grazie ancora del tuo bel pensiero. Il tuo libro (Sindrome del ritorno) ho avuto modo di leggerlo e rileggerlo subito. L’ho portato con me, anche un po’ in giro, perché con trasporto le tue parole e visioni mi hanno accompagnato in questi giorni, ed è per me un grande piacere aver potuto prestare l’immagine per la copertina. Hai avuto ragione nel selezionare proprio quel dipinto. Ora che ho letto, non posso che condividere appieno. Ricordo molto bene l’immagine “spettrale” e come bidimensionale/oscillante, di quei giorni. il mondo interiore che costruiva tali visioni, sospese e rarefatte come proiezioni viste dietro schermi di vetro e polveri, le ho ritrovate in filigrana, mi pare, in molte delle tue bellissime e ispirate pagine (da quello stato ne uscii, solo dopo aver incontrato lo sguardo potente e luminoso di Paola)
ci sono dei passi che ho voluto ripercorrere in quanto straordinari e poetici, incisivi e necessari.
ho ritrovato dentro il tuo testo, come una ferita comune, uno strappo nel reale, che come un’autentica opera d’arte ci ferisce e consola.
di questo ti ringrazio ancora. Tante le sottolineature entusiaste che accompagnano le tue parole, ma forse, quelle che più mi stanno a cuore, sono state sin da subito, quelle dedicate alle nuvole.
un volto-nuvola è davvero il nostro che rispecchia tutto ciò in cui siamo immersi.
ci farebbe tanto piacere potervi nuovamente rivedere di persona. Chissà… speriamo si possa un giorno concretizzare… qui le distanze, influiscono purtroppo in maniera decisiva, ma non demordiamo.
per ora ti lasciamo, con un caro e affettuoso abbraccio da estendere anche a Lucetta.
Alcuni libri di poesia “perturbano”, testimoniando che, all’inizio, prima ancora della scrittura, esiste un soprassalto psichico, una vibrazione incontrollata di anima e corpo, un sussulto di sensi e di mente che ammutolisce ma che cerca sempre una forma per “dire”, soltanto dopo, con le giuste risonanze, in versi gioiosi, tragici, dolenti, questo “ammutolire”. È la prima impronta che Notte barbara traccianel lettore-spettatore, coadiuvata e ampliata dai vellutati frammenti fotografici notturni di Lino Cannizzaro. «Ogni risposta resta un rimando che non si fa completamente certezza. In un mondo dove “l’ombra proiettata tra oggi e oggi” teme la spirale che ci imprigiona, la paura che ci paralizza, Notte barbara offre l’opportunità di scrutare l’ignoto, di scoprire i frammenti dell’io, del tu, del noi, che sfuggono e resistono alla luce del giorno”». (M.E.)
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I testi sono tratti da: Notte barbara, I libri dell’Arca, Edizioni Joker, Novi Ligure, maggio 2025.
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14
Talvolta dici
sono a un punto morto rivolta
a una luna lattiginosa.
Talvolta accendi la lampada
per vegliare gli dèi
anche se la pioggia la spegne.
Da tempo l’esitazione, la paura d’incendiare.
Da tempo un richiamo di campane.
Una quiete di crudeli fiori
ti rende semplice.
15
A levante s’innalza la collina.
Calda notte di settembre.
Tutta la grazia. Qui.
Cresci sicura perché hai imparato
a camminare sull’acqua.
Questione di esercizio
o d’intelligenza?
Il mistero ‒ rigido nei dettami ‒
è latte che trabocca.
Mentre dormi
non sai dire che cosa ti viene rubato.
Molte, le cose che non sai.
Mentre dormi, di sicuro,
le unghie crescono,
le pagine volano da qualche parte
dove di solito non vai.
16
Qualcosa sottopelle di non ben definito,
geometrie indecise
flebili vibrazioni della terra
rapide variazioni dello scenario
ma il terremoto non c’è.
O sei tu a vibrare
in quasi serene ore
in una vita ‒ sventrata ‒
di cui per pudore sarà meglio tacere.
30
Ore quattro.
E allora stai lì a pensarti?
E ad amarti a basso volume
con l’impressione che l’infinito
giri al rallentatore?
In fondo non ti piace quell’immagine.
Passiamo ad altro: chiudere gli occhi
e tutto vedere.
Oh il gioco del punto luminoso
del punto luminoso
del punto luminoso!
Portalo con te ‒ avanti ‒
fino a quel giorno.
Se li riapri appare
un mondo anfora di coccio,
vuota, dove incolli l’orecchio.
99
Nell’attimo prima del risveglio
ho sognato corpi senza cuspidi.
Un’umanità normale.
Non dico fraterna. Normale.
Infatti vedi, mi do dell’io.
