Il Cobold 17, aprile 1988
Il Cobold, rivista di estetica e spazi creativi, fondata e diretta da Ettore Bonessio di Terzet


















(Giuliano Ladolfi editore, 2019)
(nota di lettura di Marco Ercolani, 2019)

«FINESTRE. della decadenza o visione dell’Impero
Arnie, nidi di animali magici, scorciatoie per farfalle e briganti.
Si arrampicano al cielo o scivolano basse per scheletri di vicoli umidi e neri.
Ragnatele mosche vermi scarafaggi.
Hanno trattenuto foglie secche, ruggine, mozziconi di sigarette. Non sono del mondo, il mondo non le insegue. Al mondo versano le verità che dal buio senza tempo custodiscono.
Sono tombini per la luce, gallerie dell’impero, passamano per il cielo, apiari dello spirito.
Non catturano lo sguardo dei passanti.
Nessuna pausa, nessuna sosta apre la chiave dell’arcano.
Basterebbe avvicinarsi, prenderle con gli occhi, fronte a fronte. Sentire un fremito lungo, caldo. Il sussulto di ciò che vive, morto per i morti».
Già alla seconda pagina del libro leggiamo di finestre che sono “arnie, nidi di animali magici, scorciatoie per farfalle e briganti”; di finestre che sono “tombini per la luce, gallerie dell’impero, passamano per il cielo”, e così scopriamo, inavvertitamente, di stare addentrandoci in un’opera inconciliata, imperdonabile, a cui Ilaria Seclì ha lavorato per oltre un decennio. Per un poeta irrequieto, appassionato di perfezione, un’opera non è mai finita (la parola “fine” non ha mai un senso) ma neppure abbandonata; è sospesa, come una pausa dentro una riflessione interminabile. Del suo L’Impero che si tace l’autrice stessa racconta: «La verità è che le geografie che lo percorrono come vene ora evidenti sulla pelle ora nascoste e sotterranee, non sono mappate, non hanno nomi di battesimo, né sono presenti nelle cartine. Sono geografie dell’altrove che il compromesso col mondo definisce Cividale del Friuli, Praga, Trieste, Lecce. Eppure, eppure, questi luoghi davvero sono testimoni e medium, tramite. Come per le Creature, esistono quelle tutte presenti e centrate nel fatto del mondo e altre con baricentro irriducibile, nate e prese da altre patrie, altri destini».
Poema interminato, opera-arcipelago, erratica, arroventata, evaporata, impossibile, L’Impero che si tace lavora l’impossibile della sua prosa visionaria dentro l’osso della parola. L’opera di ogni scrittore nasce come maschera aperta verso l’abisso, ne restituisce frammenti, aloni, barbagli, come se una bomba fosse già esplosa dentro il corpo della scrittura. Ilaria coordina, sonnambolicamente, i frammenti, il flusso delle immagini che salgono dal nero, fluttuanti ma sempre definite da un margine. L’Impero che si tace è un romanzo fantasmatico che procede a folate, un incantesimo stralunato, fitto di voci che pullulano come crogiuolo vitale, non come cimitero di frasi. Anche definire il titolo del libro non è semplice: il lettore deve viaggiare dentro l’Impero senza farsi troppe domande, come aggirandosi in un libro di Alvaro Mutis dove Maqroll il Gabbiere, nelle sue peripezie favolose, è il poeta stesso, vivo solo nel pericolo delle sue frasi appese al foglio. In questo libro di prose – ma prose è un concetto lontano da queste schegge poetiche, da queste apocalissi percettive, “Sentinelle praghesi e marionette di notte” – la poesia è avventura stranita e nomade, capitombolo di forme, avventura di morti e rinascite. I passaggi sono apparizioni da catturare come fantasmi -«so il punto preciso in cui l’aria è cambiata o il paesaggio». La poesia resta un essere “fuori di sé” che costruisce le forme della sua evasione – non pienezza di canto ma radice dell’impossibilità della parola. Sorda al linguaggio comune, questa poesia è illimitata ma tangibile, continua a fondare limiti che descrivano il loro sulfureo dissolversi. René Char, descrivendo l’impresa poetica, afferma: «L’impossibile non lo raggiungiamo mai, ma ci serve da lampada»
Ilaria Seclì, invasa ma indomita, scaglia avanti il suo poema come una lampada ardente. Questa scrittura, nutrita dal giorno e affinata dalla notte, è materiale di un sogno, necessario ai vivi come ai morti, e gli strumenti del sogno sono le parole («È sostanza di mare e di vento. Ad altro non puoi fare affidamento»). Non aggiunge nulla al mondo, questo poema: vuole dislocarlo, sfigurarlo, deviarlo. Questo libro è l’altra fiaba, la geografia di un mappamondo ancora da inventare, il film sconosciuto che Kieslowski doveva girare e che non ha mai girato «(Krzysztof Krzysztof Krysztof per ogni fiato e saliva sulla cinepresa»), una stramba trama di congedi, il rito stralunato di una partenza, il sogno avventuroso di un ritorno; è porto senza mari e insieme mare stracolmo di porti densi di tutte le frasi che raccontano le avventure dei naviganti. Solo un io molteplice può avere intrecciato questo libro come davanti a uno specchio deformante: lo traversano echi di Borges, Basile, Carroll, ma anche di certe scene corali di Rossini dove tutti i protagonisti sembrano impazzire di fronte alla rivelazione di una realtà sempre più sfuggente. Recita l’epigrafe di Cristina Campo: «Puri specchi ed echi alludono ad altre cose». Quali cose? Forse il vento. «Ogni tanto passa un ambulante la cui voce ricorda quel vento spaventoso. Tutti ridono e gli fanno il verso compresi i vecchi nella piazza». Presenze di streghe e di madri, carte, talismani, doni, magie, sentieri percorsi in mille boschi e città, lampi biografici, accelerazioni metafisiche, incursioni surreali.
«Ci sono terre che non sgualciscono il passato. Lo ritrovi – pelle tesa adolescente – in un crocicchio, nell’edicola votiva, in una grotta, una cucina, nel porto dove il vento non va mai incontro alla cronaca, ai fatti, all’attualità. È mediterraneo. Vento nato sospeso tra oriente e mare, nasce e non appieda».

La scrittura poetica di questo libro è “vento nato sospeso”, che afferra il lettore con angeli, animali, cariatidi, stendardi, gatti, gufi, edicole, piazze, che danzano tutte insieme dentro il vortice di testi franati e scheggiati. Il lettore legge queste pagine sospeso in un incanto di odori, immagini e sapori, fra bazar e moschea, ma l’emozione gli blocca il fiato, non gli consente di proseguire oltre; è costretto, come suggerisce Barthes, a sollevare la testa dal foglio perché non regge oltre la tensione, a distogliere gli occhi e a pensare dentro quelle parole appena lette altre avviluppanti parole. Se una pagina non desta dentro di noi ammirazione e malessere, potremmo definirla superflua, simile a migliaia di pagine già scritte. Il senso di ondivaga avventura, di concitata iperbole, del poema di Ilaria Seclì, ce la fa vivere necessaria proprio con quel giro di parole, quella scansione di verbi e di nomi, quella particolare vibrazione di pensiero e di lingua che seduce e confonde il lettore. L’Impero che si tace nasce dall’impulso a liberarsi da un oscuro grumo interiore, rendendo così libero il proprio pensiero “distonico” al mondo.
«Sono la coscienza senza sonno, il sonno vuoto e calmo senza lo scherzo, lo scherno, lo sforzo del risveglio, il piacere fuori da avare concessioni.
Sono l’altalena perenne, l’imperturbabile dondolio di ciò che è vivo e vive tra le cose morte, mai in affare coi perduti. Mai in affare con la mente sinistra che trattiene e nutre larve e chiama vita il cadavere che disseta e sfama obbedendo in ginocchio alla macchina abietta, alla voce senza volto che inibisce lo squittio del topo».
Le prose di Ilaria, artista visionaria e barocca, appartengono al mondo degli “scorticati”, dei poeti “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe ancora a spiegare il trasalire dell’emozione che questa voce poetica trasfonde al lettore. Qui la poesia non è solo la farneticante invenzione delle immagini: è lei stessa la natura tragica del poiein. Scrive Holderlin: «Perché questo è il tragico in noi, che abbandoniamo in completo silenzio, impacchettati in qualche contenitore, il regno dei viventi, non che, divorati dalle fiamme, scontiamo le fiamme che non siamo riusciti a domare». Quelle fiamme, il poeta le sconta attraverso l’esperienza del vuoto. Le regole vanno sempre sovvertite: non c’è un finale “verosimile” e “obbligato” a nessuna storia. Il fluire delle sensazioni inventa da sé le sue strade:
«PAESI SOMMERSI
Ci sono campanili nei laghi. Paesi sommersi.
E c’è una donna anfibio che prova a sentir messa tra i banchi d’acqua e zolfo. Cupoletta agitata per la sorpresa della neve.
Ogni domenica ritorna, le panche vuote, non un’ eco di canto sommesso né un fiore o centrini per l’altare.
Nemmeno un cadavere per il commiato, un osso, un reliquiario, una clavicola scivolata giù dall’agosto ‘480.
Eppure tutto è un inno di morte, lo scintillio di pupille senza corpi né viso, l’ombra di pesci mostruosi che avvisano respiri interrotti.
Dicono che quella è terra di ciclopi.
Che di nessun estraneo è gradita la presenza».
La parola di Ilaria Seclì viene da una “terra di ciclopi”: generosa, affabulante, arcana. Domina, nei suoi versi, una febbre analogica, una Wahnstimmung, una “tempesta emotiva” che vuole sciogliere il peso delle comuni parole: è, la sua, una poesia sempre sul punto di disintegrarsi, tra furore e dolcezza, e che trattiene a stento nella lingua dell’alfabeto la sua violenza di genesi. Ilaria è costantemente posseduta da un daimon che cerca nuovi segreti, convergente e divergente, fedele alle parole di Char quando definisce la poesia «come un canto di uccello che sta sottoterra e cerca di risorgere, che è risorto da uno spazio troppo bianco». Non è di quello spazio “troppo bianco” che si occupa il poeta ma del turbinoso accavallarsi di immagini che cancellano quel biancore per colmarlo del brulichìo sonoro di paesaggi in fuga. Come spiega la stessa autrice: «nell’Impero le voci sono acquatiche vegetali cosali, fatti del clima, degli animali: neve pioggia nebbia cieli azzurri, o degli animali. L’uomo non c’è. Se c’è è un boscaiolo che ha lasciato gli attrezzi a ridosso di una casa nel bosco, e non si vede, non c’è. Ci sono io ma senza volontà, sono un fantasma, un medium». Poeta appartato e ustionante, che non cerca clamori ma che non vuole silenzi, Ilaria è “lo stare di vento” che le fluttua dentro:
«La coscienza, come ogni principio fluttua mobile. Dire ai molluschi di terra che il codice all’origine non è stato insufflato, che i punti cardinali sono girandole e trottole, che lo stare è stare di vento e le parole cambiano sembianze anticipando e accorciando le fasi della luna»..
Come scrive Giorgio Galli, “L’impero che si tace è uno smarrimento completo, richiede al lettore la disponibilità a lasciarsi sfare come vento, a lasciarsi accadere mentre fuori la parola accade nel rigoglio dei suoi moti incantatori, e al tempo stesso anche la parola si lascia smarrire nelle mille risonanze del linguaggio, e il linguaggio si proietta fuori di se stesso, nel mondo ch’è fuor dell’opera. Che cos’è, dunque, questo Impero? E’ un’opera di poesia? Sì, in senso lato; no, in senso stretto. E’ un’opera di prosa poetica? Nemmeno. E allora cos’è?”. Come scrive l’autrice: «L’Impero che si tace è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi». Non solo l’umano, ma i minerali, le cose, i vortici – tutto quanto distoglie dall’io. Questo libro, come recita l’I Ching, è un’”esigenza di inizio e un tormento di fine”, è imperativo categorico di una danza convulsa e vitale che racchiude in sé anche il suo opposto: una tragica immobilità. «Le cose vanno e vengono, per lo più scontente, e meno male se qualcuno le raccoglie in un dire a perdifiato, facendone turbinìo» (Nanni Cagnone). Il “turbinìo” è questo Impero, che resta nella memoria come un microscopico brulicare di presenze, una muffa sui muri, l’aria allucinata di un viaggio ovunque, dove la realtà frana, come l’io nei Quaderni di Malte Lauris Brigge ,e le fibre del creato si agitano fino a rendere il sogno stesso una cosa viva: dentro questa “cosa viva” il poeta si aggira nomade trionfante e sconfitto, sospeso fra le rovine pulsanti della bellezza:
[…]
L’impero è lì, in una maceria bianca. Eccesso e volontà autistica.
[…]
Afasica nostra lingua, arriva dove deve.
[…]
La parola d’ordine è muta, la conosce il tempo senza tempo. Hai capito».



