LA CASA E IL TEMPO. Lucetta Frisa

1.

La casa ignota ci spoglia l’uno all’altra, febbrili. Fuori

ombre e sbarre, notte, cecità. Qui terra sempre più calda,

brividi e aria, colori. Mille mani orecchi narici occhi

per entrare angoli e odori, immagini e voci. Un lungo

tortuoso viaggio brucia la cenere e si libera nel fuoco

che già cresce dal basso e una sola fiamma avvampa letto

tempo e soffitto, devasta la difesa delle cose. Nelle pause,

respiro brezza mare e pianure, odori chiari, infinito

tenero al tatto. Ridiamo piano bisbigliando all’orecchio

parole piccole, sollecitando allluci e idee, bassi cespugli

di felci, onde quiete. Ad un tratto, la furiosa foresta, nera

e rossa d’improvvisi roghi, la fatica delle rocce, vertigine

e tempesta, cime ed abissi soli. Ci chiamiamo per nome lassù,

è freddo, un grido come un corpo per non stare aggrappati

al vuoto e cadere schiantati. Ora la casa ci parla affannosa

da tutte le porte crepe specchi serrature. Voci ebbre

di veglie e sonni, soffocate ariose di ritorni e partenze;

nascondimi ed aprimi, entra ed esci, porta tenda

fiinestra e muro, muro porta tenda e finestra e quella polvere

agli angoli prima non c’era e quello strano segno un po’ più chiaro

nei vetri di un’ignota luce?

Qualcuno comincia, lento, a vestirsi.

Victor Hugo

2.

Con mano irrequieta bussa alla porta e la soglia

cancella i suoi rovi, lontane foglie di passati

autunni. L’attesa è una casa ombrosa dove un lume

qua e là nasconde e trema nei nostri occhi

spaziosi, nell’aria del tuo respiro che si avvicina.

La parete già mostra venature segrete, insospettate

cavità, segni di future finestre. Tende, muri

e soffitti conoscono il loro destino che questa fiamma

tenace e piccola tramuta in brividi e cenere

per guidare i passi nella luce. Vieni, corriamo

corridoi trafelati, asfissiate stanze, angoli bui

di bambole rotte, sirene che insinuano nenie

a chi comprende solo il silenzio: e infine

le scale che volano alte fino al terrazzo sul tumulto

del mare. Là dove tutto sembra aprirsi, arrivare e

risplendere, la sosta è breve e lunga l’attesa

di nuove inquietudini. E sai che devi cominciare

a tornare, ripetere l’oscuro tragitto che sempre

inizia da porte chiuse e frementi, perché la casa

non è mai uguale.

Victor Hugo

3.

La casa è buia, cancellata dai luoghi.

Silenziosa, chiusa, abbandonata in fretta

o dopo titubanze e lunghe carezze ai mobili,

tanto calda e sensuale nelle notti e respinta

per grandi viaggi ventosi slacciati dai corpi.

Disseccata putrescente o prossima alla luce

in attesa di un nome chiaro, una strada esatta,

volti dai profili toccabili. Risuona

di fiati nascosti, ritmi convulsi o docili

come una grotta cava, i sonni vedono

mari antichi e futuri e poi ancora il vuoto

di passi in fuga o di indugi struggenti, finché

una bufera imprevista la squarcia, spalanca

il tetto, la grondaia e torna pietra affondata.

Polvere che qualcuno raccoglie per farne un altro luogo.

Victor Hugo

*I testi sono tratti da: Modellandosi voce, Corpo 10, Milano 1991.

SVENANDO LE IDEE. Milo de Angelis

Forse la poesia non esisteva prima che qualcuno bussasse e l’amore, il luogo dove nessuno bussa, non perdona gli accattoni: ma c’è una differenza infinita fra un accattone e e un supplice, e dico supplice nell’accezione in cui l’ha detto Eschilo, cioè di colui che chiede tutto, che chiede tutto senza riserve. Eschilo insegna che non ascoltare un supplice può essere fonte di gravi punizioni, può essere un atto di vigliaccheria, non certo un atto d’orgoglio. Vigliaccheria di fronte a questa domanda totale che scaraventa in uno spazio non più trigonometrico, il SOPRA e il SOTTO, due tra gli archetipi più universali che conosciamo.

Ecco, la domanda del supplice frantuma il sopra e il sotto, quando non ammette alternative: la tragedia è appunto quando non c’è alternativa, appunto questa è la gioia della tragedia…

Artemide, come Apollo, come le grandi divinità non umanistiche, uccidono i letterati, coloro che, mentre dicono “io cambierò”, dicono anche “il tempo futuro in cui suonerà la frase, io sarò cambiato”, dicono quest’andirivieni tra cambiamento e riassunto del cambiamento, questo moto pendolare.

Quuesta è l’ubris che viene punita…

Ogni tentativo di sfuggire la morte è il suicidio: ci vuole della pazienza per suicidarsi, ci vuole del “mestiere”. Lo ricorda anche Cesare Pavese… L’eroe non concede mai il purgatorio a colui che lo uccide, lo uccide con un taglio netto, artemideo, senza possibilità di rancore, senza merito dunque, ma anche senza riconoscenza…

Mallarmé insegna che il silenzio non è l’intervallo tra le due note, è iI silenzio delle due note…

D’altronde Mallarmé, ogni poeta, è lontanissimo dall’idea dell’inesprimibile, dalla sfasatura tra essere e dire…

(Modena, 5 maggio 1980)

*Il testo è tratto da L’abito della chimera, a cura di Carlo Alberto Sitta, con la collaborazione di Maria Luisa Vezzali e Bianca Garavelli, I libri di Steve 10, Modena, 1990.

