IN CERCA DEL ROSSO DI BUE. Cristiana Panella

Francis Bacon, Trittico per una crocefissione

in cerca del rosso di bue

ci sono giorni in cui nulla passa, e tornano le impressioni dismesse con cui c’eravamo dati un talento, Introvabili. niente si trova, nella cecità del tedio

*

un rosso di bue, chiedevo, che avvolgesse di velluto le pareti della mia stanza,

e un profumo di muffa, a riportarmi l’odore degli assenti amati. giovani antenati di tre generazioni

il tempo breve di convincersi di averlo portato, quel profumo non ce l’hanno, il rosso di bue.

*

mi propone un rosso aragosta orfano di bellezza

non lo sa che il rosso aragosta non macchia

che i colori non macchiano

*

l’impressione macchia. e io voglio un rosso di bue che riconosca il puzzo di muffa di Nina

immagino di portare il suo profumo, passando l’ombretto con le sue mani nello specchio del comò impiallicciato, ignara di quella donna che abita sua nonna mentre si trucca

*

questo, cerco di spiegare alla commessa, chiedendo un profumo di muffa

*

mi trapassa senza complicità, vestita di giallo limone

il suo corpo inconsistente mi accompagna alla porta sorridendo mentre cerca di spazzolarsi dalla

scollatura quella pozza appiccicosa che le rovina la camicia e spaventa i clienti.

**

Cristiana Panella (fotografia di Caroline Boulord)

azzurro meridiano

ho perso il senso che fa mangiare

questa arsura sollevata con un tocchetto di brace è terra vaga

nessun dio segna i confini tra le coppe delle mani

e io che latro,

una maschera molle che bacia in bocca il cuscino

faccio ostie del tuo sperma secco

un laghetto al giorno, sotto la lingua

vorrei cedere al sonno beota che prepara alle buone azioni

invece veglio greve per tenere in vita il tuo abbraccio,

una grotta azzurra accesa da lampare di carta.

Cristiana Panella (Roma, 1968) è ricercatrice in antropologia sociale e culturale in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università La Sapienza si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. La sua ricerca è orientata sugli heritage studies e sul rapporto tra etica e corporalità. Tra il 2015 e il 2018 ha collaborato con una casa editrice di Bruxelles orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Ha pubblicato alcuni testi di poesia in prosa e prosa poetica per Oblique Studio ed è stata finalista per la sezione “une prosa inedita” al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano (2019). Una sua raccolta ha ricevuto la menzione speciale al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca (2020). Cura e traduce per Carte nel Vento, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano, testi di poesia e prosa poetica francofona contemporanea inedita in Italia. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra.

LO STRUMENTO. Varlam Salamov

Varlam Šalamov

Quanto è primitivo

il nostro semplice strumento:

dieci quinterni di carta da dieci soldi,

una matita frettolosa:

ecco tutto ciò che occorre agli uomini

per innalzare qualunque

castello, raramente in aria,

sul destino quotidiano.

Tutto ciò che a Dante era bastato

per costruire quelle porte

che danno sulla buca ribordata

di ghiaccio dell’inferno.

Il testo è tratto da: Varlam Šalamov, Quaderni della Kolyma. Poesie 1937-1956, (cura e traduzione di Gario Zappi), Giometti & Antonello, Macerata, 2021.

L’ALTRO WOYZECK

Taccuini preparatori di Robert Wilson intorno alla messinscena del Woyzeck (National Theater Mannhein, giugno 2013).

Sarebbe stato troppo facile rappresentare tutto il Woyzeck con le musiche di Alban Berg. Nessuno mi ha commissionato la regia di un’opera lirica. Io ero libero. Ho lasciato che fosse Tom a scrivere tutte le musiche. Tom Waits. È straordinario, Tom. Le sue idee vanno dentro le mie idee. Si scontrano come treni che deragliano allo stesso binario.

Io tolgo il coltello a Woyzeck, nell’attimo culminante della morte di Maria. Annego la scena nel blu scuro. Prima si vede tutto blu, poi tutto nero. Poi, limpido e intonato, l’urlo di una donna. Quindi la voce di Tom che miagola una canzone che sembra venire dal mondo dei morti. Una canzone da taverna. Con tanto di boccali che battono sul legno. La scena seguente, il silenzio assoluto. Piena luce. Cala un telo tagliato in diagonale da uno squarcio geometrico. Nessuna ballad, nessun essere umano. Un vestito buttato sul proscenio, tagliato con lo stesso squarcio del telo grande, un vestito rosso colmato da una luce rossa.

Mi sono molto divertito a togliere dal Woyzeck quella fetida aria da cabaret espressionista. Ora è come lo voglio io: puro cristallo, puro colore.

(M.E.)

Robert Wilson e Tom Waits
Tom Waits

I SEGNI DELL’APPELLO. Daniela Bisagno

di Daniela Bisagno

Prove di lettura di Senza indicazione di tempo di Angela Suppo

Angela Suppo

Ciò che mi capita, è l’appello rivolto a me.

Martin Buber, Sul dialogo. Parole che attraversano

Senza indicazioni di tempo (Milano, La Vita felice, 2019) è una raccolta di poesie di Angela Suppo, suddivisa in sei sezioni: Stagioni, Amori, Costumi, Dei poeti, Dialoghi, Altre stagioni, anche se, a ben considerare,questa definizione – raccolta poetica – non rende nel modo più appropriato l’idea dell’unità in cui risiedono la forza e il rigore di quest’opera. Si tratta di un libro poetico, dunque, più che di una silloge di testi, dove “stagione” è figura dominante che – come la figura di una danza – apre e suggella il ciclo di queste poesie, quasi una grande parola che, nel suo declinarsi, assuma le desinenze dell’adolescenza, della giovinezza, dell’età matura. Tutte stazioni di una microstoria – quella umana, individuale – che si sdipana e si orchestra sullo scenario più vasto della macrostoria naturale, nelle sue grandi scansioni, secondo un rapporto di dipendenza reciproca in virtù del quale la vicenda della natura, i suoi passaggi epocali, hanno assunto il valore di metafore o allegorie dell’esistenza dell’umanità, offrendole maternamente un vasto repertorio figurale a cui ha attinto, ab origine, il codice espressivo artistico e letterario di ogni epoca, per non parlare del linguaggio comune. Nulla di sorprendente, perciò, se la poesia della Suppo, che si situa nel grande bacino della tradizione poetica italiana e, più indietro ancora – come osserva Conte nella prefazione –, nell’alveo della classicità greco-latina, si contraddistingua in primo luogo per una strenua attenzione al linguaggio della natura, ai suoi segni, alle loro, ancorché minime, variazioni. Un’attenzione che non arretra di fronte a nulla e che si esercita, con altrettanta acribia, sulle cosiddette qualità secondarie delle cose – colori, sapori, qualità tattili, forme, come in questo testo, Pescheria (in Stagioni) dove l’atto della percezione assume i caratteri di una celebrazione festiva che si attiva, quasi obbedendo a un meccanismo automatico, di fronte a un evento epifanico che esibisce tutti i connotati del prodigio. Si tratta in realtà dell’effetto prodotto dalle rifrazioni della luce sul ghiaccio, un fenomeno ottico spiegabilissimo dunque dal punto di vista razionale-scientifico, ma che viene percepito e festeggiato (due atti simultanei nella poesia della Suppo) come una magia in virtù della quale, dai corpi inermi, esposti come merce sui banchi della pescheria, si sprigiona un tripudio di forme e di colori che ci colpiscono per la loro qualità di annunci: un linguaggio dal carattere poetico/ festivo dirompente, dove il dato reale – la morte fisica degli animali ridotti a merci-oggetto – è per così dire trasceso nella prospettiva “magica” della poesia.

Magia – come d’estate –

di ghiaccio tra i colori,

palpabili, animali,

argentei di sapori.

Fiori sfatti, carnali,

trionfanti, palpitanti,

valve aspre o iridate,

sensuali voi siate,

torbidissime lusinghe

per nature fiamminghe.

Ciò che importa non è il dato reale, fisico ma il fatto che, da questa morte, “in-sorga” e si renda visibile, insieme ai colori, al sapori, agli odori, l’evento cruciale della bellezza. Qui sta il prodigio di cui parlano i versi, più esattamente, come specifica l’autrice, la “magia”, che – al pari della poesia – opera sempre su un corpo morto per portarne in luce quanto, nell’ottica comune, costituisce di solito l’opposto polare della morte – la bellezza. L’alta incidenza degli aggettivi, il loro gioco caleidoscopico, imprime un’accelerazione ai circuiti temporali, permette, con un balzo spiegabile solo ricorrendo alla magia, di assaporare il gusto di una stagione ancora di là da venire – l’estate; di pre-sagire e pre-gustare, insomma, un tempo che ancora non è, rendendone più acuta, nell’assenza, la presenza desiderata («Assenza/ più acuta presenza» scriveva Attilio Bertolucci). Come in questa poesia, inclusa nella stessa sezione, in cui la bellezza delle stagioni – di cui si dice – non è un mero dato esteriore, inerte sul quale tutti possiamo convenire, ma l’esito di quella virtù – la percezione – dotata di qualità divinatorie, perché permette di presagire (e captare), nella “presente stagione”, le intermittenze di un’altra che verrà: i segni e il suoni epifanici di un altro tempo (forse anche di un altro luogo).

