GELOSIA. Anna Achmàtova, Nikolaj Gumilev

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Insegna del cabaret di Pietroburgo “Al cane randagio

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Pietroburgo, 1 febbraio 1914

Amore mio,

ti aspetto al solito caffé vicino al caminetto, dopo le 22. Ho l’abito nero, il fiore arancio nella scollatura, un soffice rossetto viola e il profumo che ami. Porta i sigari che sai e, se arrivi prima di me, ordina due vodke doppie. E la musica, naturalmente, appena un poco, quella che basta. Stasera fa molto freddo. Stasera voglio ubriacarmi.

Vieni presto, amore. Cosa inventare in queste interminabili ore che ci separano? Guarderò trepidante la luna gonfia che si sta affacciando proprio adesso sulla Nevà. Le chiederò di essere indulgente con noi, di sfoggiare tutto il suo repertorio di malìe. Ho voglia di te da impazzire. Scrivere ciò che provo per te, in questo momento, è profanare l’amore. Le mie labbra si protendono verso il mio principe, che mi sta raggiungendo in tutta fretta, al galoppo sul suo cavallo nero… mi sta raggiungendo al Cane randagio, dopo le 22, vicino al caminetto, e noi insieme ci ubriacheremo, ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro, piccoli frammenti di parole, come piccoli morsi, sussurri e bisbigli che fanno rabbrividire l’orecchio e il sangue per quel loro suono così carezzevole e quel tiepido fiato vicino vicino, e dopo tu mi colmerai col tuo calore di animale e riverserai in me tutto te stesso.

Sento quel piacere doloroso che prova il mio grembo quando è in attesa di riceverti. Mi attorciglierò attorno al tuo corpo come un serpente. Il tuo sguardo, che sia inerme e inquietante. Come la prima volta.

Anna

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Tankùz, 2 aprile 1913

Anna Andreevna,

il tuo biglietto mi ha raggiunto ieri, dopo due mesi di traversate per continenti e per mari, nel villaggio di Tankuz, nel cuore della Somalia, dove servo il mio zar. Riceverai la mia risposta, se sarò fortunato, fra altri due mesi. E così ne saranno passati quattro esatti dalla sera in cui, un fiore d’arancio nella scollatura, mio bell’uccello da preda, mi avresti aspettato davanti a due vodke doppie, nera e flessuosa, al Cane Randagio, il nostro caffé.

Un invito paradossale e feroce, non è vero, Anna? Ti sarai compiaciuta a scriverlo, da gran dama del libero amore quale sei, immaginando me a leggerlo nell’afa delle savane. «Ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro…». Se mi avessi veramente amato, avresti scritto una lettera lunga e struggente, piena della tua attesa per me, non questo biglietto provocante, che non poteva arrivare in tempo. Ricordi cos’hai scritto, un giorno: «Non lascerò il mio compagno dissoluto e tenero…»?

Ma chi è, ora, il tuo tenero e dissoluto compagno? Posso pensare di esserlo io, Nikolaj, che in uno sperduto villaggio africano legge il tuo invito amoroso DUE MESI DOPO? O non è forse più plausibile, Anna Andreevna, insidiosa, piccola vipera, che tu abbia sbagliato busta e io, invece di ricevere la solita letterina familiare e affettuosa, mi ritrovi fra le mani questo messaggio ardente per il tuo «dissoluto compagno» di oggi, per il tuo VERO AMANTE che, nel caffé che era nostro, ti bisbiglia adesso le mie stesse parole e tu gli rispondi con la voce di chi non può resistere un secondo di più – gli parli nella bocca, gli mordi l’orecchio, gli sfiori il ginocchio, gli tiri la testa a te, lo divori di baci – come hai fatto con me? Non è forse lui, che aspetti nelle sere invernali, mentre la luna splende sulla Nevà «col suo repertorio di malìe»? Non è forse lui che desideri da impazzire? Ti vedo, che muovi su e giù il ventre, ti sento, mentre il sudore mi scende dal collo, che gli graffi la schiena e le mani: forse per un attimo ti traverso la mente e ridete di Nikolaj. «E se in questo momento – sussurri – scopasse una negra?».

«Scrivere ciò che provo per te adesso è profanare l’amore»: è il crimine, Anna Andreevna, di cui ti sei macchiata in tutte le tue poesie d’amore, da quella puttana di lusso che hai sempre voluto essere fin dall’inizio della tua strepitosa carriera. Le leggende di cui già ti circondi raccontano che Vjaceslav il magnifico, il nostro caro amico Ivanov, il pontefice del simbolismo russo, dopo aver udito per la prima volta una tua poesia, si alzò, ti baciò la mano e disse: «Anna Andreevna, mi congratulo e vi saluto: questi versi sono un avvenimento per la poesia russa».

Ma io c’ero, quel giorno, nella famosa «torre» di Ivanov e lui non pronunciò quelle parole. Scosse il capo perplesso. Aveva capito, Anna, che tu eri solo un pavone che faceva la ruota delle sue passioni nella lingua della poesia, e così profanavi passione e poesia, facendo merce dell’una e dell’altra.

Leggendoti, si respira l’odore dei corpi che si cercano nel buio. Io li conosco, questi ardori notturni: quante volte ci siamo amati così, senza prendere fiato, con furia, lasciando sparsi nelle stanze tutti gli indumenti, quasi strappandoceli perché non potevamo più resistere a non essere nudi, uno nelle braccia dell’altra? Anzi, lo ricordi, appena ci vedevamo, ci afferrava una sorta di vergogna nell’essere lì, in mezzo agli altri, vestiti, mentre le tue cosce desideravano stringermi il cazzo e io scoppiavo di passione, non potendo denudarti davanti a tutti e possederti senza esitare. Tutto questo doveva restare nostro: IL NOSTRO SEGRETO.

Qui, in Africa, le donne non mancano: sono alte, tranquille e maestose nella loro pelle nera: hanno cosce grandi, sesso e capezzoli scuri. Pur avendole scopate, per noia o per bisogno, non riesco a desiderarle.

«Di nuovo egli toccò le mie ginocchia / con mano che quasi non tremava».

Come puoi raccontare il nostro primo incontro in versi così chiari senza sentirti una prostituta, senza essere consapevole che ogni parola che scrivi è il tradimento di quel giorno d’amore? Mi vergogno di averti baciata: quel luogo era proibito a qualsiasi parola.

No, il mio sguardo non sarà né inerme né inquietante: solo accusatorio. Se è vero che la poesia allude sempre al segreto, la tua poesia questo segreto lo sciala in modo indecente. E, invece di cantare l’enigma dell’eros, tu lo descrivi da odalisca. Per questo ti odio, e non posso che odiare quanto creammo insieme in poesia: il piccolo acmeismo. Che senso aveva restringere lo sguardo sui dettagli, contrarre l’orizzonte, rinunciare al lusso delle parole? Siamo stati poveri ragionieri della poesia, ma io e Mandel’stam ci siamo pentiti subito e siamo fuggiti, abbiamo fatto delle parole i nostri destrieri affannosi e traballanti, la nostra sintassi energica e scandalosa. E i miei versi sono diventati forti, cattivi, allegri: hanno ucciso uomini ed elefanti, sono morti di sete nel deserto, di freddo sul bordo dei ghiacci, non hanno avuto nessuna paura.

Tu, invece, hai sempre coltivato, pazientemente, il tuo petit jardin senza mai sporcarlo con quartine che non fossero raggelate e limpide, come quadretti di genere. Usuraia delle emozioni, Anna Andreevna: ecco cosa sei stata. Sklowskij aveva ragione: la tua poesia è solo «un raggio di luce penetrato in una stanza buia». Io la conosco quella stanza: non è forse la squallida cameretta di un albergo a ore? Perchè mi hai tradito? Perchè mi hai costretto a scriverti una lettera così penosa? Mi vergogno da morire. Non volevo dire nulla di quanto ti ho detto. Non è vero nulla. Ho voluto solo ferirti. Perdonami, Annuska! Sono geloso di te alla follia e la tua poesia è straordinaria. E’ solo che soffro come un cane e non riesco a dimenticarti.

Brucio di te, in questo caldo africano, come vorrei che bruciassi tu, nel gelo russo: e mi illudo ancora, nonostante sia impossibile, che questo biglietto d’amore sia stato spedito da Anna a Nikolaj perché Nikolaj raggiunga Anna al più presto, divorando continenti con gli stivali dalle mille leghe, galoppando notti e giorni su un cavallo nero… e adoro ancora la tua bocca e le tue mani e bacio i tuoi piedi nudi, che danzano scalzi nella piccola stanza riscaldata dal camino, al Cane Randagio, mentre la pelliccia giace, con il frustino, sul sofà verde e io, con piccoli baci, ti tolgo dalle labbra il rossetto, ti strappo dalla scollatura il fiore, metto la mia bocca lì, dove comincia il tuo seno, e le tue parole mi entrano nelle orecchie, la tua pelle bianca mi acceca, mi fa perdere i sensi…

Ti prego, amore – parlami, parlami ancora e perdonami!

Tuo Nikolaj

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I poeti Anna Achmàtova e Nikolaj Gumilev si incontrano nel 1903. Lei ha quattordici anni e lui diciassette. Sei anni dopo si sposano. Successivamente Gumilev si allontana dalla Russia per lunghi soggiorni in Somalia e Abissinia. Nel 1910 Anna e Nikolaj, insieme a Gorodeckij, Ivanov e Mandel’stam, fondano l’Acmeismo, una corrente poetica che intende liberare la parola poetica dalla «foresta dei simboli». Nel 1913 Gumilev torna in Africa a capo di una spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Pietroburgo. Si separa da Anna l’anno successivo. Accusato di attività controrivoluzionarie, sarà fucilato dai bolscevichi il 25 agosto 1921, all’età di trentacinque anni.

INCHIOSTRI. Lucetta Frisa

22 poeti francesi contemporanei

a cura di Lucetta Frisa

Associazione culturale Contatti, a cura di Barbara Garassino e Massimo Morasso, Genova 2022.