Taccuini inediti di Jurij Karlovic Oleša (1973).


Da parecchi anni mi affascina assistere ai recitals di uno strano attore, Djuma Petrov. Petrov non interpreta nessun ruolo tradizionale né lavora in compagnie conosciute. Nessuno può raccontare di averlo visto nella parte di Amleto o di Shylock. Odia Shakespeare e tutto il repertorio teatrale: lo giudica enfatico e ne parla spesso come della «noiosa isteria» che trasforma l’attore in non-attore. Petrov è un uomo alto e timido, dalla voce mite e dall’aria sommessa, e interpreta, in parecchi cabarets d’avanguardia, dall’Arciere di Pietra al Gatto Nero, uno strano tipo di monologo. È quasi impossibile definire cosa sono effettivamente i monologhi di Petrov: lui ne parla come di racconti. Con la sua voce serena mi confessa che colleziona diari e lettere di artisti. «Mi servono per il mio lavoro. Per reinterpretare le loro voci. Non saprei aggiungere altro». Ricordo la prima volta in cui lo vidi, a Kiev: era una notte di ottobre, fredda e ventosa, e lui, nel livido teatrino di Karskoe, parlava come se fosse Raskolnikòv, ma in prima persona. Penso che ogni lettore russo sappia che Delitto e castigo è scritto in terza persona, come tutti i romanzi di Dostoevskij. Ebbene, Petrov diceva «io» e ci raccontava emozioni e deliri del celeberrimo assassino che io non ricordavo affatto. Alla fine del monologo, spiegò al pubblico che aveva lavorato su alcuni documenti inediti di Dostoevskij, fra cui il Diario di Raskolnikòv, la prima stesura di Delitto e castigo, che era effettivamente stato scritto in prima persona. La seconda volta in cui lo vidi recitare, provai un’emozione ancora più intensa: Petrov narrava la sua fuga da Jasnaja Poljana come se fosse lui stesso il vecchissimo Tolstoi che, a ottantadue anni, lasciava la sua casa come un folle. Fu in quel momento che capii come i confini fra vero e falso fossero incredibilmente labili: niente poteva assicurarmi che Petrov lavorasse su del materiale «vero», tratto da autentiche testimonianze di Tolstoi, eppure ciò che vedevo sulla scena era proprio Tolstoi, e ciò che sentivo era proprio il linguaggio solenne e semplice, esatto e impetuoso, dell’autore di Guerra e pace. Compresi che quelli di Petrov erano «racconti-in-trance», scritti all’interno di alcune voci, vissuti nell’orbita di certi destini. In qualche modo, ascoltandolo, mi sembrava di vedere delle stelle, traversate da scie di nuove stelle, trasformarsi in nuove galassie. “Lavoro per salvare qualcosa di essenziale – ripeteva Petrov.
Una volta, quando ero ragazzo, salvai per caso l’occhio dall’impatto di una scheggia, e negli anni futuri mi rallegrai di possedere gli occhi, le iridi, le pupille, le ciglia, ero quasi commosso dal vedere le soffitte incendiate dal sole al tramonto e il fumo che si leva azzurro nel cielo. Provavo un’emozione simile anche adesso: vedere oltre quanto ci concede un’esistenza, guardare nel fondo di un destino, variare i timbri di una voce. Chiesi a Petrov di sfogliare i suoi appunti. Egli me lo permise con un sorriso. «A un grande scrittore, caro Oleša, non si rifiuta nulla. Ecco i miei jeux de cartes».
Lessi i nomi di Cechov e Dostoevskij, Filonov e Garšn, Babel ed Eisenstein. Poi la mia attenzione si concentrò su alcune pagine. Portavano, come intestazione, Taccuini di Jurij Oleša. Lessi rapidamente. Ricordo le prime parole: «Mosca è uno sciame di uomini. Cresce l’illusione di chi mi immagina al lavoro, le grandi mani poggiate sui fogli, la testa concentrata a pensare la trama del secondo capolavoro. C’è il sole, fuori, ma non posso uscire all’aperto. “Oleša non è come gli altri uomini – dicono – deve uguagliare il primo libro, scrivere un’altra opera della stessa potenza”. “Invidia è prodigioso, ma non può restare unico. Ci mancherebbe. Il grande scrittore moscovita ha la missione di superare se stesso”. Nessuna alternativa: devo emularmi e superarmi. Là fuori, aspettano l’altro capolavoro: non si accontentano di paginette, racconti, impressioni. La folla vuole il numero 2. Il terribile 2. […] Perché non mi lasciano in pace? Non sono più all’altezza di me. Avrei dovuto scrivere Invidia nella piena clandestinità e magari pubblicarlo anonimo. Oggi non sarei inchiodato come un servo della gleba a questo tavolo da scrittore. Pensare che detesto la forma esatta, il romanzo scintillante e funambolico! Che amo le parti segrete e dimesse della scrittura e vorrei essere ricordato solo per questo mio diario! […] Mi auguro che la morte mi sorprenda benevola nel bel mezzo dei cahiers sterminati e scrupolosissimi che preparano il mio grande deuxième livre, e tutta Mosca possa dire che Oleša non ebbe il tempo materiale dell’ultima stesura.”Ancora un mese, ancora ventiquattro, forse venticinque giorni, e il capolavoro sarebbe sprigionato dai suoi appunti come un fulmine nel cielo stellato”. Ma il tempo, il tempo…».
Dopo aver letto le «mie» pagine, pensai a lungo alle parole di Petrov: «Lavoro per salvare qualcosa di essenziale». Queste parole mi ossessionano anche oggi. Che cos’è l’«essenziale» che bisogna salvare? I testi scelti dal guitto di Kiev, quelli che ho appena mostrato, avrebbero potuto essere diversi da quelli che ho trovato e che ho letto. Se continuassi a frugare le sue carte chissà cosa scoprirei, di quali destini condividerei le favolose possibilità, così come un lettore, sprofondato nelle Mille e una notte, vuole sempre cambiare i nodi del tappeto fantastico dove proliferano le storie di Shéhérazade. Petrov conferma una mia vecchia convinzione: non esiste, nella letteratura universale, un autore definibile, padrone unico dei suoi testi, ma uno scriba anonimo a cui diverse leggende hanno prestato nel corso dei secoli diversi nomi – quello stesso scriba che i popoli aztechi mutilavano della mano per impedire che scrivesse la storia del suo popolo e magicamente gli impedisse di morire. Gli scrittori che Petrov ha trovato e citato o reinventato, diversissimi per carattere e per genere artistico, hanno singolari analogie nella loro «scrittura intima». Il brano firmato Oleša lo dimostra. Ovviamente, l’ho mai scritto io: è un’invenzione di Petrov. Ma mette l’accento sul mio problema. Io, scrittore acclamato in tutta la Russia come autore di Invidia, voglio sottrarmi al mio destino. È assolutamente e psicologicamente vero, dentro di me, anche se non l’avevo mai confessato così chiaramente. Petrov ha scritto qualcosa di cui ammetterei volentieri la paternità.
Credo, in sostanza, che la forza monumentale dei capolavori annunciati ci distragga dalla verità eccezionale delle opere scritte con la mano sinistra. Ognuno di noi potrebbe avere scritto gli appunti e le lettere citate da Petrov ed essere stato ora Cechov e ora Babel, ora Garšin e ora Eišenstein. Questi scrittori appartengono tutti allo stessa specie, perché sono colti in un momento estremo o intimo della loro arte. Sono un unico autore – ma dalle molti mani e dai diversi destini. La somiglianza più precisa e più impressionante che mi viene in mente è quella con un organo nelle cui canne soffiano molte voci. La lettura di queste pagine ci suggerisce che esiste una misteriosa uguaglianza di stile che i secoli non riescono a cancellare: nei diari e nelle lettere degli artisti abita quella misteriosa e comune affabilità che, nelle loro opere maggiori, quegli stessi artisti non possiedono o rifiutano di mostrare. Henry James disse, poco prima di morire: «Ecco qui, questa cosa distinta». Probabilmente alludeva alla morte: per lui e per molti scrittori, ne sono certo, la capacità di distinguere appare solo nella lucidità della morte e diventa, per citare un racconto celeberrimo dello stesso James, la loro specifica Cifra del tappeto. Finché siamo vivi un filo rosso ci accomuna, non ci consente di distinguere tra il ricordo di Dostoevskij o l’aforisma di Cechov. È tutto un cielo fitto di stelle, e ogni stella brilla del suo particolare chiarore, vicinissimo al chiarore dell’altra. Quale filologo potrebbe distinguere una dall’altra, senza spazientire il poeta? Questo cielo fitto e luminoso non è forse il Fiore rosso di cui ci parlava Garšin in un celebre racconto – il desiderio inspiegabile di un folle per un fiore rosso, un desiderio così intenso da privarlo della ragione ma non della voce? Immagino, talvolta, un cielo non fitto di stelle ma di voci, e la mia attenzione si sposta rapidamente, di voce in voce, senza potere, senza sapere fermarsi. Ogni opera intona sempre lo stesso tema, ma ogni volta lo esegue con timbri diversi. Ricordo ancora l’esecuzione alla radio del Bolero di Ravel, sotto la bacchetta di Guido Cantelli: l’esecuzione era strepitosa perché trascurava il tema per mettere in risalto la nitidezza della percussione. Il notissimo refrain raveliano ne usciva fuori come il rombo selvaggio di mille tamburi africani.
Io penso che la stessa percussiva e sotterranea violenza occupi i taccuini passati e futuri degli artisti che avremo in sorte di conoscere, vivi o morti, e questa uguaglianza, più che turbarmi, mi rallegra; mi convince che, in un modo o nell’altro, potremmo sempre pensare, benché lontani nello spazio e nel tempo, lo stesso sogno, e questo sogno non smetterà di ricreare il mondo. Obietterete – ma se tutti questi racconti fossero solo una capricciosa invenzione di Petrov, un divertissement senz’altro scopo che quello di menarci per il naso, un banale apocrifo, una futile parodia? Vi direi: è la stessa cosa. Non avete forse immaginato, leggendo queste pagine, che Cechov fosse Cechov e Garšin Garšin? Anche se qualcuno vi avesse ingannato, ciò che conta non è forse la sensazione che abbiamo vissuto la sua stessa intensità, l’emozione eccezionale di trovarsi sempre, in qualsiasi momento dell’atto artistico, nella piacevolissima posizione del funambolo che può volare di sotto, attratto da una musica antica, come volare di sopra, stregato da una musica nuova?
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.