Come sono belle le stagioni!

Quattro più le mezze,

e i quartini, a volte,

semplici annunci.

Così l’aria sfolgorante di futuro,

dentro l’inverno,

ad avvertire.

Che non sfugga, tra poco,

la primavera.

Che la foglia, che ieri non c’era,

già appannata di sole,

non mi sorprenda distratta.

Siamo di fronte a un’esperienza percettiva che non solo ha a che fare con la bellezza, ma in cui la percezione è già essa stessa una risposta estetica (al mondo). Anzi, è già di per sé bellezza, se lasciamo riecheggiare in questa parola – percezione – il suono del suo equivalente greco, aisthesis, la cui radice «rimanda a un inspirare, a un accogliere il mondo all’interno, quel trattenere il fiato (…) per la meraviglia, lo shock, lo stupore, una risposta estetica all’immagine (eidolon) che ci si presenta» 1. Non per nulla, il verso incipitario di questa poesia non è una semplice constatazione (le stagioni sono belle) ma un’esclamazione di stupore («Come sono belle le stagioni!»). Una “risposta estetica” vera e propria, nell’accezione hillmaniana – ai segni mirabili della natura invernale, con tutto il loro carico di presagio della stagione che verrà –, cioè una risposta del cuore, giacché, nel mondo antico greco ed ebraico, era proprio il cuore l’organo preposto alla percezione e, insieme, il luogo in cui era localizzato il sensus communis delegato ad apprendere le immagini 2. Se la bellezza si definisce, dunque, come una necessità epistemologica, l’aisthesis è la modalità attraverso la quale possiamo conoscere il mondo, sicché la risposta estetica viene a configurarsi come «qualcosa di più vicino (…) a un senso animale del mondo: un avere naso per la visibile intelligibilità delle cose – il loro suono, odore, forma, che parlano con e attraverso le reazioni del nostro cuore» 3. Senza dimenticare che il cuore, di cui si parla qui, non ha nulla in comune con il soggettivismo sentimentale di ascendenza romantica, né con i sentimenti viscerali di certa psicologia semplicistica, quanto semmai con il cuore estetico dell’antica tradizione, poi recuperato nell’ambito di quella rivoluzione filosofico-spirituale che ebbe il suo centro elettivo nella Firenze del circolo ficiniano. Niente di più efficace delle parole di Hillman per tratteggiare, nelle sue linee essenziali, l‘effigie della poesia della Suppo, dove l’esperienza dello stupore, della sorpresa di fronte alla natura, l’attenzione impeccabile, che non consente distrazioni, a tutto il fastoso corredo semiotico, in cui si dispiega e si comunica la bellezza del mondo e della vita, è la condizione primaria, quasi primigenia, del linguaggio.

Dea Flora, affresco pompeiano

Un linguaggio, anzi un sismografo, teso a rilevare, sotto la regia di un sensus communis costantemente allerta, quei “segreti avvisi e misteriosi inviti” grazie ai quali ogni segno dell’idioma della natura (e del mondo) è un annuncio che ci colpisce e ci riguarda, come si legge in Come sono belle le stagioni!, dove l’invito a non lasciarsi sfuggire il segno e il senso di quegli annunci, formulato in termini entusiastici, in principio di verso, ha quasi il sapore di una dichiarazione programmatica. Altrove si tratta di una registrazione dal tono apparentemente dimesso, quasi colloquiale, come in questi versi di Le rane di primavera (in Stagioni), in cui l’annuncio delle rane fornicatrici, testimoni della bella stagione, con tutto il suo portato di inquietudine, legato all’erompere delle pulsioni desideranti, opportunamente ridestate dai tocchi della ferula di Eros (e forse non sarebbe da escludere, in questi versi, la traccia memoriale del Gelsomino notturno di Pascoli), è intercettato da un’altra soglia temporale – l’autunno, anche se si tratta di un autunno dal significato allegorico, che si riferisce alla maturità della vita, e non a uno dei periodi in cui è suddiviso l’anno solare. Il che ci autorizzerebbe a sospettare che forse anche l’altra stagione – la primavera – di cui le rane sono, per dir così, portavoci e custodi oracolari, si rivesta, a sua volta, di una valenza allegorica, come figura di un’età della vita – la giovinezza – che continua, nel presente, a emettere i suoi segnali in forma di annunci.

Le rane fornicatrici

delle notti di primavera

annunciano la loro stagione.

Anche per noi:

inteneriti ascoltiamo,

nel quieto delle coperte,

uniti dal nostro autunno.

L’introduzione di questa prospettiva metaforica ha come effetto immediato il prodursi di una faglia temporale, di un divario fra un’attualità – la stagione autunnale “presente e viva”, da cui l’io poetante intercetta, in quiete, i segreti avvisi delle rane notturne – e un passato o un altro presente, la primavera, che non cessa di celebrare, per il tramite delle sue favolose emissarie, i fasti di una trionfante renovatio. In assenza di questo divario che scompagina gli assi temporali, l’esistenza risulterebbe appiattita su un’attualità uniforme, senza sbocchi. E senza linguaggio (poetico), se è vero che quest’ultimo si produce non nella regolarità uniforme scandita dalla ripetizione del medesimo, ma in virtù di quei piccoli, quasi impercettibili smottamenti grazie ai quali la mappa dell’attualità – questa stagione, questo giorno, quest’ora – si sgretola, permettendo al “presente” di aprirsi “sul suo altro” (il passato, il futuro) e di accoglierne gli appelli, carichi di memorie e/o presagi svelanti. Difficile, se non impossibile, almeno per me, leggere la poesia della Suppo, senza cogliere, sotto il “recto” di un’amabile semplicità e di una, altrettanto impeccabile, eleganza, il “verso” di un linguaggio interamente intessuto di presagi, di annunci, i quali altro non sono – diremmo con Martin Buber – se non i segni dell’appello che l’accadere del mondo rivolge a me 4. Non «qualcosa di straordinario, qualcosa che esca dall’ordine delle cose», bensì «semplicemente ciò che succede sempre» 5, vale a dire i segni di quell’appello (del mondo) di cui noi siamo i destinatari distratti: «le onde dell’etere spumeggiano sempre, ma per lo più abbiamo staccato i ricevitori» 6, denuncia Martin Buber. Quando Cristina Campo, nelle pagine degli Imperdonabili, ci invita a «riaddestrare l’orecchio al sussurro affilato del flauto, al sordo allarme della spola» 7, non fa che esortarci, quasi sulla falsariga di Hillman, a riattivare i sensori della percezione, a recuperare cioè quella facoltà – l’attenzione – di cui Buber denuncia l’eclissi nel mondo odierno, e il cui esercizio è una pratica essenziale nella vita quotidiana. «L’attenzione è attesa, accettazione fervente, impavida del reale» tutt’al contrario dell’immaginazione che è invece «impaziente fuga nell’arbitrario: eterno labirinto senza filo di Arianna» 8. Ma soprattutto, l’attenzione è poesia 9, dove – e qui più che mai – l’attesa si contrappone all’impazienza: l’una, devota al tempo, alle sue cadenze (e alle sue cadute), ai suoi abbandoni, ai suoi ritorni, e perciò sostanzialmente “giusta” 10; l’altra, violenta, nella sua pretesa di violarne le leggi – come un frutto impazzito che voglia eludere i tempi della maturazione –, e perciò essenzialmente, “ingiusta”.

Dea Kore

Tanto ingiusta quanto infelice, potremmo azzardare, seguendo il filo delle parole della Campo, se la gioia – questa delicata risposta all’appello di un flauto invisibile – e l’allegria, che ne costituisce, per così dire, il correlativo “fiabesco”, allignano nella no Man’s Land del tempo (la stessa da cui affiora la fiaba), alla radice nuda del kairós, al punto da risultare inconcepibili, incomprensibili al di fuori di quel vero atto di omaggio e di devota, filiale sottomissione al tempo rappresentanto dall’attesa. Non un attendere vuoto – un puro protendersi sul sogno o sul nulla di un fantasticare senza costrutto e fondamento, ma un aspettare laborioso, in allegria (se mi è consentito servirmi di questa locuzione), scandito, quasi ritmato, dall’esercizio di un’attenzione, che è seme e circonferenza della scrittura poetica. Come in questo preziosissimo cameo, Montegrazie, incluso nella prima sezione della raccolta:).

La vista del ranocchio

mi rallegra:

zampa lunga,

gola palpitante.

Mi osserva, verde,

aspetta che mi mi muova.

Aspetto anch’io:

lo tengo con lo sguardo.

