Rosalia, la bambina imbalsamata delle catacombe di Palermo
Sulle sue labbra mormorano le ultime parole
della nenia che amava.
Un nastro giallo le acconcia i capelli
e le ciocche cadenti non hanno ancora
dissolto l’impronta
del bacio
quando le ha sfiorato la fronte la bocca di Dio.
Nel 1920. A due anni.
La vita si fermò. Imbalsamata in lei.
Qualcuno chiese: alla fine del Tempo
ci sarà ancora, forse, un quarto d’ora?
(Traduzione in italiano di Sara Kaminski)
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Ronny Someck(Israele, 1951) è autore di quindici libri di poesia ed è tradotto in 44 lingue. In italiano: Il Rosso catalogo della Parola Tramonto, con Fausta Squatriti, e Il Bambino Balbuziente (Mesogea, 2008).
Questo ultimo libro di Antonio Alleva (Cronache di fine occidente. La collina del Dingh, con note di Lorenzo Gattoni e Marco Munaro, Puntoacapo 2023), ha un doppio titolo perché è composto proprio da due libri distinti. Nel primo, fra minacce di distruzione sociale (la pandemia da Covid) e militare (la guerra recente russo-ucraina) prende forma l’apologo poetico di un tramonto violento della civiltà occidentale. Scrive Lorenzo Gattoni: «Nei versi di questa raccolta, scritti in linguaggio piano e ricco di musicalità, in un impasto di dolcezza e colloquialità, Antonio Alleva ci consegna un messaggio forte e chiaro: abbandonare la contesa, conquistare, anzi fondare una terra d’esilio (di cui La collina del Dingh rappresenta la prima pietra)».
Entrare nella natura di questi versi (mai sigillati in monologo lirico ma sempre vibranti in un dialogo frastagliato, furioso, tenero, drammatico) è indagare il modo, del tutto personale, che Alleva cerca e trova, per costruire e una poesia intima che sia civile e una poesia civile che sia intima. In ogni punto del libro osserviamo quella che lui definisce “l’inadeguata luce del mondo”. Alleva sa che tutto è inattuale, nella sua ostinata ripetizione («Quanta energia – mi dico – / quanto stupore e trasalimenti alla vista delle orme, / quanto infantilismo per la malia dei reperti: / e nessuno che capisca // che anche allora era banale il presente degli avi»), e che dii certo non arrivano né arriveranno consolazioni né dalla storia né dalla filosofia né dalla poesia. In questo clima la sua voce, ondivaga, divisa fra versi lunghi e brevi, prosastici ed emotivi, cerca spiragli, tenerezze, sprofondi improvvisi, ma è sempre viva, attenta vicina ai protagonisti delle sue “ballate civili”, siano essi personaggi noti o no (da Giovanni Falcone ad Antonio Vullo, caposcorta di Borsellino) per arrivare alle vittime anonime dei massacri quotidiani Alleva rifugge una poesia lirica che sia specchio di interiorità: la trova debole, forse inutile; vuole una registrazione in presa diretta (un bisbiglìo drammatico) su paesaggi, cose, sentimenti, che evoca con un verso lungo, frantumato, frutto di un lavorìo lungo e ostinato sulla materia della parola. Il libro non è contenibile da qualche definizione. Ogni poesia è intonata per le vittime del mondo, e un certo senso Alleva si proclama poeta di chi scompare, impegnando la sua voce per esaltare la necessità e la bellezza della sopravvivenza umana.
Cronache di fine occidente, La collina del Dingh, si caratterizza da un trascolorare spasmodico di immagini e colori, ma soprattutto di voci, di strumenti. Il poeta si organizza come se attuasse una vera orchestrazione della composizione poetica. La cifra dei suoi testi non segue vie prefissate o maestri definiti (si potrebbe ritrovare eco del Saba maturo, ma remota), ma si affida a quelle articolazioni vibranti fra verso e verso che sanno creare un organismo vivo con il movimento delle parole.
