IL CAPOLAVORO. Mauro Germani

La vita del professor Sismondi, insegnante di lettere in un liceo classico di Milano, era stata segnata dalla solitudine. La scuola non l’aveva mai coinvolto più di tanto. Era stata per lui un impegno quotidiano, un dovere da assolvere con professionalità, ma anche con un certo distacco. In realtà aveva sempre creduto poco nell’istituzione scolastica, soffocata inevitabilmente da inutili procedimenti burocratici e da programmi sempre in ritardo sui tempi. Salvava solo il rapporto con gli studenti, che però era spesso venato da una leggera malinconia, dalla consapevolezza che ben presto, nel giro di pochi anni, si sarebbe dissolto.

Non gli restava che la lettura. Il fascino irresistibile della pagina scritta. E il sogno di un’opera sua che dicesse dei fantasmi, delle voci e delle presenze che sentiva dentro di sé e che chiedevano di vivere le loro storie.

Come sarebbe stato felice, se fosse riuscito a tradurre nella magia della scrittura, la febbre e il tremore della sua immaginazione! Finalmente la sua vita avrebbe avuto un senso. Una traccia dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti sarebbe rimasta, e altri forse l’avrebbero apprezzata, riconosciuta, fatta propria. E invece niente, era condannato solo allo studio e alla lettura. Un destino ingrato, un’esistenza mancata. Un fallimento dinanzi al nulla.

Egli sapeva bene che, nonostante i continui tentativi, la scrittura gli era impedita. Una legge misteriosa gli vietava l’accesso alla creatività tanto desiderata. Forse – pensava – voleva semplicemente realizzare l’irrealizzabile. Forse i personaggi e le storie che lo visitavano nelle profondità della sua anima non potevano vivere sulla carta. Erano dolorosamente impalpabili, figure invase dal buio e solo per un istante trafitte da un bagliore accecante, ectoplasmi di sé, della sua vita a metà.

Eppure un giorno qualcuno riuscì a scriverle, quelle storie. Qualcuno senza volto e senza nome.

Vide davanti ai suoi occhi le parole che sempre gli erano sfuggite. Lì, ferme e nitide sulla pagina. Esatte. Insostituibili. Dentro la musica che aveva più volte sentito. Dentro quel tremore, quella febbre. Le sue parole erano diventate quelle di un altro, di un anonimo che amava nascondersi e che dava appuntamento senza mai farsi trovare. E il professor Sismondi, presidente del Circolo, un’associazione letteraria da lui fondata, cominciò a non avere più pace e a sospettare di tutti, fino a rasentare la follia. Non gli restò che ritirarsi, abbandonare la sua associazione e anche la scuola.

Tutto improvvisamente finì, come improvvisamente era iniziato. Nel frattempo, però, la vita del professor Sismondi era cambiata. Qualcosa di misterioso era rimasto nella sua anima, come una ferita che talvolta, nei momenti più imprevedibili, riprendeva a sanguinare, oppure la coscienza un po’ confusa e inquieta di appartenere a una storia a lui ignota, a un sortilegio inspiegabile.

Dopo vent’anni di silenzio, il professore ricevette un altro invito dall’autore anonimo di quei racconti. Lo invitava a recarsi a un albergo della città, presso il quale avrebbe avuto finalmente una prova concreta.

Così Andrea Sismondi si recò all’ultimo appuntamento. Sentiva che qualcosa d’importante lo attendeva. Avrebbe finalmente scoperto quella verità che da tempo aveva inseguito invano. Adesso era convinto che il grande momento fosse giunto, dopo molte amarezze e sofferenze.

Entrò nella hall, aspettò a lungo ma, ancora una volta, non ci fu nessun incontro. Si ripeté l’antico rituale che ben conosceva: la trepidazione, l’attesa, l’ansia, la delusione, lo smarrimento. Infine l’inevitabile busta contenente l’inevitabile messaggio. Questa volta però, si trattava del racconto della sua propria vita, che dimostrava come il professore avesse sempre equivocato il vero problema. Egli si era sempre preoccupato di sapere chi fosse l’autore di quegli scritti. In realtà avrebbe dovuto chiedersi chi fosse egli stesso.

