ROSE. Rainer Maria Rilke

Rose di Rainer Maria Rilke

(traduzione di Lucetta Frisa)

I

La tua freschezza ci meraviglia,

rosa gioiosa

che in te richiusa

petalo dentro petalo, riposi.

Corpo tutto svegliato dove dorme

il centro e innumerevole si tocca

la tenerezza del suo cuore muto

e sfocia nell’estrema bocca.

II

Ti vedo, rosa, libro dischiuso

che tante pagine contiene

di minuscole felicità

che nessuno saprà. Libro-sirena

che il vento apre, libro da leggere

a palpebre chiuse…

Dove farfalle dalle stesse idee

nascono confuse.

III

Rosa, tu cosa in assoluto compiuta

infinitamente chiusa

e diffusa infinitamente, testa

di un corpo per troppa dolcezza assente,

niente ti assomiglia, essenza suprema

di questo incerto esserci:

e iI tuo profumo aggira

l’amoroso spazio dove entriamo appena.

IV

Eppure noi stessi chiedemmo

di colmare il tuo calice:

t’incantava l’inganno

che la pienezza osava.

Ricca da diventare te stessa mille volte

in un unico fiore

(è lo stato di chi ama).

Ma non hai pensato oltre.

V

Assenza abbraccia assenza

dolcezza induce a dolcezza…

la tua intimità, interminabilmente,

si accarezza…

carezzata in te stessa

rischiarata dal tuo riflesso:

inventi così il tema

del Narciso esaudito.

VI

Una sola rosa è tutte le rose

ma questa è la perfetta, insostituibile,

flessibile parola

chiusa nel testo delle cose.

Senza di lei come dire

ciò che fu la speranza

e gli intervalli teneri

del continuo partire…

VII

Rosa chiara

giaci sull’occhio chiuso:

mille pupille fresche

sopra la mia, calda.

Mille tuoi sonni contro il mio,

finzione dove mi aggiro

nel tuo labirinto odoroso.

VIII

Dal tuo sogno ricolmo

sul giorno hai traboccato

interno e innumerevole

fiore tutto inondato.

Del sonno forze profonde

nel vago desiderio

creano tenere forme

curve e rotonde.

IX

Rosa ardentissima rosa chiara

rosa reliquia di rosa sacra

rosa che spargi voluttuosa

santo odore di santa spogliata.

Rosa di tentazione e di sua pace

inquieta; così lontana da Eva

e la sua prima veglia, ultima amata.

Tu che all’infinito possiedi l’assenza.

X

Amica delle ore dove nessuno resta

e al cuore amaro tutto si rifiuta,

consolante presenza che suggella

tante carezze fluttuanti nell’aria.

Se alla vita rinunci la rinneghi

nel suo passato e futuro accadere

pensi mai alla tenace amica

che accanto a noi fa sortilegi?

XI

Grande è la coscienza di te,

rosa assoluta,

ti confonde il mio assenso

al cuore in festa.

Ti respiro come se fossi

tutta la vita:

mi sento il tuo amico perfetto, rosa amica.

XII

Contro quale nemico

vai crescendo le spine?

Quale gioia sottile

ti costringe ad armarti?

E da chi ti proteggono

quelle armi esagerate?

Allontanai i nemici

che non le temevano!

Ma dall’autunno all’estate

chi amoroso ti cura, ferisci.

XIII

Vuoi essere, rosa, l’ardente compagna

delle carezze di ora?

È il ricordo a sedurti di più

quando ritorna la felicità?

Tante volte ti vidi – felice e appassita –

ogni petalo è un sudario –

accanto a un ricciolo, nello scrigno odoroso

o nell’amato libro che, soli, si rileggerà.

XIV

Estate: per qualche giorno vivere

il tempo delle rose,

ciò che vibra respirare

dalle anime dischiuse.

E di colei che muore

farne la confidente:

a lei sopravvivere,

in altre rose assente.

XV

Tu, molteplice fiore,

crei da solo il tuo spazio;

ti contempli in uno specchio

di odore.

Il profumo come un petalo

circonda il calice numeroso.

Ti trattengo e ti irraggi,

attore prodigioso.

XVI

Di te non si può dire, ineffabile

è la tua natura.

Altri fiori ornano il tavolo

che lei trasfigura.

