L’ASSE INCLINATO DELLA TERRA. Danila Boggiano

E anche tra le crepe dei muri

s’aprono fiori

e tutto si muove striscia sussurra

mi domanda ma con discrezione

per non ferirmi troppo

con il senso della cosa

come io possa

sopportare tutto questo ondeggiare

questi colori

e l’asse inclinato della terra

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L’età geniale

Sì, ci sono cose che completamente, sino in fondo, non possono accadere. Quale gesto, parola, passo, avvenimento, potrebbe mai contenerle, significarle?

E lì restano come frammenti di uno specchio rotto, approssimazioni, abbozzi di quell’unico specchio che tutti ci riflette.

Eppure, mentre la stiamo sognando, tutta in noi si va allestendo l’età “geniale”, di riflesso in riflesso, di mancanza in mancanza. Una prova generale del desiderio senza la certezza del suo spettacolo.

Così si apprende il senso della lontananza, ci si lascia attraversare da quella luce di stelle che non ci è dato vedere e che proprio per questo ci riguarda. Noi, così toccati dalla ferita, troviamo conforto nella perfezione dell’attesa, nell’ascolto della parola docile estesa che comprende tutto il tempo, primavera che scaturisce da un gioco d’oltrecielo.

E ancora ci aggiriamo tra erbe e fiori invisibili, e non sappiamo rinunciare allo splendore e al profumo che intatti ci sfiorano. Ma ben al di là del difetto delle nostre mani, in un tentativo di accadimento, per non soffrirne l’impoverimento, la perdita.

A noi restano gli aloni, le farfalle bianche della loro rappresentazione.

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I testi sono tratti da: Danila Boggiano,Finestre con lume, Thesis, Sestri Levante 2025 (prefazione di Marco Ercolani).

IN VIA DI GUARIGIONE. Gerard de Nerval

Parigi, sabato 13 dicembre 1853

Caro dottor Blanche,

quando vi vedo posso, appena dirvi ciò che mi pesa sul cuore. Considerate che da dieci o dodici giorni non esco più. Riflettere mi ha portato a sentimenti puri e buoni propositi. Oserei pregarvi di concedermi di far visita domani, domenica, a mio padre. Quel povero vecchio, di cui gentilmente vi interessate, deve essere molto triste: vedermi, e accertarsi che sono in via di guarigione, gli sarà di sollievo. Si invecchia così presto, alla mia e alla sua età. Il tempo fugge via. Per tutte le lacrime, che io ho sinceramente versate per la morte di vostro padre, vi scongiuro di soddisfare il mio desiderio.

Non temete che io anteponga il pensiero di vedere i miei amici a quello che io considero un sacro dovere. Posso rassegnarmi a ricevere rare visite, ma vedere mio padre accrescerebbe la mia forza morale e mi darebbe energia per confermare il vostro lavoro che, lo credo fermamente, sgombrerà la mia testa da tutte le visioni che la possiedono.

A queste fantasmagorie malate seguiranno idee più sane, e io potrò rifugiarmi nel mondo come una prova vivente delle vostre cure e del vostro talento. È moralmente che mi avete guarito recuperando alla società un uomo che potrà ancora fare il suo dovere, un amico soprattutto, di cui avete conquistato l’ammirazione.

Vostro affezionato Gerard de Nerval

*La lettera è pubblicata in: Gerard de Nerval, Correspondance, in Oeuvres complètes, III, pp. 832-33, Gallimard, Paris 1993.

Gustavo Doré, Suicidio di Gerard de Nerval

OGNI COSA TREMAVA NEL BUIO. Ilaria Palomba

Ilaria Palomba,Restituzione, con prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua e postfazione di Silvio Raffo, Interno libri edizioni, 2025.

E se ripercorressimo Restituzione cominciando dalla fine? Se rileggessimo il libro a lampi, dimenticando la sua architettura? “Chi attraversa la notte possiede il giorno”; “Siamo portati a girare a vuoto./ Chi fu trafitto trafiggerà”; “Le loro parole, a lungo ascoltate,/ le aveva consegnate alle cripte/ perché restasse solo il sogno,/ l’addio”; “Non viene forse la musica dal segreto?”; “La fotografia riluceva,/ e mentre la guardava cadeva,/ il vento infuriava,/ e l’aria sbrecciava,/ ogni cosa tremava nel buio”.

Ilaria Palomba non edifica un libro: propone, per sequenze, una preghiera petrosa, violata, mistica, che “trema nel buio”. A lei non preme la densità della lingua, la traversa con leggerezza inorridita: il testo è un teatro nel quale dire e ridire il primo, essenziale monologo; lei vuole essere lì, conficcata nel suo esatto dolore, da lì esige una nuova nascita, cosciente dell’apocalisse da cui scaturisce. La parola nasce come un lume (non una luce), un lume intimo che mitiga gli ordigni e le sevizie della notte. “La luce cruda, la luce oscura,/ le strade senza nome, e il passo,/ la schiena sul freddo della sedia,/ le mani raccolte e il bagno caldo./ L’ordigno dei corpi, la notte./ Le tue parole antiche, il suono./ Un piccolo lume nell’insonnia,/ la carne nuda al dì di festa”. Il poeta sa, vuole, spera, implora che “universi nasceranno dalle macerie”. Travolto dalla burrasca, trabocca di un eccesso di parole che organizza in blocchi espressivi che ci appaiono scolpiti come rituali: “C’è un’inquietudine indicibile/ nelle cose conosciute”. (M.E.)

INTERMITTENZE (2025). Giuseppe Zuccarino

Un tratto caratteristico della personalità di Baudelaire è il suo gusto per la mistificazione, esercitata fra l’altro cercando di far credere agli amici storie inventate relative alla propria vita. Ad esempio, Maxime Du Camp riferisce quanto aveva saputo dal poeta stesso, ossia che quest’ultimo, durante il suo soggiorno in India (in realtà mai avvenuto), si dedicava al commercio di bestiame a beneficio dell’esercito inglese e faceva escursioni stando sul dorso di un elefante. Théodore de Banville, a sua volta, racconta una storia ancora più assurda: «In non so più quale paese dell’Africa […], se n’era andato a vivere da solo su una montagna, con una giovanissima e alta ragazza di colore, che ignorava il francese e che gli cuoceva degli stufati stranamente piccanti in un grande pentolone di rame liscio, attorno al quale negretti nudi urlavano e danzavano. Oh! quegli stufati, come li descriveva bene, e come li avremmo mangiati volentieri!».