Premessa

La sonorità insita nella lingua francese è avvolgente e melodiosa. Ma nella contemporaneità si è voluto incrinarla, torcerla, strapparle un po’ di quell’alone fatato e morbido che la dominava. Tutto, nella poesia contemporanea, si spoglia di facili romanticismi, di vaporosi arabeschi. La realtà, col passaggio del tempo, è sempre più cruda e buca gli occhi. La lingua si adegua, o per lo meno cerca anche lei di svestirsi, di togliersi di dosso la cipria della raffinatezza senza mai tradire la fondamentale, tragica sensibilità della poesia. (Non a caso questa breve antologia prende l’avvio dai versi di Arthur Rimbaud le cui Illuminations, in prosa poetica, determineranno il futuro di tutta la poesia occidentale). I poeti qui presentati non privilegiano infatti la sensualità musicale della lingua d’oltralpe. A cominciare dal nervoso e molteplice Henri Michaux, scrittore e pittore, per proseguire con il misconosciuto Alain Borne, la sua disperazione a ciglio asciutto. Dal ricco e aspro Lorand Gaspar all’arioso e mitico Jean-Jouve, da Jude Stefàn, dal funebre splendore, all’anarchico Franck Venaille, da Bernard Noël (recentemente scomparso) alla libanese Vénus Khoury-Ghata, dall’empatico Claude Esteban, la cui parola bisbigliante e sobria sa comunicarci un ineffabile strazio, al perentorio Jacques Dupin, che scrive una metapoesia enigmatica e astratta, debitrice degli amati pittori contemporanei, in primis Giacometti e Mirò, a Yves Bonnefoy, poeta tra i più celebri, di elegante e turbata intensità. E via via tutti gli altri, in un quaderno di traduzioni che vorrebbe essere agile, libero, rapsodico, alla ricerca di una “verità estatica” legata allo strumento poesia, come teorizza il regista Werner Herzog.

Una “stravaganza” voluta è stata quella di inserire un Rainer Maria Rilke che scrive, solo in questo caso in francese, Les Fenêtres e Vergers, poesie composte nell’ultimo anno di vita trascorso in Svizzera presso il castello di Muzot, dove completò anche lo straordinario ciclo delle Elegie duinesi. Ma Rilke, pur utilizzando gli “incantamenti” e gli stilemi della lingua francese, li stempera in una complessità che gli deriva, forse, dalle influenze mitteleuropee e dalla seduzione speculativa della lingua tedesca.

Un volume antologico si compone di diverse voci, timbri, tonalità, caratteri. Il risultato è il libro stesso, nella sua complessità musiva, che non può non essere polifonico. Di ogni poeta qui appare un breve segnale, un colpo d’occhio. Chi vuole potrà conoscerlo meglio a parte, approfondirne l’opera leggendolo integralmente. Ho sempre pensato che di un poeta non è facile amare e apprezzare l’opera intera. I suoi frammenti più significativi certamente hanno il privilegio di non annoiare e, contrario, di stimolare e incuriosire. La noia è nemica della lettura e, quando è possibile, tento sempre (da lettrice come da autrice) di evitarla: è la sola “linea teorica” cui resto, comunque, fedelei.

(L.F.)

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INDICE

Premessa

I poeti

Arthur Rimbaud (1854 -1891), Ponti

Rainer Maria Rilke (1875-1926), Finestre

René Char (1907-1988), Su una notte senza ornamenti

Paul Eluard (1895-1952), L’età della vita

IPierre-Jean Jouve (1887-1976), Paradiso

Henri Michaux (1899-1984), Pianure dove si plana

Edmond Jabès (1912-1991), L’acqua

Alain Borne (1915-1962), Inchiostri

Jacques Dupin (1927-2012), Morene

Philippe Jaccottet (1925-2021), Alla luce dell’inverno

Yves Bonnefoy (1923-2016), Le nuvole

Bernard Noël  (1930-2021), L’insigne immediato

Jude Stefan (1930-2020), Fantasmi

Lorand Gaspar (1925-2019), Epifania

Claude Esteban (1935-2006), Qualcuno nella stanza comincia a parlare

Franck Venaille (1936-2018), Ciò è

James Sacré (1939), Il desiderio sfugge alla mia poesia

Venus Khourà-Ghata (1937), Le parole erano lupi

Sylvie Fabre (1951), Come l’allodola

Viviane Ciampi (1946), Tu sai quante volte sei mortale

Sylvie Durbec (1952), Stanze

Albane Gellé (1971), L’aria libera

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Arthur Rimbaud

Ponti

Città

Io sono un cittadino effimero e neppure troppo scontento di una metropoli giudicata moderna perché vi è stato eluso ogni gusto prevedibile, sia nell’arredamento sia nelle facciate delle case sia nella pianta urbana. Qui non si possono rilevare i segni di nessun monumento alla superstizione. La morale e la lingua si riducono alla loro espressione più semplice, finalmente! Questi milioni di individui, che non hanno bisogno di conoscersi, conducono allo stesso modo educazione, lavoro e vecchiaia, così che il percorso vitale sarà mille volte meno lungo di quello segnalato da una folle statistica per le popolazioni continentali. Così come dalla mia finestra vedo nuovi fantasmi vagare nel fumo denso ed eterno del carbone – nostra ombra boschiva, nostra notte estiva – Erinni nuove, davanti alla mia casa che mi è patria e l’intero mio cuore – dato che qui tutto assomiglia a questo -, la Morte illacrimata, nostra figlia attiva e ancella, un Amore disperato e un grazioso Delitto che geme nel fango della strada.

Ponti

Cieli grigi di cristallo. Un disegno bizzarro di ponti, ora dritti,ora convessi, altri che scendono a formare con loro angoli obliqui, e queste figure si ripetono negli altri circuiti rischiarati del canale, e tutti così lunghi e leggeri che le rive, cariche di cupole, si abbassano e rimpiccioliscono. Qualcuno di questi ponti è ancora fitto di casupole. Altri sostengono pennoni, segnali, fragili parapetti. Accordi minori si incrociano e fuggono, dagli argini si alzano fumi. Si distingue una giacca rossa, forse altri vestiti, e strumenti musicalli. Sono arie popolari, schegge di concerti aristocratici, frammenti di inni pubblici? L’acqua è grigia e azzurra, larga come un braccio di mare. – Cadendo dal’alto del cielo, un raggio bianco annienta tutta questa commedia.

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Alain Borne

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Inchiostri

So che tutto è nulla ma amo il nulla e lo canto.

A forza di parlare d’amore

sentirete in bocca questa parola

più di neve

che di sangue

*

Nessuna emozione

forse scrivo come il ciliegio

sul cielo nero delle parole di neve

*

Sulla spiaggia del diluvio

non rimane del mare

che un po’ di sale pallido

*

Il sangue si rinnova come il giorno

quando il sole se ne va dal vento

e un mantello di freddo

soffia alle spalle

*

Età profonda e senza ritorno

che fa già paura al sangue

coraggioso è non morire

perché il morire è vicino

*

Coloro che la vita attraversa

come un pugnale

coloro che la morte fa risplendere

*

Ahimé mai più ricomincia

del nostro sangue la lunga annata

e felici siano i rami

che rifioriscono ad ogni maggio

Ahimé nessuna gioia

si rialza dall’ombra caduta

*

Se avessi saputo cos’è l’amore

avrei lungamente taciuto

*

Dalle mie mani sporche d’inchiostro

semino neve sulla pagina nera

perché un intero cielo

s’apra agli astronomi dei miei libri

tesi verso la mia notte

*

Hai nel pugno

né l’uccello né il fiore

ma l’osso beffardo del tuo fratello antico

*

Riti

sporchi massacri

con la lira in mano canta

lui canta

ride

il sangue gli cola dalla voce

il sangue gli cola dalla mano

e canta

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Canto

e la vita come un albero

si erge sulle sue foglie

immensa nell’autunno

dove si ammucchiano i morti.

*

Lassù la pallottola ha colpito l’uccello

e qui il suo calore incide

una peonia sull’ermellino

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Philippe Jaccottet

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Alla luce dell’inverno

*

Alla luce dell’inverno

Avrei voluto parlare senza immagini, semplicemente

spingere la porta…

Ho troppa paura

per questo, troppa incertezza, talvolta pietà:

non si vive tanto a lungo come gli uccelli

nell’evidenza del cielo,

e dopo, ricaduti sulla terra,

non si vedono con precisione che immagini

o sogni.

*

Parlare, quindi,è difficile, se si tratta di cercare…cercare cosa?

Una fedeltà ai singoli momenti, alle singole cose

che scendono in noi verso il basso, che si spogliano,

se si tratta di affastellare un vago riparo per una inafferrabile preda…

Se è indossare una maschera più vera del proprio viso

per celebrare una festa da tempo perduta

con gli altri, che sono morti, lontani o che ancora

dormono,e stentano ad alzare dal loro giaciglio

questo rumore,questi primi passi traballanti, questi fuochi timidi

-le nostre parole:

vibrazione del tamburo per quel poco sfiorato da dita ignote…

*

Strappa infine queste ombre come veli,

tu,vestito di stracci, falso mendicante, amante di sudari:

scimmiottare la morte a distanza è vergognoso,

aver paura quando accadrà, già può bastare. Adesso,

copriti con una pelliccia di sole ed esci,

cacciatore controvento, attraversa

come un’acqua fresca e rapida la tua vita.

Se tu avessi meno paura.

non faresti più ombra sui tuoi passi.

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Bernard Noël

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L’insigne immediato

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L’insigne immediato

La solitudine delle cose

è una nostra invenzione:

ha bisogno di uno specchio.

Ombra e luce talvolta si intrecciano

così perfettamente l’una all’altra

che se ne vede il respiro

perfino una vita interiore:

è bastato fermarsi

davanti fuori.