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Viviane Ciampi, poetessa franco-italiana, bilingue, traduttrice, antologista, illustratrice, nata in Francia e residente a Genova dagli anni ‘70. Collabora regolarmente per le riviste francesi “Souffles” e “TESTE” e per l’italiana on line “Fili d’aquilone”. Volumi di versi: Domande Minime Risposte (Le Mani, Recco 2001); Pareti e famiglie (Liberodiscrivere, Genova 2006); Inciampi (Ed. Fonopoli, Roma 2008); Le ombre di Manosque (Ed.Internòs, Chiavari 2011); Scritto nelle saline (Ed. Genesi, 2013 Torino); D’aria e di terra (Ed. Fili d’Aquilone, Roma 2016); Du bleu autour / Azzurro attorno (Ed. Plaine Page, Barjols 2018) ; Poèmes assis, poèmes debout / Poesie sedute, poesie in piedi (Ed. Al Manar, Neuilly 2019); Selected poems, in Journal of Italian translation, New York (2022); Dincolo De Linia Somnului / Oltre la linea del sonno (Cosmopoli, Bacău 2023) trad. Alexandru Macadan; Morning Trains / I treni del mattino, selected poems (Ekstasis, Toronto 2023) trad. Antonio D’Alfonso; Le couteau de Madame (Ed. Plaine page, Barjols 2023). Di prossima pubblicazione: Nouvelles de la planète rouge / Notizie del pianeta rosso (Ed. De Surtis).
Io, io cavallo, l’animale vivo, il corpo, il selvaggio. Io, nel cavallo come nella scrittura. Assieme all’indomabilità, l’equilibrio, l’ignoto, il mai compreso. L’attenzione estrema verso il mondo. Tra panico ed esultanza. Ciò che in me è cavallo. Preda fuga solitudine gregge. Ciò che in me resiste, si ostina e rischia. Ciò che in me se ne va per riunirsi dopo.
Se sono a cavallo sono di colpo nel cuore delle cose, senza impacci, intera. Sbarazzata degli ostacoli secondari, dei nodi sterili. Nel vivo del soggetto. Mi raggiungo, in un’estrema presenza a ciò che mi circonda. Nuda.
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Non solo nella testa io sono un cavallo. Lo sono sotto i piedi, anche nella terra e sul dorso, negli incavi e su, su fino alla nuca, alle orecchie, fino in fondo.
Subito il corpo è nel panico quando, dopo tutto, mi trovo di fronte l’uomo: lui non è abbastanza cavallo. Sarebbe una brusca tenerezza, nell’erba; il collo teso, come quello di un’oca bianca.
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Dentro, la parola cavallo. I movimenti, la muscolatura, nel galoppo, quel calore sotto di me. Quando tutto si compone è insieme riunito, per dare vita a quel cavallo a due teste che siamo noi.
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Ci sono dei leoni negli occhi del cavallo, nella solitudine del suo corpo di zebra. Non è l’uomo che lo rassicura realmente, anche solo per un attimo, perché cavallo è solitudine. E allo stesso tempo inseparabile da un altro nel prato. Quasi infantile, simile a un asino.
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Camminare fianco a fianco, sulla strada del ritorno, nelle orecchie il passo del cavallo che avanza, schiena calda e respiro tranquillo; camminare ciascuno con la propria stanchezza, la stessa stanchezza tra gli odori del cavallo mescolati alla pioggia. E tutta quell’acqua che cade non gli frena il passo. Lui le va incontro, indifferente. Finalmente libero, ritorna alla terra, calmo vi si rotola dentro, prima di scuotersi e rialzarsi in piedi. Come un cavallo.
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Sdraiato, il cavallo è ancora creatura viva, è ancora cavallo. Finché la testa si muove e il collo trascina il resto e le gambe volano in aria prima di rimettersi dritte. Intorno a lui vola tanta polvere.
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Il cavallo con la sella e l’altro nel prato si assomigliano. Le stesse orecchie, che fanno non si sa cosa. Nel sangue, qualcosa di insensato ci sfugge. Uno scarto improvviso, per un colore di plastica troppo vivace in un albero, c’è di che scartarsi dalla strada non rustica. Il cavallo è attento più all’esterno che a se stesso. Cosa succede quando si ferma con le quattro zampe piantate a terra, per sempre.
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Se nelle gambe qualcosa si spezza, non lo zoccolo ma un osso o un muscolo, il cavallo è finito: perché o sta in piedi o è morto. È fragile davanti al filo spinato. Eppure ha quattro zampe. Basta un rumore di treno, il cavallo è capace di rischiare tutto in un quarto d’ora e tanto peggio se, alla fine, provoca un incidente.
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Il cavallo in una gabbia accanto a un’altra gabbia, resiste e rifiuta. L’uomo è sopra di lui, insistente, curvo, piccolo, inquietante. Spaventato l’animale cede. Intorno c’è rumore, argento nelle parole, dei numeri a dire l’età, e questo è frustrante. Donne in bianco, con minuscoli binocoli, guardano i cavalli. Un fischio ed è partito, i piccoli uomini alla caccia, senza bisogno di fucili, la preda è sotto. Questo è ancora più frustrante per chi, in piena agitazione, resta ai blocchi di partenza.
