L’ATTO POLITICO DELLA DISSIPAZIONE. Marco Sbrana

Per Fluo di Isabella Santacroce

Fluo è il romanzo d’esordio di Isabella Santacroce. Il clima culturale italiano andava appiattendosi insieme col dilagare del consumismo. Era il 1995 e gli italiani avevano eletto Silvio Berlusconi primo ministro. Avevamo, nel cinema, il militante Nanni Moretti che, in Aprile, disperato con sua madre davanti alle elezioni del ’94, annunciava che il declino del Paese lo aveva portato a fumarsi il suo primo spinello. E ci portavamo gli strascichi di Tangentopoli. Televisioni private, ambiguità morale. Borghesizzazione delle classi, appiattimento consumistico, come già Pasolini avvisava negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane.

Nanni Moretti si fuma il primo spinello della sua vita; Isabella Santacroce costruisce una protagonista, Starlet, che preferisce le droghe sintetiche.

Conosciamo Starlet che fa caldo, è luglio, è Riccione. La nostra ascolta i Beastie Boys per “cercare divagazioni al mal d’animo” (Fluo, Isabella Santacroce, Il Saggiatore, 2025) mentre i genitori litigano per via dell’under 20 amante del padre. Poi con le amiche Moni e Nina al club. Ed è l’eccesso: il copulare per anestetizzarsi e, per anestetizzarsi, la droga. La trasgressione, capiamo fin da subito (Santacroce non si preoccupa del rischio di apparire moraleggiante, definendosi di fatto come ideologa, e non solo testimone di certe culture giovanili) un riflesso a condizioni di penuria interiore.

Quella di Fluo è una narrazione cumulativa dove l’eccesso è tanto reiterato che, dopo trenta pagine, non provoca più scalpore ma è l’esito di un movimento spiraliforme, di un eterno ritorno dei medesimi antidoti alla vita.

L’analogia con Bret Easton Ellis, forse l’unico rappresentante degli anni Novanta americani, appare naturale. E per le tematiche scelte (il disagio e l’eccesso giovanile; la droga e il sesso come compulsioni della generazione MTV) e per la forma. La struttura delle frasi della Santacroce vuole essere quella di un lungo monologo che riproduca il parlato, dove il lirico di certe frasi emerga naturalmente dal discorso emesso a voce. La paratassi è estrema, con un utilizzo della subordinazione ridotto a zero e il polisindeto che accumula accumula e accumula dettagli, i quali dettagli sono sempre scabrosità e devastazione.

L’Italia rappresentata è reale. Si cita Emilio Fede, per dirne una, ma anche figure come Craxi. Eppure, abbiamo l’impressione che il dissiparsi volontario della nostra Starlet avvenga in una bolla autonoma, in un microcosmo che è riuscita a creare per garantirsi sopravvivenza in un mondo molto ma molto più marcio di lei, che non si vende se non vuole, laddove il paese intero è stato messo all’asta. Nella Riccione la cui toponomastica è precisa e coerente, Starlet frequenta luoghi che sono, in un certo senso, lynchiani. Laddove David Lynch mostrava un’America riconoscibile solo per condurci in meandri che erano incubo sotterraneo, ecosistema privato, così fa la Santacroce mentre segue le vicende della narratrice.

Tornando alla prosa, un esempio di ellissi è:

Moni dice che molte santerelline perfettamente Cielle rincorri palla in cortili sacrestani sono delle vere troie. Convinzione nata da qualche esperienza parrocchiale vomita code di cavallo e gonna appena sotto il ginocchio.

Laddove un esempio di spinta paratassi lo troviamo qui:

Alle venti sono ancora sola. Ho bevuto tutta la birra che c’era in frigo. Infilo short di Vivienne, maglietta stretch comprata da Uso Esterno e sandali di pelle lucida. Cerco Camel nello zaino di Edie, trovo la foto di un certo Manuel seduto nel salotto del Maurizio Costanza Show. Nessuno apre la porta. Ingoio due En e chiudo gli occhi.

Starlet, notiamo, ha coscienza politica. Un lungo capitolo di Fluo lo dimostra. È quello dove constata di essere sottopeso con gioia (ecco la disfunzione, ecco i canoni imposti, ecco le veline), è quello dove si rende conto che, solo perché si veste da puttana (lei lo dice di sé; anzi dice di sé che, sembrando puttana, puttana è) e ha i capelli colorati, è vittima di occhiatacce. Ma per lei, dice, è molto più squallido vedere la bruttezza di certe pance molli o tette cadenti. Eppure, è lei che viene guardata e trattata da lebbrosa.

Le prospettive future dei giovani di Santacroce sono assenti in un paese al collasso, e dissiparsi tra droghe e sesso è un atto politico che può fungere da resistenza a un mondo che richiede sempre più e fornisce sempre meno. Perché mai accettare i compromessi con una società che esclude certe ontologie private, certi privati mondi? “Non scegliere la vita”, per citare un altro caposaldo degli anni Novanta, cioè Trainspotting – prima Welsh e poi, al cinema, Boyle – è dignità, è scelta valida in questo mondo perfido, dove i ruoli simbolici della famiglia crollano, dove la televisione non propone più Pasolini ma tv show.

In questo contesto, i numerosi riferimenti alla cultura pop danno l’idea di un assedio: il soggetto postmoderno è assediato dalle immagini dei media, e si spossessa perché ipersaturato. L’iterazione, anche senza deragliamenti, nella prosa di Santacroce, è quanto di meglio possa rappresentare il dolore, il tempo del trauma essendo ricorsivo.

Di Starlet, pure, conosciamo un altro lato, che è l’innocenza perduta ma ricordata. Oscilla, Starlet, tra la dissipazione, non poco lontana dal suicidio – quantunque suicidio legittimo, e anzi riflesso di un mondo atroce e dunque, forse, omicidio – e la purezza andata via. E l’iterazione ossessiva restituisce, nel fiume di accadimenti sempre più eccessivi, come la morte dell’amico olandese di Starlet che chiude il libro, l’immobilità esistenziale – indotta – di una intera generazione.

Eppure, l’ultimo slancio del libro è il vitalismo dionisiaco. Questa dissipazione, questo suicidio, hanno, al contempo, un altro volto: quello del furore, della rabbia giovanile. E si oscilla tra l’istinto a disfarsi e la rabbia, tra l’autoannichilimento e, proprio nell’annichilirsi, la vita. Perché Starlet vuole l’amore, in fondo, poco più che ragazzina, “come un gelato al limone mangiato in riva al mare in un pomeriggio di maggio quando il più bello sta per cominciare e continuare come prima, così veloce e così immortale”. Così si chiude Fluo di Isabella Santacroce. Con una domanda, in fondo: la dissipazione di Starlet, nel mondo che Santacroce delinea – un mondo che come lei è dissipato – è forma di pulsione vitale energetica dionisiaca, o un modo per accomiatarsi da un mondo che, come Starlet stessa dice, rifiuta chi si colora i capelli?

IL MESE DOPO L’ULTIMO. Ercolani, Lumelli

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Quarantasettesima lettera. M. E.

Oh, Bruno!

«Cosa poteva affascinarmi di più se non tentare di riscrivere, seppure in forma frammentaria, proprio il Messia di Bruno Schulz? Ogni libro, per me, è la scommessa di un “libro impossibile”, che non può esistere perché è composto di testi apocrifi ma che tuttavia esiste, e Il mese dopo l’ultimo è la principale scommessa della mia poetica personale: riscrivere un libro perduto, sapendo che non potrà mai essere solo quel libro, perché è il risultato della mia immaginazione, ma sapendo che, alla fine, qualcosa di ciò che sono andato sognando, attraverso questa ri-scrittura, resterà presente: scommessa di un libro infinito e interminabile, che sarà sempre di più e sempre di meno del libro finito, classificabile, giudicabile da critici e filologi. Un libro come racconto fantastico, appunto diaristico, lettera personale, frammento. Un libro instabile, progettuale, un non libro che contiene già il germe, se non la forma, del libro futuro. Nel mio romanzo apocrifo io ho voluto non tanto riscrivere il Messia perduto ma trascrivere degli abbozzi, degli appunti, che potessero segnalare un “lavoro in corso” intorno al Messia. Entrare nel laboratorio di Schulz è stata la mia utopia, il desiderio di reinventare la storia anche contro la realtà degli eventi compiuti. Perché, in sintesi, ho scritto questo libro per combattere un sopruso irreparabile perpetrato contro l’opera di Schulz – relativamente cancellata dalla memoria storica – e la vita di Schulz – eliminata totalmente da quell’assurdo colpo di pistola».