Cronache di fine Occidente è orientata su toni diaristici e introspettivi, ma le considerazioni interiori sono spesso amare riflessioni sul presente, denunce civili di una condizione umana sempre più fragile e drammatica, sull’onda del precedente Ultime corrispondenze dal villaggio (Il Ponte del sale, 2016), in un gioco di equilibri/squilibri tra locale e globale, mondo interiore e mondo esteriore, che da sempre regge la rete della sua scrittura. La Collina del Dingh, invece, libera la visione prospettica e sceglie la collina come nuovo e privilegiato punto d’osservazione, da dove il soggetto ruota lo sguardo partendo da una condizione di elevazione, cercando una nuova «mappatura del territorio». La cifra stilistica della sua scrittura, ondeggiante e barocca, fedele all’”Aperto” di Hölderlin, convoca nei versi di una stessa poesia salti temporali tra passato e presente, linguaggio alto e lirico alternato a incursioni nel dialetto, fra tana e microfono (per richiamare l’ancora precedente raccolta di Alleva, La tana e il microfono, Joker, 2008). LaCollinadel Dingh è dunque il luogo nuovo da cui il poeta riprenderà voce per il prossimo libro.
Il poeta appare spesso come al centro di temporali linguistici, orrori reali, soprassalti emotivi, mantenendo una sua precisa posizione interiore, da testimone e da sentinella. Singolari gli homenajes affettivi, gli “omaggi ai fratelli e alle sorelle” (nella prima sezione Lorenzo Gattoni, Marco Munaro, Loredana Magazzeni, Umberto Simone), nella seconda gli “omaggi ai maestri e alle maestre” (Zbigniew Herbert, Raymond Carver, Giuseppe Ungaretti, Emily Dickinson, Wislawa Szymborska). Gli omaggi hanno un senso preciso: convocare i compagni di poetica, morti e vivi, nel tessuto vivente del libro. L’amato Carver ci rivela anche una delle predilezioni di Alleva: il racconto breve, o brevissimo, con cui da alcuni anni ha cominciato ad esercitarsi in scrittura e che lo porterà, forse, a prove nuove. Come non è difficile mostrare e dimostrare, i poeti onesti sono creature curiose, mai ferme nello stesso punto, e che sempre cercano nuove prospettive, proprio a partire dalla mitica Collina del Dingh (“Io sono la gioia / senti che suono. / La prima sillaba a conficcarsi / ascendendo dolce e potente / la seconda acrobata e piuma / a congiungersi perfettamente”). Ma ogni prospettiva è calibrata con lenta, appassionata attenzione. Il poeta scrive le sue composizioni a penna, senza ausili digitali, sul foglio bianco, ma solo dopo averle elaborate mentalmente. Le varianti non sono mai scritte sulla carta ma registrate nella psiche. Questo permette alla singola poesia di essere pensata, musicalmente e tematicamente, per mesi, e poi di essere scritta (liberata) solo quando il momento è giunto, quando la necessità poetica è percepita come ineluttabile. Alleva, poeta di calibrata lentezza, cerca emozioni che durino quanto le sue scritture (eccone un esempio: i giusti, dedicata a Gian Maria Testa, il cantautore scomparso: “dammi la mano vieni su / o potrei abbracciarti lo stesso, venire io giù, / dài la mattinata è superba portiamo all’epilogo / la tragedia, il via vai senza requie di questo Mare Nostrum / o concediamoci l’ultima chance proviamo a riscoprirlo / luce e zaffiro dondolo e culla / proviamo a guardarlo come fosse un’Arcadia che risale / una Talia che riscrive l’uomo e l’utopia. // Se vieni su potremmo ammirare i giusti, / ad esempio quei vecchi che giocano a scacchi // o perché no? Quella collana di musetti a colori / quelle donne che l’imbracciano o – se vuoi – / sciogliamo il finale vengo anch’io scendiamo giù”. Alleva, libro dopo libro, insegue la sua tragica, irregolare coerenza: far vibrare la materia della lingua come un direttore gli ottoni, i fiati, gli archi dell’orchestra, per ricavarne la musica necessaria. (M.E.)