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Non sono le mie, ma proseguo a quattro zampe, e seduta in sella accelero. Il cavallo ha capito ciò che non ho detto, io ho un corpo, lui galoppa e le mie mani non pesano, non pesano nulla, posate su un movimento, sopra un animale. Tra me e il cavallo, nessun lamento.
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Che furia nel partire di colpo quando il cavallo, davanti, galoppa. Aperti sulla lontananza, i suoi occhi si gettano in quali braccia, in quale grembo.
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Lui attende ai box ma cosa attende, le pillole, un cavaliere? Di sicuro è un’altra cosa, il petto piantato contro la porta, e occhi e orecchie nella stessa direzione. Lui, il cavallo, aspetta, aspetta che gli si apra.
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Solo in mezzo agli altri, ma che siano cavalli veri e lo lascino in pace. Anche se libero, vuole stare tranquillo, libero di girare in quadrato, seguire le piccole linee che ha tracciato per terra, i suoi reperti, il suo territorio: che venga dimenticato.
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Non grida, il cavallo, non è volgare, anche se addobbato in tre colori per i festeggiamenti umani, più modesto di quello tutto dorato che si tiene dritto in piedi per essere grande. Se un bambino è appollaiato sulle spalle di qualcuno, ai bordi della sfilata, non guarda direttamente né i colori né l’oro ma guarda solo il cavallo.
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Il suo corpo bene accompagnato, in ogni movimento prima dell’ostacolo, tanto che niente al suolo li fa scendere entrambi. Il cavallo e il suo cavaliere. Senza tirare, le mani si raccolgono in un ritorno-atterraggio. Gli occhi davanti conducono il corpo, mentre le due andature dolcemente ricominciano a comunicare.
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Un rumore qualunque, forse degli uomini o le loro macchine, la paura sorprende e si propaga da un corpo all’altro. Al ritorno rassicurarsi che il cavallo ci sia, l’inquietudine è animale.
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Con le orecchie tese, il cavallo spaventato di dover condividere il suo uomo, per gelosia morde il fianco dell’altro cavallo. Il semicerchio che fa al galoppo crea una barriera molto evidente per quell’escluso morsicato.
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Il collo in atteggiamento di offerta e la testa in una curva, che il resto prolunga, con le mani dell’altro corpo. Al cavallo, si applica l’equilibrio.
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Malgrado il cavallo stia dietro, ciò che bisogna fargli portare di peso, la tentazione di mandare tutto al diavolo, il traino e l’uomo a traino, rischiando il dramma.
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Il cavallo spia, attaccato, tutti i pericoli contro cui non potrà niente. Dritto in piedi come un albero.
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Spesso camminando a granchio, perché c’è troppo ignoto dietro la schiera degli alberi. Non resta che avanzare, superare l’ignoto, e tutto provvisoriamente sembra rientrare nell’ordine.
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Che importanza ha il catrame sulla strada del ritorno, per il cavallo bisogna rientrare a casa al più presto. In testa ha delle carte per la sua geografia privata, e i panorami non contano.
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Il corpo controvento e a testa bassa per fare fronte a tutte le sfumature del freddo. Raccolto, arrotondato, il cavallo sotto la pioggia conosce la terra e le sue tempeste. Si ferma e attende, attende che tutto questo si fermi.
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Non fidandosi dei ponti di legno il cavallo non cede, incaponito finché l’uomo non accetta di scendere. Allora tranquillamente, quasi a occhi chiusi, posando gli zoccoli uno dopo l’altro il cavallo cammina, facendosi accompagnare per un tratto pericoloso.
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Un pollo in pancia, la giumenta vigila come il guardiano del faro. Nessun problema a toccare, non si sa dove e in che modo, le carezze restano sotto sorveglianza ancora per qualche mese. Peccato per l’uomo che avrebbe voluto essere testimone di tutte le cose importanti. Dormirà indubbiamente, la notte che vedrà barcollare nell’erba quattro zampe di giraffa. Il giorno dopo, fiera e possessiva: la cavalla.
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Nitrendo in lungo e in largo perché l’altro se n’è andato via da solo, il cavallo non è tranquillo. Che importanza ha l’erba verde! Calpestando sulla terra lo stesso itinerario, finisce per tornare sempre nel luogo della separazione, col timore di aver smarrito quello che adesso non è più visibile.
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Il cavallo è testardo, si rifiuta di salire su quello che con le ruote lo condurrebbe a un altrove di cui ignora tutto; allora fa l’asino, indietreggia e resiste, biforca e fa arrabbiare gli uomini, costretti a cercare una corda con la forza insufficiente delle loro braccia.
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Cavallo! – bambino incollato al suo tiro per la stagione delle morsicature. Fino a quando, la tolleranza di un uomo?