È curioso che Rimbaud e Mallarmé, in missive private e senza poter sapere l’uno dell’altro, nel parlare di Baudelaire abbiano fatto ricorso alla stessa immagine. Rimbaud scriveva infatti nel 1871: «Baudelaire è il primo veggente, re dei poeti», e Mallarmé gli faceva eco cinque anni dopo, asserendo che Villon e Baudelaire «sono i due veggenti di due epoche diverse».

In una lettera del 1986, volta a rivendicare la propria libertà di pensiero, Claude Simon affermava: «Io non aspiro ad alcuna gloria, alcun posto, alcuna carica: non ho altra ambizione […] che quella di svolgere al meglio il mio lavoro di scrittore, che ai miei occhi non autorizza alcuna specie di concessione». Parole chiare, che però attualmente solo pochi intellettuali sarebbero disposti, in maniera credibile, a condividere.

Se ci si aspetta che un critico manifesti in maniera diretta, nei propri scritti, opinioni sui grandi temi dell’esistenza, si è destinati a rimanere delusi. Egli, infatti, preferisce far propria una frase di Lautréamont: «L’autore spera che il lettore sottintenda».

Poiché i romantici tedeschi hanno anticipato molte delle idee che si ritroveranno negli autori venuti dopo di loro, non sorprende il fatto che Balzac, attento lettore di Hoffmann, abbia (o quanto meno avrebbe) potuto trovare in due testi dello scrittore tedesco altrettanti spunti per Le chef-d’œuvre inconnu. In questo celebre racconto, il pittore Frenhofer modifica a più riprese un proprio quadro con l’intento di perfezionarlo, senza accorgersi che lo sta trasformando in un insieme di macchie in cui quasi più nulla è distinguibile. Analogamente, in un romanzo di Hoffmann leggiamo: «Conosco un giovane pittore il quale insiste talmente nel ritoccare, riprendere i propri quadri (anche quando sarebbero abbastanza riusciti), fino a farli sparire sotto una patina plumbea ed opaca». Anche il fatto che Frenhofer, subendo una sorta di allucinazione, creda di scorgere nella propria opera una perfetta riproduzione del reale è già presente in un passo hoffmanniano in cui a soggiacere a un delirio dello stesso tipo è un «vecchio pittore dilaniato dalla follia che passava tutte le sue giornate davanti a una tela soltanto mesticata, bella tesa nella cornice, e che a tutti quelli che lo andavano a trovare non faceva altro che celebrare le svariate bellezze di quel ricco, magnifico quadro appena ultimato».

Ogni volta che si torna a visitare la Catedral de la Santa Creu in Santa Eulàlia, le oche bianche del chiostro sono sempre lì ad accogliere, starnazzando, il turista. È possibile che, ad anni di distanza, non siano più le stesse, ma senza dubbio non lo è nemmeno il visitatore.

È celebre l’analisi del dipinto di Velázquez Las Meninas condotta da Michel Foucault nel capitolo iniziale di Les mots et les choses, del 1966. Alcuni anni dopo, al filosofo viene chiesto di scrivere un altro testo, relativo stavolta al ciclo di 58 quadri e studi realizzati nel 1957 da Picasso a partire dal capolavoro di Velázquez (l’intero ciclo è conservato al Museu Picasso di Barcellona). Foucault nota lo strano trattamento che, in questa serie di variazioni sul tema, viene riservato a Velázquez, che com’è noto aveva rappresentato anche se stesso all’interno del dipinto. Nel primo suo quadro d’assieme, Picasso ingrandisce a dismisura l’immagine del pittore seicentesco, che giganteggia tanto da sfiorare col capo il soffitto del salone. Per contro, negli altri lavori del ciclo, tale immagine non appare più in forma riconoscibile. Anzi, nei molti dipinti in cui Picasso sceglie di raffigurare solo uno «dei sei personaggi che sono in primo piano nel quadro di Velázquez, quest’ultimo è il solo a non essere trattato a parte, il solo a cui non venga dedicata singolarmente alcuna tela». Foucault spiega questa strana assenza del personaggio-pittore dicendo che, «dopotutto, è lui che ha realizzato la tela. Anche se è invisibile, respinto fuori, passato dall’altro lato del bordo, non può staccarsi da essa».

Ogni uomo dovrebbe avere coscienza del fatto che, per quanto la sua esistenza possa essere lunga, egli non potrà mai dar fondo alle proprie potenzialità, una gran parte delle quali resterà dunque inespressa. Tuttavia occorre tentare, foss’anche in un solo ambito, di verificare ciò che ci è concesso, e che forse varrà anche come segno di quello che ci sfugge. Come scrive Bataille, «la vita degli uomini è sempre un dialogo tra il possibile e l’impossibile».

Il passatempo preferito di Stéphane Mallarmé consisteva nel dedicarsi ad escursioni fluviali sulla Senna alla guida della barca che aveva acquistato. Julie Manet (nipote del grande Édouard e figlia della pittrice Berthe Morisot) la descrive così: «È molto bella, verniciata, la parte alta è di color verde chiaro, la vela è di forma graziosa e ha in cima una bandierina con le iniziali S. M.». Sempre Julie riferisce che, a chi gli chiedeva se durante le sue gite gli capitasse di scrivere, il poeta replicava così: «No, rispose gettando uno sguardo sulla propria vela, questa grande pagina la lascio bianca».

Julie Manet commenta in questi termini una lettera ricevuta dalla figlia di Mallarmé dopo la morte del genitore: «Geneviève scrive che ha finito col trovare nella scrivania di suo padre un biglietto […] indirizzato a lei e a sua madre, nel quale egli chiede loro di bruciare le sue carte, trattandosi soltanto di cose incompiute. Che duro compito, e quanto è terribile pensare che il frutto di un assiduo lavoro di molti anni sparirà così tra le fiamme, e che una parte della sua opera morirà con lui». Di fatto, com’è noto, tale distruzione non avrà luogo, anche se è vero che fra i testi letterari di Mallarmé editi postumi non figura alcuna opera finita. Ciò nondimeno, tali appunti o brogliacci restano assai preziosi. Infatti è possibile riferire a Mallarmé un’acuta osservazione di Nietzsche: «Vedo qui un poeta che, al pari di tanti uomini, esercita una superiore attrattiva, più con le sue incompiutezze che con tutto ciò che sotto la sua mano si arrotonda e si configura compiutamente – anzi, piuttosto che dal pieno delle sue forze, egli trae vantaggio e gloria dalla sua finale incapacità. La sua opera non esprime mai del tutto ciò che lui propriamente vorrebbe esprimere, ciò che vorrebbe aver veduto: si direbbe che ha avuto il pregustamento di una visione e non la visione stessa – tuttavia è restata nell’anima sua un’immensa avidità di questa visione, e da questa avidità egli attinge l’altrettanto immensa eloquenza del suo desiderio».

