Per “DALLE SEGRETE, CANTO”. Cristiana Panella

*dalle segrete, canto, Piccola Biblioteca Anterem, Verona, 2023.

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(“e queste note stonate di un sole rotondo, chiamano incanto”: le parole di Cristiana Panella condensano l’universo di “Dalle segrete, canto”, il volume edito nel 2023 dalla Piccola Biblioteca Anterem e dedicato a Dino Campana. Non so come descrivere questo libro incandescente e urticante se non invitando il lettore a penetrare con la lettura la sua materia linguistica: la prosa, dall’apparenza diaristica, è bisturi che rimanda alle pagine del Malte Lauris Bridge rilkiano, ma soprattutto è lama che squarcia il taccuino mostrando frasi spazzate via dal dolore di una “disperata erranza”. Non errare ma stare, nei confini del libro è il compito di chi percorre queste parole, perché “stare è un atto di resistenza, ri-stare, ri-stare, restare in piedi a testa nuda, la mia nuda vita li riporta al terrore senza nome, non i cadaveri disossati che pigiano con le scarpe per i loro esercizi da retori”.) M.E.

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un passero si ciberà dei brandelli volati dalla pampa incendiata sulle teste di coloro che non vedono la fiamma, non sanno che sulle loro crape nidificano le ceneri delle mimose selvatiche, nelle mie scarpe lo sciacquettìo delle carni aperte, portano nei salotti il puzzo scostumato dell’uomo solo, specchio rotto di cui ognuno è frammento che mai si riunirà al suo suo volto, senza costume puzzo nudo, mendicante delle porte chiuse. la mia giacca inopportuna butta addosso ai cani in frac le rughe del tempo svenduto a disconoscere. dopo che avranno fritto la mia testa la esporranno nella formalina.

A memento perpetuo dei

CRIMINALI DEL PENSIERO

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Invidia

lasciarli credere che sbavassi per le loro scarpe nuove

sono l’uomo senza terra hanno preso la mia gamba di legno e mi hanno incollato un piede vestito. non vogliono credere che il viandante con le scarpe nuove non ci vede, che la direzione è dirupo, a un passante stanco della vita ho regalato le mie scarpe. Qui le ciabatte sono obbligatorie. per quello non si sente più il profumo delle rose. le loro scarpe nuove mi fanno orrore segretamente.

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Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne a Roma si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un DEA (Diplôme d’Études Approfondies) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in co-tutela europea (Paris 1 Panthéon-Sorbonne, University College London, Universiteit Leiden) in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di antiche terrecotte e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. Attualmente è orientata, in una prospettiva multidisciplinare, sulle implicazioni etiche della corporalità. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, Canada e Stati Uniti. Parallelamente ha collaborato come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note critiche e traduzioni di poesia inedita francofona figurano in diverse riviste italiane on-line. Nel 2019 pubblica per proprio conto il non-romanzo in cielo e in terra. Nel 2020 ha ricevuto la Menzione Speciale per una silloge al al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca. Nel 2022 vince il Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano per la sezione « prosa inedita». Nel 2023 pubblica, per Piccola Biblioteca Anterem, Dalle segrete, canto, dedicato a Dino Campana.

Fotografia di Cristiana Panella

CENTO LETTERE SULLA POESIA. Marco Ercolani, Angelo Lumelli, 3.

(2023)

Non è strano: la poesia è senza parole. Le poche che trova, la catturano interamente, senza lasciarle nemmeno una sillaba per farsi sentire. Angelo Lumelli

Restare appena dicibile praticando una scrittura interminabile. Marco Ercolani

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Terzo capitolo. Lettere 17-22

Diciassettesime lettera. ERCOLANI

La ferita del linguaggio. Ma non sentire il lamento dei feriti, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati di neve e ogni musicista suonasse il suo strumento con bella ostinazione, nonostante il silenzio. Ricordo un poeta russo, si chiamava Muni: lo evoca Chodasevic in Necropoli. Muni invidiava il fumo perché sentiva di essere solo “l’ombra del fumo”. Nessuno ricorda un suo verso, dicono che morì suicida. I suicidi hanno molti diritti: il primo è evitare che il mondo, per loro, continui in forme inaccettabili. Si guarda il buio dentro una stanza, con ansia. L’ansia è rendere la stanza il luogo reale in cui compiere una fine che ci si ostina a rimandare, per ottime ragioni. Una volta morti, si resterebbe orfani del pensiero di morire. Orfani? A raccontarci, di noi? E in che modo? Oscuro o chiaro? È facile scrivere oscuro ed essere illeggibile, più difficile scrivere semplice e restare illeggibile.

Ricordo un artista che si chiamava Felicien Marboeuf, un raffinato intellettuale amico di Proust. Marcel gli aveva fatto leggere alcune pagine di All’ombra delle fanciulle in fiore e lui aveva commentato, con lettere struggenti, quanto fosse un delicato segno di bellezza coltivare per le giovani adolescenti un amore segreto. La passione per corpi diafani e innocenti non deve realizzarsi in rapporti carnali. Qualcuno riferisce che Felicien Marboeuf, diversi mesi dopo, fu condannato a dieci anni di prigione per aver molestato due bambine, di otto e nove anni. Proust, chiuso nella sua stanza a scrivere, non seppe mai nulla né di lui né dell’atto imperdonabile che aveva tradito quelle lettere ricche di grazia. L’innocenza è necessaria, più di quanto crediamo.Come quando si torna allaprima pagina e la voce inizia a narrare. All’inizio. Ma di quale inizio? Io, a causa della mia professione, ho sempre poggiato l’orecchio a terra per sentire i suoni imminenti delle voci altrui. Non volevo udire soltanto la mia: restare prigionieri di se stessi inaridisce. Mi è necessario dissodare altri campi, le cui coltivazioni sono simili alle mie ma non uguali. Lo sai? Il libro che rileggo di più, a tratti, è l’Opera filosoficadi Novalis. Tra quel libro e lo Zibaldone di Leopardi scelgo senza un attimo di esitazione Novalis, e qui lo cito per te: «La forma casuale, ovvero singolare, del nostro Io, resta soltanto per la forma singola – la morte fa cessare soltanto l’egoismo. La forma singola resta soltanto per l’intero, nella misura in cui era divenuta universale. Noi parliamo dell’Io – come di uno, e sono però due, assolutamente diversi – ma assolutamente correlati. La casualità deve scomparire, il bene deve rimanere. Il casuale era casuale, l’essenziale resta essenziale. Ciò che ami ti resta».

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Diciottesima lettera. LUMELLI

Grazie mille, caro Marco. Ah come l’hai detta giusta! – “scrivere semplice e restare illeggibile”. Così si fa nel covo della poesia. Non perché la poesia sia difficile, ma perché conduce un’esistenza illegale – e allora diventa come la casa di Merleau-Ponty (In senso e non senso) – non guardata da un punto di vista, ma da nessuno in particolare, quindi una casa troppo desiderosa di tutta se stessa, a rotta di collo, da tutto l’orizzonte.

Ciò non è diverso da chi ha un punto di vista fisso, testardo, quello e nessun altro. Quel punto di vista è condannato all’esilio, proprio perché ha osato esserci, da vivo. Lo stesso vale per il passato. Il passato, in quel suo momento, fu vicino al proprio futuro, del quale serba la traccia.

“Cosa fatta” a volta si compiace di avere sventato tutto il resto, a volte ha motivo di struggente nostalgia. Tutto ciò è normale in poesia – come chi, ammutolito, rappresenta ciò che sia parlare. Stranamente, in modo oscuro, sento che tutto ciò è incamminarsi verso Novalis, che tu citi per me.

Alla fine i poeti sono innocenti, anche giocando ai dadi. C’è un’affermazione, nella tua lettera, che cade dove la mia pelle è più sottile. Lì urto sempre – con qualsiasi cosa. “L’innocenza è necessaria, più di quanto crediamo. Come quando si torna allaprima pagina e la voce inizia a narrare. All’inizio. Ma di quale inizio?”

Io ho una mezza pagina che ha cambiato posto mille volte, ora volendo essere romanzo, ora un saggio sul romanzo, altre volte una richiesta di perdono, altre volte ancora una pubblicità immobiliare. Contro ogni ragionevole principio, te la mando – sperando che tu mi possa aiutare, costringere…

Amo pensare a un romanzo nel quale, arrivato davanti a una vecchia casa con l’intonaco consumato dagli anni, il personaggio dirà: “Difficilissimo fare un intonaco nuovo scrostato”. Questo personaggio intende dire che soltanto l’accaduto esiste e che questo non è ammissibile? L’umidità l’ha fatto sollevare l’intonaco, qua e là ci sono tracce di verderame – prima ancora c’era una vite, un pergolato di uva fragola? Il romanziere non ci mette niente a fare un muro scrostato, nel caso ombreggiato da un possente glicine, prova ulteriore che il tempo c’è stato davvero, lunghissimo, tale da consentire al tronco di attorcigliarsi in grandi volute, strette come corde. Questa riparazione è bastevole? Ha preso due piccioni con una fava? Il problema è che questo romanziere ci crede davvero, alla lunga – ha bisogno di crederci, come il lettore – allora, incoraggiato da quella concordia, dagli stessi intenti, comincia a narrare, velocemente, e l’altro a leggere, incontrandosi su quelle pagine. Guai se il grave problema, come l’orco nascosto nelle fiabe, non viene evitato: in quel caso il linguaggio si mangia i più bei racconti in un boccone, avanzando verso il lettore, interdetto – come chi si è portato in casa uno sconosciuto, che improvvisamente non dice più una parola, lo guarda, fisso, con gli occhi azzurrini, tipici, che sembrano vuoti, trasparenti, al punto che l’imbarazzo è insostenibile – allora, con buone maniere, questo lettore – è di lui che si tratta – lo accompagna alla porta, avendo, come unico compenso, una strana storia da narrare!

