
Un libro come Taccuino Bianco di Francesca Marica (Anterem, Verona 2025), corredato da un disegno di Francesco Onida e da tre collages dell’autrice, sorprende per la classicità della prosodia, dove respiro visionario e consapevolezza formale si intrecciano.
“L’ago affonda nella carne, la trapassa da parte a parte.
Le città sembrano balene e le certezze sono racchiuse in pochi attimi.
Non voglio un vestito di larve: la nostra è una complicità che esiste prima nel
pensiero, non c’è bisogno di fare troppo rumore.
Ti confesso una cosa nell’orecchio: un tempo sono stata una
ragazza, una tigre, un uccello marino, una dea con mille mani e penetranti premure”
Perché Taccuino Bianco? Perché il bianco è il colore della molteplicità, e si associa a simboli diversi: la purezza, l’innocenza, la rinascita, il lutto. I testi, scritti fra il 2019 e il 2023, sono trascrizioni fedeli di alcuni sogni. Scrive l’autrice: “Il Taccuino bianco è un libro dell’inconscio, scritto dall’inconscio, le sue pagine si muovono al di fuori del pieno controllo della coscienza”.
Se vediamo alcune pagine del libro, prima ancora di leggere/capire il senso e il suono, scopriamo delle prose che hanno il potere di apparire riversate sul foglio in un magico abbandono, in una ipnotica trance.
“Fu allora che tramontò in lui un sogno lontano.
Il dubbio di averlo incontrato in un gelido inverno, nella veste di spietato
avvelenatore di anime, non trovò mai conferma. Sulle iscrizioni del tempo
qualcuno descrisse la curiosa circostanza della nube di cavallette che seguì
il corteo fino a quando le sue ceneri vennero abbandonate a pelo d’acqua.
Il rokh è un uccello così grande e potente che può trasportare un elefante
adulto per aria per molte miglia senza accusare il minimo segno di fatica.
Solo quando si stanca, arresta il volo e lascia cadere la preda a terra.
In quell’istante sarà possibile vedere il rokh scendere in picchiata sulla
carcassa disfatta nutrendosene a suo piacimento, senza alcun dispiacere /”
Queste prose sono dei sogni trascritti sulla pagina, ma questi sogni sono anche dei pensieri. Il poeta deve, oggi, essere portavoce di un’idea complessa e stratificata di poesia, e trovare il suo ritmo deviando per strade diverse, metricamente complesse.
“/ Una volta ha fatto una cosa inaspettata. Ma me la sono meritata. Gli ho fatto
una carezza e lui ha ringhiato. E ho commesso l’errore di insistere. Lui ha fatto
un balzo che proveniva dalle sue profondità selvagge di lupo e mi ha morso la bocca /
L’animale non è una macchina come sosteneva Cartesio; è piuttosto un essere
vivente con una sua soggettività. Il lupo rappresenta tradizionalmente gli
istinti, l’impero dei sensi. Gli antichi vedevano in Sirio la
Stella del lupo; la Stella che guidava il viaggio nel mondo degli spiriti lungo la Via Lattea.
Ricordi la donna con il lupo nella gola? È nella poesia sui confini e sull’Isola.
Le isole racchiudono il segreto della mia malinconia.
Accogli questa mia confidenza con rispetto, impara a conoscermi dai dettagli – -”
Non è possibile prevedere i movimenti di questa poesia. Ha sussulti sensuali, tensioni astrali, è cosmogonica, eretica, erotica. Ci si affida alle sue sequenze musicali come ai capricci di una rapsodia o a certi notturni dei Quartetti bartokiani: Due mondi – e io vengo dall’altro – Cristina Campo così viene citata in epigrafe. Chi legge è invitato a improvvisare con l’autrice, a lanciare con lei l’àlea del gioco. Sorprende, ma non troppo, che il flusso scrittorio di Taccuino Bianco non segua una rotta definita ma si affidi alla natura stessa del sogno, come un pittore informale alle sue macchie, che hanno e non hanno un senso: sono sospensioni aeree o zampilli liquidi.
“Ha sogni infantili dimenticati, impegna un regno che non possiede, cede alla
lusinga dell’astrazione. Lei è la Regina di una terra che non è stata promessa.
Datemi un oceano in cambio del mio sogno, dice.