Lettera di Bruno Schulz a Debora Vogel (1944 circa).

Parlando con voi, Debora, anche se non so dove siate ora, mi distolgo dall’incubo della mia vita perduta contro il quale ho smesso di lottare proprio perché quell’incubo, condannandomi all’assenza di alternative mi lasciava sereno, come certi operai massacrati di botte restano incapaci di muovere un dito, quieto e un po’ assonnato, i pensieri fuori dalla testa, docile all’ordine successivo. A Varsavia molti tenenti e caporalmaggiori sono pronti a scavarti ordini nella pelle del cranio, pensando di marchiarti le meningi, di plasmarti il pensiero, di cambiarti il cuore.
Con voi, Debora, la vita che credevo perduta ritorna, abbagliante e irriducibile, nell’estasi del nostro dialogo come un’occasione straordinaria, che non cogliere sarebbe ridicolo più che imperdonabile. Novalis lo ripeteva spesso: prendere forma. Ecco il nostro compito: da marionette proteiformi, da saltimbanchi camaleontici, da scimmie liriche annichilite da una sensibilità folgorante e tormentate da un imbarazzo penoso, diventare umani. A ciò provvede questo prodigioso accompagnamento: le vostre lettere, Debora, la vostra voce che mi arriva qui come basso continuo e favoloso, la vostra scrittura di cui dubito come dubito della speranza di essere amato. Talvolta mi afferra il malinconico presagio del nostro futuro carteggio disperso in due mondi, due nazioni, due case lontane, i corpi caduti in un sonno simile alla morte, le stanze irreparabilmente vuote come dopo un furto o una fuga, i pavimenti polverosi, con le nostre parole calpestate da ottusi poliziotti o dimenticate da volgari parenti. Voi avete compreso, Debora, la mia natura proteiforme e penosa di automa e potete, se volete, liberarmi dall’incantesimo; guidarmi, con il filo a piombo della vostra dolce ragione, alla mia vera forma-Bruno Schulz – cosa che Bruno Schulz ignora anche oggi, mentre colora di mostri incantevoli la stanza di questo bambino, figlio di Felix Landau, il mio felice protettore (Austria felix?). Non so se rifinirò questi orchi e queste principesse, Debora: temo che, dopo l’ultimo disegno, Felix mi sopprima come uno scomodo operaio a lavoro ultimato. Dipingo lentamente, molto lentamente. Non so se voi siate così sconsiderata da camminare come una sonnambula sopra l’abisso che ogni giorno io esploro con terrore reale, sentendomi franare le macerie sotto i piedi. Non so se siate, a tutti gli effetti, più forte di me.
Di certo, mi state liberando, parola dopo parola, dal furioso sortilegio che mi faceva essere simultaneamente libro e uccello, figlio e giardino, temporale e insetto – prodigiosa e inestinguibile metafora che, con il cadere della notte si richiude nel corpo addormentato e goffo di un mediocre insegnante di disegno, che oggi colora la stanza di un antipatico bambinetto per sopravvivere al suo personale sterminio. Voi siete, per me Ulisse, le dolci dita di cera che tappano le sue orecchie perché, dall’albero della nave a cui è legato, non senta più le sirene che, se udite, lo condannerebbero a tornare turbine di forme – cometa e topo, ginestra e bottega, lampada e roccia. Proprio adesso mi ritrovo in tasca un pezzo della recensione che volevo scrivere in forma di lettera, tanti anni fa, a Boleslaw Lesmiàn, per il suo bellissimo libro di poesie: Il filtro ombroso. Leggo me stesso: «…La nuova casa non è completamente buia, Boleslaw. L’interno palpita di luce. È come quando dormiamo, isolati dal corpo, smarriti dal mondo, ma vediamo attraverso le palpebre chiuse. Allora siamo come libri. I libri iniziano in un secolo e poi continuano in un altro, terminando chissà dove. Le frasi si rincorrono come lepri. Ma la nuova casa c’è. È il tuo ultimo libro, Boleslaw, il filtro d’ombra, il dono che ci hai lasciato in questo stato di incantesimo. È una casa piena di rami carichi di uccelli variopinti. Dobbiamo ancora traboccare, Boleslaw. Per ora danziamo, cantiamo, prendiamo, seminiamo. Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all’aria delle cose, così tutto diventa canto…».

La vostra parola, Debora, invece, mi fa sentire finalmente le ossa. Oggi sono più simile al manico di un pugnale o alla maniglia di un portale di pietra piuttosto che al pulviscolo lucente in cui mi sono sempre identificato con morboso piacere. Se oggi io fossi una scia di luce nell’oceano voi sareste il vento che modella quella scia a barca di legno chiaro, forte e luminosa, diretta con sicurezza verso la rotta fissata, e io, libero dai legacci dell’albero, cosa furibonda e viva, vi abbraccerei su quella nave, come la cavità di una grotta accoglie la voce che lo colma di suoni inesprimibili.
Voi mi date forma, Debora, e scrivervi, in questo momento, mi sembra quasi un’offesa, come se ogni parola delle mie lettere fosse lo scoglio che vi impedisce di avvolgermi tutto, di impregnarmi di voi come la terra macera che, nutrita dalla pioggia, scaturisce dal suo grembo erbe altissime e piante sontuose. Io, è questo che desidero da sempre. Da sempre sono una colonna in macerie che vuole, con la forza mutilata della sua struttura, essere fecondata. E allora devo restare attento, immobile, muto, in attesa della vostra risposta – la mia nuova casa. La casa che è mia, è vostra, è di Boleslaw. Non tacete. Non lasciatemi solo per troppi giorni. Già temo che ventisei, ventisette ore potrebbero farmi male come una granata esplosa nel petto di un soldato. Rabbrividisco al pensiero di tornare il Bruno di una volta, di non avere più nessun rapporto con gli esseri vivi, e così, con velocità prodigiosa, senza nessuna ragione, ridiventare – assente te, Debora – quel Proteo impazzito, preda innocente di una scrittura avida e golosa, giocosa e infantile, distruttiva e morbosa, che dimentica persino di essere Proteo. Per adesso continuo a dipingere i muri della sua stanza, sperando che il piccolo Landau, questo piccolo stronzo biondastro, non sputi sopra i personaggi delle mie storie e non strilli al padre che non ha più voglia di vedermi, perché io sono solo un brutto ebreo imbrattamuri con i piedi goffi e grandi che calpestano i lembi delle sue delicate lenzuola.
Vostro, ancora parlante, Bruno
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008



Incontro di Michail Efraim Kovanjc con Velimir Vladimirovic Chlebnikov (1923).