In una lettera, Mallarmé diceva che «ogni poesia di un “volume di versi” deve poter essere letta a parte», ma al tempo stesso occorre che sia inserita nel libro, ossia «in un’architettura evidente e che non abbia nulla di artificiale». Ma la stessa cosa vale per i testi saggistici, se li si considera con la dovuta serietà.

Indipendentemente da ciò che gli riserva ancora la vita, deve ritenersi fortunato l’anziano che può ripetere per sé le parole di Mallarmé: «Qual era il mio ideale a vent’anni, non è improbabile che io l’abbia sia pure debolmente espresso, visto che l’atto da me scelto è stato di scrivere: ora, se l’età matura lo ha realizzato, questo giudizio spetta alle sole persone che hanno protratto il loro interesse per me. […] A sufficienza, fui fedele a me stesso perché la mia umile vita conservasse un senso».

In L’Eau et les Rêves, Gaston Bachelard a un certo punto si pone la seguente domanda: «Ciò che non può essere scritto merita di essere vissuto?». Se lo si considera indipendentemente dal contesto in cui l’autore lo inserisce, il quesito dà da pensare. Il primo impulso è quello di rispondere in maniera affermativa, dato che i momenti più intensi dell’esistenza di ciascuno sono incomunicabili agli altri, sia per motivi di discrezione, sia per evitare di banalizzare o profanare tramite il linguaggio esperienze che devono rimanere affidate soltanto alla memoria di chi le ha provate. Se però ad essere in causa è uno scrittore, la risposta si fa più complessa. Questo perché nel suo cosiddetto «vissuto» l’atto di scrivere costituisce qualcosa di essenziale, ma anche in quanto ciò che rimarrà dopo la sua morte saranno unicamente le opere (siano esse lette da molti, da pochi o da nessuno), mentre tutto il resto sparirà.

Quando una persona è ossessionata da qualcosa si è soliti dire che lo sogna anche di notte. Nel caso di Giacometti e del suo lavoro artistico ciò doveva essere un dato effettivo, visto che più volte, nelle lettere che scrive in italiano alla madre, è lui stesso ad ammetterlo: «Tutta la notte sogno di continuare a disegnare o fare scultura. Continuo in sogno, notte per notte ciò che faccio di giorno e il più curioso è che mi alzo sempre un po’ più avanzato che la sera». Dunque, quando sostiene «lavoro in fatto giorno e notte perché quando dormo sogno sempre di pitturare o di far scultura», non intende lamentarsi. Anzi, all’opposto, è persuaso che i suggerimenti che gli vengono dall’attività onirica agevolino la sua ricerca: «Ne sogno quasi ogni notte! e serve sempre per il giorno dopo; ho fatto oggi un po’ ciò che ho sognato due o tre notti fa o piuttosto diverse notti di seguito».

La lettura interpretativa non è tanto, per il critico, un modo per dar prova di acutezza o erudizione, quanto piuttosto un esercizio in cui egli lascia trapelare qualcosa di assai più personale, ossia «le proprie scelte, i propri piaceri, le proprie resistenze, le proprie ossessioni» (Roland Barthes).

La riflessione sulla letteratura, negli anni Sessanta del secolo scorso, ha avuto il merito di focalizzare con maggiore precisione alcuni concetti, come quello di testo. Gérard Genette, ad esempio, lo definiva così: «Il testo è quell’anello di Möbius in cui la faccia interna e la faccia esterna, faccia significante e faccia significata, faccia di scrittura e faccia di lettura girano invertendosi di continuo, in cui la scrittura non cessa di leggersi, in cui la lettura non cessa di scriversi e d’inscriversi».

Nel 1861, al diciassettenne Nietzsche viene assegnato un compito scolastico nel quale egli dovrebbe raccomandare a un amico la lettura del proprio poeta preferito. La scelta dell’allievo, cosa insolita per quegli anni, cade su Hölderlin. Nietzsche mostra di essere al corrente delle obiezioni rivolte al grande lirico, nei cui testi, all’epoca, si era inclini a scorgere le «espressioni confuse e semideliranti di un animo dilaniato», come pure la presenza di idee contraddittorie («idolatria del mondo pagano, ora naturalismo, ora panteismo, ora politeismo in un grande guazzabuglio»). Egli dichiara all’opposto che i versi hölderliniani sono «scaturiti dall’animo più puro e sensibile». Elogia inoltre la tragedia incompiuta Empedocle («questo frammento drammatico così importante, nei cui toni melanconici è adombrato il futuro dell’infelice poeta, la follia»), come pure il romanzo Iperione. Ma il suo insegnante apprezza poco le osservazioni del giovane studente, e annota sul foglio del compito il seguente giudizio: «Debbo amichevolmente consigliare l’autore di occuparsi di un poeta più sano, più chiaro, più tedesco».

Nietzsche ha avuto il grande merito di stimolare ogni individuo a fare delle scelte che fossero davvero le proprie, e non quelle della collettività che lo circondava: «Il fatto […] che non possediamo se non un brevissimo oggi e in esso dobbiamo mostrare perché e a qual fine proprio ora siamo nati – ci incoraggia nel modo più energico a vivere secondo una misura e una legge nostra. Della nostra esistenza dobbiamo rispondere a noi stessi, di conseguenza vogliamo agire come i reali timonieri di essa e non permettere che assomigli ad una casualità priva di pensiero».

Per certe persone, resta valida l’osservazione nietzschiana secondo cui «la vita è possibile solo attraverso le immagini illusorie dell’arte», poiché in effetti «quanto più lontano ci si mantiene da ciò che veramente è, tanto più pura, bella e buona è la vita».

È celebre l’impresa letteraria compiuta da Georges Perec: quella di scrivere un intero e ampio romanzo, La disparition, senza mai impiegare la lettera «e», in ossequio alla tecnica del lipogramma. Meno noto è il fatto, ricordato da Carlotta Santini, che già nell’antica Grecia qualcuno, Nestore di Laranda, l’aveva adottata: «Nella sua opera, l’Iliade a cui manca una lettera, Nestore pratica un particolare esercizio di virtuosismo: compone un’Iliade in 24 libri (come l’Iliade originale, divisa in 24 libri numerati secondo le lettere dell’alfabeto greco dai grammatici alessandrini), evitando di utilizzare per ogni libro la lettera corrispondente del libro stesso. Dunque il primo libro era scritto senza utilizzare la lettera α, il secondo la lettera β e così via».