Nessuno lo aveva ingannato. Semplicemente, la chiamata del destino, cui è impossibile sfuggire, era divenuta per lui una specie di parabola oscura, una scrittura di anni, di pensieri, di sangue. In fondo, gli era stato concesso di vivere in modo straordinario ciò che segretamente accade a ogni uomo. Come il personaggio di un racconto, egli aveva reso possibile il capolavoro dell’Altro.

*Il racconto è tratto da: Storie di un’altra storia (Calibano editore, 2022), l’ultima raccolta narrativa di Mauro Germani (Milano, 1954), poeta e scrittore. Le narrazioni, brevi o brevissime, rimandano a misteriose epifanie, a oniriche avventure esistenziali, che l’autore, memore della lezione buzzatiana, dipana sulla pagina con quello stile neutro e attento che consente alla storia di lampeggiare sulla pagina come un enigma irrisolto.

Mauro Germani

MORTE. Emily Brontë

(traduzione di Alfonso Guida)

Salisbury Cathedral from the Meadows, 1831, John Constable

Morte, il tuo colpo giunse

quando più ebbi fiducia nella gioia

di essere- colpisci, colpisci ancora,

ramo secco e diviso

dalla fresca radice dell’eterno.

Sul ramo del tempo foglie crescevano

luminosamente, piene di linfa,

di rugiada argento. Gli uccelli, a notte,

sotto il suo riparo, si radunavano

e ogni giorno, intorno ai suoi fiori, l’ape

selvatica volava.

Il dolore è passato e ha colto il fiore

d’oro, la colpa ha spogliato il fogliame

del suo orgoglio, ma nel cuore benevolo

del suo creatore fluì

per sempre la marea

ristoratrice della vita. Poco

piansi per la gioia spezzata, il nido

vuoto e il canto silenzioso. Era lì

la speranza col suo sorriso triste,

sussurrava: “non indugerà a lungo

l’inverno”. Ed ecco, una benedizione

dieci volte più alta e la primavera

tornò zampilli ricchi di bellezza,

vento e pioggia, caldo acceso, carezze,

offrì la gloria in quel secondo maggio.

Si sollevò- nessun dolore avrebbe

potuto spazzarlo, il peccato pieno

di sgomento per la distanza dal suo

splendore. La vita, la stessa vita

dell’amore, custodiva il potere

di preservarlo da ogni male e da ogni

ferita tranne la tua.

Morte crudele! Le giovani foglie

cadono, perdono vigore, l’aria

dolce della sera ancora ristora-

no, il sole del mattino si fa beffe

del mio male- il tempo, per me, non deve

più sbocciare. Abbàttilo, che altri rami

possano fiorire ancora dov’era

quell’alberello morto, così almeno

nutrirà, col suo cadavere muffo,

quello da cui è nata- l’eternità.

(1843)

John Constable, Sky Study with a Shaft of Sunlight, The Fitzwilliam Museum
Alfonso Guida

UNA REALTA’ AUMENTATA. Rinaldo Caddeo

Fotografia di Chiara Romanini

«Ieri un’infermiera ha rotto uno specchio. Se un qualsiasi oggetto si frantuma la sua unità è irrecuperabile; ma se è uno specchio a frantumarsi le sue schegge continueranno, su scala ridotta o da prospettive abnormi, a riflettere. Le opere e le vite degli uomini sono uno specchio colto in quell’attimo: ogni scheggia è la certezza che nessun frammento rimanda a una distruzione definitiva ma a una visione polifonica del reale.» (Mai, p. 94).

Epitaffi senza la pretesa totalizzante di Edgar Lee Masters e a differenza dell’Antologia di Spoon River, attimi di vita più che sintesi in morte, biologia più che biografia, affidati, con una prosa cruda, affilata, diretta, vocata più che parlata, minuziose deflagrazioni, incise con tagli e rughe nel volto grigio dei legni delle esistenze, questi testi brevi, a volte brevissimi, (una pagina, mezza pagina), di Marco Ercolani sono le figurazioni di un tracollo, che diventano, messe in fila, l’una accanto all’altra, testimonianze epigrafiche di una visione polifonica del reale.