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Le palpebre cascanti, in una testa che si abbassa, tutto il peso sulle tre gambe dove il cavallo riposa, quale sonno non l’ha colto nelle sue notti di veglia.
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(a Raoul e Margaux)
Questa sera un cavallo è morto agganciato durante uno spettacolo di grande effetto spettacolare, mentre un tipo al microfono si scusa dell’incidente. Lo spettacolo, di grande effetto, si prolunga leggermente. La musica continua, insieme agli attori e alle luci, inoltre bisognerebbe togliere il cadavere del cavallo, dice qualcuno, mentre è già sotto una grande coperta nera.
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Le parole nella bocca di un cavallo non sono necessarie per comunicare allo steccato che si è in attesa di un uomo, per un abbraccio o per del pane duro. Tutto è ritto in piedi fino alle orecchie, immobili per un attimo. Poi le gambe, come assalite dalle formiche, danzano. Non tocca il filo, il corpo intero portato davanti.
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Che importanza ha la primavera e tutte le sue dolcezze, anche a trent’anni il cavallo bianco non si lascia avvicinare né carezzare né acchiappare. Io, sulle mie due gambe davanti a lui come davanti a uno specchio a risalire il tempo, brontolando che è finito, che la tenerezza è disponibile ma nel suo corpo la paura, la paura non se ne va.
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L’inverno non ancora iniziato è già troppo lungo per una voglia d’erba verde, proprio quella del campo accanto. Allora tanto peggio per i pali, i fili che bruciano e tanto peggio se è notte, il petto in avanti, il cavallo insolente spinge la recinzione, seguito da altri, e poi si mette a galoppare davanti a un uomo che si è svegliato, innervosito, costretto a correre dietro a chi è per metà mulo per metà pecora.
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Irrigidito, in modo imprevisto, su una strada deserta troppo affollata di creature invisibili, il cavallo vi ha visto chissà quanti predatori, trasale non appena il vento…
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Una volta trattenuto, il cavallo bianco, rassicurato, mi fa tutte le concessioni. Passare sotto di lui, prendere le gambe, allungarsi sulla groppa, circondare il collo, al limite ricevere gli insopportabili segni di dolcezza. E poi…hop, andare senza sella e senza parole: partire.
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Partire
Afferma Viviane Ciampi: «”scrivere / scrivere come se non restasse più null’altro» recita in un verso di qualchehe anno fa la poeta francese Albane Gellé, la quale non ha mai smesso di restare fedele al suo modo d’intendere la poesia pur vivendo con essa una storia d’amore appassionata e conflittuale. con l’autrice – capace d’empatia tanto da prendere il punto di vista del suo cavallo – la parola galoppa senza ingombrarsi di peso eccessivo e in questa galoppata si mette al l’ascolto di nuove percezioni, cerca nuovi nutrimenti. e torna in mente louise Glück nella poesia Horse: “cosa è l’animale / se non un passaggio fuori da questa vita?”». La musica concreta di questi poemi-cavallo di Albane Gellé ci porta fuori dall’immobilità del mondo con impennate improvvise. Moi, cheval e Cheval, chevaux (qui tradotti in italiano, insieme, per la prima volta), sono due libri che testimoniano il passaggio fuori da questa e dentro questa vita. l’immagine del cavallo non ha nulla di pittoresco e di simbolico: è figura viva, reale, intima, selvaggia, che la poeta fa propria con ardore, dentro una prospettiva che offre alla lingua una nuova, libera, felice andatura. scrive Albane: «Una volta trattenuto, il cavallo bianco, rassicurato, mi dà tutte le concessioni. Passare sotto, prenderele gambe, allungarsi sulla groppa, circondare il collo,al limite ricevere insopportabili segni di dolcezza. e poi…hop, andare senza sella e senza parole: partire». Lucetta Frisa
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Albane Gellé
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I testi sono tratti da: Albane Gellé, Moi, cheval, I libri dell’Arca, Edizioni Joker, Novi Ligure 2025.
Non eiste nessuno, ma esistono tutti all’interno dove non mi danno pace perché non ho pace. Le voci degli altri. Mi si affastellano addosso, l’intero mio male si è originato dagli inferi degli altri. Siamo anelli. Ci sporchiamo l’uno dell’altro per contatto, contagio. Le generazioni si toccano, si rasentano, confinando, intrecciandosi.
Si distrugge il fantasma, la rappresentazione fantasmatica dell’oggetto del desiderio, per mezzo dell’invidia.
Devi canalizzare le scariche, in privato. Devi fare in modo di non ricevere disturbo, tenerti lontano da ogni fonte di turbamento. Sii geloso della tua solitudine. Rendi il muro imperforabile. La vulnerabilità delle vittime. Proteggi la ferita.
Nessuno può nascondersi finché non decide o sceglie di scomparire. E’ un vero rompicapo non tornare neppure in forma di cadavere. Gli scomparsi per sempre, i non rivenuti, pervenuti. Sono i nati privati di una fine. La vera conferma che l’uomo ha le ali.