In queste parole sigillo il senso del mio libro, e anche della mia assenza dal mondo degli autori. Io sono colui che sta nell’ombra di un altro, e trascrive ciò che lui potrebbe sognare o pensare. Chissà se riesco, Angelo, a comunicarti con quale commozione quel libro andrò formandosi in me alla fine del secolo scorso… No, non mi interessava trovare il Messia quanto sapere che avrei potuto farlo, diventare rabbino, mago, figlio, fantasma di Drohobycz, e non essere, come Kafka, ascetico notaio della mia angoscia ma estasiato bambino travolto dal calore e dalle stelle di una notte di luglio dove non era mai vissuto. Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata…

Oh, Bruno, potessi incontrarti non appena finisco i miei giorni qui, da uomo ridicolo!

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Quarantottesima lettera. A. L.

Oh! anch’io ho il mio oh! – Marco, hai mai pensato a un oh! da solo, in posizione di oh! – una posizione senza inclinazioni, mantenuta perfettamente verticale, dopo innumerevoli esercizi, dopo le lusinghe…

Caro Marco, la tua lettera e la mia rilettura, in questi giorni ospedalieri, del tuo Il mese dopo l’ultimo, mi hanno profondamente toccato, non soltanto perché il tuo libro c’è, meravigliosamente esistente, “nero di frasi, pulsante di vita”, ma perché la sua esistenza è, come l’arrivo del Messia, fuori tempo massimo, quando, per poter esistere, ha dovuto assentarsi, darsi per morto, come alcuni piccoli animali, inseguiti…

“Non può mancare al suo venir meno: è la forma necessaria della parola… Un artista non può mancare al suo venir meno. In nome di questa fedeltà, se diventasse consapevole di non essere all’altezza del suo compito, dovrebbe avere la forza di morire” (p. 64). Tra affermazione e morte, facendosi beffa del sistema binario, Bruno Schulz, in Le botteghe color cannella, avanza un’ipotesi geniale, che tu hai preso al volo: “… quel grande eccentrico che è il tempo crea dal suo seno altri anni, diversi, particolari, degeneri […] Altri paragonano questi giorni ad apocrifi segretamente introdotti fra i capitoli del grande libro dell’anno” (p. 77).

Nella nota al tuo libro, Giorgio Galli, pur con cautela, lo definisce “romanzo” – tu, nella tua lettera, lo definisci non-romanzo: Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata… Il non-romanzo appartiene a quella fuga dal libro che, mentre mette in salvo l’autore (nel tempo degenere), lo rende fantasma, ombra della vita? – “… il mio romanzo… per esistere veramente, deve fare a meno di me, deve essere l’esecuzione capitale in cui il condannato a morte sono io, l’autore, e nessun altro” (p.77).

Mi verrebbe da dire – da tanti segnali che tu, Marco, lasci in giro tra le pagine – che la tua scrittura abbia una prioritaria funzione riparatrice – nel suo vivere accanto al non accaduto, al non detto – tanto da occultare la sua portata teorica, la sua radicale teoria della prosa e, tout court, del romanzo

Tu scrivi, negli appunti di Bruno Schulz: “Chi non cerca viene trovato. Il non-senso lo afferra e diventa senso […] Scrivere è il desiderio di parlare della fiamma che, appena sprigionata, si dissolve. […] Sciogliere l’identità di una cosa perché vibri della possibilità della sua assenza. trovare la notte della luce. Accettare i lampi come neri più lucenti” (p. 66).

Avremo tempo per indagare ancora, per farci del male. ora vorrei chiarire l’inizio stravagante di questa mia lettera Oh! anch’io ho il mio oh!

Tu sai come sono le giornate all’ospedale, quelle senza dolori, giornate apocrife direi, in tuo onore – nel dormiveglia (oh beatitudine, gratis) avevo stampato in fronte quel tuo: Oh, Bruno!

Accanto al tuo Oh – pronto a crollare, per amore, per compassione, per l’allegria e il dolore della mente– pronto alla scrittura! – si ergeva un mio oh! latente, che era lì da tempo, senza inclinarsi, isolato, nel più solenne abbandono – chi lo aveva ridotto così? era il primo verso di una poesia che non potevo scrivere! Quel primo verso, trasformava me in un’esclamazione, neutrale, segnata da una passione oscura, alla quale dovevo offrirmi. È dal 2020 che nessuna parola regge ai miei attacchi! – sono più di tre anni. Il tuo oh! è piombato sul mio oh! dei tempi lontani della propria vita rimangono alcune immagini viventi, qualche decina nel mio caso, richiamabili in ogni momento, dettagliate fino allo spasimo. Una di queste, tornata nel pomeriggio di lunedì, mi portò nella vecchia cucina, una sera d’inverno, mentre facevo i compiti di seconda elementare, sgomberato il tavolo dai piatti. Non c’era ancora la luce elettrica, arrivata nel 1961 – c’era una lampada a petrolio, con la fiamma sempre agitata, fabbricante di ombre sulle pareti, con un debole lampo, ogni tanto. da dove ero seduto, la luce, venendo da destra, proiettava l’ombra della mia mano sul quaderno. Mia mamma si avvicinò, alle mie spalle, guardò e disse: se ti metti dall’altra parte del tavolo l’ombra va via. L’immagine si chiude, il mio film è finito.

Perché m’interrogo ancora adesso sull’ombra della mia mano? Mentre rimanevo incantato dall’enigma dell’ombra della mano, sempre nella giornata di lunedì, mi sembrò di seguire, passo passo, attraverso la porta della tua scrittura, Bruno Schulz. Mi sembrò di accompagnarlo per tutte le sue righe scritte e in giro per Drohobycz. Poi arrivammo al momento fatale. Stavo aspettando. Ho aspettato per alcuni interminabili secondi – nessuno mi voleva sparare. Un’incredibile malinconia, una irrimediabile delusione s’impossessò di me.

Sono messo così, in questi giorni.

* I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere, I libri dell’Arca, Joker 2023.

IL SEGNETTO NEL MONDO. Stefano Grondona

Stefano Grondona (Genova, 1952-2019).

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Giovanissimo, lavora con cartoni, fotografie, fumetti, e compone, in materiali diversi, originali forme ossessive. Negli anni novanta, in un impulso di follia, toglie la vita alla madre. Ricoverato in reparto psichiatrico, chiede carta da disegno dove comincia a tracciare volti atterriti, spaventosi. Dopo un lungo periodo di ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, dove non smette di produrre opere e di fare mostre, è stato ospite, prima della morte, di una comunità ligure.