Voci spezzate, tranches de vie, squarci nel muro delle opacità e delle omertà che in un bagliore, in un grido, in un sussurro manifestano attimi di sogno, scatenano soprassalti di dormiveglia, tatuaggi dell’anima e del corpo, forme di nuvole spostate dal vento, patiboli, roghi. La vita, come nella Conclusione che non conclude di Uno, nessuno, centomila di Pirandello, esige di essere raccontata per attimi e scie: «Le biografie sono come le prove. Non servono. Nessuna vita va asfissiata in qualche archivio. Va raccontata, ma per attimi. Gli attimi sono scie. Il passo di un uomo. Il sapore di una ciliegia. L’odore dell’erba.» (Manner, p. 13).

Ercolani, letteratissimo autore di apocrifi di illustri maledetti, scrittori o artisti, e di voci di matti, qui dimostra un’attenzione e un’empatia speciale con gli attori del quotidiano vivere e non solo della cronaca nera. Vive e pulsa, in queste storie, forse incubi, una varia e multipla, sotterranea, dostoevskiana, ma non ancora seppellita, umanità: protagonisti di nera, killer non professionali, scienziati, sportivi, cantanti e pianisti famosi, ma soprattutto gente comune (casalinghe, impiegati, insegnanti, studenti, operai, pazzi, condannati a morte, sicari sconosciuti), malati immaginari, malati veri, carnefici e vittime.

Le loro forme di comunicazione si possono far risalire a conversazioni telefoniche, confessioni, lettere, pagine di diario, memorie, verbali, post. Ma in tutta questa pluralità di forme e modalità di scrittura, di linguaggi, di punti di vista e di ascolto, (di solito ma non sempre in prima persona), si coglie subito una discordia concors, una modulazione unitaria, derivante da un filtro coscienziale dell’autore (mi sono accaduti). Come dice la Premessa: «Questi racconti mi sono accaduti dal 1990 a oggi, e nel corso degli anni ne ho solo prosciugato e affinato la forma, mantenendo neutro il tono del linguaggio. Invenzioni, cronache, visioni, confessioni – fatti atroci di cui esseri fragili sono autori e vittime.» (p. 7).

A volte si tratta di trappole affabulatorie, bombe narrative a orologeria, congegni di funzionamento ironico, in cui le parti ruotano e si rovesciano nel corso della narrazione. In Graffio insignificante, il destinatario evocato, il caporale (Hitler?), cade vittima, come in Nella colonia penale di Kafka, della macchina da lui creata: viene graffiato, subisce il famigerato tatuaggio sull’avambraccio. In Inferno bianco, il capovolgimento avviene a metà circa del testo. Victor, l’aguzzino, viene ammanettato dalla sua vittima, Peter Fargo. In un ambiente selvaggio, è una prova della morte, (una lotta per la vita con i lupi che toglie le forze a Victor), a determinare la svolta: «Io prendo la chiave dalle sue tasche, mi libero dalle manette; poi, con le stesse manette, lo lego alla slitta. Risveglio i cani intorpiditi dal gelo, li carezzo, li invito a proseguire.» (p. 24). Anche qui, il lettore è catapultato in medias res. Non c’è una fine, non c’è un inizio. Come in un quadro di crypto-art, bastano poche pennellate, in un livido fondale, pochi fotogrammi, in rapida successione e con il consueto tono neutro, a fotografare una culminazione, mentre viene messo in moto un rovesciamento. In L’altra identità, il protagonista, un avvocato, dopo la morte del figlio, rapito e ucciso da un pedofilo in un parco (delitto di cui viene ritenuto responsabile, per negligenza, dalla moglie), finge il proprio suicidio e assume l’identità di un uomo, morto su di una panchina del Bois de Boulogne, un vagabondo, che gli assomiglia. Alla fine scopre di aver assunto l’identità del carnefice di suo figlio. Nel giro di poche righe, il cerchio si chiude: la vicenda pirandelliana diventa edipica ma di un Edipo all’incontrario, in cui non è il figlio, senza rendersene conto, ad uccidere il padre, ma è il padre, ripudiato dalla moglie, ad assumere, senza rendersene conto, l’identità di colui che ha ucciso il figlio. Ne La persona giusta, si raggiunge un apice di ambiguità: potrebbe essere il preciso referto dell’incontro di un assassino con il vendicat7ore (che lo va a trovare a casa) del suo assassinio o riportare il colloquio del protagonista di fronte alla propria immagine allo specchio o raccontare il delirio di un folle che parla con i propri fantasmi. E se fossero tutte e tre le cose insieme? È il lettore che viene provocato e costretto a ri-costruire i fatti, dare un senso al testo, decidere. Mancano univoche coordinate, quello che, in linguaggio giornalistico, si chiama lead, ovvero la regola delle 4 w: who, where, why, what. O meglio, ci sono ma sono innestate, nitidamente e ambiguamente, nelle domande. Il lead si svolge nel corso dello svolgimento del dramma, in forma interrogativa, con una sequenza concatenata e incalzante di domande. Il testo comincia con una domanda che apparecchia subito una situazione ad alta tensione: «Mi punti la pistola addosso?» (p.37). A cui seguono le domande: «Spalanchi la porta della mia stanza e punti l’arma contro di me? E dove vuoi spararmi? Alla faccia, alle gambe, al corpo? E perché? Stai tremando, gridi di dolore e di rabbia, sibili frasi insensate, appassionate. Le percepisco appena. Cerco di capire, ma sono anche stanco di capire. Cosa avrei fatto? Avrei ucciso tua moglie? Anna? E chi è Anna?». I protagonisti del dramma, la loro relazione reciproca, i loro mutevoli stati d’animo, sono disegnati e sviluppati con una collana di domande che sdipana una progressione di drammaticità e di sorpresa, dove sembrano essere gli incubi a farla da padroni e creare, (con una tonalità sempre più alla Borges che all’Artaud), la realtà: «potrei aver sognato di fracassare la testa di una donna e non ricordare il mio sogno, ma è impossibile. I sogni sono vari e misteriosi, come i pensieri. Ma tu potresti uccidermi per un sogno?» (pp. 37-38). Anche in questa narrazione, si verifica, inoltre, un capovolgimento ma non voglio sottrarre al lettore il gusto della scoperta.

