
Alcuni libri poetici non hanno bisogno di versi: è il caso di Doppio fuoco, di Rossella Maiore Tamponi (Editrice Zona, 2026). Il volume, che ha vinto il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2026, si compone di dodici scene in prosa, che si susseguono in due paesaggi diversi: il Belvedere del Righi e la New York dell’11 settembre 2001. Leggiamo la pagina introduttiva dell’autrice: «Alcune di queste cose sono accadute, altre sarebbero potute accadere… Alcuni avrebbero potuto pensare queste cose mentre guardavano, altri avrebbero potuto guardare mentre le pensavano… C’è chi avrebbe potuto leggerle, c’è chi realisticamente potrebbe averle lette. Certuni hanno sentito e altri ancora ascoltato, molti hanno scritto, i più hanno fotografato… Convogliata da una lente concava la luce brucia, affoca. Ma il fuoco è l’arte di regolare la distanza tra ciò o colui che vede e il piano dell’immagine… E c’è chi immagina che si faccia silenzio, che l’angelo ricolmi l’incensiere di brace, lo scagli sulla terra. La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.
Queste parole definiscono Doppio fuoco comeun libro distopico e ipotetico, ironico e tragico, che raduna in scrittura un arcipelago di voci e di pensieri colti in due mondi remoti: come un nodo, nel tempo e nello spazio, dove le voci si ritrovano, si confondono, si perdono, in nebbia e fumo, grida e macerie. Doppio fuoco, frutto di una pluriennale e laboriosa stesura, appare alla lettura come un poemetto i cui frammenti compongono un paesaggio disperato e sfuggente. Il doppio registro della visione, dal Belvedere del Righi alle torri gemelle di New York, richiede la complice attenzione del lettore, scagliato in due paesaggi contrastanti, in due diversi abissi, in cui è legittimo sentirsi disorientati. “È normale cominciare a parlare ogni volta alla fine del pasto, estinto almeno uno dei languori, il fondo nei bicchieri, i coltelli deposti. Lui fissa il centro e la tovaglia buona, io le mani nell’acquaio. Le cose che credo guarderò quando avrò smesso di guardare tutto il resto, le bottiglie nei bicchieri, le mani nell’acquaio”. “Le urla qui sono sempre vocali, nessuno che urli consonanti. Urlano vocali come la a, come la o, come la i e come oh my god, un dio senza risparmio.Come le fiamme che vanno verso l’altro, così la gente sta gridando vocali, oppure grida un prolungato no. E dalla parte opposta il fumo è un nastro sopra il capo. Da qui è un tessuto ovattato. Sirene. Wow. Le torri in dagherrotipo. La gente è risalita sui tetti per vedere, la gente è risalita sui tetti per filmare, per gridare oh my god”.
Il tessuto delle conversazioni genovesi e l’atmosfera da day after dell’11 settembre newyorchese si rifrangono come dentro uno specchio che cattura i riflessi di ogni gesto in un vortice ostile alle logiche della ragione. Lo smarrimento umano è il tessuto del poema, ma l’ars scribendi dell’autrice è la ragnatela che trattiene le voci in questa o in quella inquadratura enigmatica, regolando il fuoco dell’obiettivo solo su certi dettagli. Suscita un senso di perturbamento evocare storie di superstiti, pensieri di vittime, bicchieri di carta, sacchi di rifiuti, grumi di terra, in un unico flusso sonoro che li rende fotogrammi di una tragedia, fra paesaggi d’ombra e creature terrorizzate. Sembra esistere una tragedia comune, un comune tempo di apocalissi, che avvicina i minimi oggetti quotidiani agli echi del disastro collettivo, i panorami di un belvedere al disastro delle Torri infrante. Doppio fuoco persuade per le frasi-frammenti che guidano il lettore nel vortice segreto delle dodici scene. Non è un unico piano sequenza a mostrarci quello che accade: il film del libro, affannato, ansioso, convulso, è girato con la macchina a mano, come nel cinema dei fratelli Dardenne, e il lettore vi partecipa quasi fosse presente; confuso e angosciato come le vittime delle torri, come le creature del belvedere, non sa come districarsi. Il libro ha questo potere: renderci testimoni della tragedia epocale di New York e del paesaggio inquinato sulle alture del Righi. Tornano in mente le parole che precedono il libro: “ La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.