Negli anni più dolorosi della segregazione Grondona non smette mai di praticare la sua arte. Affascinato dalla musica estrema e di avanguardia, continua a bere, perché – come spesso confessa – bere gli piace. Scrive, nel suo Teatro della mente (Titivillus editore), che vorrebbe lasciare qualcosa di sé – un “segnetto nel mondo”. Lavora in modo suggestivo e spiazzante. Inventa sculture di cartone, ma intagliandole dall’interno. Sono sculture con molto vuoto all’interno, incentrate su temi e figure espressioniste (la «Giovanna d’Arco» di Dreyer, dettagli della vita quotidiana.) Uno degli autori prediletti dall’artista è Francis Bacon e così Grondona scrive di lui: «Quel ciuffo di capelli che divide in due parti la fronte di Francis Bacon non vuole forse dichiararci apertamente quale terribile confusione alberghi nella sua mente nel momento stesso in cui egli, con un’audacia che ha dell’empietà, ci impone ambienti e personaggi in maniera così categorica da poter avvalersi anche solamente dell’unica ragione che è quella la sua visione del mondo? Difficilmente capita che un artista fornisca delle soluzioni; egli non può fare a meno di esibire l’angoscia di esistere, consapevole del fatto che soltanto un aumento di sensibilità e la capacità di saper trascrivere lo possono distinguere dagli altri esseri umani, i quali, a modo loro, vivono i suoi stessi guai».

Il “segnetto nel mondo” è la violenza dettagliata, minuziosa, esatta, con cui vuole sottrarre all’informe qualsiasi nebulosità e restituirlo a una nitidezza gelida, con le figure che si muovono misteriose dallo sfondo e, nel taglio da cui si profilano, avanzano verso lo spettatore – spettri non dell’accumulo ma della spoliazione, della fessura, delle ferite. Grondona, attento alle tattiche distruttive e riparative dell’arte, continua a vivere la frammentazione dell’oggetto amato-odiato – il corpo della madre letteralmente tagliuzzato, dissanguato, separato dalla vita – come un pullulare di pieni e di vuoti in cui quella tragedia continua a ritornare, con la disperazione dell’evidenza e l’illusione della riparazione. C’è, ancora e sempre, per Grondona, un corpo da sfregiare e rimodellare, come se la madre fosse da uccidere ancora.

Scrive di lui Flavia Motolese: «L’atto creativo è totalmente libero, risponde solo alle sue esigenze narrative ed espressive, ma nelle sue opere nulla è casuale: come un esperto regista Grondona immagina la trama, predispone la scena e la fotografa, incidendola nella carta – il procedimento elaborato è frutto di anni di sperimentazione in campo fotografico. Artista visionario e geniale, è capace di tratteggiare scene di perfetta orchestrazione, stilizzando le figure e riducendo al minimo gli elementi compositivi. […] La lama che incide con chirurgica perizia i cartoncini colorati corrisponde alla lama intellettuale che disseziona la mente e l’anima senza lasciare margini di fuga a soluzioni consolatorie… Le opere di Grondona si possono ricondurre a filoni tematici la cui ispirazione spazia dal campo letterario a quello cinematografico: l’immagine sacra, la città nuda, gli strumenti musicali, i Cristi, i vizi, le scene dell’Apocalisse. Influenzato dal Surrealismo, dalla Pop Art, dall’Espressionismo e dall’opera di Bacon e Munch, se ne discosta attraverso l’elaborazione di un linguaggio del tutto originale che non è possibile relegare nella definizione di una sola corrente artistica. […] Grondona ha saputo rappresentare i tormenti della società contemporanea in cui verità oggettiva e capacità immaginative si mescolano in una concezione filosofica simile a quella che Herzog definiva “verità estatica”: più profonda di quella apparente, banale e superficiale, che si ottiene riproducendo i fatti reali, una verità che scuote l’anima e che si può raggiungere solo attraverso invenzione e immaginazione e stilizzazione».

Il «segnetto nel mondo», come testimoniano le ultime opere su cartone, non è il segno perentorio dell’artista che domina la sua materia, ma qualcosa di meno e qualcosa di più. Un tagliente scarabocchio. Un «quasi nulla» come direbbe Sartre parlando di Wols. Grondona scrive ancora: «Per fare arte bisogna sempre pensare delle cose semplici… Ciò che narro è un ricordo perduto nel tempo, un istante ricreato artificiosamente impossibilitato a perdurare, esso è solo una piccola parte di un lungo avvenimento inspiegabile, solamente un frammento, anche se sempre più particolareggiato».

Grondona riorganizza una costruzione del mondo a partire dalla distruzione del corpo della madre, evento clamoroso e violento della sua vita individuale. La geometria delle sue sculture di cartone, solidi esempi di «vuoto», l’amore per Bacon e la necessità dell’angoscia, sono i compagni quotidiani di questo artista oggi devastato dalla precoce vecchiaia e dalla disperazione psichica ma risoluto a lavorare sempre alla sua opera. La sua ultima mostra, impressionante e feroce, ha come titolo I quadri hanno gli occhi e mi rodono l’anima (Palazzo Stella, 2015), dove Grondona costruisce sculture tridimensionali stratificando cartoncini intagliati e distanziandoli con un materiale plastico che gli permette di infondere profondità alla composizione e di accentuarne l’effetto drammatico, la “verità estatica”: questo, in sintesi, è e resterà il suo “segnetto nel mondo”.



MATERIALI PER UN RESPIRO. Giuseppe Semeraro

La memoria crea agguati

sposta nel tempo

nasconde i nomi sulla punta della lingua

inventa, occulta, sbiadisce, cancella

spesso mente, ricatta l’orgoglio

a volte un dettaglio logora il sonno,

s’infila travestita nei sogni

e dopo anni ti mette le mani al collo,

il tempo è tutto suo, incustodito

e a volte ti apre il pozzo degli avi

la caverna del primo bacio

per un attimo ti fa sentire il mare nel respiro

ti fa muto come un pesce

ti fa sentire l’infinito tutto alle spalle

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Non eravamo ancora arrivati a casa per scontare le offe se, non potevamo vedere il nostro mantello eroico di acqua calda che ci ha fatto sentire la poesia di ieri e il suo tempo di pace senza sapere quando smetterla di parlare dei soldi finiti. La nostra vita è sempre stata incoscienza e poche parole. Ad ogni modo si può fare un passo indietro per esser certi che ancora canta la nostra corazza di cicala.

La mia preghiera sprofonda in un altro uomo come me mescolato all’acqua e all’argilla, figlio del fiume che raccoglie tutte le piogge, ospite sacro, bambino che bussa dietro la porta con occhi di lacrime secche e piedi bruciati dal freddo, si fa agnello che chiede il grembo di una madre.

Dietro il profilo degli alberi all’alba, sorge un indaco perfetto, una tentazione divina. I cani al mattino tornano a casa lenti, i pettirossi tra i rami si lanciano in manovre ardite, canta in ogni cosa il libero arbitrio di un altro giorno, il bene alto di ogni cosa.

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Il giorno è nel presagio di ieri

un taglio nella mano

una goccia di sangue sul foglio

il piano disfatto dei pensieri.

Una telefonata senza fiato di notte,

la promessa a un giorno pieno di speranze

di previsioni

e altri di simile cadenza da sommare

che quasi la recita riesce, sembra vera,

funziona la sua menzogna

Stanno tutte qui le mie voci

marciscono nel grembo

naufraghe nel mio regno,

prigioniere di molte lingue

sulla superficie incolta

di una terra promessa.

Hai mai visto nel maestrale

la traiettoria degli uccelli

mentre salgono veloci

arrampicandosi al cielo

in una verticale perfetta

e all’improvviso virano di lato

scendendo obliqui verso terra

come spazzati da forze invisibili.

Li hai mai visti arrendersi alle correnti

allargando le ali in abbandono

immobili, controvento

lasciandosi portare nell’azzurro

senza nessuna direzione.

Ottobre resiste all’inverno

dicono le ultime parole i fiori

prima d’addormentarsi a oriente.

Ottobre è una donna muscolosa

guarda nel vento le rondini partire

sale sul tetto a stendere lenzuola al cielo.

Imparo dalle abitudini l’arte della pazienza.

