se ne saziò.

Un giorno di ottobre, nell’incendio della biblioteca, perse gli amati volumi di Tacito.

Incenerirono fra le fiamme. Vespasiano soffrì un dolore immenso, più che se avesse perso la moglie o il figlio. Urlò, accusò i suoi servi, impartì inique e assurde punizioni. I libri andati in fumo rompevano parte del suo cerchio magico. Avrebbe urlato con la stessa angoscia se un fulmine avesse frantumato i merli della fortezza o la statua di un avo fosse caduta dal piedistallo.

Lo tormentava che un evento selvaggio e inspiegabile – in questo caso il fuoco – potesse espugnare la sua stanza nonostante le difese, nonostante le mura. Allora niente serve a nulla, se…

Non riesce più a pregare. Il suo io sopporta a stento la prigione delle ossa. Quell’ultima difesa – così inutile. Se un uomo potesse sprigionare nell’aria e polverizzarsi…

Un tempo scriveva lettere. Si illudeva di uscire da sé, di andare verso l’altro. Ma ne scrisse pochissime, mantenendosi riservato e prudente. Temeva di essere capito, guardato, ferito. Non si confidò mai. Con le sue frasi corteggiò sempre la verità cercata, attesa, prevista dall’interlocutore.

Ora Vespasiano non sceglie più. Fermo dentro la chiesa dell’Incoronata come il viandante, immobile al bivio, non decide altre strade e resta nel punto del bivio. Dopo la morte di Luigi non ebbe più figli. Quando si sposò per la terza volta non fu sorpreso che sua moglie – una donna pia e fedele – fosse sterile. Non apparteneva più alla sua vita: gli sarebbe sopravvissuta. Il ramo cadetto dei Gonzaga sarebbe morto con lui come il senso di Sabbioneta.

Invecchiando, torna con il pensiero a Maria d’Aragona – alla sua scelta estrema. Esiliata a Rivarolo, la vita limitata alla visione di un ramo, all’ascolto del vento. Gonzaga non crede alla sua scelta, come non crede a se stesso. Elevare torri o rinforzare bastioni ‚ stato vano. Fecero bene, i suoi servi, a bruciare i libri, quel giorno. Fu un indizio che non volle capire. Appiccare il fuoco a Sabbioneta e distruggere la prigione: ecco quanto era necessario. Vivere la morte accettandola come evento. I suoi migliori progetti nacquero nel delirio della febbre, con il polmone che gli bruciava.

Vespasiano guarda la cupola dell’Incoronata. La osserva a lungo, perché vorrebbe volare lassù, rianimare gli affreschi, rompere la cupola, essere un’aquila nell’aria, sopra l’assurda Sabbioneta.

Tende il braccio, come a iniziare il volo, e resta così – nobile statua di bronzo che con solennità porge la mano al suo dio inesistente.

(M.E.)

(1980)

L’AL DI QUA DELLA BAMBOLA. Michel Nedjar

Il mondo può condensarsi in una bambola? E il concetto di art brut ha ancora un senso?

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C’è un al-di-qua della bambola?

C’è il desiderio: la bambola, è inaccessibile, penso sia sempre stata inaccessibile, non è mai stata una cosa-bambola, anche se la chiamo bambola. È forse proprio nell’al-di-qua. Trans-bambola? Quale al-di-qua? Una meta-bambola? In un solo colpo realizzo che non è mai stata una bambola, poiché quando mi offrono delle bambole io ho solo l’ossessione di trasformarle per farne dell’altro; è una cosa che non riesco a dire a parole.

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Tu vuoi dire che la bambola è uno stato transitorio?

La bambola è stata pulsionale, sismica, tellurica,

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Nietzsche, in Al di là del bene e del male, pretende che ogni cosa abbia un’origine pulsionale, compresa la filosofia e le scienze. Avrebbe definito certamente questo “momento-bambola” come una “volontà di potenza”. Una causa prima. Tu sai che André Masson, nicciano convinto, descriveva sensazioni simili quando eseguiva disegni automatici e che negli Stati Uniti, durante la guerra, definiva la sua pittura “pittura tellurica”? Ma torniamo a Chairdämes: hanno un aspetto fetale, occorre dirlo, morbido, e spesso impressiona il pubblico.