Sei in un semplice vaso

e intorno tutto è mutato:

forse è lo stesso verso

ma da un angelo cantato.

XVII

Crei in te, oltre te,

l’ultima essenza

che da te nasce e commuove:

la tua danza.

Ogni petalo un consenso

d’invisibili passi,

profumati,

nel vento.

Armonia degli occhi

che tutta ti circondano,

sei intangibile

al centro.

XVIII

Con noi le emozioni dividi

ma ancora segreto è il tuo esistere:

poter essere cento farfalle

per leggerti tutte le pagine.

Vi sono rose come dizionari:

chi le raccoglie

desidera rilegare le foglie.

Io amo le rose epistolari.

XIX

È un esempio che offri?

Come le rose colmarsi

per crescersi un corpo sottile

fatto a nulla fare?

Nessun atto: è,

la rosa.

Guardando dalla finestra

Dio crea la casa.

XX

Dimmi, rosa,

com’è che in te chiusa

lenta la tua essenza impone

alla prova dello spazio

l’amorosa effusione?

Oh quante volte l’aria

vuol farsi penetrare

dalle cose e in una smorfia,

amara si mostra –

e intorno al tuo corpo, o rosa,

ruota come un pavone

XXI

Non ti smarrisce

sullo stelo voltarti

per tutta crearti, rosa rotonda?

Se lo slancio ti inonda

ti ignori, in te chiusa.

È un mondo che fa girotondo –

centro calmo che osa

la rotonda pace della rotonda rosa…

XXII

E ancora risorgi

dalla terra dei morti

tu che porti

a un giorno tutto d’oro

questa ferma felicità.

Ma chi ha il cranio cavo

e lo ignora

te lo consentirà?

XXIII

Rosa tardiva, che congelano notti amare

per troppo siderea luce,

conosci le facili, colme delizie

delle tue estive sorelle?

Per lunghi giorni ti vedo esitare

stretta nella tua dura guaina,

tu che, nascendo, a ritroso imiti

la lentezza del morire.

Tu, molteplice, non sai svelare

nel caos dove tutto si confonde

l’ineffabile e ignota armonia

fra essere e nulla?

XXIV

Escluderti

fu necessario, rosa squisita?

Cos’è una rosa

quando il destino ci estingue?

Nessuna torna. Ma tu sei qui

e con noi dividi, inquieta,

la vita, una vita

estranea al tuo tempo.

*Le poesie sono tratte da: Rainer Maria Rilke, Vergers. Suivi d’autres poèmes français, NRF, Poésie/Gallimard, Paris, 1978 (con prefazione di Philippe Jaccottet).

Rosa, pura contraddizione!
Voglia di essere il sonno di nessuno
sotto così tante palpebre.

FINESTRE. Rainer Maria Rilke

Finestre di Rainer Maria Rilke

(traduzione di Lucetta Frisa)

Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante di una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita. Charles Baudelaire

Luigi Ghirri
Luigi Ghirri

I

Basta che a un balcone

o alla finestra, una donna

indugi… e l’abbiamo già persa

per averla guardata.

E se le braccia solleva

dolce ad annodarsi i capellli –

tenero vaso, dove si incide il segno

di perdita e dolore…

II

Strana finestra, mi induci all’attesa;

si muove appena la tua tenda grigia.

Non so se arrendermi o difendermi dall’invito.

Chi dovrei aspettare?

Non sono puro, con la vista in ascolto,

il cuore colmo di un’assenza assoluta?

E questa stanza che mi oltrepassa e il dubbio

che il dono trabocchi, fermando il sogno?

III

Sei la nostra geometria,

finestra, semplice forma

che segni lieve i confini

di questa vita immensa?

La nostra amata – mai così bella

se nella tua cornice

appare, già eterna.

Il Caso si annulla.

Padrone del suo poco spazio

l’essere esiste al centro dell’amore.

IV

O tu, finestra, misura d’attesa

tante volte colmata

quando una vita trabocca in un’altra

e urge impetuosa.

Tu che attiri o allontani,

cangiante come il mare –

specchio fulmineo dove l’immagine

vede se stessa e ciò che traspare;

segno di libertà tradita

dalla presenza del fato:

che fra di noi pareggia

l’esterno smisurato.

V

I nostri riti, finestra,

sai colmare di senso:

l’uomo affacciato, o in piedi,

pensoso o in attesa riveli.