Da ore infuria la tormenta. L’aria è invasa da un pulviscolo bianco, che acceca. Un rumore sordo fascia le tempie. Il cavallo prende una corsa folle, inspiegabile. La slitta urta un masso ghiacciato e si rovescia in avanti. Quando riprendo i sensi, una luce bianca illumina la radura. Il cielo, basso e nero nei giorni della tormenta, ora è candido, arioso, immenso. Sopra l’orizzonte sfavilla la luna. Fiocchi di neve turbinano distanti, senza emettere suoni. Il silenzio è assoluto. Mi alzo dalla slitta – il mio cavallo è stramazzato morto – e avanzo in silenzio, tastando l’aria nel buio. L’aria è mite, quasi calda. D’un tratto sento un suono. Sembra una voce, ma non è una voce. Assomiglia al verso di un uccello, a un richiamo animale, all’eco di qualche strumento primitivo che il vento ha fatto vibrare per caso dal punto della terra in cui era stato sepolto. Mi avvicino al centro della radura, al punto da cui viene il suono, che è sempre più forte, più limpido. Il cielo è azzurro, la neve non cade, la radura è magicamente circolare. Appoggiato a una quercia ghiacciata, un uomo dalla testa calva e dal profilo da falco spalanca la bocca a intervalli regolari. Porta un’ampia pelliccia sul corpo, lunga fino alle caviglie. Il suono che emette dalla bocca è un richiamo fatto di suoni stridenti e impensabili, pronunciati in una lingua sconosciuta. Attorno a lui la tormenta è come sospesa. I fiocchi sibilano solo oltre il cerchio della radura. Volta la testa e mi guarda in silenzio, con ostilità. Poi, con gesto fulmineo, si sbottona la pelliccia e mi svela il corpo nudo, incavato dai digiuni, segnato da tre inspiegabili cicatrici sotto lo sterno. Un foglio scivola dalle pieghe della sua pelliccia. Lo raccolgo e leggo, vergato in calligrafia minuta, un biglietto spiegazzato, che sembra essere stato chiuso a lungo nel cavo di una mano o nella federa di un cuscino. Nel biglietto una sola frase: Quasi segreto.
Mentre la leggo, la tormenta riprende a sibilare, vicinissima. Poi, lentamente, le raffiche diminuiscono di intensità. Ritorna, magicamente, il silenzio. Mi avvicino ancora di più. A bassa voce tento di sussurrare una domanda. Ma formulo appena la prima lettera che la voce mi sparisce dalla gola. Sotto il cielo limpido gli occhi dello sconosciuto non fissano più l’orizzonte, dove la bufera infuria fra i tronchi delle querce con fiocchi fittissimi, ma il precipizio che si è appena aperto ai nostri piedi, nella neve della radura. Stiamo per inventare, insieme, la lingua dei giusti. Ma quale ne sarà l’involucro, per il mondo? Mi sveglio come da un sogno e mi scopro solo, nella radura. Sconcertato, cammino a piedi nella steppa ghiacciata. Raggiungo, finalmente, le porte di Pietroburgo. A due passi dalla Fontan’ka, vedo un gruppo di uomini. Stanno ascoltando qualcuno che, dalla scalinata della chiesa, la pelliccia aperta sul corpo nudo, sussurra come un ossesso parole. Riconosco l’uomo, gli faccio cenno con la mano, ma lui, strambo e mentecatto juròdivyi, gli occhi fissi nella piccola folla, vaticinando, continua a parlare:
«Uglossia esiste! Uglossia esiste! Noi non siamo fanciulli idioti. Da terroristi della purezza, vogliamo esplosioni nel tessuto della parola. E allora, scoperchiamo le case sicure del linguaggio. Creiamo una lingua nuova, fatta di vetro, dove le parole sono schegge in fiamme che turbinano contro gli specchi. Creiamo la parola vivente: germina sottoterra, dalle radici della lingua; è concime, nel cavo della mano.
Eccole qui, le lettere dell’alfabeto – uno sciame di api chiuse nella gabbia della terra, pronte a pungervi la lingua e la voce. La lingua vera è quella muta, nascosta sotto le trame del senso, quasi segreta; avverto tutta la tempesta delle sue radici, quel sottosuolo pulsante. Una lingua nuova e giusta potrebbe far saltare la montagna che separa due parole opposte, sgretolare la roccia che blocca due frasi nemiche, aprire la via alla vera creazione verbale.
A noi manca la scienza di questa creazione, a noi manca una sintassi comune a tutto il popolo russo, ai popoli di questo terzo satellite del Sole, agli abitanti di tutte le stelle delle galassie. Come vorrei dire io, ia, o, iok, nisam, ed essere acclamato profeta di una nuova lingua universale! Come vorrei cantare zi zizi ziro ziro zullullullulliii, e non essere scambiato per un povero matto da irridere ma per l’usignuolo estasiato in cima alle betulle! Zen, nella nostra lingua, significa occhio e terra. Infatti, la terra guardata dall’occhio è già un’immagine riflessa nella poesia e l’occhio che guarda la terra è già sedotto dal fondo delle radici. La nostra lingua trova il fondo dello specchio – e quel fondo sono le parole. Bisogna popolare la vita della lingua di parole nuove, mai esistite o già esistenti, ma dimenticate. Fiume che si ingrossa e trabocca di sedimenti, acqua, sabbia, relitti, fossili, scorie: ecco la lingua, in perenne tumulto – voce vibrata fra due case, urlo lanciato fra due pozzi lontani. Come dicono i saggi, il sole è un granello di polvere nella galassia, simile a tutte le altre stelle. Ma, quando il nostro pianeta brucia sotto il suo fuoco e noi moriamo di caldo e di sete, la parola può violare la luce del mezzogiorno e inventare, per il sole dei cieli, un crepuscolo stellare, fatto di astri in via di esplosione. Basta che noi diciamo notte. E al contrario, se il sole che brilla nel cielo e scalda la terra sparisse, la terra diventerebbe davvero un pugno di polvere gelata persa negli spazi del cosmo? No: ci salverebbe la parola sole, miracolosamente viva come seme che inventa altri semi.
Leggete la nostra lingua. Sentitela con le dita, con gli occhi. E’ la lingua universale dei vivi. La lingua dei giusti. La lingua del mio stesso nome.
C: coppa aperta, casa spalancata, bara imperfetta.
H: enigma, doppia scala, passaggio.
L: un’asse grande e una piccola, saldate insieme, bianche.
E: l’illusione che la vita continui, contro la morte.
B: bacca rossa, scuro, succosa, matura.
N: dove i fulmini sono suoni.
I: i corpi umani, in bilico, in pericolo.
K: l’enigma che mi fa essere qui.
O: il sole di cui siamo schiavi e padroni.
V: risucchia rocce nella terra, svelle astri dal cielo.
Mi manca la T, la forca a cui vorreste impiccarmi. Perché non la vedo? Perché non appartiene al mio nome. La scala si svuota. Ancora una volta mi lasciate solo, come i boiardi lasciarono Ivan. Fermatevi! Perché fuggite? Lasciate che rompa la federa del cuscino! Permettete, miei cari, che dalle piume liberi poesie e le affidi al vento, perché nel vento fecondino parole, uccelli, alberi, terre, e non sia più solo alfabeto tutto questo, solo lettera morta da sigillare nei libri stampati e nel lutto dei riti, ma fluida, notturna voce dell’origine… ».
*Il testo è tratto da. Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.
Taccuini inediti di Caspar David Friedrich (datati 1836), ritrovati in un album di schizzi con sulla copertina, scritta, in inchiostro rosso, la parola “Reisengebirge”.


Un cielo di Leonardo, e in quell’azzurro così calmo, in quel tono così giusto, la quiete che desidero. Imitarlo, ridipingerlo.
Martedì. Riesengebirge. L’ennesimo tramonto. Devo stare attento. Troppa bellezza costringe a un respiro breve, a un disegno esatto, a contorni precisi.
Stare a letto, dormire. Poi svegliarsi, passeggiare, respirare, sapendo che le tele sono tutte là, intoccate, nell’atelier. Creare è un attimo. Ciò che resta è l’arte del respiro. Non si può tumulare il mondo.
Tele senz’aria. Tre quarti della mia opera. Disprezzo.
Nei miei schizzi è diminuito quell’eccesso di cielo, di bianco assoluto, che aveva fatto dei miei covoni e dei miei alberi tracce lievi sulla carta, delle navi e dei porti uno scheletro di vele e di scogli. Comincio a colorare i cieli, a respirare in modo ampio. Sono cieli smorzati, soffici, dolci; aprono spazi, speranze. Non devo più essere esatto. Ho un corpo con tante lacune. Sbaglio.
L’arte consumata in solitudine. Infelicità vigilata.
Se osservi il quadro della nave naufragata nel ghiaccio non credere, come tutti, che io sia il devoto discepolo di un’allegoria della morte. Guarda bene le luci di quei pezzi di ghiaccio: sono foglie illuminate dall’alba, piante che stanno per fiorire.

Solo a mettere nelle tele quanto l’occhio vede. La natura è vuota se non la colma l’occhio. Ma l’occhio è infecondo se non si lascia invadere dalla luna, dal fumo, dai ghiacci, dagli orizzonti, da Rungen bianca e rocciosa…
Nelle mie tele si è depositata la sostanza di molte visioni e, se le guarderai tutte insieme alla mostra di Lipsia, vedrai un limpido anfiteatro di immagini – dalle rovine alla civette, dai fiumi alle nuvole. Ma che fatica, ora, parlarne. Sono così sazio di quest’aria sublime, rarefatta e chiara, dove ogni sentimento della vita è inscindibile dal sentimento dell’opera assoluta. Ogni arte vale in sé, come lavoro dell’anima e non come esibizione di forme. La sua necessità è la caducità, la mutevolezza.
Mi sento felice da quando penso che qualcuno potrebbe rubare o bruciare le mie tele. Ne sorrido. Vita, ambizioni, opere, immortalità – tutto legato a un filo. Solo per caso ci ricordiamo di Leonardo e di Michelangelo, e non di altri autori che hanno avuto lo stesso genio ma non le stesse occasioni. Io stesso sono Caspar David Friedrich al trenta per cento.
Quando dipingo l’aria divento per tutti intrattabile, perché so che sarà imperfetta. Ma quale aria è perfetta?

Concentro la mente in un quadro che non ho ancora cominciato. Ne conosco il tema, il nome, le minime gradazioni di colore, ma non riesco ad iniziare. Ho paura che, se lo comincio, un qualche fuoco eccessivo mi arderebbe vivo.
Vorrei abbracciare una donna senza l’ossessione di dipingerne la schiena…
Gli artisti sono più miseri degli uomini comuni: subdoli, bugiardi, ipocriti, pronti alla calunnia e all’omissione, alla malvagità e alla dimenticanza. Invidiano i fortunati, disprezzano gli ingenui. Curano il loro orto con scrupolo e malizia. Se possono, tradiscono. A volte, non hanno neppure la forza di tradire. Dimenticano. Sono stupidi, sordi.
Ricordo le parole di Kleist su di me: «È magnifico in una solitudine infinita contemplare un deserto d’acqua sconfinata sotto un cupo cielo in riva al mare. Il quadro è là, con i suoi rari oggetti misteriosi come l’Apocalisse, come se nuovamente meditasse sui pensieri notturni di Young, e giacché esso, nella sua immensità, non presenta nulla in primo piano fuorché la cornice, quando lo si osserva si ha come l’impressione che le palpebre vengano recise». Impressione? Realtà. Il mio occhio è perpetuamente spalancato. La mia ossessione non ha un attimo di quiete, neppure quello concesso da un battito di ciglia. Guardo fisso davanti a me. Basterebbe che qualcuno arrivasse alle mie spalle e mi posasse la mano sulla schiena per decidere del mio destino: fermarmi o proseguire. Ma finora sono sempre stato solo davanti ai paesaggi.