Io non la vedo così. Non c’è niente di morbido nel mio lavoro. Al contrario. Io vedo le bambole come feti: origini di vita, piuttosto che cadaveri. Sono simultaneamente nascita, morte e rinascita. Sono l’Ogni-essere della vita. Volevo costruire così un fondamento del mio Essere, per trovare in questa profonda crisi l’incanto dell’infanzia. Alfred de Vigny ha detto: «Una vita riuscita è un sogno di adolescente realizzato in maturità». Mi pongo una domanda: quello che faccio può essere definito “arte”? O forse, a conti fatti, è più che arte? Sono domande per le quali non ho nessuna risposta ma in fin dei conti io non ho mai creato una bambola.

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I testi sono tratti da: Michel Nedjar, Tout est poupée. Conversations avec Jean-Michel Nouhours, Editions Buchet Castel, Villeneuve d’Asq 2021.

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Artista plastico e regista, Michel Nedjar nasce nel 1947. Le sue opere sono esposte in collezioni private e pubbliche, fra cui il Centre Pompidou e la Collection d’Art Brut di Losanna. Le immagini qui riprodotte sono dell’autore.

L’ETERNO INTERROGARSI. Marco Sbrana

Benevolenza cosmica di Fabio Bacà. Una nota di lettura.

Immagine di Jean Mirò

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Londra. Non si capirà mai del tutto quale sia l’occupazione del protagonista Kurt. L’essenziale, sì: statistica. Ha faldoni di statistiche su tutto. Il mondo ridotto a percentuali. Dopo la diagnosi di un tumore – benigno – al nervo ottico, si chiede perché mai un giovane punkabbestia gli ceda il posto sulla metropolitana e perché, nonostante la ressa, il seggio resti vacante, come se fosse per lui.

Terapia di coppia, poi, con Elizabeth – scrittrice di successo. Un altro perché lo assilla: un tassista si ostina: è il suo ultimo giorno di servizio, non vuole far pagare la corsa a Kurt. Incomprensibile per un uomo – Kurt, appunto – che della razionalità ha fatto religione. Altro evento: proprio nel momento di crollo di tutte le altre azioni, quelle di Kurt si impennano e nel giro di un giorno ottiene quasi centomila sterline. Ho ricordato il Seymour Glass di Salinger, la sua “paranoia all’incontrario”: non è che tutti cospirano perché io sia felice? La notizia del commercialista sull’impennata quasi sovrannaturale delle azioni induce Kurt a ricordare il motivo per cui si avvicinò alla statistica, ossia il teorema di Kerner sugli eventi insoliti, tra cui – per forza – si annovera la morte del fratello del nostro. Di Eric. E dell’amico Simon. In una folle gara di velocità tra un aereo e una moto, si staccò la ruota del velivolo, uccidendo Simon cui piombò in pieno sterno, e costringendo Eric a un atterraggio di fortuna presso il lago, dove morì tra acqua e metallo.

Le fortune di Kurt aumentano: sopravvive a un colpo di fucile perché il fucile si inceppa, per dirne una. Donne sembrano sempre volerglisi concedere. Tale Lucia – psichiatra/sciamana – dice che a Kurt è legata una persona. Karmicamente legata (e la cosa, al razionale Kurt, puzza, lui che è ingolfato di statistica). A questa sta accadendo l’opposto: sfortune atroci. E forse la persona in questione è Richard Joyner, attualmente detenuto con l’accusa di tentato omicidio (per avvelenamento): il bersaglio era Kurt. Che scopre in fretta: nessun omicidio in programma contro di lui. Quando il protagonista si introduce nell’abitazione di Joyner, la figlia gli dice che il veleno è tale solo se preso in grande quantità; altrimenti, è medicina.