Milo De Angelis

AMANTI. Lucetta Frisa

Camille Claudel

1.

Lo sguardo di chi regge il tuo viso

non è eco ma filtro sottile che include lo specchio

Se ti guardi no lo vedi

Là dietro nel buio palpitano piccole cose vuote

dalle fessure:

Ti chiamano per nascere e colmarsi

Qualcosa s’affloscia lento come un vecchio sipario

dove troppe volte gli occhi si sono applauditi e sepolti

Ora sai di vedere il mio nome.

2.

Il mio nome è dolce e amaro è greve e leggero

brucia e si spegne

Ha chiare sillabe sonore là dove volevi incontrare

silenzi cedevoli per il sonno ed il sogno

Posso accostarlo al tuo prima che, solo, si esploda o si spezzi

E c’è un angolo là, un filo d’ombra che nasconde qualcosa

d’un tratto e sposta tutto rinvia sospende allude a un corpo

più segreto ancora non detto

Sento tornare il desiderio.

3.

Tremando ti consegno il mio corpo e la mia parola

Segnalo, incidi o passa come un’ala radente e lieve

Lascia ombre e luci, quello che vuoi

questo mio involucro splenderà abbastanza

per dire quello che pulsa, freme urla o bisbiglia

che non sappiamo da dove soffia che cosa insegue?

È il solo passaggio segreto della fortezza assediata

di notte, tra fiamme e polvere.

Lasciamola vuota alle spalle e fuggiamo, nudi, più in là

4.

Vi sono luoghi di penitenza dove mani e bocche sospirano

nel cupo manto del desiderio

Non puoi conoscermi se ti spio di quassù

perché tutto è bianco di colomba e vigili terrazze

L’abisso puro dell’aria ci ha separato in celle soffocanti

sopra questa montagna che incanta i corpi e la voce

5.

Fragile la mia parola si è aperta e ne esce la furia dei venti

La sento farsi polvere, singhiozzo, affanno dell’aria. Dove andrà

silenziosa, lacerata da tempo e spazio inospitali che non vuoi

percorrere più? Avanza la fredda bufera della notte. Quali

diverse intenzioni inseguiamo che qui non s’incontrano?

6.

Si alzano tutti gli specchi, tutti i miei visi

Li tocco e non li sento più. O forse quella cosa

rattrappita chiusa è un corpo

mio, una volta. Ricomincia il buio

degli occhi della gola e del foglio che non rispondono

L’eco ritorna, luttuosa, torna e ritorna

torna e ritorna….

Lucetta Frisa

*Il testo apparso in Differentia, 2, primavera 1988 (rivista bilingue diretta da Peter Carravetta), con traduzione di Pasquale Verdicchio, Queens College Press, New York, 1988.

IL TASSIDERMISTA. Per Alfonso Guida

Il compito del critico, davanti alla poesia di Alfonso Guida, non è mai quello di comprendere: è, molto più umilmente, quello di immergersi in una inclassificabile e incessante “parola in atto”, un monologo scritto in una qualche notte d’insonnia e suddiviso in stazioni-poesie, monologo per il quale l’autore non sa trovare una fine e di cui il critico può vedere solo una tappa del viaggio, e anche questa in modo non conclusivo, non definitivo.

Il concetto di “interminabilità” della sua scrittura, sul quale ritorneremo, è evidente, come per altri libri dell’autore, anche ne Il tassidermista (Terre degli ulivi, 2022). Se la “tassidermia” (dal greco: taxis, ordine, e derma, pelle ‘disposizione della pelle) è etimologivamente l’arte di preparare e ordinare la pelle degli animali morti in modo che più si avvicini alla forma naturale, nel caso di Guida il titolo evoca direttamente un suo ricordo d’infanzia: ad Alfonso capitava spesso di vedere, in casa sua, animali impagliati e la felicità più intensa era dialogare con loro come con creature viventi. Ciò non esclude che il titolo, misterioso per una raccolta poetica, rimandi anche alla volontà del poeta di classificazione e di riordinamento delle forme del mondo in altre forme. «Si salvano col gelo, pregano il fuoco. Subiscono l’incanto, falsano la maledizione. I morti lasciano impronte sul quaderno di geometria. Sanno nominare, rinunciano al varco, Ombre coperte al di qua da ombre di soglia. Non la ferita notturna, ma la descrizione devota, per un inciampo nel limite, alla sua commedia» (I poeti).