PER “I PRATI BRUCIARE”. Gianni Priano

Gianni Priano, I prati bruciare, Temposospeso edizioni, Genova 2025

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Un romanzo? No davvero. Una serie di prose? Nemmeno. Scritture, credo. A libero modo. Dentro la biografia e dentro il pensiero. Leggere questo libro è mettere aria nella propria testa. A cominciare dal titolo, che è un’invocazione, un grido, un avviso: “i prati bruciare”. Cosa leggiamo, qui? Storie disinvoltamente appuntate sul foglio, avversarie di ogni rigida struttura narrativa o romanzesca, confessioni spericolate ed efficaci. Ascoltiamo un Tristram Shandy di campagna? Gli editti di un poeta civile? I sermoni di una creatura spiritosa? Le cantilene di un poeta innamorato? Tutto, e simultaneamente. La serietà tragica, in Priano, si sposa a un’ironia fulminea, espressa in modi orali, che non consente al lettore di capire i “venti” del libro, le sue direzioni, ma lo persuade a leggere ancora, fin verso la fine, dove l’io narrante si smaschera e racconta le sue quattro morti. «Faccio a fatica a dire della quarta maschera. Perché le parole non sono le cose e non ci sono parole quando le cose non si capiscono. Non ci sono parole per le cose che non si capiscono, tipo che fine ha fatto la quarta maschera quando morii la quarta volta o che se ci sono è solo per dire che non ho capito». Avvolto da una surrealtà dolente, rivoltosa e reale, chi legge ringrazia chi scrive. (M.E.)

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TESTI

La morte è quella cosa che se la nomini, se ne parli, ti guardano e ti dicono: ma dai, parliamo di cose belle. Non tutti te lo dicono, ma la maggioranza. Il tema della morte è prioritario, di nicchia. Di malattie, la gente parla volentieri perché la malattia è cronaca, racconta i fatti, fai un po’ l’ottimista, dici del catetere, dell’operazione che è andata bene. È stata lunga ma è andata bene. Della morte, invece, se parli come fosse cronaca (e lo è) guai al mondo. Sei macabro, ti dicono. Basta parlare di queste cose. Sciò. Qui però ne parlo perché qui non facciamo conversazione. Qui facciamo un libro, raccontiamo una storia.

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Il Cristo di Grünewald, ancora prima di essere crocefisso, sembra che ne abbia prese tante da levarlo d’insieme. Eppure, ci sono persone che sono morte soffrendo dieci volte di più. Persone abbandonate come lui dal padre, non solo: anche dalla madre. Tutti quelli che guardano la crocefissione dicono: porco cane che piedi tremendi gli ha fatto. Solo un artista che è entrato proprio bene in quel dolore sa dipingere dei piedi così.

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La depressione secondo me sta nell’area del sacro, la tristezza in quella del santo. Cioè. Secondo me la differenza tra santo e sacro è che il santo sale dal basso, il sacro scende dall’alto. Cioè. Il santo lo scegli e costruisci, il sacro ti sceglie e buona notte.

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Il motto del reggimento di mio nonno era: Non chiedo dove. Un motto orribile, una porcheria di motto. Non solo bisogna chiedersi dove, ma anche da dove e perché. Sono le tre domande che ci fanno umani, queste: da dove, dove, perché. E magari anche come.

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Il libro che dice io qui finisce… Perché questo libro è la giustificazione dell’io che sono proprio io con tutte le mancanze, le confusioni e gli equivoci. E senza questo libro che ho scritto sarei senza giustificazione. Tremerei nelle gambe, non avrei il coraggio di guardarmi allo specchio.

PER “OPERA BUFFA”. Luciano Neri

Così Luciano Neri descrive il canovaccio del suo ultimo libro, Opera Buffa (Tic Edizioni, UltraChapBooks 2025): «Opera buffa, per come è stato pensato e scritto, merita qualche delucidazione. Prima cosa da dire è che si tratta del canovaccio di un episodio storico che riguarda la fuga di Mussolini, prima di essere catturato e fucilato. Alessandro Pavolini è l’alterego, il falso eroe, anche lui destinato alla fucilazione, che diventa protagonista mentre Mussolini è ormai la controfigura di se stesso. Questo canovaccio si dispone in scene e quadri, con una struttura da operetta, ma il testo alla fine è quello che è, attraversando i generi, né romanzo né opera». Nel libro si rincorrono immagini e temi: il bosco, la guida, gli uomini in colonna, le azioni e le direzioni, del viaggio: davanti al lettore scorre un romanzo criptico nell’elencazione delle immagini ricorrenti, nella disubbidienza a una sintassi prevedibile. La partitura sfuggente del viaggio è un’odissea faticosa, dove gli ordini si mescolano alle rinunce, fotografata con brevi scatti nella pagina, dove a volte appaiono dei nomi, forse parodici, come Bellamorte e Thule. Tutto è polverizzato in un camminare privo di senso, ma il lettore avverte un ordine musicale e compatto nei quadri/sequenze che si succedono, con lo sguardo sfiora linee, corpi, curve, passaggi, cose. Ma di quale ordine parla questo libro senza eroi, che elude le interpretazioni e delude gli appagamenti? Il titolo, Opera buffa, suggerisce che la tragedia è anche farsa, che quella fuga, descritta in dettagli concreti e astratti, è avvolta in un alone: il lettore, inoltrandosi nel cammino del libro, diventa uno dei tanti uomini descritti nelle singole scene come fantasmi. Si percepisce l’ombra di Werner Herzog, e le immagini diventano, involontariamente, le tracce di un esodo, proiettate nel libro pagina dopo pagina. Senso e sintassi si fanno strumenti inservibili. Il libro, orientato dentro una temperatura sconsolata, sperimenta non un linguaggio frammentato ma la struttura ossessiva della descrizione. Chi legge sarà costretto a rileggere, perché il libro crea un effetto di ascesa e discesa, sussultorio, ondulatorio, e sembra mutare a ogni lettura: nel suo teatrale susseguirsi di scene lascia una scia (quale?), evidenzia un cammino bloccato, insensato. Le astrazioni della lingua non sono misteri da svelare ma pezzi di vuoto dispersi nel viaggio di un Sisifo abulico e svuotato: ma è e resta un viaggio, che cerca un “rifugio oltre confine alla fine solo mentale”. La prosa di Luciano Neri trova qui una poesia controcorrente che rifiuta il cimitero di qualsiasi definizione per galleggiare in una sua desolata ipnosi, “né romanzo né opera” ma atto sotterraneo di rivolta. (M.E.)

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Scena quarta

Verso l’ultima Thule è il punto delle lunghe albe di azioni che si perdono, avvicinate da nuvole svelate, azioni scese sulla terra, insieme al cielo in cambio di doni (inno), azioni verso il fuoco del gran rogo e le acque del lago, due dei quattro elementi che restringono/restringerebbero il campo, con le fiamme in evidenza tra loro, e gli altri ad avvicinarsi alle acque e/o al fuoco per l’ultimo appello, ad azioni degli smarriti, adesso più sconfortati per credere all’inno, al pensiero che avrebbero voluto intonargli di fronte una volta apparso, in mezzo a una ragione che adesso lo intonano, qualcuno da incontrare a loro più simile se non identico e/o se non uguale al posto della presenza, a procedere sempre in avanti a imitazione di un modello, o indietro per venirne a capo.

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Scena ottava

E a dire che nessuna notizia non controllata a sufficienza, abbia saputo precisare quanto fosse raccomandabile quella nuova compagnia che si era/si sarebbe resa disponibile a condurre la guida e i suoi uomini da qualche parte verso (…), un rifugio oltre confine alla fine solo mentale dell’azione in vista di presentarsi altrove e/o nei pressi del paese di Bellamorte, non è certo questo un dato confidenziale più di altri adesso per degli acuti osservanti, ossequiosi persino allo scopo di sfuggire a sé stressi, persino per voler oltrepassare l’ostacolo, bloccati da più ore in uno stesso punto.