Joyner era effettivamente sulle tracce di Kurt: ma solo per arrivare a Elizabeth, nella speranza che la scrittrice scrivesse la sua biografia (a stessa ammissione della figlia, Joyner non è del tutto sano, forse è stato il licenziamento).

E allora? Cosa sta succedendo? Sicuramente una cosa: Kurt sta per diventare padre. Elizabeth è incinta di tre mesi e mezzo. Neanche il tempo di gioire, che Kurt ha un incidente. Coma. Durata: cinque mesi e mezzo. Gli basta guardare la figlia negli occhi: è lei, pensa Kurt, la persona che si vendicherà della benevolenza cosmica. Sì, perché nei nove mesi la bimba ha rischiato di morire a cadenza preoccupante, con tre aborti sventati per miracolo. Gliela farà pagare, quando nascerà. Tramite relazioni con tossicodipendenti. Tramite sesso non protetto, ironizza un riappacificato Kurt.

Avrei potuto dire di più della trama; è sempre necessario, malgrado la crescente preoccupazione dello spoiler. Mi sono trattenuto. Bacà è un corpo estraneo. Marchigiano, ha come genitori i postmoderni. Pynchon, sì, Wallace, anche; ma soprattutto Bolano e Cortàzar. Si può collocare la produzione – per ora costituita da Benevolenza cosmica (Adelphi, 2019) e da Nova, nel solco del realismo magico, che in letteratura è il discendente diretto del postmodernismo. Quei viaggi – che sono sempre, sempre ricerche – a cui abituavano Cortàzar e Bolano; quelle feritoie nel mediocre reale a rivelare scorci di meraviglia; i personaggi surreali di Pynchon, caricaturali, ma a tal punto da risultare credibili nello spazio diegetico, ora preoccupanti ora ridicoli, sempre veri anche nel gioco metaletterario del “Lettore, so che sai che è finto”.

L’incomprensibile, dunque, ma nell’estremamente ordinario. L’asetticità (si parla di uno statistico) è straniante se applicata alla vita, perché preleva l’emotività. Ne riesce un grottesco che sulle prime diverte e che, con l’incalzare di una trama ben orchestrata, inquieta. Si ricordi il capolavoro di Kaufman Synechdoche New York: nulla di straordinario, si è solo rotta una tubatura; nulla di straordinario, le feci hanno solo un colorito strano. Insomma, nulla di straordinario, ma c’è qualcosa che ci puzza. Kafkiano, Bacà, nella gestione dei tempi comici: teatro gestuale come quello dei funzionari sepolti nella polvere del praghese, e comicità nell’analisi fredda lucida distaccata di Kurt, nel filtro intellettuale che appone per osservare la qualunque. La paratassi è sobria, così sobria e concettuale da produrre nel lettore – di nuovo – straniamento, qualcosa di unheimlich: ci si chiede cos’avrà mai di strano questo Kurt. L’estensione del dettaglio è il trucco che Bacà usa per stranire senza mai uscire dai confini del realismo. La vertigine provocata dall’analisi che estende ed estende l’infinitesimo instilla la domanda che percorre tutti gli scritti del già citato Bolano: So cosa sta succedendo, ma cosa sta davvero succedendo?