Ennio Morlotti

Un libro che inizia con questa epigrafe «Scrivere non è ricevere lettere. / È ciò verso cui lancio un destino» è già un libro che sommuove, un libro “destinale”, un “assoluto” reso leggibile dalle parole. Nella poesia, La sopravvivenza di Torremozza (Torremozza fu l’istituto psichiatrico dove Alfonso venne internato per anni), Guida scrive: «L’opera è una lunga notte d’insonnia. / E tu ragionavi con un vaso di spine, con la promiscuità dei colori, / in un profumo di aghi, la calma verticale dei primi canti. / Ora non avviene nulla. L’istante si è spogliato. / La potenza viscerale era la Russia agreste, non la Grecia nuda. / I giorni uscivano, tenui e attediati. // Stava fermo, seduto, fumava educato / come un allievo, al tenero grido innamorato, / a un odio indifeso». Molto tempo è passato, da allora. L’”opera scritta” di Guida si è prosciugata, è diventata conoscenza, aforisma, secca visione, ma senza mai sottrarsi all’idea di essere uno “stato estremo”, nel destino di un uomo che ha fatto, dell’”estremo”, la sua esclusiva ragione di vita. «Scrivo nello stato del funambolo o del pane rappreso. / Nessun fondamento. La poesia smette: né frutteto né supplizio. / Ora è chiaro. Resta il fondale. / E lo chiamano verità o mistero, a volte dolore». Il magma barocco, che pervadeva la poesia giovanile di Guida, si è illimpidito a favore di una diversa conoscenza, dove ciò che conta è essere “funambolo”, vivere sulla corda incerta di cui parla Kafka negli Aforismi di Zurau: «La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena aldi sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa».

Se volessimo approfondire questo concetto, ci avvicineremmo alle affermazioni del regista tedesco Werner Herzog, autore di Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo, che teorizza, per l’arte, una sorta di nuova ermeneusi: una forma di “verità estatica”, che coincide con una “percezione altra” caratterizzata da un rigore assoluto di “verita”. La “verità estatica” è, senza ombra di dubbio, la “verità poetica” che lo stesso regista, in un’altra riflessione, fa coincidere con “la conquista dell’inutile”. Scrive Guida, della propria terra: «Sale un tanfo di licheni. Il corpo viene con la sensazione dell’erba che si sforza e si radica. Una busta di cenere sventola sul parapetto. Il tempo scorre con un altro ritmo, che è solo di villaggio e palude. La casa si alza su un dirupo di argilla dove entra ed esce la bogliente lue grifagna di Dante». O ancora: «È dei passanti la poesia. Il testamento è una registrazione di fughe, di sottrazioni. Invochiamo la religione sottostante e le dicerie notturne. Si disperde l’essenza, che diventa questa semina, la “Semaison” di Jaccottet. I nomi, le citazioni. Immanenze spettrali, spettralità immanenti». L’occhio di Guida è un occhio visionario strettamente aderente alla terra, alle cose viste, alle sensazioni del corpo, ed è interminabile.

Ennio Morlotti

Lo testimonia una poesia che citiamo interamente, TABERNAE: «Tornano indietro di un passo. / L’inferno: calmo e preciso. (Tela tessuta / da mani guaritrici). // Noi restiamo incantati / davanti al filo che non scioglie i propri nodi. / Non vuole. Noi amiamo la notte di questa volontà. // Lautréamont chiedeva continuamente / caffè negli alberghi dove alloggiava. / Lo usava per curarsi l’emicrania. / Di notte strimpellava al pianoforte / disturbando i clienti che insorgevano, / collerici. Forse le emicranie persistenti avvalorano / la tesi di una morte per tumore al cervello. // Stasera ho chiuso presto / la doppia porta che fa di questa casa una fortezza / sottoterra. È due stanze petralia sottana. // Il discorso incede logicamente, / si nutre delle sue spoglie, pago di una muta / verticale e serena». Perché, a proposito di questa poesia, parlo di “interminabilità”? Perché TABERNAE è un tenebroso incantamento che non presuppone una poesia precedente e una poesia successiva. Esiste comunque e dovunque: descrive un poeta, un paesaggio, un inferno. E noi “sappiamo” che, ovunque vada il libro, poesie come questa martelleranno la nostra percezione in un inesorabile, interminabile continuum di cui ignoriamo l’inizio e la fine, immerse in uno sprofondamento arcaico di cui il dialetto (la “lingua mammerol”, la “lingua morbosamente materna”), in alcune delle poesie qui pubblicate ci restituisce il più nitido specchio:

«Chesta lengua t facij cantà.

Ndian fin a sent com chiov tra l sol e l scescl.

L cocm l’ann pttat d na terra giall

come la cret e l fior d rap.

Tant cos sap sta lengua ca l ‘ata lengua non sap.

Ie cchiò vcen al murt, ie na frask d polvr, s taddij

la papagn e morn p l luaud l feddij.

Craij pass la frott p l’acc- ava dett Mareij.

E ie megg arrcrduat ca chest ie na lengua

vcen al murt cchiù d l’auta lengua.

Questa lingua ti fa cantare.

Sale fino sentire come piove tra il sole e le giuggiole.

L’anfora l’hanno dipinta di una terra gialla

come la creta e il fiore di rapa.

Tante cose sa questa lingua che l’altra non sa.

È più vicina ai morti, è una frasca di polvere, si taglia

il papavero e muoiono di lauro i figli.

Domani passa la frutta col sedano, ha detto Maria.

E io mi sono ricordato che questa è una lingua

vicina ai morti più dell’altra lingua».

Leggere Guida porta a una specie di “stupore metrico” per la lingua italiana. Sembra, a una prima lettura, che la sintassi sia slegata, i concetti sparsi, il senso dissolto, e il discorso risuoni caotico nella mente. Ma poi si torna a ri-leggere e tutta la poesia è davanti ai nostri occhi come nuova, non più imperscrutabile:

«Saliva e terriccio, la sostanza

del miracolo, i ciechi

fedeli ai propri occhi. Torna, tra alberature gremite

di uccelli, il paradiso della porta

perenne e della porta scardinata

che batte come una mente informe, come uno spavento

che raggela. Le mani arrancano.

Le tende sui tetti. L’amaro delle immagini.»