Di questa poesia, colpisce innanzi tutto l’essenzialità – la completezza pur nella brevità –, come se si fosse voluto eliminare dal testo tutto ciò che avrebbe potuto fare da schermo a quanto chiedeva fermamente di essere espresso, cioè l’assoluta centralità dell’atto di vedere. Di una percezione esercitata senza l’impazienza (ingiusta) tipica del fantasticare – del sognare ad occhi aperti –, ma con il raccoglimento proprio dell’osservatore, consapevole che non vi è scampo dall’oggetto del suo guardare, come il contemplativo è consapevole di non poter scindersi dalla dimensione del sacro, “né col peccato né con la stupidità né con l’apostasia né con l’ignoranza”, per il semplice fatto che non vi è scampo da Dio. Il poeta non immagina, non fantastica: riferisce, in pochi tratti essenziali, ciò che ha dinanzi agli occhi: il ranocchio «zampa lunga,/ gola palpitante», piccola creatura fiabesca dalla vista altrettanto acuminata di quella dell’essere umano che lo “tiene con lo sguardo”. Si potrebbe concludere, con una relativa certezza, che questo testo è interamente intramato di vocaboli indicanti l’atto di vedere. La percezione visiva tesse l’ordito della poesia, in cui persino l’aggettivo “verde” (la cui non trascurabile incidenza nei testi di questa raccolta è forse un segno indiziario della vocazione primaverile che la poesia della Suppo condivide con quella di Fernando Bandini), posto alla fine del quinto verso, a formare, fra l’altro, una bella consonanza con “sguardo” del verso finale, mentre si riferisce al colore della bestiola, suggerisce anche “un vedere”. «Mi osserva ve(r)de»: è un verso nel cui calice è riposto, opportunamente celato come i tesori delle fiabe, un piccolo pleonasmo, impreziosito dalle allitterazioni, nel quale sembra condensarsi tutto l’umore della poesia, che si apre e si chiude nel segno (e nel dono) del “vedere”, quasi a disegnare un cerchio perfetto. E questa parola – perfezione – sale spontanea alle labbra leggendo un’altra poesia di questa prima sezione, Li riconosci i liguri di terra, tutta in trasparenti endecasillabi, interamente modulata dai sensi delle rime che si incidono nel (e costruiscono il) testo, in un finissimo intreccio di assonanze, allitterazioni, consonanze e rime, appunto, in cui consiste l’ordito di questa poesia.

Li riconosci i liguri di terra,

incroci i loro sguardi levantini:

è finta l’aria di lupi di mare,

un berretto di lana e di sudore,

mai davvero partiti con il cuore.

Partiti, a volte, solo per tornare.

Covava altrove il loro desiderio:

niente porti e genti lontane,

niente tesori scoperti negli abissi.

Sull’oceano la nave terra ferma,

a sognare il ritorno, e ritrovare,

in salvo riapprodati tra gli ulivi,

tra i sassi e le ginestre aspre dei muri,

leggera, a sera, la brezza di mare,

un alito sugli orti, e le campane.

“Sudore-cuore”, ad esempio, è la rima baciata che sigilla gli ultimi due versi della prima strofa, ed è quasi introdotta, suggerita dal suono del bisillabo “mare”, nel terzo verso. Un suono la cui eco si propaga nel verso iniziale della seconda strofa (tornare), e ancora nel secondo della terza e ultima strofa (ritrovare). E infine, nel quinto verso di questa medesima strofa, dove i due lemmi “leggera” e “sera” racchiudono la traccia di quello che ormai potremmo considerare una sorta di lemma maestro – “mare” -, il suono-guida, presente, non per nulla, al principio e alla fine della poesia, in quel penultimo verso – «leggera, a sera, la brezza di mare» – tutto sostanziato di rime, dove cioè, con l’unica eccezione di “brezza”, ogni parola forma una rima con le altre. E tale presenza così incisiva, così (fiabescamente) ridondante, di questa materia sonora, le cui spore si disseminano nei versi, come la pioggia d’oro del mito di Danae e Zeus, non è senza significato. Tutto ciò insinua qualcosa, vuole indicare qualcosa – diremmo con le parole di sant’Agostino: forse che l’obiettivo del desiderio di questi uomini essenziali, con il mare scolpito nel destino e il pensiero della propria terra inciso nel cuore, non è tanto, come saremmo portati a credere, magari su suggestione del mito ulisseico, il nóstos, cioè il ritorno, la riconquista della patria, del focolare domestico. No, l’obiettivo è qualcosa di infinitamente più piccolo e più grande: una brezza (di mare), un “alito” (qualcosa e, insieme, nulla), cioè l’oggetto di una percezione, di un “sentire”.

Bastano pochi lembi di visione – gli ulivi, i sassi, le ginestre aspre dei muri, la brezza di mare, il suono delle campane – per suggerire la mappa di un itinerario che costituisce l’antitesi speculare del mito di Ulisse. Nessuna bramosia di conquista, avidità di ricchezza, o curiosità di conoscere luoghi esotici anima questi liguri di terra. Li muove, più ancora che una certezza razionale, l’intuizione in base a cui quell’oltre, sempre vietato, sempre accennato nei sogni, in realtà sia solo “qui e ora”. È fra quegli ulivi, quei sassi, quelle ginestre, in quegli orti di ascendenza montaliana, piccoli centri epifanici, di splendore germinale, che finalmente si scopre l’essenzialità di ciò che normalmente appare trascurabile ai sensi: la brezza ovvero l’alito, il respiro – un minimo non ulteriormente riducibile che è anche sinonimo di vita. Come se quegli uomini di “cuore” fossero ritornati apposta solo per ritrovare quel pneuma, per compiere cioè festivamente quell’atto – “inspirare” – così semplice e insieme fondativo nella percezione del mondo e nella scrittura della poesia, in cui Hillman individua la risposta estetica all’immagine. Una risposta del cuore, ovvero dei sensi; perciò la risposta estetica – come già si è detto – è qualcosa di più vicino a un senso animale: un aver naso per i suoni, gli odori, le forme delle cose, come in questo testo, Caffè Tortoni, preziossimo nella sua frontalità, dove la conoscenza («ti ho conosciuto, Alfonsina Storni») non è l’atto finale di un processo logico, astratto, ma l’esito di un’esperienza percettiva, di un’attività dei sensi corporei, principalmente del fiuto: qualcosa di vicinissimo a quel senso animale del mondo, appunto, di cui Hillman ci parla.

Ti ho conosciuto,

Alfonsina Storni.

Eri al caffè Tortoni,

in compagnia,

e intorno specchi,

boiseries, profumo

lieto di caffè.

Statua di cera

al tavolo occupato:

immobili poeti,

tango sospeso.

E il respiro caldo

delle brioches,

e, ancora, sentire di barberia.

«Cane allegro che tutto odora»: così è definito il thymos del cuore, cioè il desiderio (Wunsch, nel linguaggio psicoanalitico), in La carne, nella seconda sezione della raccolta (Amori). Si tratta di un testo brevissimo, ma abbastanza incisivo, per il suo ricondurci nel luogo centrale della poetica della Suppo, in cui l’amore non è solo un’esperienza personale di pertinenza del cuore, inteso come cuore emozionale, luogo della mia interiorità più intima, ma una modalità di percezione del mondo, dove il cuore rappresenta semmai il centro elettivo di un “sentire” più ampio, «quel fiutare, quel trattenere il fiato, quell’inspirare il mondo» 11 in cui consiste la percezione sensoriale.

È finito il desiderio,

cane allegro che tutto odora.

Ma ancora

sotto pelle naviga

il percorso delle vene,

consola di tenerezze,

alita primavere.

Allegoria delle quattro stagioni, di Johann Georg Platzer

La percezione del mondo della Suppo si pone sotto il segno astrale dell’amore, anzi, latinamente, degli “amores”, come recita il titolo di questa sezione, dove il plurale, Amori (ma tutti i titoli delle sei sezioni in cui è scandito questo libro sono declinati al plurale) non si riferisce tanto a una quantità (di esperienze), quanto a una intensità – desiderio gioioso, meraviglia, tenerezza – in grazia della quale, diremmo con le parole di David Lawrence, «io rivolgo lo sguardo verso ciò che è fuori di me, al di là di me» 12 con la medesima irrefrenabile allegria del cane-desiderio, «che tutto odora», perché in tutto intuisce la presenza della bellezza. In tutto: cioè non solo nei luoghi comuni, tradizionalmente deputati ad accoglierla, ma «nelle apparenze in quanto tali, così come sono create, nelle forme in cui sono date: dati dei sensi, nudi fatti» 13. Una bellezza che, come quella della Venus Nudata, «rimanda alla superficie lucente di ciascun evento particolare, alla sua trasparenza, alla sua particolare brillantezza, al fatto stesso che le singole cose si mostrino alla vista e proprio nella forma in cui si mostrano» 14. Come non ripensare ai versi iniziali del libro I del De rerum naturae, in cui Lucrezio salutando la Venus “alma”, celebra, commosso, la sua discesa sulla terra, la sua grazia impetuosa e benigna, fecondante, capace di schiudere le virtualità epifaniche delle cose che ora, dopo il lungo lutto invernale, mostrano, in festa, il loro “volto primaverile” 15? “Il desiderio continua, quasi ignorando il trascorrere del tempo e la fine della giovineza, a navigare «sotto pelle/ il percorso delle vene», a consolare «di tenerezze», ad alitare – ostinatamente, festivamente – come la Venus lucreziana –, quella primavera, che è sinonimo di bellezza, cioè di verità – «un precipitare improvviso, biologico (…): un punto che va toccato da tutti gli organi insieme» 16 –, perché rivela, snudandolo, il volto delle cose (la bellezza è l’ostensione dei fenomeni, viene da dire con Plotino). Ma il percorso delle vene parte dal e conduce al cuore, a cui la Suppo rivendica, a giusto titolo, un ruolo centrale nella sua poesia. Come in questi tre endecasillabi, dove viene ripresa la metafora petrarchesca della vita come navigazione, e dove il cuore, sorgente centrale del sangue e del calore dell’organismo, secondo Aristotele, è davvero alvo materno, culla/nave di un “sentire” che non si identifica sic et simpliciter con il sentimento, ma è spazio felice di convergenza degli organi di senso deputati alla percezione del mondo: luogo «dove pensiero e desiderio sono una cosa sola» 17.

