MAI DEL TUTTO BUIO. Dario Capello

*Questa poesia è stata “montata”, come uno scherzoso collage, da Dario Capello a partire da alcune parole del mio libro Turno di guardia. È l’ennesima dimostrazione che la poesia non è proprietà di nessuno, se non dell’altro da sé.

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Non si oppone più

lo scorrere del tempo.

Ora puoi sognare giustizie

durante il sonno, puoi

appoggiare la fronte

su quello che era il mare

con i gabbiani, la spuma

delle onde, l’aria

che circonda

e quel blu

il centro, la fine e l’inizio

della vita.

Il buio non è mai

del tutto buio.

Domani non sarà così:

domani accadrà.

Guardami, guardami

come sono, bersaglio

di quella luce.

Non scrivo di cose belle

non so che farci, la luce

mi cola dalle ciglia.

Qui, nello stesso corridoio

di vertigine, qui

non verranno

i pensieri degli altri

a trafficare con parole

il bordo del foglio, intorno

a questi nomi, qui

le cose sono

di chi le ha toccate.

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PER “TAMEN”. Giancarlo Sissa

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Una significativa epigrafe, tratta da un frammento di lettera del 1961 di Vittorio Sereni, introduce Tamen (Moretti & Vitali editore, 2023) di Giancarlo Sissa: «Non ho una cosa da affermare in assoluto, una mia “verità” da trasmettere. Ho dei conti da saldare con l’esperienza». In questo libro antologico Sissa salda i suoi con una scelta consistente delle prose, tratte da diversi libri nel tempo, da Noi a Il bambino perfetto, da Persona minore ad Archivio del padre, per chiudersi con Senza titolo alcuno. Si tratta del diario plurale di un’esperienza. Ma quale esperienza? Quella che, dentro una prosa reale e surreale sempre più ellittica, non rinuncia all’emozione ma la scortica con grazia sottile, fino a sfiorare il silenzio. La prosa, a volte, è ferita più intensa della poesia in versi, le sue maschere più trasparenti. Scrive Sissa: «La scrittura qui è sempre un laboratorio germinale, una gemmazione continua di accenti e di voci (…), il coraggio di forzare le cose in controtendenza, di rompere il giocattolino ben confezionato della glossa accademica o della lirica di maniera, il modo per verificare in se stessi la concretezza del gesto che salva, che apre il respiro a tutte le ipotesi dell’anima e della storia». Giancarlo opera, con la prosa, un ritorno magico al suo teatro dell’anima: illimpidisce la tragedia con parole sempre più leggere e sospese. Tamen (etimologicamente “tuttavia”) è l’autoritratto segreto di un poeta insoddisfatto dai ritmi della poesia e alla ricerca costante di un proprio suono, intimo e civile insieme, che la prosa, almeno in parte,. gli concede. Un libro plurale come Tamen ci fa immaginare futuri e liberi appunti sull’io-mondo dii uno scrittore mai appagato dalla sua naturale musicalità e che, tuttavia, ci svela i suoi doni, creando «quel particolare bildungsroman che, oltre al retaggio surrealista, recupera un dettato più immediato e fruibile, dal sapore non di rado aforistico, con intenti oracolari non disgiunti da una forte compromissione con l’oralità» (Pasquiale Di Palmo). Sissa, nelle sue ultime prove, usa volutamente una punteggiatura lacunosa e interrotta, che appare come una tecnica pittorica puntillista tesa a evidenziare immagini, ricordi, pensieri, con pudore e pietas.

Antologia

(Da “Persona minore”)

Padre

Padre senza memoria, dietro il sentiero rompe la diga, il suo orrore verticale, il buio d’acqua senza cielo, ma più alto è il camminamento della distanza e assopite le sentinelle Una festa muta senza suoni accoglie il ritorno nel ricordo d’un sogno. Padre d’alte illusioni segnate in un quaderno, gli esercizi di grammatica sono la nostra voce.

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(da “Persona minore”)

Ancora esilio

A Giancarlo Sissa

Abito il mio cadavere. L’immagine che affonda nello specchio come una mela nell’acqua. La neve nel parco è figlia della cometa, vela nera del tempo. Rabbrividiscono le finestre del mattino, la luce accesa nella cucina del sonno, e vengono come in sogno, come la briciola che cade e feconda, in silenzio vengono, con lentissima evidenza, i passi del disastro, le cerimonie della confusione.