Pur continuando a parlare della poesia di Alfonso Guida, dobbiamo arrenderci all’evidenza di un mistero che Il tassidermista ci ripropone ancora una volta, come per ogni suo libro: il mistero di una poesia trascritta da baudelairiani “uragani tenebrosi”, incalzante, che non concede scampo, mai “classica” ma sempre guidata dal suo ritmo abissale, dove ogni forma di bellezza è bellezza demonica e urticante destinata a non trovare pace. Anche se questo non è del tutto vero: la serenità, in Alfonso, trapela da forme sorprendenti e nuove, ed è viva, fragile, forte:

Ennio Morlotti

«Ci si specchia cercando con l’istinto

di chi va verso la propria porta, la semplicità

dei passi quando si vede la strada.

Scrivi: fuoco e fune sul tetto.

Scrivi: inevaso

Non c’è una ribellione maestra.

Gli oggetti non chiedono niente

E nel loro silenzio non c’è servitù. Accettano, tacciono

La quiete non viene dai morti

ma da un mutare lento di rovine».

Concludo malvolentieri questa nota di lettura perché il libro è molto più ricco di come lo abbia commentato e molti dei temi trattati si prestano a interminabili variazioni. Guida è in accordo con Schelling quando afferma che “la follia è il fondo dell’essere”: senza quella follia non è immaginabile confrontarsi con qualsiasi forma d’arte. Ma qui chiudo, sapendo che altri libri di Alfonso sono di imminente pubblicazione, testimoni della sua interminabilità, pronti a rovinarci come a salvarci. (M.E.)

Questa nota di lettura è apparsa nella rivista “Il Menabo”, n. 11, giugno 2022.

Alfonso Guida

EMPEIRIA. Carlo Penati

Carlo Penati, Empeiria, Anterem 2015

«abbracciati all’eresia salvifica

levatrice di ogni apprendimento

ci riconosciamo maestriallievi

quando parole che non sapevamo di avere sgorgano

e sostano

quel poco che basta

per lasciare ciascuno un proprio segno»

Il libro di Penati appare come un manuale di educazione filosofica scritto in versi, ma l’apparenza inganna. Il mondo non è mai come appare. Il poeta, da filosofo dell’esistente, sa che la verità è sempre poetica, e procede per asserzioni semplici (“Sciogliersi nell’unico conforto / dell’imprimere / la propria forma sulla carta del mondo// Antidoto all’inesorabile passaggio”) che quella semplicità articolano come una domanda attenta e feconda (“l’esperienza accade / sconcerta interroga appaga / scuote dall’assuefazione // diventa conoscenza”). Leggendo questo piccolo libro, ci si accorge di un lavoro discreto e quasi invisibile del linguaggio (“finalmente disperso sulla mappa bianca / tutto mi appare possibile // muovo la mia mente nella gravità del mondo// la curiosità mi guida / nel fervido vagare / dell’inesperienza”). Penati scrive come un monaco zen che non si vergogna della facilità con cui talvolta il sapere interroga se stesso: (“che cos’è il sapere se non / un continuo commiato senza partenza”?). Affronta con felicità le differenze (“cerco la linea di luce / il confine che congiunge / non la ruvida linea che separa / l’ombra dl diverso”) e libera una teoria della scrittura possibile (“ogni parola che scrivo evoca / mille altre parole escluse / che postano / in attesa di richiamo”). Fa circolare, in mezzo alle sue pagine, un’aria gaia, di modesta, fervida allegria. Non casualmente il libro pronuncia questi versi che sembrano appartenerci da sempre: “chiudo gli occhi per ampliare la vista // con entusiasmo respiro / la bellezza del sapere”. Non vedere per conoscere di più. per trovare nell’oscuro la forza della luce, è il desiderio di ogni veggente, di ogni poeta, da Rimbaud a oggi. Chiudere gli occhi è anche cercare il proprio accento riducendo le parole e le metafore, essenzializzando il dettato. La poesia di Empeiria sembra idealmente congiungersi agli ultimi tre versi, emblematici, del libro precedente, Il desiderio e lo specchio: «fuggo in un luogo inesistente / perché solo lì è possibile / immaginarsi estranei». Non resta che annotare i tre versi, di metamorfosi che chiudono invece questo libro: «e mentre la luce appare / ciò che c’era prima trasmuta / e non c’è più». (M.E.)

Carlo Penati (Legnano, 1954), tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 è stato fondatore e redattore della rivista di ricerche e studi letterari “Pianura” su cui ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di poesie Le stanze del più e del meno. Ha pubblicato, con FaraEditore, Vorrei imprimere un vuoto nell’aria. Nel 2010 sono uscite le raccolte Sincronaca (dagli anni
Settanta),
sempre con FaraEditore, e Sognare è un’imprudenza per le edizioni Campanotto. Nel 2011, nella collana Limina di Anterem Edizioni, pubblica il volume di poesie Il desiderio e lo specchio. Su “Anterem on line” i saggi Le ragioni del sentimento: filosofia e poesia in Maria Zambrano (2011) e La restituzione (2012).

Carlo Penati

LA PAROLA ORA POSTUMA. Ilaria Seclì

Fotografie di Joseph Sudek

**

L’abilità a riprendersi gli effetti personali

svuotare case e poi riempirle, varcare soglie

entrare e uscire dall’uscio, uscire/entrare

portare i minimi resti di una storia e certi odori,

incensi, candele, l’angelo di Laura. Altri,

stranieri, cuciono trame di disagi nuovi.