Fate sentire lo spazio

e la pianta più piccola

solleverà le braccia

mentre l’albero

divorerà il cielo o vi si bagnerà

La vista è sempre una frase

sospesa in assenza di rappresentazione

che con passione vorrebbe raggiungere

ma che, di continuo,

la oltrepassa.

Il mondo è sempre intero

inizia e finisce al momento

ci assorbe

ed eccoci ricolmi

poi chiudiamo gli occhi.

Il silenzio è sulla pelle del mondo

come su di lei è la luce

lo si ascolta mentre guardiamo.

Crediamo di abbellire il mondo

non facciamo che coprirlo

con la nostra firma

per dargli la nostra natura

e togliergli la sua.

Ciò che guardiamo

assomiglia a ciò che è

ma ciò che è non somiglia ai nostri sentimenti

e ancora meno alle nostre storie

eppure dobbiamo guardare.

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Claude Esteban

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Qualcuno nella stanza comincia a parlare

Schizzi, ripensamenti, soli

Sette giorni da ieri,

contati come se

il numero finalmente chiuso

fermasse il tempo, lo obbligasse

a non scavare più la sua ferita,

sette giorni

attraverso gli anni, e questa voce

che d’un tratto decide

che basta così e bisogna contare

in un altro modo, se si potesse.

*

Questa voce che giunge

da nessun luogo, ditemi come fare

per non ascoltarla, tutte

le cose si sono zittite,

prima le grandi, quelle

che ci ferivano, poi le piccole,

ed è nel silenzio della notte

dell’anima, la voce improvvisa

come uno spavento e poi come un’allegria

e poi la morte, semplicemente.

*

Datemi questo mattino, ancora

queste ore dell’alba

quando tutto ha inizio, datemi, vi prego,

questo muoversi lieve dei rami,

un respiro, niente di più,

e che io sia come

chi si sveglia nel mondo e non sa

ciò che è già morto né ciò che

morirà, datemi

appena un po’di cielo, o questo sasso.

*

Figlia mia, ci toglieranno

le catene, cammineremo, tu

ed io, sui prati, raccoglieremo qualsiasi

fiore, ne faremo, se vuoi,

dei mazzi, la città

sarà molto lontana e talvolta

degli uccelli ci narreranno la fiaba

di un re vecchissimo

che non sapeva più separare il giusto dall’ingiusto

e rideremo di noi, Cordelia.

*

Luce che va sempre

innanzi, io ti prenderò

per mano, sarà subito

più semplice, le cose

e la gente, le parole che induriscono

sotto la lingua, tutto

sarà trasparente per noi, luce

che non ha luogo, ecco che ti fermi

e anche il mio male

si ferma e tu mi aspetti.

*

Dietro lo steccato rosso

ci piacerebbe vivere e invecchiare

per tanto tempo, forse ci sarà

un uomo senza paura, senza quasi più

desideri e solo gli alberi

parleranno di noi, diranno la linfa

e la sovrabbondanza, l’immobile

moto delle ore e poi la morte

come una scorza molle, saremo là ad occhi

aperti, una vita davvero, dietro uno steccato rosso.

*

Una foglia che si strappa, tre

note sopra il silenzio, quasi

niente, com’è presto,

è forse il mattino oppure

la sera, non lo so

più, ho camminato così tanto,

adesso

respiro, mi risposo, tutto

è perfetto, il cielo permane

a piombo, e conto sette stelle.

**

Il giorno appena scritto

Quello che non parla.

Io l’ascolto.

Quello che non ha luogo

lo ritrovo

nel suo luogo

Quello che cade

Io mi rimetto al suo posto

Vedo vivere

tutto quello che muore

Sparisco

con quello che è restato.

*

Non abbiamo avuto tempo. Non

del tutto, si era

creduto che un minuto potesse

bastare, una mano

su un braccio, non si pensò

che fosse finito

da qualche parte,forse scritto

In un libro che non si sarebbe mai letto

soprattutto se parlava

di un una donna, di un uomo, di un giardino

*

Una volta, ancora

una volta, mi avvicino

alle mura, ti

chiamo. Non so più

il tuo nome, grido

solo un nome, quello che viene,

sole, e il sole

è senza calore, casa.

e la casa si richiude, io tornerò,

troverò la parola che ti calma

*

Prenderò una

pietra

Quella che capita. Quella

che pesa

nel suo nome di pietra.

Cancellerò tutto il fuori,

darò

Il mio sangue a questa pietra.

Per nulla. Per

ricordare il suo nome. Per imparare

giorno per giorno

il suo corpo di pietra.

Barbara Garassino

Massimo Morasso

TRE DOMANDE INDISCRETE. Gabriela Fantato

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, collana “Radici” diretta da Gabriela Fantato, Il Leggio editore, Chioggia 2018.

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1

-«Tu spesso, per alludere alla scrittura, usi immagini che sono paradossi, o anche talvolta ossimori, per esempio: “E il buio dell’andare è l’unico bagliore…”, e altrove, anche nel titolo di una sezione, Miraggi tornati parole, poi in un testo, ancora: “lettera sotto lettera: sotterro le frasi” , infine: “Ogni opera compiuta / violenta natura morta”. Mi puoi spiegare il tuo rapporto ambiguo, oppositivo e antinomico con la scrittura?».

-«La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo di ogni parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra una roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi un ordine a quel sogno, un ordine possibile che nasce da uno stato di transe: ecco l’antinomia necessaria della poesia. Un caos-cosmo. Un universo fluttuante, con stelle precise».

2

-«C’è il mare, ci sono porti e viaggi, tempeste e tanto vento ,dentro questi testi, come anche in un tuo libro di poesie precedente, perché questa presenza… dell’acqua?».

«L’acqua è la sostanza stessa del viaggio, il suo fascino e il suo pericolo. In Hölderlin, nei suoi Inni, irrompe una parola che subito ci mette a contatto dell’«aorgico», di un abisso sottratto al potere dell’uomo. Essere nell’illimitato che dissolve e fondare nuovi limiti che costruiscono: ecco il doppio compito della sentinella, di chi custodisce l’abisso e se ne fa straziare. Come se al poeta, da sempre naufrago, toccasse in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza».

3

– «Spesso come scrittore di romanzi e racconti hai usato la forma dell’apocrifo, ma in poesia, mi chiedo, chi scrive sei tu o anche nei versi “io è Altro”, come direbbe la psicoanalisi? E quindi le “maschere”: sono necessarie, sono implicite, sono ontologiche?».

– «Ontologiche. Non so se implicite, ma ontologiche. Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma di indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio – che è anche approdo – di sé. “La poesia è il reale veramente assoluto” scrive Novalis, e aggiunge: “Il poeta ordina, raduna, sceglie, dispone”. Realtà totale è tutto ciò che potrebbe essere reale, che lo è stato o lo diventerà: è ipotesi, metamorfosi, fluttuazione. Se le parole hanno parlato a lungo, prima di arrivare a chi scrive, e arrivano traboccanti di silenzi e di suoni, il compito del poeta è ri-coniarle per il tempo che durerà la sua opera. La condizione che io vivo da sempre, dentro le parole, è un mio interminabile sonnambulismo, che nella poesia si smaschera con maggiore lucidità. Ritorno quasi inevitabilmente alla parola altrui, alla poesia di Hölderlin: “E ciò che tu hai / è tirare il respiro. / Infatti se uno lo ha / levato alto nel giorno, / lo ritrova nel sonno, / perché dove gli occhi sono coperti / e legati i piedi, / lì tu lo troverai”.

La poesia, sfondando buchi insospettabili nella pienezza della voce, rientra non docilmente nel regno della notte, nei riti del sonno, a “tirare il respiro”. Quel respiro, che prima era canto pieno e ora è vuoto pieno di silenzi, quel respiro tirato come un peso, sul filo sottile della tragedia e della catastrofe personale e linguistica, con gli occhi coperti, senza vedere, con i piedi legati, senza camminare: ecco, in sintesi, il destino di chi scrive. Un atonale, attonito silenzio che si oppone alla prigione dei significati e dei suoni; che rende possibile, quasi vent’anni dopo, il leopardiano Coro dei morti di Federico Ruysch: “Vivemmo: e qual di paurosa larva, / E di sudato sogno, / A lattante fanciullo erra nell’alma / Confusa ricordanza: / Tal memoria n’avanza / Del viver nostro: ma da tema è lunge / Il rimembrar. Che fummo? / Che fu quel punto acerbo / Che di vita ebbe nome?”. Io è sempre un Altro, ma un Altro dentro di noi. Non un estraneo, ma un proprio minaccioso simile. Quando scrivo poesia, non penso a niente di preciso. Non so dove andrò. Cerco di sorprendere il mio stesso linguaggio. La poesia è pericolo, per l’ordine del discorso. Più cerco di comporre versi, in questa fase della mia vita, e più mi trovo di fronte a continui agguati. Invento, attraverso la natura aforistica della mia scrittura, recinti momentanei, piccole oasi. Ma non li costruisco perché ho bisogno di un’altra maschera, di un ennesimo riparo. Li esigo per riprendere respiro e ritrovarmi, più nudo e più inconciliato, in mezzo a fantasmi che esigono la mia presenza, a incubi che mi vogliono ancora persona viva, narrante. Ma la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco».

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Gabriela Fantato

UNA POETICA DELLA COSTRUZIONE. Per Fausto Ferraiuolo

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Note di copertina a Changing Walking, 2007, Abeat edizioni (Fausto Ferraiuolo Trio, Piero Leveratto contrabbasso, Fausto Ferraiuolo pianoforte, Alfred Kramer batteria), a cura di Marco Ercolani.