Non mi importa del porto, né del mare.

Io viaggio sulla nave del mio cuore

e tutto è casa, se tu vuoi restare.

Non suonano incomprensibili, perciò, alla luce di siffatta poetica, le riserve che la Suppo esprime nei confronti di quel vasto e caleidoscopico mercato virtuale rappresentato dal Web, e che declina nelle forme armoniose, pacificate degli amati endecasillabi di un testo incluso nella terza sezione del libro, Costumi, intitolato appunto Web.

Vertigine mi assedia su You Tube:

troppo di tutto.

Mi sgomenta l’eccesso dell’offerta

che dilata distratti desideri:

minuti seriali e calcolati,

ammiccanti per me, preordinati,

libidini che assediano fugaci.

Nel vortice evocato ora mi perdo:

smarrita mi rifugio nella fuga,

annegare non voglio in questo mare.

«Troppo di tutto»: basterebbe questo verso, preso in prestito dal titolo di una canzone di Fabri Fibra, quasi brutale nella sua frontalità, con quei due bisillabi assonanti, a esprimere le ragioni del disagio di fronte a una realtà virtuale sempre più invadente che, mentre sembra offrirci la misura traboccante e “il mondo per sovrammercato”, finisce per ostruire, poco alla volta, il vuoto pneumatico in cui i desideria si formano, come la manna di Sant’Andrea nella cavità dell’ampolla. Ciò che crea vertigine è l’eccesso (e l’incalzare) di un’offerta» che non si limita a “dis-trarre” i desideri e a nuocere alla qualità della nostra attenzione, ma compromette quell’intelligenza o attività immaginativa – la quale è anzitutto attività desiderante –, così necessaria alla poesia (non per nulla «il poeta è un fingitore» recita una frase di Pessoa messa dalla Suppo in esergo alla IV sezione della sua raccolta), la cui sede, secondo il pensiero antico, era ubicata appunto nel cuore 18. Ora, il web, con il suo “troppo di tutto”, fingendo da un lato di investire i fruitori di una sovrabbondanza (di immagini) in cui ogni offerta è dono e delizia gratuita, dall’altro sferra un attacco micidiale a quel “locus dell’attività immaginativa” (il cuore), dove sentire è simultaneamente amare, conoscere, dunque essere. Al di fuori di questo reame festivo, forse non si udrebbero risuonare le campane della bellezza. Anzi, neppure si udrebbe, neppure si sentirebbe; né, tantomeno, in questa atrofia dei sensi e della percezione, sarebbe possibile allacciare i metri e i nodi (meravigliosi, indissolubili, come i simboli che formano la trama dei sogni) della poesia. Quei nodi, così misteriosamente, inestricabilmente intrecciati, ai ritmi del nostro respiro, ai battiti del nostro cuore, “quanto lo stame all’ordito”, che spesso la critica letteraria, nella sua avventura ermeneutica, tenta di sciogliere operando con la stessa implacabile lucidità con cui il chirurgo incide il corpo con il suo bisturi 19.

«Come è freddo il bisturi che affonda/ nelle parole lievi del poeta», scrive la Suppo nella poesia La critica (nella quarta sezione della raccolta, Dei poeti), in cui affida ancora al prediletto endecasillabo il compito di rivendicare l’assoluta preminenza del “sentire” sul “capire”, i diritti della percezione, anzi dell’aisthesis, che certa critica letteraria filologica vorrebbe conculcare in nome dell’oggettività, nel tentativo di “portare alla luce il senso”. Potremmo dire, citando le parole di Cesare Viviani, ancora più intransigente nel sostenere, sulla falsariga di Hillman, le ragioni della poesia – “amica” del sogno –, contro l’operato di certa critica filologica volta a ridurre a chiarezza quel “mistero”, quel “senso irriducibile” che si dovrebbe solo “sentire” 20:

il filologo (e per “filologo” intendo tutti gli approcci “scientifici” al testo di poesia) fa con la poesia quello che il cattivo psicanalista fa con il sogno: poesia e sogno sono posizioni radicalissime e relativissime sulla strada del linguaggio, del destino, dell’irriducibile, della morte. Ma questi interpreti, invece che mantenere questa radicalità e relatività per altre nuove direzioni e avventure, scelgono di riportare queste espressioni verso l’oggettività o il buon senso (proprio quei significati che la poesia e il sogno avevano frantumato) 21.

Ciò che resta, dopo questa incursione devastante sul corpo della poesia, prosegue la Suppo, altro non è che un

Terreno alluvionale di parole,

qualche ciotolo tondo levigato,

rottami sparsi del significato,

e il senso in fuga, come accade al sogno

che trattieni, ma invano, nel risveglio.

Caro poeta sezionato e fratto,

preferisco la critica ignorare:

leggere anche senza troppo capire.

Là dove prima era il tutto, ora è il nulla. Una sorte che il testo poetico, sezionato dal bisturi alacre della filologia, condivide con il sogno, quando è sottoposto agli interventi, altrettanto invasivi, di certi interpreti. Quegli interpreti che, secondo le parole di Viviani, si affannano per ridurre a oggettività proprio quanto è, per natura, inobiettivabile, indefinibile: il “senso in fuga”, irriducibile a ogni tentativo di comprensione, che è anche il vuoto pneumatico (o la terra trasfigurata) in cui allignano il sogno e la poesia, e a cui accenna la Suppo, nei versi. «La parola poetica contiene una verità che trascende l’autore (la costruzione umana abile, compiaciuta, sicura di sé) e che si ricollega alla natura» 22 dice ancora Viviani. L’arte è «la natura nell’opera» 23, aveva già scritto in Il mondo non è uno spettacolo, quasi riecheggiando queste parole della Cvetaeva: «L’arte è il mezzo attraverso cui l’elemento naturale ci possiede e ci tiene; mezzo per tenere (noi – da parte degli elementi naturali) e non tenuta del possidente, stato di possessione e non contenuto del possesso» 24. E forse non è un caso che questo libro poetico di Angela Suppo, esito di un lavoro lungo, paziente, non diverso dall’esercizio altrettanto lento e amoroso, “senza indicazioni di tempo”, dell’artigiano, si concluda proprio nel segno delle stagioni sotto il quale era iniziato, cioè nel segno della natura, di quell’elemento naturale che ci possiede attraverso l’arte e la poesia, secondo la Cvetaeva. Altre stagioni, è infatti il titolo della sesta e ultima sezione del libro, e si riferisce al tempo della maturità, alla stagione autunnale della vita, tanto quanto la primavera e l’estate evocano invece, secondo un simbolismo fin troppo trasparente, l’età sontuosa della giovinezza. Eppure – e sono proprio le vicissitudini della natura a insegnarcelo – anche la stagione invernale, tempo di perdita e di precarietà, non è esente da promesse. Anche l’inverno raccoglie il seme di un insospettato fiorire, come il giallo del limone – divinità occhieggiante sotto la coltre nevosa –, o quel «carnevale inaspettato», che si sprigiona, in gioia, da una neve d’infanzia – «neve di zucchero filato», presagio primaverile, nell’ultima poesia della raccolta: Neve di Liguria.

Neve di Liguria:

giallo occhieggia il limone

e gocce di sole

già illuminano

il giardino.

Ieri era inverno

e oggi ride

una neve

di zucchero

filato,

un carnevale

inaspettato.

1 JAMES HILLMAN, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Milano, Adelphi, 2002, pp. 135-136.

2 Immagini, da non intendersi come abbellimento, «quell’accezione sterilizzata, deodorata della parola ”estetica” che l’ha privata di denti, lingua e dita» (Ibidem, p. 142). Al contrario, la bellezza, che al pari della bruttezza non rappresenta né il contenuto né, tantomeno, la base dell’estetica, costituisce semmai, nell’accezione neoplatonica, a cui Hillman fa riferimento, l’ostensione dei fenomeni, il manifestarsi dell’anima mundi, ciò per cui, insomma, le virtù e le forme ottengono grazia di rivelarsi.

