*Questi testi di Lorenzo, inediti anche online, mi sono apparsi questo pomeriggio da un suo vecchio quaderno protocollo, nascosto in un angolo della scrivania, e sono poesie d’amore. (M.E.)
jenen von Theresienstadt. Und breite aus, verbreite,
die Morgendämmerung der Erinnerung, gründe sie in der Nähe
des ‚für immer‘, das sich öffnet
im Höchsten der wiederholten Spiegel. Und lege,
lege einen Stein, in die Klarheit brillanten Tiefblaus,
einen Stein, einen grossen Stein, in den Stunden
der Zäsur der entblössten Lieben nackt, und —
in den Schnabel des Stieglitzes auf einer langen Überfahrt
im Hafen eines jeden Hauses, damit bliebe
ewig bliebe der Schmetterling, und immer von dort —
von dort er uns ansehen würde, von dort, von Theresienstadt —
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Traduzione Karl Zippelius
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Terezín
Margit Koretzovà
Plzeň 08.04.1933
Terezín 1942 – Auschwitz 1944
Stolperstein: Plzeň 08.09.2022
disegnò a Terezin
Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle
Se mi ami – soffia sulle ali, le ali di farfalla, quélla di Terezin. E allarga, allárga, l’alba di memoria, fondandola vicino al per sempre che si apre in cime di specchi ripetuti. E poni, poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino, un sasso, un sasso grande, in ore di cesura di nudi amori nudi, e — in becco al cardellino in lunga traversata nel porto di ogni casa, perché resti résti eterna la farfalla, e sempre da lì — da lì ci guardi, da lì, da Terezin —
Marco Ercolani, Nottario, Aforismi 2015-2021, IQdB edizioni, Collana di Aforismi “Dissensi” curata da Donato di Poce. Il libro è stato composto da Mauro Marino nella sede del Fondo Verri a Lecce, via S. Maria del Paradiso 8, per conto dell’editore Stefano Donno.
Fotografia di Paola Mongelli
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Al Nottario metto mano ogni giorno, scrivendo quello che è il contrario di un Diario: se il “diario” accoglie le annotazioni diurne della percezione, il “nottario” rivela i soprassalti notturni del pensiero. Il mio Nottario non è dissimile dal Palais Ideal del postino Ferdinand Cheval, assemblato pietra dopo pietra, notte dopo notte, in decenni di semifolle lucidità: è questo il mandato a cui devo obbedire. Senza libri a cui obbedire la vita perde senso: libri che siano sorgenti, matrici, inizi, come lo è questo Nottario, crogiuolo di possibili opere in corso. Oggi, nella collana dei Quaderni del Bardo, ne pubblico alcuni frammenti. Nottario è, nella sua struttura, una raccolta di aforismi, riflessioni sapienziali, note estetiche, soprassalti poetici, che si susseguono cercando chissà cosa e chissà dove. La conquista dell’inutile è fondamentale: non corteggiarlo ma conquistarlo, farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Werner Herzog trasforma il pianoforte, issato sopra le montagne, in Fitzcarraldo, non in simbolo di follia ma in estasi possibile di un’altra musica, cercando di compiere l’impossibile viaggio. Leonardo ammonisce “non si debba desiderare lo impossibile” ma lui non ha fatto altro che cercare di realizzare, nell’arte, nell’ingegneria, nel pensiero, proprio ciò che non sembrava possibile. Si è messo nella condizione di descrivere i suoi sogni architettonici rappresentandoli con pragmatica esattezza. Nottario vuole attirare il lettore in un laboratorio poetico dove abiti un’idea inconciliata ed estrema di scrittura, una scrittura poetica che “ricerchi il compossibile” senza perdere “la fortuna dell’insonnia”. Cito Nanni Cagnone perché da sempre il poeta di Armi senza insegne scava, all’interno della tradizione poetica contemporanea, un abisso di libertà irriducibile. «La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva». Dentro questa lontananza può esistere un libro come Nottario, discorde al suo e a qualsiasi tempo, e che, pur essendo stato scritto nel corso degli anni, si scrive sempre “adesso” perché i suoi frammenti si assemblano nell’unicum che conferma il mio pensiero eretico e girovago, riluttante alla semplificazione.