Il primo passo diventa tale perché è avvenuto il secondo, quindi con cosa cominci, legittimamente? Io, quando si tratta di incominciare, comincerei sempre da dopo. Alla fine per fare un romanzo bisogna scrivere la prima frase, sempre indegna, alla quale devono seguire migliaia di frasi, al fine di renderla legittima, o ancora meglio, dimenticata, sepolta dagli eventi, tanto è grave la sua pretesa, tanto è grave l’avere iniziato. Sventare l’inizio! – ecco che ci risiamo, sommergerlo con il seguito immane.”

Marco, io non ho la pretesa di fare il tuo mestiere, ma a me sembra un bel caso.

Angelo.

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Diciannovesima lettera. ERCOLANI

In un mio antico sogno ricordo che ero un oratore greco; balbettavo, preda di una bizzarra afasia; ma poi, di colpo, sollevavo il braccio e intonavo il discorso con la voce che mi usciva fluente dalle labbra. In quello stesso momento, a pochi metri da me, rannicchiato sull’orlo di un precipizio, un vecchissimo saggio sussurrava che non è più necessario: “L’uomo ha smesso di esistere e quanto rimane di lui sono questi sassi. dipinti dalla sua mano come bocche spalancate. Non ti affannare più”. Interruppi il mio discorso, lasciai la città: che cosa ci facevo ancora in quel tempio? Avrei fatto l’oratore, come mi auguravo da sempre, e le mie parole avrebbero percorso il mondo, ma come dimenticare le parole del vecchio? Non potevo. Ma da allora seppi che ogni discorso era illegale, perché veniva da un’afasia, e pronunciarlo era sempre un inizio che non avrebbe avuto fine.

Incominciare da dopo, dici tu. Nascondere la prima frase fra le altre. Mi è capitato di farlo, in certi racconti, come a dare spazio ai piccoli enigmi del narrare, necessari per creare nel lettore la sospensione dell’incredulità. Ho sempre desiderato che la parole viva, anche se destinata al nulla, fosse pulsante, anche se pronunciata nel deserto, un pezzo nel mio “discorso contro la morte”. Tutti i progetti umani vanno in polvere, ma la polvere è “pulvo inamorado“. Ci siamo noi, viventi, dietro ogni cosa. Un intonaco nuovo scrostato possiamo inventarlo: ogni cosa è inventabile, niente è imbarazzante. L’imbarazzo inizia quando vogliamo essere semplici trattando il mistero della poesia. Ma, come diceva Maurizio, “la parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa. No, non aveva letto quell’aforisma in un libro, leggeva in modo disordinato, aveva lavorato per trentacinque anni all’Italsider, ma da vero matto voleva inventarsi un suo giardino, ripido, inaccessibile, soltanto suo, nel quale avrebbe vissuto scomodamente, in modo selvaggio, ma con la libertà di essere se stesso.

Ah, sì, viaggiare nelle teste altrui! Il mio viaggio non è mai casuale. Il mio nomadismo ha tende fisse. Sono vicino soltanto a persone che tengono la porta socchiusa, se non spalancata, che cercano il mondo non per abitarlo da conquistatori ma per viverlo da straccioni, per ospitarlo in sé e mettersi a soqquadro. “Arrivano i barbari”, e sorridiamo con gioia. Cosa avremmo fatto senza di loro? Noi non siamo Ulisse se non quando il navigatore si smarrisce nel viaggio. Però lo ammiriamo per come ha voluto affrontare le Sirene: pensare di udire le loro voci letali, salite dalle rocce, restando a bordo della nave, stretto dalle corde, urlando ai compagni che non lo sciogliessero, evitare di inabissarsi verso chissà cosa, morendo incantato (in spagnolo si dice encantado di un uomo pietrificato, desencantado di un uomo libero). Pensare di udire ma non udire. Solo dopo quell’episodio Ulisse, le orecchie offerte al canto possibile, sarà, per se stesso ma non per i suoi compagni, chi non ha udito. Uno che, per convenzione, chiamiamo poeta. Ma anche il matto ha il potere, come i poeti, di udire (fantasticare?) da solo…

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Ventesima lettera. LUMELLI

Ordunque, mi viene da dire, caro Marco, donc – ergo quindi perciò…con queste particelle ah Cartesio! vorrei cominciare un poema, onde sfatare tutte le fate che trasformano ogni essere in ciò che vorrebbe – ma noi non vogliamo rinunciare alla nostra scarsità, quella che ci consente di essere ospitali, di accogliere il forestiero che conosciamo dall’andatura, da lontano – il passo di colui che cammina, non di colui che soltanto arriva, perché la meta d’arrivo trasforma la partenza, l’afferra da lontano, suggerisce la misura del passo, anzitempo l’interpreta…le fa dire più di quello che sa…

Anni fa, tu mi hai mandato un poema, un poemetto, dal titolo Non tornare è la grazia. Tratta del ritorno – di Ulisse, per non essere da meno – di un eroe che ha capito come il senso non sia mai un arrivo, ma un transito, per cui quando il transito è finito è finito anche il senso nascente. Allora ti scrissi una lettera – sono passati un po’ d’anni – la quale, con minima esegesi del tuo testo, pur non avendo niente contro Penelope, stava decisamente dalla parte di Ulisse: Itaca, mentre s’avvicinava, copriva con la presenza la lunga fuga dalla morte, il dribbling con il destino, la nascita perenne: era la fine del poema. Per ragioni che mi rimangono oscure – la cosa non mi allarma – avevo citato, in quella lettera, una parola in dialetto delle mie parti: feitò – nella suggestiva pronuncia dei vecchi, gli unici autorevoli ed autorizzati. Spiegavo che feitò era ben più che fatato (come, ad orecchio, sembra significare) – significava, piuttosto, conciato, trattato con arte e destrezza, in modo da non sentire dolore, una funzione anestetica, riferita per esempio ai calli sulle mani dei contadini, usi a maneggiare zappe, vanghe, roncole…

In pratica: la meraviglia di non sentire dolore, lo strano silenzio tra grida immaginarie… E qui siamo ad un punto cruciale del tuo poema. In breve, sulla base delle parole che riporterò tra poco, avevo inteso che le Sirene non avrebbero cantato, che invano Ulisse stava aspettando, legato all’albero della nave, come da tradizione… I suoi compagni invece, in quel silenzio, con le orecchio tappate, si figurano quel canto terribile, l’urlo di loro stessi, fino ad impazzire.

Mentre la nave oscilla e il sonno si avvicina resto sveglio. Le sirene potrebbero, invisibili, cantare…

Se dormissi anch’io, sentirei.

Dovrò essere sentinella | del canto futuro, | sentinella | del presente silenzio.

Le sirene non cantano ma i miei uomini | sì e folli | per sempre | le strida degli idoli neri emersi dall’acqua | udranno | ignorando che quelle | e solo quelle rispecchiano le loro voci, | sono le loro voci vibrate contro | l’assalto temuto.

Le corde mi legano all’albero, | libero di udire dondolo, folle fingo di udire, | ma le sirene sprofondano | e loro, senza sapere, trasformati, scorticati,| non continueranno il viaggio, | impazziranno in mezzo alle grida…

Caro Marco, questo episodio, novecentesco, mi aveva molto colpito, mi sembrava, tra l’altro, un trattato di poetica, adatto ai nuovi dolori umani, ai fantasmi del dolore contro i quali soltanto uomini feitò |incalliti potevano essere all’altezza. Rimanere svegli per poter sognare, senza diventare grido di sirena.

I trucchi sono tanti per vivere, sopravvivere. Il tuo poema, tuttavia, pone anche altre questioni, in quanto, rifiutando il ritorno, rifiuta il poema stesso, il quale tende alla fine – è attraverso questa tensione che il poema passa da vicenda a vicenda, in un disordine ordinatissimo, mai diventando ostaggio di un evento, ponendosi come il poema dell’attraversata. Sono vittime delle sirene coloro che non possono udirle: è allora che esse cantano.

Angelo, desencantado?

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Ventunesima lettera. ERCOLANI

Angelo,

“lo strano silenzio, tra grida immaginarie”. Qui tu descrivi con esattezza la follia. Nel 1994 scrivevo un racconto su Artaud, ti cito le pagine finali:

«Conosco i colpi del linguaggio che cozza dentro di me e che gli impresari della letteratura vorrebbero disporre in croste di saggi, in gusci di romanzi che si conservino, schegge che non puzzano, non appestano, non sputano, non feriscono, non mandano a puttane la cosmografia del cielo e l’ordine degli equinozi, come le nuvole di El Greco e le visioni di Lautréamont: croste e gusci che mi chiudano nell’ineluttabile servitù della parola, nella sciocca ripetizione del suo rito, quando lei è solo insurrezione dal nulla che vomita i suoi intestini contro ogni legge, oggi e per sempre, fiume in piena che non potrà più essere arginato perché non ci saranno romanzucci e paginette a frenarlo, e tutto sarà bagnato di utopia fino al collo, e il vortice gorgoglierà, indocile, fino a prorompere in un’orda di lemuri e di vampiri, gli stessi che mi assediano goccia dopo goccia, notte dopo notte. Mi è diventato impossibile vivere avendo sul ventre questi incubi che passano il loro tempo ad arrotolarsi nei miei organi, fino a togliermi, per intrusione magica, il possesso del mio stesso corpo. Siete tutti colpevoli, miei piccoli, miserabili Barrault: tutti proteggete l’assenza di quel blocco scuro che afferra la gola e permette alle parole di uscire dalla bocca non evirate, non immiserite dal fuoco che le ustiona, non ridotte a stato di demenza – ricordi, angelo ribelle, sconvolto Baudelaire, la tua afasia? Ma io mi difenderò, io il cuore lo salverò dal nodo della congiura di chi mi impone di fare arte che sia solo arte, assassina della mia vita vivente. Forse lo salverò apparendo a tutti voi stupido e vuoto, facendo il trickster davanti a un microfono e imitando le tue sublimi pagliacciate, se mi sarà concesso non irritarmi più di quanto io possa spaventosamente irritarmi!»