La brevità, l’ambiguità, la dimensione onirica e/o delirante, poste fin dal titolo della raccolta, Storie, forse incubi, dove la realtà è sogno nella misura in cui il sogno crea la realtà, istituiscono una cifra linguistica e stilistica unici, insostituibili. Non si tratta tanto di epigrafi alla Spoon River o di una prova di stile o di una ennesima, gratuita sperimentazione letteraria, semmai di uno scavo nelle risorse della cronaca ovvero della vita di tutti i giorni e della lingua che dispiega e che porta in un’altra dimensione, una specie di realtà aumentata. La sorpresa e l’intensità drammatica non sono decurtate ma trattenute in gabbie di ferro, coese e necessitate, risultano resettate nel corso della narrazione e lievitate nella varietà delle situazioni.

Fotografia di Chiara Romanini
Rinaldo Caddeo

A SE STESSO. John Keats

traduzione di Alfonso Guida

Avessi un bell’aspetto, i miei sospiri

Avessi un bell’aspetto, i miei sospiri

potrebbero echeggiare in questo guscio

d’avorio, veloci, fino al tuo orecchio

e toccarti il cuore gentile. Certo,

la passione mi armerebbe per simili imprese,

ma non sono un cavaliere il cui nemico muore,

nessuna corazza brilla sul mio petto gonfio

d’orgoglio, non sono un pastore felice della valle

con le labbra che tremano per gli occhi

di una fanciulla. Eppure devo amarti,

forte, chiamarti dolce,

più dolce delle rose mielate di Ibla

quando sono immerse in una rugiada

che inebria. Assaggerò quella rugiada,

avvenga, avvenga questo incontro, e quando

la luna avrà aperto il suo viso pallido

ne raccoglierò un po’, con sortilegi e incantesimi.

**

Sono vivace

Sono vivace

come una bottiglia di liquore

e lesto

come il ditale di un sarto.

**

Datemi venere, bacco e tabacco

Datemi venere, bacco e tabacco

finché non griderò “basta, è abbastanza”.

Potreste darmene senza obiezione

fino al giorno di resurrezione

poiché, non c’ è dubbio, questi saranno

la mia amata Trinità.

**

Oh come amo in una bella sera d’estate

Oh come amo, in una bella sera d’estate,

quando fiumi di luce scendono dall’ovest dorato

e sugli zefiri balsamici tranquille riposano

le nuvole d’argento- lontano, lontano- lasciare

tutti i pensieri più meschini e prendere dolce tregua

dalle piccole cure, trovare, dopo facile

ricerca, un odore selvatico, avvinto alla bellezza

della natura e lì, nel piacere, la mia anima illudere.