Un quoziente di gioia (fv9editori, 2023), l’ultimo libro di Giorgio Galli, è un immaginario romanzo epistolare ispirato all’amore di Janacek per Kamila Stosslova, nella finzione narrativa curato dal pianista Rudolf Firkusny. Da sempre Galli è attento a identificarsi con figure di artisti, legate al mondo della musica, fino a creare veri e propri apocrifi, come in La parte muta del canto e Le morti felici, ma in questo nuovo libro l’atmosfera è quella di un vero “romanzo in lettere”, scritte fra il 1926 e il 1928, che echeggia la storia reale fra Leos e Kamila ma non le è fedele in tutti i dettagli. Naturalmente il romanzo, parlando di musicisti, è ricchissimo di annotazioni sulla musica, anche teoriche, molto care all’autore. Ed è, al contempo, il resoconto di un amore appassionato fra il vecchio Leos e la giovane Kamila, amore che traversa città diverse e varca diversi confini, da Brno a Praga, da Berlino a Varsavia. La sua scrittura, che qui conquista una “seconda” e non ingenua semplicità, ha la magia di un palinsesto e seduce un pubblico eterogeneo: dall’intellettuale attento ai ragionamenti musicali del vecchio Janacek al semplice lettore intrigato da una storia d’amore melodrammatica e non sempre prevedibile. Qui Galli trova un personale equilibrio narrativo, un suo efficace “quoziente di gioia”, fra plot narrativo e necessità poetica, che fa di questo libro la finestra più adatta per entrare nel suo mondo interiore di vinti, di fantasmi, di esseri che però resistono e risorgeranno alla vita.
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Ostrava, 6 agosto, 1928
Amore,
non ho risentito del cambio di letto, ma del fatto che tu non c’eri. Non m’’importa in quale casa mi trovo, ho dormito in talmente tanti luoghi e in talmente tante città che oramai ne ho perso il conto. L’unica mia casa è il tuo corpo. È lì che abito. È in te che ho le radici, Kauffmann si trova male lontano dalla patria, io ho una patria ancora più ristretta: tu sei la mia patria, e in te trovo un mondo intero perché ogni sfaccettatura del tuo animo è una persona, ogni luogo del tuo corpo una città. Dentro di te è il mio porto, il mio approdo di questa vita errabonda e tormentata. Vieni presto.
Leos
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Ostrava, 1 novembre 1936
Caro Kauffmann,
le cose non vanno bene. Leos respira sempre peggio e l’ipotesi che possa guarire completamente e senza conseguenze si è fatta lontana. Le scrivo poche righe perché sono affaticatissima. Passo l’intera giornata in ospedale, spesso non rientro neanche la sera, e mi porto qui il lavoro per poi mandarlo per posta in redazione. In tanti mi chiedono notizie, e io, che sono una giornalista, notizie non ne so dare. Ne vorrei.
L’incertezza è il mio peggior nemico. Mi creda sua amica.
Kamila
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Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980. Vive a Roma dove per due anni ha gestito una libreria indipendente. Pubblica: La parte muta del canto (Joker, 2016), ritratti biografici di grandi musicisti del passato, Le morti felici (Il Canneto, 2018), Le voci sopravvvissute (Gattomerlino, 2020), il racconto lungo Il matto di Leningrado (ivi, 2012), la raccolta di poesie Canzonacce (Delta3, 2021), il romanzo epistolare Un quoziente di gioia (fv9editori).
I testi sono tratti da: La furia di quel piccolo niente, I libri dell’Arca, Joker, 2013.
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Sembra ci sia battaglia
tra i rami e la schiuma,
ma è solo un gioco a cui assiste
il dio che custodisce i confini.
Paul Klee
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Io
Io mi soppeso nei lunghi silenzi del mare.
so pesare la tristezza con le gioie,
ma fare le tare non ricordo più.
