A PIENE MANI. Jean Dubuffet

Il lavoro essenziale del pittore è il ricoprire. Non stendere con un pennino o un ciuffo di peli dei liquidi colorati, ma immergere le mani in secchi pieni o vaschette e coi palmi e le dita coprire come se dovesse stuccare con terre e paste il muro che ha di fronte, impastarlo in un corpo a corpo, imprimervi i segni più diretti possibili del proprio pensiero e dei ritmi e istinti che gli pulsano nelle arterie e gli percorrono i nervi, a mani nude o aiutandosi, se capita, con strumenti approssimativi buoni conduttori / qualche lama di fortuna o un bastoncino o una scheggia di pietra / che non interrompano né indeboliscano il fluire delle onde. Dopodiché quanto sarà inutile chiedersi se ci sia poco o tanto colore e quale sia! Ben misera cosa che il bianco utilizzato sia un po’ sporco e il giallo un po’ scuro! Del fango basta, nient’altro che del semplice fango monocromo, quando si tratta davvero di dipingere e non di colorare dei foulards.

*Il testo è tratto da: Jean Dubuffet, Piccolo manifesto per gli amatori di ogni genere, a cura di Alessandra Ruffino, Allemandi, Torino 2021.

DA MILLE ANNI

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Da mille anni, lo sai a memoria, i muri di argilla sognano l’acqua del mare che li ha lasciati; da mille anni i morti continuano a parlare ma solo di notte, con le mani, perfori l’aria buia a trovare i volti per quelle voci, le dita annaspano e non trovano; da mille anni un fruscìo si insinua, interminabile frana nelle case, piccole pietre colano dai crepacci, il freddo è così pungente da strapparti le dita; da mille anni non vorresti essere fra le ossa degli uccelli e dei pesci, giù nella grotta, pulcino nel burrone, topo nel buio, bambino cieco; ma su, nella radura, a sentire il martello del fabbro battere contro la porta di bronzo che finalmente ti darà accesso al regno dei morti; su, da mille anni straripa il nero dalla pietra, devi stare attento; là il mare è di calce, manda luce come polvere, ti senti la gola di vetro, raspi dal fondo della frana; da mille anni vorresti tornare su, dove tutto è ammutolito, dove prima c’era il terremoto del vento e ora cade un falco dal cielo; da mille anni piangi e consumi la terra con le lacrime, fa troppo sole, straripa il giallo, le cose non tengono più; da mille anni questi corpi tutti annodati vogliono da te una parola risolutiva, un punto di gelo che non li faccia sciogliere come fumo; ma tu tremi per la sete, ànsimi nei burroni, ti folgora il lampo; da mille anni speri di non essere l’ombra di quel morto ammazzato nel bosco, che sbatte sui sassi; da mille anni sogni il filo del pensiero nel rasoio del vento, scalfisci la vita come puoi, come ti consente la materia del vetro, il fumo del fuoco; ma da mille anni le funi sbattono nella notte, le porte lucenti ti accecano; e domani, ma solo domani, chiamerai te stesso dal fondo del dirupo; sono mille anni che nessuno risponde, mai nessuno, ma tu graffi l’aria dal pozzo, con la lama della voce, ancora una volta, ti tiri su, cerchi di vederti, di scoprire lassù, l’altro che è vivo; ma da mille anni il mare di polvere, la pietra che luccica, le ossa nel buio, ti risucchiano dentro case lunari e spalancate, sconsolati fondali della nascita che cancelli oggi e sempre dalle tue mani come il sangue di un delitto…

    (M.E.)

    Inverno, Giovanni Castoglia

    L’OMBRA DEL FUMO. Lettera di Daniil Charms

    2 gennaio 1920

    Cara Danila Klvina,

    Non sento nessun rumore, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati di neve. Ma vedo e sento ogni musicista suonare il suo strumento con bella ostinazione. Ricordo un poeta che invidiava il fumo perché sentiva di essere solo “l’ombra del fumo”. Si chiamava Muni. Contemporaneo di Chodasevic, nessuno ricorda un suo verso. Vorrei non invecchiare trasformandomi in chi odiavo da giovane: mi ucciderei per la disperazione. Il suicida almeno ha un diritto: evitare che il mondo, per lui, continui a esserci in forme inaccettabili. Ma chi pensa, guardando il buio delle pareti, di togliersi la vita, ha un timore: rendere la sua stanza d’albergo l’ennesimo luogo in cui chiacchierare di una morte che si ostina a rimandare, perché non vuole essere orfano del pensiero di morire.