Tra le numerosissime moschee di Istanbul, le più note sono anche le più vaste, ossia la Moschea Blu e la Suleymanye. Ma dello stesso architetto che ha realizzato quest’ultima, ossia Mimar Sinan, merita di essere ricordata almeno un’altra moschea di particolare bellezza, quella dedicata al visir Rüstem Pascià. Realizzata nel sedicesimo secolo, si trova posta su un piano sopraelevato (al di sotto, infatti, c’era un caravanserraglio). Sinan ha risolto magistralmente i problemi dovuti allo spazio ridotto e, utilizzando per la decorazione (sia dell’esterno che dell’interno) le splendide maioliche di Iznik, è riuscito a creare un’opera altamente suggestiva.

Come nota Didi-Huberman nel suo libro sulla leggenda di san Giorgio, i testi che la narrano si attengono di solito alla versione tradizionale, con il «valoroso cavaliere che sconfigge un drago e salva una principessa», ma talvolta «si compiacciono nel pervertire o invertire i punti di vista». In questi casi, «il cavaliere potrà diventare un personaggio piuttosto negativo, perfino spaventoso, mentre il drago potrà commuovere per la sua sofferenza non soltanto il lettore, ma anche la principessa». È proprio ciò che accade in uno dei testi micrografici di Robert Walser, dal titolo La fanciulla/Il liberatore. In esso, la donna che si credeva fosse la vittima del drago, rimprovera con durezza il cavaliere che ha appena mozzato la testa del mostro: «Ti credi un modello? Come mi guardano, colmi di rimprovero eppure al contempo di dolcezza, gli occhi di questa testa così recisamente separata dal resto del suo corpo. Questa creatura orrenda mi amava, proprio come sanno amare i mostri, tu invece, liberatore, non mi ami, ti importava soltanto di esibire la tua forza davanti a me». Qui l’inversione del punto di vista si può senz’altro definire impeccabile.

Osserva Hofmannsthal che «se i libri non fossero un elemento della vita, un estremamente ambiguo, sfuggente, pericoloso, magico, elemento della vita, non sarebbero nulla, e discorrerne non varrebbe la pena». Ma di fatto i libri – o quanto meno quelli riusciti – possiedono tutti i caratteri che lo scrittore austriaco attribuisce loro, e ciò spiega perché non ci si stanchi mai di leggerli e di commentarli.

Cy Twombly

LA CHIAVE DELL’IMPERDUTO. Ilaria Seclì

Wols

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Ti porto dall’Angelo, ha nuvole bianche

il cielo, anche i fumi di carbone sono fermi                  

e fermo è il mondo. Ti porto dall’Angelo            

come promesso, ti porto i semi                         

dell’intatta veglia, parola convenuta                   

nel buio penetrale, consegnata. 

**

In virtù di lamina e grazia                                   

compiuti frutti ceduti all’oro degli autunni,       

segreto che nel tempo duri e mai marcisca     

in forma o stato che foglia muove.               

Esatta legge il nome visto, conseguito.

**

Incompiuta neve eterno altrove                      

gloria di legni e tradite vette,                      

carte forre storte mappe. Schiena                   

al nulla spinta in luogo del giardino.                   

Chiudi gli occhi: il giglio dell’estate                  

è ancora lì sulle dune. Il picchio                      

del Nord, lontano lontano, vòltati:                      

è vivo il suo richiamo. 

**

I tuoi quattro gradi sotto zero                             

i miei dieci sopra. Né questo 

vento del Nord ci avvicinerà

né un perfetto colpo di dadi.                           

Tu, resta oltre. Bussola di sabbia,            

eternità, terrestre asse di marzapane.              

La chiave dell’imperduto, eccola.                        

In cambio, la più pura pietra.

NEI VETRI DI UN’IGNOTA LUCE. Lucetta Frisa

1.

La casa ignota ci spoglia l’uno all’altra, febbrili. Fuori

ombre e sbarre, notte, cecità. Qui terra sempre più calda,

brividi e aria, colori. Mille mani orecchi narici occhi

per entrare angoli e odori, immagini e voci. Un lungo

tortuoso viaggio brucia la cenere e si libera nel fuoco

che già cresce dal basso e una sola fiamma avvampa letto

tempo e soffitto, devasta la difesa delle cose. Nelle pause,

respiro brezza mare e pianure, odori chiari, infinito

tenero al tatto. Ridiamo piano bisbigliando all’orecchio

parole piccole, sollecitando allluci e idee, bassi cespugli

di felci, onde quiete. Ad un tratto, la furiosa foresta, nera

e rossa d’improvvisi roghi, la fatica delle rocce, vertigine

e tempesta, cime ed abissi soli. Ci chiamiamo per nome lassù,

è freddo, un grido come un corpo per non stare aggrappati

al vuoto e cadere schiantati. Ora la casa ci parla affannosa

da tutte le porte crepe specchi serrature. Voci ebbre

di veglie e sonni, soffocate ariose di ritorni e partenze;

nascondimi ed aprimi, entra ed esci, porta tenda

finestra e muro, muro porta tenda e finestra e quella polvere

agli angoli prima non c’era e quello strano segno un po’ più chiaro

nei vetri di un’ignota luce?

Qualcuno comincia, lento, a vestirsi.

**

Con mano irrequieta bussa alla porta e la soglia

cancella i suoi rovi, lontane foglie di passati

autunni. L’attesa è una casa ombrosa dove un lume

qua e là nasconde e trema nei nostri occhi

spaziosi, nell’aria del tuo respiro che si avvicina.

La parete già mostra venature segrete, insospettate

cavità, segni di future finestre. Tende, muri

e soffitti conoscono il loro destino che questa fiamma

tenace e piccola tramuta in brividi e cenere

per guidare i passi nella luce. Vieni, corriamo

corridoi trafelati, asfissiate stanze, angoli bui

di bambole rotte, sirene che insinuano nenie

a chi comprende solo il silenzio: e infine

le scale che volano alte fino al terrazzo sul tumulto

del mare. Là dove tutto sembra aprirsi, arrivare e

risplendere, la sosta è breve e lunga l’attesa

di nuove inquietudini. E sai che devi cominciare

a tornare, ripetere l’oscuro tragitto che sempre

inizia da porte chiuse e frementi, perché la casa

non è mai uguale.