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«C’è qualche fondamento per questa materialità terribilmente arbitraria della parola non possa essere dissolta, come ad esempio la superficie del suono, inghiottita da enormi pause nere, come nella Settima Sinfonia di Beethoven, che fa sì che per interi movimenti non possiamo percepire nient’altro che un vertiginoso abisso di silenzi tesi ad annodare, sul senza fondo, un sentiero di corde sonore?» Queste sorprendenti parole di Samuel Beckett sulla musica ci fanno trapelare, all’interno del vuoto delle parole, un “sentiero di corde sonore”. Il grande drammaturgo di Aspettando Godot ci parla di questo sentiero, di questo viaggio, dissolta l’arbitrarietà delle parole, che è la musica all’interno dello stesso silenzio. Scrive Bill Evans: «Attraverso l’arte possono venire alla luce parti di te la cui esistenza ti era completamente sconosciuta. Questo è il vero scopo dell’artista: trovare ciò che di universale è in lui e saperlo tradurre in termini comprensibili agli altri».

In un celebre brano dello stesso Evans, Peace Piece, le impennate del pianoforte, prima cantabili poi aspre, si stagliano da un basso continuo di berceuse. L’inferno necessario, come sempre, è nascosto da un improbabile paradiso. Resta la sensazione, nettissima che la mano destra porti l’improvvisazione sul tema a tali arditezze timbriche che supporrebbero la completa adesione al free jazz. Ma il basso della sinistra, l’ostinato basso da berceuse chopiniana, il ground – la regola del testo – continua ad esserci: non segue la mano destra, non si dissolve, è l’insistente richiamo al canone di partenza affinché, dopo le libere improvvisazioni, ci sia un “ritorno a casa”, come Ulisse a Itaca.

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Lennie Tristano, Bill Evans, John Taylor

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Fausto Ferraiuolo, in questo suo CD del 2007 Changing walking, costruisce le frasi musicali come ‘forme sospese’ in una tensione ritmica, armonica, timbrica: non sfoggia un campionario di ballad o di standars, ma espone le tappe di un viaggio interiore, narra la sua originale esperienza nella musica. In piena coerenza espressiva con il contrabbasso di Piero Leveratto, e la batteria di Alfred Kramer, Fausto Ferraiuolo, all’interno della forma classica del trio jazz, realizza la composizione, istintiva e mentale, del suo testo musicale. L’influenza di Bill Evans e di Lennie Tristano, il lungo apprendistato con il pianista Enrico Pierannunzi, conducono inevitabilmente il pianista napoletano verso un discorso interiore e ‘romantico’: Ferraiuolo privilegia la zona medio-bassa della tastiera, l’armonizzazione tonale-modale, costruendo cellule ritmiche che, in crescendo o in diminuendo, sviluppano temi nascosti, spesso misteriosi, con continui ma impercettibili slittamenti temporali. Scrive il clarinettista Jimmy Giuffre: «C’è una zona della musica in cui non esistono più categorie. Quest’area non è soltanto jazz né musica europea classica o qualsiasi altra cosa. È semplicemente musica».

In questa ‘zona’ i costanti passaggi da zone melodiche pacate a slanci ascendenti improvvisi delle frasi, la modulazione morbida delle dissonanze, l’improvvisazione mai fine a se stessa, la coerenza espressiva, la sapienza di allontanarsi dal tema e ritornarci, come accade nel viaggio della metafora, rendono il trio libero nella scelta di una sonorità intima e condivisa, dove il singolo assolo non ha mai funzione virtuosistica ma strutturale, portando l’ascoltatore a familiarizzare con i singoli temi (tutti di Ferraiuolo salvo tre eccezioni, Van Hausen, Shorter, Leveratto), da Step by step a Things of you, da Wanderung a 1000 miles voyage, da Changing walking a I’m afoot my mision, da If I could see you a Impro (improvvisazione comune di Ferraiuolo/Leveratto/Kramer), da Footpritns a Myriads, fino a Exodus.

Non soltanto perché è l’ultimo brano del CD che Exodus resta inciso nella memoria (è anche colonna sonora del film Guerra realizzato da Pippo Delbono a partire dallo spettacolo omonimo), ma per una sua suggestione da habanera e una particolare sapienza nel sospendere tonalità e timbro in un procedere fisico dei musicisti quasi all’unisono, che non conduce in un luogo definito ma lascia aperte prospettive di viaggi futuri. Ferraiuolo, lontano dai virtuosismi intellettuali e dalle ibridazioni sonore di un certo pianismo contemporaneo, segue con misura, senza enfasi e senza minimalismi, la vita stessa del tema (emozionanti le sue trascrizioni jazz di celebri canzoni napoletane come O’ sole mio e Anema e’ core). L’energia pulsante del suo pianoforte, che non ignora le cupe tonalità di Mike Melillo e la libertà espressiva di John Taylor, è al servizio di una rigorosa e ardente misura musicale che, nella tonalità ‘scura’ della tastiera, prediletta dai suoi maestri, trova la forma ideale. Con Changing walking Ferraiuolo compone un personale ‘diario intimo’ che, a partire dall’esperienza jazz, la trascende in sonorità ipnotiche, come in Exodus – sonorità timbricamente intriganti, mai risolutive, che annunciano futuri e originali lavori del compositore napoletano (Marco .Ercolani, 2007).

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INSONNIA. OMERO. Osip Ėmil’evič Mandel’štam

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Insonnia. Omero. Spesse vele.

Ho letto fino a metà il catalogo delle navi:

questa la lunga nidiata, questo il treno di gru

che un giorno si levò sull’Ellade,

Cuneo di gru in estranei confini,

schiuma divina sulle teste dei re,

dove navigate? Se non ci fosse Elena

che ve ne fareste di Troia, uomini achei?

Il mare, Omero. Ogni cosa è mossa dall’amore.

A chi devo dar retta? E Omero tace,

e il mare nero esulta e rumoreggia,

e con pesante rombo s’accosta al capezzale.

(1915)

traduzione di Serena Vitale

RINASCIMENTO. LA DANZA DELLE IDEE. Donato Di Poce

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Donato Di Poce scrive Rinascimento. La danza delle idee (I quaderni del Bardo, 2022) come un manuale di tutte le arti rinascimentali, qui elencate ed esemplificate. Ma la didascalica visibilità dell’opera, con tanto di glossario dei termini artistici, è solo la “maschera” di una intenzione più sottile. Donato, da poeta e artista, fa parlare la “danza delle idee” di cui il Rinascimento è portatore, non solo nel testo ma anche nella copertina. Scrive Di Poce: «Tra le più affascinanti interpretazioni moderne dell’Uomo Vitruviano voglio sottolineare quella di Mauro Rea che ha realizzato per la cover del mio libro RINASCIMENTO: La danza delle idee. Rea reinterpreta e attualizza il disegno di Leonardo in diversi modi e va oltre la semplice raffigurazione. Come prima cosa inserisce il disegno all’interno di un alfabeto neofuturista che danza intorno al disegno, poi inserisce accanto o dietro la figura maschile, quella femminile, il tutto su carta riciclata con al centro un codice a barre. Il tutto come chiara denuncia del mondo mercificato in cui l’uomo non è più al centro della riflessione umana e filosofica, ma la merce ad uso e consumo delle masse. Infine la figura antropomorfa metà uomo e metà donna suggerisce anche una nuova centralità di attenzione umana al complesso mondo moderno LGBT».

La “danza”, evocata dall’autore, è visibile in alcune parti del libro. Qui ne antologizzo tre: La Pietà Rondanini, i Taccuini di Leonardo da Vinci e il S. Sebastiano raffigurato da Andrea Mantegna.

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La Pietà Rondanini

La Pietà Rondanini, L’ultima delle Pietà michelangiolesche, è anche l’ultima opera a cui l’artista mise mano. Rimasta anch’essa incompleta, fu rielaborata da Michelangelo più volte, fino a giungere alla soluzione di unire il corpo di Cristo a quello della Vergine, scolpendolo nella parte di marmo inizialmente occupata dal solo corpo di Maria. Le due figure così lievemente abbozzate evocano una fusione che, prima dei corpi, è una fusione di anime. L’iniziale ricerca di perfezione anatomica è del tutto scomparsa, mentre la consistenza fisica delle figure ha lasciato il posto ad un’immagine spiritualizzata. Nessun altro artista al pari di Michelangelo ha saputo trasmettere il valore straordinario del non-finito, potendolo contrapporre al massimo grado di perfezione raggiunto in alcune opere da lui scolpite in gioventù, quali il Bacco, la Pietà vaticana o il David. Figure bloccate nel marmo come da una sorta di incantesimo, ma il cui respiro pare non essersi mai arrestato all’interno della materia. Un non-finito, naturalmente, che non vuol significare una momentanea o conclusiva interruzione, ma una scelta poetica e materica di contrasto tra il levigato e la materia grezza come espediente per far risaltare ancor più sia la valenza spirituale della materia che dell’agire scultoreo. Il non-finito-consapevole in arte, però, è una condizione assai diversa, interiore che esalta la tensione creativa e le capacità tecniche dell’artista che trae dalla materia grezza perle estetiche. Michelangelo, intuì immediatamente come la scultura, più di qualsiasi altra espressione artistica, abbia connaturata in sé la capacità di restituire visivamente una così intensa tensione emotiva, senza alterarne la forza poetica e drammatica. Infatti egli, che pure fu pittore, architetto e poeta, sempre si considerò essenzialmente scultore. Intendendo la scultura come l’arte del togliere, dello svelare, ciò che la materia già di per sé contiene. Iniziata nel 1552 Michelangelo vi lavorerà sino al 1564, quasi novantenne (era nato il 6 marzo 1475), sino agli ultimi giorni di vita. Colpisce l’intensità di questo dialogo ininterrotto con la morte, l’assoluto e la materia. La scultura venne trovata nel suo studio, dopo la sua morte, e dall’inventario risulta così descritta: «Statua principiata per un Cristo et un’altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite». A conclusione delle sue Vite, il Vasari scriverà di questa e di tutte le opere di Michelangelo, che la loro fama durerà fino a quando durerà il mondo, «mal grado della invidia et al dispetto della morte». 64 65 L’opera in levare di Michelangelo si percepisce a pieno confrontando il panneggi».

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I Taccuini d’artista di Leonardo Da Vinci

Leonardo da Vinci, tenne con sé fino alla   morte i suoi taccuini e nel momento del distacco li donò al suo allievo più caro Francesco Melzi, non immaginando la dispersione che le vicende storiche avrebbero fatto dei suoi 18 amati “libri”.