    Ma ora addio, Danila. Vado verso la prima pagina, quando la voce inizia a narrare. All’inizio.

    L’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui a volte sentiva la mancanza. Solo la speranza stupefacente di poter volare, in un giorno lontano, mi mantiene in vita (anche se so che, una volta in volo, un braccio se ne andrà a destra, un altro volerà a sinistra, e la testa mi si spiccherà via dal collo come un cespuglio di cardo). Non mi manca nulla. Conosco le tre grandi e insignificanti possibilità del genio: chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità. Chlebnikov possedeva la prima, Čechov la terza. Sulla seconda non mi pronuncio, come ogni scrittore nato in terra russa: volare con lo stridìo potente delle aquile non ci è consentito per la nostra natura di esseri ridicolmente terreni. Mi accontenterei di essere uno sconosciuto uccello migratore, un volatile nero con l’amnesia della terra.

    Ossequi e tenerezza a te.

    Daniil

    Daniil Ivanovič Charms (pseudonimo di Juvačëv) nasce nel 1905. Nel 1925 fonda il gruppo di ispirazione surrealista Oberiu. Nel 1941 è arrestato e muore l’anno seguente in una clinica psichiatrica. Casi, tradotto per Adelphi nel 1990, lo rivela fra i grandi autori russi del Novecento. Charms è maestro nel vanificare qualsiasi realtà gli accada di nominare. Racconti di pochi istanti, trame incongrue e persecutorie: questo è il terreno della sua prosa. La sua singolarità è tale da non tollerare inquadramenti. Charms rimane soprattutto uno stupefacente narratore di «casi», tanto gratuiti quanto ineluttabili. Lui stesso accennò una volta alla peculiarità del suo modo di essere con parole quanto mai semplici, dirette e precise: «A me interessano solo le “sciocchezze”, solo ciò che non ha alcun significato pratico. La vita mi interessa solo nel suo manifestarsi assurdo. Eroismo, pathos, ardimento, moralità, commozione e azzardo sono parole e sentimenti che mi sono odiosi. Ma comprendo perfettamente e ammiro: entusiasmo ed esaltazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, gioia e riso». Di Charms sono presenti in Italia diversi libri, tradotti da da Paolo Nori, fra cui Disastri e L’uomo che sapeva fare miracoli.