Il pigro, il distratto,

chiudi dentro le pagine:

comincia un po’ a somigliarsi,

diventa la sua immagine.

Nella noia smarrito

il bambino vi resta a sognare…

Ma non è lui, è il tempo

che sciupa il suo vestito.

E le amate si mostrano

fragili e immote,

per ali troppo belle

farfalle trapassate.

VI

Dal fondo della stanza, dal letto, era solo pallore

che separa,

la finestra stellare cedeva alla finestra avara

che annuncia il giorno.

Ma ecco viene, s’affaccia e resta

la nuova giovinezza del cielo, acconsente a tornare

dopo l’abbandono della notte.

La bella amante, nel cielo mattutino non contempla

nulla, solo lui, il cielo, simbolo immenso

-profondità e altezza-

e le colombe che fanno la ronda nell’aria

dove quel volo chiaro in cerchi dolci conduce

a un ritorno di dolcezza.

VII

Finestra tante volte cercata

per aggiungere alla misura della stanza

i grandi numeri fieri

che la notte moltiplica.

Dove una volta sedeva

colei che dolcemente

faceva il gesto lento

di abbassare e di chiudere…

La tua visione inghiottita

germina nella chiara caraffa

fibbia dove si ferma

la cintura dello sguardo.

VIII

Ore tenere trascorre

affacciata alla finestra

al confine di se stessa

svagata e tesa.

Come i levrieri in sonno

mollemente abbandonati

il bel gesto delle mani

va conducendo il sogno.

Tutto vi gira intorno:

né il seno, le braccia, la curva

della spalla e lei stessa possono dire

“basta”!

IX

Singhiozzo, puro singhiozzo!

Finestra dove non s’affaccia nulla!

Prigione inconsolabile

piena delle mie lacrime!

Il troppo tardi e il troppo presto

decidono la tua forma:

come una tenda la rivesti,

abito del vuoto.

X

Per averti scoperta

alla finestra ultima

ho compreso e inghiottito

tutto il mio abisso.

Mostrandomi le braccia

tese verso la notte

ciò che in me ti lasciò

continua a lasciarmi, fugge…

Fu il tuo gesto la prova

di un addio così grande

da riversarmi in fiume

da tramutarmi in vento?

Luigi Ghirri

I

Il suffit que, sur un balcon

ou dans l’encadrement d’une fenêtre,

une femmme hésite…, pour être

celle que nous perdons

en l’ayant vue apparaitre.

Et si elle lève les bras

pour nouer ses cheveux, tendre vase:

combien notre perte par là

gagne soudain d’emphase

et notre malheur d’éclat!

II

Tu me proposes, fenêtre étrange, d’attendre;

déjà preque bouge ton rideau beige.

Devrais-je, o fenêtre, à ton invit me rendre?

Ohu me defendre, fenêtre? Qui attendrais-je?

Ne suis-je intact, avec cette vie qui écoute,

avec ce coeur tout plein que la perte complète?

Avec cette route qui passe devant, et le doute

que tu puisses donner ce trop dont le rêve s’arrête?

III

N’est-tu pas nostre géometrie,

fenêtre, très simple forme

qui sans effort circonscris

notre vie énorme?

Celle qu’on aime n’est jamais plus belle

que lorsqu’on la voit apparaître

encadrée de toi; c’est, ô fenêtre,

que tu la rend presque éternelle.

Tous les hasard sont abolis. L’être

se tient au milieu de l’amour,

avec ce peu d’espace autour

dont on est maître.

IV

Fenêtre, toi, ô mesure d’attente,

tant de fois remplie,

quand une vie se verse et s’impatiente

vers une autre vie.

Toi qui sépares et qui attires,

changeant comme la mer, –

glace, soudain, ou nostre figure se mire

melée à ce qu’on voi à travers;

échantillon d’une liberté compromise

par la présence du sort;

prise par laquelle parmi nous s’égalise

le grand trop du dehors.

V

Comme tu ajoutes à tout.

Fenêtre, le sens de nos rites:

quelqu’un qui ne serait que débout,

dans ton cadre attend ou médite.

Tel distrait, tel paresseux,

c’est toi qui lo met en page:

il se ressemble un peu,

il devient son image,

Perdu dans un vague ennui,

l’enfant s’y appuye et reste;

il rêve…Ce n’est pas lui,

c’est le temps qui use sa veste.