**

La casa è buia, cancellata dai luoghi.

Silenziosa, chiusa, abbandonata in fretta

o dopo titubanze e lunghe carezze ai mobili,

tanto calda e sensuale nelle notti e respinta

per grandi viaggi ventosi slacciati dai corpi.

Disseccata putrescente o prossima alla luce

in attesa di un nome chiaro, una strada esatta,

volti dai profili toccabili. Risuona

di fiati nascosti, ritmi convulsi o docili

come una grotta cava, i sonni vedono

mari antichi e futuri e poi ancora il vuoto

di passi in fuga o di indugi struggenti, finché

una bufera imprevista la squarcia, spalanca

il tetto, la grondaia e torna pietra affondata.

Polvere che qualcuno raccoglie per farne un altro luogo.

*I testi sono tratti da: Modellandosi voce, Corpo 10, Milano 1991.

RIVELAZIONI IN TEMPI DIFFICILI. Piero Zino

Nicolas de Staël

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Tutti dicono che sono cieco, ma non è vero. Questa storia va avanti da millenni. Vi garantisco che ero sotto le mura di Troia prima che le armi degli Achei e dei loro nemici brillassero al sole. I miei occhi hanno visto tutti quegli uomini, altrimenti come avrei fatto a descriverli come li ho descritti. Semmai la cecità era dentro il mio animo. Omero

Veni, vidi, vici. Se qualcuno ha mai pronunciato queste parole, quello non sono io. Sempre chiuso nella tenda ad ascoltare testimoni e ordini impartiti da altri. Quando l’esercito si spostava lo seguivo dentro una portantina con le tendine tirate, nella paura che mi vedessero in preda alle convulsioni. Ai miei luogotenenti e non a me va il merito di avere conquistato la Gallia. Giulio Cesare

Ammesso che esistano gli dèi stanno lassù e ignorano ciò che noi uomini facciamo quaggiù. La distanza tra noi e loro è immensa. Un aruspice mi ha detto che vediamo la luce di stelle già spente da miliardi di anni. È inutile che ci sforziamo di pensare il loro mondo semplicemente perché per loro il mondo non esiste. È una creazione nostra e siamo noi a dovercene fare carico. Quando si erige una statua in onore di un dio è una follia sperare in una sua benedizione, così come il fulmine che può incenerirla in un istante non è una maledizione. Lucrezio

L’aggressività non può essere contenuta in una brocca o in un bicchiere. In spazi così ridotti essa finisce per prorompere all’esterno togliendo lucidità ai combattenti. Il generale saggio sarà colui che tiene a bada un toro non aggrappandosi alle corna, ma lasciandogli un ampio spazio per pascolare. Massima attribuita a Sun Tzu (VI-V secolo a.C.)

È grazie alla sua penna che tornano alla luce i fatti della battaglia di Campaldino. Credo non abbiamo altre testimonianze su quell’evento se non la sua. L’ultima volta che guelfi e ghibellini si sono combattuti. L’Alighieri non aveva ancora ventiquattro anni e non aveva composto uno solo dei versi del poema, ma quel giorno faceva parte della schiera di armati che si preparava a reggere l’urto della cavalleria aretina. È solo un fante in mezzo alle urla e ai nitriti che una lancia nemica, se la sorte lo volesse, potrebbe ferire o addirittura uccidere. Popule mee, quid feci tibi? Provo a tradurla, allora, questa epistola. Ecco, più avanti scrive l’allegrezza grandissima… Leonardo Bruni, Cancelliere della Repubblica di Firenze

È necessario che cominci a prendere precauzioni contro me stesso. Ordinerò al mio servo che la sera prima di coricarsi venga a legarmi le mani e i piedi così che possa trascorrere una notte senza spaccare tutto. Temo però che così non mi sarà possibile difendermi dal mio sangue bollente che, come una belva, se ne sta acquattato nell’ombra vicino al mio letto pronto ad aggredirmi nel sonno. Carlo il Temerario

Trovo disgustoso il fatto che si voglia ridurre il mio libro a una faida tra castigliani e catalani, quando invece è chiarissimo che le vittime delle nostre azioni sono i nativi delle Americhe. Va bene, allora! Se non sono riuscito a convincervi con le parole vi mostrerò le mani, i piedi e gli altri resti dei corpi di quei disgraziati in modo che ve ne possiate fare un’idea. Ma sono certo che finiranno imbalsamati o sotto spirito in qualche museo. Bartolomé de Las Casas

Quanto scrissi l’altro giorno ha fatto molto male al mio vecchio servitore. Mentre accennavo agli Stoici che erano convinti non essere turpe cibarsi di un cadavere nel momento del bisogno egli mi si avvicinò e, con le lacrime agli occhi, disse che sarei stato di tutt’altra opinione se avessi visto le vie e le piazze di Parigi piene di corpi orrendamente mutilati la notte di San Bartolomeo. Dopo un lungo sospiro, gli risposi che la letteratura altro non è che una delle mille facce della menzogna. Montaigne

Amico mio fraterno, ho appena finito di leggere Nuova Atlantide. Perdonami la franchezza, ma non mi è piaciuto affatto. Fai un lungo elenco di cose assurde e inaudite che, se realmente fossero a nostra disposizione, salirei sulla prima nave e non mi rivedresti più. Tessi prima le lodi di un capofamiglia ebreo che a me sembra tutto fuorché retto, poi della castità che definisci “la vergine del mondo” e infine sostieni che il matrimonio non si deve celebrare senza il consenso dei genitori. Pensa che sono arrivato perfino a dubitare che sia stato tu l’autore di simili eresie. Per addolcire un po’ la pillola posso dire di avere apprezzato il consiglio che dai di bere spremute d’arancia come rimedio allo scorbuto che, come sappiamo, colpisce quasi tutti dopo una lunga permanenza in mare. Frammento di una lettera a Francis Bacon da parte di Robert Devereux, Conte di Essex

In camera da letto appeso di fianco all’armadio c’è sempre il mio vestito con lo strappo provocato dal coltello dell’assalitore e macchiato di sangue. Resterà lì finché abiterò in questa casa e quindi credo per il resto della mia vita. In me non c’è mai stato alcun desiderio di rivalsa o di qualsivoglia vendetta. Però quell’abito è l’emblema di un mondo che non fa passi avanti sulla strada del vivere civile. La scienza destinata a dominare le epoche future metterà ancora più a nudo i nostri vizi. Mai esisterà un microscopio tanto potente e sofisticato in grado di fare luce negli anfratti più bui dell’animo umano. Spinoza