La prosa analitica – che ricorda a tratti anche Morselli, non insolito al fantastico (nel suo caso erano ucronie – apprezzate solo postume) – è l’iper-razionalità di un uomo che, di fronte alla fortuna insostenibile, si pone l’eterno Perché? sul mondo e la vita, che stavolta – e in questo l’originalità di Bacà – non scaturisce dal grave ma dalla botta di culo. Rimane il problema del motivo, della causa prima. Come spiegare il mondo? Perché non lo capiamo? Il flusso degli eventi è indeterministico, e quindi non posso conoscere una particella per il solo fatto che, al fine di conoscerla, devo illuminarla (così Heisenberg). Eppure, io – umano, troppo umano – ho bisogno di credere che ci siano nessi karmici, rapporti causali, statistiche che mi illudano (e spesso, infatti, Kurt ammette che tutte le statistiche sono manipolate: tale il caos). Non meno importante della questione epistemologica è, in Benevolenza cosmica, l’aspetto psicoanalitico. Freud diceva che il piacere è tale se prevede rischio (banalizzo): quale vita grama quella dove il piacere è sicuro, quale infelicità se l’istinto di morte è inappagabile. La felicità non è felice, questo è Freud; e l’infelicità non è infelice. Perversioni nel nostro inconscio, e contorcimenti che non possono ammettere che la vita prosegua nel solco di un eterna beatitudine, che è l’atarassia dei non più vivi, una prospettiva che atterrisce il nostro Kurt. Nel suo bisogno di soffrire un altro po’. Il finale già preso in esame sospende la risposta al Perché? e riaccende la domanda sul davvero: Cosa sta succedendo davvero? La figlia e Kurt sono legati karmicamente? La sfortuna del feto era proporzionale alla fortuna del padre? Non c’è modo di quietare il fermento del nostro interrogare il cielo zitto. Alienati nel metropolitano, nelle reti di segni, ci chiediamo a volte se la domanda – addirittura – sia mai stata posta. E lì, credo, Kurt si rallegra. Nel dirsi che la risposta è: Non c’è la domanda, la calma e la resa al fiume di Eraclito. Insomma, Wittgenstein. Forse dovremmo assumere un atteggiamento meno impegnato emotivamente, sembra dire Kurt, nel nostro spasmodico interrogare; perché non possiamo davvero parlare di destino karma vita e dio, e di quello di cui non possiamo parlare – ammoniva Wittgenstein nell’ultima, celeberrima, proposizione del Tractatus – bisogna tacere. Tacere e, come Kurt, baciare. E sentire il primo rutto di nostro figlio.

*Marco Sbrana (26/03/2003) studia scrittura creativa presso la scuola Mohole a Milano, dov’è nato. È nella redazione di Zona di disagio e Evidenzialibri. Cura la rubrica settimanale di cinema per Odissea di Angelo Gaccione e collabora con il blog Scritture di Marco Ercolani. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesie di prossima pubblicazione. Cura il blog di cultura e critica cinematografica Carrello a seguire.

LIBRI BUONI. Friedrich Nietzsche

Disegno di Vincent Van Gogh

Non riesco a trovare traccia di una particolare provvidenza in favore dei libri buoni: quelli cattivi hanno quasi più possibilità di mantenersi. Sembra un miracolo che Eschilo, Sofocle e Pindaro siano stati sempre di nuovo trascritti, ed è evidentemente per mero caso che noi siamo in possesso di una letteratura antica.

Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, inizio 1873

L’ARDENTE MIETITURA. Carmine Mangone

**

Dobbiamo persuaderci che la natura della poesia è quella di penetrare nel mondo solo quando la rendiamo varco di tutti i possibili, e che essa si manifesta perentoriamente già quando vengano gettate le fondamenta di una riduzione critica e gentile dell’impossibile; per questo motivo, essa non si manifesta mai troppo presto e non accetta in alcun modo, alla sua tavola, un desiderio indegno.

La sete di oggi è un bisogno di cielo.

Dal tuo Nord al tuo Sud,

un viaggio di mani lungo il morbido declivio della notte.

*

Il divino. Questo fragore che mi mette in comunicazione con le tue mani, le tue impudenze, la tua sterminata area di fiducia.

L’accoglienza, il divino, il divenire di tutte le cose nel mio affidarmi. È la morte del soggetto in una notte trasparente. È il convincimento della poesia, il tenersi per mano nella sofferenza frantumata, nell’insolenza abbandonata. È la tua voce che scompagina le convinzioni di sempre, riportandole a casa per una determinazione mai occasionale. È il rito che investe il controllo, lo stupore che non ha più un sesso, l’innocenza senza ipoteche e senza costernazione dell’inviolabile che ci porta.