Sindrome del ritorno non appare come un libro compiuto: è un quaderno di appunti che l’io scrivente annota pedinando un personaggio letterario, Wakefield, creato da Nathanel Hawthorne. Wakefield lascia la sua casa dicendo alla moglie che tornerà dopo pochi giorni. In realtà non va da nessuna parte, affitta un appartamento nella strada vicina e vive lì per vent’anni senza dare più notizie di sé. In quel lungo periodo ogni giorno passa a vedere la sua casa e segue da lontano la vita della moglie. che lentamente si abitua alla vedovanza; una volta, addirittura, in una strada fitta di gente, lui e lei si trovano a tu per tu, per un momento i loro occhi si incrociano, ma la folla li separa. La donna trasale, lancia uno sguardo perplesso, si allontana. Trascorsi vent’anni, in una sera di temporale violento, mentre passa proprio davanti alla sua casa, Wakefield vede il fuoco del camino acceso, osserva attraverso le finestre il profilo della moglie e, come se fossero passati minuti e non anni, ritorna. Questo, in sintesi, è il viaggio ellittico dell’io, in Sindrome del ritorno. Un io incerto fra due case, fra due luoghi diversi, cerca un equilibrio impossibile, da interminabile psiconauta. Percorre con la sua inquietudine una città reale e immaginaria, che ora evoca Genova e ora Praga, ma nulla lo conforta e lo salva. Pur volendo fuggire dalla sua vita, si trova immerso dentro le cose, dentro le immagini che lo hanno sempre turbato. Non esce mai dal suo viaggio. E alla fine, come Ulisse, ritorna dalla sua inconsapevole Penelope, cercando, lui, creatura nata da un personaggio, cercando sempre una soluzione all’enigma: enigma vissuto dentro una scrittura che gli appartiene ma che non possiede, intrecciata secondo dopo secondo nelle pagine di un foglio senza fine, dove trovare/ritrovare la libertà trivellando ogni parola, respingendo l’assedio del nemico con l’architettura di una frase.
Nota di lettura per: Francesco Macciò, L’alba e la cenere, Robin editore, collana Le Giraffe, Vignate 2025.
Nel 2025 Francesco Macciò pubblica, per Robin editore, un volume di racconti, L’alba e la cenere, che si articola in tre parti: Primum non nocere, Secundum docere, Tertium invenire. Il libro racconta le vicende, reali e immaginarie, di un professore di lettere che traversa il mondo della scuola e le sue contraddizioni, mescolando fiction e autobiografia, e mette in luce la necessità di un dialogo maturo fra insegnante e allievo, dove l’insegnante ha un primo e fondamentale compito: “deve imparare a leggere i testi, farli respirare nel loro tempo, e anche nel nostro, non soffocandoli con inutili griglie di lettura”. E osserva: “La letteratura inquina, contamina, ma rimescola le carte lasciando spazio alle mosse successive. A questo pensava il professore, con l’intenzione non di amplificare la propria voce, ma di azzerarla per ricomporla nella voce di un altro”. Il suo intento è uno solo: “Non pretendere nulla dai testi all’infuori di quello che essi contengono”. Dopo alcune acute riflessioni su Gabriele D’Annunzio ed Eugenio Montale, il libro si conclude, nella sua terza parte, con un “quasi apocrifo” di Fernando Pessoa, Nuvens, davvero eccezionale nel percorso narrativo di Francesco Macciò e di questo stesso libro, quasi che l’autore avesse voluto uscire dal suo “corpo” di insegnante per vivere nella voce di Pessoa un magnifico “altrove”:
«Se non fosse per queste nuvole enormi che offuscano il cielo, direi che non c’è nulla di misterioso nell’idea di esistere, anche se avere mille volti nitidi come il cristallo o indefiniti e inafferrabili è il solo modo di esistere. Ecco il punto di arrivo di ogni creazione artistica. Il poeta deve moltiplicarsi in ogni ora scomposta, in ogni momento inenarrabile della propria vita, entrando nelle vite degli altri e ricomponendosele a pezzi nei registri vigili e segreti della memoria. Non è di Pessoa questa voce che vi parla, è soltanto una voce che si solleva dalla polvere, semplicemente il suono di una voce che è davvero di Fernando Pessoa quanto più spinge parole nella bocca di altre persone. Se non fosse che non c’è nulla di crudele nel sonno, direi che la crudeltà più ostinata del sonno è quando esso si assottiglia e dileguandosi ci obbliga ad