Nel suo testamento dice espressamente: “…per remunerazione de’ servitii ad epso gratia lui facti per il passato, tutti e ciascheduno dei libri che el dicto testatore ha de presente, et altri Instrumenti et Portracti circa l’arte sua et industria de Pictori”. Nel 1570 alla morte di Melzi, per mano del figlio inizia la dispersione in mano a vari privati dei taccuini di Leonardo e dopo varie vicissitudini 12 di questi taccuini giunsero alla Biblioteca Ambrosiana, dalla quale furono trasferiti a Parigi nel 1795 dove oggi sono custoditi all’Institut de France. Furono caratterizzati dalla denominazione da A a M. A parte il cosiddetto Codice Atlantico, tutti gli altri taccuini assunsero in seguito la denominazione di Codici seguita dal nome di proprietari dei taccuini (Codici Forster, Codice Leicester, Codice Arundel, Codice Hammer ora Gates, Codice Trivulziano, Codice di Madrid).

È quantomeno sorprendente constatare come l’opera di uno dei pochi geni che il mondo abbia avuto, venga denominata non con il nome di chi li ha creati, ma con quello dei suoi proprietari e collezionisti pubblici o privati. I “manoscritti” di Leonardo rimasero fino al 1891 una semplice curiosità per viaggiatori colti, fino a quella data in cui iniziò la pubblicazione e conseguente fama mondiale e popolare a Leonardo.

Come tutti sanno Leonardo annotava nei suoi taccuini le più multiformi intuizioni del suo genio che spaziava dall’osservazione della natura, agli studi di anatomia, dal ritratto ai progetti di volo o a disegni inerenti la costruzione di macchine volanti e strumenti di ogni genere. Ora l’annotazione che mi sento di fare riguarda non tanto i temi di Leonardo, quanto il metodo e lo stile e l’importanza che Leonardo ha dato ai suoi taccuini o se volete chiamarli quaderni o codici o appunti. La cosa importante è che i suoi scritti e disegni preparatori, i suoi progetti e sinopie li porta con sé tutta la vita. Intanto, l’insieme sul foglio di disegno e annotazioni scritte, dapprima casuali, poi, negli anni, sempre più ordinati, come abbozzi di trattati o libri specifici. Insomma, un’immagine, di un artista che aveva la necessità, di documentare il suo “journal intime” o come li chiamava lui i “moti dell’animo”.

In relazione al formato dei suoi “quaderni” rileviamo che quelli di piccole dimensioni tascabili 10×7 cm. o 14 x 10 cm. venivano usati per annotazioni veloci e varie, e quelli di formato più grande 20×14 cm. erano utilizzati da Leonardo per omogeneità di stesura e di contenuto (su tutti si veda il Codice sul volo degli uccelli) e il Codice Leicester (il più grande dei “taccuini” di Leonardo pervenutoci, circa 30 x 22 cm.) contenente testi organici sull’ottica, la geologia e l’idraulica)».

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S. Sebastiano

Certo sarebbe stato ovvio nel parlare di uno dei capolavori di Mantegna, parlare della sua Camera Picta a Mantova, o del polittico di S. Zeno a Verona poi disperso o del Cristo morto di Brera, (divenuto uno dei simboli dell’arte prospettica del Rinascimento), o dei suoi mitici Trionfi di Cesare, ma io preferisco parlare di S. Sebastiano, di cui sono giunte fino a noi 3 versioni del Mantegna rispettivamente del 1459(Vienna), del 1482 (Parigi), 1505 (Venezia). San Sebastiano (nato a Narbona, Francia nel 256 e morto a Roma nel 288 a soli 32 anni), è stato un militare romano, martire per aver sostenuto la fede cristiana; venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa Cristiana Ortodossa, è oggetto di un culto antico. E’ patrono di vigili urbani e polizia locale, arcieri, archibugieri, tappezzieri, fabbricanti di aghi e, in generale, delle tante categorie artigianali che hanno a che fare con frecce e attrezzi dotati di punte. È invocato nelle epidemie, insieme a San Rocco. È considerato patrono di molte città e oggi dà il nome a tre comuni in Italia: San Sebastiano al Vesuvio (Napoli), San Sebastiano da Po (Torino) e San Sebastiano Curone (Alessandria). All’estero è molto venerato in Spagna, in Francia, in Germania e in Ungheria. Fu condannato a morte da Diocleziano per la sua fede cristiana, era un ufficiale romano che aiutava di nascosto i cristiani perseguitati. Anche nel Rinascimento e oltre era molto amato e venerato e moltissimi artisti illustri lo hanno dipinto (Foppa, Antonello da Messina, Perugino, Signorelli, Pollaiolo, Leonardo, Raffaello, Botticelli, Crivelli ed altri), ma tra tutti quello che più di ogni altro ne ha glorificato l’essenza umana e il dramma del dolore e il suo martirio è stato Andrea Mantegna (1431–1506). Se il disegno di Leonardo ci consegna una figura tormentata, legata a un tronco d’albero, Perugino ci consegna una figura sola e senza frecce, molto giovanile e delicato; il suo sguardo, rivolto languidamente al cielo, non denuncia sofferenza fisica. Giovane e rassegnato in mutande, con eleganti figure sullo sfondo e due aperture prospettiche quello di Antonello da Messina. Raffaello ci dà una versione ancora più elegante e intellettualistica, con vesti decorate e un’espressione che interroga e tiene in mano una freccia quasi come fosse una sfida, le tre versioni di Mantegna ci dicono ben altro. Tutte e tre le versioni, ci fanno vedere il Santo trafitto da una moltitudine di frecce, in tutte le versioni un elegante e sinuoso panneggio bianco, avvolge le parti intime del Santo come se l’artista volesse dare un’ultima carezza al martire. Infine nelle versioni di Vienna e Parigi Mantegna gioca sulla prospettiva e la presenza di rovine ed elementi architettonici antichi, (vera novità e ossessione stilistica oltre alla prospettiva di Mantegna) mentre nell’ultima versione (Venezia) la prospettiva e gli elementi decorativi architettonici sono assenti. Tutte le versioni colpiscono per l’imponenza fisica. L’anatomia del Santo è il pretesto per rappresentare un nudo artistico di ispirazione classica. Nella versione di Parigi, compaiono in primo piano due arcieri ritratti in maniera grottesca, iperrealistica (si vedono persino i peli della barba). Nel dettaglio delle rovine notiamo un piede, resto di un’antica scultura romana di cui Mantegna era collezionista. Da notare a mio avviso come i muscoli pettorali e addominali ricordano quello del Cristo morto di Brera, e come l’imponenza scultorea della figura di nudo classico è sempre più evidente tra la prima versione e l’ultima. Evidenti anche le analogie tra la flagellazione del Santo e le crocefissioni o deposizioni di Cristo che mettono in evidenza la correlazione delle sofferenze tra Cristo e l’Uomo, sempre al centro delle riflessioni filosofiche dell’Umanesimo e degli Artisti Rinascimentali. Un’ultima annotazione prima di lasciarci: nelle prime due versioni Il Santo è fermo, immobile, poggia i piedi a terra su una lastra di marmo o di rovine antiche, mentre nell’ultima versione, mette il piede fuori dalla cornice, i panneggi svolazzano e danno l’idea del movimento, il martire sembra essersi liberato dalle sofferenze e scendere a terra, venirci incontro e iniziare un nuovo cammino verso un nuovo paradiso divino. Mantegna nei suoi lavori, sembra mettere insieme il senso della pietà di Giovanni Bellini, la forza classica dei nudi michelangioleschi, la dinamicità di Paolo Uccello e il suo amore per le antiche rovine e sculture romane e l’archeologia classica»

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In conclusione il libro di Di Poce, al di là di mostrarsi come utile compendio delle vite e delle opere dei geni del Rinascimento italiano, ritrova con leggerezza quelle intuizioni estetiche che hanno tracciato un segno originale e perturbante nella storia mai conclusa della bellezza dell’atto artistico, dall’Uomo Vitruviano alla Città ideale, influenzando in modo determinante l’arte contemporanea.

CUSTODI. Alba Pulimanti

A Pao, amico indimenticabile.

Irvine Welsh, in qualche modo, ti conosce.

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Prologo

Una storia, immaginariamente connessa alla tua storia. Ogni riferimento resta casuale, così come casuale è la vicenda, per chi resta.

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Dieci

La prima volta che vidi quell’auto passavo casualmente accanto a quel luogo. Era il luogo dove avevo trascorso alcuni anni della mia vita, anni significativi, perché avevano segnato il passaggio dall’adolescenza squattrinata a qualcos’altro.

Vidi l’auto e pensai. Anche io, un tempo, ho avuto un’auto come quella, proprio dello stesso colore. È strano che ne circolino ancora. Pensavo non ne producessero più. Non feci caso, quella prima volta, alla targa, né a chi fosse il conducente.

La seconda volta ci andai di proposito, perché non ero convinto di ciò che avevo visto. Osservai i numeri e le lettere. La targa di quella Peugeot 205 rossa era proprio la mia.

E allora lo aspettai. E allora lo vidi. Un angelo, davvero, lo era sempre stato. Con i riccioli biondi e fluenti, secondo la moda di quegli anni, come le rock stars. Lo vidi mentre specchiava il suo volto adolescente nel retrovisore, alla ricerca di un’imperfezione che non c’era, ma che lui voleva trovare. L’imperfezione avrebbe forse potuto giustificare perché non si sentiva amato. Anzi, avrebbe giustificato quella disapprovazione e quel rifiuto che non sapeva compensare, perché mai sarebbe riuscito a diventare ciò che gli si chiedeva di essere. Ecco: un angelo sublime e imperfetto. Sapevo che dovevo seguirlo.