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(da “Archivio del padre”)

Perché sognare argina. La periferia dei volti nella quale mi preparo. A sparare. A sparire. Come un soffio. Di polvere. Sul mobile in salotto.

Nell’aria qui attorno nuotavano balene. E ora ci si annoia l’argine arginando. Non so. Nemmeno quanto. Tempo. Ho per guarire. E tutta questa gente. Che ride. Che ride.

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(da “Senza titolo alcuno”)

Venerdì 6 marzo 2020

Il mondo quando ha paura diventa il posto delizioso dove studiare l’arte di fermarsi.

Venerdì 20 marzo 2020

È nei dettagli che si nasconde la pietà. La rivoluzione dei pianeti. Ogni anziano è l’unica copia d’un libro impossibile da riscrivere. Impariamo a leggere prima di fare i fenomeni. Grazie.

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Giancarlo Sissa nasce a Mantova nel 1961 e vive a Bologna. Pubblica: Laureola (1997), Prima della tac e altre poesie (1998), Il mestiere dell’educatore (2002), Manuale d’insonnia (2004), Il bambino perfetto (2008), Autoritratto (poesie 1990-2015), Persona minore (2013), Archivio del padre (2020). Nel 2018 pubblica la plaquette Il lupo e nel 2022 la plaquette Frontiera.

Giancarlo Sissa

NUOVI LIBRI DELL’ARCA

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Alfonso Guida. Diari del transito, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2023.

Scrivere non presume il manicomio. Se scrivo possiedo il senso del privato. Se non scrivo, possiedo il senso dell’intimo.

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Le celle frigorifere, i mattatoi, le stalle di cemento in grate di Joseph Roth. Oggi la neve ha esteso una macellazione. È rimasta una creatura mentale. Come potrei affrontare la vera neve, questi ghiacci, gli stivali mancanti, i centesimi a rintocchi rotolando? Una via, i tabacchi, l ora di compieta che recita la notte di una selva di acacie dove forse mi sarò liberato. Dopo il confine e la parola, sono lì, sono lì…

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La Russia realizzò il tormento spirituale di Georg Trakl. Il Novecento si è stagliato nel paradiso del sogno superando le fantasie ottocentesche. Le visioni e i solipsismi onirici che portano verso un’infrazione della soglia di solitudine. Oggi preso tra le mani La nascita della tragedia di Nietzsche. Esperire fatalmente Dioniso è stato il passato. Le forze omeriche, ingenue, come le chiamava Schiller, non si spengono. Prima di Apollo, di Elia del Logos c’è un addormentamento, una sosta. Si scrive qualche lettera dal traghetto. Si sta in silenzio seduti nell’ombra di un albero. La tragedia Attica è la passione e il maleficio. Quando cade il fulmine che incide il petto, un bacio d’incesto. È la deplorevole maledizione edipica. La sfrenatezza erotica nella poesia. Il Dio Caprone di Pavese. Nelle immagini è Dioniso, il satiro barbuto, il sangue vergine, il florido fallo del toro.

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Dove non sono? Dov’è il Dio se è vero che abita il luogo che manco? Il dubbio atroce di aver camminato per un luogo senza averne saputo. Coscienza morta. Coscienza dormiente. Cosa ricordo dei luoghi che ho attraversato senza saperne? Quali sono? Averne una immagine. Individuarne il paesaggio. Questo è valido se colloco il luogo di Dio nel passato. Anche oggi, domani. Occorre chiudere gli interstizi, sfilare via le luci, per capire. Non vivo tutto ciò che posso vivere. La presenza degli altri, quando scrivo, si infittisce. Ogni lettera ha il suo destinatario. La fiamma viva, com’è tragica la speranza. Deporre la mia prima pietra è la fine dell’errore.

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Quale critica puoi muovere alla croce? Qui è il silenzio che si gioca ogni battuta. Anche la verità. Non guardo al “come” ma al “che”. Ho una predisposizione verso la forma espressionistica, violenta. I lilla di Alejandra Pizarnik, le ore del sangue insonne, la rondine in gabbia mentre un bambino sull’altalena fa monologhi, l’afasia dell’automa, la lingua penzoloni. Il poeta porta il bene, non sa farlo. Non pensi che il suicidio possa essere lo sbocco dell’attraversamento di una paura? A Pavese sfuggì la foce che lui stesso toccò.