Mi riconosco a volte in un’immagine che piace,
ma spesso pesa più quella me così
ostinatamente grigia che la luce l’ha
ingoiata l’asfalto.
Sono di sabbia e sfinita
continuo a passare nella strettoia
per riallargarmi e capovolgermi ancora.
*
Treni di note
rincorrono l’orecchio
accalcandosi dolci
sul tappeto
ornano l’antico
ritratto del mare
sul portico stellato della sera.
*
Ti ricordi quando tutto si faceva lucente?
Quando il dolce dormire dei corpi vicini,
era una scusa per stare svegli a spiare?
Spiare la vita dell’altro: il suo mistero.
Ti ricordi più indietro nel tempo?
facevi lo stesso per farti cullare,
uno scherzo una carezza,
spiare l’amore materno
con occhi fintamente assopiti,
un quasi buio per non strabordare d’amore.
*
Dal vaso turchese mi giungono inviti,
c’è festa là dentro colori antichi
ricordi di avi che proteggono il gioco,
viti, tre conchiglie, una puntina blu,
se guardo meglio mi tiro su.
C’è musica note spartiti vestiti da sera,
una borsetta trapunta, una vecchia bandiera,
Sulle righe confuse rimando parole,
poi inizio ad estrarre cotone, di mille tinte
violette un po’ spente, lo estraggo dal vaso lo
lancio per aria, mi muovo da un batuffolo all’altro
mi espando fluttuando giro così per qualche
settimana ed infine ripongo la lana.
*
Un bagliore improvviso
alla mente un attimo
ti accende,
verdi di stoffe e broccati,
compaiono i tuoi antenati,
con grande maestria
cambi stoffa al sipario,
un altro bagliore
e compare un mare stellato
con grandi orli
di sabbia a lato.
Piccole pietruzze pregiate
decorano la notte.
Ti addormenti mentre
il tempo tesserà un mattino nuovo.
*
Bontà della vecchia
comune indifferenza
tutto è così sempre
senza toni che ne
invento una nuova,
indifferenza al sesso,
al vento, al rumore
alla paura,
così non si rischia,
poco entusiasmo
molta incertezza
siedo a gambe incrociate
stufa – aspetto che passi.
*
L’equilibrio fresco
della sera
ci annaffia di calde
parole.
Sorrisi ampliati dal blu
si rispecchiano
nel ricordo dei prati.
Un gabbiano osserva
il mare, ma che cosa è
per lui un prato?
*
Entri,
il compagno di una vita,
ti scaldi al mio sole,
ti siedi con le spalle al mare,
mi guardi, parli.
Il profumo di te
si fa strada,
allungo il mio sguardo,
ti assaporo la spalla,
il tuo baffo accarezza
il mio collo, decollo.
*
Te vorrei
nel rumore di un gabbiano,
nel quieto suono dell’onda
te vorrei,
nello stupido silenzio
di una vana parola,
nell’euforia del vecchio
riso esagerato.
Ti penso al calore di una stufa
e già illanguidisco dentro.
Ti penso ed il tuo viso svapora
mi rifaccio suora,
se ti vedo ti taccio ti schiaccio
con un colpo di straccio.
*
Legati da indiscussi
fili di ferro gli amanti
si credevano liberi.
La ruggine ancora minava
le strutture ed imperterriti
loro si amavano.
Con occhi che sembravano vivi
li vidi baciarsi,
poi qualcuno strappò
il velo e caddero,
uno di qua, uno di là,
a bocca aperta
separati per sempre.
**
**
Lucchetto
Triste triste triste
mi accuccio
in un canto,
mi sciolgo
in pianto,
sogno perfetto
questa notte,
compravo un lucchetto.
Chiusura, paura,
un’amica cara
mi apro all’affetto,
cosa serve il lucchetto?
*
Matita
Andava masticando matite,
ti stupisci?
Le punte ai due lati?
io, assassino di ma…..
te, io mai.