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Fine

Fermi alcuni minuti che si rivolge a lungo una biografia alla guida nella linea di una colonna che si è separata definitivamente, distanziata del tutto dall’osservatore, convinti di fissarla con delle frasi, con i dialoghi dei sottintesi resi agli impliciti che uno non può dure quello che vorrebbe in mezzo alla natura, in un luogo remoto delle azioni che si stanno perdendo, all’epilogo dell’ultimo atto, nel momento di una fine così attuale che adesso è il meno partecipe, a seguito di una pausa istantanea accordata da esemplari umani di caccia all’uomo dell’epopea. Lui proprio che ci mette/ha messo del suo a quello che è rimasto appeso della trama maggiore, in anticipo solo di qualche anno adesso alle inseparabili solitudini, da sé stesso a emanazione quando le sue presenze nei boschi si sarebbero emancipate, adesso fermo e immobile di schiena, dinanzi ai creatori dell’epoca.

LE ORE CORTE, 3. Donato di Poce

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ESPLOSIONI DI VERITA’

Le ore corte. In dialogo con Angelo Lumelli

“…talvolta nel cuore si accende una spia

come l’assenza che non va via”

Angelo Lumelli

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Marco Ercolani mi ha chiesto cosa ne penso di questo suo libro “strano”. (Le ore corte, Joker Edizioni, 2025). In primis dico: è un libro che cura (del resto Marco nel suo blog Scritture afferma: Scrivere e curare, che può essere declinato anche nella formula Scrivere è curare, la propria anima e l’anima del mondo).

Poi aggiungerei che non solo non lo trovo “strano”, ma lo trovo innovativo, originale e necessario, oltre che una sorta di postilla a completamento e approfondimento critico al precedente libro scritto a quattro mani con Lumelli, Cento lettere (Joker Edizioni, 2023). Tutto nasce da un’amicizia e stima letteraria (interrotta solo dalla scomparsa recente di Angelo Lumelli), che sfocia in un carteggio tra due poeti e critici che si sono interrogati ed hanno scritto da sempre sulla scrittura e sulla poesia.

Ne sono nati due libri complementari poetici e metacritici il cui denominatore comune era “PENSARE LA POESIA”, declinata in molte varianti e riassumibile come “disarmante, umile, diligente, e caritatevole” per Lumelli e come ”un azzardo solitario, un vuoto abitato e una lezione di vento, una visione creativa tra le crepe della follia” in Ercolani. Il libro mi ha ricordato il famoso carteggio tra Cvetaeva, Rilke e Pasternak, Il settimo sogno, scrigno amoroso e poetico di rara bellezza.

Ma se in Cento lettere i due poeti si scambiano commenti e visioni su libri, idee e poetiche, in Le ore corte Ercolani escogita un congegno narrativo-critico poetico che rimanda ai frammenti cosmogonici di Benjamin, una sorta di pensiero dialettico della poesia, realizzando un’antologia critica su Lumelli chiamando a testimoniare da una parte gli scritti di Lumelli, dall’altra i suoi commenti personali, citazioni e postille, e richiamando stralci critici di suoi amici, come Cagnone e Coviello.

Ecco un esempio dello sguardo critico nobile, avvolgente e abbagliante di Ercolani:

La poesia che abbaglia. La prosa che si fa dire e disdire. Angelo è immerso nel guado di entrambi i fiumi. E si sente, giustamente, con le spalle al muro, con quella sua aria da conversatore malgré lui, felicemente innamorato delle circonvoluzioni del suo pensiero. Con Lumelli non possiamo che ammirare un pensiero laterale, lontano da ogni centralità: un pensiero-chimera. Volatile e fluttuante, veloce e mobilissima, Chimera appare e scompare, scoraggiando ogni tentativo di senso. Non pone domande, non cerca risposte. La sua virtù è l’inesauribilità, la sua tentazione l’onnipotenza. Non docile, non addomesticabile, la sua aerea sostanza continuamente ci sfugge. La differenza con la Sfinge è quella che separa l’enigma – il segreto di cui si può trovare la soluzione – e il mistero – il segreto la cui soluzione è impossibile. ‘Fantasia dell’illimitato’, ‘Metafora di metafore’, Chimera è affine all’immaginazione assoluta, e quindi al delirio”.

E nella premessa al libro scrive ancora:

Chi scrive di Angelo non commenta la lingua del poeta ma si allea ad essa, si insinua nelle sue pieghe, la evoca, la nomina, la interroga, ci viaggia dentro sapendo che ne sarà sviato. Il poeta sorride sornione, già lontano dal mondoTi ammiro”, bisbiglia, “ma non avrai sbagliato strada?”

Ercolani evidenzia bene come Lumelli sia uno scrittore che infrange gli schemi e le sue parole sono “il bisbiglio di un coro invisibile” sempre alla ricerca di nuovi orizzonti e significati tra prosa e poesia. Commentando il libro Viceverso. Antologia di prosa poetica, Ercolani mette in luce: “un delicato cortocircuito fra gusto carnale del linguaggio e sapore astratto del pensiero”.

In questo libro, Ercolani realizza in pieno la tecnica cinematografica del montaggio tanto cara a Benjamin, assemblando e mettendo in dialogo frammenti poetici, critici, prosa, poesia, memoire, carteggi, di grande impatto poetico e critico.

Un esempio su tutti è il capitolo I poeti del liceo, in cui emergono gli amori letterari del liceo come Jacopo da Lentini, Guido Cavalcanti, Bernardo da Chiaravalle, Dante e Leopardi (“Le poesie di Leopardi sono inermi ed oneste…la poesia, astuta, non voleva nulla di anticipato, bensì il nulla conquistato, attraverso l’arte onesta del linguaggio fallito”.

Ma ci sono gli ultimi due capitoli/frammenti del libro, Tirare il fiato di Ercolani e Di luce radente di Dario Capello, che vale la pena non solo leggere ma imparare a memoria.

In Tirare il fiato Ercolani chiama a testimoniare sul fare poesia illustri poeti sabotatori del linguaggio e della Storia come Mallarmè e Celan per dire che: “La parola è stata canto. Ha conosciuto la sua natura di canto, la sua felice onnipotenza. Ma è tornata da tempo a essere fragile, grido, traccia di dolore” e più avanti scrive:” La poesia…si scopre porosa, lacunosa, smossa da sussulti” e ravvisa nella prosa di Leopardi dello Zibaldone, il “pericolo perfetto”…”Lo scrittore deve essere spericolato, privo di steccati, mosso da attrazioni, umori, estri, erudizioni, camminamenti-riflessioni da flâneur”.

Il capitolo finisce con un’altra citazione di una lettera (una delle ultime) di Lumelli a Ercolani e nell’occasione scrive:

“…essere una comunità (due, più di due…) che cerca fino all’osso del linguaggio che faccia diventare un’esplosione di verità”.

Nel capitolo finale Capello riassume bene le similitudini i punti di contatto e le affinità tra il mondo di Lumelli e quello di Ercolani che ravvisa in:

Pulsare del pensiero

L’amore per Genova

La porosità dei punti di vista e del linguaggio

La postura sovversiva

A fine lettura del libro si ha l’impressione che Ercolani abbia ridato vita alle parole di un fantasma presente in carne e ossa nella vita e nel linguaggio di una generazione di poeti, folli, innamorati, eretici amanti dell’invisibile, dei reietti e delle malerbe che si annidano negli angoli nascosti della mente e ci abbia fatto toccare con mano la praxis di due sciamani in cerca di verità che scrittura, memoria e desiderio, sono solo un PRE-TESTO per continuare a vivere. Ma, prima di concludere questo mio frammento critico, mi preme segnalare e sottolineare un’altra riflessione di Ercolani contenuta in una delle “Cento lettere” scritte a Angelo Lumelli:

“…Tessono e disfano, i poeti, rapsodi inebriati dal pensiero laterale. L’esistenza demonica e irrefrenabile, il varcare se stessi, sopraffatti dal terrore e o inebriati nell’estasi, non è psicosi. Ma ci corre vicino, come sull’orlo della fiamma. Accade come se il demonico, represso o sedato, nelle malattie riuscisse a scaturire, a trovarsi un luogo d’elezione, un varco. Ma qui torno al mio pensiero dominante. Non di malattia parlo, di quella che impoverisce l’io nei sintomi, ma di una giungla informe e disordinata, dove l’anima, abbandonata a un brivido metafisico, mostra la propria profondità disordinata, la tenta il crollo, il cadere svuotata, l’informe del caos. Ma resiste.”