L’antica tradizione scalda il cuore.

Penso al destino di Milton, alla tomba di Sidney,

finché le loro ombre severe si levano alte

davanti alla mia mente, forse sulle ali della Poesia,

lasciando cadere un pianto dolcissimo

quando un dolore melodioso trascina i miei occhi.

**

A se stesso

Grandi spiriti dimorano ora sulla terra.

Quello della nuvola, quello della pioggia, del lago,

che sulla cima dell’Helvellyn, ben sveglio,

coglie la sua freschezza dall’ala dell’arcangelo;

quello della rosa, della viola, della primavera,

del sorriso cordiale, della catena per amore di Libertà

ed, ecco, quello la cui fermezza mai sopporterebbe

un suono più vile del sussurro di Raffaello

e degli altri spiriti che stanno in disparte

sulla fronte del futuro.

Questi, questi daranno al mondo un altro cuore,

altre pulsazioni. Non sentite il rumore

delle opere potenti?

Ascoltate ancora, nazioni, mute.

**

Quanti poeti fanno d’oro l’andare del tempo.

Quanti poeti fanno d’oro l’andare del tempo.

Alcuni di loro sono sempre stati nutrimento

della mia grata fantasia- meditavo

sulle loro bellezze, terrene o sublimi,

e, spesso, quando mi accingevo a scrivere,

queste presenze, a frotte, irrompevano nella mia mente,

ma nessuna confusione, nessun disturbo invadente,

creavano, invece, una deliziosa armonia.

Così gli innumerevoli suoni che la sera accumula;

il canto degli uccelli- il sussurro delle foglie-

la voce delle acque- la grande campana in alto

con suono solenne- e mille altri ancora,

sconosciuti a distanza, fanno dolce

musica, non tumultuoso frastuono.

John Keats
Alfonso Guida

BARAQ BABOQER. Lea Goldberg

Lea Goldberg Lampo all’alba

di Silvia Comoglio

Lea Goldberg

Di Lea Goldberg (Königsberg 1911 – Gerusalemme 1970), vertice della poesia ebraica moderna, è appena uscito per la casa editrice Giuntina a cura di Paola Messori Baraq baBoqer, Lampo all’alba, impreziosito da una accurata biografia e da un saggio di Giddon Ticotsky scritto appositamente per questa edizione.

Baraq baBoqer, Lampo all’alba, composto tra il 1948 e il 1955, è un libro centrale nella produzione poetica di Lea Goldberg, oltre ad essere, come afferma Giddon Ticotsky, il suo “libro di poesie più italiano” e uno dei libri “più italiani nella letteratura ebraica moderna”.

Questo perché un terzo delle poesie di Baraq baBoqer è composto da sonetti scritti secondo il modello petrarchesco, e perché al centro del libro spiccano i dodici sonetti del ciclo L’amore di Teresa de Meung, in cui si disvela l’amore di Teresa, una nobildonna provenzale del Cinquecento, per il precettore italiano dei suoi figli.

Il legame speciale che la poesia ebraica ha con il sonetto in quanto modello di virtuosismo lirico, nel caso di Lea Goldberg, si fa ancora più forte per la profonda conoscenza del sonetto petrarchesco che Lea ha maturato studiando e traducendo in ebraico parte del Canzoniere di Petrarca.

Il sonetto, dunque. Che nel ciclo L’amore di Teresa de Meung diventa intreccio di amore e forma, una sete di perfezione sul piano formale e semantico da cui l’introspezione trae pieno vantaggio. Una tensione, quella tra ragione e sentimento, che si àncora nella solida cornice del sonetto. Attenzione però a pensare che quella di Lea Goldberg sia qui, in questo ciclo, e più in generale quando questa è la forma in cui Lea sceglie di scrivere, una semplice riproduzione del sonetto nella sua forma classica. Lea Goldberg lo rivive e rinnova, filtrandone forma e contenuto attraverso la sua formazione e acutissima sensibilità, così da elaborare un sonetto asciutto e dirompente al tempo stesso.