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Per Voronez, Osip [Mandel’štam] ha un epiteto ricorrente: “vorace”. Non può sottrarsi. E vorrebbe sciogliersene. Ci sono legami che non possono essere sciolti. Queste poesie si alimentano di immagini stuporose, terribili. L’incanto sorge dal cavernoso ondeggio della terribilità luciferina. Io sento orgoglio virile, spirito d’iniziazione, energia selvatica: questa è la rocciosità del vir che segna, come ne viene segnato Cristo (“l’Unto”), l’apocalisse avida della congerie poetica russa.

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Vuol dire che scrivere per me è già il tradimento di una verità. È il suo compimento e la sua morte attraverso la parola, creatura che nasce cadavere.

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Hölderlin fu il più fedele di tutti. Si riduce alla non parola perché il silenzio è il porto della parola come la fossa è il porto di un cadavere. La mia idea dello scrivere è frutto esperito.

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La parola è tentativo, filtro, ponte. Vero è solo il movimento profondo che la muove o la scuote e di cui la parola è solo angolo sbozzato, segno approssimativo. Gran parte del nostro vivere de profundis non passa per la lingua. Siamo costretti a subirne l’ineffabilità.

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Parlo di un movimento tellurico che precede, un moto primitivo come il sogno o un fenomeno sub limine. Vale il momento in cui lo si avverte fisicamente. Parla il cuore, fonte di verità, prima ancora di ogni parola d’amore. La parola sopraggiunge dopo, al momento della ricreazione del fenomeno. Perciò il poeta sente moltiplicazione, atto. Perché è chiamato due volte, dal vivere e dallo scrivere. Ma la scrittura è una riva dove il fenomeno percepito ma invisibile giunge già cadavere. Dietro, c’è molto disincanto.

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…La parola giunge a riva dopo un lungo camminamento interno. Esistono parole tormentate nel corpo dal fenomeno che le ha partorire. Arrivano scheggiate, mai integre. Le parole sono insufficienti a dipingere la vastità nodosa della sua matrice, che è l’interiore.

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[Quarta di copertina]

Cosa dire, di questi Diari del transito? Che occorre leggerli sapendo che ci si perderà nella loro lettura. Nessuna certezza, di prosa o di poesia, qui viene coltivata. La scrittura, esposta ed esplosa con ritmi precisi, inattesa e provocante, segue con disperata felicità le strategie della mente e i soprassalti del cuore. Vuole esistere non come resto di una fossile letteratura ma come paesaggio umano dove vegliano sempre parole ferite, urgenti. «Nel nostro corpo si lascia avvertire la sommossa, il sommovimento, il volo, l’incrinatura di faglie geologiche, la ferita che mostrerà il monologo, ciò che di un lungo papiro egiziano possiamo dire, fin dove si arena la parola. Servirebbero torme di parole, ma la parola giunge fin dove può e li si sdogana il destino». Guida non insegue nessuna personale salvezza ma una infuocata sincerità, sua e universale, che scortica la visione dentro la realtà delle cose. «Non so la fantasia, ma l’immaginazione ha spessore, geometria, gentilezza, gergo». Il lettore, chiamato a fluttuare fra ricordi, riflessioni, mitobiografia, incursioni del mondo, orrori della ragione, illuminazioni della psiche, espone il suo corpo vivo nelle reti della scrittura. (M.E.)

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Giuseppe Zuccarino, Linguaggio e follia, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2023.

Artaud mette dunque in discussione la stessa architettura logico-sintattica del discorso: «Il linguaggio razionale / grammaticale moderno / attuale / è troppo approssimativo / con la sua maniera di stringere / con chiarezza un falso / soggetto / esso obbliga a edificare soltanto / nel repertorio delle / cose chiare, ossia / già rischiarate / invece di andare a cercare / nell’oscuro»4. La volontà di contestare la normalità comunicativa viene espressa anche in una delle più celebri asserzioni artaudiane, contenuta in un testo tanto più programmatico in quanto destinato a fungere da ouverture al primo volume delle sue opere complete: «Io so che quando ho voluto scrivere ho fallito le parole e questo è tutto. / E non ho mai saputo niente di più. / Che le mie frasi suonino in francese o in papuano è proprio ciò di cui m’infischio. / […] Ma che le parole gonfiate dalla mia vita si gonfino poi da sole a vivere nel b a – ba dello scritto. È per gli analfabeti che scrivo».