*

Sentire un brivido

lungo ogni pensiero e

accorgermi di non essere mai solo.

Pensare eroticamente le parole,

lo spazio,

i fiori del pesco,

la ciotola del cane.

Consegnarti a tutte le morbidezze,

a tutte le inquadrature,

e far sì che la poesia del vivente possa

riscattare l’origine senza mai porre un

termine alla grammatica accorata dei germogli.

*

L’amore è la maledizione del divenire, il passo falso di ogni sogno della materia.

Al di qua della caduta, dove si rintana il nostro corpo plurale? Arroganza della luce, il saperti in un eccesso di mancanza. Dimenticare la riserva, danzare con una voce che non si lasci uccidere dalla parola, e aderire a ogni invocazione che allontani il giorno dalle banali ritorsioni della fatica.

*

Accade che.

Non so. Di questa grande pretesa contro la

nostalgia d’un fuoco di bivacco,

cosa difendere.

Il relitto dell’oltremodo,

l’Alzheimer di mia madre,

la fragranza del pane caldo,

una fortuna randagia,

un puntiglio, e alcune fotografie tra le macerie d’una

casa bombardata.

*

Smarrire il mio nome o l’esigenza delle radici.

Ripudiare la compassione.

Consumare le parole fino a sentirmi vano.

Come potrei?

Mentre la notte ha un gusto dolce di restituzione,

il fuoco si accanisce,

il dubbio si arrende

e il libro della speranza si chiude per sempre.

*

Vorrei dirti molto di più. Dire te con la vampa, le lacrime; dire con te la fiducia, il risveglio, i fiumi carsici del dubbio. Affrontare il dire. Dissodare la Storia. Aver bisogno d’inscrivere la determinazione sulla soglia dell’intentato in modo da scongiurare il mai. Un passo al di qua e si resta nel pantano della speranza. Un passo al di là ed è l’accoglimento, la sentenza di vita, il lato toccante del possibile. Sentire il mio nome tra le tue mani. Concepire un tatto del pensiero. Aderire a tutte le paure che ti sanno e ti fanno entrare. Ecco. L’assolvimento, il pungolo, l’ardente mietitura.

*I testi sono tratti da: Carmine Mangone, Post adventum veris (Il Convivio editore/Occhionudo, 2024).

LA CHIAREZZA DEL TRAUMA. Silvia Rosa

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Scrive Eliza Macadan: «Non c’è redenzione possibile senza un linguaggio che sappia nominare l’inenarrabile: è questa la lezione più feroce e necessaria che la poesia di Silvia Rosa ci consegna. La parola poetica, nelle sue mani, diventa il luogo in cui la vergogna si trasforma in testimonianza, il silenzio in resistenza, l’ombra in una geografia di segni condivisibili. 𝙇’𝙤𝙢𝙗𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙞𝙣𝙛𝙖𝙣𝙯𝙞𝙖 (Pequod, 2025) è un libro che non concede tregua e che spinge chi legge in un territorio al limite tra lirica e documento, confessione e fiaba rovesciata. Ogni testo svela la frattura di un’infanzia violata, mettendo in scena non un “io” isolato, ma un “noi” collettivo… un libro politico nel senso più alto: perché dichiara che nessuna violenza può essere normalizzata, che il linguaggio poetico non deve sottrarsi ai compiti più dolorosi, e che la voce delle sopravvissute non può restare ai margini. È un atto di coraggio letterario e umano, che riconsegna alla poesia la sua funzione etica: non consolare, ma dire». Queste parole ci svelano il segreto del libro. Nessuna consolazione è possibile. Ma anche nessun silenzio che rimuova un dolore inenarrabile. Silvia Rosa racconta con chiarezza e non nasconde il trauma delle violenza subìte dalle donne nei loro destini: senza nessuna ellisse, questi versi, sono un racconto straziato, suddiviso in stazioni di dolore, intonato da una lingua ora gridata e ora bisbigliata, sempre nitida; un lucido e dilaniato discorso che, volendo dire la frana incontenibile di una pena segreta, ne diventa universale testimonianza. Silvia usa le parole come le immagini essenziali di una rovina che non smette mai di esistere nella memoria: ma che, narrata, impone il suo tema e costringe il lettore a essere, drammaticamente, dentro l’ombra di quell’infanzia sofferta, vivendo la chiarezza del trauma che non va cancellato e le strategie di liberazione da quel dolore comune, finalmente nudo, esposto agli occhi dell’altro: «Occhi neri a precipizio/ sempre paura sempre sola/ bambina piccina cuore friabile/ sbranato a morsi, cresce pane/ nel tuo petto per il pettirosso del libro delle fiabe, cresci obliqua/ per non farti male, ferita dal vento in pieno/ volto, volo d’ali spiumate, piccola scintilla/ di fuoco brucia la città dei balocchi/ il dio dei bambini rotti non ti ascolta:/ e tu corri a nasconderti dalla fame,/ nel luogo segreto dei bottoni–/ mettili in fila, inghiottili/ prima che ti chiudano la bocca».