AD ASPERA. Piero Zino

Piet Mondrian

Graham Sutherland

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«E una nube di polvere si vede alta levarsi e par che giunga dal cielo»

Conflitti interni

  • Ci vuole un quarto d’ora per arrivarci.
  • No, è necessario molto di più tempo.
  • Dobbiamo arrivare per forza entro un quarto d’ora. Un solo minuto in più e sarebbe tardi.
  • Mi spieghi il perché di tutta questa fretta, papà?
  • Il tempo per me ha un altro andamento rispetto a quello che ha per te.
  • Sì, ma qui si tratta semplicemente di ritirare un documento all’ufficio che rimane aperto mattina e pomeriggio.
  • Mattino e pomeriggio per me non sono la stessa cosa. Il sole ha una inclinazione diversa, le ombre che proietta sul terreno non sono le stesse. L’aria è più umida al mattino e alla sera, più secca nelle prime ore del pomeriggio. Il grado di sudorazione cambia il movimento del diaframma. Le pulsazioni variano. Adesso riesco a reggermi in piedi, fra un minuto non lo so. La stessa cosa succedeva al fronte, quando non sapevamo se saremmo stati ancora vivi l’istante dopo. Con il tempo avevamo imparato a giocarci a pari o dispari la vita e, siccome tenevamo il conto dei morti tra quelli che avevano perso con il pari e quelli con il dispari, questi ultimi andavano a rannicchiarsi in un angolo aspettando la morte senza più aprire bocca. Proprio come il selvaggio di Moby Dick.
  • Va bene, però ora siediti e calmati un po’. Ti porto un bicchiere d’acqua.
  • Zuccherata?
  • Come preferisci.
  • Vedi, non sai nemmeno che sono diabetico.
  • Tu non me l’hai mai detto.
  • Non ci siamo mai detti niente che valesse la pena. Ho una fitta al petto, non respiro…
  • Forse hai ragione; in un quarto d’ora possiamo raggiungere quello stramaledetto ufficio. Muoviamoci!

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Commilitoni

  • Pensi ancora alla guerra?
  • No, o almeno cerco di non farlo.
  • Anche a me rievoca brutti ricordi. Però, da quando ho iniziato questa attività a volte ne sento la nostalgia.
  • Il lavoro non va bene? Io mi diverto con il pachinko e vedo che la sala è sempre piena.
  • Prima o poi cambierò mestiere; questo non mi piace. Non è un buon segno che un gioco diventi così popolare da tenere occupata tanta gente. In questo modo il mondo non migliora. A Singapore sì che erano bei tempi. Mi capita spesso di ripensare a quando eravamo sul Ponte del Nord.
  • Arrivammo là dopo due settimane di avanzata continua delle nostre truppe.
  • Marciavamo quasi senza sosta giorno e notte; cinque ore al massimo tra rifornimenti e riposo e poi via, sempre avanti.
  • La Costellazione della Croce del Sud era luminosissima e le stelle si potevano contare una ad una.
  • Capo, la macchinetta numero 18 si è bloccata. Il cliente continua a sbraitare e si è messo a prenderla a calci e pugni.
  • Tu pensi ancora che debba restare in questo bordello?
  • Davvero non c’è rispetto né disciplina.
  • Capo, quello pretende che tu vada subito di là a rimettere in sesto la macchina, sennò distruggerà il locale. C’è molta confusione e la gente è spaventata.
  • A questo punto è necessario applicare senza indugi l’articolo 11, comma 6 bis del codice marziale. Il sabotatore sia passato per le armi e i familiari obbligati a pagare le spese del funerale, nonché eventuali danni arrecati al suddetto macchinario.
  • Agli ordini, signore!

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Calcoli infallibili

  • Un proiettile lo ha colpito in piena fronte, appena sotto la visiera dell’elmetto. Il caso e la morte hanno una base comune. Il sangue ha una componente d’acqua: forse, addirittura, altro non è che acqua colorata. Ma queste sono considerazioni fuorvianti. Bisogna concentrarsi su ciò che è avvenuto e provare a ragionare su come porvi rimedio pur nella consapevolezza che, in simili circostanze, la sorte giochi un ruolo determinante. Procediamo dunque con l’analisi. Un rivolo di sangue esce dal foro procurato dal proiettile, scende lungo la parete sinistra del volto descrivendo una linea perfettamente verticale che, attraversato l’occhio sinistro, continua a scorrere superando a sua volta lo zigomo e andando infine a esaurirsi nel lato corrispondente del mento, dopo aver sfiorato di quarantatré millimetri l’ossatura nasale. Se, come risulta da una serie di calcoli balistici inerenti al fatto che il colpo è stato esploso da mille duecentoquaranta metri di distanza e deve aver compiuto una traiettoria che, in ogni caso, non è stata superiore a circa zero virgola trentotto gradi calcolati in base all’alzo del mirino, la testa del nostro sfortunato quanto disattento soldato si fosse mossa di centoquarantaquattro millimetri nella direzione opposta rispetto alla provenienza della pallottola prima che essa lo raggiungesse, ora noi non si sarebbe qui a dover pensare a come smaltire questa carcassa prima che il suo fetore ci impedisca di respirare.

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Il rimpianto di Mondrian

Piet Mondrian attende la morte nel suo letto, dall’altra parte dell’Oceano. Pensa ai dipinti di Philip de Koninck. A quelle vedute della sua terra piatte ed estremamente espanse, ove il punto focale è l’orizzonte. “Una specie di luogo vuoto”, secondo Walter Pater.

  • Gli Alleati stanno liberando l’Europa e sento che la guerra finirà presto, ma non prima che me ne vada. A New York le luci sono quelle dei negozi e dei ristoranti, da noi quelle delle esplosioni. Qui è sempre festa. Anche se migliaia dei loro giovani muoiono sui vari fronti c’è il boogie woogie e nessuno ci vuole rinunciare; persino le coppie dei vecchietti lo ballano nei cortili e agli angoli delle strade. Avrei voluto restare in Olanda a combattere quando i tedeschi l’hanno invasa, ma ero già troppo vecchio e malato. Certo che per loro non sarebbe stata così semplice l’avanzata se da noi non si vedesse sempre e solo l’orizzonte, proprio come nei quadri di de Koninck. Troppo piatto il nostro paese, senza un ostacolo naturale. Difficile da conquistare, magari, lo è per chi giunge dal mare, ma entrarvi dai confini è una passeggiata. I reticoli delle mie tele avrebbero potuto opporre una resistenza maggiore rispetto a quella delle nostre povere truppe. Ma presto quest’incubo sarà finito. La gente allora passeggerà tranquilla lungo i canali come fa da secoli e i newyorchesi ritroveranno nelle vetrine i nostri tulipani. Ricordo di un tale che diceva che dolore e piacere hanno una radice comune. La solitudine ha sempre qualcosa che la separa dall’uomo, anche se questo qualcosa a volte è soltanto uno specchio.