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Antonio Alleva nasce a Nocella di Campli (Teramo), il villlaggio-altana protagonista dei suoi primi tre libri, e attualmente vive a Giulianova Lido. Ha pubblicato Le farfalle di Bartleby (Tracce 1998), Reportage dal villaggio in 7 poeti del Premio Montale, 2000), La tana e il microfono (Joker, 2006), Ultime corrispondenze dal villaggio (Il Ponte del Sale, 2016), Cronache di fine occidente. La collina del Dingh (Puntoacapo, 2023).
Scenario, il primo libro di Riccardo Benzina, si suddivide in tre sezioni: Madre di nessuno, La fame, Nero. La copertina ospita un’opera digitale dello stesso autore, Fiammiferi. L’attenzione del lettore viene accesa dal coraggio e dalla fiducia verso una parola densa, piena, intrecciata a passione, visione, felicità di racconto. Fondamentale è la chiusa del libro: «Ma ci sarai ancora, ci saremo / ancora, ci / saliranno in testa le cicale appena dopo / il tramonto. Lunga estate. Noi andremo / per i paesi in festa nascondendo il nostro male / in uno scherzo. Fumando polline. Avremo / luminosi accenni che daranno un attimo / di senso, un piccolo orientarsi / dentro il mondo, cosiddetto lo / scenario». Chi legge Benzina si ritrova dentro un viaggio che non sa definire, ma è un percorso brutale, di mutamenti. (“Ritorniamo, perché dal nostro bunker / si sentono i salmi della materia; / perché / teniamo a queste poche ore di risposo, al sabato: / al trauma che ci parla delle ossa». Ed è vero: questo è un libro che “parla delle ossa”, della sostanza del dire, e non si sottrae alla necessità di una parola pronta a essere viva. Commenta l’autore, in un’intervista: «l’io di questo libro, più o meno consapevolmente, gioca a confondersi: il suo destino è una genesi pressoché compulsiva, il suo vezzo una sbadata metamorfosi. È un io dissoluto e ha molti margini d’errore. Questo è quanto. Non mi interessano i generi, non mi interessa trasgredire. Con l’extraletterario ho un rapporto molto stretto, come tutti. E a pensarci bene c’è una vocazione, un’attitudine teatrale nella scrittura di Scenario – ma è spesso abbandonata, poi ripresa… discontinua, insomma. Io sulla pagina deposito questo: un qualche tipo di oralità fossile che chiede al lettore soltanto di essere risvegliata, come una bella addormentata nel bosco». Se ci si chiedesse di cosa è fatta questa “oralità fossile”. potremmo rispondere che è uno strato arcaico della voce, evidente in questa poesia. «È domenica. Si attende conficcati / come chiodi nel futuro. Il solito / tentare tradizioni, scegliere / la matita più lunga, la gomma / più precisa. Cimentati in un riepilogo. Io / che provo a dire il nome e viene fuori / lacrima / disdetta / linea che non passa / ho bisogno del tuo aiuto amico mio. // Tu sai farlo. Tu rendi questi fili scollegati / dal pianto al discorso / dal cuore all’altro cuore / con dedizione angelica: è questo il tuo curriculum». Andrea Temporelli scrive, dii questo libro:« La vicenda umana, il passaggio dell’uomo sulla terra, madre di nessuno, è come il bagliore di un fiammifero che ha garantito un attimo di senso ma che deve accettare di scomparire, di farsi riassorbire nello scenario». La sua diagnosi è esatta, ma ogni opera sfugge dai suoi confini. Scrive l’autore: «Ci sono mete provvisorie: stancarsi è una di queste. Il richiamo a proseguire, poi, è sempre dietro l’angolo, finché a uno funzionano le orecchie. Ma serve anche una certa risoluzione. I testi che scrivo nascono da quelli che ho letto, ma tutto è testo (“perciò hai disteso come una pelle il firmamento del tuo libro”) quindi mi riuscirebbe molto difficile fare una lista. Credo sia fondamentale perdersi, in generale: non avere necessariamente la misura di un riferimento». Perdersi, in generale, è la potenza di questo libro spaesante, scolpito nelle parole, chiaro come un segno nero sopra un muro bianco. «Barrato infine / dall’inventario un altro nome, chiusa / la partita che sempre va a dovere / resta il taglio / e non la vena, piccolo delirio / delle frasi» (M.E.)