I burocrati della pittura usano paesaggi fissi, con scene mitologiche e tramonti di cartone. Ho rischiato anch’io questo codice, quando la mia anima era ridotta a un fossile. Adesso lavoro notte e giorno sulla naturalezza – un compito immane – e penso di essere un genio. A volte è necessaria l’illusione del genio: per i disperati è l’unica salvezza. Anche se – lo sappiamo – un artista diventa geniale quando si dimentica.
Ai visitatori dell’atelier rivelo il mio tono, distante e impassibile, come se fossi un principe morto che guida i suoi amateurs alla collezione delle sue opere, come se io fossi un principe morto che li guida, la candela accesa, all’interno del suo corpo sventrato da qualche cavallo imbizzarrito. Indico i miei quadri al solenne Goethe, che nella mia arte non trova nessuna certezza; al dolce Carus, che dalle mie albe ricava pensieri che non ha mai osato pensare; al timido Runge, che mi fraintende sempre; al pallido Kleist, che mi capisce in silenzio.
Vuoi sapere il nome del mio ultimo quadro? Aurora boreale. Il soggetto: un sole pallido sale all’orizzonte, nascosto dai rami di una betulla. Cielo straordinario: una fascia rosa scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro nitido, sfavillante, che precede la notte. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie, con il sole è sempre presente luna. Convivono con singolare saggezza. Gli antichi aruspici, quando scrutavano cieli che non appartenevano né al giorno né alla notte ma ad entrambi, pronunciavano profezie apocalittiche.

Alla croce, all’arcobaleno, alla luna, non corrispondono più i simboli consueti. L’equivalenza si è spezzata.
Aurora boreale. Tronco, arbusti, picchi aguzzi, e poi il sentiero sassoso, in una luce fredda, con le nubi esatte, gli orli rossi, il cielo azzurro chiaro. Aurora boreale. Una luce come non ne esiste più. Irripetibile. Isola di Rungen. Rocce bianche, di un bianco vicino all’oro. Schizzi della costa, ancore, vele. Alberi, cavalli, case. Studi di nuvole. Sotto le nuvole il Reisengenbirge. Tramonto. Una nave in secca, il chiarore lunare, il fuoco sugli scogli. Uomini, al bivio. Invisibili, a volte visibili. Viandanti, di schiena, davanti a un burrone di nebbia. Carri, piante, profili. Rocce, trave, vela. Mare, sempre. Una pianta sospesa nel grigio. Foglie allargate nel vuoto. Rovine su rovine. Querceti.

Cerco enigmi senza solitudine. Chissà se esistono.
Kleist, mio povero e folle amico! Uccidersi come lui? No. Heinrich amò chi amava la morte come lui. Amore come desiderio condiviso della morte. Solo con quest’amore convinse Henriette Vogel ad annegare con lui nell’acqua del Wansee. Io potrei morire come lui solo se ritrovassi Johann, solo se avessi un’altra occasione: sprofondare nel ghiaccio al suo posto. Talvolta lo desidero. Quando vedo le rocce bianche e il mare di Rungen, smetto di pensare. Torno a casa e dipingo i segni della fine imminente: tumuli, urne, cipressi, civette. Talvolta la morte assomiglia proprio a un’assenza di suono.
Una volta Jean Paul paragonò il mio atelier al cadavere sventrato di un principe morto. Credo avesse ragione. Vide esattamente la verità. Solo i corpi svuotati ritornano alla loro essenza. Solo i corpi dei prìncipi possono averne la fierezza. Il pittore non deve dipingere solo ciò che vede davanti a sé, ma anche ciò che vede dentro di sé. Se però dentro di sé non vede nulla, che cessi di dipingere ciò che vede davanti a sé.


Un sole a picco, perpendicolare alla terra; una luce assoluta, che appartiene al regno della notte; gli abitanti, o invisibili o morti; il pianeta sprofondato nel silenzio; le città addormentate: porte sbarrate, finestre chiuse, viali deserti, fiume prosciugato. Per anni ho disegnato l’albero scheletrico fra le rovine, la civetta sulla tomba, il cancello del cimitero, il salice isolato nella pianura lunare. Poi, cominciando a conoscermi, ho capito che non potevo glorificare soltanto le rovine, come un guardiano fedele. Sdraiato su un prato, mi accorsi di annoiarmi di me. Inebriato dalla visione delle nuvole, dal colore degli orli, dal movimento di masse bianche e d’oro, mi sentii la testa leggera. Avevo i piedi nell’acqua, il vuoto nella mente. Mi assopii pensando di cambiare pelle.
Talvolta, alla porta, sento dei suoni – fruscii insistenti, come di giunchi strisciati sul legno; scricchiolii ripetuti, come di armature di cavalieri fantasma; tonfi sordi, come di sacchi sbattuti sulla sabbia. Una notte ho dipinto una pianura completamente buia con il pensiero assorto in quei suoni.
Questo maledetto visibile di cui sono costretto a servirmi perché il mondo capisca! Desolante schiavitù. Vorrei smettere di usarlo. Vorrei essere solo musica e suono. Quando dipingo e penso al regno dei miei occhi, mi trovo a collocare templi e rovine in un silenzio assoluto.
Sedere su uno scoglio e gettare pietre contro la mia ombra, dietro di me. Davanti, guardare l’acqua del mare.

Ho sempre pensato di essere costretto all’esattezza perché, nel momento in cui mi fossi sbagliato, sarebbe accaduto qualcosa di orribile. Come quel giorno in cui dipinsi la porta murata di una vecchia abbazia e durante la notte sentii venire, dalla tela, dei rumori misteriosi, come se qualcuno battesse, dall’altra parte, con colpi di vanga o nocche di mani.
Ho sognato che volevo costruire una casa per me. Ma, nello spazio che avevo deciso per la costruzione dell’edificio, o svenivano dei bambini o scoppiava un temporale o si commetteva un delitto. Alla fine, invece di una casa, avrei costruito una tomba.
Anni fa, con l’esattezza dell’orafo, disegnavo delle foglie. Se avessi raccolto tutte le foglie della foresta, dopo l’uragano, e le avessi riattaccate al ramo da cui erano cadute, avrei completato il progetto di un’arte precisa, inattuabile, inutile. Smisi di pensarlo, considerandolo un’idiozia. Non voglio che la mia pittura sia inerte come il corpo immobile del re che regna. Voglio che sia disordinata, proprio come il corpo sventrato di quel principe.
Sento un vuoto sotto le costole, sopra lo stomaco, all’altezza del cuore. È una sensazione penosa, ma garantisce la bellezza e la forza della tela.
Ho sognato un uomo. Avanzava altero e sicuro, poi mi venne di fronte e disse: «Tutte le notti, alle undici, guarda il fiume». Io restai sbalordito. Mi sembrò che passassero molti anni e ogni sera di ogni giorno di ogni anno ero lì, davanti al fiume alle undici, guardare fisso un punto nell’acqua. Dopo un tempo indefinito vidi, una sera, un uomo, alle undici, in quel punto del fiume. Stava annegando. Mi gettai, lo salvai. Quell’uomo aveva la stessa faccia dell’uomo che mi aveva ordinato di guardare, ogni notte, il fiume.
Non c’è più scampo, per me. Lo sapevo da tempo. Da quando, bambino, ho saputo che Johann moriva, niente è più apparso come prima. C’è stato solo quel buio, quella vita che avevo sottratto al mondo e che laggiù, nella notte, esigeva la sua esistenza, negata dalla morte prematura. Una morte che lo aveva raggiunto a causa mia. Perché Johann volle salvarmi dal ghiaccio dove stava annegando e morì al mio posto. Una vita rimasta là, fra le non-vite, che si vendicherà della mia. La sento nascere, formarsi, plasmarsi. È solo lamento, solo voce, ma presto diventerà corpo, il suo corpo. Il mio volto, mentre la sua vita comincia a parlarmi, sta cambiando; comincio, continuo a cambiare; fra poco, al mio posto, col mio stesso volto, ci sarà Iohann, lui, Johann, il fratello che ho ucciso e che vivrà coi miei gesti e la mia voce, mentre io, annientato, espierò, sepolto nel ghiaccio, senza riuscire a morire…

Dipingere non il frassino ma il suono del frassino, lo schianto della folgore sul ramo. O, delle betulle, certi rami, bianchi come avorio, alti e flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – carta per piroghe, sandali, tetti, ponti, libri…

Come era facile montare i consueti materiali – luna, rocce, vele – e comporre miracoli cromatici, meraviglie meccaniche, ingegnosi e sublimi paesaggi! Ma la realtà è diversa. Esiste, nelle cose e nell’arte, una misteriosa rivoluzione che non posso più controllare con i miei freddi calcoli di pittore, con le mie alchemiche strategie di luce…
Guardo, nel muro sopra il mio letto, il disegno a sbarre creato dal chiarore lunare.
Fu quando parlai con Goethe. Scegliemmo un angolo buio, io dissi ciò che dovevo dire. La sua faccia si riempì di lacrime. Era con noi anche Jean Paul. Mi disse che non aveva mai visto Goethe piangere. Cosa gli hai detto? – mi chiese. Non ricordo più – risposi.
L’arte è la forma di ciò che la esclude: la passione diretta, il grido che ammutolisce, la mortalità.
Non posso che dipingere schiene. Non ci sono modelli che mi guardino negli occhi. Nessuno deve guardarmi negli occhi. Tutti hanno da fissare il paesaggio, abbaglia, ammutolisce, toglie il fiato. Non posso che mettermi dietro di loro, da complice e da spia.
Non conosco il sud del mondo. Non ho mai sognato il sud. Il mio unico sogno è una distesa piatta, un orizzonte metallico, una linea grigia sotto il cielo. Potrebbe essere la linea che delimita l’oceano come il deserto. Nei miei sogni non accade nulla. Io non ci sono. Anche le mie visioni non hanno bisogno di me.
«Perché quest’uomo raffigura solo la schiena?».
«Perché è il luogo dove tu non potrai mai guardarti».
Non ci sono specchi nei miei quadri: io non duplico nulla.
L’albero, al centro del tronco, ha un buco nero.
Quando emerge l’immagine di ciò che desidero veramente dipingere, incomincio a muovere il pennello, inseguendola come il falco la lepre sbucata dal cespuglio.
Non posso lavorare senza il pensiero di un cielo – un cielo interno, che scaturisca dalla pelle e balzi fuori dal viso, colmo di nuvole, percorso dal vento, affannoso; che tenda a diventare sereno senza diventarlo mai. Senza il pensiero di questo cielo è possibile dipingere?