    RACCONTARLO OLTRE IL SONNO. Per Lina Salvi

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    Nella sua prefazione al libro di Lina Salvi, Traumi, resistenze, pur sempre la vita, Elio Grasso scrive: “le parole sono offerte perché ci si fidi, lontani dall’intrattenimento”. Questa fiducia il poeta se la conquista, verso dopo verso, nel suo libro più recente, Nella lingua del fuoco (Edizioni del Leggio, 2024, dirette da Gabriela Fantato). Inizio la mia breve nota citando proprio l’inizio di una sua poesia: “Scrivo perché sprofondo nell’aria, / che non sa parlare, / in cammino con un niente da salvare, uno scrittore / con voce roca, dicono: si sia fatto fuori, / in un bosco, in un chiaro-scuro / di incomparabile bellezza”. In questi sei versi Lina Salvi concentra l’idea di una bellezza e di un dolore che non possono districarsi l’una dall’altro, perché il ritmo della forma è il ritmo stesso del suo contenuto, e l’opera risulta non fine a se stessa ma esemplare. Così scrive Lina, nell’intervista che chiude il libro: “La declinazione dell’Io, non è un discorso che mi interessa molto in poesia, preferisco narrare al noi, perché solo come parte del mondo l’uomo può lottare e migliorare le cose, ottenere successi e/o conquiste”. Il poeta non si permette indugi: slancia i suoi versi con nuove, veloci soluzioni verbali. “…più in là si scatena l’inferno dei tuffi in acqua, / dei ragazzi, aspettando che la sera passi / nell’agilità del gioco, quasi mai / in un verde gelido di sirene”. Il tessuto verbale del poeta è un movimento fluido di parole che implodono come meteore leggere nel tempo esatto di poesie brevi: “Nell’imperitura notte / nell’incertezza dello sguardo / bisognerà sentire le gambe / tronchi mobili, oppure opachi // ma chi nel fascinoso buio / vedrà un dio inoperoso / in un mondo altro, parallelo, / non vedrà che un buco nero”. Al ritmo dei suoi versi Lina aggiunge, nelle ultime prove del libro, “Fotogrammi. Tra sogno e cinema”, la suggestione delle emozioni che i film ispirano, da Truffaut a Wenders: “Troverei illuminanti questi film / che copiano romanzi e viceversa le parole, / che scorrono sul piano, le mani”. Le arti non tendono mai a chiudersi nelle proprie gabbie stilistiche ma, al contrario, spalancano lo sguardo, permettendo all’aria di circolare in modo libero e nuovo. Ogni “sentire profondo” si nutre di radici diverse e genera un rizoma che non riusciamo ad afferrare nella sua interezza ma che sempre è mistero allusivo, che rimanda a gioia o dolore mai confessati, come in un giardino segreto.

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    Antologia

    Scrivere nella lingua del fuoco

    che batte sui denti

    e batte

    sulla pelle opaca,

    scrivere di ogni luce che si disperde

    in un sole buio,

    scostando un osso che barra,

    e dice di quei segni nel corpo,

    nostro pianeta inascoltato,

    pulsante, vivo.

    *

    Guarda il cielo notturno:

    siamo due tipi di potere, io azzurro

    tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.

    Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,

    la notte di fantasmi sconosciuti.

    Un dottore direbbe di raccontarlo

    oltre il sonno, in un vortice di pietra

    oltre quell’aria soffice

    di uno strano aprile.

    *

    Scrivo perchè sprofondo nell’aria,

    che non sa parlare, in cammino

    con un niente da salvare, uno scrittore

    con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,

    in un bosco, in un chiaro-scuro

    di incomparabile bellezza.

    Ombra contro ombra, ora come allora,

    con il passo che si allunga

    si fa strada per oppio o per estasi ancora.

    Ombra contro ombra, come allora,

    con un domani contro.

    Un blu senza limiti che occhieggia

    a dismisura accorcia, il mare

    e prenderlo,

    invaderlo tutto.

    *

    I fiori risplendono nel giardino estivo,

    inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,

    del temporale sanno l’abbandono, invocano

    il ritmo delle stagioni.

    Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,

    ma poi lassù il nostro astro lontano

    che conosce la pietà,

    ci accompagna nella sera pigra,

    nel nostro essere recisi, eppure nonostante

    nell’universo.

    *

    Perchè nel nostro mondo qualcosa

    è sempre nascosto,

    piccolo bianco fiore?

    Piccolo quel che chiamasti bacio,

    puro perchè non lo rimpiangessimo:

    qualcosa indesiderato al mondo,

    invocando che sia, un ordine.

    *

    La pioggia cade nel giardino oscuro

    gli uccelli beccano il glicine fiorito,

    la scampa il ciliegio, per la sua aria nobile.

    Cosa nasconde un simile destino?

    Di certo la vanga al muro ammette

    la terra smossa, falciata dalla luce,

    assapora il riposo, invoca vita.

    Sarà bello non avere mente dell’oggi

    del cielo scuro che schiarisce una rondine,

    ed è qualcosa chiamato sole, non per noi,

    per lei dal libero fuoco del volo.

    *

    Guarda il cielo notturno:

    siamo due tipi di potere,

    io azzurro tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.

    Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,

    la notte di fantasmi sconosciuti.

    Un dottore direbbe di raccontarlo

    oltre il sonno, in un vortice di pietra

    oltre quell’aria soffice

    di uno strano aprile

    *

    Scrivo perché sprofondo nell’aria,

    che non sa parlare,

    in cammino con un niente da salvare, uno scrittore

    con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,

    in un bosco, in un chiaro-scuro

    di incomparabile bellezza.