**

Testi

Si può giocare con il peso, ad esempio,

smettendo di mangiare, oppure mangiando

fino a sentirsi così piena, un otre in miniatura,

diventare una mappa d’ossicine in rilievo

o un pupazzo gonfiato da strati e strati

di carne rosa dietro cui far capolino. Si può

sperimentare ancora il gioco dell’acquaNo,

smettendo di lavarsi, i capelli unti e i piedi

nelle scarpe che odorano da vergognarsi,

vestirsi con maglioni larghi e non mettere

mai una gonna, essere di sé la versione più

imbruttita, ma pure fingersi donna con un

certo anticipo, cavalcare l’onda dell’oltraggio

e portare il rossetto a nove anni con uno sguardo

malizioso e conturbante. La bambina ha scelto

un’altra opzione: rendere il suo corpo il luogo

del dolore, l’attore consumato che mette in scena

mal di pancia memorabili, e ogni sintomo che

serva a raccontare quel che lei vorrebbe farsi:

scomparire, un organo dopo l’altro.

(Ma il corpo non è d’accordo e per questo

duole per davvero, fuori controllo).

*

Ma perché non hai detto nulla, bambina?

1.

Non avevo più la lingua, la bocca

era un calco svuotato, per quanto urlassi

a perdifiato la voce non saliva in superficie,

si fermava in gola, un garrito fioco, un suono

inerme e vago.

2.

Le parole che tenevo in tasca non bastavano,

erano pezze sfilacciate da buttare, buone solo

per soffiarsi il naso, forse per asciugarsi un po’

le lacrime. Erano contorte forme d’alfabeto,

che non avevano un legame con le cose contro

cui sbattevo gli occhi e mi facevo male.

3.

Sentivo una stretta all’altezza dello stomaco

e la vergogna che si arrampicava sulle gambe

fino all’incendio che sbocciava in faccia,

ero così sporca che lo sguardo di chiunque

non poteva che franarmi addosso, con un tuono

fragoroso di rifiuto.

4.

Credevo fosse vero che parlando con qualcuno

il cosmo si sarebbe capovolto e io sarei rimasta

morta al fondo, schiacciata da quel peso. Credevo

a quel che mi diceva l’Orco, che non mi avrebbero

creduta, che nessuno mi avrebbe più voluto bene,

che sarei seccata in un baleno dentro un vortice

d’incuria.

5.

Pensavo fosse colpa mia, che quel rituale

sconsacrato mi toccasse in sorte perché mio

padre vero m’aveva abbandonata e all’altro,

l’Orco, c’era da pagare pegno se volevo che

mi amasse un poco, indegna come ero di sicuro

Immagine di Wols