*
Bluff
Immersa nel lieve
rumore della sera,
adocchio ronzii
nel mio cuore.
Il corpo tace,
un po’ sordo
al sapore del mare.
Mi dichiaro azzurra,
ma bluffo e piango.
*
… e apparve un numero
inossidabile, qualche 5
qualche 2, una virgola:
il nostro conto in banca
reale, di una logica inaccettabile
come solo i numeri sanno avere.
Parole imbavagliavano
emozioni, la realtà di oggi
è così labile
da sembrare assoluta.
Ritagliavo un sorriso
nella completa ignoranza,
è tanto, è poco, è medio?
Mi ami per questo
valgo poco a contare.
*
Scricchiola il letto:
era innato quel senso di tempo.
Sei anni prima il legno
conteneva già il rumore
che sento ora:
inverosimile pausa di desiderio,
perché ci sei tu dentro.
*
Retro
Sono stanca,
stanca di
guardarmi
vivere
vorrei essere me.
Così
si è addormentata
per quattro miglia
di secoli fu poi
di ritorno in
uno spazio più mite,
lei si accordò
con la tenue luce
dell’alba e quel
mattino tranquillo
non la tradì
respirando ancora il
suo cielo in tutto
lo splendore ufficiale.
Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007).
I testi sono tratti da: Andrea Emo, Aforismi per vivere, Mimesis, Milano 2019.
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Quaderno 200
Alcuni corpi, come il legno, con la loro disintegrazione producono luce, calore – e cenere. Sembra quasi il simbolo e la direzione del destino. Tutta la luce, il calore, il valore dell’universo è forse l’effetto di una grande disintegrazione, una folle prodigalità, una corsa alla cenere. Anche la vita è luce e calore in quanto è un disintegrarsi.
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La lunga pace rende folli così come la lunga guerra rende saggi.
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Quaderno 233
Il paradiso e l’inferno, i due inenarrabili associati.
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La natura è per natura soprannaturale.
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Quaderno 255
L’amore è una morte in comune
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Una vita strettamente individuale è necessariamente un fallimento.
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Quaderno 376
I ricordi sono le Sirene nel mare del tempo, che invitano i naviganti di quel mare a perdersi in loro, a dimenticare il futuro. Anche i sogni sono le Sirene nel mare dell’inconscio.
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La distanza è sempre melodica. Le campane che cantano melodiosamente nella bruma, e invitano gli uomini a credere. A che dobbiamo credere? Dobbiamo credere proprio al verbo credere.
*
Chi non sa disegnare i suoi limiti, i suoi confini, deve accontentarsi dell’infinito.
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Quaderno 394
Quanto più l’amico delle Muse sente di essere libero e potente, cioè ispirato, tanto più egli sente di scrivere, comporre, inventare sotto dettatura: la sua libertà è questa costrizione.
*
Noi siamo come una candela che si distrugge per illuminare. Non può essere luce se non è autodistruzione, se non si consuma fino alle tenebre. Non vi è conoscenza senza una fede e non vi è una fede che non sia conoscenza. Vi è una conoscenza pura? La luce della conoscenza è il più grande dei misteri, forse il più assurdo dei misteri.
Andrea Emo (1901–1983), filosofo appartato e inattuale, discendente di una nobile famiglia veneta, ha annotato le proprie riflessioni in decine di quaderni inediti che sono stati pubblicati postumi grazie all’interessamento di Massimo Cacciari e Giulio Giorelllo. Molti dei taccuini sono stati raccolti nel 2006 in Quaderni di metafisica 1927-1981.
I testi sono tratti da: Novalis, “Allgemeines brouillon”, in Opera filosofica 2, Einaudi, 1993
470. ARS LITTERARIA. Tutto ciò che un dotto fa, dice, soffre, ascolta, ecc. deve essere un prodotto artistico, tecnico, scientifico o un’operazione del genere. Egli parla per epigrammi, agisce in un dramma, è dialogista, presenta trattati e scienze – racconta aneddoti, storie, fiabe, romanzi, sente poeticamente, quando disegna lo fa da artista e allo stesso modo è musicista; la sua vita è un romanzo – così egli vede e sente tutto – così legge.