    Ombra contro ombra, ora come allora,

    con il passo che si allunga

    si fa strada per oppio o per estasi ancora.

    Ombra contro ombra, come allora, con un domani contro.

    Un blu senza limiti che occhieggia

    a dismisura accorcia, il mare

    e prenderlo,

    invaderlo tutto.

    *

    I fiori risplendono nel giardino estivo,

    inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,

    del temporale sanno l’abbandono, invocano

    il ritmo delle stagioni.

    Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,

    ma poi lassù il nostro astro lontano

    che conosce la pietà,

    ci accompagna nella sera pigra,

    nel nostro essere recisi, eppure nonostante

    nell’universo.

    *

    Perché nel nostro mondo qualcosa

    è sempre nascosto, piccolo o bianco fiore?

    Piccolo quel che chiamasti bacio,

    puro perché non lo rimpiangessimo:

    qualcosa indesiderato al mondo,

    invocando che sia, un ordine.

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    EPSON MFP image

    LA BELLEZZA

    Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).

    Ho trascurato la bellezza, caro amico. Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.

    Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che bisognava morire a 40 anni!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.

    Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare l’inspiegabile! E presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?

    Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre. Era necessario, per sentirmi umano.

    (M.E.)

    Giulio Turcato, Superficie lunare

    LA CIRCOLAZIONE DEL DUENDE. Dario Capello

    Questo è un libro di poesie ri-pronunciate. Quaranta e più anni gettati ad arco, ad arcobaleno direi, sopra la trama e il tempo di una vita. Il cammino di un’opera verso se stessa. Non a caso, la cifra più incisiva, radicale, di questa poesia sembra quella di un dire che non si limita a dire ciò che dice, ma che interroga anche il fatto che lo sta dicendo. Una riflessione profonda sul senso primo, sulla potenza e l’impotenza della parola. Tra pronuncia e ripronuncia. Qui, nello “spalancato vuoto”, nell’intercapedine è situata la voce di Lumelli, una voce che sillaba i nomi delle cose, pur sapendo che sono sempre nomi di incantamento, illeggibili, e che il senso compiuto “fa presto a finire”.

    Detto in altro modo: il poeta intende consegnare la parola a una sua specie di unicità, e nel contempo avverte che la parola è quanto di più sfuggente e scivoloso ci sia al mondo. Angelo Lumelli mi fa pensare a un nuovo Edipo, un Edipo novecentesco (quel “novecento che c’insegue”) che sa di non poter rispondere alla Sfinge, e quindi la interroga. Interroga la sfinge delle sfingi: la vita (che è enigma) attraverso una nominazione illuminata dei suoi punti di frattura, nei “dintorni” della verità. Quest’ultima, come la morte, resta senza nome.

    Nelle splendide pagine conclusive, quelle della Porta girevole dell’Hotel Excelsior, Lumelli parla del ”modo con cui è positivo un buco, luogo dove il linguaggio tesse la sua tela“. E mi fa pensare a una memoria di Emilio Cecchi, risalente a un suo viaggio in Messico nel 1920. Cecchi esprime la sua meraviglia per la determinazione delle tessitrici del luogo a lasciare nel tappeto sempre un foro, uno spiraglio aperto alla circolazione del duende, dello spirito folletto. Un buco nell’ordito. È questa la pausa – madre? Quella pausa che incombe? Quel vuoto da ribaltare? E quel vuoto qui non è altro che consapevolezza linguistica (ancora siamo nell’enigma del senso e non senso, della potenza e impotenza della parola). Enigma del linguaggio, evento “dove parole e cose si biforcano”, o anche “cosa bella cosa / nome senza cosa”, dal momento in cui si prende consapevolezza che ogni parola diretta non può che mancare il bersaglio, fino a rovesciare l’eccelso nel suo contrario, come ben sapevano i mistici…

    Quanta tensione interna, qui, mobilitata per aprire dei fori, per sciogliere la morsa stessa delle parole. Lumelli sente come pochi altri che ogni parola che viene al linguaggio può far tremare tutto il linguaggio. E ce lo dice così: “come un eroe ti ho visto in mezzo al linguaggio in rovina mentre / cadeva in pezzi di qua e di là“.