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All’ultimo sangue

  • Ormai è assodato: l’enorme bestia proviene da est. Quando da quella direzione si comincia a sentire un rumore sordo, che in poco tempo si espande come un tuono o una valanga siamo tutti in preda al panico e si fugge alla cieca, in qualunque direzione. Qualcuno sostiene che il suo sembra un muggito, ma gli esperti non sono di questo avviso e dicono di avvertire un suono assai più poderoso, come quando un orso si appresta a combattere. Ultimamente abbiamo notato che, proprio nell’istante in cui il rumore è al culmine e ci si aspetta un assalto violentissimo da parte della bestia, non accade nulla. Perciò si ritorna alla normalità, anche se carica di inquietudine e di tensione. Ma è dopo un fruscìo leggero, poco più che un alito di vento, che essa irrompe e fa strage. Al momento non c’è accordo su come affrontarla. Una minoranza particolarmente agguerrita è del parere che bisogna lasciarla fare, in quanto il suo è uno sfogo spontaneo e irreprimibile che non soltanto è inutile contrastare, ma potrebbe fare da stimolo e da guida agli spiriti più forti e intraprendenti della nostra comunità. La maggior parte finisce per tollerare le incursioni giudicandole sporadiche, nonostante sia evidente quanti danni abbiano già provocato. In questo momento mi trovo ai margini del bosco, davanti a una piccola radura. La neve alta ne rallenterà la corsa. Mi prefiggo di infliggerle ferite talmente gravi da ucciderla, o quanto meno da renderla innocua per molto tempo, anche se di sicuro ciò mi costerà la vita.

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Notizie circa il capitano van Hanegem e il suo cavallo

  • È necessario ripetere la carica. Siamo stati respinti la prima volta, ma non dobbiamo dare tregua al nemico. Abbiamo tutti in mente il motto del Maresciallo Foch: “Attaccare, attaccare sempre!”.
  • Capitano Willem Wim van Hanegem, soprannominato “il Gobbo”, non vedi in che situazione ci troviamo? Io a terra con una zampa spezzata, tu immobilizzato sotto di me e con la spalla lussata: ti sembra forse il momento di lanciare proclami bellicosi?
  • Devo forse ricordarti tutte le volte che mi hai costretto a fronteggiare a piedi le lance degli ussari?
  • Sono fuggito, e allora? La temerarietà appartiene a voi uomini e vi fa perdere la ragione. Noi fiutiamo il pericolo – è così che dite – e se possiamo lo evitiamo, al contrario di quello che siete soliti fare voi. Esagero, forse, nel chiamarla saggezza?
  • Non mi metterò certo a disquisire di simili argomenti con un cavallo. Piuttosto, smettila di nitrire.
  • È l’unico modo che ho per farmi notare, caso mai qualcuno passasse di qui e ti prestasse soccorso. Una spalla slogata la sistemano in un attimo.
  • E a te non pensi?
  • Un cavallo con una gamba rotta ha qualche possibilità di salvarsi? Io francamente non ne vedo.
  • Non disperare. Ti affiderò al mio chirurgo.
  • Affidati piuttosto a quel poco che resta del tuo buon senso; ordina ai tuoi la ritirata. Nel rapporto potrai sempre aggiungere l’aggettivo “strategica” e chissà che a qualche super medagliato non venga in mente di darti una promozione “per tempismo tattico”.
  • Se qualcuno del mio casato venisse a sapere che non ero alla testa dello squadrone mentre infuriava la battaglia sarò bollato per sempre con il marchio dell’infamia.
  • E allora vedi di toglierti da qua sotto e di raggiungere i tuoi uomini. Quando vedranno ricomparire “il Gobbo”, saranno le loro maledizioni a bollarti come meriti.
  • Onore a te, mio nobile destriero.
  • Basta con le frasi altisonanti. Non perdiamo altro tempo: nella tua pistola c’è ancora un proiettile.

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Avvistamenti

  • Dal mare avvolto nella nebbia è uscito qualcosa, che ha provato a distruggerci. Poi è improvvisamente svanito, come un incubo notturno. I marinai del peschereccio che dicono di averlo avvistato alludono a un relitto di wagneriana memoria, ma poi ci sono state altre testimonianze che non hanno fatto che confondere ancora di più le idee e le supposizioni al riguardo. Dal canto loro, le autorità impongono di non farne più cenno, e non potrebbe essere altrimenti dato il loro ruolo, con la scusa neanche troppo originale che simili cose turbano i bambini. Ma quelli tra noi che conservano ancora un minino di discernimento non devono abbassare la guardia perché, se non fosse stato un incubo, e di certo non lo è stato, a partire da adesso nessuno, andando a letto la sera, sarà più sicuro di risvegliarsi vivo la mattina. Io che occupo questo lembo così estremo della scogliera sto consumando gli occhi nel tentativo di scorgere anche solo in un riflesso dell’acqua un indizio della sua presenza. L’appello che sto per fare è rivolto innanzitutto a chi prende il largo sulle imbarcazioni più fragili, magari rassicurato dal mare calmo e dall’assenza di vento. A tutti i naviganti, che in questo momento riescono a sentire la mia voce: tenete d’occhio il mare, scrutate l’oscurità. Qualcosa laggiù è in agguato.

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C’è sempre una via d’uscita

Un uomo con in mano una zappa cerca di scavare dei solchi per immettervi i semi, ma il fango alto fino quasi ai ginocchi glielo impedisce. Ogni suo tentativo sembra vano.

  • Quando ti ho creato ho messo ai tuoi piedi tutte le creature. Ma vedendoti adesso, penso di aver fatto male i conti.
  • Stavo lavorando e tutto andava bene come al solito, quando la pioggia che hai mandato all’improvviso mi ha bloccato qui e ora non riesco a districarmi da questo pantano.
  • Mi fai pena. Quasi quasi mando una fiera affamata e non se ne parla più.
  • È nei tuoi poteri. Come prima cosa, però, potresti far cessare questa pioggia e far riapparire il sole. La terra si asciugherebbe in fretta e io così riprenderei le mie occupazioni.
  • Oltre che la forza, ti manca anche il senno. La terra seccherà tutta intorno a te in men che non si dica e resterai intrappolato per sempre.
  • “Molte sono le cose tremende, ma nulla è più tremendo dell’uomo”.
  • Che fai, ora, ti metti a recitare poesie?
  • “Egli apprese come fuggire i dardi a cielo aperto del gelo inospitale, dei rovesci di pioggia”. Sofocle è uno che del proprio senno fa dono agli altri.

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Merzbau

  • Sento che su Hannover pioveranno di nuovo le bombe.
  • “Talmente rasa al suolo che neppure a nascondino si potrebbe giocare.”
  • Così la descrivevi nel tuo racconto. Ma tra le macerie tu cercavi il Merzbau, l’edificio che era l’anima della città, il suo cuore pulsante e che alcuni dicevano di averlo visto riprodotto in scala perfetta dentro un pacchetto di fiammiferi.
  • Forse voleva essere solo una scintilla di speranza.
  • O forse una nuova, piccola arca in cui raccogliere i resti di un’umanità che si credeva onnipotente.
  • Direi piuttosto malata di ipertrofia.
  • Sai, tempo fa mi ero messo in testa di ricostruire la mia vita, come tu ti eri ripromesso di riportare il Merzbau alle sue dimensioni reali.
  • Eh già, il tempo. Ci vuole una giornata intera per riempire le strade di ogni genere di rifiuti, ma solo pochi minuti per disseminarle di cadaveri.
  • E noi siamo quelli che non si dimenticano mai di innaffiare con cura i vasi dei fiori sui balconi di casa.

LE ORE CORTE, 2. Ercolani, Lumelli

È raro viaggiare fra gli antichi poeti avendo l’impressione di scherzare con loro, di rotolare nell’universo “dove tutto è abbandono e vicinanza”, e intanto sentirsi vicini, come per la prima volta, alle loro verità poetiche, come in questi inediti testi lumelliani, Poeti del liceo. Afferma Lumelli: «La poesia sembra fatta per interrompere il pensiero ed esclamare», e, ancora, che in amore «affermazione è monotona» mentre «amore galleggia sulla negazione». Angelo si lascia guidare da voci antiche che ci restituiscono in modo inequivocabile il rapporto fra prosa e poesia:

«Il margine non si può togliere, come andando a zonzo – esso è presente nell’intenzione di fare poesia, da tempo immemorabile. Da tale margine dipende lo spazio stretto a disposizione, a volte quel disperato marciare da fermi, brutto segno – parole che s’arrampicano come felini, scalando i muri, disperate pantere.