3 Ibidem, pp. 142-143.

4 «Ognuno di noi è chiuso in una corazza la cui funzione è quella di difenderci dai segni. Ininterrottamente ci accadono segni; vivere vuol dire essere appellati, occorrerebbe solo essere pronti, solo percepire (…) Ognuno di noi è chiuso in una corazza che presto per via dell’abitudine non avvertiamo più. Solo rari istanti riescono a penetrarla e a risvegliare l’anima alla ricettività» (MARTIN BUBER, Sul dialogo. Parole che attraversano, Milano, Edizioni San Paolo, 2013, p. 26).

5 Ibidem, p. 27.

6 Ibidem.

7 CRISTINA CAMPO, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 118.

8 Ibidem, p. 167.

9 «Poesia è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi, che è verità in figure» (ibidem, p. 166).

10 «Giustizia è un’attenzione fervente, del tutto non violenta, ugualmente distante dall’apparenza e dal mito» (ibidem).

11 JAMES HILLMAN, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, op. cit., p. 82.

12 DAVID LAWRENCE, Fantasia dell’inconscio e altri saggi sul desiderio, l’amore e il piacere, Milano, Mondadori 1978, p. 51.

13 JAMES HILLMAN, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, op. cit., p. 82.

14 Ibidem, pp. 82-83.

15 «Appena ricompare il volto primaverile delle cose e, rompendo le sue catene, riprende vigore il soffio fecondatore dello zèfiro, per primi gli uccelli dell’aria celebrano te, o dea, e la tua venuta, turbati in cuore dalla tua potenza» (LUCREZIO, De rerum naturae, vv. 10-13, traduzione di Olimpio Cescatti).

16 CRISTINA CAMPO, Gli imperdonabili, op. cit., p. 39.

17 JAMES HILLMAN, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, op. cit., p. 55.

18 L’espressione stessa “intelligenza del cuore” connotava, come precisa Hillman, «l’atto di conoscere e amare simultaneamente per mezzo dell’atto immaginativo» Ibidem, p. 47.

19 Su posizioni ancora più oltranziste si colloca M. Cvetaeva quando, a proposito del modus operandi di certa critica distruttiva, usa una metafora non meno cruda del bisturi: quella dell’autopsia, «e non di un cadavere – di un corpo vivo» (MARINA CVETAEVA, Il poeta e il tempo, Milano, Adelphi, 1984, p. 21), che distrugge spietatamente ciò che, con tanta fatica, è stato creato dal poeta.

20 «Sentimento, Ragione e Memoria sono i nomi dei nemici della poesia. Invece Percezione e Sogno sono gli amici. Percezione e Sogno sono l’unico livello sentimentale possibile in poesia: sono i sentimenti della poesia» (CESARE VIVIANI, Il mondo non è uno spettacolo, Milano, Il Saggiatore, 1998, p. 27).

21 Ibidem, pp. 15-16.

22 CESARE VIVIANI, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2018, p. 24.

23 CESARE VIVIANI, Il mondo non è uno spettacolo, op. cit., p. 20.

24 MARINA CVETAEVA, Il poeta e il tempo, op. cit., p. 107.

Daniela Bisagno

DISTANZIAMENTI, 2. Alina Rizzi

Disegno il perimetro quadrato

del giardino che rinasce

tra siepi scomposte

fiori spontanei

l’erba tenera di marzo.

Misuro i passi nel sole

uno dietro l’altro

quel tesoro inaspettato

che ora sembra invidiabile

dalle finestre più alte.

Non hanno notato

che misuravo già da anni

in tempi non sospetti

il recinto rigoglioso

scavando buche con le unghie.

**

Non verranno a suonare

neppure oggi

neppure domani

preferendo non rischiare.

Ligie al dovere cercano il danno

che sospettano ovunque

anche nel sole e nel vento

in cui le attendo impietrita.

Ma lasciarsi catturare

è ancora un disonore

non cedo non lo accetto

combatto sola e ammutolita

per quel diritto negato

mascherato e furbo

che non sento letale

quanto il deserto dilagante.

**

Ho lavorato anni per un abbraccio

che apparisse spontaneo

anche da parte tua

ed è bastato un comunicato stampa

di un sabato alle diciotto

per dividerci senza appello –

ora puoi mascherare col rispetto

quella prudenza ossequiosa

che non ho mai condiviso

ma che rispetto

non più umiliante

appena accenni il gesto

di ritrarti a testa bassa.

**

Quanto tempo regalato

per osservare le ombre

dietro gli occhi chiusi

per ascoltate il vento

nel sole di aprile

e respirare sdraiata

traboccante di niente –

non fosse per le sirene

che si conficcano d’un tratto

aghi nel petto

trascinando al buio

il tempo di un altro.

**

Resisto alle parole

un canto di sirene

per non scoprirmi

in difetto di vita

per non perdermi

i fatti salienti

quelli che dimentico

vergognandomi

appena riapro il quaderno.

**

Un distanziamento di anni

una piccola morte

ricordando il piacere infinito

all’infinito – regolarmente –

coltivando l’attesa

in un rito scaramantico

quel profilo dietro gli occhi

chiusi – nel respiro sospeso.

**

Benedetto il virus della distanza

che ha giustificato il ritorno

a piedi scalzi e la

pelle sdrucita

adducendo pretesti –

la vita che si sfila dalle dita –

ormai superflui.

Benendetto il virus della pazienza

che falcia a migliaia

ma ci ha trovati ancora eretti

più deboli e persi

più tristi e nervosi

ma senza volti da piangere

oltre i nostri rigati dal tempo

sotto il blu della maschera.

**

Un anno dopo esatto

torna il rosso separazione

ferita ancora fresca

che spurga nuovo sangue.

Vita che si dibatte

che si assembra rabbiosa

per sopravvivere un’altra primavera

e non sentire

non sentire

altre sirene ordini prescrizioni

state a casa! – col megafono

alle due del pomeriggio

paralizzati nel sole

immobili sotto gli alberi

che fioriscono di bianco

a dire basta

a dire resisteremo

ma senza crederci davvero

perché la terza volta

non ci si riesce più

si lascia andare

si annuisce al cielo terso.

***

L’autrice, come attraverso le pagine di un diario interiore, guarda il suo dolore – a cui non è necessario dare un nome preciso – senza ritrarre lo sguardo, con sconsolata e spesso sarcastica amarezza. E se “A volte scrivere / è una maledizione” è proprio l’atto di scrivere (o solo di leggere libri) a mitigare le delusioni, a raccogliere la sfida del vivere, a dare un senso anche provvisorio alle pene sofferte: «…I libri / più del pane quotidiano / desiderava e non venivano / incistati tra la carne e i nervi». Un’osservazione, obliqua ma utile: il tono del libro è musicalmente una mezza voce, un parlato mai troppo lirico, una prosa intonata che non corteggia una lingua sperimentale e si sottrae a strategie linguistiche sofisticate o versificazioni erudite («Meritare l’oblìo / quieto e arreso / senza spigoli acuti / dove lasciarsi accadere»): si limita a trattare con sprezzatura e fermezza la materia ovvia e brutale della sofferenza esistenziale, il “lavorìo incessante della sopravvivenza”. Nel suo trattato di poetica e di retorica, Del sublime (“Perì Ipsous”), Longino parla della “adeguatezza” del mezzo espressivo come della forma necessaria di persuasione del discorso. Alina Rizzi, nella sua poesia minima e sgomenta, brusca e senza appigli, resistente e spezzata («Poi le mani, le lettere interminabili, i libri migranti») trova questa “adeguatezza” nel tono della sua voce, nell’esercizio lucido di una scrittura breve. (M.E.)

Alina Rizzi

ASIMMETRIE & SGHEMBI. Quito Chiantia

Ideali Matricole

di Quito Chiantia

Birdy

Numero di matricola 0002712 – Detenuta: MaryRose F.

Articolo 578 c.p. : Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale

Rimase gravida ancora minorenne dopo aver avuto rapporti con diversi partner occasionali. Si liberò del neonato partorito in estrema solitudine lasciandolo in un cestino dei rifiuti di un bar del centro.

Ho smaltato le unghie di rosso

e ho iniziato a scavare.

Sento con gli occhi della talpa

avverto il precipizio.

Sotto la crosta, il sangue della carne

disvela la radice.

Le mammelle gonfie di latte nutrono il caldo della terra.

Germinerà un qualcuno?

Germoglierà un qualcosa?

Ogni muffa all’azzurro dell’acqua profuma di lievito.

Bacio della buonanotte sulla fronte sudata.

**

Numero di matricola 0003514 – Detenuta: Giuseppina S.

Articolo 411 c.p. : Distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere

Raro caso di “Cannibalismo”. Morsicava ripetutamente i suoi figli e li portava al Pronto Soccorso dicendo che erano stati morsi da un cane. Si tolse la vita in attesa di essere riconosciuta “inferma di mente”.

*

Non a caso

si chiama “bocca di lupo”.

La luce Lei te la offre a morsi

e i raggi aguzzi dei suoi denti penetrano la carne

come lame roventi nel burro.

Un cuore di madre batte irreparabile e mi chiama.

Il sangue lentamente allarga il cerchio di una vita prestata.

Pozza d’argento dai polsi tagliati.