Gilles Deleuze ha dato una sua interpretazione della frase finale: «Artaud ha scritto delle pagine che tutti conoscono: “Io scrivo per gli analfabeti” […]. Questo non vuol dire perché gli analfabeti lo leggano, vuol dire “al posto degli analfabeti”». Ciò è tanto più vero in quanto lo scrittore ha assunto da sé tale posizione: «Devo dunque dire che da trent’anni che scrivo non ho ancora trovato del tutto, / non esattamente il mio verbo o la mia lingua, / bensì lo strumento che non ho smesso di forgiare. // Sentendomi analfabeta illetterato, questo strumento non si appoggerà sulle lettere o sui segni dell’alfabeto, con cui ci si trova ancora troppo vicini a una convenzione figurata». Si tratta dunque, per lui, di creare un nuovo linguaggio, che si sottragga risolutamente alle regole della scrittura: «Niente grammatica. // […] Niente lettere, / niente suoni, […] / niente frasi, / niente parole, / niente alfabeto». E ancora, in un altro passo dei suoi quaderni: «Ho pensato di usare un / linguaggio che non / rispetti più né / lo stile, né la / grammatica, né / l’ortografia, né / niente del tutto. / e dirò in primo luogo / prima di tutti gli / altri che occorre / che questo linguaggio / non rispetti / neanche le / lettere, / perché come ognun / sa e come / ho già detto / l’analfabeta / è un mistero / senza alfa e / senza omega».

Una lingua, pertanto, che non è più identificabile con quella nazionale: «Se ho avuto la vita di uno scrittore francese, sono sul punto di inventare un’altra lingua». E tuttavia Artaud è incline ad ammettere che non gli è possibile tagliare totalmente i ponti con l’idioma di origine: «Quello che so / il canticchiare / scandito / laico / non liturgico / non rituale / non greco // qualcosa tra negro / cinese / indiano / e francese villon // Per arrivarci / partire dal fatto che sono / francese». Dunque, a suo avviso, conviene tener presente il proprio punto di partenza, ma anche la necessità di distanziarsi da esso: «Bisogna vincere il francese senza lasciarlo, / sono ormai 50 anni che mi tiene nella sua lingua, / ora ne ho un’altra sotto l’albero».

(Da “L’utopia della lingua nell’ultimo Artaud”)

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[Quarta di copertina]

In questo libro, l’approccio al tema «linguaggio e follia» avviene più sul piano della critica letteraria che su quello psicologico o psichiatrico, per quanto venga presa in considerazione anche la storia clinica degli scrittori studiati. In effetti, ciò che davvero li accomuna è il nesso che, nelle loro opere, si instaura tra la follia e la materialità del linguaggio. Basti pensare alle strane invenzioni narrative di Roussel (originate in realtà da segreti giochi verbali), ai microgrammi di Walser, alle glossolalie di Artaud, ai testi anagrammatici di Zürn, al passaggio dalle parole inglesi a quelle straniere in Wolfson. Un caso a parte è costituito da Queneau, considerato qui in quanto autore di un’importante antologia dei «pazzi letterari» ottocenteschi: individui palesemente affetti da turbe mentali, che sono però riusciti a pubblicare libri in cui espongono le loro bizzarre teorie. Anche se non si tratta certo di equiparare o confondere creatività artistica e follia, la lettura dei vari scrittori presi in esame ci aiuta a riflettere sul fatto che il disagio esistenziale non ha impedito ad essi di raggiungere notevoli risultati sul piano letterario. Come faceva notare Georges Bataille, evocando esempi forse ancor più illustri, «ciò che lega essenzialmente l’arte alla sragione (alla “patologia mentale”) è che entrambe ci restituiscono alla potenza dell’istante, e che la sragione, essendo il pericolo corso dall’arte, non ne è soltanto una contropartita mancata, ma anche il segno di un rigore e di una necessità decisivi. Da qui il senso intimo, opprimente, di smisurata vittoria che c’è nella follia di Hölderlin, di Van Gogh o di Nietzsche».