In breve, il vero dotto è l’uomo compiutamente colto – colui che da” una forma scientifica, ideale, sincriticistica a tutto ciò che tocca e fa.
Terra magra (Il convivio editore, 2023), l’ultimo libro di Gabriela Fantato, è preceduto da una prefazione di Ivan Crico, Dentro l’assedio di ogni volto, e si suddivide in dieci sezioni: Racconti d’acqua e terra, Congedi e ritorni, Passo in passaggio e altre fughe, Dieci passi nell’acqua, Maternale, Del sempre e del mai, Una geometria elementare, Cantilena della specie. Cadute e resurrezioni, Qualunque cosa succede.
Il libro di Gabriela, intenso nell’impianto e articolato con rigore, viene così descritto da Ivan Crico: «La poesia di Gabriela Fantato è anche, non esibita, altissima poesia civile. Nell’Orestea di Eschilo, ad un tratto Agamennone dice: “È natura dell’uomo calpestare chi cade”. I versi di Terra magra hanno invece la forza e la fermezza della mano tesa per aiutare gli indifesi a rialzarsi; la parola scelta, pur nello scarto dalla lingua di ogni giorno, assomiglia sempre a quella, senza fronzoli, essenziale, per infondere coraggio, speranza anche a chi sappiamo essere senza scampo, anche quando siamo noi i primi a non riuscire ad immaginare parole di salvezza per noi. Una pietas, che ha origini remote, dunque, segna tutta la raccolta di Fantato».
Ma può, un poeta “civile”, non essere “poeta” fino alla radice di sé? L’esempio di Yannis Ritsos è emblematico. Gabriela segue questo esempio, frastagliando la sua avventura poetica di frammenti di memoria e di pensiero, per i quali trova le immagini essenziali. L’alternarsi del carattere tondo e corsivo, nelle singole poesie, sembra dirci che siamo sempre intrisi da voci di diversa intensità. Ma, in questa breve nota, utile spero a evocare la struttura del libro, mi piace citare la prima e l’ultima poesia del volume, proprio per sottolineare la coerenza di un viaggio. La prima è RITORNI «Dalla spiaggia ritorno sempre / con un sasso, un ramo liscio / o una conchiglia. / Ho pezzi minuscoli / di isole che non ricordo. / Scaglie, ossa persino e / frantumi di colonne. // Stanno nella ciotola, vicini / come bambini nei cortili. // Non so se ricordano il nome di chi li fece / – interi, la pianta che li univa / e il dolore, prima dell’arsura // Le voci, certo le voci, / le hanno addosso, / una sintassi di calcare e vento. / Le guardo riposare, / non chiedo, non posso sciupare / – il patto». Le cose, frantumate e colme di voci, parlano sempre, con la loro “sintassi di calcare e vento”. È questo il patto? Non essere disperse come anonimi frammenti ma, benché immobili, continuare a “dirci”, a “chiederci”? Domande a cui il lettore non trova risposta, a inizio libro. Ma può notare che la lingua non è oracolare o sapienziale ma neutra, porosa, dialogica, pronta a narrare ed evocare.
