
Un racconto di Walter Benjamin, Del perché l’elefante si chiama elefante [Warum der Elefant ‘Elefant’ heißt] si presenta con i toni e la sintassi di una fiaba. Si tratta di un testo del 1933, che inizia così: «Era un giorno. A quel tempo, viveva un uomo che si chiamava Elefante». Niente di strano, almeno fino a quando non si giunge alla conclusione della frase: «ma allora l’elefante, come è oggi, non lo si conosceva ancora, era molte migliaia di anni fa». Quel nome proprio non può dunque provenire dal nome comune dell’animale, dato che l’esistenza del nostro elefante, in quel contesto, non era né nota né in alcun modo attestata. E quando finalmente il pachiderma si appalesa, esso appare con una fisionomia significativamente diversa da quella a noi familiare: «E d’improvviso – tutti si meravigliarono molto – arrivò un animale, che non aveva alcun nome e l’uomo lo vide e, siccome aveva un naso corto e appariva tanto simile all’uomo, lo prese con sé ed esso restò con lui». L’uomo prova a lanciare un pezzo di legno all’animale, che cerca di afferrarlo, non con le mani che – precisa il narratore – non possedeva ancora, ma con il naso, benché, come s’è detto, fosse poco adatto allo scopo. Solo col tempo, e con l’esercizio, il naso diventerà lungo e prensile. Ma non siamo ancora giunti alla vera conclusione del racconto, perché il punto focale è costituito dalla storia del nome e ci riporta molto indietro nel tempo, «quando il naso era ancora corto». Il nocciolo della questione, insomma, viene, nello sviluppo narrativo, solo ora: «Siccome l’animale rimase con l’uomo che si chiamava Elefante, la gente chiamò anche lui elefante». Quello che col garbo di un racconto per l’infanzia Benjamin vuole in poche righe suggerire è che i nomi comuni, prima di essere tali, sono stati dei nomi propri. E che, ampliando un po’ la prospettiva, il linguaggio è il riverbero di una lingua dei Nomi, già ipotizzata altrove, per esempio nel saggio del 1916 Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini. Là il tono era ben diverso da quello del nostro racconto, ma vale in ogni caso la pena di citare qualche passaggio: «L’uomo è colui che nomina, e da ciò vediamo che parla da lui la pura lingua. Ogni natura, in quanto si comunica, si comunica nella lingua, e quindi in ultima istanza nell’uomo. Perciò egli è il signore della natura e può nominare le cose […] La creazione di Dio si completa quando le cose ricevono il loro nome dall’uomo, da cui nel nome parla solo la lingua». Ma, dopo la cacciata dall’Eden, «l’uomo esce dalla pura lingua del nome, fa della lingua un mezzo […], un semplice segno». Ciò che in modo meno palese, e tuttavia felice, si insinua nel nostro racconto, è l’idea che compito di chi legge, come del resto, e forse a maggior ragione, di chi scrive, consiste nel liberare le parole dai loro panni quotidiani e sdruciti, per provare a riconoscervi finalmente dei nomi unici e inconfondibili, enigmatici, propri. Leggere e scrivere, per Benjamin, solo in questa metamorfosi si rendono davvero praticabili.