Caspar David Friedrich
I cieli che dipingo sono vuoti, sconfinati. Ma è bene, col pennello, fare un primo segno. L’abbozzo di un tetto, di un monte. Una curva nera.
A che servono i rossi, i gialli, i blu? A parlare dell’io. Non lo voglio. E’ già molto quel graffio, quel nero nel bianco totale che potrebbe assorbire la mano.
Non il nero dei pozzi, delle macchie, ma il nero sottile con cui la punta del pennello dà inizio a una forma. Vorrei che sul ghiaccio apparissero ombre di nuvole, di uccelli, di uomini.
Faticosissimo tracciare l’ovale di un viso. Non ne ho la spudoratezza. Il volto è carico di emblemi, valori, simboli, virtù, armonie. Lo detesto. Meglio vedere gli uomini da lontano e dall’alto, come Piranesi: piccolissimi, deboli, fragili, sproporzionati alla nera materia che ci assorbe e ci inchioda, da cui non possiamo uscire.
All’inizio volevo dipingere paesaggi o schiene. Avevo sempre raffigurato gli altri sbozzandone le spalle e la nuca, salvaguardando il segreto del volto. Vedere una faccia – così pensavo – era uccidere chi la possiede. Poi tutto cambiò. Capii, col passare dei giorni, che le schiene erano troppo opache, troppo cupe. Non le volevo più. Cominciai a provare un desiderio, sempre più irresistibile: essere guardato dagli esseri che dipingevo. Così nacquero le facce. Nacquero gli storpi, i matti, gli ubriachi. Volevo sentirmi fissato da figure che non avevano la fissità solenne dell’opera finita ma la mobilità sfuggente e stolida degli esseri vivi. Poi bruciai tutti quei quadri, uno per uno.

Il mio destino mi è diventato indifferente, come l’incomprensione dei miei contemporanei. In fondo sono fortunato: posso mostrare le mie opere. Vengono appese nelle gallerie, ammirate o derise. Altri non hanno questa fortuna. Nessuna galleria li accetta. Vivono la morte civile: le tele ammassate nell’atelier. Diventano pazzi sotto il peso delle proprie opere, che non saranno mai viste.
Come vorrei non essere più artista di opere ma essere vivo che emette la sua voce, quel particolare timbro di voce, quel modo di essere – la sua opera effimera, felice, disperata, libera da editori, galleristi, compromessi, errori.
In fondo a tutte le cose, dove immaginiamo verità solide e consolatrici, c’è sempre un soffio casuale. Lo sanno gli esseri che metto a sentinelle delle mie tele. Spettatori, angeli, ombre, viandanti, guardiani. Vegliano il transito verso e dal vuoto. Talvolta vorrei srotolare il mondo come un libro e piegarlo a cuneo verso il centro: diventerebbe pagina da traversare, foglio da percorrere, e non paesaggio immoto da guardare.
Ogni paesaggio è una scala rovesciata, dove scendere è speculare a salire. La scala di Giacobbe non è che una variante sublime della discesa all’Ade.
Il mondo non è una superficie da possedere ma un labirinto dove orientarsi, smarrirsi, o restare sulla soglia a testimoniare.
Poiché i morti non giacciono silenziosi nella tomba, può darsi che io parli ancora nella voce di qualcuno che non vuole lasciarmi all’olio delle tele e ai vermi della terra, e mi invita a rispondere, con altri linguaggi, della mia vocazione ossessiva e ascetica all’arte. Scrivo e dipingo anche per questo mio compagno futuro.
La notte provoca nella materia torsioni che solo il fuoco potrebbe produrre plasmando il metallo. Ma poi arriva il giorno, e tutto torna come prima.
Vorrei parlare non del fuoco che sgretola e incenerisce, ma della fiamma che brilla fra libro e bottiglia, tra mela e teschio, diritta e calma, austera e silenziosa sul tavolo di legno, riflessa nell’ovale dello specchio. De la Tour conosceva tutti i segreti di questa luce, con cui faceva brillare i volti dei vivi come se fossero icone sacre o fantasmi di morti: ricordo i suoi volti di fanciulle che reggono torce nel buio, di donne che schermano candele nella tenebra fitta. Per me è impossibile affrontare la luce con la stessa sacralità. Io devo inventare un chiarore freddo e lontano, di cui non sia visibile la sorgente.
Un grande alone, rosso e dorato, roseo e grigio, dietro l’albero, nel fondo della tela. L’occhio umano non deve capire che l’albero brucia ma osservarne gli effetti con pudore, da dietro uno specchio o un sepolcro, senza esserne folgorato. Così la mente vedrà, come in sogno, la fonte di cui le pupille osservano il riflesso.
.Dipingere paesaggi non all’altezza della terra
Se fossi un uccello che volai miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile, dove neppure gli uccelli osano spingersi.
Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Si vedono montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, compatte, granitiche, innevate. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove non vola nulla. Sterminate pianure che assomigliano a isole, lastroni ghiacciati, picchi nevosi. Laghi, fatti della sostanza dell’aria. Crateri, strapiombi, pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro, pozze di rame. A volte sono una massa grigia, un antro nero, un pozzo sinistro, eruzioni rocciose simili a mostruose stalattiti. E, molto spesso, quasi ogni giorno, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio.

L’aria non è semplice come pensiamo. È qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto un azzurro acceso, una banda blu che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi che modellano isole deserte o altopiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma terra e mare, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici colti attraverso nebbie, specchi, vapori. Legati alla terra siano povere figure, mai all’altezza della realtà.
Guarda al centro del sole. Se osservi con attenzione, vedrai un punto più scuro, una macchia buia. Osserva a lungo. Proverai freddo e silenzio. Gli alberi diventano ombre, il cielo scolora, il bosco si rabbuia. Ma fissa bene quel punto nero. E allora troverai di nuovo l’origine, la prima luce, l’attimo in cui il raggio solare nasce – ma meno caldo, più intenso. Guarda al centro del raggio. E, se sarai attento, ritornerai a sentire la notte – ma meno fredda, più serena. E sempre e ancora così, finché la saggezza ti consentirà di sentire la luce e le tenebre come una sola cosa.
Ho infilato l’inferno nell’astratta prospettiva della solitudine e non nella materia della carne, come Tiziano, come Velàzquez. Se si vedono i miei miseri autoritratti, la prova è lampante. Qual è quello autentico? Quello in cui sembro un idiota, con la matita in mano? o l’altro in cui si mostra, di profilo e di fronte, con una barba riccioluta, palesemente falsa? o l’altro ancora, in cui faccio la parodia del poeta pensoso, immerso nelle sue rêveries? Il più reale mi raffigura con un cappello calato sull’occhio destro. Sembro malato alla vista, punito per la sua passione dell’esattezza, per la mia eccessiva imitazione della natura visibile. Non mi dispiacerebbe ritrarre ancora me stesso. Due autoritratti dell’adolescenza, uno immerso nella luce piena dell’estate, l’altro sprofondato nella fissità attonita dell’inverno. Entrambi mi ritraggono allucinato e silenzioso, come se non potessi più svegliarsi dal sonno che mi ha colto.

Il cielo: una fascia rosa-scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro sfavillante, preludio alla notte futura. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie agitate dal vento, sole e luna risplendono insieme; il primo cupo, la seconda pallida. C’è una singolare e diabolica saggezza nella presenza simultanea dei due astri. Gli antichi aruspici traevano le loro profezie dalla visione di questi cieli, che non appartengono né al giorno né alla notte, ma ad entrambi, felicemente illogici. Come vorrei dipingere non il frassino ma il suono del frassino, non il lampo ma il fragore della folgore sul ramo. O certi rami di betulle, bianchi come avorio, flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – e la carta inventa piroghe, sandali, tetti, ponti, libri. Trovare il sentiero giusto, all’ora giusta, il sole dorato fra i rami, e percorrerlo bene, sopra la valle parallela al mare, prima che scenda il buio e la valle sia tutta grigia e la notte cominci, pesante, a salire. In quel sentiero, dove la luce è prossima a sparire, i vermi guizzano veloci nel sottobosco e le capre mandano lamenti sibillini, a cui è necessario obbedire.

Vedere la terra dalla prospettiva del cielo. Del capogiro. Non fossi un pittore e fossi un uccello! Poter volare miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile per l’uomo, dove il silenzio che immaginiamo è già un rumore violento! Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, sembrano compatte, granitiche, coperte di neve. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove sono rari anche gli uccelli. Isole che sono sterminate pianure, lastroni ghiacciati, superfici bianchissime, colline ondulate, picchi nevosi. E laghi, fatti della sostanza dell’aria. E crateri, cascate, strapiombi. O pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro. A volte sono una massa grigia, una tromba nera, un inferno. Ma, molto più spesso, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio. L’aria non è semplice come si pensa. E’ qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto, un azzurro acceso, una banda blu, che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi, che modellano isole deserte o altipiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma mare e terra, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici intravisti attraverso nebbie, specchi, membrane.

Mi chiamo Caspar. Caspar David Friedrich. In uno dei miei autoritratti ho l’occhio bendato. Ma, con un solo occhio, io posso, devo, so vedere più a fondo.
*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.


Carteggio fra Thomas Gray e Thomas Warthon intorno a Christopher Smart (1758).


1.
Caro Thomas,
pochi anni fa ti scrivevo che Christopher Smart era inevitabilmente abimé. I suoi debiti crescevano di giorno in giorno e lui, nonché preoccuparsi, si ubriacava e scriveva ridicole commedie di cui interpretava tutte le parti, come uno stolto buffone. Le sue capacità di menzogna erano arrivate al culmine. «Doveva finir male, – scrivevo – in prigione o in manicomio, senza rimedio, quasi senza pietà». Mi spiace che la mia profezia si sia realizzata con tanta precisione. Vorrei che Smart rinsavisse, ma cosa posso aspettarmi da un uomo travolto dalla manìa religiosa, che costringe i suoi simili – in chiesa, in strada, in casa, ovunque – a inginocchiarsi per pregare Dio?
Casualmente, due giorni fa, ho letto dei frammenti da un suo blasfemo inno liturgico, Jubilate Agno: Smart, chiuso in una cella di manicomio, il gatto Jeoffry sulle ginocchia, riempie grandi fogli di una scrittura fittissima e senza cancellature, gli occhi miti socchiusi sul movimento ininterrotto della mano destra. Solo per dirti fino a che punto arriva la penosa follia del nostro amico, ecco alcuni versetti dal Jubilate:
Morgan, la casa di Morgan giubili con il Prasiolapio di color verde Porro.
Powell, la casa di Powell giubili con la Sinochite, una pietra preziosa alla quale gli antichi stregoni hanno fatto torto.
Close, la casa di Close giubili con il Calcofono, una gemma che risuona come l’ottone.
Johnson, la casa di Johnson giubili con l’Onfalocarpo, una specie di lappola.
Non che queste ridicole invocazioni mi turbino: mi turba che vogliano essere opera, che Smart pretenda di scrivere un vero libro di profezie. Immerso nella malinconia e nella solitudine, può cantare elegie ai morti o inni al silenzio. Ma può, se è un vero poeta, trastullarsi con formulette cabalistiche, sterili erbari, fredde nomenclature? Non trovi questa abitudine insolente e blasfema? Che un uomo come Smart, «la mente aperta al potere supremo della notte», cada in simili tranelli esoterici, è triste e irritante.
La follia ottenebra, amico, non rivela. Speriamo che, un giorno, Cristopher guarisca.
Tuo Thomas Gray