ESSERE

Giovanni Castiglia, Le regioni dell’aria

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Non avrebbe senso continuare a riflettere se non fosse chiaro che riflettere è rispecchiare e che una realtà sconosciuta ci attende ogni volta che la pensiamo. Essere non è mai essere dove siamo.

TIFONE GUSTAV

Giovanni Castiglia

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Cosa c’era scritto ieri, sui giornali? Tifone Gustav. Un bel nome. Tutti chiusi nei cessi, con le sbarre alla finestra, mentre il ciclone travolge ringhiere, deforma biciclette, riduce le auto a sculture: l’opera di mille artisti informali. Bravo Gustav! Uno splendido lavoro. Un Rinascimento alla rovescia, come la vita. Dai templi alle rovine. Se il Maestro del Destino si offrisse di ridarmi il corpo, dopo l’istante estremo, e rivestire di nuovo le mie ossa con carne, pelle e vestiti, e rimandarmi a soffrire da padre, madre, moglie, figli, rifiuterei: come posso rinunciare alla gioia di non esistere qui, fra le mura dell’ospedale per tornare alla tormentosa sofferenza dei vivi? Alcuni matti si vantano di essere i sovrani della corsia. Proclamano il loro delirio illudendosi di trasformare il mondo. Invece offrono al nemico un’arma terribile: le loro stesse parole.

Tutto nasce dal silenzio. Dal segreto. È lì la resistenza. Di me, con tutti i miei corpi e le mie anime; di me, attento studioso del vostro sapere, ostinato archeologo delle vostre tecniche, non conoscerete niente. Io invece conosco Charcot, Janet, Jung, possiedo tutte le chiavi, so tutti i misteri. Fra le chiavi del simbolo e quelle del reparto psichiatrico qual è la differenza?

Vivo la condizione del giusto, quindi non posso aspettarmi altro che questa lunga e tenace inimicizia con voi, mascherata dalle tecniche, dai camici, dai nomi farmacologici. La mia mente cola. Ma voi, da millenni, la asciugate con uno straccio sporco che poi strizzate nel cesso. Un giorno o l’altro, proprio per questo, vi troverete a vagare nel vostro pianeta come automi crudeli. Ma io, con pazienza inflessibile, combatto le regole del gioco. Combatto te, fratello psichiatra. Tu hai smesso di piangere, io no: il mio delirio è le mie lacrime, la mia libertà. Senza legami, trabocco di legami col mondo degli spiriti, col regno dei morti vivi. Sei come ti pensavo, siete come vi pensavo: anime morte. Vi compiango. E, se ne siete consapevoli, vi odio di più e vi compiango di meno. Leponex cento milligrammi una compressa ore otto. Sereupin venti milligrammi una compressa ore dodici. En due milligrammi una compressa ore ventuno. In caso di insonnia trenta gocce di Talofen: ecco la terapia che avete pensato per il Grande Schizofrenico, tutto il vostro potere in milligrammi». (M.E.)

IMBIANCARSI L’ANIMA. Serena Olivari

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Ho ritrovato questa breve plaquette di Serena Olivari, Imbiancarsi l’anima, (s.i.p, s.d.), il 15 luglio del 2023 nel risvolto di copertina di un mio antico libro, Il demone accanto (L’Obliquo, 2000), nascosta come un misterioso segnalibro.

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Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le sue mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007) e La furia di quel piccolo niente. Poesie 1991-2007 (I Libri dell’Arca, edizioni Joker, 2013).