Nove

Eccoli lì, tutti in fila, chiassosamente marcianti in piena notte tra la stazione ferroviaria e la spiaggia. Tutti con il loro “saccappelo” per dormire sulla battigia, che le forze dell’ordine non sono ancora state addestrate a reprimere tali manifestazioni di libertà e ancora si può fare. Ehi! Magari all’alba irromperanno sulla spiaggia e ti chiederanno un documento di identità, ma che te ne può fregare?Andrai alla stazione del carabinieri ironizzando sul rigore delle divise e delle facce e riavrai la carta e una diffida perché, in fondo, sei ancora appena maggiorenne. Ci andrai con tutti gli altri, e siete tanti. Il concerto è stato importante e bello, una vera festa, un bagno di folla colorata; e adesso mi sembra che ti riesca difficile smettere di festeggiare. E arriva qualcuno, e caccia fuori quelle minuscole pillole, colorate anch’esse: si chiamano “orange” e vanno via a soli trenta sacchi. Ragazzi, state comprando LSD e non sono ancora arrivati i tempi delle droghe farlocche che spacciano per allucinogena un po’ di amfetamina. Questo è LSD vero: quello che ti tiene inchiodato al terreno mentre la tua mente si stacca e tu vedi tutto dall’alto. Quello che, se ti prende male, diventa pericoloso e autolesivo, che conviene sempre fare in compagnia, in un luogo isolato e distante da stimoli sensoriali violenti.

Perché lo fai? In molti vanno ripetendo che l’acido brucia il cervello e soltanto tra diversi anni si farà strada una teoria più convincente secondo la quale l’acido slatentizza i mali già presenti nella testa. Ma sembra che non te ne importi, anche perché vai ripetendo a te stesso che con questo spalancherai nuovi orizzonti alla tua consapevolezza… lo dice anche Morrison. Dunque è per questo? Vuoi capire? Cosa vuoi capire? cosa ti sta sfuggendo e ti appare oscuro? Ma l’”orange” sta già salendo e la tua mente esplode in un fuoco di sensazioni e i tuoi occhi vedono quello che per “loro” non c’è. Stai attento, ti prego! E non lo dico per moralismo.

Otto

Ti è piaciuto tanto, vero? Ti è piaciuto talmente che stamattina ci hai riprovato ed è passata soltanto una settimana. A scuola, nel tuo ultimo banco, al riparo da sguardi indiscreti, non hai fatto altro, per tutti questi giorni che ripensarci ed escogitare un modo per averne ancora. Eppure l’LSD non da assuefazione… Ma il tuo desiderio di essere altrove non ha nulla a che fare con l’assuefazione. E, finalmente, è domenica. Questa volta non ti sei limitato ad inghiottirne uno, ma ne hai ingurgitato subito un altro e poi ancora, fino a perdere un conto che la testa non riusciva già più a tenere. Oggi hai trovato un solo complice, un solo amico. Gli altri ti hanno mollato e sembravano quasi vergognarsi di te. Ma non è forse anche questa la tua soddisfazione? Stupire, scandalizzare, essere tutto quello che la tua buona educazione non vorrebbe. Così adesso sei lì, seduto sulla piazzetta del paese, in terra, che addenti un cespo di insalata senza averlo sfogliato né lavato. Ululante a una luna ormai nascosta dalla luce del giorno. Con la chitarra silenziosa a tracolla. I vecchi passano e commentano in dialetto: non si dovrebbe bere vino già di prima mattina.

Non credi di avere esagerato? Se per un attimo te lo chiedi ti ascolto risponderti che lo fai perché sei folle e che vuoi essere folle, perché la follia è la tua unica libertà.

Sette

Non hai voglia di tornare a casa. Come si fa a chiamare casa quel villino lussuoso nei quartieri bene della città? Là dentro troverai tua madre, un’immensa ipocrita a tuo dire, non foss’altro perché non si è mai capito cosa per lei sia davvero importante. Indulgente o severa secondo le lune o forse soltanto secondo una valutata convenienza. Poi c’è tuo padre, imponente nella sua divisa tutta piena di mostrine. Proprio lui, quello che ti guardava già nella culla, figlio finalmente maschio, impaziente di consegnarti la sua divisa e le sue medaglie. Ma aveva fatto i conti senza l’oste, che nel frattempo c’erano stati gli anni ‘60, le rivoluzioni e i figli dei fiori. Quelli che, come te, stavano ben distanti dalle divise, che guardavano con orrore la guerra nel Vietnam e che inorridivano pure di fronte a certe manifestazioni di orgoglio. Certo che per lui sei una bella delusione, ma talmente inaccettabile da non riuscire ad ammetterla. Confida nella possibilità di riuscire a raddrizzarti. Lo ha fatto con gente più tosta di te e non esita a ripeteterlo. Quasi sempre hai fatto finta di non sentirlo, rifugiandoti sulla spiaggia a farti le canne e quattro risate. E poi c’è tua sorella, la primogenita e la prima del suo prestigioso corso di laurea. Lei non ti considera un interlocutore; si limita a passarti accanto e a vincere il confronto.

Ma ti ho già visto troppe volte osservarti con cura maniacale, osservare il tuo corpo che palesemente non riconosci come un piccolo capolavoro di bellezza e armonia. Ti ho visto guardarti e mi è sembrato che stessi cercando un difetto, qualcosa che giustificasse, appunto, la tua diversità.

Sei

È il concerto più importante dell’anno, e valeva le due ore di strada. Mentre molta gente si prepara alla finale dei mondiali di calcio. I Rolling hanno accettato di anticipare al pomeriggio la loro performance. D’altra parte Jagger, dal palco, ha pronosticato con esattezza il risultato finale (forse anche lui parla con uno come me) e l’Italia, appunto, vincerà. Nel pomeriggio torrido di luglio sul prato dello stadio c’è un caldo infernale. Gli idranti dissuasori sono stati riciclati per annaffiare il pubblico e limitare i compiti delle ambulanze. Sei lì, insieme a tutti, danzando. Prima o poi arriverà anche “I can’t get no satisfaction” e sarà un’apoteosi. Ma, quasi improvvisamente, compare lei: lunghi capelli lisci, lievemente ramati di hennè, occhi grandi camuffati da occhi orientali su un viso pallido e dissonante alla stagione. La sua schiena è quasi impercettibilmente ricurva. Ti si avvicina con una siringa da insulina tra le mani e, semplicemente, ti chiede se le puoi conficcare l’ago in una vena. Ti giuro, vorrei prenderla per un braccio e scaraventarla lontano da te, ma le forze a mia disposizione non me lo consentono. La guardi stupito e, altrettanto semplicemente, le chiedi perché. Lei ti spiega che non è capace di farlo da sola, ma che deve farlo. Sai bene che potresti avere lei e forse anche metà della roba contenuta dalla siringa, ma c’è la musica e la festa e riesci a negarti. Per la prima volta ho percepito la tua paura, ma una piccola paura, flebile e indefinita.

Cinque

Accovacciato in un vicolo del centro storico, con i ratti mai debellati che scorrazzano intorno. La tua amica cerca di sollevarti, passava di lì per caso, abita poco distante, ti invita per un thè. È chiaro che non ti lascerà. Perché, perché, perché l’eroina? Che bisogno c’era? Tra frasi sconnesse ti confidi. Hai sempre temuto di risultare indesiderabile e con la roba si scopa da dio! Ma come? Tu sei così bello…tu sei…così. Ma poi, sotto sotto, viene fuori. Gli oppiacei sono l’anestesia perfetta. Lo stantuffo scende e tutti i mali scompaiono. Poco importa se durerà un attimo e se domani sarai costretto ad andare di nuovo in sbattimento per la prossima dose. Non farlo, ti prego! Sai meglio di me che è un vicolo cieco. Lo dice lei e io spero di riuscire a farle eco.

Quattro

La spiaggia e gli scogli sono quelli di sempre, quelli lontani da casa. La stagione non è quella perfetta per i bagnanti. Stai vagando in solitudine, con un cencio arancione sulle spalle. I tuoi boccoli biondi sono scomparsi e il tuo cranio rasato ti rende insolito. So che stai sperando che funzioni… in fondo ha funzionato anche per Roberto Baggio. La tua litania è sommessa. Non capisco da dove vieni né dove pensi di andare. Ti hanno visto in molti, ma nessuno ha scelto di farsi i fatti tuoi. Da queste parti di gente strana ne gira parecchia.

Tre

Non farlo, non farlo! Ti ho letto nei pensieri. Sì, è vero, la colpa è loro, il rifiuto è loro, se stai male è perché ci sono loro, loro sono delle vere merde. Ma non farlo, sei troppo incazzato. E poi, se ci pensi un attimo lo capisci, questo finirebbe con dar loro ragione. Fermati, dove vai? Non si torna a casa così.

Ma forse, e forse non lo sai, è proprio per arrenderti, proprio per riconoscere le loro ragioni, proprio per spiegarli e per renderli accettabili. Forse è per fare un dono che stai entrando nel giardino lussuoso a scovare l’attrezzo più tagliente. Forse è per dire che in fondo hanno ragione quando entri in cucina e trovi mamma e sorellina e infierisci sulle loro pance con la lama del falcetto fino a quando il sangue cola e allaga il pavimento. Ma l’emozione ti rende maldestro e qualcuno arriva, attirato dalle grida, per fermarti e per chiamare quell’ambulanza che porterà via anche te. “Incapace di intendere“ è un’etichetta e un sigillo. Te ne vai lontano, questa volta scortato, in un luogo dove ci sono molte altre persone che hanno fatto male perché sentivano troppo male. Tuo padre non riuscirà a far di meglio che finanziare un’associazione per il supporto a familiari di pazienti psichiatrici e diventarne presidente. La vocazione al comando non è acqua!