Et les amantes, les y voit-on,

immobiles et frêles,

percées comme les papillons

pour la beauté des leurs ailes.

VI

Du fond de la chambre, du lit, ce n’était que pâleur qui sépare,

la fenêtre stellaire cédant à la fenêtre avare

qui proclame le jour.

Mai la voici qui accourt, qui se penche, qui reste:

après l’abandon de la nuit, cette neuve jeunesse céleste

consent à son tour!

Rien dans le ciel matinal que la tendre amante contemple,

rien que lui-même, ce ciel, immense exemple:

profondeur ou hauteur!

Sauf les colombes qui font dans l’air des rondes arènes.

où leur vol allumé en douces courbes promène

un retour de la douceur.

VII

Fenêtre, qu’on cherche souvent

pour ajouter à la chambre comptée

tous le grands nombres indomptés

que la nuit va multipliant.

Fenêtre, où autrefois était assise

celle qui, en guise de tendresse,

faisait un lent travail qui baisse

et immobilise…

Fenêtre, dont une imague bue

dans la claire carafe germe.

Boucle qui ferme

la vaste ceinture de nostre vue.

VIII

Elle passe des heures émues

appuyée à sa fenêtre.

Tout au bord de son être,

distraite et tendue.

Comme les levriers en

se couchant leurs pattes disposent,

son istinct de rêve surprend

et règle ces belles choses.

que sont ces mains bien placées.

C’est par là que le reste s’enrôle.

Ni les bras, ni les seins, ni l’épaule

ni elle-même ne disent: assez!

IX

Sanglot, sanglot, pur sanglot!

Fenêtre, où nul s’appuie!

Inconsolable enclos,

plein de ma pluie!

C’est le trop tard, le trop tôt

qui de tes formes décident:

tu les habilles, rideau,

robe du vide!

X

C’est pour t’avoir vue

penchée à la fenêtre ultime,

que j’ai compris, que j’ai bu

tout mon abîme.

En me montrant tes bras

tendus vers la nuit,

tu as fait que, depuis,

ce qui en moi te quitta,

me quitte, me fuit…

Ton gest, fut-il la preuve

d’un adieu si grand,

qu’il me changes en vent,

qu’il me versa dans le fleuve?

Luigi Ghirri

*Le poesie sono tratte da: Rainer Maria Rilke, Vergers. Suivi d’autres poèmes français, NRF, Poésie/Gallimard, Paris, 1978 (con prefazione di Philippe Jaccottet).

L’INDIFFERENTE. Rainer Maria Rilke

(traduzione di Lucetta Frisa)

L’indifferente

Nascere triste e ardente

e alla vita chamato

da spettatore assistere

la scena, indifferente.

Ed elegante e tenero

alla bella sorpresa

da lontano sorridere

tutto bene agghindato…

**

Preghiera di colei che non sa essere indifferente

Aiutate il cuore, così sommesso e mite –

perché tutto ferisce?

Chi difende la tenerezza

dalla tenerezza?

Ma dea luna è clemente,

non ferisce nessuna.

Dai nostri poveri pianti dove’annega sempre

salvate la luna!

***

L’indifférent

(Watteau)

Ô naître ardent et triste,

mais, à la vie convoqué,

être celui qui assiste,

tendre et bien habillé,

à la multiple surprise

qui ne vous engage point,

et, bien mis, à la bien mise

sourire de très loin.

**

Prière de la trop peu indifférente

Aidez les coeurs, si soumis et si tendres, –

tout cela blesse!

Qui saurait bien la tendresse défendre

de la tendresse.

Pourtant la lune, clémente déesse,

ne blesse aucune.

Ah, de nos pleurs où elle tombe sans cesse,

sauvez la lune!

Jean-Antoine Watteau, L’indifférent

*Le poesie sono tratte da: Rainer Maria Rilke, Vergers. Suivi d’autres poèmes français, NRF, Poésie/Gallimard, Paris, 1978 (con prefazione di Philippe Jaccottet).

INSTABILITA’. Pierre Reverdy

Pablo Picasso, Pierre Reverdy

Non sono né poeta né scrittore né artista, ma un uomo che non ha trovato altro mezzo per toccare la vita se non galleggiare. Io ho scritto come ci si aggrappa a una boa.