È vero, non ci sono più le mezze stagioni

le chiavi seguono mappe di desideri morti

infilano toppe per meccaniche sopravvivenze

resta la parola ripudiata dai vocabolari

ora postuma nella panchina del giorno

data in eccesso e sconosciuta ai calendari.

SOTTO, LA VERITA’. PIU’ SOTTO, LA VERITA’. Luisa Pianzola

Luigi Ghirri

**

Sotto, la verità. Più sotto, la verità

Inediti, 2022

*

Questo è il bel tempo.

Il tempo che non c’è, che leva le tende e sparisce

si solleva da terra e sfuma nel primo strato

dell’atmosfera. Nessuno va più su

o di lato, o indietro.

Non maturano i gigli e le pesche, acerbe.

Si chiudono temporaneamente orifizi

e fughe prospettiche.

Tutta la folla rimane in attesa. Socchiuse le bocche

mentre altre stanze precipitano,

si abbassano al suolo come un periodare maldestro.

La scrittura non rincorre il fine riga.

Non passa per l’antica meta del cervello

il punto che arriverà.

Questi siete voi, i descritti.

Questi non saremo mai noi.

*

Mario Sironi

Un lago si è aperto sotto di me,

un vuoto d’aria e acqua. Immersi vi sono

i miei genitori, se ne stanno così

in profondità che tra noi, tra i miei piedi

e le loro teste corrono chilometri di silenzio.

Verticale, opaco.

Filtrato da strati vischiosi.

Solo così li rivedo, da sopra,

ma non sento i dialoghi di casa,

quel tipo di conversazioni.

Si sente solo un sibilo acuto come di cetacei.

Degli esseri viventi, quindi, che si muovono

nello spazio abissale che ci separa.

Non sono sicura che siano morti.

*

Domenico Gnoli

Le persone perdono fisicità

ridiventano anime, idee prenatali.

Le anime agiscono con difficoltà

non aspirano a rimanere, dopo.

Sono già, dopo.

Dopo il decesso del corpo l’anima continua

il suo lavoro di rendicontista terrena.

Il corpo aspirava a qualcosa di più carnale,

ma l’anima ha avuto il sopravvento.

*

Nelle architetture delle città, gli appartamenti

contengono uno schermo al plasma

e un piano cottura. Per le relazioni c’è un bosco

con migliaia di posti a sedere, per ciascuno

uno scoiattolo smarrito. Il poststarnuto di famiglie

invecchiate ripiega il fazzoletto.

I nuovi consessi luminosi sono privi di parole,

ma numerosi impulsi li guardano sfavillare.

*

Più alcuna timidezza ci avvicina

gli uni agli altri in diagrammi luminosi

che segnalano le naturali affinità.

Di pura provvisorietà, la natura dei legami

e delle unioni.

Ma di unioni non si può più parlare,

ché il sangue chiama a raccolta solo

gli audaci e i folli.

*

Lisetta Carmi

Senza indulgenze, ferito per disgrazia

fissi i passanti poi ti ritiri verso il muro.

Svariati interessi del tutto umani, inutili.

Gli stolti e i fanciulli ridono.

Tu, crudele senza gaiezza, per necessità

nel circuito e nel legame.

I tuoi genitori non ti rivogliono

ti è totalmente indifferente.

Gli occhi lattiginosi per guarire,

forse non guarirai.

Ti è indifferente.

Sotto, la verità.

Più sotto, la verità.

*

Hans Hartung

a mia madre

Ho combattuto con le armi di un infante

talentuoso. E il nemico, l’avversario bellicoso

non mi risponde più. Non risponde.

Non mi riconosce.

Mi ha nutrito un tempo e mi ha lasciato scappare via

a due passi da casa.

È stato richiesto a noi sbandate figlie

di cercare un cucciolo per rimediare,

ho scavato gesso, bucato terre e acqua

per tornare e imporre il mio, di canto.

Una pietrificata sonatina in re minore.

Ma l’avversario se n’è andato. Ha lasciato cadere

la sciabola e ha fatto dietrofront, è tornato

dalla madre giovanissima. La cantilena di questo nemico

si chiama scomparsa, una canzoncina triste per moribondi.

Il prete si è espresso favorevolmente – un passo

avanti agli altri e un coro perosiano,

per mettere i precedenti a dimora.

Accudimento passò, venne l’età adulta.

La tua è ancora viva, che sorpresa.

*

Mamma accarezzami

se non lo hai mai fatto, sono tanto stanca.

Sembra che le orecchie non sentano più

i cervelli piantati sulle teste oblique

ciondolano rispondendo di sì o di no

a seconda del meteo.

Chi mi chiamava Luì, se non la tua bocca.

La madre di tutti manca sempre

un giorno e una mattina di troppo.

I pensieri si fanno cupi.

*

Francis Bacon

Regalaci un nome buono,

un’immagine da conservare.

Abbiamo perso tutti gli occhi

e vediamo solo con fronti inadeguate,

labbra che non mordono.

Camminiamo in riserva: ecco, qui si è squarciato

il recinto e siamo tutti caduti in una fossa.

Raffreschiamo le nostre giornate

con oblio puro.

*

Si parlava ovunque della necessità di riprendersi

la vita, di far ripartire l’economia. Ma la verità era

che le persone non desideravano più nulla

se non il perpetuare l’assenza di azioni e relazioni.