L’ultima è PROVE DI VOLO (poesia a occhi chiusi) «Anche tu vai, / stai già andando là dove / finisce il bordo, / dove inizia la marea / e cerchi – un appoggio / una verità di ossa e paure, / quel foglio bianco che sottrae / la morte ai giorni. // Dammi la mano adesso, / vieni qui dentro le onde, / accetta che sia, fai tutto come fosse / ora e per sempre – un gioco o solo la tua vita senza risposte, / la vita presa al volo / dentro un’eco. // Vieni, sono qui, / nella fragilità dei giorni, / insieme saremo mille occhi, un bosco dentro i passi / e i racconti / salvati al crollo». Partendo da quei “racconti salvati al crollo”, lì “nel foglio bianco che sottrae la morte ai giorni”, appare la verità, la vita presa al volo, la nostra personale eco: questo riesce e può essere l’uomo, nella sua pietas. “Proprio quando nessuna parola / sa prendere il volo”, per un attimo, dentro un’alchimia di parole, può tentarlo, il volo; non esibendo niente, non forzando porte o prigioni, prova a essere medium della libertà di chi non sarebbe capace di liberarsi. («Vaghiamo // senza carte di viaggio, / senza una lingua / per dire – il taglio»). Fantato cerca la voce dei sommersi e dei perduti, la fa sua, ma non inventa personaggi drammatici, come le accadde in diversi testi teatrali del passato: è lei stessa, qui, nel libro, la portatrice degli altrui dolori. «Qualcosa si radica duro nella terra, qualcuno lo tiene stretto / lo afferra nel poco della notte / nel foglio sbiancato / per il troppo sopportare.. // Qualcosa sfugge alla parola / e resta cocciuto dentro al gran mutare, / a tutto questo andare a cumuli / di roba rosicchiata in morsi / piccoli e continui / e resta, in questo gran rovinare / verso un punto»). Gabriela predilige espressioni metaforiche e metatestuali (“il foglio sbiancato”) che rendono la denuncia civile non solo un verbale scritto dei massacri ma un atto non dissimile dal grido poetico. Il “rovinare verso un punto” evoca un’esecuzione senza ritorno. Essere fisicamente dentro la poesia è l’intento del poeta da sempre («Nella stanza si vede il taglio, / quello non scritto, quello senza nome, / nella cronaca dei mesi / nel racconto fatto piano / con la fede nei dettagli / Quando tutto si sgretola, / la forma oscilla, / resta la voce che ci fa – timidi e terribili»). Non dimentichiamo come spesso ritorna nella poesia di Fantato la parola, “taglio”: il “taglio” cesareo permette a una madre sofferente di partorire, il “taglio” è ferita in corso, talvolta mortale, “il taglio” è crudele aggressione ma anche scoperta di una nuova, inattuale prospettiva nel proprio paesaggio, interno ed esterno.
Qui ritorna il sogno di una “comunità inattuale”. Già Gabriela scriveva, in Verso la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei 1970-2004, Bocca editore, 2004: «..la contemporaneità della poesia procede per individualità più che per gruppi o linee di poetica, ma queste singolarità possono dare vita a quella comunità inattuale…tesa ad esplorare passioni, sapendo mantenere vivo il lavoro di lettura e ascolto della parola poetica, per costruire così ponti, o almeno lievi passerelle, sospese sopra il rumore del tempo attuale». Non sono parole consegnate al passato. Il lavoro di Gabriela è ancora lo stesso: costruire passerelle di parole come ponti che salvino esseri indifesi, consegnati alla rimozione, al silenzio. “Qualunque cosa succede”, la poesia resta. E i “congedi” possono essere “ritorni”. «Faccio un balzo indietro / salto la misura, arrivo dove / il taglio si fa voragine, / una crepa del sistema, / Invento una storia / e ci credo / e te la dico tutta d’un fiato… / e ci credo ancora ogni giorno». Tutto è ancora racchiuso qui, nell’inventare una storia da vivere con il “coraggio obliquo” del superstite. E tutto il libro è intessuto di storie che resistono alla sopraffazione. Restano, alla fine, come suggerisce Ivan Crico, le parole di René Char. Il poeta “discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile, campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagare per questo” è l’uomo che Gabriela elegge ad esempio. La missione civile del poeta è, per sempre, “la meticolosa cura alla vita” e “l’eredità incisa nella pietra”: cioè, ad un tempo, attenzione e testamento, rispetto e traccia, dovere e bagliore. (M.E.)