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Alberto Burri
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Riccardo Benzina nasce a Bari, nel 1988. Scenario, Taut editori, Milano 2022, è il suo libro di esordio.
*Questi testi di Lorenzo, inediti anche online, mi sono apparsi questo pomeriggio da un suo vecchio quaderno protocollo, nascosto in un angolo della scrivania, e sono poesie d’amore. (M.E.)
jenen von Theresienstadt. Und breite aus, verbreite,
die Morgendämmerung der Erinnerung, gründe sie in der Nähe
des ‚für immer‘, das sich öffnet
im Höchsten der wiederholten Spiegel. Und lege,
lege einen Stein, in die Klarheit brillanten Tiefblaus,
einen Stein, einen grossen Stein, in den Stunden
der Zäsur der entblössten Lieben nackt, und —
in den Schnabel des Stieglitzes auf einer langen Überfahrt
im Hafen eines jeden Hauses, damit bliebe
ewig bliebe der Schmetterling, und immer von dort —
von dort er uns ansehen würde, von dort, von Theresienstadt —
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Traduzione Karl Zippelius
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Terezín
Margit Koretzovà
Plzeň 08.04.1933
Terezín 1942 – Auschwitz 1944
Stolperstein: Plzeň 08.09.2022
disegnò a Terezin
Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle
Se mi ami – soffia sulle ali, le ali di farfalla, quélla di Terezin. E allarga, allárga, l’alba di memoria, fondandola vicino al per sempre che si apre in cime di specchi ripetuti. E poni, poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino, un sasso, un sasso grande, in ore di cesura di nudi amori nudi, e — in becco al cardellino in lunga traversata nel porto di ogni casa, perché resti résti eterna la farfalla, e sempre da lì — da lì ci guardi, da lì, da Terezin —
Marco Ercolani, Nottario, Aforismi 2015-2021, IQdB edizioni, Collana di Aforismi “Dissensi” curata da Donato di Poce. Il libro è stato composto da Mauro Marino nella sede del Fondo Verri a Lecce, via S. Maria del Paradiso 8, per conto dell’editore Stefano Donno.
Fotografia di Paola Mongelli
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Al Nottario metto mano ogni giorno, scrivendo quello che è il contrario di un Diario: se il “diario” accoglie le annotazioni diurne della percezione, il “nottario” rivela i soprassalti notturni del pensiero. Il mio Nottario non è dissimile dal Palais Ideal del postino Ferdinand Cheval, assemblato pietra dopo pietra, notte dopo notte, in decenni di semifolle lucidità: è questo il mandato a cui devo obbedire. Senza libri a cui obbedire la vita perde senso: libri che siano sorgenti, matrici, inizi, come lo è questo Nottario, crogiuolo di possibili opere in corso. Oggi, nella collana dei Quaderni del Bardo, ne pubblico alcuni frammenti. Nottario è, nella sua struttura, una raccolta di aforismi, riflessioni sapienziali, note estetiche, soprassalti poetici, che si susseguono cercando chissà cosa e chissà dove. La conquista dell’inutile è fondamentale: non corteggiarlo ma conquistarlo, farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Werner Herzog trasforma il pianoforte, issato sopra le montagne, in Fitzcarraldo, non in simbolo di follia ma in estasi possibile di un’altra musica, cercando di compiere l’impossibile viaggio. Leonardo ammonisce “non si debba desiderare lo impossibile” ma lui non ha fatto altro che cercare di realizzare, nell’arte, nell’ingegneria, nel pensiero, proprio ciò che non sembrava possibile. Si è messo nella condizione di descrivere i suoi sogni architettonici rappresentandoli con pragmatica esattezza. Nottario vuole attirare il lettore in un laboratorio poetico dove abiti un’idea inconciliata ed estrema di scrittura, una scrittura poetica che “ricerchi il compossibile” senza perdere “la fortuna dell’insonnia”. Cito Nanni Cagnone perché da sempre il poeta di Armi senza insegne scava, all’interno della tradizione poetica contemporanea, un abisso di libertà irriducibile. «La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva». Dentro questa lontananza può esistere un libro come Nottario, discorde al suo e a qualsiasi tempo, e che, pur essendo stato scritto nel corso degli anni, si scrive sempre “adesso” perché i suoi frammenti si assemblano nell’unicum che conferma il mio pensiero eretico e girovago, riluttante alla semplificazione.