**

Il terrore del mondo reale non ha mai cessato di pesare sul mio destino. Io credo che traspaia, dai miei poemi, come la terra non sia mai stata solida sotto i miei piedi – si capovolge, la sento capovolgersi, incupirsi, affondare in se stessa. Il senso di questa instabilità cosmica, che ho sempre sentito dentro di me, non è mai stata così forte come da quando sento il terrore dilagare in tutto il mondo – questo terrore, che adesso non è più solo mio.

(1943)

L’OSSERVATORE DI MIRAGGI. Per Marco Locci

Marco Locci

L’arte del paradosso è la via maestra frequentata dalla pittura di Marco Locci (Rapallo, 1951-2015). Al solo enumerare i titoli delle sue opere sembra di entrare in un mondo minuzioso e favoloso, ricco di trucchi maliziosi e di innocenti sorprese da Wunderkammer, quella “camera delle meraviglie” che i collezionisti, dal Medioevo al Rinascimento, arricchivano con oggetti barocchi e stravaganti. Qualche titolo come esempio: I patanchi salgono in cielo, Balenaavela, L’urlo della terra, Il barattolo delle onde, L’una, L’urlo della terra, Onda grande, Polvere di polvere, Questo è un mare di sabbia. Lo spettatore si trova a osservare balene in volo, omini neri, piccoli cieli, falsi sassi, strambi tramonti, piroscafi che volteggiano nell’aria. È chiamato non solo a vedere gli strati delle nuvole, il nero di un’ombra, la luminescenza di un cielo, ma a leggere il quadro attraverso le parole del suo titolo, guidato dalle analogie delicate e surreali pensate dal pittore. Le ipotesi di volo con cui i favolosi Patanchi, strani omini neri che vivono sull’”orizzonte degli eventi”, al di là delle regole del tempo e dello spazio, popolano la scena manovrando balene dalla ampie vele in prossimità di vulcani in eruzione o torri babeliche, sono il black joke con cui il pittore seduce lo spettatore attirandolo nel suo universo parallelo, articolato, da artigiano paziente e visionario, con l’irriverenza infantile e felice di rifare il mondo a partire da un’idea. Echi di Klee, Magritte, Gnoli, non sono estranei alla sua poetica ma restano sullo sfondo. Inscindibile dal senso di questa “commedia” che da oltre trent’anni Locci allestisce nel suo atelier: è un pensiero scherzoso, che mette l’intero mondo tra parentesi, che sacrifica la tragedia delle passioni umane alla futile e folle felicità di un’idea. Allora lo scherzo diventa la seria avventura di un viaggiatore fantastico che è, in realtà, un nomade sedentario. Un uomo che potrebbe entrare nelle stanze vuote di una mostra, aprire lo scrigno con i minuscoli acquerelli suoi piccoli cieli, appenderli alla parete, oppure aprire il suo portapaesaggi portatile. Con la mente sempre a caccia di immagini strane, irriducibile flâneur di parole e di mari, di Patanchi e di cieli, Locci arriva a scherzare con i demoni più seri, a prendersi di gioco di loro, perché “tutto nel mondo è burla”, come canta Falstaff, e “l’uomo è nato burlon”. Ma anche burlador e burlado. Mettersi in gioco con la felicità demiurgica del suo minuscolo universo parallelo è una caratteristica irriverente del carattere di Locci pittore. Un’irriverenza che non vuole scavare dentro realtà intime o tragiche, ma che resta aderente alle maschere visibili dei suoi stessi incantesimi, allo stupor infantile di un gioco che mette in rapporto la mente con gli occhi. Ma prima c’è la mente.

Marco Locci
Marco Locci

Una delle frasi più felici di Locci è questa: “Io vendo tempo quando dipingo il mare o le nuvole o quant’altro, vi do’ il tempo che non avete e non volete avere o non cercate per poterlo osservare. Osservare è ciò che deve fare lo spettatore, non vedere. “Osservare l’orizzonte provoca miraggi”. Tutto non è mai quello che sembra. Locci trasforma oggetti e materiali. Ma dipinge sempre il “concetto di un attimo” – ossessionato dal tempo talvolta sotterra gli stessi quadri per vedere come si modificano o li espone alle intemperie, come talvolta faceva Munch. “Noi non sappiamo che cosa accade dietro l’orizzonte, a volte ci giungono piccoli segni che raccontano, a volte la spuma del mare con innumerevoli grafie sembra narrare di altri paesi, di altre storie, di altri mondi”.