MARIO BENEDETTI. Alfonso Guida

Mario lesse una mia poesia su fb. La ricordo bene. Una lirica in settenari sullo sputo di un ragazzo in sede di seggio elettorale. Gli piacque. Mi contattò e mi invitò a scrivere a piacere sulla sua pagina. Ci scrivemmo. Fu un giorno di festa. Andavo matto dei morti di Umana Gloria, che erano esattamente i morti di San Mauro e della mia infanzia. Fui felice. Ma poco dopo seppi che era finito in ospedale e, non riuscendo più a sopportare il suo tempo, morì.
Umana Gloria è il più bel libro di poesia scritto tra il 1990 e il 2023.
C’è il menefreghismo stilistico del vero poeta Mario: né scuole né adepti. Era legato ai suoi mostri, ai suoi morti. Come un bambino. Quei morti che lui, successivamente, per amor di estetica, vide nelle “Pitture nere” di Goya, contemplandovi all’interno lo stesso “inabissabile” che vi ravvisò Baudelaire. E vide i cadaveri di mamma e papà attraverso i cadaveri e gli ossari di Zoran Music. Fino alla depressione. Il terzo e ultimo libro, Tersa morte. Quella morte inevitabile ma “tersa”, senza compiacimenti, né letteratura ne estetismo né usi figurati della lingua che non fossero quelli fabbricati dalle smanie di allucinazione proprie della malinconia depressiva. Il suo libro di brevi prose, Materiali di un’identità, contiene stupende riflessioni su Michelstaedter: pietà, Salvia e l’Eros come dépense in Bataille. Ascoltava il metal, i Rammstein. Come facesse, continuo a chiedermi. Gli voglio bene ma non l’ho mai incontrato. Gli sconosciuti a cui voglio bene superano in quantità parenti e conoscenti. La mia famiglia sono stati i libri che ho letto. Amelia era la matrona, Celan il re, i russi gli amici nomadi, i romani gli amici attraverso le cui opere ho potuto fare chiarezza nel groviglio indistricabile delle mie deviazioni.

Mario è morto di una morte trasparente.

17/07/23, 20:50

Mario Benedetti (fotografia di Dino Ignani)

NULLE PART. Bernard Noël

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Nulle part

quelqu’un n’a pas posé sa main sur ma nuque

aussi le manque n’a-t-il pas de visage

il est là simplement comme un toucher froid

un rappel de la parfaite solitude

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Da nessuna parte

nessuno ha posato la mano sulla mia nuca

così l‘assenza non ha volto

è là, semplice come un tocco freddo

un richiamo alla perfetta solitudine

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I testi sono tratti da: Bernard Noël. Le reste du voyage at autres poèmes, preface d François Bon, Éditions du Seuil,  Paris 2006. (trad. di M.E.)

FLORBELA ESPANCA. Poesie scelte

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Florbela Espança. Poesie scelte, con testo portoghese a fronte, cura e traduzione di Danila Boggiano, Edizioni Oltre, Sestri Levante, 2023

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Ciò che sorprende in Florbela Espanca è non tanto la problematica fragilità che riguarda il rapporto con sé stessa e con il mondo, cosa poco sorprendente, trattandosi di poesia, quanto la potenza delle immagini in cui questa fragilità va a confluire, come un abito sontuoso di colore rosso indossato in occasione di un lutto. Non per negarlo e rovesciarlo convenientemente in festa, ma per mostrarne in contrasto i dolorosi risvolti, contrappunto alla lucida consapevolezza spinta sino al punto dell’esasperazione che è il segno di Florbela donna e poeta. Guarda in sé, Florbela, e lo fa incessantemente e immediatamente, musicalmente, senza nulla concedere alla parte riflessiva e mediatrice della parola che potrebbe appunto flettere nella direzione del pacato aggiustamento il suo sguardo. Fa insomma quello che nessun poeta dovrebbe fare, ma questa è mia opinione, pena il lamentoso narcisismo, l’isterico compiacimento.

Eppure, nonostante la prepotenza impietosa e impetuosa del sentire e l’evitamento, quasi sconsiderato meccanismo di difesa posto dalla sua tendenza all’autodistruzione, da parte del linguaggio di una qualsivoglia misurata rappresentazione del dolore, questa poesia non sfiora neppure il rischio della leziosaggine e del patetico accoramento che certa letteratura, soprattutto femminile, potrebbe evocare. Al contrario, proprio da questo modo, tutto tratto dalla sensualità dell’accadere in lei delle cose, scaturisce quella danza tra l’alto e il basso che eccede il suo personalismo e si fa condivisione. Ne sono testimonianza i simboli, quasi archetipi, cui ricorre, la torre, il castello, la brughiera, la tempesta, la lotta tra la luce e il buio dei crepuscoli, il vento, l’abisso come tradimento dell’altitudine e l’altitudine come specchio solenne dell’abisso e suo riscatto.