**

Numero di matricola 0000317 – Detenuta: Eveline P.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Casalinga a tempo pieno. Artefice di violente liti coniugali. In paese la chiamavano la strega. Uccise il marito colpendolo con un pezzo del “robot da cucina”. Punita con l’ergastolo.

*

15 marzo 2019

Cambio braccio

non c’entra la robotica.

Bisogna tranciare qui il passato e lasciarlo cadere alla distanza.

La Matta ha per simbolo una stella e aiuta a chiudere.

La scala per il cielo si mischia all’infinito desiderio di nuvole di panna.

Afferrami nel nido del tuo abbraccio

Prendimi il ventre tra le mani

Sono una donna senza pelle dall’anima infuocata.

Ho caviglie da stambecco e un ramo d’ulivo tra le labbra.

**

Numero di matricola 0006813 – Detenuto: Sergio M.

Articoli 588- 583 c.p. : Rissa con circostanze aggravanti

Di carattere irascibile e violento. Tatuato in ogni parte del corpo. Costanti le risse anche all’interno del carcere. Punito spesso con l’isolamento.

*

Comune di Opera.

Nel cuore della risaia oggi il carcere sguazza.

D’improvviso, da un ignoto altrove,

l’ eco del canto delle mondine e il battere la sbarra.

E’ il levante delle mie sirene d’ Ulissse dalla sezione femminile…

Ho appeso uno straccio rosso al finestrino, forse l’orlo di una gonna.

Maria del 4 bis,

voglio che m’ingombri le lenzuola.

Numero di matricola 0007715 – Detenuto: Javier M.

Articolo 270 sexies c.p. : Condotte con finalità di terrorismo

Trovato in possesso di un ordigno artigianale ad alto potenziale nei pressi di uno scalo aeroportuale. Arrestato in flagranza di reato. Recluso in regime di 41 bis (carcere duro)

*

Da oggi non sono più solo.

Un piccolo ragno è entrato in cella

con passo felino nella notte.

Senza valigia, con grazia tesse e allieta il suo digiuno.

Ha zampe rosa e un sacco color seta colmo di uova,

presto avrò il mio bel da fare.

Ho allungato una briciola di pelle.

Non conosco cosa sia la poesia,

ma penso di averla incontrata.

**

Numero di matricola 0002312 – Detenuto: Ambrogio C.

Articolo 718 c.p. : Esercizio di giochi d’azzardo

Giocatore incallito. Ludopatico. Biscazziere. Organizzava partite di Poker sia in circoli privati che in luoghi pubblici quali piscine e teatri. Durante una perquisizione è stata rinvenuta una collezione di centinaia di dadi da gioco.

*

La Giustizia?

Una bilancia truccata.

Parto con le tasche piombate e un sorriso sdentato per orizzonte.

Arianna ha colorato il suo filo di un verde speranza.

L’equilibrio è nella pancia e il piede risponde della mano.

Ogni estensione ha la sua contrazione.

I dadi da gioco presentano più facce e vivono di opposti.

La verità consiste nel dubbio.

Con la benedizione dell’ ombra,

mi condanno e mi assolvo.

**

Numero di matricola 0009712 – Detenuto: Danladi P.

Articoli 609bis c.p. e 609quater c.p. : Violenza sessuale – Atti sessuali con minorenne

Nigeriano. Cocainomane. Condannato per violenza sessuale ai danni di tre donne di cui due minori, figlie di conoscenti. Gli atti di libidine violenta venivano perpetrati in proprietà private ricorrendo a sostanze inalanti psicotrope.

*

Hanno reciso l’erba e gli alberi del pane aperti in due.

Il vento ha portato alle nari il gelsomino

Olfatto: senso eletto

Dove siete boschi di cannella, garofano e vaniglia?

Lupo recluso in tana zuccherata.

Fame di carni giovani e di latte

viene voglia di vendemmia nella luna delle cose impossibili.

Hanno fatto il caffè nella cella accanto.

Profuma, la solitudine che ho meritato.

**

Numero di matricola 00001187 – Detenuta: Sofia F.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Donna affascinante e bellissima. Madre di quattro figli. Di casato nobile. Sposata per volere della famiglia ad un uomo che la sminuiva, denigrava e maltrattava pesantemente. Lo ha ucciso all’ arma bianca mentre dormiva al suo fianco.

*

Basta alla vita un paio di scarpe da ginnastica e una tuta

Il rossetto lo condividiamo in tre, pane fresco alle labbra

Più della comunione è la confessione che accorpa ed unisce

nel mistero femmineo senza fine di essere donna

La coperta è per chi ha più freddo, l’ epilatore è per tutte

Femmine fiere, fiere femmine, orgogliose di averci provato

Scimmie evolute ci scambiamo i vestiti e spulciamo tra pari

Io istrice marsupiale perennemente feconda

Ho ucciso solo per Amore.

Venerdì ci laviamo i capelli, oltre allo shampoo e al sapone

portami uno sgrassante per l’anima.

**

Numero di matricola 00000459 – Detenuta: Barbara F.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Cresciuta in un ambiente degradato. Deprivata delle cure materne in tenera età. Fin da bambina ha svolto i lavori più umili per riuscire a sopravvivere. Per vendetta ha assassinato l’ anziana madre con overdose di barbiturici.

*

Ho aggiunto più detersivo per fare bolle giganti di sapone

Poter giocare… finalmente.

Il prato è un soffice bianco cotonoso dei pioppi

Seme disperso dai tetti ai marciapiedi

Anche tu almeno una volta nella vita hai sfiatato sul soffione del tarassaco

Si attacca ovunque la bianca cipria che disfà

Del paese ricordo solo la banda e il suono grave dei fiati

Da bambina rubavo le chiavi, i trucchi, il denaro

e tutta mia madre…pezzo per pezzo.

Il puzzle è ricomposto

Posso appenderlo in testa al mio letto.

**

Numero di matricola 0005674- Detenuto: Walter B.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Panettiere geloso e possessivo in modo patologico. Precedenti penali per stalking ai danni della donna che diverrà la sua vittima. Uccise l’ex giovane fidanzata neo sposa di un suo conoscente. Condannato per femminicidio. Nessun cenno di pentimento.

*

Han tinteggiato le celle di fresco, sentore di calce

L’ora d’aria profuma di latte

Il pitosforo ha spalancato i calici e richiama.

Sacchi e sacchi di farina tutti per me

Lei aveva in sé l’intensità di tutti i colori

Snello e allungato il corpo del mio Ermellino, oggetto di caccia spietata

Il cielo? Una nuvola di panna

Ostuni, gli oleandri, i tulipani, le calle, la bara…

Tutto è irrimediabilmente bianco.

**

Numero di matricola 0006723 – Detenuto: Antonino S.

Articolo 572 c.p. : Maltrattamenti contro familiari o conviventi

Tossicodipendente. Reiterati comportamenti violenti e vessatori nei confronti della madre volti a procurarsi oggetti preziosi e denaro.

*

La incontrava nei sogni,

quando aveva un bottone da attaccare o un rialzo febbrile

Lei sempre più china ma comunque bella

attaccava al nulla i suoi quadri, sbollentava i fagioli, ripuliva la cella

Gli diceva: hai mangiato Ninì

Cambio turno al terminale, ora la guardia è una donna

Batte la sbarra e i tappeti

Una mamma in divisa è pur sempre una mamma

Glielo leggi negli occhi

puoi ugualmente condividerla e raccoglierne i frutti.

…e i più amari son dolci.

Numero di matricola 0008321 – Detenuto: Maurizio S.

Articolo 423 c.p. : Incendio (doloso)

Di famiglia benestante. Amante del gioco d’azzardo. Ha dilapidato il suo ingente patrimonio nel casinò di Montecarlo. Arrestato in flagranza di reato con tre taniche di benzina dopo aver dato fuoco al parco macchine di un noto ristorante della costa azzurra.

*

Brucio. Hai da accendere?

Ti ricordi Giovanni? Davamo fuoco ai formicai e ai soldatini di plastica

Era guerra vera, la nostra Guernica

La benzina profuma di vita e ristora la sete

Cenere e braci il castello di carte

La trave maestra è nell’occhio, Polifemo accecato dispera

I fiori da sempre anticipano le picche

e sopra ogni quadri ardono cuori rossi.

Sette: numero magico delle facce opposte

Sette calle bianche sulla mia corona di spine.

**

Numeri di matricola 0008821-2 – Detenuti: Michele B. (padre) e Salvatore B. (figlio)

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Padre e figlio. Siciliani. Appartenenti a famiglia mafiosa. Detenuti nello stesso carcere in due celle affiancate. Hanno premeditato e ucciso padre e figlio appartenenti a clan rivale freddandoli al tavolo del bar della piazza con un fucile a canne mozze.

*

Si può esser famiglia anche qui.

Legati dal vincolo del sangue nello stesso abitare.

Nel nome del padre e del figlio di un solo cognome,

in salute e malattia, in fortuna e in disgrazia, nel peccato della verità.

La tua testa sulla mia spalla a dividerne il peso dei pensieri.

Io e te, senza nessuna Angelica da rincorrere

Sbocciami nel cuore di questo cortile polveroso,

portami la magia del teatro e una scala di libri.