Nelle sale di anatomia fa nu friddo ‘e pazze! A casa mia con la cera morbida faccio le budella proprio comm’a fusseno vere. mGaetano Zumbo

Una guerra va intrapresa non per cambiare i ministri di quel dato parlamento, ma per far sparire dalla società i ricchi oziosi che vivono allegramente sulle fatiche della povera gente che lavora. Spinoza scriveva che il sapiente si serve delle cose e ne può godere; io sono d’accordo con lui, ma voglio allargare la platea dei beneficiari. Desidero inoltre che il popolo comprenda una volta per tutte che le guerre e le rivoluzioni si fanno per il proprio beneficio e non per quello altrui. Carlo Pisacane

Ho in mente un mondo dove tutto deve essere fatto di vetro. Anche le armi, che pertanto dovranno essere impugnate da mani attente e delicate. Tutto l’opposto di quelle ruvide dei militari. Sono certo che alla lunga si stancheranno di maneggiarle e i pochi che hanno cervello muoveranno soltanto le pedine degli scacchi di vetro. Paul Scheerbart

Lazzaro fece ritorno ancora una volta tra i vivi, visto che la prima apparizione era stata eclatante. I piedi affondavano nella polvere di un pomeriggio assolato. Chiedeva informazioni ai passanti, ma quelli tiravano dritto senza guardarlo. Risalendo le scale della sotterranea si trovò sotto l’obelisco della piazza. Chiese al custode del cimitero a che ora chiudeva perché di là i ritardi non erano ammessi, ma quello gli voltò le spalle allontanandosi lentamente. Frammento anonimo risalente alla seconda metà del secolo XX

Coloro che ricoprono un grado nell’esercito, dai generali fino all’ultimo sergente, sono una massa di canaglie. Baudelaire dal canto suo disprezzava quello che definiva il canagliume letterario. Per tutti costoro dovrebbe esserci la forca. Louis-Ferdinand Céline

La sera del 22 aprile 1915 a Ypres il sole calava dietro l’orizzonte. Di lì a un mese quella cittadina belga sarebbe stata un guscio vuoto rischiarato dalla luna. Di lì a tre anni sarebbe assomigliata ai resti di un tempio scoperchiato da divinità incomprese in un mondo dove i morti sono più dei vivi. B. Henry Liddell Hart

«Qui giace don Francisco De Quevedo, cavaliere dell’Ordine di Santiago, Signore del Borgo di Sant’Antonio Abate». Ho ancora nelle orecchie la voce di Lorca mentre legge queste parole nella cripta che conserva le spoglie del poeta in un rovente pomeriggio di luglio. La guerra civile era scoppiata da poco. Lui era in preda a quella che lì per lì mi sembrava emozione, ma che in seguito compresi trattarsi di qualcosa di molto simile al terrore. Ricordo che un giorno interruppe all’improvviso il discorso che stavamo facendo e disse: “Sai che esiste una sola verità?” “Quale?” “La morte”. “Beh, è un fatto comune”, feci io. “No, è un fatto personale”. Pablo Neruda

Ubbidire ai superiori, lavorare duro, scrollarsi di dosso l’orrore della guerra. Questi sono i tre compiti che mi sono prefisso di portare a termine all’inizio dell’arruolamento. Ho assistito invece a disubbidienze reiterate verso i superiori, a decine di lavativi e di imboscati, all’orrore di cadaveri all’aria aperta come insetti sventrati. Ludvig Wittgenstein

Ho scritto Tecnica del colpo di Stato con l’unico scopo di mettere in cattiva luce Hitler e il nazismo. A Mussolini piacque, ma quando venne a sapere che il Führer si era infuriato diede ordine alla stampa di non occuparsene più, né in bene né in male. Lui che si era sempre vantato di non avere mai amato una donna, ma di averne sottomesse a centinaia in questo caso aveva mostrato la propria natura femminile. Curzio Malaparte

“Mi serve proprio una faccia come la tua”

“Ah sì? Perché?”

“Perché è un po’ da scemo. Ma solo se la riprendo di profilo”

“Allora riprendimi di fronte”

“Di fronte le facce sono tutte le stesse. Di profilo invece esprimono i loro tratti più peculiari”

“Allora lasciamo stare”

“Vieni in sala registrazioni domani, ma sul tardi perché la sera bevo troppo e la mattina fatico ad alzarmi”.

Un regista e un attore

Quando si costruisce un edificio dove prima ne sorgeva un altro bisogna avere cura di rimuovere le macerie e i calcinacci che ingombrano il terreno, in quanto una parte anche minima di questi potrebbe infiltrarsi negli ingranaggi dei macchinari edili facendoli inceppare. Il sia pur minimo ritardo, dati i tempi particolarmente ristretti con i quali vengono indetti gli appalti non può essere tollerato. Capo costruttore Baka durante il regno di Ramesse I (XIII secolo a.C.)

Il sonno profondo che elimina le scorie di una giornata qualsiasi non l’ho mai provato. Il mio è breve come un soffio di vento, galleggia in superficie come un tappo di sughero. È solo un esercizio negativo. Emil Cioran

Mi avvicinai e vidi che aveva un’ala aperta e l’altra raccolta sotto le zampette. Il corpo era inerte, ma la pupilla sembrava voler fare uno sforzo per aprirsi e così ebbi timore che fosse ancora vivo. Allora mi chinai su di lui per stringergli subito il collo fra le dita. Non potevo tollerare che soffrisse un istante di più. Non ricordo se lo feci, ma posai il fucile accanto al fagiano maschio. Dalle canne usciva ancora un impercettibile filo di fumo. Non ho mai più sparato. In memoria di un cacciatore

È Niobe che assiste impotente al massacro dei suoi figli, oppure Ercole che ha trafitto i mostri stinfalidi e sembra tendere un’ultima volta il suo arco? Nessuno potrà mai convincermi che sono soltanto le nervature di una pietra. Roger Caillois