Baraq baBoqer e la centralità del sonetto. Ma anche Baraq baBoqer come prima raccolta poetica pubblicata dopo la nascita dello Stato di Israele, ossia in un momento in cui scrittori e artisti, come sottolinea Giddon Ticotsky, “si posero alla ricerca dell’espressione autentica della nuova-antica-cultura e parallelamente continuarono a domandarsi fino a che punto essa fosse una cultura nazionale originale e indipendente”. Da qui, in Baraq baBoqer, la presenza e la contrapposizione tra il sonetto, più aristocratico, e le poesie dai temi folcloristici e popolari, in genere di fonte biblica, riscritti da Lea Goldberg in chiave moderna. La Bibbia ebraica, il Tanach, si è detto, come elemento di ritorno e ispirazione per Lea, e in generale, per i poeti del giovane Stato di Israele. Ma anche nel caso di Lea la presenza nei suoi testi di quel paesaggio e di quella cultura che ha respirato in Lituania e in Germania prima di raggiungere nel 1935 la Palestina-Eretz Yiśrael. Una fusione di paesaggi e culture che si fanno discorso e scrittura multipli e pieni.

Più anime, dunque, in Baraq baBoqer. Sonetto, ricerca di una nuova-antica-cultura nel nascente Stato di Israele, paesaggi e culture che si intrecciano e fondono. Anime incarnate da Lea Goldberg con un suo proprio linguaggio poetico che si fa fioritura complessità e domanda. Fioritura che ha le stesse caratteristiche di quella esposta al sole infuocato del mese di Tammuz di cui Lea ci parla in questi versi:

Fioritura di Tammuz

La pianta spinosa è la poesia, asciutta

fiera e nuda, esposta al sole infuocato.

Oggi rima con ogni genere

di conoscenza che al fasto ha rinunciato.

È questa la nostra stenta maturità?

Questo paesaggio – acceso e immobile,

un altro segreto conosce della bellezza

ben più crudele ma anche più umile.

Nel fiorire della nostra primavera variegata,

nella grazia delle rugiade, nel morbido d’un verde

rigoglioso, chi fra noi avrà presagio della fierezza

del povero che affronta tempesta e vampa?

E, vedi, fu umile despota il suo vigore,

fioritura di Tammuz, sbocciare del meriggio.

Ma alle generazioni porterà la sua fecondità

un’ilare lieve farfalla, meraviglia alata.

Lea Goldberg
Silvia Comoglio

IL SOFFIO DI TUTTI I SOFFI. Fael Marescotti

William Blake

La pianura incantata
che si dilata sul velo del mondo
è un’idea innocente,
si sente la sua risata brillare
tra i varchi celestiali
come un canto che trapassa il taciuto,
un gesto immacolato,
lasciato nel sospeso tra le cose.

E adesso che stiamo tra le cellule
e sentiamo le dita
toccare altre dita, altre dolci mani
di un’altra nostra parte,
non ci preoccupiamo più, il bisogno
si trasforma in anima
e il mattino che stiamo decifrando
esplode nel suo azzurro.

**

Immenso sonno, immenso
sogno puntellato dalle montagne
assolute del Dubbio.

Lì nel mezzo si tace, si sentono
le dita accese, i corpi
tirati fino agli orli, alla musica.

Non è vento, non è aria,
ma sottile Grazia che invade, occupa
la mia fronte stellata.

**

Alberi potrei dire
alberi o il cielo forse potrei dire
le campane dell’aria
o il sole che fischia in una finestra
sogno agapanto bianco
la mente luccicante nel cranio le ossa
di un merlo o la barba
di un vecchiaccio fermo nella stazione.
Oppure soffiare le mareggiate
della voce dismettere l’umana
parola ficcarla
nei parallelepipedi delle ombre
tutto sussurrerei
tutto l’equilibrio tutto potrei
qui in questo pieno giorno
di stelle nell’avanzo
incessante dell’anima in qualcosa
che si potrebbe dire e che sempre ha
riflettuto i nostri occhi.

**

Mille uomini, li vedo,
spalancati nella loro nudità,
cantano filastrocche
d’amore e intorno lasciano le impronte
i bambini curiosi
sui vetri della Grazia, sulle labbra
dei poeti che alzano
versi alla gola e li dimenticano
per poi dire sconvolti
e seri lo stupore che setaccia
la faccia dell’Assenza.

**

Mondo etereo, cadi
leggero come un sasso di piuma
nelle acque più glaciali
e limpide di un reale ora sereno
e i cerchi in superficie
ritmici ingrandiscono nelle forme
di aureole e di versi
che si spandono sino al senso acceso
del mio dettare il buio.