Perché te le cito? Il mio racconto ha quasi trent’anni, ma non è invecchiato. Di parole non evirate abbiamo sempre bisogno, di un cuore che pulsi libero. Il tuo ha sempre pulsato così nel “folle volo” di un Ulisse inclassificabile e traditore, sempre lanciato verso la mèta ulteriore. Inconsapevole, anticipava il mito di colui che camminò nella neve e nel sole, Robert Walser, cercando di sparire? Anche noi siamo sulle orme di Robert? O su quali altre orme? Ti lascio con le parole di un amico: «Marco Ercolani è un poeta? Ed è un poeta significativo? Si può dire senz’altro di sì. Ma a patto di condizionare questo sì a un’idea molto ampia del mandato poetico, estendendola anche a chi, come Ercolani, appunto, è un ossessionato osservatore d’ombre per il quale non è necessario esprimersi in versi. Tenterò, pur brevemente, di spiegarmi. Dal mio punto di vista, Ercolani è più poeta dei poeti – tranne ovviamente i Sublimi – pur non avendo quasi niente a che fare, lui, scrittore di prose così radicalmente eccentriche e sui generis, con il mestiere-genere di poeta».

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Ventiduesima lettera. LUMELLI

Caro Marco, tu che hai curato il linguaggio, che l’hai visto stravolto dai dolori, penso tu abbia tentato ogni modo per tranquillizzarlo, per non farlo spaventare – anche con pastiglie, sedarlo – quando la parola è un gesto, urgente, senza differirsi attraverso la rappresentazione – allora, quando essa diventa rossa di collera, verde di bile, nera (Caligaverunt oculi mei, quando perfino la liturgia s’impietosisce e diventa terapia) – ecco, ancora una volta mi rivolgo ad Hölderlin, alla sua traduzione dell’Antigone che tanti hanno deriso: Cosa c’è? Perché pronunci di rosso una parola? – (calcaìnais’ èpos/rossoporpora parola).

Il tuo saggio amico, che non conosco, parla del “mandato poetico” che tu estendi oltre il rito del verso, direi fino alla guarigione dalla poesia, allo sguardo dalla riva – quello che può sapere perché può ricordare. C’è una spregevole voluttà, una voglia di sangue, nel circo – come chi invidiasse il dolore, la morte che non lo degna di uno sguardo. a mente deve sanguinare di salvezza: ecco cosa significa l’estensione del mandato.

Videte, omnes populi, | si est dolor similis | sicut dolor meus. Fa parte della liturgia delle tenebre, nella settimana santa – l’autore è Tomàs Luis de Victoria (XVI secolo).

La poesia ricostruisce il proprio rito ogni volta – quindi a che servono le antologie? Mi ha sempre affascinato l’idea di un arco trionfale in mezzo alla campagna. L’ho immaginato da bambino, nei campi di grano, di mais. Passarci sotto aveva qualche oscuro significato, un po’ felice e un po’ no – non garantisco d’averlo capito, tanto più adesso. Immaginavo che le donne anziane, un po’ streghe, dicessero: guai a passarci sotto, guai all’imbrunire!

Rimango dell’idea che le sirene cantano per chi ha paura di sentirle. Altrimenti stanno zitte, ma noi rimaniamo da soli. Ecco i guai della salvezza. La porta stretta del linguaggio è piantata in mezzo alla pianura delle parole? Passa nove volte fuori dall’arco trionfale, la decima passa sotto – è questa l’arte del verso? la sua cura?

Ti ricordi la magica parola: feitò? Un uomo incallito vorrei essere. Immagino anche te, che esci nelle tempeste del linguaggio degli altri. Insieme ad Artaud. Oggi, dopo tutto, vorrei scrivere una poesia in lode delle cose che non posso essere, una grande pietra erratica, l’apparizione dell’albero. Mi accontenterei di essere un loro detrito, la parte friabile che si commuove.

Con tutto il cuore. Angelo

LE PAROLE INDUGIANO E RIGIRANO. Giancarlo Baroni

I testi sono tratti da: Giancarlo Baroni, Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura, prefazione di Elio Grasso, Puntoacapo, 2022;A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022, nota di Mauro Ferrari, ibidem, 2023.

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«…la lingua per sua natura gioca col proprio mondo e col mondo esterno, e di questo Baroni si accorge riuscendo a intrecciare le diverse idee di diversi autori di diversi tempi».

(dalla prefazione di Elio Grasso a Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura)

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«Cammino gesticolando e gorgogliando appena, senza parole quasi: ora rallento il passo per non turbare il gorgoglio, ora grugnisco più in fretta al ritmo dei miei versi. Così si pialla e prende forma il ritmo, fondamento di ogni opera poetica, ch’esso percorre tutto come un rimbombo. A poco a poco dal rimbombo si comincia a estrarre le parole. Alcune parole fanno semplicemente uno scarto e svaniscono per sempre, altre invece indugiano, girano e rigirano decine di volte, fino a che con si sente che la parola ha trovato il suo posto (…) Quando l’essenziale è ormai pronto, si ha di colpo la sensazione che il ritmo sia spezzato; manca una sillaba, un suono. Si rifanno allora tutte le parole, e il lavoro vi precipita in una condizione di delirio esasperato. Quasi vi applicassero, per la centesima volta, su un dente una corona che non vuole reggere! Alla fine, dopo cento riprove, tutto va a posto! La somiglianza è per me aggravata dal fatto che, quando infine la corona va a posto, i miei occhi stillano lacrime (..) di dolore e di conforto», scrive nel 1926, in Come far versi, Vladimir Majakovskij. Siamo un poco stupiti, da lui ci saremmo aspettati furori ideologici anziché stilistici, un’attenzione acuta al ritmo della via piuttosto che a quello del verso. Ma, a prescindere dai nostri pregiudizi e aspettative, egli descrive esemplarmente, con precisione e intensità, la concentrazione e lo sforzo occorrenti per scrivere, e ritrae l’attività del poeta come tanto difficile, gravosa e totalizzante da possedere risvolti maniacali e dolorosi. «Una rima che stai per afferrare per la coda, ma di cui ancora non disponi», confida ulteriormente Majakovskij, «ti avvelena l’esistenza: si parla senza sapere quel che si dice, si mangia senza sapere quel che si magia e non si dorme perché la riima sembra volteggiare dinanzi agli occhi».

(da “La faticosa necessità della scrittura, in Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura)

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Mi sono chiesto anch’io quale sia il sentimento prevalente che mi spinga a scrivere. “Una incerta beatitudine”, mi sono risposto, insicura, travagliata, inquieta, ma pur sempre beatitudine.

(da A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022)

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Giancarlo Baroni è nato a Parma nel 1953. Ha scritto in versi: I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli (Moby Dick, 2009), Le anime di Marco Polo (Book, 2015), I nomi delle cose (Puntoacapo, 2020). Nel 2022 ha pubblicato Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla lettteratura, con prefazione di Elio Grasso (ibidem, 2022) e A occhi aperti. Sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022), con nota di Mauro Ferrari (ibidem, 2023).

Giancarlo Baroni

PER “AL DI QUA DI NOI”. Paolo Pistoletti

I testi sono tratti da: Paolo Pistoletti, Al di qua di noi, Arcipelago itaca. 2023.

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La scrittura di Pistoletti è un basso continuo di percezioni struggenti dove l’invenzione linguistica nasconde una voce di perenne congedo. Non sembra che il mondo qui appaia, piuttosto che scompaia non appena viene nominato. “E se tu non sei tu ma un altro io / allora faccio / le storie come i bambini”. Qui, “nella nostra casa piena di spazi vuoti”, il poeta abita sereno. Manca alla vita vivendo, e quasi non dice il suo rimpianto. “Più per i discorsi rimandati a dopo / i fatti dietro alle cabine / dietro a tutto / quel celeste / che anche noi saremmo / dovuti ritornare”. Pistoletti tesse la poesia come una trasparente rete di parole, dove si annida e sparisce: “un versante / neve all’estremo / dei corpi”. La luce di Ghirri sottende e incanta il discorso poetico di Pistoletti. Come scrive Fabio Franzin: «Noi che siamo, fragili ma unici, dentro la spirale spezzettata delle parole. Noi che siamo al di qua di chi ci ha lasciati, al di qua di chi non abbiamo mai abbandonato».

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Chi da per sempre

torna chi parte

sono

Io che poi la strada

prende il mio posto.

Tu che poi io

via alberata

sostituisci me.

Che mi fu affidato

da nessuna pietà celeste.

Che chi ho qui ha di nuovo

male alle foglie, alle case

alle mura.

Che da fuori del temporale

ho già l’aria

di chi non c’è.

Dall’incessante giungo.

A lui ritorno.

Fine pena mai.

Si carica un altro mondo

da qualche altra parte

che non so. Così un altro io

che sarà stato

si sottrae dal mio nome.

Mi manchi all’appello mia dispersione

tra gli innumerevoli.

È l’ora

di non esserti più.

È l’ombra di andarsene.

Del mio tempo

verso dentro

una terra liquida

prima di nascere. Postumi dal cielo

amniotico

tra le acque rotte

mi ritrovo ogni volta

nato come dopo una sbronza

di dèi. Ancora un io vuoto

a perdere

un corpo

da ogni mio corpo come un estratto

da ognuno di me.

Mi succedo

dal mio sé.

Dal non ricordo oramai

di quante vite..

Luigi Ghirri

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Paolo Pistoletti pubblica in poesia Legni (Ladolfi editore, 2014) e il libro d’arte Borgo San Giovanni (Fiori di torchio, Seregn de la memoria, 2018). Suoi contributi sulla poesia e sulla parola sono stati pubblicati da Fara editore e dalle edizioni CFR. È stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine La pupilla di Baudelaire, della casa editrice Le loup de steppes.