Marco Locci

Mondi che Locci insegue con balene e giochi e sassi, come un bambino non innocente, ridendo di sé e di chi vede i suoi quadri. Gioca con le sue maschere come un funambolo, senza mostrare mai la sua vera anima, con letizia e pudore. Il suo gesto pittorico è zen e abita sempre il bordo del vuoto. Locci racconta sempre di scene ulteriori. Traccia più in là il filo dell’orizzonte. “Scrisse il poeta che l’uomo più felice è colui che ha gli orizzonti più ampi”. E, nel suo atelier, pieno di maschere e di giochi, alla fine, talvolta, vincono quei colori intensi e ultraterreni, neri e blu, di mari e boschi dove sembra che l’uomo non possa neppure addentrarsi. Da sempre il pittore ha voglia di rifare il mondo e la storia dell’arte in paesaggi minuscoli, fitti di idee e di paradossi – vere e proprie spine nell’ipocrita bardatura dell’artista. Spirito libero, inattuale, Locci non si lascia imbrigliare né dalla realtà né dal sogno. Rende la realtà una cosa sempre onirica e il sogno concreto come i materiali con cui lo rappresenta. Illustratore di viaggi gulliveriani, Marco Locci aspetta di rifare il mondo.

2008, Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Wunderkammer, Galleria il Vicolo, Genova, 2008

Marco Locci

MANIFESTO IN LINGUA CHIARA. Antonin Artaud

(Traduzione di Pasquale Di Palmo)

Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos. Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico. Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

Disegno di Antonin Artaud

Questo Manifeste en langage clair venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della “Nouvelle Revue Française”, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la “Nouvelle Revue Française” nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista “Commerce” nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».

Pasquale Di Palmo

TRAMONTO ANEMICO. Per Carlo Merello

Carlo Merello, Tramonto anemico, olio, inchiostro tipografico e smalto su carta

Nel 1973, Carlo Merello dipinse Tramonto anemico.

Un Sole rosso illumina, anemicamente, un cielo grigio, mentre in basso si addensano tenebre in cui s’insinuano riflessi più chiari.

Un gesto pittorico non immemore dell’opera di Turner e non immune da propensioni all’espressionismo astratto rende il quadro particolarmente affascinante per la sua atmosfera sospesa.

Il Sole, in posizione alta e centrale, tramonta in maniera misteriosa, quasi a tradire una latente vena surrealista. Viene rappresentato l’enigma del cosmo e, assieme, degli esseri che abitano il pianeta Terra? Sì, in maniera intensa.

Il suddetto enigma porta con sé qualcosa di freddo, poiché è un quesito che si replica senza trovare soluzione (se la trovasse, si dissolverebbe): da qui il valore di un’opera in cui il mistero si coniuga alla specifica persistenza di un esserci cosmico – umano nel cui àmbito anche il dato astronomico non è privo di valenza esistenziale.

Quel cerchio incandescente, quel cielo grigio e quel buio fitto esigono dall’osservatore scrupolosa attenzione. Le tenebre, ad esempio, non sono soltanto attraversate da trame chiare, bensì sono fatte anche di queste, ossia sono impronte notturne non assolute, imperfette.

Il Sole medesimo, che non tinge il cielo di rosso come normalmente accade al tramonto, disperde il suo pigmento, quasi volesse manifestare la sua esistenza imprecisa, non coincidente con i comuni modelli astronomici.

Quel Sole, insomma, è una fisionomia. Come fisionomia è il cielo grigio che s’inserisce nel buio e, in qualche modo, nel dire di sé dimentica la sua cosmica indifferenza e si mostra davvero.

Comprendiamo, così, come quel senso di sospensione di cui parlavo in precedenza sia la cifra dell’essere parte di un universo enigmatico e, nello stesso tempo, non distaccato.

La (calda) partecipazione, che si può maggiormente apprezzare nel colore giallo presente in altri coevi lavori dello stesso autore, si riconosce anche qui, in questo crepuscolo che non aspira soltanto a riflettersi nell’occhio di chi osserva ma intende instaurare un dialogo.