Del mio soggiorno a Uppsala ricordo soprattutto il freddo. Per i miei amici che erano lì non era così tremendo, ma per me era insopportabile. Conservo alcune foto di quel periodo. In una sono a tavola e guardo l’interlocutore con aria stupita; in un’altra mi trovo nella biblioteca dell’Università con addosso una spessa vestaglia di lana a quadrettoni, che mettevo sopra la giacca e il cappotto e così infagottato trascorrevo giornate intere negli archivi. Da quelle ricerche nascerà la Storia della follia. Sono passati trent’anni. Ora non ho più capelli (non che prima ne avessi molti), i denti sono ingialliti, ho perso la metà del mio peso. Il freddo, quello è rimasto. E la vestaglia chissà che fine avrà fatto. Michel Foucault nel 1984

La canzone che presenterò a Sanremo parla di equilibri infranti, di un presente che non è più solo una minaccia ma è già distruttivamente operativo, della fatica di essere uomini. L’arca di Noè? La immagino come una barchetta che nonostante tutto è riuscita a prendere il largo. Sergio Endrigo

(+- ≤) : (%:18) + (&-4). L’arte di narrare si nasconde fra le pieghe degli algoritmi. C’è da chiedersi se il pubblico di oggi abbia ancora bisogno del fervore della narrazione o se bastino questioni di logica formale per costruire un discorso. Di certo fra alcuni millenni tutto sarà più chiaro. John Searle

Sono sempre stato convinto che qualsiasi forma d’arte abbia il compito di turbare, non quello di confortare o tanto meno di rasserenare. Se nei miei film sento il bisogno di mostrare le budella che escono da un ventre squarciato mi spiace per i deboli di stomaco. Aristide Massacesi (Joe D’Amato)

Quando giocavo dicevano che avevo il talento di mio padre. Ora che sono vecchio e che la vita l’ho passata quasi tutta senza di lui, penso che me ne faccio di quel talento e perché invece un raggio di sole non ha rischiarato il cielo così che il pilota potesse vedere la collina di Superga. Sandro Mazzola

Noncurante, ma non indifferente. Epitaffio sulla tomba di Man Ray

PER “L’ORSUTA”. Silvia Comoglio

Nina Nasilli, L’Orsuta, Collana Serendip, Book editore, Riva del Po 2025.

L’Orsuta, ovvero la poesia come materia viva

L’Orsuta, l’ultima raccolta di Nina Nasilli edita da Book Editore, è attraversata da una tensione costante tra il dire e il tacere, tra la materia che insiste e il senso che sfugge. Fin dai testi iniziali la poesia di Nina Nasilli si muove in un campo di attrito: tra interno ed esterno, tra comando e disobbedienza, tra desiderio d’infinito e misura finita dei giorni. La parola poetica è chiamata a “dirsi” (Ditta, ditta), ma nel medesimo gesto avverte la propria insufficienza, il rischio della dispersione, della distrazione, della s-memoria. Ne nasce una lingua stratificata, che procede per scarti, accumuli, fenditure, come se ogni verso fosse un tentativo provvisorio di presa sul reale.

La raccolta costruisce così un paesaggio esistenziale fatto di residui, impronte, dettagli minimi che resistono all’insensatezza del tempo: la luce dopo la pioggia, il legno consunto, l’alga cocciuta. In questo spazio fragile la nostalgia non è semplice rimpianto, ma forza interrogante, che spinge a misurare ciò che siamo stati e ciò che avremmo potuto essere. L’io poetico non si pone mai come centro sovrano, ma come punto attraversato: onda sospinta dalla corrente, corpo esposto all’incertezza, materia in relazione.

È in questo orizzonte che la sezione centrale, L’Orsuta, si impone come vero e proprio cuore della raccolta. Qui la scrittura compie un salto: dall’osservazione del mondo e dei suoi segni si passa a una discesa radicale nell’interno. L’Orsuta non è una figura allegorica pacificata, ma una creatura ambigua e necessaria: insieme orsa e gabbia, dimora e divoratrice, ferita e possibilità di cura. Il suo vello è interno, intimo, cresce con il pensiero e punge, graffia, lacera. La conoscenza non illumina senza costo: prude, fa male, ma costringe a restare.

La forza di questa sezione risiede anche nel lavoro sulla lingua, che non è mai mero esercizio formale ma pratica incarnata: il testo si fa corpo, si addensa in allitterazioni, assonanze e sdoppiamenti semantici (irsuta/Orsuta, orsa/Orsuta), fino a rendere la lingua essa stessa pelliccia, tessuto vivo che protegge e al tempo stesso espone. È in questo processo che l’Orsuta “disimpara”: sottrae, smonta, rinuncia consapevolmente al canto come forma di abbandono o seduzione, per affidarsi ad una parola spoglia che non promette consolazione ma assume la responsabilità di restare. Il disimparare si configura così come gesto etico: rifiuto delle forme acquisite, delle retoriche rassicuranti, delle posture già sapute, in favore di una lingua che accetta il rischio dell’inadeguatezza e del dubbio.
È in questo spazio che l’invenzione — “Sì, l’invenzione: / a tratti ci salva. / Oppure no. / Ma il tempo del dubbio / è sospeso, non corre: / respira…” — assume il suo significato più profondo: non atto sovrano né salvezza definitiva, ma pratica intermittente di resistenza, gesto minimo e fragile che apre una pausa nel tempo dell’urgenza e della ferita. L’invenzione non cancella la piaga ma la piega, non redime la ferita ma la trasforma in luogo di cova, in uno spazio di fermento dove qualcosa, lentamente, può ancora accadere.

È in quest’ottica, in questo può ancora accadere, che la raccolta, dopo L’Orsuta, si apre a una dimensione ulteriore: la verticalità della memoria, il dialogo con le figure archetipiche (Didone, Cleopatra), con i morti, con i profeti nascosti tra le cose. Il silenzio non è più solo limite, ma spazio di risonanza e il sacro non è dogma, ma magma, fioritura minima e ostinata sull’argine del tempo. E la verità non si manifesta come rivelazione assoluta, ma come processo: un fluire che tiene insieme eros e perdita, corpo e preghiera, resistenza e vulnerabilità.

In questo senso, L’Orsuta è una raccolta che non cerca consolazioni facili. Piuttosto, la poesia di Nina Nasilli accetta l’attrito, l’opacità, il rischio dell’errore. E proprio in questa fedeltà al non pacificato, al ruvido, al vivo, trova la propria forza etica e conoscitiva: dire non per dominare il senso, ma per restare, come l’Orsuta, dentro la materia incandescente dell’esistenza, e da lì continuare – ostinatamente – a respirare.