Per non annegare si gonfia, diventa un fantoccio di pezza tra le mani di un
vecchio mestierante. Come Antigone cerca il rispetto dell’ombra, un dono che
le ispiri il viaggio. Solo la notte trova pace, la notte è il suo varco di coscienza/”
Non c’è pagina di Francesca Marica che non sia abitata dal mito. “L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi” scrive Ovidio in Le Metamorfosi. Ma il mito qui non spalanca porte, non offre chiavi: è allusione a “una terra che non è stata promessa”. L’oceano al posto di un sogno è l’unico dono possibile, il varco di coscienza.
“L’uomo dei lupi osserva.
C’è qualcosa di non umano in lei, qualcosa che fa scappare le bestie.
Si sono incontrati in un mese senza nome, lei era preparata a perderlo sin da quell’incontro. Dal mare arrivava una voce di rovina.
Forse davvero occorre precipitare per cambiare, per capire…
Sente un dolore improvviso: ha la testa pesante, piena d’acqua.
Le sue mascelle sono pronte a divorare tutti i figli ma lui
le resta accanto, lui
non la vuole abbandonare. / Qui non ci sono serpenti, qui non arriva il terrore
– E se anche domani si presentasse l’Uomo della Legge, stai tranquilla, penserò io
a sistemare ogni cosa”
Chi vuole parlare di Taccuino Bianco ha un varco aperto: scrivere in mezzo al libro, da lettore diventare autore per il tempo della lettura, vagare fra i corsivi (“sibili” o “urli” che siano), fantasticare fra sonno e veglia con le parole che gli vengono offerte dall’autrice come sortilegi, maschere, feticci, luci nel buio.
“Leggevo la mia sorte nei tuoi occhi, scrive Kafka a Milena in una lettera.
Un sabato, a distanza di mesi, le confessa: Questa notte ho ucciso per amor tuo,
è stato un sogno arruffato, una notte brutta. Non saprei dirne niente di più preciso.
Lui, uno spettro tra corpi reali conosceva l’ombra delle parole e tutti i loro
significati oscuri. Bisogna starsene quieti altrimenti si corre il rischio di morire
per davvero – tuona una voce fuori campo. Cala il sipario, il primo attore
affonda nella maschera di scena fino a scomparire. Il suo volto è interamente
coperto da biacca. Nessuno domani andrà in scena”
Alla fine nessuno andrà in scena, perché non ci sono commedie da rappresentare. Forse un delitto in sogno. Ma forse. Tutto il libro non ci offre appigli, tesi, significati. Costringe, come l’Angelus Novus di Klee, a una torsione dello sguardo, tanto seria quanto buffa. Ci prende e ci lascia come fanno spesso le avventure dei sogni. I sogni, spesso, non vanno interpretati ma ascoltati: non sono tracce di biografia ma di quella oto-biografia – come suggerisce Jacques Derrida – che indica un flusso che va dalla bocca dell’uno all’orecchio dell’altro. Qui l’ombra delle parole, gli spettri dei corpi, ci avvincono, con nella bocca quell’esile tono che ci scolpisce e restituisce al nostro dire non tanto il ritmo dei versi quanto il loro allacciarsi, svincolarsi, deformarsi, esistere, come gocce disperse nei flussi. Francesca Marica non propone Taccuino Bianco come rifugio di bellezza (e nei suoi versi la bellezza esiste) ma come tenda traversata dai venti, tenda-duna che consente di abitare e di fuggire, contemporaneamente. Leggere questa poesia è un’esperienza che sottrae al “già-visto”, al “già-sentito”, che ci informa di una percezione-desiderio che ha un suo impulso nomadico.
Resta aperta la domanda: se il poeta debba appartenere al suo tempo o essere un procreatore dei tempi. La risposta è tautologica: il poeta lo crea, il suo tempo, e vibra in sintonia con chi lo ha preceduto e con chi lo seguirà non essendo contemporaneo a nessuno. Nessuna nuova poesia è narrativa, mitopoietica, orfica, minimalista: deve persuadere/sorprendere il lettore come una galassia polisemica, composta di stelle note e di stelle ignote. Osserva l’autrice: «Non è che il Taccuino non segua una rotta o si abbandoni al caos, al contrario la suggerisce quella rotta disseminando indizi e zampilli, attingendo al mito e al sacro come lingua comune tra chi legge e scrive. Lingua che funziona come codice, come chiave di accesso. Il Taccuino non accarezza il lettore, non lo vuole rassicurare. Gli chiede piuttosto di abbandonare gli strumenti noti di interpretazione del mondo e del reale per abbandonarsi anch’egli a uno stato di ipnosi e di trance dove ogni cosa può essere riscritta, riveduta (o forse, vista per la prima volta) e quindi risignificata». (M.E.)