Tramonto anemico è, dunque, la proposta di un inedito linguaggio. Una proposta, certo, perché quell’immagine, lungi dal costituire inerte rappresentazione, chiede il contributo di chi guarda proprio con il suo evocare un continuo evolversi, un assiduo modificarsi. È una sorta d’iconica eco capace di far emergere un’intensa valenza enigmatica senza annullarsi in essa.

Siamo dinanzi a un dipinto che non rappresenta in maniera estatica un tutto meramente contemplato, ma che, piuttosto, scopre nelle caratteristiche specifiche la coerenza di un intero. L’universo, per Merello, è molteplicità vissuta, apprezzata fino in fondo nei suoi dissimili aspetti. La coscienza dell’osservatore resterà (positivamente) influenzata da quest’opera? Il suo sguardo saprà trasformarsi in viva consapevolezza?

Tutto lo fa credere.

Marco Furia

IO SONO. John Clare

traduzione di Lucetta Frisa

John Clare

Io sono

Sonetto

Io sono – soltanto so che sono

arranco sulla terra, ottuso e vuoto

il carcere terreno il corpo ha rattrappito col suo peso

di tedio e stroncati sul nascere i pensieri;

fuggii in solitudine i sogni di passione,

ma la lotta andò avanti – e solo so che sono

fui creatura legata a questa specie

d’uomini che disprezzano di tempo e luogo i limiti –

fui spirito errabondo attraverso gli spazi

di terra e cielo – come un sublime pensiero,

tracciando il creato, simile al mio dio libero

anima che ignora le catene – come solo nell’eterno

rigettando la vanità terrena e l’umiliazione dello spirito

ma adesso soltanto so che sono – ed è tutto.

I Am

Sonnet

I feel I am; – I only know I am,

And plod upon the earth, and dull and void:

Earth’s prison chilled my body with its dram

Of dullness, and my soaring thoughts destroyed,

I fled to solitudes from passions dream,

But strife persued – I only know, I am,

I was a being created in the race

Of men disdaining bounds of place and time: –

A spirit that could travel o’er the space

Of earth and heaven, – like a thought sublime,

Tracing creation, like my maker, free, –

A soul unshackled – like eternity,

Spurning earth’s vain and soul debasing thrall

But now I only know I am, – that’s all.

**

Io sono

1

Io sono – ma chi sono a nessuno importa né lo sa:

lasciato dagli amici come un vecchio ricordo

io ingoio da solo le mie sventure

appaiono e scompaiono nel grembo dell’oblio

ombre di amorosi fermenti spasimi soffocati

ma ancora io sono e vivo- fumo perduto.

2

Nel nulla dello scherno e del rumore

nel mare acceso dei sogni della veglia

dove di vita e gioia non c’è traccia

se non l’immane naufragio della mia autostima

perfino i miei cari che ho amato tanto

mi sono estranei, più estranei di tutto.

3

Sogno paesaggi dove nessuno ha viaggiato

dove nessuna donna ha riso o pianto

per abitare solo con Dio, mio creatore

dormire come da bimbo dolcemente dormivo

senza dolore, e dove non soffrendo mi distendo

con l’erba sotto di me e sopra la curva del cielo.

I Am

1

I am – yet what I am, none cares or knows;

My friends forsake me like a memory lost: –

I am the self-consumer of my woes; –

They rise and vanish in oblivion’s host,

Like shadows in love’s frenzied stifled throes: –

And yet I am, and live – like vapours lost

2

Into the nothingness of scorn and noise, –

Into the living sea of waking dreams,

Where there is neither sense of life or joys,

But the vast shipwreck of my lifes esteems;

Even the deares, that I love the best

Are strange – nay, rather stranger than the rest.

3

I long for scenes, where man hath never trod

IoA place where woman never smiled or wept

There to abide with my Creator, God;

And sleep as I in childhood, sweetly slept,

Untroubling, and untroubled where I lie,

The grass below – above the vaulted sky.

*I testi sono tratti da Attraverso la valle dell’ombra profonda. Quaderno di poesia inglese del XIX secolo, a cura di Lucetta Frisa, con testi originali a Fronte, Robin, 2021.