Un quoziente di gioia (fv9editori, 2023), l’ultimo libro di Giorgio Galli, è un immaginario romanzo epistolare ispirato all’amore di Janacek per Kamila Stosslova, nella finzione narrativa curato dal pianista Rudolf Firkusny. Da sempre Galli è attento a identificarsi con figure di artisti, legate al mondo della musica, fino a creare veri e propri apocrifi, come in La parte muta del canto e Le morti felici, ma in questo nuovo libro l’atmosfera è quella di un vero “romanzo in lettere”, scritte fra il 1926 e il 1928, che echeggia la storia reale fra Leos e Kamila ma non le è fedele in tutti i dettagli. Naturalmente il romanzo, parlando di musicisti, è ricchissimo di annotazioni sulla musica, anche teoriche, molto care all’autore. Ed è, al contempo, il resoconto di un amore appassionato fra il vecchio Leos e la giovane Kamila, amore che traversa città diverse e varca diversi confini, da Brno a Praga, da Berlino a Varsavia. La sua scrittura, che qui conquista una “seconda” e non ingenua semplicità, ha la magia di un palinsesto e seduce un pubblico eterogeneo: dall’intellettuale attento ai ragionamenti musicali del vecchio Janacek al semplice lettore intrigato da una storia d’amore melodrammatica e non sempre prevedibile. Qui Galli trova un personale equilibrio narrativo, un suo efficace “quoziente di gioia”, fra plot narrativo e necessità poetica, che fa di questo libro la finestra più adatta per entrare nel suo mondo interiore di vinti, di fantasmi, di esseri che però resistono e risorgeranno alla vita.
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Ostrava, 6 agosto, 1928
Amore,
non ho risentito del cambio di letto, ma del fatto che tu non c’eri. Non m’’importa in quale casa mi trovo, ho dormito in talmente tanti luoghi e in talmente tante città che oramai ne ho perso il conto. L’unica mia casa è il tuo corpo. È lì che abito. È in te che ho le radici, Kauffmann si trova male lontano dalla patria, io ho una patria ancora più ristretta: tu sei la mia patria, e in te trovo un mondo intero perché ogni sfaccettatura del tuo animo è una persona, ogni luogo del tuo corpo una città. Dentro di te è il mio porto, il mio approdo di questa vita errabonda e tormentata. Vieni presto.
Leos
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Ostrava, 1 novembre 1936
Caro Kauffmann,
le cose non vanno bene. Leos respira sempre peggio e l’ipotesi che possa guarire completamente e senza conseguenze si è fatta lontana. Le scrivo poche righe perché sono affaticatissima. Passo l’intera giornata in ospedale, spesso non rientro neanche la sera, e mi porto qui il lavoro per poi mandarlo per posta in redazione. In tanti mi chiedono notizie, e io, che sono una giornalista, notizie non ne so dare. Ne vorrei.
L’incertezza è il mio peggior nemico. Mi creda sua amica.
Kamila
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Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980. Vive a Roma dove per due anni ha gestito una libreria indipendente. Pubblica: La parte muta del canto (Joker, 2016), ritratti biografici di grandi musicisti del passato, Le morti felici (Il Canneto, 2018), Le voci sopravvvissute (Gattomerlino, 2020), il racconto lungo Il matto di Leningrado (ivi, 2012), la raccolta di poesie Canzonacce (Delta3, 2021), il romanzo epistolare Un quoziente di gioia (fv9editori).