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Gabriela Fantato, critico e poeta. Le sue raccolte poetiche: La seconda voce (Transeuropa, 2018); L’estinzione del lupo (Empiria, 2012); A distanze minime (in “Nuovi poeti italiani 6”, Einaudi,, 2012); The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Editions, New York, 2012): Codice terrestre (La Vita Felice, 2008); Il tempo dovuto. Poeise 1996-2005 (editori&spetttacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine (in Settimo Quuaderno di poesia italianq, Marcos y Marcos 2001): Enigma, (DIALOGOlibri, 2000); Fugando (Book, 1996). Ha curato con Luigi Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani (Joker, 2005), e diretto la rivista di poesia, arte e filosofia “La mosca di Milano”.
I testi sono tratti da: Francesco Iannone, Cruor, Il Ponte del Sale (con un disegno di Alfonso Guida), Rovigo 2023.
Disegno di Alfonso Guida
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Cruor è una Cantata drammatica, un Compianto ancestrale, un Poema arcaico dominato da un flusso ritmico e sintattico emorragico (“cruor”, in latino, significa “sangue”), una colata lavica dove soprassalti, implorazioni, invettive, ricordi, nomi sconosciuti e nomi di poeti suicidi formano una sola e “grande cosa” di immagini in sussulto, una materia verbale che implode nella pagina con compatta, crudele asciuttezza. Del libro scrive l’autore, “è nato come una supplica, una genuflessione interiore. L’ho scritto in pochissimi giorni, una grossa risacca cadutami dal cuore. Per me è stato come aprire il rigo, divaricare lo spazio bianco fra infanzia e maturità”. (M.E.)
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Antologia di testi
Datemi l’amore per la misera blatta
e la schiuma che ne inonda
la corazza se la schiacci, fu
l’ossessione di Clarice Lispector.
Datemi l’erezione facile che fa
cantare il corpo nell’aria plumbea
di tutte le quotidianità e ubriaca
il sangue che se ne sta fermo
nei guadi della noia. Datemi
la grande cosa che non vedo
ma è nuda e ne sento
l’intimo profumo, la grossa
quantità di acido che cola
in un rigagnolo d’’argento. Grande
cosa che fai la fame delle mandrie
grande cosa che sei l’avventura
dei vitelli che si staccano
dalle grinzose mammelle
delle vacche, grande
cosa che bolli come la goccia
chiusa in un centimetro di carne
grande cosa che friggi la paura di te
come la terra che si converte
in fango e si genuflette
al vapore delle ombre, grande
tu sei la cosa più nuda che c’è
e hai anche la più spinosa
delle lingue e l’alfabeto
dei generati dal nulla e la sofferenza
delle fondamenta quando
la belva russa sdraiata
sul monumento. Datemi
il monumento e le sue
assi di ferro, la gettata
di cemento che occupa
i vuoti di me, i magnifici
spazi del dentro, la scatola
umana che segrega in sé
bagliori e miraggi, finzioni
e verità. Io che sono
l’innamorato di carezze, l’assassino
che s’inchina davanti
al corpo inerte. Datemi
le parole rozze dei carpentieri e l’alleluia
dei cani di fronte alla catastrofe.
*
Datemi l’ariosa ventata che
toglie l’afa dagli occhi e grandemente
vedo la pozza
ingigantire nell’onda, lo sbocco
del cratere scintillare un’altra volta.
Sono debole, perdona
le frasi semplici
dell’amore, le parole che
stringono i polsi come
le cinghie che si usano
per i matti in ospedale, sono
il sorso che non giova
alla sete, un muso
fra i cespugli, mi guardo
esistere da lontano. Ma se mi
penso vivo sento il peso di un’impronta
sulle ossa, un’eroica
avventatezza nel sangue.
**
Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Ha pubblicato, per la poesia, le raccolte Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011), Pietra lavica (Aragno, 2016), Prima opera del gesto (peQuod, 2022), le plaquettes Le belve erranti (Nervi, 2019), Pasifae (Cervi volanti, 2020) e L’usignolo di ferro (Roundmidnight, 2020). Per la prosa, il romanzo dal titolo Arruina (il Saggiatore, 2019). Collabora con il quotidiano “Il Foglio”.