2.
Caro Thomas,
le tue certezze riguardo al nostro comune amico hanno l’autorevolezza della logica. Ma posso citarti alcune parole che ho sentito dalla voce stessa di Smart, mite recluso di casa Potter?
«Ci sono momenti in cui so che non dovrei essere qui, dentro questa pelle, ma, come sapete, non riesco ad essere altrove. Non ce la faccio. Si può dire che la mia estasi si consuma in una fogna, e quando finalmente ne libero schegge e scintille, quando mi tiro fuori dalla palude, eccovi là, pronti a giudicare il povero Christopher, il folle di Davide – a mettergli un arnese nel palato, a schiacciargli il pollice destro, a infilzargli le dita in un piffero di ferro.Nessun occhio mi ha mai guardato veramente. Forse hanno intuito la mia esistenza embrioni di sguardi chiusi negli occhi di folli e straccioni che non saranno mai cortigiani o guardiani o prelati. Si potrebbe dire che sono diventato mistico – e ho conosciuto gli orrori del manicomio – solo per orrore del modo con cui voi – cortigiani, guardiani, prelati – avete formato e definito, nell’apparenza, la sostanza di questo mondo. Ma esso non è solido come i vostri occhi e le vostre mani, rimirando proprietà e contando monete, si illudono che sia, e rimane un fantasma, nonostante i dolori della tortura e l’isolamento delle prigioni. Ascoltatemi. Ascoltate Christopher Smart, non poeta di versi ma vento di fiumi, corrente, riflesso, scintilla…».
Sono le parole di un uomo abimé, mio caro Thomas? Lascio a te il giudizio, perché sei un uomo onesto. Certo, Christopher è matto, e gioca con i numeri, i colori, gli animali, i miti della creazione, ma siamo sicuri di avere ragione noi, i sani? Quando Smart parla dell’eclisse e dell’ombra, dell’oriente e del gelo, della pazienza e del fuoco, quando ci annuncia che vuole coniare la sua impronta sulle parole, quando ci assicura che i nomi dei giorni sono stupidi e abominevoli, quando ci suggerisce che la materia in putrefazione trasformerà i viventi in combinazioni di altre creazioni, quando afferma che l’uomo è nato per soffrire come le faville del fuoco, quando ordina al silenzio di parlare migliaia di voci, tu – elegiaco poeta di rovine, malinconico passante di cimiteri, tradizionale cantore di morti – oseresti contraddirlo?
Visto che mi citi alcuni brani dal Jubilate agno, te ne citerò altri tratti dallo stesso poema:
Poiché la lettera El, che da sola significa Dio, è nelle nervature di qualche foglia in ogni Albero.
Poiché El è la trama del cuore umano ed é sulla grana della pelle.
Poiché El è nella venatura di tutte le pietre sia quelle preziose sia quelle comuni.
Poiché El è su ogni pelo sia d’uomo sia d’animale.
Poiché El è nella grana del legno.
Poiché El è nel minerale grezzo di tutti i metalli.
Poiché El è sulle scaglie di tutti i pesci.
Poiché El è sui petali di tutti i fiori.
Poiché El è su tutte le conchiglie.
Poiché El è nelle particelle costitutive dell’aria.
Poiché El è sul grumo di terra.
Gli artisti, a volte, non sanno trattenere le visioni – il plenilunio nel prato, la flotta nell’uragano, il fagiano nella luce boreale – e le rivelano da ossessi, bestemmiando, delirando, facendo scandalo. Non sono capaci di tenere dentro di sé le forme dell’estasi e le svendono all’ottuso sguardo degli inquisitori, sovrani di palinsesti e di codici, padroni di anime incapaci di creare salmi e poesie. Cosi svegliano i loro strumenti di tortura: la culla di Giuda, la sedia di ferro, lo schiacciateste, e chissà cos’altro ancora.
Smart si è macchiato di un orribile peccato: l’insufficienza della carne. Il suo corpo è stato così debole, così balbettante, che è traboccato dai confini. Non ha avuto muri abbastanza saldi: non gli sono stati concessi da Dio. Un corpo più grande, più forte, più chiaro, capace di ospitare tutte le visioni: ecco il mio augurio per Cristopher e per la sua opera travolgente e paradossale. Credo solo che l’internamento in manicomio, così come lo ha isolato dal prima, dalla sua carriera di poeta di successo, lo isolerà dal dopo – se ci sarà il dopo di una difficile guarigione. Chi potrà comunicare con Smart dopo che la follia lo ha marchiato senza rimedio e senza pietà, se amici e poeti come te, Gray, osano discutere con tanta superficiale insolenza del suo sventurato destino?
Forse, per il suo bene, sarebbe necessario solo il silenzio.
Tuo Thomas Warthon
*Eclisse è tratto da Discorso contro la morte, I Libri dell’Arca, Joker, 2008.




(le macchie di muffa erano inarrestabili
malgrado le finestre fossero rimaste aperte
tutta la primavera
anzi, anche i ferri delle persiane
mostravano chiari sintomi di ruggine)
(a tale status egli si opponeva
con un’imago non caricaturale:
una persona dalle spalle larghe
che passava deciso oltre la stanza
di peso trascinando la sua ombra…)
(a nord egli scrutava una barriera di querce
una frontiera con tenue sottobosco dove
la domenica entrava puntuale il cacciatore
un ex migratore in terra tedesca
attento alla tresca mattutina delle foglie)
(a est fissava la sterpaglia dei contrafforti
sopra il torrente dove le madri-voci ancora
rincorrevano la marmaglia aguzzina di ranelle…
assenti sempre i padri costruttori
di case sugli orti in scale cieche)
(era già padre e cercava ancora
un altro padre pensandolo tra i vivi
seguendo quell’imago incorruttibile
nutrita a lungo dalle aguzzerie
stampate negli anni sugli annali…)
(neanche al rallentatore quell’imago
presentava lati oscuri: esemplare
l’adattamento al dazio commensale,
il coltello morbido in difesa
e la forchetta schermante entro il suo spazio)
(col tempo, invece, su agili gazzette
prese a certificare seriose tintorie
o borie intellettuali e vanitoserie
o, a dispetto, musicali vati
o blande bande, asinerie…)
(l’arte poetica s’ingombra nei recinti
della scuola ateniese o di araldiche chiese
o di caffetterie con stucchi, o scalcinate…
e le parole indorate pronte ad evaporare
o, catturate, appese a sentenziare…)
(dove l’ago si incarna, il filo inossidabile
ogni nome cuce alla sua cosa
senza sinonimie o acrobazie vistose.
la tela che ne viene ha intramature
simili al corpo stesso del pensiero)
(malgrado la porta aperta nessuno era passato,
da lontano qualcuno aveva tentato un sermone
più per educazione che per franca vena,
un minuto distogliendosi dall’assedio
di soldatini di piombo o di pena o di tedio)
(gli abbagli del padre consumati,
i falsi lasciti del fine dicitore,
l’acqua tinta ne porta via l’imago
ma rimangono impronte di parole
sugli scaffali pieni e smemorati…)
(così al sicuro tormento autunnale
a serrare si torna le finestre…
la bambina ricovera le bambole
e i lenzuoli assonnano gli errori
(non voglio nemmeno sognarvi-)
* Il testo è pubblicato in: Quaderni di Albarella, 1, 1991 (convegno di poesia Isola di Albarella, 13-15 settembre 1991), e non appare in Poesie 1976-2007, edito da Garzanti nel 2008.

Eugenio De Signoribus (Cupra Marittima, 1947). Redattore della rivista “Marka” e di “Hortus. Rivista di arte e poesia”, fonda “Istmi” e dirige “I Quaderni della Luna”. I suoi libri di poesia: Case perdute, 1976–1985 (il lavoro editoriale,1989); Istmi e chiuse, 1989–1995 (Marsilio, 1996); Principio del giorno, 1990–1999 (Garzanti, 2000); Altre educazioni, 1980–1999 (Crocetti, 2001); Memoria del chiuso mondo (Quodlibet, 2002); Ronda dei conversi (Garzanti, 2005); Poesie.1976–2007 (Garzanti, 2008); Nessun luogo è elementare (Alberto Tallone Editore, 2010); Trinità dell’esodo, 2005–2010 (Garzanti, 2011); Veglie genovesi (Il Canneto Editore, 2013); Stazioni 1994-2017 (Manni, 2018); L’altra passione. Giuda: il tradimento necessario? (Interlinea, 2020). L’uscita /A saìda (Il Canneto Editore, 2022).
Nota di lettura di Silvia Comoglio