Mio orizzonte di mare oltre le mura di ogni tempo pregresso.

LE STELLE SOPRA RABBAH. Isabella Bignozzi

di Isabella Bignozzi

Trasparenze

Notte di enigmi lucenti

alla finestra crateri

aria di pietra, sabbia rossa, maschere d’oro

tempo che traspare

connubio di vetro, il respiro trattenuto dalle costellazioni

qui

l’odore di un buio d’edera.

Sul pianoforte un metronomo addormentato.

*

La fermata

Alla fermata del 982, il catrame scioglie in petrolio.

Un vecchio di carta crespa non riesce a salire.

Al casello gli animali vivi affacciano alle grate, assetati.

Eppure altrove piove sull’erba.

*

Ninive

Questo sconosciuto poeta silenzioso,

che sente il gorgogliare del fiume sotterraneo, cammina solo, verso le torri.

Anche se butta l’immondizia o compra il pane, negli occhi

ha le mura di Ninive, e il suo petto risuona come un salterio.

*

Notturno

Il poeta del secolo non ha antologia

è un pazzo che biascica seduto all’angolo

sotto un lampione di nebbia al neon

che crede un ventre gravido di luna.

*

Angeli

Nella prospettiva angolare di un’assenza

costretta al riflesso

ridefinisco i margini.

Faccio l’appello

mi riconosco per negazione

in tutto ciò che non riesco ad essere.

*

Alba

Ancora ciechi di buio

noi

alba afferra – come fionda –

tende l’elastico

scaglia – inermi – nel giorno

di frastuono

bianco.

Isabella Bignozzi

Queste poesie sono piene di rimbombi e di voci, di sentieri selvaggi e tersi, di visioni che ci fanno chiedere dove sia veramente la realtà e in ogni caso come fare a preservarla. Le ceneri possono anche proteggere ma non basta definirne il viaggio sulle rotte planetarie, le stesse percorse da agenti patogeni o ambizioni scriteriate. Un poeta come Bignozzi insegna a definirne l’origine e la direzione, l’enigma della loro presenza. In certi componimenti più estesi si avvertono canti antichi e sciolti in un mantra dedicato alla “comunità degli animi”, la cui impronta viene riportata chiudendo un cerchio di segni protettivi.

(Dalla postfazione di Elio Grasso)

RUDIMENTI DI SQUILIBRIO. Giuseppe Pellegrino

di Giuseppe Pellegrino

Equilibrismi (china su carta)

03.

Questa pelle è niente. Questo niente è una pelle. Una pelle di tamburo dove suona la pioggia.

04.

Pronunciare ad alta voce il nome dell’individuo per invitarlo ad uscire dall’Albero Tamburo.

05.

Un colpo di dadi non abolirà l’azzardo di un ordine e connessione fra le cose come ordine e connessione fra le idee.

06.

Il pensiero non si forma, non si delinea se non attraverso percorsi nascosti. Il pensiero si muove come sott’acqua. E per avere un pensiero pertinente a qualcosa, bisogna pazientare ore. Ore di veglia sottratte al riposo, ci si stanca a rimanere sempre vigili sperando nell’abboccamento di un pensiero in un momento di distrazione. Per avere un pensiero pensato da tutto il mare del pensare, per lo meno averne uno in un giorno se si è fortunati, ogni tanto se tutto sommato è un buon periodo, non basta avere il tempo per pensare. Occorre anche lo spazio. E cambiando spazio cambia anche il pensiero.

07.

Decidere di cambiare strada solo dopo averla sbagliata: il fieno improvvisamente profuma dai campi al cielo. Sembra troppo poco il tempo per poter dire qualcosa. Ma lo stesso tempo è sufficiente quando si inciampa.

Muffe (biro nera su pagina di libro)

83.

Scrivere è come seppellire. Le parole che scriviamo vengono chiuse in un testo, dove rimangono giacendo nel silenzio e nell’ombra, fino a quando qualcuno accedendovi le riscopre. Decifrare (decriptare) è un’operazione che si compie quotidianamente. Sembra veloce, immediata. Eppure ha una parte seppellita, nascosta in stratificazioni sempre più antiche, incrostate di fossili, dopo modificazioni telluriche, con molte perdite di memoria simili a caduti sul campo, come la capacità delle lettere non solo di servire a comporre le parole, ma anche di parlare da sole. E ponendo quindi che questa capacità sia stata perduta, le lettere ora sarebbero rimaste ammutolite. Nondimeno, scrivere per chi lo fa somiglia al disseppellire, al portare alla luce. Piuttosto che un vestire corpi morti di lettere, sembra una ricerca in cui è difficile prevedere cosa si scoprirà durante il proprio scrivere, poiché lo si potrà sapere solo alla fine, quando cesserà il bisogno di scriverlo.

Truciverba (pennarello su settimanale)

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Se tu provassi a scrivere dal basso verso l’alto, noteresti che nonostante la tua intenzione di rimanere leggibile, chiaro, le lettere tenderebbero inevitabilmente ad oscurarsi come schiacciandosi una sull’altra, a consumarsi come per un silenzioso attrito.

Vedresti che il testo ha conservato comunque una sua linearità e che la pagina non si è trasformata completamente in uno spazio ideografico, dove si prevedono ricerche di senso secondo più e vari percorsi; piuttosto, il tuo procedere avrebbe solo un senso, quello contrario.

La scrittura ti potrebbe sembrare come in equilibrio, diventata spessa, fatta di un inchiostro chitinoso, mutata in un qualcosa dentro un suo mondo fisico, terreno, sottoposto alla forza di gravità, alle condizioni di un corpo costantemente costretto a bilanciarsi perché costantemente in condizioni di cadere.

Verificheresti che questo scrivere necessita di un certo esercizio muscolare, e che sarebbe molto più faticoso se in ogni foglio venissero formulate molte frasi. Poche, invece, per favorire la concentrazione; e di solito una soltanto.

Se provassi a scrivere a lungo una stessa frase (cosa che a scuola un tempo curiosamente si chiamava “penso”), saresti portato a rilevare che il suo significato tende a svuotarsi, a perdere la sua ovvietà, diventando diverso, poi problematico, poi più nulla. Cosa avresti scritto?

Rimarresti come sospeso al filo del tuo pensiero: avendo appena vergato di una frase la versione giusta, di senso finalmente compiuto in un trionfale qui ed ora, solo un momento dopo avresti il dubbio che di quella versione sia più precisa un’altra, e muovendoti leggermente potresti constatare di doverla modificare in un’altra ancora. Di continuo. Entreresti in un movimento ricorsivo, in cicli che si susseguono senza mai stabilmente coincidere; e probabilmente ti chiederesti anche da dove viene tutta questa tua pazienza. Per non dire accanimento.

Dunque scriveresti dal basso verso l’alto e nel contempo la frase avanzerebbe come ruotando. Tutti quei tentativi di giungere alla sua formulazione esatta verrebbero registrati uno di seguito all’altro, senza sovrapporre correzioni, in modo che la frase stessa si espanda, si allunghi sempre di più, con un effetto di sprofondamento, di eco, facendosi sempre più strada fino a quella presunta versione conclusiva, estenuata, simile a un ipotetico avversario messo a terra e lasciato lì, insieme a te.

Ma se provassi a guardarla, la tua pagina appena compiuta, potresti anche non avere l’impressione di averla costruita dal basso; al contrario, invece, dall’alto, per caduta, come le guglie di sabbia sulla riva. Per un motivo non ancora chiaro, innalzare somiglierebbe a cadere. E la cosa ti suonerebbe vagamente sinistra

Volume (pennarello su carta)

Giuseppe Pellegrino, nato nel 1960, vive e lavora a Genova. Il suo interesse per la scrittura lo ha portato ad indagarne anche i suoi aspetti visuali e concreti; “materia (s)vista in parola, immanenza che (mi) morde il dito”, annota in una sua opera. E’ stato molto attivo nel campo del libro inteso nella sua dimensione oggettuale e scultorea. Ha cominciato ad esporre nel 1999, grazie all’interesse della Galleria IL Gabbiano – La Spezia. Da allora ha continuato ad esporre sia in mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali. Sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche. Fra queste il Museo della Carale di Ivrea, La Biblioteca Casanatense di Roma, il Museo Civico di Matino (Lecce).

UN SOGNO. Albrecht Durer

Un sogno di Albrecht Dürer



Edmund de Waal ha visitato ripetutamente le collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna per osservare un gran numero di oggetti sia nelle sale aperte al pubblico sia nei depositi del museo. La selezione dell’artista, sotto il titolo di During the night, prende come punto di partenza un acquarello di Albrecht Dürer raffigurante un incubo. Quasi cinquecento anni fa, nel 1525, Dürer fu svegliato da un sogno. Durante la notte tra mercoledì e giovedì dopo Pentecoste, aveva avuto nel sonno la visione riprodotta nel suo acquarello.
Così Edmund de Waal descrive questa vibrante raffigurazione: “La massa d’acqua fa tremare la terra. Il vento, il suono e la lentezza del diluvio – l’inevitabilità di questa apocalisse è terrificante. Seguo Dürer, la sua linea di pensiero. È la sua solitudine che mi parla. Egli non può controllare ciò che sta accadendo, ma solo registrare ciò che si ricorda, quello che vede, quello che sente. Questa esattezza non è auto-protezione. È un modo di affrontare ciò che sta accadendo quando il mondo è instabile. Durante la notte siamo soli e vulnerabili, le certezze scompaiono. Dürer dipinge e scrive per vedere cosa accadrà, per cogliere i confini del suo controllo”.