appartenere a vocaboli, a cifre numeriche, a tratti di matita, ad avere un volto, un nome, quel solo volto reale che, esistendo, nega la vita. Possiamo destarci con un gesto che imita la vita, immaginare, in questa finzione, la finzione di una vita reale e ritornare nel sonno quando le cose cigolano dentro ingranaggi irreparabili, diventano corpi, altri corpi indistinti e dolenti nell’universo. Dobbiamo accettare ogni giorno questa falsificazione, questa irriducibile mancanza. Ecco il punto di partenza. Ogni giorno rappresentiamo centinaia di sensazioni che non siamo, migliaia di congegni manomessi che non conosciamo, e abbiamo appreso in desistenza, sul confine tra il sonno e il sogno, che le parole dette da altri sono più vere di quelle che percepiamo dentro di noi. Le parole dette da altri… Forse questo scritto non mi appartiene, neppure questo termine “forse”, una probabilità di esistenza in agguato dietro le lenti terse dei miei occhiali. O forse chissà che questa non sia la sola via di appartenenza, di esistenza. Casa, ditta di import-export, ditta di import-export, casa, e a casa un baule colmo di carte vergate a mano, di fogli dattiloscritti… Non sono solo ora, non sono più solo. Ci sono reti attorno a me, reti di nuvole, lentas nuvens… nuvens brancas… Nuvole lente, nuvole bianche di antenne e di suoni: centinaia di piccole antenne occulte nel baule del mondo, migliaia di suoni emessi da un’orchestra misteriosa, che mi avvolgono nella prolissità estenuante della mia inesistenza. Ma non sono solo, si compongono nomi, affiorano volti qui davanti a me con i loro corpi e le loro anime. Alberto Caeiro. Álvaro de Campos. Ricardo Reis. António Mora. Bernardo Soares…Álvaro de Campos è l’euforia della libertà, lo specchio delle “magnifiche sorti e progressive”, così irrevocabili nei loro cedimenti e nelle loro derive. Álvaro è un poeta marittimo, si è laureato a Glasgow, prima in ingegneria meccanica e poi in quella navale, o forse ha abbandonato ingegneria meccanica per frequentare i corsi di ingegneria navale, chissà. Un poeta ingegnere, un nevrotico cantore della civiltà moderna e dei suoi inganni, delle sue trappole. So che è alto qualche centimetro più di me, magro, sbarbato, con i capelli lisci e la schiena che tende a incurvarsi. Non credo sia del tutto casuale se ci incrociamo ogni giorno per strada, qualche volta anche a passeggio lungo il fiume. Un incontro sempre faccia a faccia: l’uno va dove l’altro viene. E anche questo non mi sembra del tutto casuale. Appena mi vede a qualche metro di distanza, Álvaro estrae dal taschino della giacca il suo monocolo, lo incastra nell’orbita dell’occhio, mi fissa attraverso la lente come fossi un’entità estranea e lontana. Saluta e tira dritto. […] Nuvens… lentas nuvens… nuvens brancas… Non c’è niente di vero e niente di falso in ciò che vediamo; forse, però, la realtà è uno specchio che distorce più della finzione. O forse è vero il contrario, chissà. La finzione nasconde la realtà, inghiotte la materia, la riflette in una nuova forma come in una galleria di specchi deformanti. Molte persone vivono vite plurali e straordinarie, s’imbattono in personaggi immaginari, più veri di quelli reali, incarnati anch’essi nei paradossi irriducibili dei loro sogni. Passeranno come ogni cosa. D’altra parte, anch’io vivo sepolto in una smisurata estensione di me,in queste vite insistenti e inesistenti che prendono forma e mi accerchiano. Ma sono stanco, sempre più stanco di esistere in questi nomi, in questi volti che mi si stringono addosso come pali aguzzi di un recinto, come alberi mastodontici in un intrico di radici strangolatrici. Passerà la notte, passerà anche l’alba. Eppure, soltanto così, perdendomi in ciò che suppongo di essere, posso ritrovare me stesso. Ogni cosa, tra il sonno e il sogno, occupa uno spazio enorme, un universo che svanisce nel nulla, per rinascere ogni giorno in un’ora assurda tra il raziocinio e l’affetto. Un’ora di rovina e di pietà. Un’ora incredibilmente morta».
A questa fantasticheria “quasi apocrifa” rispondo con un mio racconto apocrifo scritto alcuni anni fa per Fernando Pessoa e che mi sembra svolgersi nella stessa “ora di rovina e di pietà” di cui parla Francesco:
«Lisbona, 21 gennaio 1934.