Due

All’ospedale psichiatrico giudiziario con quelli giovani come te a volte fanno miracoli. È passato qualche anno, i tuoi riccioli biondi sono di nuovo cresciuti e ti toccano ancora le spalle. Neppure i farmaci sono riusciti a deformarti e tu sei figo come sempre, ma come sempre non lo sai. Hai imparato il mestiere di barman, hai parlato con parecchia gente e hanno detto che eri pronto a tornare nella tua città: un paziente modello. L’assistente sociale ti ha proposto un piccolo appartamento da condividere con un “amico” e un lavoretto che non ti procurerà grandi fatiche, che ormai puoi dirti appartenente ad una categoria protetta. Oggi c’è una festa prenatalizia al centro di salute mentale. C’è un po’ di gente: operatori, pazienti, simpatizzanti e parenti. Ti vedo salire sul palcoscenico improvvisato. La chitarra è sempre la stessa e, se non fosse per la lieve disartrìa procurata dagli psicofarmaci, la tua voce sarebbe ancora cristallina come un tempo. Certo che la tua scelta è ardimentosa. Ma, dimmi la verità, li stai mica prendendo per il culo? Se mi guardo intorno diventa difficile crederlo che qui è tutta, più o meno, brava gente. E finalmente parte il ritornello, e la tua voce rimbomba drammaticamente sotto le volte affrescate: “The answer, my friend, is blowing in the wind. The answer is blowing in the wind”.

Uno

Il tuo socio, come lo chiami tu, è uscito da un’ora per andare a lavorare. Tu no. Hai telefonato per dire che non stavi troppo bene e sei rimasto a casa. Certo, così facendo, hai rischiato una visita domiciliare da parte di un qualche operatore e, se ti conosco, magari lo hai pure calcolato. Magari la telefonata era l’unico proiettile mancante della tua disperata roulette russa. Troppo scarse, comunque, le probabilità. Ma hai pensato al tuo coinquilino e a quando ti ritroverà? Te ne sei fregato o credi che il suo orrore non potrà essere troppo diverso dagli orrori che ha vissuto tante volte? Così adesso sei lì, con i piedi staccati dal pavimento, e penzoli come le palline sull’albero di Natale e come sulle palline un raggio di luce si riflette sui tuoi capelli. Adesso mi puoi guardare. Tra qualche secondo smetterai di respirare e tra qualche altro il tuo cuore si fermerà. “Mi riconosci?” “Chi sei?” “Non lo vedi?” “Ma… mi somigli molto!” “Sì. Proprio due gocce d’acqua.” “Sei il mio custode?” “Beh, qualcuno mi chiama così.” “Però non mi hai mai fermato!” “Non potevo, e lo sai bene. Ci sono storie dalle quali discendono inevitabilmente altre storie e nessun angelo le può cambiare. Adesso ce ne andremo insieme e forse suoneremo ancora, fregandocene di tutto e di tutti, proprio come le rock star”.

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Mike Jagger, Marc Chagall

14 GRAFFI. Matteo Rovere

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Incipit

Prendete una vita. Un’esistenza. Partite di lì. Che sia capitata per davvero o meno fa poca differenza. Partite da lì, dai colori che ha sfiorato, dagli odori, dai profumi e dalla puzza che ha respirato. Da tutto ciò che ha buttato giù. Partite da lì, e da tutte le sfumature che le sono passate accanto, mentre spingeva per venire fuori. Mica per arrivare a un punto. Quello sarebbe troppo. Prendete una vita, un quarto d’esistenza, e chiedetevi se basterà…

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Due

…Senza che nessuno se ne accorga, in fondo, nasciamo noi. Nasciamo e moriamo. Ogni notte. Dando per scontato che non siamo i primi e non saremo gli ultimi. Ecco che la nostra banalità, finemente, si tramuta in specialità apparente. È un’operazione geniale trasmessaci dentro dalla noia e dai rumori, dai film di nicchia che guardiamo, nell’ansia spasmodica di ricavarne gesti, suoni, filosofie di vita. Siamo la generazione di mezzo della storia. Assetata di maschere e di profili fuori dal coro. E niente ci spaventa più della normalità.

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23 marzo 2023

…Per vivere davvero bisogna perdersi. Bisogna farlo per ritrovarsi Mentre ti perdi, però la vita si diverte a fare la stronza, impiastricciandoti la faccia con la bellezza, il dolore, la responsabilità e il profumo dei giochi d’azzardo dell’intestino. Nel mezzo te ne scegli una, di vita, in mezzo a mille vite possibili. Vita vera: progetti, strutture, passioni, passatempi, canti del cuore, libri del cuore, posti in cui ti senti a casa, amicizie, conoscenze, tragitti sicuri e impervi, lavoro, sudore, colpi di testa, periodi di quiete, intervalli E proprio lì’, nel mezzo, le vite che non hai scelto ti bussano al petto, ogni tanto, per l’esigenza di venire fuori…

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Scrive Massimo Morasso: «Matteo Rovere è un narratore lampeggiante. Dal romanzesco-melassa che tedia fin nei presupposti, dando espressione a personaggi più o meno dignitosamente “a tutto tondo”, o a forme solite dove tutto quadra così tanto da generare reazioni-sbadiglio e/o progetti di fuga fuori pagina, Rovere sa tenersi alla larga con buon istinto poetico. Alla consecutio dei tempi e dei fatti che fanno una storia (nello specifico: quella di un tal Karl Muller, che alla fin fine, dopo mille traversie, esce di scena, vecchio, nel 2023, dicendo a un bambino che a salvarlo è stato… un tatuaggio) preferisce il ritmo sincopato di una soggettiva d’autore. Costruisce, con sapienza d’intreccio, un’indagine esistenziale che si fa notare in forza di un calibrato estrosismo linguistico in urto con lo status quo del parlottio “da un tanto al chilo” degli scrittori best seller. Con questo suo primo romanzo breve o racconto lungo che sia, Matteo ha scritto un librino scomodo, imperfetto e apparentemente disordinato, ma pieno di sensibilità, intuizioni e artifici efficaci».

Cosa aggiungere a queste riflessioni? Che Matteo è uno scrittore a lampi, a “graffi”, consapevole, come il protagonista del suo libro. Karl Muller, di un continuo peregrinare fra riflessioni, scene, dialoghi, invettive, che evocano un romanzo di formazione; ma è un romanzo volutamente spezzato, che non forma e non informa, e si presenta come un puzzle composito, che il lettore potrà divertirsi a riordinare, in modo sempre aleatorio. Ma la frase di Matteo, in qualunque punto del libro, è limpida, rigorosa, mai espressionista, e si offre come puntuale anamnesi del suo pensiero e della sua fantasia. “Perché la gente, nella vita, si perde per ritrovarsi. Punto”. Potremmo dire che, in ogni punto del suo essere libro, il libro “parla” al lettore con voci diverse. Ecco un esempio: «In effetti fu strano il gioco a cui giocò Karl Muller, dentro un mattino annebbiato dai rimorsi. Un mattino che non gli suggerì nulla, proprio nulla, s non l’elementare annegare di sette lettere pronunciate con gli occhi distanti. Quegli occhi che sembravano appartenere alla scenografia, anziché al soggetto. Pupille che tremano da ovest a est in cerca di niente, nell’ansia di svuotarsi e vomitare zavorre di pulsioni e cattiverie. C’era il mondo dentro gli occhi dell’uomo, c’era il mondo nella sua durezza, e voracità, e quasi distrazione». (M.E.) Come afferma lo scrittore a inizio libro: «14 graffi non nasce dall’esigenza di scrivere un libro ma dalla necessità di dire qualcosa… Che fine farà il protagonista? Lo scoprirete, per carità, ma in fondo chissenefrega. Quel che ho cercato di fare è portare chi legge a chiedersi, piuttosto: Cosa ha voluto dirmi?». Di questo “che cosa” Matteo Rovere è responsabile e orgoglioso, e chiude il libro con una domanda misteriosa ma pertinente, nella trama del testo: «E se ti dicessi che a salvarmi, alla fine, è stato un tatuaggio?» La scrittura tatua sempre il suo stile nelle parole.

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Matteo Rovere nasce a Genova il 3 febbraio 1986. Giornalista e pubblicista, nel 2012 pubblica Tiksi e altre strade, racconto breve unito a una raccolta poetica. Dal 2014 collabora per il Festival internazionale di Poesia di Genova. Il romanzo 14 graffi è pubblicato in Bookabook, 2022.

Paul Delvaux

LA SPERANZA NELL’”ALTRO”. Daniela Bisagno

13 dicembre 2022

Caro Marco,

no, non ho ancora (colpevolmente) letto i tuoi libri, come avrei dovuto, e me ne scuso. Mi riprometto di farlo fra poco, magari nel vuoto pneumatico delle giornate natalizie, quando avrò la necessaria misura di calma e la mia mente sarà sintonizzata sulle giuste frequenze. Ci sono libri che non si possono (e non si debbono) leggere subito, anche se magari la loro musica è tentante e ci invita a un ascolto, il quale tuttavia sarebbe imperfetto se non fosse del tutto libero come deve, specie quando vorrebbe essere preludio alla scrittura.

Si ascolta veramente solo per scrivere. Ogni ascolto, ma vorrei dire ogni forma di percezione, ha senso, per me, solo se, prima o poi, riesce a rompere i sigilli che bloccano le porte della scrittura, che è sempre prigioniera, sempre da liberare. Poco fa accennavo alla musica, non casualmente, come forse avrai capito, visto che di musica – anzi, della musica – si parla nel tuo saggio pubblicato su Doppio Zero (Suonare nei Lager | Marco Ercolani (doppiozero.com) Si parla della musica – dicevo –, che è il linguaggio dell’uomo interiore, come direbbe Agostino, o dell’anima, e che come l’anima appunto è, a differenza di tutte le altre forme della creatività artistica umana, letteratura e poesia incluse, la più invisibile di tutte – quella che si affida all’aria e in essa sembra dissolversi senza lasciare tracce. Eppure, tu dici citando le parole di Francesco Lotoro, autore del libro su cui rifletti, questa è invece “l’arte più solida” in grado di resistere, meglio della altre, alla morte.