Eros, in Florbela, eterno gioco tra poros e penia, tra desiderio e sua malinconica dissoluzione e desiderio del desiderio ancora, e nessuna possibilità di tregua, neppure a livello di nichilismo che potrebbe essere infine un approdo, non privo dei suoi conforti, dentro il principio di morte. Bipolarità, forse, l’andamento nevrotico che la riguarda? E chi è immune da nevrosi? Ma in quanti hanno gli strumenti espressivi -sì, a volte gli dei possono essere buoni- per trarre l’oro dalla nevrosi? Questa la grazia che Florbela, e persino il suo nome sembra suggerirla, porta con sé ed efficacemente ci svela, la possibilità qui, sulla terra obliqua dell’incompiutezza, della sosta dolorosa e ineludibile all’angolo degli otto cammini, di essere almeno nell’istante della pagina, nella dialettica giocosa e tragica tra il suo deserto e il segno chiamato a smentirlo, il fiore prezioso schiuso, fermo al punto giusto che lo riguarda.

(Danila Boggiano)

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Este livro…

Este livro é de mágoas. Desgraçados

Que no mundo passais, chorai ao lê-lo!

Somente a vossa dor de Torturados

Pode, talvez, senti-lo… e compreendê-lo.

Este livro é para vós. Abençoados

Os que o sentirem, sem ser bom nem belo!

Bíblia de tristes… Ó Desventurados,

Que a vossa imensa dor se acalme ao vê-lo!

Livro de Magoas… Dores… Ansiedade!

Livro de Sombras… Névoas… e Saudades!

Vai pelo mundo… (Trouxe-o no meu seio…)

Irmãos na Dor, os olhos razos de água,

Chorai comigo a minha imensa mágoa,

Lendo o meu livro só de mágoas cheio!…

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Questo libro…

Questo è il libro dei dolori. Infelici

che passate per il mondo, piangete mentre lo leggete!

Soltanto la vostra pena di torturati

può, forse, sentirlo…e comprenderlo.

Questo libro è per voi. Benedetti

quelli che potranno sentirlo, né buono né bello!

Bibbia di chi è triste…O sventurati,

che la vostra infinita pena si faccia lieve nel guardarlo!

Libro di dolori… sofferenze… ansietà!

Libro d’ombre… nuvole… e saudades!

Va per il mondo… (l’ho portato sul mio seno…)

Fratelli nella pena, gli occhi velati di pianto,

con me piangete il mio dolore immenso,

leggendo il mio libro solo di dolori pieno!..

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Divino instante

Ser urna pobre morta inerte e fria,

Hierática, deitada sob a terra,

Sem saber se no mundo há paz ou guerra,

Sem ver nascer, sem ver morrer o dia,

Luz apagada ao alto e que alumia,

Boca fechada à fala que não erra,

Urna de bronze que a Verdade encerra,

Ah! Ser Eu essa morta inerte e fria!

Ah, fixar o efémero! Esse instante

Em que o teu beijo sôfrego de amante

Queima o meu corpo frágil de âmbar loiro;

Ah, fixar o momento em que, dolente,

Tuas pálpebras descem, lentamente,

Sobre a vertigem dos teus olhos de oiro!

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Eterno istante

Essere una povera morta inerte e fredda,

ieratica, distesa sottoterra,

senza sapere se nel mondo c’è pace o guerra,

senza vedere nascere, senza vedere morire il giorno.

Lume spento in alto e che riluce,

bocca chiusa alla parola che non sbaglia,

urna di bronzo che racchiude infine il vero,

ah! Essere io quella morta inerte e fredda!

Ah, rendere eterno ciò che sfugge!

Quell’istante in cui il tuo bacio avido di amante

brucia il mio corpo delicato di ambra bionda;

ah, rendere eterno quel momento

in cui, dolente, le tue palpebre scendono, lentamente,

sulla vertigine dorata dei tuoi occhi

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Florbela Espança nasce a Villa Vicosa l’8 dicembre 1894 e muore suicida, nello stesso giorno, trentasei anni dopo. Si sposa tre volte ma non ha figli. Contemporanea di Pessoa, la sua vita letteraria oscilla fra apprezzamenti parziali e mancati riconoscimenti. In vita, pubblica due antologie di testi poetici, Il Libro dei dolori e Il Libro di sorella saudade. L’intera opera poetica è raccolta in Sonetti completi, nel 1934. da Guido Borrelli, un professore italiano innamorato della sua poesia.

Florbela Espança