Io sono Antonio Nogueira, Fernando, e abito da sempre il tuo nome:Fernando Antonio Nogueira Pessoa. Eccomi racchiuso letteralmente nel tuo nome. Non so perché ma mi hai tenuto ben distante da tutti gli altri eteronimi, da Ricardo Reis a Bernardo Soares, da Alvaro de Campos ad Alberto Caeiro. Io ero diverso, per te. Da quasi 32 anni esisto (più giovane di te di almeno vent’anni): ho fatto studi di medicina, mi sono specializzato come psichiatra in dissociazioni di personalità. Appena dormi, ne approfitto e scrivo. Ma tu, del quaderno dove traccio i miei appunti, non sai quasi niente. Il segno della matita è appena visibile. So che non mi rileggi. Non mi rileggi mai […] Singolare, il mio destino, non trovi? Sono uno psichiatra nascosto nel corpo di un uomo che la società giudicherà pazzo. Ma forse proprio per questo ti sono vicinissimo. Per testimoniare che tu non lo sei, pazzo. Che hai gestito tante vite parallele perché le hai trovate infinitamente più interessanti della tua, così misera e scialba. Sei un genio segreto, Fernando. Se non fossi così segreto, chi si ricorderebbe di te? Saresti solo un impiegato originale e bizzarro, timido e impacciato, sulla soglia del disastro mentale. Ma io sono deluso. Mentre Soares può scrivere i suoi saggi e Caeiro le sue poesie, io cosa faccio? Resto dentro di te per giudicare te? Per essere io la tua rotta? Per impedirti di perdere definitivamente la ragione? Io: il tuo custode interno. Ma anche il tuo prigioniero. Gli altri eteronimi hanno un nome, una biografia, un loro destino, sognano e immaginano. Io, invece, sono un uomo che ha studiato la mente ma che non può curare nessuno essendo dentro di te, mai ricordato da te. Come faccio a lasciare il tuo corpo e il tuo nome? Ti rendi conto che, se è vero che hai costruito il teatro delle tue ombre per salvarti la vita, io, la tua prima ombra, la più sconosciuta, sono condannato a una infelicità senza rimedio? Uno psichiatra incapsulato nel corpo di un matto può anche smaniare teorie ma gli viene tolta l’unica facoltà: guarire chi soffre, uscire da sé per curare gli altri, vivere autonomo, libero. E io posso farlo? Posso davvero? Forse solo di notte, quando ti addormenti. Forse solo a notte alta, approfittando del tuo sonno pesante, potrei vagare per le strade della Lisbona vecchia invocando uno dei tanti afflitti da saudade per potergli parlare e alleviare così la sua tristezza. Che amaro destino, mio caro, unico amico, mio caro Fernando Antonio Nogueira Pessoa. Almeno, quando morrai, affidami ad altre mani. Non mettermi nel baule con i tuoi eteronimi, con gli altri tuoi intellettuali capricci di solitario. Io non sono loro. Tu lo capisci? Io non sono loro. Io sono davvero te».
In sintesi, L’alba e la cenere è un libro da consigliare a chi non cerca la struttura fissa e precisa del testo ma ama farsi rapire da una fantasticheria schumanniana, che però non tradisce il progetto di fondo inscritto nelle coordinate del libro: una lezione di educazione alla letteratura scritta da un poeta contemporaneo, montalianamente “archivista ironico dell’insensatezza della realtà del nostro tempo”.
Ma cosa ripensi? Chi sei realmente? Raddoppi la realtà, inventi universi paralleli, spii, vaghi, rubi, passeggi fra i fantasmi. Fai il regista: sposti il fuoco dell’attenzione da una vita all’altra. Scopri carte segrete, pensieri nascosti, che non ci sono mai stati, che potevano esistere ma non sono esistiti. Ti porti il fardello di altri affetti, di altre colpe. Traduci, trascrivi, reinventi. Fai il monaco, il sonnambulo, l’idiota. Scrivi e sei già un’eco. Ti dicono che complichi le vite: che sei un voyeur che abusa del passato, un manierista. Ma i manieristi hanno ragione: ogni maniera – ogni emanare forme – è la reale, insensata deformazione dell’uomo sulla terra. I matti non inventano forse ornamenti, scarabocchi, ghirigori, quando cercano un argine all’erompere delle visioni? Sono loro il lato d’ombra del dio. La scrittura è estatica quando non è scritta, quando la stai semplicemente pensando. Non appena cominci a scriverla, sei infilato in una gabbia di parole, mentre vivi ancora quell’estasi. Solo che la ricordi con la testa ruotata all’indietro, mentre gli occhi e la mano cercano le parole giuste. C’è un rapporto preciso fra l’aria e le cose che la trattengono. Molte cose sono segni di come l’aria è passata. In sé l’aria è vuota, non ha senso, passa e va. Ma, quando la sentiamo fitta di segni, quando oggetti e creature respirano grazie a lei, allora non è più neutra, è luogo di passioni oscure e limpide…
Disegno di Vincent Van Gogh dalle sue Lettere a Théo.
Nicolas de Staël a René Char, intimi amici fino alla tragica morte di Nicolas, pensarono diversi libri insieme (tra cui Poèmes, Paris, 1952, rilegato a mano in mille copie), ma lasciandone molti incompiuti.