QUANDO L’ALTRO MANCA. SIA QUESTO LA SUA OMBRA BUGIARDA. Angelo Lumelli

Trascrizione di un’autointervista per Marco Ercolani (giugno 2021).

Mi scusi se comincio io. Non so quale fosse la Sua domanda ed è un sacrificio, per me, mi creda, rinunciare a qualcosa che poteva anche sembrare un regalo.

Lei voleva farmi un regalo, vero? Magari Lei stava per chiedermi come la poesia cambia la vita? Ci sono bassezze peggiori, devo dire.

Lei, in ogni caso, dovrebbe farmi la cortesia di non chiedermi risposte che prevedano l’applicazione del verbo essere, per esempio cos’è la poesia, così che io sia indotto a rispondere: la poesia è.

Lei ha presente il dogma dell’eucaristia? Lei ha presente cosa fa il verbo essere quando è applicato tra due termini che nemmeno se lo sognavano? – quando questi termini vengono indotti a una identità che li lascia interdetti – non solo attoniti come vorrebbe il significato popolare, sbalorditi, esterrefatti, rintronati – ma giuridicamente impediti ad essere se stessi, con divieto esplicito, dovendo essere ben altro, per dogma?

Perché – penso che Lei mi dirà, tra poco – tiro in ballo l’eucaristia dovendo, per stare in tema, parlare di poesia? Adesso ci arrivo, con un po’ di pazienza, eccomi. Tiro in ballo l’eucaristia perché la poesia tenta di assomigliarle – per alcune pretese, alcuni colpi di mano, primo fra tutti quel suo tentare vari tipi di estasi, o di eclissi – come sottraendosi al linguaggio, al suo impero, alla sua diplomazia o indolenza, al suo rimediare – quello che l’aveva portata in spalla – come una bambina timida, quello che l’ha trasferita sull’altra riva, come San Cristoforo.

Il linguaggio che diventa essere? L’essere che diventa gioia o soddisfazione, tema in classe, oltre che dovere, compito e così via? – eh diamine! Sulla follia del verbo essere si sono cimentati in molti.

Alla fine, i più ragionevoli, costretti a fare i salti mortali, hanno attribuito, per esempio, a est il valore di significat, come il buon Huldreich Zwingli nel XV secolo, ma anche Sant’Ambrogio, con saggezza, tanti secoli prima, per cui: hoc est corpus meum avrebbe il valore di hoc significat corpus meum – vale a dire: non scalmanatevi, miei fedeli, non fatemi dire una cosa per un’altra – non fatemi fare di queste figure! – per piacere.

Hölderlin l’ha detto chiaro più di chiunque altro – ha detto che “Io sono io” (Ich bin Ich) non è una dichiarazione di identità, bensì una disgiunzione (Trennung, Urtheilung): l’io del soggetto non è più quello del complemento oggetto – quindi occhio! – sono gli stessi, ma non più!

Lei saprà cosa fa Hölderlin nel brevissimo saggio, una paginetta, un gioiello, intitolato Urtheil und Seyn|Giudizio ed essere? Fa innanzitutto una sceneggiatura. Chi tra i due entrerà in scienza per primo? Non sarà Seyn|essere, al quale è riservato il colpo di scena finale, bensì Urtheil|giudizio, che ha il compito di essere linguaggio, parlante, sfoggiando la sua coccarda giacobina, aprendo la ferita.

Il fatto che Hölderlin metta la separazione prima dell’unificazione o della conciliazione o del desiderio di ciò, la dice lunga su come egli intendesse la vita, grandiosamente sempre di là da venire, e tuttavia dolcissima, obbligando senza requie a vivere, senza interruzione o riposo, senza dimenticanza. Che la poesia fosse una proroga oltre il giudizio? – un Seyn che, da specchio a specchio, si lancia davanti a noi, nostra aspirazione, invece di doverci sempre voltare, riconoscere la perdita, l’impoverimento – era quella la poesia adatta ai tempi di adesso, un tempo ulteriore, fuori tempo, riacciuffato a sua volta, ridotto nuovamente a dibattito, a dimostrazione e a giustificazione, come un’ombra che ha assunto vita propria, lontana dal corpo che la reggeva, per quanto lunga, nel tramonto?

Mentre Seyn non concede distrazioni o proroghe, Urtheil può ripassare più volte sul posto, può stare con noi, come una fuga di ombre. Non mi venga a dire che sono in ritardo di due secoli! – che mi sono attardato nella poesia del dolore, dell’entusiasmo – eh l’idealismo, briccone!

Era il lontano 1795, ma è appena ieri, oggi. Se la poesia ha fatto progressi? – se la grammatica ha ancora spiragli sorprendenti, qualche colpo di gioia, di scena? È ancora vero e legittimo che basta esagerare per mettersi in pari? Se così fosse, ciò significa che i viventi stanno mettendo ancora in pegno la loro vita, dopo millenni, da capo e come al solito.

Per dirla tra di noi, per farla corta, Seyn equivalga ai viventi, dal primo all’ultimo – per cui c’è poco da gongolare, ben poco da fregarsi le mani – mica tanto da frohlocken, pietisticamente – a fronte della dittatura dell’esistere, della sua inclemenza.

Urtheil, colui che divide, è la nostra rivendicazione, il nostro risarcimento? La poesia è l’Urtheil che si svuota fino a ritornare Seyn? – rinunciando alla coscienza eretta, chiuse le palpebre, arrischiando? Bah, non saprei, può essere, anzi – sia questa la posta in gioco!

La piena affermazione non è soltanto un’utopia – è una stupidaggine. L’ombra, tenga presente, non è un accessorio dei corpi illuminati, bensì una pulce nell’orecchio, un preavviso, un monito insomma.

Lei mi dirà che sto divagando a bella posta, che mi sto aggrovigliando in concetti senza scampo, frutto di quello shock, remoto, per cui uno cosa fa, cosa gli rimane?

L’ho già scritto da qualche parte, ma io ho visto un cavallo, una volta, davanti a un macello, in un corridoio di transenne, in fila, aspettando il turno – ho visto che ingigantiva, in purezza, che diventava sempre più cavallo, nella più grande tensione, con fremiti leggeri sottopelle, composti, defecando, urinando, come esprimendosi – ho pensato alla poesia, alla rappresentazione dei vivi, un fermo immagine, un sonetto, con il corpo che imita la figura – suprema umiliazione, fasulla, un dolore specifico, letterale.

In ogni caso vorrei sostenere la proprietà disgiuntiva della poesia, illustrando fermamente ciò che essa separa, quindi consapevole che si tratta di esequie, di commemorazione accanita. Allora il linguaggio deve essere cerimoniale, ma ridotto all’osso, o la cerimonia è soltanto noiosa.

Intendo, forse, che la poesia è l’attesa del linguaggio? Quando il linguaggio arriva, potremmo dire che l’attesa è rovinata? – che un sopruso è stato consumato? – che il fedele è diventato un praticante? All’erta, all’erta!

Cosa fa il fedele che riceve l’eucaristia? Oltre ad allungare, pudicamente, la lingua – egli, ella, loro, i fedeli – evitano di pensare, se ne guardano, ma chiudono, generalmente, gli occhi, si abbuiano la mente, in modo da predisporsi, a quel colpo d’essere, al suo assalto, dolcissimo, che lascia uno svenimento interiore, come fosse questa la prova del nove – sofistica o cosa vogliamo pretendere?

Dunque la poesia è mormorare, a bocca chiusa?

Mi accadde, talvolta, di pensare a mia madre, una contadina, che ascolta le mie poesie. Nel più grande imbarazzo, le dico una parola per volta, distanziate, come se fossero le ostie della comunione, mascherando l’insieme. Evito le metafore del genitivo, scelgo solo parole primarie, pulite.

Se Lei può intenderla come una dichiarazione di poetica? – La prego! Come se la poesia fosse la femmina del pensiero – proprio femmina, carnale! Sapesse quanto si impara dal trucco delle vere signore! – quante mosse tremende, magnifiche.

Comunque: chi manda avanti il linguaggio come uno scudo è uno stronzo! Peggio ancora se lo scudo è istoriato, con i fatti dipinti – non ancora cancellati con il perdono. Il vero arcangelo copre sempre il proprio apparire – con le proprie ali.

Se si tratta di togliere lo scudo? Non si tratta di fare gli spacconi in battaglia: in poesia ci sono soltanto scudi finti, figuriamoci.

Tutto lo sforzo per dire niente. Per mantenere il linguaggio in posizione. Affinché, dietro le sue spalle, si possa vivere, quindi parlare. Lo dica pure: affinché ci possiamo distrarre. Dopo l’anestesia, almeno speriamo, se tutto va bene.