JOURNAL. Estate 2025, 2

Fausto Melotti, La nave di Ulisse

5

(Secondo frammento di lettera)

Sono appena arrivato. Quando partirà la nave? Gli uomini della ciurma sono al completo? Sappiamo già dei temporali e dei mostri che affronteremo. Ma non saranno dissimili da quelli che ci sòggiogano tutti i giorni. Ma parlarne rende forti. Ci ci ama saprà aspettarci o rimpiangerci, ma resisterà. Non importa essere vivi. Occorre essere vivi in sé. Ricordo che ieri, appena uscito dal cinema, vidi ombre affaticate, prostrate, che si trascinavano per la strada: la realtà dei miei compagni di vita. Così li evitai, rientrai, ripresi a vedere il film. Non una ma venti volte. Lì le ombre avevano spessore tragico, drammatico, grottesco, di ombre. Ammirai quella lotta. Capii che la finzione aveva un dovere: prendere alla gola il reale e staccargli la giugulare.

Guarda che luce potrei guardare

se dopo mesi di prigionia mi fossero concessi

gli occhi.

Ma le pupille sono strette dal buio.

Aspetto un sortilegio:

le passeggiate, sul lungomare della fortezza,

di guerrieri svegliati dal sonno, stupefatti,

amici intimi della nostra rivolta.

6

(Terzo frammento di lettera)

Hai smesso di scrivermi dopo la tua morte: un atto imperdonabile, privo di magia. Mi manchi. Avremmo dovuto trovare il modo di aggirare l’ineluttabile: tu da sempre li conosci, i mille trucchi. Ma non li hai usati. Non siamo stati forti. Ci siamo arresi alla maledetta evidenza del grande sonno, comune a tutti gli ex-viventi. Posso capire. Ma perdonarti no. Alcuni amici, grandi, vivi, svogliati, si sono rassegnati, ma solo in parte, al ciclo della creazione e della distruzione. Io fatico a farlo da sempre. Uno di loro disse che potevo essere il principe Myskin, ma si ingannava. Forse lo eri davvero tu, con il tuo andirivieni fra sogno da toccare e realtà da sfuggire. In questo frammento di lettera sento che ti ho appena scritto e che tu mi hai appena risposto. Vivrò per qualche mese con questa piccola gioia, che il tempo liquiderà. Ma, se resto cosciente, ti scriverò ancora.

Quante illusioni! Io so dalla punta delle mie dita, quelle che tu non smetti di stringere, ancora e ancora, che cosa è la gioia. Ma da quella gioia scaturisce una catastrofe futura: quella delle mie dita vuote di homo poeticus.

Quando la stanchezza va oltre, anche respirare non serve più.

Il tappeto, in cucina, non è un tappeto: lo sfiori, è pietra perfetta.

Abbiamo dormito per troppi giorni e abbiamo dimenticato la mèta. Le ossa pesano di più, quando ci si sveglia dal sonno.

7

Non andare oltre. Sei tu l’oltre.

Avere una sola cosa da dire. Morire mentre la si dice.

La doppia pagina: una luce, l’altra ombra.

Hai preparato le valigie? È ora di partire. Ci aspetta, con i suoi mostri, la città di Perla. Potremmo non andare, finalmente, dall’altra parte? È necessario, testa e lo zaino giusti. Fra pochi secondi.

Sosia nello specchio la stanza ondeggia.

Buia la parete, buia la mano.

Vuota.

Ragione che non resta.

Vedere oltre il muro origine e fine.

8

Trovare la civiltà adeguata alla mia musica. Ma esiste una civiltà? Esiste una musica? I barbari sono arrivati prima che io mi muovessi nel mondo.

Il mondo non è più leggibile. Giro attorno a me stesso. Colleziono racconti come se fossi dentro la Biblioteca di Borges, ma uno annulla l’altro. Li leggo come se esistessero.

Vorrei vederti ma sei troppo ordinata, tranquilla, troppo consona alle cose che accadono. Non va bene stare comodi in mezzo all’orribile che ti spacca la pelle. Preferisco non vederti.

A chi dovrei scrivere? Per chi? Da millenni ho perso il mio posto da scriba. Le cose ormai non chiedono testimoni ma complici.

Resistono, affissi al muro, i nomi degli scomparsi, ma per quanto resisteranno?

Al tramonto le pietre tornano splendide.

Ma è un miraggio. Chiudo gli occhi e vedo

buchi macchiati di sangue.

LETTERA PER UNO PSICOIDE. Lorenzo Chiuchiù

Caro Marco,

ho appena finito di leggere Sindrome del ritorno. Mi colpisce la trama della scrittura: la rete deve essere molto fitta per portare alla luce qualcosa che somiglia ad una mitosi psichica: nuclei che si dividono in apparenza ciecamente, guidati in realtà dalla forza che li informa e li trascende. Oppure: una specie di migrazione interna, che segue un sole accecato, un vento e una disillusione trasparenti, glaciali. Scrivi di una fuga ma non le concedi alcuna trascendenza. Non è insomma la fuga epica del ribelle (ad esempio Juenger), non quella di chi inventa una lingua del gesto angelico (Artaud) 
o del logos eternamente crocifisso e eternamente da salvare (Van Gogh). C’è un singolo che non conosce edificazione (nemmeno quella paradossale di Kierkegaard), né l’ebbrezza eversiva di Stirner. Tu scrivi di un movimento centrifugo; l’angoscia nasce dell’illusione di muoversi in un cerchio mentre si è su una spirale verso un qualche centro o abisso: lo psicoide deve concentrarsi, ridursi all’osso, deve trovare un luogo separato ma non lontano
 (a differenza del bosco di Juenger, della glossolalia di Artaud, o dell’“altissimo giallo” di Van Gogh). Questo movimento di contrazione tende alla concentrazione delle forze – non tanto a una qualche difesa, ritenuta per altro ignobile oltre che impossibile. È il tentativo di diventare interi in un dominio chiuso ma non immobile: quello che provavo a definire come mitosi o emigrazione interna. Dunque non nevrosi che insiste sul perimetro e lo ripercorre ossessivamente, né psicosi che vuole altri cieli e altre terre. Lo psicoide di cui scrivi parte dal “monolocale da dove puoi – devi – guardare la tua vera casa”: l’oculare – il punto di una luce concentrata – del microscopio così come quello del telescopio sprofonda – diventa – spazi sconfinati nel minuscolo o nell’incalcolabile, le “galassie nuove”. E così quando “corri verso l’insensato. Hai due possibilità: incontrarlo e ammutolire nel suo abisso; incontrarlo e farne la vera sorgente”.

Ti abbraccio, Lorenzo