PERLE, TEMPO E DESTINO. Silvia Comoglio

Una lettura di L’infilaperle e le altre, di Elisabetta Negroni, L’autore libri, Piccola Biblioteca, Firenze, 2000.

Marc Chagall

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Era una vecchia canuta, come se ne ammirano con tenerezza in certe foto color seppia” è l’incipit morbido e fiabesco, cristallino e ancorato nel tempo, di L’infilaperle, uno dei racconti di Elisabetta Negroni. Docente e terapista di persone affette da disabilità, Elisabetta Negroni, in questo racconto incluso nel libro L’infilaperle e le altre, così come anche nei racconti delle raccolte Racconti di Donne e di Fate e La bimba antica, crea con la sua acutissima sensibilità e capacità introspettiva personaggi e situazioni che, per quel loro alone di mistero ed enigma, potrebbero sembrare in urto con la nostra esperienza del reale. Ma, appunto, è soltanto un potrebbero sembrare, ed è così perché la loro realtà affonda nella nostra identità, nel nostro essere persone, e personalità, indefinite e in itinere, fragili e misteriose, sembianze, e anche specchi, di tempi che si intrecciano e si fanno destino, o appello, a cui si deve rispondere.

Appena un tratto di penna e Viola Priscilla e Lupo di L’infilaperle o la vecchia di Gira… Gira… In tondo si fanno presenza, e non potrebbe essere diversamente quando la capacità di introspezione è così acuta e profonda da farsi tangibile, tridimensionale. Meglio ancora, corporea. Ed un corpo che si plasma e nutre di introspezione e profondità non può non essere, proprio per questa sua singolare fisicità, anche puro tempo e destino. Un tempo e un destino che, però, misurandosi con questi parametri, possono essere indagati e offerti solo guardando e attingendo da quella che è la nostra dimensione più intima e segreta, ma anche magica e misteriosa al punto da sconfinare nel mondo dell’occulto.

Ancora un filo; e perle irregolari come sassolini turchesi si infilzarono veloci, quasi obbligate dalla volontà della vecchia che a suo capriccio sceglieva e scioglieva colori e contrasti. Formava e disfaceva intrecci”. Fili e perle. E l’infilaperle con il suo fare e disfare intrecci. Fili dal respiro sottile e metafisico che accolgono altri respiri, le perle, vale a dire quei respiri che al ritmo delle umane passioni si fanno pieni e luccicanti di amore inquietudine dolore… E nella danza dei fili e delle perle, e del linguaggio preciso e scolpito di Elisabetta Negroni, il destino e il tempo si scoprono nella loro incessante mutevolezza. Fattezze e circostanze si incontrano e scontrano e ciò che sembrava definito continuamente si ridisegna tra le mani dell’infilaperle. Ma chi è l’infilaperle e quale il suo ruolo? Una delle tre Parche, o una combinazione di tutte e tre? O è Tempo e Destino, l’uno incarnato nell’altro così da congiungere tutti i possibili fili e le possibili perle? O ancora, è uno specchio e in quello specchio ci riflettiamo fino a cadere e diventare noi l’infilaperle? Una relazione/metamorfosi, questa, che rende del tutto inedito e sorprendente il Tempo/Destino. Inedito e sorprendente perché scopriamo di essere noi quell’unitarietà di Tempo e Destino, e in questa unitarietà si diventa capaci di assorbire passato e futuro, di sentire e vivere il Tempo/Destino come circolarità e totalità, quella stessa che incontriamo nel racconto Gira… Gira… In tondo. Una vecchia anche qui che ad un certo punto racconta una storia e all’interno della storia un’altra storia e poi ancora una storia in questa storia… La vecchia non solo sente e vive il Tempo/Destino ma è essa stessa Tempo/Destino e noi lo diventiamo con lei. E il dirci che è, che siamo, Tempo/Destino attraverso una due tre… storie è un espediente per facilitarcene la comprensione. Non è del resto la storia, la fiaba, a raggiungerci nella nostra infanzia come prima forma di linguaggio e tempo/destino? Come linguaggio che per primo si assimila introietta e sedimenta e per questo, perché innestato nelle pieghe più intime del nostro sentire, il più immediato e comprensibile? La fiaba, ossia, direbbe Walter Benjamin, lo spirito più profondo con la mano più leggera.

Ecco, questo, lo spirito più profondo con la mano più leggera, è la cifra che contraddistingue Elisabetta Negroni e i suoi racconti. E forte di questa cifra Elisabetta Negroni entra esplora e scandaglia ogni dimensione e tutto – amori e rancori, baci schioccanti e statue che vivono “un tempo infinito e fulmineo”, donne lupo e formule magiche, streghe e madri che all’occorrenza si spalmano unguenti e volano dalla finestra – tutto è essenza vita e voce che vibra all’unisono e l’intero Tempo/Destino, noi, si ritrova tangibilmente presente in tutte le possibili combinazioni di fili perle e grovigli, di regole e assenza di regole, di ombre misteri e passioni. Semplicemente, il Tempo/Destino in cui tutto nasce e si dice. O ancora, più semplicemente, l’universo di Elisabetta Negroni.

Marc Chagall

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Elisabetta Negroni è nata a Roma e vive attualmente a Padova. È docente, formatrice e terapista di persone disabili, ha fondato e diretto centri di riabilitazione equestre. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui Racconti di donne e di fate (L’autore Libri Firenze – Premio Garcia Lorca 1998), L’infilaperle e le altre (L’autore Libri Firenze –Premio Città della Spezia 1999 e Primo Premio per la narrativa edita Foemina d’oro 2000), La bimba antica (Ibiskos Editrice, Risolo).

Elisabetta Negroni

PER “COMBINATORIA”. Claudio Salvi

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[La voce di Claudio Salvi, nelle sue pagine di diario in Combinatoria (Zacinto edizioni, Manufatto poetico 17), si offre al lettore come un nastro magnetico dove si ripetono, fino a uno stato di ipnosi, frasi semplici e brevi, che iniziano sempre con la lettera minuscola. Qualcosa accade, ma senza che si percepisca un senso. Il linguaggio poetico è una rete di foto esatte e sfuggenti, di azioni delle quali non dobbiamo capire né direzione né significato, perché non ci sono. Un io scivola sul foglio, al limite della de-menza, cioè dell’assenza di una mente. Qui non c’è una ragione ordinante ma un registro di frasi fitte e veloci, che ripudiano la naturale attesa di qualcosa che accada. Non accade nulla. Se immaginassimo una musica per le sequenze di Salvi non dovremmo pensare né a Cage né a Webern ma a un’alea indifferenziata, senza autore, o alle linee geometriche sospese di Sol LeWitt. Salvi inventa un monologo che ci costringe a ripensare il Beckett poeta di qualcosa lì: «ma dove / lì fuori / dove lì fuori / di fuori / fuori che cosa / la testa che cos’altro / qualcosa lì da qualche parte fuori / la testa //…così talvolta / lì fuori / da qualche parte lì fuori / proprio come se / come se / qualcosa / non la vita / necessariamente». Lettore di diari settecenteschi e amante della musica antica, Salvi sceglie, da poeta, l’enumerazione seriale di frasi che testimonino il tragicomico sottofondo di un’esistenza poetica che, non cercandolo, cerca il suo segno]. (M.E.)

Sol LeWitte

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30 agosto

è sabato.

è coperto.

siamo soli, arriva una macchina.

scendi, ce ne andiamo.

siamo soli, dormo di sopra.

arriva uno in macchina, scendo.

ce ne andiamo.

siamo soli, giro in casa.

arriva uno in auto.

ce ne andiamo.

andiamo.

arriva un cane, mi giro.

è un capo, andiamo in fondo.

ce ne andiamo.

arriva uno in macchina. mi giro.

è un campo.

ce ne andiamo.

arriva un cane. mi giro.

È un campo.

mi giro. è un campo.

ce ne andiamo.

viene uno con un cane.

siamo in cortile. mi giro.

arriva uno.

ce ne andiamo.

siamo in stanza. Mi giro.

arriva uno.

è in cortile. andiamo via.

dormi in stanza. arriva uno.

mi giro.

Dormo. arriva uno in macchina.

mi giro.

siamo in stanza.

accendo in stanza. dormo.

siamo in casa.

arriva uno. mi giro.

siamo in casa. dormo.

accendo in stanza.

arriva uno in macchina. mi giro.

arriva uno in macchina. mi giro.

siamo a letto. dormo.

accendo. ce ne andiamo.

vado in macchina.

accendo – ce ne andiamo?

vado in macchina.

viene uno con un cane.

siamo in strada.

viene uno in macchina.

siamo in un locale.

ce ne andiamo. viene uno in auto.

andiamo in camera. io dormo.

andiamo in un posto.

ce ne andiamo.

siamo in camera. io dormo.

sera.

andiamo in una via.

due siedono.

io sono a una colonna. è buio.

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Claudo Salvi (Milano, 1976). Pubblicazioni: Album (Arcipelago itaca, 2016), sequenze (Anterem edizioni, 2022). Altre pubblicazioni in: nazione indiana, gamm.org, vibrisse.wordpress.com, leparoleelecose.it, argonline.it, il cucchiaionell’orecchio.it, niedergasse.it, Le nature indivisibili, La foce e la sorgente.

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Claudio Salvi

MONTAGNA, SCRITTURA. Donatella Bisutti

*I testi sono tratti da: Donatella Bisutti, Sciamano. Inediti 2015-2020. Testi 1985-1999, Delta 3, collana di poesia Aeclanum, 2021.

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Come ha scritto infatti il filosofo rumeno Lucien Blaga nella sua Trilogia della Conocenza, il Mistero non deve essere svelato, ma ne deve essere solo affermata l’esistenza. La sua esistenza ci è necessaria. L’unica conoscenza degna di questo nome è infatti la conoscenza che egli chiama exstatica, in opposizione alla conoscenza razionale cui da’ il nome di instatica.