Il consumo degli oggetti, nonché il loro acquisto,

apparve sempre più inopportuno. Riguardo ai viaggi,

se non indispensabili venivano accuratamente

evitati. Gli sport erano sempre meno praticati perché

non si avvertiva il desiderio di apparire in forma.

Molte coppie si orientarono verso un’esistenza

priva di contatti esterni. Gli adolescenti

smisero di impegnarsi nello studio. I giovani aspettavano

la loro occasione davanti a uno schermo luminoso.

La specie umana perse molte delle sue caratteristiche

concernenti la lotta, la supremazia, l’affermazione di sé.

Chi aveva ottenuto riconoscimenti nel lavoro

o si era distinto nei più svariati campi del sapere,

dell’arte e della scienza lentamente fece parte,

per sempre, del passato.

*

Tento di essere fedele al karma, biascico

parole nella mascherina imbevuta d’alcol

che così uccide me e il mio vicino distanziato.

Che m’importa della posizione da tenere,

tocco il respiro sto con le braccia a petto nudo,

tra noi senza filtri con tutti i nostri possessivi

procediamo ingialliti, governati male.

*

Hans Hartung

Sono le fini, i commiati, che ci abbracciano

nel buio. Non sapevamo nulla del seguito,

il seguito è venuto nel millennio successivo.

Il passato è qualcosa di cattivo e abnorme.

Il cappotto consegnato al guardarobiere sicuramente

ti verrà restituito sbagliando lo scontrino.

E se poi dovessi cadere, non rialzarti.

Non commettere l’errore di rialzarti.

Lascia che uno spesso strato di polvere si depositi

sulla tua figura atterrata.

Sarai un puntino immobile, non potrai più nulla.

Un traguardo concesso a pochi.

Ai caduti di tutte le guerre, di tutti gli svenimenti

e di tutti gli incidenti mortali.

*

Alla fine anche la vita dei cimiteri muore,

si consuma e cambia stato. Le ferite

dei defunti si riaprono, ricominciano a sanguinare

e andrebbero curate un’altra volta da medici

con scafandri e mascherine. Di fatti a volte

li vedo aggirarsi con armamentari minimi,

che i morti hanno malattie lievi.

Nessun famigliare ansioso si precipita

a curare, e a volte chi curò oppure uccise

o solo vegliò, a sua volta riposa sotto l’azzurro

del pomeriggio, il più tagliente.

Nota biobibliografica

Luisa Pianzola è poeta e giornalista. Dopo studi di pittura e architettura si è laureata in storia dell’arte contemporanea (Lettere moderne) all’Università di Genova. Ha pubblicato i libri di poesia Il punto di vista della cassiera (LietoColle-Pordenonelegge 2020, collana Gialla Oro, segnalazione speciale “Una vita in poesia” al Premio Lorenzo Montano 2021), Una specie di abisso portatile (La Vita Felice 2015, postfazione di Mario Santagostini), Il ragazzo donna (La Vita Felice 2012, presentazione di Piera Mattei), Salva la notte (La Vita Felice 2010, prefazione di Gabriela Fantato), La scena era questa (LietoColle 2006, prefazione di Gianni Turchetta), Corpo di G. (LietoColle 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), Sul Caramba (Sapiens 1992) e due plaquette. Suoi testi sono usciti su antologie, riviste, siti web, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti e sono stati tradotti in inglese, francese e spagnolo. Redattrice della rivista “La Mosca di Milano”, ha curato per LietoColle il progetto Serre di Poesia. Oltre agli autori citati, su di lei hanno scritto Giampiero Neri, Angelo Lumelli, Stefano Raimondi, Piero Marelli, Stefano Guglielmin, Lorenzo Gattoni.

DOVUNQUE ACQUA SIA VOCE. Brancale, Barceló

Leggendo l’ultimo libro di Domenico Brancale (Dovunque acqua sia voce, con acquerelli di Miquel Barceló, Edizioni degli animali, 2022), restiamo sorpresi da frasi che ci ammutoliscono. Cosa stiamo leggendo? Un journal interiore, sospeso fra l’icastico Char e il mistico Jabès? Un taccuino di poetica? Una riflessione sapienziale? Un libro sacro sugli elementi e sull’essenza dell’uomo? Un trattato sulla necessità della scrittura? “Il libro di Nessuno è il nostro compimento”. La filosofia diventa poesia, in Brancale, e noi leggiamo un poème en prose che conferisce alla prosa l’aura atemporale di una poesia dove vengono ripronunciati i temi fondamentali dell’essere: l’acqua, l’amore, la poesia, il sangue, la morte. Ciò che irradia dalla struttura del libro è la sicurezza rocciosa della voce come unica scheggia, come Grande Frammento (Bernhard). La fragile essenza dell’uomo è descritta in un libro fluido e petroso dove la voce, erede del substrato poetico del Novecento europeo, “canta” il precipizio del pensiero, sentinella di uno sguardo assoluto nel nulla. Brancale è, qui, l’ultimo custode di una parola che mai rinuncerà all’abisso di non-essere descrivendo il suo essere nell’abisso. “La parola, grazie alla quale pronunciamo tutte le parole. La parola cieca che tornerà a vedere. Una volta nel passato sono stato molto vicino a oggi”. “La scrittura forma l’illusione che c’è in te. Alla fine l’ombra rischiara”. (M.E.)