**

Abbiamo il buongiorno in gola e là fuori
ancora alle spallucce
l’alba invade ciò che non fummo stati.

Scordiamo il miracolo,
il sublime da cui siamo partiti,
ce ne saranno molti
altri, più leggeri, sopportabili.

Lasciamolo lontano
il soffio di tutti i soffi, il mistero
che ordina i mille cieli.

Solo da qui possiamo contemplare
il nostro rifletterci,
la lingua che si dimena tra i segni
degli Dei. Né d’istinto

né per dovere, ma per pura gioia,
modesti e innamorati,
ci indicheremo all’uomo nel suo orgoglio.

**


Non credevo fosse così tranquillo
qui all’Entusiasmo, dove
l’estasi dello stare è fratellanza
anche all’ombra più scura.

***

Fael Marescotti é nato il 13 giugno del 2000 a Parigi. Vive tra Milano e Parigi e studia Filosofia e Letteratura Italiana alla Sorbonne Université. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su “Inverso – Giornale di Poesia”, “La bottega di Poesia (Repubblica)”, “Poeti Oggi”. I testi, qui pubblicati per suggerimento di Alessandra Paganardi, sono inediti.

William Blake

COME NOI VA IN POLVERE. Mauro Ferrari

Christian Boltanski

Non è che fuori accada molto, le dico

quasi sentendomi in colpa per una vita

che scorre via di qua e di là dal vetro

che ci separa nello stanzone freddo.

Mi chiede qualche moneta per il tè

– abbiamo ancora soldi? – e un po’ di frutta

scrutando nei miei occhi se anche me

divora il tempo, orgogliosa dei suoi capelli

“ancora tutti neri”.

Che dirle, come dirle

che tutto fuori come noi va in polvere

impercettibilmente, e che una perfezione

mai raggiunta vira al nero,

e il nero si fa grigio e bianco,

e poi sarà una trasparenza

e poi una parola, un’ombra contro un muro,

un’eco.

No, là fuori si sciolgono i ghiacciai,

non oso dirle, la terra si sfarina in polvere,

qualcuno muore ed altri fingono

di vivere, ma io devo scappare,

tu resta qui, al riparo.

Christian Boltanski
Mauro Ferrari

GLI AMORI TERRENI. Anna Cascella Luciani

“nevica a Roma / ed è subito Brueghel”. Talvolta il poeta realizza un sogno: essere contemporaneo restando antico. In Gli amori terreni Anna Cascella Luciani porta a compimento questo sogno e, leggendo i suoi versi di “amor cortese”, si resta sospesi dentro un incantesimo amoroso, dove “la peluria bionda delle braccia” fa deflagrare ogni teoria, dove l’essere umano “ha diritto intero alla ripetuta / vertigine del tempo – mentre / libero – amato – amante – / con forza si sgola al tenue / – primo – calore della luce”. La gioia è mozartiana. Si tratta di “echi / di giochi d’acqua – / un sommesso scalpiccio di orme – / mentre il sole incardina altre impronte”. Dentro lo scherzo, tragico ma dolce, di una vita segnata da orfiche rinascite: “quante parole dette / inutilmente – / per una vita intera – / certamente”.

(M.E.)

**

essere – fare – amare –

tre verbi dell’infinito

“provare”

*

le aspetto – amate

ospiti del cielo –

è solo il 20 marzo –

un poco presto – ma

lo scruto – lo guardo

di mattina presto –

perché è sicuro

arriveranno – forti

– anche se stremate

dal viaggio – e simili

a eros nelle scure

frecce – incanteranno

il cielo

*

nevica a Roma

ed è subito Breughel –

il traffico si allenta –

sull’asfalto le impronte –

il colombo che cerca

riparo quasi una candida

pernice nello stupore

romano -. le giovani

donne del negozio

di argenti gridano

d’allegria – escono

col cappuccio – lanciano

palle di neve – i gabbiani

– bianco nel bianco –

continuano a volare

*

(affettuosamente ad un poeta ammalato)