“Da “Una nota di poetica””

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Il vento

Senza forma, la prende dal cambiamento di forma che impone agli oggetti. Cerca nel visibile qualcosa che lo contenga, ma non è mai a sua misura. Un fiato, che si precipita attraverso i vuoto per colmarlo di nulla. Ma quando si leva ondeggiando verso il cielo, noi non vediamo che la sua veste di polvere in cui il nostro sguardo si confonde,

Come una lama che allarghi una fessura, disserra la chiusa custodia degli oggetti La loro voce è questo resistergli: piegarsi fuga o schianto. Gli alberi si sospingono, rami contro rami. Le schiere dell’erba sbandano, gli steli si contraddicono.

Così l’anima si contrae quando soffia dal nulla.

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Montagna, scrittura

La montagna è movimento pietrificato, cioè ritmo che non ha fine né inizio. Una catena di montagna è una scrittura perfettamente reversibile i cui spazi sono silenzio. L’immobilità della montagna è suggerita dal movimento del cielo, con cui è posta a confronto. Ma il movimento del cielo è solo apparente: nella sua accezione più immediata esso è produzione di nuvole. Le nuvole non sono che il vanificarsi cielo entro se stesso, il sognare che il cielo fa di se stesso rimanendo immobile. Il cielo è una mente che produce immagini e continuamente le vanifica per trovarne di nuove […]

La montagna è scrittura. Come la scrittura è violenza che si cristallizza nell’immobilità. La scrittura sogna il cielo dell’immagine, che continuamente richiama ad altro, che continuamente è se stessa e nello stesso momento altro, limite della vibrazione della parola. Catturando le immagini, come la montagna cattura le nuvole, il movimento immobile della scrittura la sorpassa, le disfa, le riconduce al silenzio.

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Donatella Bisutti è poeta, narratrice, saggista. Ha vinto il Premio Montale per l’inedito, il Premio Lerici Pea, il Premio Camaiore, il Premio Ada Merini.. È tradotta in vare lingue ed è stata ospite di residenze di scrittura all’estero. Suo è il saggio La poesia salva la vita e i suoi libri sulla poesia per i ragazzi, tra cui Le parole magiche. Le sue ultime opere sono Sciamano (Delta 3, 2021) e Erano le ombre degli eroi (Passigli, 2023).

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EPSON MFP image

Donatella Bisutti

CENTO LETTERE SULLA POESIA. Marco Ercolani, Angelo Lumelli, 2.

(2023)

Non è strano: la poesia è senza parole. Le poche che trova, la catturano interamente, senza lasciarle nemmeno una sillaba per farsi sentire. Angelo Lumelli

Restare appena dicibile praticando una scrittura interminabile. Marco Ercolani

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Capitolo 2. Lettere 8-16

Ottava lettera. A.L.

Caro Marco, ora posso non partire, mi dici? – ah non m’inganni, mio delicato, premuroso amico – non partire non significa non fare, ma fare altro, quindi ne approfitto per ribadire quell’idea di “vuoto” che costituisce l’ambiente della poesia, il suo batticuore, l’emozione primordiale.

Mi piace che tu possa non partire, vale a dire che il grande amore per l’occasione venga espiato dal più grande amore per l’attesa, lo stato di verginità prorompente, la nostra derivazione, oltre che dal passato, dal futuro che non ha ancora una lingua, non ancora un diario, nessuna cordicina con i nodi da sentire con le dita.

Il futuro non è ancora detto, ecco la ragione di uno stupore senza fine. Quasi non dire – è questa la poesia? Allora tu sei pronto a perdere l’acconto e a non fare il viaggio? – sbagliato! tu farai un viaggio mancato, un rientro, un ritorno.

L’acconto che hai pagato non ti lascerà libero, il viaggio lo farai comunque – ah non più a Dubrovnik, sognatelo – infatti ti dichiari pronto a ripetere, onde ricavare dalla ripetizione lo stesso stupore che dalla novità – o stupore più grande, incisivo, carnale.

Ripetere! – tentativo grandioso, a imitazione del reale, ostinatissimo.

Non ho mai capito fino in fondo questo finto dilemma: una volta detta, una cosa è da fare? o: una volta detta, una cosa è come fatta? Inutile che ti ricordi Des Esseintes.

Ho visto, ho conosciuto, persone che ingioiellavano la loro miseria più di quanto facesse Des Esseintes inserendo brillanti nel guscio della sua tartaruga. Intendo che la vita splende, straziandosi, là dove è impedita, per cui il misero è colui che, in purezza, innalza il terribile inno nei cieli. Alla fine è questo che ha detto Gesù Cristo, il primo nichilista di buona volontà?

È pur vero: Des Esseintes ha fatto le valigie e non parte – lui dice che la partenza non aggiungerebbe nulla al suo testo interiore, al suo poema – ma sbaglia: aggiungerebbe uno iato, una sospensione della frase, un piccolissimo abisso significativo, il famoso fallimento dell’ultimo minuto.

La frase non se n’accorge? – la frase è capacissima a girare la frittata? È vero, devo riconoscere – essa non sa nulla della durata, il suo congegno dura poche righe, illumina od oscura – poi si dilegua tra le righe, lasciando in panne la notte ospedaliera. Si può dire che la frase accade? che essa prende le sembianze della vita? che come la vita si fa ingenua, perdendo la doppiezza che era la sua soddisfazione, la sua veniale, scolastica impostura?

È verissimo, caro Marco – io l’ho sostenuto e l’ho anche scritto : “la poesia non voleva parlare, voleva soltanto accadere” – erano i tempi di Trattatello incostante, 1980, e mi domando, adesso: perché ho scritto “soltanto”? Soltanto perché? Non c’era sotto l’idea che l’accadere è basic, senza optional senza duplicazioni, senza eco, senza ritorno? Non era, nella sua ingenuità, un’espressione infantile e terroristica, una poetica dello sgomento? Non lasciava intendere che metà della frase era un’usurpazione, una conclusione conveniente, senza esporre, coraggiosamente, l’interruzione che ci rende prudenti invece che fanatici o risaputi?

Chi aveva in mano l’altra metà della frase? Tu mi hai anticipato. Il vivente è colui che interrompe il linguaggio. Per cui: ciò che avanza lo offrono i poeti. Si sentono ancora gli echi di quella rivoluzione.

Stai bene. Angelo

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Nona lettera. M.E.

Hai parlato di batticuore, qualche lettera fa. Io l’ho provato leggendo le Lettere di Rilke a un giovane poeta: «Voi siete così giovane e io vi vorrei pregare per quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo, si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse vi insinuate così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere in un giorno lontano la risposta». Il poeta è persona infelice e concava, capace di ricevere domande: non è poeta felice e convesso, beato nella visione della sua risposta. Dici di essere sempre impacciato, come se dovessi cadere da un sentiero di montagna. Ma ogni autentico poeta è l’impacciato portatore di una visione del mondo che non coincide con nessun’altra prima. La percezione sovverte le percezioni altrui, passate e future, per riaccoglierle dopo. Ogni poesia presuppone lo stupore del lettore e la confusione dell’autore: è sentirsi inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremmo descrivere dentro o fuori di noi, ma non ci riusciamo, come Alberto Giacometti sentiva di non poter scolpire un volto così come lo voleva, e così, mentre non riusciamo a niente, mentre cerchiamo le parole con cui sicuramente falliremo nel dire ciò che vorremmo dire, in questo sentimento di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la poesia, e quando è nata, possiamo lavorarci, correggerla con orgoglio e disincanto, sicuri che non avremmo fatto ciò che intendevamo ma che ci siamo avvicinati, con una certa approssimazione, al nostro stralunato progetto. Una poesia che aggiunge solo versi al mistero del linguaggio non è dignitosa. Il suo nucleo di origine è l’ostacolo da cui misurare la volontà di superarlo con il trampolino delle parole. L’arte aiuta a estrarci dall’inerzia. Ogni poeta deve proporre non versi nuovi, ma un mondo nuovo. Secondo Robert Musil, il poeta non è né il folle né il veggente né il bambino, ma “l’uomo che bada alle eccezioni”. Alla sua domanda: “se il poeta debba essere un figlio del suo tempo o un procreatore dei tempi”, la risposta è ovvia: il poeta crea il suo tempo e, creandolo, vibra in sintonia con chi lo ha preceduto e con chi lo seguirà, non essendo contemporaneo a nessuno, perché la sua opera si colloca tra una realtà definita e una realtà trascesa. La poesia è sempre “fuori di sé” e costruisce le forme di questa “evasione” con scrupolosa esattezza. Non vive la pienezza del canto ma la sua radice, che è l’impossibilità della parola. Stare ai margini dell’afasia, dentro qualcosa di impreciso che ammutolisce il linguaggio comune e consente alla poesia di esistere, è tutto. Essere nell’illimitato fondando limiti che dissolvono limiti. Scrive Novalis «La poesia è il reale veramente assoluto», cioè un reale che comprende la sua stessa inesistenza, perché nella realtà totale tutto può essere reale e irreale. Le parole hanno già parlato prima di arrivare al poeta, sono piene di silenzi e di suoni. Il compito del poeta è riconiarle per il tempo che durerà la sua opera, ma con la certezza che «il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura» come sostiene Mallarmé. Ogni poesia progetta la propria luminosa oscurità e diventa forma cosciente di quel grido che interrompe il silenzio: «progetto di veglia/ con sogno e manovra», scrive Lorenzo Pittaluga. La veglia è il progetto reale che comprende le matrici del sogno e le manovre della forma. E ancora Lorenzo: «Un’ombra si inginocchia sul tavolo/ scavando una luce nell’ordine delle cose». Una luce scavata dall’ombra? Nell’ordine delle cose? Perché deve accendersi quella luce? Ma il poeta non si sbaglia. Quella luce va accesa, a costo di rischiare la vita. Bisogna cercare ciò che è nascosto, i buchi tra le parole, non ci si può accontentare di meno.

