Per Lezioni di eresia di Marco Ercolani

Ercolani non si rassegna all’irrevocabilità della sua storia: la rende insufficiente. La fa confluire e – mentre corregge altre vite – aggrava ingrandisce la propria, la riscrive: questa, forse è una speranza del passato, forse une uchronie.
Nei Taccuini si legge: «L’essere intatti è una qualità del vuoto che non appartiene alla nostra natura terrena». E lui è tutt’altro che intatto – è infetto, contagiato ogni volta da coloro con cui si trova a parlare.
La figura prevalente sembra essere la fictio personae, la prosopopea in cui Hillman scorge una risposta all’egocentrismo. Fare dei propri sentimenti altre persone, equivale a cercare in sé i propri simili, ad andare verso quel nome segreto che non può essere ingannato da un’omonimia.
Se l’altro è un’ossessione per lui, allora deve scinderlo; l’uno che diventa molti non chiede di essere immedesimato, e lui può aumentare la distanza, lasciare che le cose accadano, fuori; può dar nomi a tutte le presenze della mente. Nessuna invenzione: gli basta ricordare.
Anziché un solo dio, dunque, gli dèi: non potrà fermarsi in nessuno, dovrà trovarne altri e altri ancora, come un luttuoso Don Giovanni. Ercolani si sostituisce a chi lo precede, occupa tutte le posizioni, si rende indistinguibile, ma tenendo per sé la speranza d’una reciprocità paradossale: farsi dire da chi tace.
Ercolani ha il talento della fedeltà, della fatale gratitudine, e un talento esercitato è di per sé coraggioso. Gli auguro di finire il peso di questo sistema costrittivo, di quest’autoritratto che ha il gusto dell’insuccesso, e d’abbandonarsi alle sue visioni senza smarrirsi nell’immenso bisbiglio di quelle voci; d’incontrare un dio generoso, che lo lasci accadere lì dove si trova, nell’insonnia del suo irriducibile, unico nome. (1997)
Ora in: Nanni Cagnone, Discorde, p. 296, La Finestra editrice, Lavis 2015.