Doppio fuoco è un libro di poesia, ma la sua poesia non è nel ritmo dei versi: è nel pensiero che crea le sequenze, è nel rendere tattile e palpabile il dolore collettivo, è nell’inventare sinestesie che sono lampi di storie, cronache reali, lacerti di visioni, pensieri interrotti. Rossella Maiore Tamponi si assume la responsabilità di mostrare (e talora ricomporre) vite spezzate da traumi diversi. Nel succedersi del poemetto (che non caso termina l’ultima scena con un “continua”), accade qualcosa di indefinito e di tragico, si snoda una lunga sequenza di dolori evidenziati dal doppio fuoco della parola, che è obiettivo e cosa vista. Il poeta, immune da lirismi, è immerso nei suoni delle sue storie, in quei “suoni vocalici” che continuano a echeggiare. Non osserva da lontano: i suoi fotogrammi sono vicini, spie di un disagio inconsolato. “Tutto ciò che l’esperienza avidamente non raggiunge, e della quale resta l’immagine protesa delle braccia contro i rami discosti, glabri e nodosi, impassibili. Cadranno le stelle come i fichi di un albero agitato dal vento ma qui, oggi, non c’è vento. È un uomo che cade. Due si affacciano sul bordo dello squarcio. Finestra con bambino, proteso sopra un vuoto. Verso le nove e un quarto c’è chi è diventata un pezzo di ghiaccio, chi rompe le aperture e le scavalca e chi nuota nell’aria, mentre di fronte guarda chi chi credeva di aver visto già tutto e scatta qualche foto. Ci siamo abituati a osservare gli alberi accanto alle bottiglie, a portare lenti scure per rialzare la luce. La prima cosa che s’impara di solito è a guardare, ma la seconda oramai a fotografare, duplicare le cose in un quadrato, come se le immagini fossero forme, misure, regolarità”.
Sorprende fino a un certo punto l’immagine del bambino proteso nel vuoto, che potrebbe appartenere all’una come all’altra sequenza del poemetto. Lo sguardo dell’autrice non è travolto dall’empatia ma sempre è toccato, trasfigurato, dalle cose viste o che immagina di vedere: cerca le “forme” e la “misura” del gesto, cosciente che talora basti il racconto dei fatti e delle azioni a suggerire la percezione di un incubo. Nessun atto poetico è innocente, protetto nella serra delle parole, ma viene spesso disturbato, sporcato, reso vivo, complesso, molteplice, dalla realtà esterna: narrare questo dialogo, questo contrasto, è compito del poeta, che lo fa scorrere dentro le sue parole. “Il vento che da Nord respira verso sud porta fuori ceneri e rottami nella baia. La calma è diventata artificiale, un manufatto. Ingorghi indistricabili direzionano le code all’ingresso del tunnel. Il senso unico è oramai un’opinione”. “Pini-ombra – d’incendio coi rami mozzi, poi sbiancati dalla pace. Il ponte ferroviario retto dai suoi cinque sorrisi all’incontrario, archi a tutto sesto che dicono – andremo avanti noi, anche quando le rotaie troveranno un vuoto”. È difficile attribuire simili descrizioni all’uno o all’altro dei paesaggi contrapposti. L’obiettivo del regista-poeta, come nel caso di Werner Herzog, inquadra una vaga apocalisse da “fine del mondo”. “Le assenze che bruciano ancora” sono tutte presenti e tengono accesa la fiamma in cui tutte le voci evocate non smettono di esistere. Il “fuoco” che regola l’obiettivo dell’inquadratura, avvicinando o allontanando l’oggetto della percezione, è anche il “fuoco” che divora le campagne genovesi e riduce le Torri gemelle a un ammasso di macerie.
“Se mi contatta il prima possibile gliene sarò molto grato, quali che siano i fatti…cosa succede là fuori? sidera terra ut distant et flamma mari sic utile recto”… La frase di Lucano (dal poemetto Farsaglia) citata nel poemetto, “l’utile dista dall’equo come gli astri dalla terra e il fuoco dal mare”, ci conferma la lontananza dell’universo da qualsiasi forma di giustizia. Questo libro è la vibrante testimonianza di come i poeti cerchino nel linguaggio, comunque vadano le cose, una qualche impossibile giustizia postuma che, nelle parole, diventa l’utopica costruzione di una speranza, arrampicata per una salita difficile. “Giovedì – Tomorrow. Siamo tutti appesi al giorno dopo come a un rampino”. (M.E.)