Il poeta non vuole riappacificarsi né con il mondo né con le parole: se non fosse così, non sentirebbe neppure l’impulso di scrivere, la necessità di colmare una mancanza con il sogno delle parole. Baudelairianamente, mette “il suo cuore a nudo”. Sta coi nervi scoperti. Va alla ricerca di qualcosa che ancora non sa, intorno a cui non riesce a fare chiarezza, pervaso da una febbre. La poesia si confronta con la necessità della febbre. Senza questa sospensione visionaria l’impulso a fare arte che senso ha? La poesia sperimenta emozioni che ingorgano, nodi che soffocano il respiro, e poi il testo fa trovare il respiro. Ogni poesia è dispersione, desiderio di libertà, energia destinata a disintegrarsi, testimoniata solo dalla scia dei testi. «Tutto è solo un continuo fuggire,/ non terra promessa, non sosta,/ forme, difformità/ sconnesse/ di scorcio» (Gottfried Benn). Quando si addentra verso l’universo delle cose e ne tenta una trascrizione, un’evocazione, l’oggetto corteggiato dalla parola, invece di mostrarsi di più, si mostra di meno, e ogni ulteriore descrizione, anche la più dettagliata, lo avvolge in una nebbia che lo dissolve, perché “La poesia sogna di non essere scritta, ma di accadere”. Le parole che avrebbero dovuto arricchire la percezione la disorientano, sono fiamme che aggiungono chiaroscuri alla cosa evocata, ne accrescono l’ombra, ne sbriciolano i contorni: la rendono inattesa. «Suono era e fluiva/ e il brivido dentro il ciottolo/ era vuoto a strapiombo» (Lorenzo Calogero).

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Decima lettera. A. L.

Caro Marco, non c’è niente da fare: gli aspiranti, i novizi, gli apprendisti devono aspettare – aspettino senza rosicchiare inizi e assaggi di qua e di là. Proprio loro, divorati dall’urgenza, dalla frase che vuole erompere, incantati dal linguaggio come un drappo di aurora che svela un giorno agitato, ah bersaglio di tutti i significati, giovane vita! Mi sono fatto prendere la mano, pardon!

Dunque non oso nemmeno pensare che Rilke si sia tolto di torno Franz Xavier Kappus, il giovane poeta, dicendogli che per essere poeta bisogna, praticamente, astenersi dal linguaggio prima di averlo attraversato – e che soltanto allora, giunti ai suoi confini, all’ultima parola, soltanto allora si potrà cominciare – alla fine.

Rilke non prende sottogamba il giovane Kappus né sembra avere intenti dissuasivi o terroristici – lo prende sul serio, come parlasse a se stesso – anzi è proprio questo che fa – lui, che fu alunno nella stessa Militärakademie di Wiener-Neustadt, da dove Kappus gli scrive.

Dunque c’è qualche intrigo, di memoria, di compassione, di complicità, di insofferenza, di prudente fraternità.

Ora io sono con te, senza riserve, nel condividere la tua citazione della lettera del 16 luglio 1903, da Worpswede. “Non cercate ora risposte…Vivete ora le domande.” – come si fa a dire di no?

“…lassen Sie sich das Leben geschehen| lasciatevi accadere la vita” (lettera del 4 novembre 1904) – non ti sembra straordinario citare la vita come rimedio, eventuale, alla scrittura? – a uno che forse, per essere scrittore, non aveva abbastanza dolore?

Tutto ciò non mi ha impedito di notare, nella prima lettera del 17 febbraio 1903, una serie di consigli o prescrizioni, che, messi in fila, mi hanno confermato nell’idea che la poesia può soltanto essere un corpo a corpo, un azzardo solitario, che non deve cercare consenso, bensì offrirlo – un dono cioè, senza esagerare con la caritas.

Le prescrizioni (con leggerissimi modernariati) sono le seguenti:

Non spedite le poesie in giro. Non chiedete giudizi. Non aspettateli. Rientrate in voi stesso. Non scrivete poesie d’amore. Non fate sonetti. Non preoccupatevi della riuscita. Se vi sentite poeta, allora siatelo. Se rinunciate ad essere poeta, allora fatelo. Nel buio della notte domandatevi: se non scrivessi, morirei?

Ora, mi domando – sono io che m’interrogo – perché? – perché ho allestito un prontuario del genere, con intenti che non mi sono chiari, ma che sicuramente ci sono, sinceri, come una critica dell’economia politica, per non farsi infinocchiare – eh basta!

Ecco invece, chi, a ragion veduta, programmaticamente, sapendo quello che fa, ha suggerito, fomentato, sobillato: Michele Zaffarano con “Istruzioni politico-morali all’indirizzo dei nostri giovani poeti sul reperimento e sull’assimilazione dei concetti nuovi.“ (diaforia, 2021) – con risvolto di Nathalie Quintane.

Ecco alcune istruzioni:

Partecipa alla costruzione del senso. Partecipa a quell’attività che è la costruzione del senso. Anticipa il senso della costruzione del senso che poi troverai costruito. Fai domande sul senso. Per anticipare il senso fai domande sulla costruzione. Devi essere performante con il senso. Quando sei performante con il senso non ti precipiti dentro il senso a testa bassa.

Se mi sono divertito? È forse illecito? Sì, mi sono divertito. Ho desiderato uscire dall’attraversata dell’io, sbucando fuori, anch’io, nella grande kermesse, disastrosa, urrah! Cosa ci farei nel grande esterno? Chi può dire! Ho detto che vorrei andare nel grande esterno? Marco, non guardarmi così! Tu mi hai scritto:

La poesia è sempre “fuori di sé” e costruisce le forme di questa “evasione” con scrupolosa esattezza.

Invece di ribadire, approfitto per lanciare alcuni spot, un po’ di slogan rompicapo – tratti dall’ottava elegia di Rilke – è con lui che sono cominciate le nostre ultime lettere.

Il tema è das Offene | l’Aperto.

1.

Mit allen Augen sieht die Kreatur | das Offene. Nur unsre Augen sind |wie umgekehrt… (Con tutti gli occhi la creatura vede | l’Aperto. Solo i nostri occhi sono | rovesciati …)

2.

Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr | und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick. (Perché quando la morte è vicina non vediamo più la morte | e guardiamo il fuori, forse con ampio sguardo animale.)

3.

Liebende, wäre nicht der andre, der | die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen… |Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan | hinter dem andern… (Gli amanti, se non ci fosse l’altro |a coprire la vista, ci sono vicini e si meravigliano… |Come per sbaglio, si èaperto | oltre l’altro… )

4.

Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein (Questo si chiama destino: essere difronte)

5.

o Glück der Mücke, die noch innen hüpft, | selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles. (Oh! felicità d’un moscerino,che all’interno saltella, | anche quando va a nozze: perché il grembo è il tutto.)

L’ animale, la morte, l’amore, il destino, il grembo…

E la poesia? Dove si colloca la poesia rispetto a das Offene? – il massimo dentro, il massimo fuori, un andirivieni? Questa mattina, per me, la poesia è messa così: essa sta subendo il ricatto e i premi del linguaggio – invano tenta di tornare respiro – allora balla intorno al fuoco dei maghi antichi, mentre balla prega e mentre prega inventa il suo dio che l’ha abbandonata.

Non dirmi che approfitto della tua convalescenza per dirne di tutti i colori.

Delicatamente. Angelo

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Undicesima lettera. M. E.

Caro Angelo,

la poesia come azzardo solitario: c’è qualcosa da aggiungere? Accade, e non ci sono alternative. Occorre far brillare il suo accadere nella scrittura, ma come? Intrattenendo in un dribbling stretto con le parole, inventando un realismo ubriaco, un andirivieni. Si parte sempre dall’aria i versi che soffocano non mi interessano. Quelli che restano, ma quali?, sono lezioni dell’aria in mezzo alle parole, un groviglio buffo. “Non resta altro che impiccarsi e scrivere!” grida Hrabàl. Possiamo non sentire il suo grido? Che è quello di Alfonso Guida nella sua poesia Craco: “Craco, paese all’insù, / d’ oro fuso, polena / su una colonna d’arpa”. Già, un paese capovolto, una lingua capovolta: e noi ci passiamo in mezzo, reinventando il dio che ha abbandonato la poesia. La creatura vede l’Aperto, esce dalla lingua che coltiva per sradicarla e farne “radice volante”. Mi chiedo solo: perché in tanti scrivano come se mettessero calce fra le parole e non aria. Si accorgono che così la poesia non accade più? Al massimo trionfa nei suoi possedimenti. Con te, Angelo, invece, ho la sensazione che le terre siano forate al centro. Con te parlo dal vuoto abitato, fitto di pensieri nomadici. E questa sensazione mi è cara, mi è chiara. Reduce da un ricovero che ha reso visibile e doloroso il mio corpo, ho capito che voglio insegnargli a tacere, almeno per il tempo delle nostre lettere, almeno finché non parlerà solo lui ma io non ci sarò, a sentirlo. Sai cosa mi viene in mente? Che l’idea di vuoto sia simile all’idea di vento. Non mi seduce l’assonanza “vuoto-vento”, ma proprio l’idea che la poesia, muovendo versi e frasi come vele, ci offra una lezione di vento. “Dolce e chiara è la notte e senza vento”: qui Leopardi, descrivendo l’assenza dell’aria nella notte, ci presenta un verso che, nei secoli, ha sciolto pietre e monumenti, ed è rimasto emblema di uno sguardo fluido, che buca il centro del mondo come la “ballatetta” di Guido Cavalcanti. Non sono forse le sue “penne isbigotite” ad assicurarci, nel mondo, il “luogo d’aria” che osiamo dire nostro?

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Dodicesima lettera. A. L.