“Questi testi sono scarti, schegge, frammenti, trucioli, segatura, polvere, tutto ciò che di solito viene raccolto e buttato via dall’artista dopo aver scolpito la sua opera. Una parte di essi, già apparsi in Mal d’acqua, un piccolo ciclostile nella collana fotocopie di Modo Infoshop, a cura di Fabio Pugliese, qui a nuova vita vengono riconsegnati al libro. Altri non sarebbero mai esistiti senza Pasquale Alferj, Pietro Babina, Mireia Vera Barceló, Hervé Bordas, Jonny Costantino, Marco Ercolani, Sophie Ko, Mauro Leone, Anna Ruchat, Stefano Raimondi, che in varie occasioni hanno stimolato la mia assenza. Un ringraziamento particolare a Miquel Barceló che, con una serie di acquarelli del 2021, ha accettato l’invito al libro tracciando una corrispondenza in cui il dialogo tra immagini e parole riscatta il silenzio (D.B.).

Domenico Brancale, Miquel Barceló

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Antologia

La risposta l’ho sempre avuta. A partire da questa risposta ho cercato la domanda tra le infinite domande affinché un giorno risposta e domanda potessero combaciare, potessero risolvere la mia esistenza. La domanda, soltanto la domanda è destino.

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Saper stare nel mistero dell’incontro è la ragione di esistere. Fino a che punto ne siamo capaci? fino a che punto siamo capaci di far proprio l’estraneo?

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Non siamo che l’Altro. Questa dipendenza cancella i lineamenti di ciò che chiamiamo essere se stessi. Lo specchio mente. I ritratti scavano. L’escrescenza del silenzio cresce sul volto.

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Ci sono maschere che crescono sui volti e volti che si radicano sulle maschere. C’è l’assenza. L’identità è l’invenzione della solitudine. L’identità è un’eco. Divora l’anima.

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Negli ultimi anni mi sono chiesto più volte cosa mi spingesse a scrivere, senza potermi dare veramente una risposta precisa. In questa domanda ho sempre avvertito goffaggine e debolezza. E mi sono reso conto che la mancanza di scopi e la rinuncia a uno scopo qualsiasi fossero la mia vera salvezza. In un certo senso non si può costringere se stessi a fare un sogno, come a scrivere poesia. Ogni poesia è la celebrazione di un segreto. Ci sono cose più grandi di noi che a volte tacciamo per d paura di essere ridicoli. Tali cose rendono lo spirito autentico. Chi ha perso la gioia ingenua della banalità non ha più nulla da assaporare nella vita.

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Un pensiero si torce nel cranio. Uno straccio imbevuto di sangue. Ogni ricordo il tuo incontro.

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Le cose che ci formano sono proprio quelle che non riteniamo importanti, le più insignificanti. Sono loro che a nostra insaputa incidono la lastra dell’anima. La parola si fa lastra e al respiro non rimane che incidervi sempre l’ultimo rantolo. Forse verrà il tempo, verrà la volta del suono che non ha memoria.

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Parliamo con una voce che non conosciamo, che non è mai scritta. Parliamo la voce di chi ci ascolta.

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Mi ritrovo ancora qui a Metaponto. L’estate di un anno in più. Qui è sempre l’inizio, la possibilità di riscattare la fine, di
sciogliere i grumi, di stendere al sole gli stracci della propria essenza – ciò a cui obbediamo ciecamente. Non c’è nulla di
più edificante che attraversare il deserto. Saranno le due del pomeriggio. La controra. È il deserto. Una voce contro, qualcosa che non vuole riconoscermi. Sono così vicino alla pietra che non mi vedo. Così vicino a tremila anni fa. Impietrato. Senza questa stagione non potrei affrontare il respiro. Nello spazio della ragione non ci sono parole, si è soltanto ciò che non si è.

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La cosa che mi è più cara al mondo è la luce. La luce di Aliano che penetra le argille. La luce del mare di Salerno e
quella delle albe a Venezia. Le nature morte di Morandi. Il silenzio che si accende nella stanza di via Fondazza. La luce
di cenere di Parmiggiani. La mano di chi trema nella carne. Nessun pensiero può fermarla. Nessuno spegnerla.
La domanda non deve spegnersi. «Forse siamo noi l’unica domanda che una risposta non può spegnere».

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La luce è una ferita nel buio della carne. Sono una frase che si rimargina. Una parola che non ha sorelle. La sillaba che
invoca il suono.

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Come quel poeta, ritenuto da tutti matto perché era rimasto rinchiuso in casa per 7 anni con la sua famiglia in attesa
della fine del mondo, che chiese a un poeta russo di attraversare, in sua vece, una piscina di acque termali tenendo in
mano una candela accesa e che, dopo aver tenuto un discorso in una piazza romana, si suicidò dandosi fuoco. Come quel poeta mi chiamo da prima che sono stato nato.

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen

LA TERRA MI E’ DI PESO

Caffé Plaza, Buenos Aires, 1970.

Io, Antonio Porchia, non so cosa dirvi.

Molte delle mie Voci sono inedite. Non lo sapevate? Pubblico sempre lo stesso libro ma ce ne sono centinaia che non stampo.

Si vive con la speranza di arrivare a essere un ricordo. Ma talvolta è difficile. Proprio non si può.

D’altronde, chi dice la verità non dice quasi nulla. Come prestare fede a chi usa le parole?

Tutti i soli e le stelle si sforzano di accudire alla nostra anima e un microbo la estingue.

Cosa possiamo farci? In piena luce non siamo neppure un’ombra.

Eppure si lavora. Si lavora proprio sapendo di essere il sogno di un sogno.