Pur essendo un trucco, il margine esige che si dica una verità – in pratica che uno venga compromesso, con le spalle al muro. In poesia non si tratta di trovare il linguaggio che colpisca qualcosa, facendola apparire, ma che colpisca noi, sbiancandoci, come chi si punta la pila negli occhi, di notte. La poesia dunque è fatta per venirci addosso, con messaggi che aspettavamo da tempo, rivelazioni sul nostro conto, ignote. Infine essa ci ammutolisce, come un messaggero che lascia la sua missiva senza scambiare una parola.

La prosa, per fortuna, è dalla nostra parte – nel senso che proviene da noi, incurante dell’errore – e ci lascia dire e disdire, senza una vera conclusione, pronta a ricominciare, a smerdare, a compatire – falsissima perciò, trascinando una sua limacciosa verità, impura, quantitativa, come l’acqua torbida delle piene. Finalmente! – la finzione, la menzogna, i depistaggi ci portavano nelle stanze segrete della vita, dove un filo sottile di rettitudine viene attorcigliato nelle malizie…»

La poesia che abbaglia. La prosa che si fa dire e disdire. Angelo è immerso nel guado di entrambi i fiumi. E si sente, giustamente, con le spalle al muro, con quella sua aria da conversatore malgré lui, felicemente innamorato delle circonvoluzioni del suo pensiero. Con Lumelli non possiamo che ammirare un pensiero laterale, lontano da ogni centralità: un pensiero-chimera. Volatile e fluttuante, veloce e mobilissima, Chimera appare e scompare, scoraggiando ogni tentativo di senso. Non pone domande, non cerca risposte. La sua virtù è l’inesauribilità, la sua tentazione l’onnipotenza. Non docile, non addomesticabile, la sua aerea sostanza continuamente ci sfugge. La differenza con la Sfinge è quella che separa l’enigma – il segreto di cui si può trovare la soluzione – e il mistero – il segreto la cui soluzione è impossibile. «Fantasia dell’illimitato», «Metafora di metafore», Chimera è affine all’immaginazione assoluta, e quindi al delirio. La storia del mito mostra come inscindibile la coppia Chimera-Bellerofonte, dove si intrecciano la leggerezza volatile del mostro e la cecità malinconica dell’eroe. Chimera, come scrive Baudelaire in Le spleen de Paris, è la bestia che afferra il poeta alla nuca, il demone tenace che conferisce un invincibile bisogno di camminare: «Nessuno dei viaggiatori aveva l’aria irritata contro la bestia feroce sospesa al suo collo e incollata alla sua schiena: si sarebbe detto che la considerasse come parte integrante di sé». Il poeta porta alle estreme conseguenze il significato del mito: l’enigma dell’illimitato si radica nel corpo del poeta come ossessione inconscia,e lo spinge a proseguire il suo cammino. La poesia mozza il fiato e prende alla nuca; esige la parola definitiva di chi sta per essere spossessato di sé; pretende l’Impresa. L’ossessione supera il silenzio e si fa parola nell’atto con cui tenta di afferrarlo. Chimera diventa chimere: progetto impossibile da perseguire, con irrazionale ostinazione ed esatta follia, attraverso atti possibili. Che sono gli atti del poeta, in questo caso Angelo Lumelli.

«Ho sempre pensato, allora – ma perché dovrei cambiare idea proprio adesso’ – che tra parola e silenzio ci fosse una vicinanza indispensabile, un affiorare dell’uno nell’altra, un respirarsi senza timori, infine un oblio benefico, la conservazione della memoria sotto le palpebre, richiamabile, aprendo gli occhi – tutto questo nei tempi felici. Questo apologo, pudicamente interrotto, segnala la mia difficoltà di allora a riflettere su mistica e linguaggio.

La questione si aggravava quando il mistico era anche un poeta, come Jacopone. mNon mi angustiava quando parlava per interposte figure – scalcagnate, deturpate dalla vita – né m’impressionava la sua invettiva politica – il linguaggio collerico e forsennato – quelle sue parole corpulente vestite di lana grezza. Mi commuoveva invece – e ancora adesso – il modo con cui Maria apprende, con dettagli sempre più crudeli, ciò che sta accadendo a suo figlio – Donna de Paradiso, |lo tuo figliolo è preso, | Iesù Cristo beato. – esempio ineguagliato di teatro del dolore. Ciò che in Jacopone mi causò problemi irrisolti, fu il silenzio mistico, che non andò a buon fine. A un passo da dio, nel momento del grande incontro, invece di “transire” in quell’unione, ecco che l’incontro è rimandato, alzandosi una sconvolta preghiera che, in pratica dice: è troppo presto, non adesso!

Il linguaggio era l’arte di differire, come se fosse una protesta – vanto dell’umanità – contro l’accadere irrevocabile? L’uomo si è tanto spaurito della perfetta attualità, da inventare un giro a vuoto, un finto niente? Come dire che noi abbiamo soprattutto bisogno di mancanza? O declamare il silenzio? – la prima avvisaglia della poesia barocca, ma scritta da colpevoli? Fu allora che mi sembrò di imparare come la lingua possa guardare avanti, al di là – retrocedendo».

Come in un pensiero-chimera, dove tutto è destinato a retrocedere, a essere fumo e ombra di quel fumo. Chi scrive poesia deve sempre dire “non adesso”. Se accade l’adesso, non c’è più bisogno di nessuna lingua che vaghi nell’irrisolto delle cose e del linguaggio. La parola poetica non deve trovare quiete nella forma di un testo ma essere un’oasi provvisoria nel deserto.

«Lo sguardo, incessantemente, cerca l’unione con il lontano – non visto, in solitudine, esso passa e ripassa sul visibile, facendosi carico di un contatto cruciale, non essendo certa la risposta di quanto è guardato – se esso ricambierà lo sguardo, se dal vedere nascerà qualcosa».

La smania oscura che pervade la poesia di Lumelli è il sogno di un corpo poetico che si posi sulle cose, al di là dei sensi delle parole. Ma questo corpo è anche un inciampo, in quanto troppo dicibile. La terra, per un poeta, deve sempre tremare sotto i piedi, deve essere “ai confini del pensabile”. Una parola che sia questi confini è, finalmente, la parola poetica, che vive oltre ogni “finta totalità” – parola realmente leopardiana.

«Io pensavo che Leopardi abbandonasse, nella poesia, ogni bravura, ogni protezione intelligente per essere finalmente inerme, come la vita voleva – come voleva il pensiero stesso, appena urtando il proprio limite – si trattava dell’onestà, profondissima, di dirlo, di esclamare senza vergogna, disarmati.

Le grandi poesie di Leopardi sono inermi ed oneste. La loro bellezza derivava dal loro tremore, dalla novità sconcertante di essere non linguaggio che fonda e giustifica, bensì linguaggio che si rende bambino e che chiede con gli occhi.

Al volo avevo letto qualcosa dalle Operette morali e avevo visto quanto fosse vasto lo Zibaldone – con sgomento. Le poesie erano poco più di cento pagine a fronte di duemila e forse più. La loro esiguità, il loro coraggio di essere puro desiderio, la loro bellezza senza aggiunte, mi spronavano a non cercare riparo attraverso tutto il linguaggio per finalmente precipitare. La poesia, astuta, non voleva il nulla anticipato, bensì il nulla conquistato costantemente, attraverso l’arte onesta del linguaggio fallito».

Il “nulla conquistato costantemente” è l’arte di inseguire la poesia per la sua disarmata bellezza, quella che non sopporta concetti o formule o precetti e scaturisce solo quando è necessaria, vibrante cantilena: «Slanci / del nostro acclamare / lampioncini di carta / qualcosa che sussiste / senza disperare» (cosa, bella cosa).