Si tratta di una frase incisiva e paradossale, o forse incisiva per la sua paradossalità, che, in virtù del suo potenziale eversivo, non sarebbe potuta sfuggire ai tuoi sensori, sempre pronti a captare le onde sonore trasmesse dal perturbante, in qualsiasi forma artistica decida di declinarsi, in qualunque linguaggio voglia esprimersi… Un lettore che fosse dotato di una discreta recettività, che avesse in dote cioè una disponibilità a sorprendersi almeno pari alla tua abilità nel produrre o nell’individuare sorprese e mirabilia ovunque si presentino, non potrebbe sottrarsi al fascino inquietante di questo assunto, che lo spinge a domandarsi come possa la musica, l’arte più invisibile di tutte, essere dotata di “solidità”, che è notoriamente un attributo di tutto quanto è materiale e rientra perciò sotto la giurisdizione del Visibile, e di una solidità tale, da farsi argine inattaccabile, scudo adamantino, contro la morte.

La risposta è contenuta nelle righe successive: la solidità e dunque la forza oppositiva (alla morte) della musica è direttamente proporzionale alla sua immaterialità (e invisibilità). Se infatti tutto ciò che è materiale – come i quadri, i libri – può essere oggetto di distruzione, allora la musica, in quanto appartiene all’invisibile, fatta d’aria come il fiato, la psyché, sprovvista perciò di quei requisiti che la rendono candidata a ogni sorta di aggressioni esterne, sia da parte dell’uomo, sia da parte della natura, appare, di conseguenza, indistruttibile, quasi… “in odore” di “immortalità”. Ma questa è una motivazione sin troppo facile e scontata, che colma solo in parte il vuoto aperto dalla domanda. In realtà, se vogliamo restare fedeli al “meraviglioso”, che è la regola aurea a cui la tua scrittura poetica e metapoetica obbedisce, dobbiamo spingerci ben oltre la crosta superficiale di questa risposta, alla ricerca delle sue diramazioni sotterranee più profonde, addentrandoci in quello stesso “segreto” – l’uomo interiore appunto – in cui la musica veniva clandestinamente custodita dai detenuti nei Lager nazisti (e non solo). «La musica che un musicista conserva nella sua mente e che non ha ancora concretizzato in spartito è indistruttibile finché lui vive»: solo in quanto il suo spazio e il suo tempo sono lo spazio e il tempo del “segreto”, essa ha speranza di attingere a quell’ indistruttibilità, che è prodigiosa, seppure provvisoria, essendo legata alla durata dell’esistenza dell’uomo, e salvifica.

Ho anche pensato che forse il progetto di Lotoro – «raccogliere la musica sopravvissuta alle deportazioni e ai campi di sterminio» – abbia attratto la tua attenzione nella misura in cui l’atto di “conservare” «quanto non deve andare perduto», equivaleva a un “custodire”, e l’immagine, così dimessa, senz’aura, dell’archivio, adombrava l’archetipo, ricco di risonanze religiose, dell’ “arca”: non un semplice contenitore (un archivio, appunto), ma un grembo che custodisce, senza tradire il “custodito”. Solo se in grado di mantenere integra l’incompiutezza, la frammentarietà dei documenti musicali, la loro natura di resti o reliquie dell’Altro (non per nulla, l’esecuzione perfetta dell’opera, la sua uscita trionfale dallo statuto umbratile, di frammento, quasi un noumeno che sogna, suggella in realtà la fine dell’opera stessa, nonché il suo tradimento, come osservi tu nell’Arte della distanza) questa raccolta-grembo possiede carattere salvifico: è, a tutti gli effetti, un canto capace di adempiere – e di adempiervi in modo perfetto – al compito festivo indicato dal titolo: salvare il mondo.

«Il libro di Lotoro è un tentativo illuminista di dare ordine alla catastrofe, riattribuendo a certe opere perdute i nomi dei loro autori ritrovati, come in un mai terminato atto di giustizia postuma che decreti la fine del “lutto millenario” dei deportati dei campi di prigionia, vittime di un détour tragico dal loro futuro di uomini», scrivi tu, poco dopo aver evocato, nelle righe precedenti, lo spettro della catastrofe e dell’apocalissi – quella fine del Tempo annunciata dall’Angelo nel Quartetto per la fine del mondo di Olivier Messiaen di cui aveva già scritto in Le forme dell’aria. Un altro canto, un sinolo di dissonanze perfette, dove la fine (del tempo, del mondo) è paradossalmente (ma il paradosso è, come si sa, la cifra enigmatica, argentata, della tua riflessione e della tua scrittura) il frutto meraviglioso concepito nel seme di una spem. Quella Spem in alium di Thomas Tallis, la cui «incredibile lunghissima nota articolata da quaranta voci potenti, delicate, dolenti, sovrane», nell’immaginazione (e nella speranza) del Messiaen prigioniero nel Lager nazista, ma libero nel sogno e nel “segreto” della sua stanza musicale, avrebbe potuto dissolvere «baracche, nebbie, paludi, carnefici, reticolati, con un incantesimo smisurato e abbacinante» (Le forme dell’aria, p. 39).

Ecco, ti mando queste poche parole, incomparabilmente più tenui di quel «tenue graffio nel legno» impresso dalle «fioche note di prigioniero» di Olivier Messiaen, per ringraziarti e porgere, nel segno di questa Spem, a te e a Lucetta i miei auguri per le imminenti feste natalizie. Con un abbraccio,

Daniela

LIBERTA’. Per Modest Mussorgskij e Nikolay Rimskij-Kòrsakov

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Marco Locci

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Fu quando Modest Mussorgskij compì trent’anni che si presentò alla sua porta un uomo elegante e gentile, dalla barba appuntita e dalla redingote impeccabile, il cui nome era Nikolay Rimskij-Kòrsakov. Si complimentò per quanto aveva udito della sua musica, gli disse che era un genio e gli propose, se lo voleva, di revisionare la sua opera. Mussorgskij ammutolì di gioia. Un musicista come Rimskij-Korsakòv, acclamato in tutta la Russia, che con dedizione e sollecitudine decideva di aiutarlo! Modest accettò e le irte dissonanze del Boris Godunov divennero un’opera udibile. Il successo fu magnifico, assoluto. Non poteva che ringraziare quel gentiluomo straordinario e quel musicista perfetto. Da allora Rimskij-Kòrsakov non mancò mai all’appuntamento. Ogni volta che Modest si affannava a finire, a concludere, a cercare una forma che gli sfuggiva, Nikolaj arrivava, puntuale e implacabile, prelevava il manoscritto e faceva luce in quei segni aspri e selvaggi, da analfabeta della musica. Sfumava, smussava, orchestrava. E il pubblico applaudiva quel binomio inscindibile. A Mussorgskij sembrò che tutto fosse stato decretato in quel modo e per sempre da qualche fatalità del destino. Nikolaj era il buon padre che ripuliva e riordinava, che dava un senso al caos incontrollabile in cui lo affondava la musica.

Una volta, completamente ubriaco, Modest si addormentò e fece un sogno: dei vecchi gridavano e lasciavano cadere il giornale, delle madri fuggivano con i bambini in braccio: al centro del parco, fra i faggi arrossati dal tramonto, nereggiava una grande nave a forma di arpa, con le corde sporgenti dalle murate, le vele flosce, il timone assente. L’arpa-nave mandava un suono lungo e grave, di legno scricchiolante. Almeno trenta marinai ciondolavano dalla chiglia, le teste protese in basso, i corpi fradici d’acqua. Modest si avvicinò, salì la scala di corda e cautamente entrò nell’arpa. Al suo passo, tutte le corde vibrarono insieme. Chiuso nel gigantesco strumento, tastò il legno e trovò timbri che non aveva ancora inventato; oboi che ricordavano sibili di vele, violoncelli che gemevano come un relitto pieno di falle, violini che imitavano i fischi del vento fra le sartie. Mussorgskij trascriveva tutti i suoni nella sua mente. Era come essere dentro un otre carico di venti e di voci. Poi qualcuno, di soppiatto, salì nella nave. Era un uomo elegante, vestito con una marsina nera, la barba affilata e l’occhio diabolico. L’uomo aveva una bacchetta di legno stretta nella mano destra; si mosse fra i suoni assordanti con un riso silenzioso, sollevò il braccio, puntò la bacchetta e cominciò a dirigere tutti i rumori, trasformandoli in suoni sinfonici. Di colpo la musica divenne lussuosa e precisa. Apparvero i cancelli, le colonne di marmo del teatro Bolshoi, e dall’orchestra buia nacquero i primi suoni dell’arpa: era il finale della Khovancina. Modest, chiuso in un frac troppo stretto, sudato e cupo, i capelli arruffati e l’occhio basso, ascoltava in silenzio le note che risuonavano: quelle stesse note che, come lingue di fuoco, la sua anima non riusciva a controllare, erano tutte lì, udibili e nitide, spalancate nel palcoscenico.

Mussorgskij si svegliò inorridito. Stava finendo di comporre i Lieder della morte ed era affannato. Rimskij-Kòrsakov, nel pieno della notte, si presentò alla sua porta nella veste consueta del correttore. Fumava un sigaro delizioso. “Hai della nuova musica, Modest?”. La sua voce era acuta, spiritosa; dalla pelle, lavata con qualche sapone francese, aleggiava un profumo femminile. Poche ore prima aveva ascoltato le Nozze di Figaro e bevuto alcuni bicchieri di champagne in un albergo di Mosca; forse aveva dormito meno di un’ora ma appariva fresco e riposato. Modest ricordò all’improvviso di essere un tetro mugiko, perennemente ubriaco, di non aver mai amato nessuna donna, di aver pensato una musica inconcepibile e straordinaria, distrutta per sempre da quel lussuoso revisore; allora, molto lentamente, i manoscritti dei lieder stretti al petto, si voltò e ficcò la lama del tagliacarte nel cuore di Nikolaj Rimskij-Kòrsakov, il celebre autore di Shéhérazade, il celebre orchestratore del Boris Godunòv, che morì senza un grido. Soddisfatto di quel brutale atto di libertà, Mussorgskij, inasprì il suo ultimo lied fino a non renderlo cantabile. (M.E.)

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