Caro amico, dunque sei tornato! – accidenti, potremmo dire, nemmeno i mali hanno cambiato la frase, rimasta tal quale, dall’ultima volta – da smantellare, da ridurre da ultima a penultima, così che abbia scampo, svignandosela, lucertolina che le tenta tutte.

Ci sono cose che non si possono dire? – che, se dette, per entusiasmo, per inavvertenza, diventano sistemiche, impedendo il loro stesso assunto, ciò che più ardentemente volevano? Sai cosa ti dico? – alcune cose è meglio che le dica il linguaggio – dica pure, ma noi abbiamo da dire un’altra cosa, ulteriore. Ecco: dobbiamo essere ulteriori, visto che non possiamo essere contemporanei all’accadere.

Qui volevo arrivare: la libertà, ad esempio, intesa come liberazione, come può continuare a liberare se stessa?

No, non pensare che sono peggio del solito – ho semplicemente paura che una parola, arrivata alla fine di un percorso tormentato, diventi l’inizio di una soluzione. Eh no! – chi fa poesia non ha soluzioni! – quell’idea della poesia in quanto accadere non può diventare una poetica positiva, un’affermazione: noi subiamo quell’accadere, siamo sue creature, siamo nelle sue mani, golosi, riluttanti – noi siamo quelli della nascita, appena nati, ancora una volta, sempre. La nostra festa non è la presentazione al tempio, il giorno della befana! – epifania che tutte le feste porta via!

Siccome, io per primo, in questo nostre corrispondere, ho insistito sul concetto di accadere in poesia, mi accorgo – adesso che tu assumi quella frase come buona, sostenendomi – come quell’accadere fosse nel segno della passività, della creatura inerme che per istante è gloriosa, un evento che ti prende alle spalle, una ritorsione forse, una torsione verso lo spazio precluso, il grande pensiero della nostra nuca.

L’accadere è l’altare del sacrificio, offrire il corpo in cambio della grazia.

Per riassumere: mi onora che tu appartenga a quelli che accadono, ma, per scaramanzia, nel corso di questo rito non incruento, facciamo finta di niente, cerchiamo di lasciarci accadere, mentre il linguaggio pensava che noi volessimo soltanto continuare.

E adesso, caro amico, sono con te senza riserve. I titoli. incantevoli, della tua lettera potrebbero essere “ le lezioni dell’aria”, “il vuoto del vento”, “le terre forate”.

Alla fine la poesia è un atto positivo? – mi sembra di percepirlo, teneramente, dalla chiusa della tua lettera, quel “luogo d’aria” che osiamo dire nostro. Si può dire – sia nostro.

E il corpo? Lo sapevamo che il suo bello era l’incoscienza, con appena il barlume dello star bene, della sua gentile vanità. Adesso, invece, il nostro corpo parla. In questo consiste la malattia.

Come abbiamo desiderato che smettesse – ah non sentirlo più! Invece parla, smentendo la sua virtù di sostituirci, di essere al posto nostro, di farci ancora quell’enorme favore!

Tratteremo ancora questo tema.

Angelo

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Tredicesima lettera. M. E.

Non c’è mai l’inizio di una soluzione. Le soluzioni sono schermi, risposte: a me non piacciono, è come giocare a dama: le mosse facili e veloci non fanno per me. La libertà? Può liberare se stessa? Dannata domanda. Io credo sempre all’imminenza del liberarsi o all’essere appena liberati: lì c’è uno stato di ebbrezza, poi si torna alla palude, si fatica, si annaspa. Ti dirò la verità: non sono uno scrittore in versi, la poesia mi interessa come domanda dell’ulteriore. Scrivere versi mi appare a volte un gioco futile, che rischia di evaporare in se stesso. Amo i versi di Calogero e non le poesie lapidarie e conclusive di Montale o di Caproni, perché sembrano già pronti a non venir più ricordati. Effimeri, extra-ordinari, non hanno l’autorità del monumento e l’icasticità del frammento: sono flashes impressionisti, accorati richiami, melopee che si incrociano e si sovrappongono. Nessuna poesia dovrebbe mai delinearsi con chiarezza, come nessun giorno avere l’ambizione di essere ricordato più di un altro. La vita prosegue nel suo flusso e il poeta è lì, appena vivo, a farsi scuotere dalle parole dettate: «Erano le tenebre slogate. Un punto / fermo erano fuori». Calogero nasce e muore a ogni singola poesia (il poeta voleva intitolare la sua intera opera poetica Città fantastica) e il suo canzoniere potrebbe essere composto da dieci versi, cento poesie, mille sillogi. Non è esauribile e resta impossibile: ripete se stesso all’infinito, la sua luce si affanna a moltiplicarsi in un numero inverosimile di riflessi per potersi vedere. Calogero non impone un repertorio di testi: la sua austera vocazione – il contrario di qualsiasi lussuosa ambizione – è farsi piovere addosso suoni diversi, sviluppati in un flusso di parole, e poi disporli in modo allucinato e incantato, esatto ma astratto, sensuale e disperso. Sopraffatto da una sorta di ipnosi, l’artista dimentica la poesia che sta scrivendo nel momento esatto in cui la scrive: «Un suono bisbigliato era di quiete / e, sbagliata la tua gioia, / rapida fuggì chiusa dentro un’ala / e sola». Restare appena dicibile praticando una scrittura incessante, interminata, ulteriore, è lo scopo segreto di ogni poesia, e del nostro stesso dialogo. Ti confesserò: rileggo raramente i poeti che amo, mi basta sapere che esistono. Non li voglio consumare con eccessive letture ma lasciarli sospesi nelle forme dell’aria, tesori impercettibili che troverò sempre.

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Quattordicesima lettera. A. L.

Carissimo Marco, ci sono pensieri che covano sotto la cenere, hai presente? – basta soffiarci sopra e loro si animano, poi scocca una fiamma, corta, che non è una risposta. Le cose hanno questo modo di essere lampanti. Sanno spegnersi. I concetti invece tendono a durare, ad insinuarsi negli istanti, addirittura ad uscire dall’altra parte, beffardamente, come fossero un traguardo – accidenti a loro!

Volevo tornare – brevemente, lo giuro – su quell’idea di accadere che mi ha turbato. Come si genera un cattivo pensiero? – ah come lo sapevamo, da bambini, con l’imbarazzo di andarsi a confessare! Il puro accadere è dunque un cattivo pensiero? – ne ha tutte le caratteristiche: è estraneo e ci entra nel cuore, con ciò rendendoci estranei a noi stessi – ma c’è di peggio: noi dobbiamo farci trovare, perché l’accadere è una grazia. Tutti i graziati, in qualche modo, si sono fatti trovare – con ciò dichiarando che hanno condotto una vita da spioni – gli altri sono soltanto innocenti.

Ci domandiamo pertanto: prima dell’accadere siamo esseri puri o siamo esseri in peccato? – il peccato non fu definito come mancanza? quindi guai a stare in attesa, dove il tentatore ha buon gioco – o cosa intendevano quei falsari?

D’altra parte: guai a chi dell’accadere si compiace interamente!

Nel frattempo, ieri, ho letto nel tuo blog le seguenti righe di Nanni Cagnone, in merito alla poesia: “…ch’è insuperata scomodità della logica, e congenitamente ostile.” (da: Come colui che teme e chiama). Nello stesso scritto, ch’è intitolato Chiarimento, Nanni afferma che la poesia “è ricever cosa estranea entro gli atti dello scrivere, invece di metter in versi pensieri precedenti…”

Con ciò lo scrivere poesia sembra cominciare da zero, là c’è il buco che il corpo ha lasciato nella lingua, là devi cominciare.

Quell’inizio è un vuoto – figurarsi se il maligno non ne approfitterà.

Se ciò che siamo è in sospeso, altrettanto è ciò che non siamo, per cui con cosa rompere il silenzio? Con un errore qualunque. Il resto del poema è una correzione.

Tu mi domanderai perché così esclusivamente io ami Hölderlin e Trakl, praticamente gli unici poeti ai quali penso, indegnamente, come grandi fratelli maggiori? Essi correggono con mille versi il primo verso di ogni poesia – si mettono dalla parte dell’errore, come la parte debole e senza pace che persegue la verità, mai arrivando alla sua pronuncia, come l’indiano a cavallo che segue l’uomo bianco dalla cima della collina, in uno strano film, senza avvicinarsi, senza perderlo di vista. Può succedere, a poeti di quel tipo, di ridurre il loro vocabolario, significativamente, perché le loro poesie sono grandi veglie funebri, nelle quali basta la voce a tenere compagnia.

Una straziante immagine della poesia è la foto di Lorenzo Calogero in piazza Duomo a Milano, con il cappotto, il cappello, la borsa da impiegato povero, un giorno d’inverno, ostaggio delle parole, le quali salvano soltanto chi prima si fa distruggere.

Un caro saluto. Angelo

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Quindicesima lettera. M. E.