“Ogni poeta migliora la lingua e il linguaggio di cui si avvale e si serve, e siccome lavora per una dimensione che non è prassica ma che va oltre il tempo e lo spazio, migliora anche il modo etico, accelera il procedimento di affinamento dell’uomo e dell’umanità […] La Zucchetti è dentro questa situazione”. Così scrive Ettore Bonessio di Terzet nella prefazione a Nata coi tacchi, la raccolta con cui Angela Maria Zucchetti esordisce nel 1997.
Modo etico e affinamento dell’uomo e dell’umanità. Ecco, qui è il fulcro e l’essenza di Nata coi tacchi. Non il tempo non lo spazio si specchia o viene riflesso in/da Nata coi tacchi ma ciò che accende, accende realmente, il respiro profondo della parola, quel respiro che è e si fa vita. E ad accenderlo non è nient’altro che l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti. Per questo tempo e spazio si contraggono fino ad annullarsi, perché quando è la propria intima sostanza a dirsi ogni traccia di ciò che è tempo e spazio viene cancellata. Sono altre le orme che con la propria intima sostanza si imprimono. Altri i nessi verbali e altri i pensare interroganti.
“C’è una luna doppia / nei vetri./ Due lune da guardare,/ due lune da sognare,/ da seguire, da avere paura./ Due lune fredde che portano il gelo/ e due lune che scaldano il cuore./ A quale credere e quale cercare?” È col vetro, dunque, e non con il tempo o con lo spazio che si misura l’intima sostanza. Il limite, meglio, ciò che scavalca il limite mostrandoci una doppia luna è il vetro. E questa doppia luna che cos’è? Due lune soltanto? O non forse cuore e ragione fisicamente appaiati in una sorta di potenziale miracolo? È assurdo o stupefacente pensare alle due lune in questi termini? No, quando è l’intima sostanza a volersi dire compiutamente, cercando sempre di oltrepassarsi (scavalcare il limite, appunto): “Quale luna ti porterà i tuoi sogni/ e quale le angosce se due/ lune si specchiano nel vetro?/ Ed a quale credere, quale sarà la reale/ e quella immaginaria della/ rifrazione e dello scherno dei/ tuoi occhi?/ Quale realtà nella fantasia/ se crea due lune uguali e/ speculari!”.
Cuore e ragione. E il filo, poi, si tende ancora. E si svasa e travasa in reale e immaginario. E in quale logica/rapporto potrebbero essere queste due categorie? Ma esiste una logica? La ammette l’intima sostanza? O la nega? Quel che è certo è che l’intima sostanza si amplia e che di questo ampliarsi, e poi ampliarsi e ampliarsi ancora, non può fare a meno. Ossia, non può fare a meno di un procedere che “migliora il modo etico” e che affinandosi affina anche tutto ciò che è umano.
Un affinarsi che, in quanto tale, non tralascia o esclude nulla perché tutto assorbe e da tutto si fa assorbire. Ed è in questa prospettiva che sentimenti animali e cose assurgono a coscienza e aprono una falda di vita in cui tutto per l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti è contemporaneamente presente. In cui tutto è quindi, contemporaneamente, presenza. Luna, assoluto, fiaba, pazzia. E poi “i vuoti di memorie/ pieni di vita”. E ancora il respiro che si riempie di parole per versi altissimi come questi pensati per la propria madre: “Guardavo stasera i fiori che/ hanno piantato nei tuoi assurdi giardini/ e pensavo a quando non potrai/ più far piantare fiori/ o costruire giardini./ ………………./ e in tutto ciò ho amato quei fiori / e in tutto ciò ho adorato/ quei giardini perché il tempo/ non possa appassirne neppure un petalo.”
Tutto, si è detto, è, contemporaneamente, presente e presenza. Luna, gocce di ironia, piante grasse. L’amato cagnolino Pighy dal pelo nero. Tutto perché, come sottolinea sempre Ettore Bonessio di Terzet, la poesia di Angela Maria Zucchetti “è poesia che nata in una stagione ha saputo appropriarsi delle stagioni e di questa sintesi ha saputo avvalersi per entrare nel sapere, conosciute le cose, per poter aprirsi, e questi testi si aprono, alla luminosità del capire.
Afferrerò la sua luce
tra i tuoi capelli
perché vi resti impigliata
negli anni.”
**
Il libro di Angela Maria Zucchetti è preceduto da una prefazione di Ettore Bonessio di Terzet, che qui ricordiamo:

Il 12 agosto 2015, nella sua casa di Bosco Marengo, muore nel sonno accanto alla moglie, la pittrice Loredana Cerveglieri, Ettore Bonessio di Terzet.. Era nato a Genova nel 1944. Per quasi quarant’anni docente di Estetica all’Università di Genova presso la Facoltà di Scienze della Formazione prima e di Scienze Sociali poi, Bonessio di Terzet mostra un attivo interesse per le ricerche di nuovi linguaggi espressivi, letterari e artistici, sino a delineare un suo personale concetto da lui definito arte/poesia. Nei numerosi scritti teorico-critici, su base ampiamente filosofica, il docente e poetartista genovese elabora un pensiero estetico controcorrente rispetto ai canoni comuni. Nel 1981 fonda una piccola rivista a diffusione limitata, Il Cobold (titolo che richiama il dispettoso folletto dell’antico folklore tedesco, presente anche in alcune fiabe dei fratelli Grimm), un “trimestrale di spazi creativi”, nella quale per oltre trent’anni ospita sperimentalismi poetici e artistici in ogni direzione, scrittura, arti visive e plastiche, fotografia, teatro, cinema, architettura, videoarte. Tra i suoi libri di poesia: Grande frammento, La bagnante dorata e altri aforismi. Tra i libri saggistici: L’utilità dell’artepoesia, I pesci gialli, Occasioni di mito, Configurazioni, Del frammento organico.


Maternale
a mia madre
I.
C’è un’ostinazione negli uccelli che migrano
vanno lontano, vanno a tentare il mare.
Volano, sino a morire o quasi.
E’ la tua stessa tristezza, nella domenica ottusa di vapori.
Ami la tua immobilità, ti consegni al bianco
come un amante si dà – tutta nel sorriso.
II.
Era tuo l’annuncio, da sempre,
quel tuo addio,
promesso dentro la casa,
un presagio ripetuto ogni inverno, ogni estate.
L’ostinazione ha la forza del naufragio
– una radice si ficca dentro e cresce
foglia, si fa albero.
III.
Resisti seduta, immobile sguardo
in un tempo fuggito, dentro la tua carne,
in quelle gambe che non ti ubbidiscono più,
dentro gli occhi di chi ti vede
e finge che sei qui, che sei, ancora…
IV.
Resta il tuo lodevole nel quaderno,
poca cosa a dirla così.
Poca cosa e tu la ripeti
ogni volta che cade il cielo, ogni ora che inizia
il giorno e non sai dove finisce.

La casa vuota
Dove cresce l’erba mala
i dubbi fanno le radici,
le paure crescono mute
come una madre.
La casa è ferma adesso,
la stanza che la teneva
e la cullava di angoli e promesse
– vuota, ancora solo
le porte a difesa.
Il silenzio è unghie,
un alfabeto di fatica
e solo le fiabe per la notte.
La memoria sale svelta, sale lassù
sino al soffitto.
Sale, corre veloce e inventa
un altro suono alle parole,
la legge muta
per costruire le stanze,
scovare ancora i campi da seminare
e il suo giardino di fate, là fuori.

Lineare
Disegnare un cerchio
senza il diametro esatto,
senza lo spazio da occupare
– sarebbe possibile,
trovare le parole
per chi non c’è più e inventare
intera la vita.
Fare arcate e ponti, una città
senza strettoie e crepe
dentro le ombre
– sarebbe possibile,
alzare case con le finestre grandi
e porte in verticale
a disegnare
un perimetro magnifico.
Invece noi seguiamo
la punta dell’indice,
una direzione assegnata,
proseguiamo in avanti,
nonostante il limite
e tutto il resto.

In fondo al mondo
Tutto è slittato via,
proprio come finisce una vita,
tra vestiti smessi,
carte di cioccolatini e
quel bigliettino appeso al frigo,
la tua faccia sgranata
in una foto del ‘56.
Il vaso rotto nel bordo,
salvato senza un motivo,
la tua sedia con quei ferri da lavoro
e le tue monete antiche.
Un piccolo bottino per il dopo.
Tutto è qui, non domande
e neppure una risposta.
Lo so, tutto riposa, prima o poi,
tutto s’incastra laggiù,
proprio in fondo al mondo
dove ancora io non lo vedo.

Memento
Quando tutto sgretola, slitta via
il perimetro e ogni geometria,
la vita oscilla avanti e indietro,
senza sosta.
Resta la voce che ci fa
timidi e terribili,
una forma antica che ci tiene
con i piedi infilati nella storia
e ci fa eroi
dentro la pietà che ci rimane.
Dentro il bianco, i nomi.

Geometria elementare
Torna la salvezza non saputa,
una geometria di angoli,
un conto esatto.
Tornano i gesti e si fa enorme
il tempo imparato
nella fuga.
Tornano le sere
nella precisione minerale
nel sempre di un nome assegnato
e le mattine a capofitto.
Torna il sorriso,
annunciato dentro una fiaba.

Cari morti che ci siete
Sono qui e cerco di parlare
coi miei morti, quelli che facevano
della vacanza al mare una festa,
come fosse andare in capo all’Everest,
ma resto ferma tra le linee del quadro
che conservo ancora.
Tengo stretta la loro voce dentro la testa,
un catalogo di echi che si gonfia la sera
e sparisce ad occhi aperti.
Sembra una scena assurda, eppure
ci tento e ci riesco, sempre meno,
sempre meno.
Il mondo sta morendo intanto,
non vedo le api, neppure
i sorrisi di un tempo,
sembrano tutti vivi, forse sono
già in un aldilà che non saprei.
Invece ho fame, mi vesto,
guardo la TV, tutte cose da vivi
e ci sto bene, ma il tempo
non lascia tregua,
si incunea tra i capelli, li fa sottili,
sembrano in volo
e invece invecchio, come era ieri
per loro, i miei cari morti che adesso
mi guardano dai bordi
e la foto gliela faccio io adesso,
nel mio personale archivio,
senza un ordine, senza pretese,
ma anche stasera
ci proverò.

L’assenza
È sempre l’assenza che ci parla,
un incontro di ombre,
echi dei sospiri avuti o sognati.
Come un cieco vado a tentoni,
cerco il confine tra qui
e cento anni fa,
mi parlano i muri delle voci
perdute, i passi andati lontano,
oltre l’esercizio del camminare.
Su, in alto, alla cima del monte
intravedo ciò che era e resta
dentro le spalle, un carico
di frammenti a comporre
la gioia e sentirla ancora
solo nel profumo.
Il gallo canta ora l’ultimo spiraglio
prima del giorno, prima del taglio,
esatta la piega tra le palpebre
e il mondo, fuori.

Un sogno strano
Impressionante credere ancora
alle parole e vedere
le finestre che si aprono,
i ponti saltati alle spalle
mentre si teme il gancio che lega
suoni e disegni lontani,
dentro un luogo abitato da figure
sottili, a volte, o grandi angoli
saliti sin lassù.
Nella città scatterà
la punizione,
qualcuno saprà di sicuro
il canto silenzioso della pagina,
qualcuno non potrà dimenticare
lei che voleva sposare
l’infinito al muro di casa.
Mentre mi sveglio
scopro che ho verniciato
tutti i muri d’inchiostro,
file di parole prima che gli echi
mi morissero in gola.

Gabriela Fantato
Nella povertà
È perduto il perimetro del mondo,
angoli senza un conto possibile
il cuore è pietra fredda,
un diamante che brucia se stesso.
È caduta la casa, i muri sgretolati,
spezzate le radici
e il tetto, dove ti nascondevi
anni a sognare, dove
hai acceso il fuoco per la notte a venire.
Vaghiamo nudi sulla strada, senza
carte di viaggio, senza una lingua
– dove vado?
Resta solo il silenzio che scricchiola
sotto i piedi e il vuoto nelle ossa.
Avere sete, senza la bocca per bere,
una fame di parole come ponti,
per alzare mondi e non sapere
dove mettere fondamenta e muri.
Nella povertà custodisco
la gioia dei sopravvissuti,
la gentilezza degli esiliati,
quelli che seminano
grano per il dopo.