    Un soffio, un fiato (e siamo tornati al duende nella poesia di Lumelli) ciò che sfugge alla sorveglianza, ciò che sovente reclama una torsione della prospettiva consueta, Una parola “rigirata dagli spiriti”, per dirla con Kafka, A esser più precisi, qui non è tanto la parola a venire rigirata dagli spiriti, quanto il fraseggio, l’andatura e il suo ironico “vocalizzo “. Tutta una trama di rovesciamenti, quasi sempre perentori, energici, fino a “capovolgere il rovescio – bella mossa “. (Sto pensando anche a Seelenboulevard, che già dal titolo è esemplare…). Sono sintagmi sradicati dal terreno, guidati da una percezione e da una logica che non è quella gerarchica della sintassi con le sue subordinate.

    E in generale, tutta la poesia di Lumelli diffida dal mostrarsi troppo consequenziale e sciolta. È, la sua, una poesia di visioni che nascono da un attrito, da uno sfregamento che innesca la scintilla. Non sopporta troppe interpretazioni. Allo stesso modo, con qualche limite, vale quel che Freud dice dei sogni: sono già interpretazioni, non sono interpretabili.

    Il registro linguistico insieme elevato (ma privo del peso solenne della gravitas) e sobrio diventa timbro (“grana della voce”, direbbe Roland Barthes) grazie a una sotterranea, energica tensione. È quella che impone e detta un ritmo. Ritmo binario, un-due, undue martellante, da marcia che incatena. Una marcia né funebre né trionfale. Forse quella del pellegrino del pensiero, del solitario camminatore, del viandante. Alles ist Weg, sentenziava Heidegger, tutto è via, cammino, Tao. Il senso del movimento e del procedere appare evidente nei versi di Lumelli, nonostante la certezza che venga a mancare il primo e l’ultimo gradino. Un movimento che non può essere rettilineo dunque, piuttosto una “finta partenza”, uno zig-zag, un rilancio oltre le linee, un contropiede. Comunque il ritorno di un’andata che forse non c’è neppure stata.

    E a volte il ritmo binario prende figura nell’un-due del pugile. Dato e preso. Bruciante. Dato e preso fino alla richiesta di un break (ancora l’idea di una pausa, ma di altro genere). Infine, la donna. Altro enigma, quello della presenza femminile che attraversa tutta l’opera. Qui si riconosce l’archetipo di una Mater, dai tratti in parte mitici in parte realissimi e concreti. Il sacro e il terribile di una catabasi verso il grembo “dove affondo / come il rosso e il nero / che si addice”.

    Detto tra parentesi, sono anche i colori della copertina del volume, il rosso e il nero, per curiosa sincronicità. Sotto il “frufru di seta”, sotto le sottane scorrono figure potenti del Mito. Le immagini del femminile qui son subito agganciate da quelle dell’invisibile divinità. Alla lettera, donna divina, chiara e scura. Maria, la “colma di grazia”, può essere incarnata di sbieco nella forma terrestre di una maestra elementare, quella che passa tra i banchi e che “forse mi sfiora i capelli”. E poi la maestra a sua volta si confonde con l’iniziatrice: “le cosce sotto la cattedra”. Una donna, nel profondo, irraggiungibile, come ha ben rilevato Milo De Angelis, in quanto “idea e creatura” insieme.

    E proprio il tema nevralgico del femminile può essere elevato da mito personale in Angelo Lumelli a metafora grandiosa della poesia. Come l’ardente che dilaga nei sotterranei, nei pozzi, nelle ombre, e prova ad illuminare “quell’oscuro che ci ha salvato”.

    *Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli. Con una antologia poetica, a cura di Marco Ercolani, Macabor editore, 2024.

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    Indice

    TESTI CRITICI

    Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7

    Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19

    Milo de Angelis, De amicitia, p. 21

    Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23

    Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25

    Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31

    Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35

    Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41

    Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53

    Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61

    Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71

    ANTOLOGIA POETICA

    BIBLIOGRAFIA