fuggi quel tuo nord –

amico caro – quei tuoi

giorni ricolmi

di bronchite -elusi –

dove non brilla

scintilla – di pirite – torna

in Provenza – tra ricordi

di storie e di campi

di lavanda – tra Char

e Sereni – van Gogh –

Gauguin – Saintes Maries

de la Mer e i fenicotteri

in piume rosa – o arriva

a Roma dove – in primavera –

le vite possono avere

tali nuvole larghe –

in maratone -che sembra

stia cadendo in terra

un tempio per intero –

un volante un divino

Partenone – cerca

una lettera che ti presenti

a Catullo – a Orazio –

gli anni se ne vanno

di corsa – amico caro –

come le nuvole sopra di noi

in cielo – rallegra

di più le tue giornate –

falle più amate – ornale

di un calice di vino –

di gioie portate

con la grazia di un mantello

fino all’estate – afferralo

l’umbratile demone

del mese – ora che aprile

svela il quadro della luce –

A Marco Vitale

*

(divagando)

è ormai così nota

la notizia da non avere

più eco – più attenzione

e si disfa nella sua lieta

eremita delizia che ne fa

miele serrato – o anfora

claustrale al cui interno

sorgono arance della specie

che fu storicamente chiamata

amor cortese

*I testi sono tratti da: Anna Cascella Luciani, Gli amori terreni (2009-2012), Edizioni L’Obliquo, 2016.

Anna Cascella Luciani

SONETTO 155

Se non sopravviverai ai nostri giorni dolenti

io, già vecchio, imprigionato dalle geometrie del mondo,

ti invito a cedere ai rigori dell’ignoto inverno

per essere, fra le mille nature che avresti voluto,

la tua, senza disastro, che prodigiosa, disadorna

e fulgida nascerà in altre carni e altre doti,

perché ogni frammento di pelle, ogni scheggia d’osso,

ogni goccia d’acqua che regge la tua sostanza ora,

si trasfonda in altri vasi e là risuoni, inspiegabile.

Tu spera, ragazzo, in quelle vibrazioni migliori

e non patirai più la sorda eredità del mondo –

l’anonimo ronzio delle api nei tronchi putrefatti.

Viventi rimarremo, per legge dei nostri cuori,

contro la fissità delle pietre non arse dal fuoco.

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*Questo apocrifo shakespeariano è tratto dal mio volume Vite dettate (Liber, 1994). Nasceva, allora, dal desiderio di ricordare Giovanni Maiello, mio paziente degli anni ottanta, tossicodipendente, magrissimo, i capelli ricciuti, che morì a 27 anni di Aids senza riconoscere più nessuno ma con cui avevamo parlato spesso di scrittura, soprattutto di Shakespeare, che amava più di ogni altro autore. Oggi, a oltre trent’anni di distanza dalla sua fine terrena, mi piace ricordarlo direttamente, come allora lo ricordai obliquamente sotto la maschera del suo amato William.

MICA PAZZO, MALLARME’. Jude Stefan

Mica pazzo, Mallarmé
di Jude Stefan

La “follia” (nessuna etimologia per la parola “folle”, un sacco che si gonfia e si sgonfia) mi ha attirato: le poesie dette “della follia” di Hölderlin, le più semplici, i testi di Artaud, considerato come “fuori-letteratura” – il solo ad avere scritto nella follia – ma per guardarmi da essa (la poesia, “un salvapazzia”) e d’altronde come non “cadere folle” di vita? La ragione è una follia addomesticata, regolata sui costumi dei nostri simili da imitare, un esercizio mentale destinato a “tenere” fino alla morte. E sarà dunque un’altra la “follia” di scrivere, particolarmente sensata benché vana: il poeta sa quello che fa.

Non può trattarsi, in questo rapporto, che di un malinteso o di una metafora: Hugo era un folle letterario, ovvero la poesia senza rime è prosa impazzita, diceva Kant, forse libera, sconvolta – le immagini surrealiste – o ancora la poesia attuale postmoderna ha capovolto il substrato pensiero/linguaggio rovesciandolo come un guanto: un “in-senso”, per nulla insensato. «Non vuole, no, dire nulla». La poesia si aggira a vuoto, si arriva alla fine del senso, (allora ci si ferma), non possono che restare delle frasi.

Il folle va di traverso

l’ombra cominciava soltanto dopo

Firenze verrà

*Il testo è tratto da “Poésie 1 le magazin de la poésie”. In Dossier: “Les poètes et la folie”, trimestriel, n. 15, septembre 1998, p. 64.