PERIFERIE. Carlo Merello

Leonardi V-Idea

Vico S. Giorgio 2, Genova

orario Ma-Sa 16-19

Inaugurazione venerdì 10 dicembre 2021 ore 18

«Negli anni più recenti Merello si è confrontato con il tema delle Periferie componendo un mosaico di tasselli di variato spessore, quinte strettamente addensate, accumuli di segni e sensi; un tutto-pieno solcato da astratti profili architettonici, nitidamente stagliati su fondi neri, dischiusi appena da strette fessure nelle quali s’affaccia una incerta promessa di riscatto nella preziosità dell’oro, che negli ultimi lavori della serie arriva però a illuminare dall’alto la barriera eretta dai fabbricati, sormontandola in un orizzonte libero, senza più limite. Tornano in evidenza, nell’articolazione frontale di questi pannelli, i segni istoriati su ogni singola tessera, “tipoidi” che riportano schematicamente le strutture del corpo, dell’abitazione e della soglia, che nel loro affollarsi e nella loro valenza totemica costruiscono, all’interno dell’insieme più ampio, un sistema complesso di relazioni, dove gli estremi dell’orizzonte post-umano e delle radici ancestrali coesistono in sotterranea, reciproca tensione».

Sandro Ricaldone

**

«Lo spettatore della mostra di Carlo Merello, Periferie, si trova immerso in una selva di profili architettonici che evocano una misteriosa scrittura alfabetica. I segni delle singole tessere creano un effetto di scrupolosa vertigine e di ordine razionale, dove il pullulare delle soglie e delle case mostra il paesaggio come teatro simbolico di una città distopica, marginale, visionaria, dove l’occhio incontra il grattacielo, la finestra, la porta, la scala, come rituali di una stessa allegoria, di uno stesso mistero. Citando Ettore Sottsass: “Io non penso ai misteri antichi, rituali più o meno complicati, violenti, terapeutici di iniziazione verso i luoghi di una psiche liberata. Io penso anzi a quei luoghi dove la psiche non si libera mai ma forse invece continua a cercare se stessa, luoghi dove la conoscenza smette addirittura di esistere e dove la ricerca della psiche diventa fine a se stessa, diventa una specie di nomadismo permanente senza meta dentro ai meandri di se stessa».

Marco Ercolani

Carlo Merello

LA SPINA DORSALE. Danni Antonello

La spina dorsale (Poesie 2009-2017)

prefazione di Andrea Ponso

Giometti & Antonello, Macerata, 2021

**

Una poesia ruvida, aspra, rauca, che sa di resti bruciati, cicatrici rugginose; una lingua “contraria”, sonnambula e drogata, intessuta di visioni e balbettii, di rovine dil lingua e di senso, dove “ogni poesia ha il suo insonne in ascolto”. Come scrive Andrea Ponso nella prefazione, questa poesia “è una sorta di processo alchemico rovesciato”, dove nulla raggiunge una ideale purezza e tutto si orienta verso “la spina dorsale” di una distruzione evocata, perseguita fino al minimo frammento.

**

Come il mare ce l’hai davanti

la colata di castelli e ditirambi,

un’unghiata bastò a farli cadere

quando l’inverno è intero un anno,

un basso impasto di onde

e trasporta

dalla battigia all’onda e indietro

una porta sbilenca di lamiera.

*

Quando morivo e basta sognavo

un nuovo dialetto per sempre straniero

che trafugasse tutte le esse dell’ossario

dei nomi piantati nei legni

quasi fosse l’erba cattiva

della vita che vive

contro la vita che resta, tardiva, sognata.

*

Banditi dalle stelle del primo firmamento

sui polsi duri di carovanieri

oggi non riuscite e a leggere

la lingua contraria delle rocce friabili,

e del loro frantumo, della lingua friabile

soltanto riconoscete la voglia d’orbita

sul ventre della matrigna.

*

suonatori d’amore e schiume

credete alle svelte file d’incappucciati

sopra il ponte del giudizio

dimenticate Gerico e come il deserto copre

le pietre, erano mura e inscalfite,

spergjure a mezzogiorno.

*

Di quello che resta chiedo tutto il sangue che manca

versato per caso sul lastrico amisso

d’un vicolo a muro,

che però vede, indovina.

Vene d’asfalto, sulla mia strada

soltanto scogli lontani:

ogni fiato una vela – uno solo, spiegata.

Danni Antonello

*Nato a Cittadella e morto nel 2017 a Macerata, nella sua libreria antiquaria, Danni Antonello è stato poeta, editore, librario antiquario e comparatista linguistico. È cofondatore della casa editrice “Giometti & Antonello”.