Antibes, 4 marzo 1955
No, René, io non sono d’accordo con la poetica di Alberto. Stimo la sua ostinazione, ammiro la sua forza, ma non sono d’accordo con la sua scelta. Scolpire volti scabri, intagliare figure sottili, circoscrivere il mondo a figure straziate. Mi sembra riduttivo, come se volesse solo radicarsi nella terra, nella cupa, stretta terra. Povero Giacometti! In quale buco li nasconde i colori ariosi, voluti dalla luce, modellati dal vento? Io voglio di più. Io voglio il massimo. Io voglio il cielo, che vortica e rapisce l’aria.
Oggi mi butto su una grande tela, inizia a sembrarmi buona, ma avverto un senso di azzardo, come una vertigine assurda. Quel tanto di virtuosismo che sta dietro l’imprevedibile mi scoraggia, mi deprime, dovrei dimenticare di essere pittore, ma la mano segue le regole che le hanno insegnato secoli di pittura. E invece dovrebbe andare da sola, muoversi nel tempo giusto, presto con fuoco, allegretto, andante, così, a colpi di spatola, animando queste masse colorate, queste pietre squillanti che sono i colori, e facendone una gragnuola di rossi, una pioggia di blu, una tempesta di azzurri…
Per fortuna non riesco mai a dominare la situazione. Sono preda della mano, di come lei sente i colori. L’occhio è meno veloce: sono le dita a trasmettere l’ultimo brivido alla tela. Vivo ad Antibes quasi soltanto per capire la natura di questo brivido, rompere lo status quo, andare avanti. Ma avanti dove? Sono vissuto a Rabat, Casablanca, Marrakesch, ma per caso (per caos?).
Io cerco il MIO colore.
Non sono stato, non sono, non sarò l’unico a farlo. In Veronese e Velàzquez ci sono diciassette neri e diciassette bianchi. Ho contato, per me, ventidue rossi, trentadue azzurri, sedici blu. Le mie ultime tele traboccano di un porpora che la tela non ce la fa ad arginare. Con la spatola scalfisco le tele, affascinato dagli ori bizantini di Ravenna. A volte me la appoggio sulla gola, quando sanguina di tutti gli ori e i rossi possibili, e una voce mi dice: “Dai, un colpo secco! Via di qui! Perché ti affatichi? La tua firma è la tela bianca”.
No, non ne ho più voglia, risento la voce, vorrei solo uscire dal mio problema. Guardo la finestra del mio atelier. L’aria è pura, caro René. Ci sono certi scogli bianchi, laggiù, di un bianco che non potrò mai dipingere veramente, fatto di aria fredda e calda, colorata e grigia, aria di tutti i secoli. Lavoro, da pittore, come tutti i pittori: cercando il niente a cui intonare il mio suono: ma ciò che vedo rode tutte le cose, non vedo nulla che non sia in slancio, in volo. Il mondo mi lascia, mi svuota. Che strani colori oggi – così trasparenti, così puri. Un uccello volteggia dietro i vetri. Ma il mio orecchio, invece del morbido fruscio delle ali, sente un suono più sordo: è il pulsare del sangue, che batte contro le pareti delle arterie; lo sento che irrora le sue ali e temo che la mia percezione possa, per eccesso di lucidità, provocare la sua vertiginosa caduta. Ecco l’uccello sbiancato, morto. È così. Non ho più un grammo di pazienza – l’ho spesa tutta nell’ultimo rosso, tonnellate di rosso, che non le reggerebbe un pozzo con dentro il cadavere di un uomo.
Scrivimi, Renè.
Tuo Nicolas
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A Françoise de Staël, 2 aprile 1955.
Cara Françoise,
ti rimando la sua ultima lettera: «Dobbiamo lavorare, René, a un libro insieme. Non andare in ansia. Sarà un libro speciale e noi saremo tra gli ultimi a farlo. Ma beati gli ultimi, perché dopo di loro il paesaggio sarà cancellato di qualche segno in più. Una cosmologia in bianco e nero: ecco la nostra opera. Non essere oracolare, stavolta. Ho bisogno di lampi segreti per il nostro libro. Abbassa i toni. Grazie, tuo Nicolas».
De Staël è morto sfracellato. Ha voluto che tutto si fermasse, tra me e lui.
La sua lettera mi è stata consegnata il giorno della sua morte. Io non posso tenerla con me. Sono troppo vivo per conservarla. Voglio che la conservi tu, Françoise, io non potrei. Sappi che non accetterò mai più di vedere cose sue, quadri o disegni che siano. Si potevano fare grandi montagne e grandi nuvole insieme. Ma la radice del sasso si è sgretolata quel giorno, con le sue luci e le sue vene, sotto la finestra di Antibes. Ogni cosmologia si è dissolta. Sono stato dinamitato da quella morte.
Ho pianto. Non mi era mai successo per nessuno. Che i segni di Nicholas restino con lui. Non hanno più bisogno del mio commento oracolare, da impotente superstite.
Non mi mandare nulla di suo. Lo brucerei. Il lutto non ha consolazioni. La sua voce e la sua faccia mi mancano più del vento di Isle.