D’altronde, quanto dicono le parole non dura. Quelle che durano sono le parole. Quelle, sono sempre le stesse, anche se ciò che dicono cambia sempre.

Noi cambiamo. Non siamo mai simili. Scorriamo, coi nostri corpi immobili. Camminiamo. C’è chi vorrebbe entrare. Ma dove? Là dove si entra non c’è nessuna casa.

Ma nella casa risuonano i passi. Mai, i nostri.

Che strano: dovrei arrivare a essere un uomo, ma talvolta non si può.

O si vorrebbe accettare il nulla, essere nulla. Ma c’è sempre qualcosa in più: respiriamo, ed è un’offesa, un peso, qualcosa di cui vorrei liberarmi. Ma non si può.

Chissà quando, ma un giorno qualcuno ha cancellato il mio nome.

Vorrei tornare indietro, raggiungere la povertà totale, ma sono ancora io. E allora, come posso?

La verità ha pochi amici e quei pochi si uccidono, proprio perché la amano.

Non c’è che rafforzare il filo: non è nulla ma ci lega, e ci lega al nulla.

Ma un giorno ci stancheremo di non toccare fango e di essere, poi, solo fango. Ci stancheremo e sbaglieremo. Come amo gli errori! Fanno errare a vuoto. Non si possono accettare soluzioni valide. Solo quelle invalide, affascinano.

Credo che la pietra sia pietra e la nube nube, ma sono abbastanza incosciente per dirlo? Niente è già qualcosa.

I pensieri, quando ci hanno traversato, vanno oltre. Quello che dura sono i lampi e i tuoni, non certo gli alberi che i lampi hanno illuminato e che i tuoni hanno fatto tremare.

Viviamo in una realtà instabile, vellutata, imprendibile. I fogli stessi, le nostre parole, i libri. Cosa farne? Sono proprio nostri? Io non ci credo. Non credo di stare scrivendo perché esisto. Esisto perché qualcuno ha scritto prima di me e io lo imito, lo seduco, lo ricordo, lo immagino scrivendo.

Gli autori che firmano i libri? Fantasmi.

Come odio le tombe. I cimiteri dovrebbero essere nuvole, sulle quali camminare volando.

Il mio corpo mi separa da ogni essere e da ogni cosa, solo il mio corpo. Ma uccidersi è un atto così umano, presuppone un dolore che non ho mai provato. Che cos’è il dolore? Niente che io possa toccare o ricordare.

La mia vita, se vuole essere meno della vita, non deve attentare a se stessa. Non può.

Dentro un cerchio magico ogni libertà è possibile.

E se il corpo non sente le vie che percorri, se il piede non lascia impronte, possiamo essere sicuri di noi? Forse siamo solo delle lettere a cui hanno dimenticato di apporre l’indirizzo, che aspettano con ansia di essere lette.

Le lettere sono straordinarie, perché si sa che andranno perdute.

Quando la parola diventa frammento smarrito e non fulgido racconto, fa capolino l’affanno. Non ci sono più frasi belle. Ci si spoglia delle metafore. Anzi, ogni metafora in più è una chiave che blinda ancora più strettamente la porta.

E’ magica, la scrittura, come una gabbia fatto di sogni: ma è la magia dell’uccello accecato, che sogna di vedere un cielo in cui volare e intanto non sa come sfuggire dalla gabbia. Sarebbe semplice farlo: non pensarla più, dichiararla aperta.

L’uccello sorvola la città. Prima si vedono pozzi, fogne, labirinti; prima si percorrono vie, vicoli, crepacci; e poi, si abbassa lo sguardo dal cielo: la città si illumina, ma non di un chiarore da sogno. No. Di una luce, simile a polvere, che vibra sui cavi, gonfia le reti, fa rimbombare le scale di passi. Questa è la vita.

Non ci sono rossi o gialli o blu. I colori sono armature rigide, per uomini bambini. Maschere di fumo, gettate sugli occhi per non crescere.

Si cresce in bianco e nero, duramente. A volte ho l’impressione che l’inconscio sia bianco e nero come certi film che non ho smesso di amare: sono rarissimi i sogni colorati.

In fondo, il bimbo lo rivela e l’adulto lo nasconde. E il poeta non si stanca mai di giocare con lui.

No, nessun ramo è inaridito dal vento invernale: tutti i rami sono secchi perché ho narrato loro i miei sogni.

E’ doloroso non essere all’altezza dei propri sogni. Ma viverci sempre dentro è un’impresa chimerica, nella quale impazzire.

Che cosa è volato attraverso gli spazi del cielo fino ad arrivare qui, nella stanza? Le ciglia pesano sugli occhi, la tappezzeria si muove. Cosa accade. Sarà mattino? Le navi stanno partendo. I remi sfiorano il vetro. Tra poco lo urteranno, lo spaccheranno. Le navi sono vicinissime, sfondano le case.

La terra mi è di peso. Anche le vostre facce. Potete voltarvi?

E ogni giorno saremo di ventiquattrore meno vivi, ma con una gioia in più.

Vi chiamo a volte, come le navi la terra, con vaghi segnali. E chi mi ascolta non può capirmi e chi mi capisce non mi sta ascoltando. E quelli che mi cercano con i loro fari trovano un altro, mille volte un altro, perché ciò che io sono è quello che in me continua a mutare.

Il mondo come un muro che erigo, sottovoce, contro il mondo.

Fate quello che volete. Io, da parte mia, vorrei riposare.