Caro Angelo,

le parole salvano solo chi prima si fa distruggere: l’esatta realtà. Ciò che so da sempre. Camminando nelle teste altrui per quasi quarant’anni, non ho visto grandi avventure nella parola se non quella di Lorenzo. E allora qui lo cito (se lo merita sempre): «Il tuo smarrimento – il tuo esserci / nella visione con i trucchi delle falene / che attorniano il tempo scordandolo / nei luoghi della calamita e dei perduti bisbigli». Ma perché mi torna così spesso alla mente la sua voce, squillante e stridula, da ragazzo che non sarebbe invecchiato? So che era matto, non so se fosse un grande poeta. So che, giorno dopo giorno, notte dopo notte, scriveva, proprio come se esistesse solo la scrittura che accade e ti prende la mano e ti detta ciò che tu hai il dovere di dire. Questo a me basta. Poi posso guardare le singole prove, sentire se qualcosa funziona oppure no, ma cosa importa? Il suo gesto è dato una volta per sempre, ed è racchiuso in lui. In me, che fui testimone di lui pagina per pagina. Ecco il mio piccolo autoritratto: essere sentinella di un bizzarro ragazzo che mordicchia la penna e scrive incessantemente su un foglio protocollo. Perché avrebbe dovuto fermarsi? Aveva già scelto la morte, quindi il suo limite se lo era già imposto. Il resto della vita doveva bruciarlo da poeta. Niente ha più senso di questo: né amicizia né sesso né vita, solo la poesia. Le grand jeu. Rallentando l’attimo finale e comune della dispersione, attraverso le molteplici finzioni e le estenuanti navigazioni, la scrittura diventa oggetto esatto e tangibile, attimo fulmineo in cui accade il libro sognato; ma, appena un attimo dopo, il testo non è più boa, àncora, approdo, ma ancora una volta onda di un gorgo. Come un pianista che suoni nel buio con le dita, semicurvo sulla tastiera, il poeta non si addormenta ma continua a muovere braccia, dita, spalle, con spossante fatica, tenendo fermo il filo della melodia, cercando di essere reale all’interno della surrealtà ininterrotta che è l’esperienza del suo vivere umano e poetico. Per ogni scrittore è indispensabile raggiungere il proprio naufragio, e trattenerlo. Ogni poeta fa naufragio, ma in modo diverso: per lui è indispensabile trovare le coordinate del proprio, definirne latitudine e longitudine, in modo da avvicinarsi con prudenza e audacia, da osservatore-testimone, al maellströmamato e temuto senza rimanerne totalmente travolto. L’arte non è pulsione magmatica, immediatezza espressiva. Louis-Ferdinand Céline, con il suo argot scritto, simulava una falsa “spontaneità” del linguaggio: ma quel “parlato” è una sofisticata architettura sintattica che vuole darci l’illusione del parlato. L’artista è ‘fingitore’ di illusioni persuasive come teoremi. Ogni scrittura poetica è un trattato di ingegneria dove parole e ritmi, pur derivando da stati di confusione o di estasi, sono calibrati fino allo spasimo della consapevolezza. C’è, sempre, la meraviglia per quanto non è dicibile, l’esperienza dell’impensato, la stregoneria del non-detto, non come acrobazia decorativa ma come le tracce di un sogno. La poesia, Angelo, è porosa, lacunosa, esitante, e attraverso cortocircuiti di parole impacciate e ferite raggiunge la sua intima natura – il silenzio come resistenza al linguaggio, il silenzio come imminenza di parola.

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Sedicesima lettera. A. L.

Marco, io non voglio fare il poeta. Io lo devo fare – se non lo faccio, morirei? – come già scritto da Rilke al giovane poeta?

Io ho un amore fraterno per Lorenzo Calogero. Ma io non posso chiudere la frase, tanto meno con me stesso, perché la seconda parte non mi appartiene. Io voglio tornare nel mio corpo, nell’opacità splendente dell’essere luogo. Voglio conservare quello spazio, foss’anche un recinto, per l’ospitalità – io che mi ospito, che ospito gli altri, te.

Noi siamo il buio della poesia. Dobbiamo assolutamente preservare quel buio, il tempo del sonno, fiduciosi, lasciandoci attivamente dormire. Noi, infine, siamo giocatori. La partita non finisce, ma s’interrompe – le sue regole non ci devono perseguitare.

La poesia appartiene alla ferita del linguaggio, al male con il quale ci ha infettato, per cui tutto è recupero della salute, anticorpo. Ecco, come negli ospedali, il male è trattato ordinatamente, con protocolli che corrispondono ai riti degli sciamani – le infermiere siano maghe, fate, sorelle. Ah il grande sonetto!

Per i poeti infortunati c’è sempre a disposizione l’ospedale della filosofia – lo dice Hölderlin. Poi la morte allarga la sua macchia nera e la nostra insurrezione si placa. A quel punto la poesia mostra il suo vero volto, la salma che era stata turbata dagli istanti.

Un abbraccio vivente. Angelo

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NOTTARIO–TRANSITO. Silvia Patrizio

Lettera a Marco Ercolani intorno a Nottario

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina?». Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello? Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

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Per Nietzsche questo suggello è il peso più grande…

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Ritrovo come sfondo delle tue riflessioni, in Nottario, lo stesso pesare del tempo che ora si declina nella sospensione notturna, nell’istantanea di un tempo immobile dove ‘l’aria sembra celeste’, ma se ‘ne percepisce il buio’; ora si abbandona al ‘flusso inarrestabile’ che ‘leviga’ gli attimi ‘secondo dopo secondo’.

Se è vero che ‘la fine è l’inizio: di questa letale identità la psicosi è maestra’, è anche vero che c’è consolazione nella rassicurante ripetizione dell’identico, nel gesto delicatamente consueto di ‘dormire in treno, svegliarsi alla nuova stazione, scendere, e poi riprendere tutto daccapo, con gli stessi amici, nello stesso luogo, con la stessa mèta’.

La notte, dunque, non ha necessariamente il senso della quotidiana scansione temporale – la cronologia di un momento preciso e inevitabile di ogni giornata – ma ha un valore soprattutto evocativo: si fa metafora di un guado.

La notte è possibilità di raccordo, racchiude in sé il senso del trascorrere e del transitare, segna una soglia labile e insieme l’assottigliarsi dei confini, lo svaporare del limite, anche temporale. Così, occorre leggere nel buio ‘per una più esatta percezione delle cose’, ma è proprio questa puntualità, la pragmatica esattezza di Leonardo, che si sgretola al tocco di un solo respiro, tiene a una sola fragile condizione: ‘a meno che quel respiro non trasformi l’intero paesaggio’.

È la notte, il suo denso trascolorare, a far crollare i confini, a scoprire che ‘non ha senso, la porta. Ha sensi’. Allo stesso modo la parola, che vorrebbe analizzare, isolare, definire, dividere ‘il buio in piccole tenebre’, rispondere all’esigenza di ritrovare ‘gli interminabili appunti che differenziano il silenzio’, ma non riesce, è costantemente costretta a tradirsi: ‘Il bianco non è mai solo bianco’.

Lo stesso confinare il dentro e il fuori, l’intimo e l’esteriore, fallisce, diviene un ‘fare a meno del mondo, per amarne gli echi’, come costruire ‘grotte di parole ‘proprio per ciò che non è dicibile’. Lo stesso privato costruirsi attraverso un ‘diario intimo non è parlare di sé ma del cielo che immaginiamo oltre le pareti della nostra casa’.

Ecco perché ‘non è la porta, il segreto: neppure l’acqua che scivola oltre’. Il segreto è ‘sentire che sarebbe assurdo gridare’. Se ‘il sentiero da trovare è sempre una via sommersa’, il coraggio è quello dei ‘pensieri che nascono dalla pelle’, è la forza che persiste carsica, crepuscolare, di ‘non esitare. Essere già nel nero che corrode il bianco’.

Dunque, ‘non salvarsi ma annotare’, preservare quella ‘lontananza costitutiva’ in cui consiste ‘la più profonda esperienza della poesia’.

‘Certe scritture conservano una traccia nascosta che solo la distanza mette in luce’: la scrittura, come la notte, come ogni ‘rigorosa dilapidazione’ di cui consiste ‘il lavoro poetico’, vive di accenni, indicazioni diagonali, impronte, smottamenti che aprono feritoie da cui si può solo intravedere, ma non inquadrare. ‘Il senso della scrittura’ sta tutto in ‘questo affiorare’.

L’illusione di poter ‘dare architettura al soprassalto’ rivela soltanto più chiaramente l’inafferrabilità del dato: ‘il fulmine, forse. Lo sospettiamo dal lungo taglio nel vetro’.

Dunque il poeta, come un inedito Sherlock Holmes, ‘si accanisce, contro ogni prova di realtà, a inventare orme’ ‘nonostante il delitto’, gioca con ‘le cose’ che ‘sono fulmini, poi tornano cose’, ma soltanto per confermare l’evidenza di una realtà ineluttabilmente sottratta alla presa. La notte ribadisce, nel suo ritmo muto che è una ‘voce a cui non sei ancora preparato’, la più insostenibile verità: ‘ogni parola ha il diritto di de-creare il mondo’.

Eppure, le tracce restano… Le tracce sono la tenacia della realtà che, pur non essendo forte, resiste con la stessa sorprendente flessibilità dei corpi: ‘gli ultimi corpi sono stati portati via, ma la corteccia dei tronchi è sempre crivellata dagli spari’.

La notte, quel ‘nulla non puro ma tramato di maschere’, viene a significare, allora, rifugio e protezione, incarna il luogo dove ‘l’invisibilità è una forma di potere che è necessario custodire, quando gli altri incombono’. Gli altri e le cose, che ‘quando le amiamo, sono ferite aperte’. Non si può che entrare ‘in questo regno a mani nude. Non si tracciano segni. Non si conservano parole. Qui bisogna essere come si è. Umani ma irriconoscibili, svincolati dalla vita con il disincanto necessario’.

La notte è parola e il suo contraltare: ‘il foglio sa tacere le parole che contiene’. Se la voce è il proprio personale ‘demone accanto’, occorre ‘scrivendo, rimanere senza parole’, ‘sospendere ogni autorità nella libera estasi della frase’, ‘percorrere ciò che tace con parole pronte a svanire’.

Come conciliare tutto questo? Come orientarsi nella labilità di questi cedimenti? Esiste una cura? Se è vero che ‘l’arte salva l’artista e lo rende folle. È una linea chiara nel caos’, l’uomo conserva la possibilità di ‘usare la sua ferita come radice di fantasie’? ‘Si potrà imparare a essere positivamente folli?’.

‘Ogni follia è un privato schema di verità a cui non si possono opporre alternative’: nemmeno la ricerca di una ‘forma plastica’, ‘un ordine esatto, una misura, una diagnosi’. ‘Nel momento della patologia o domina un rituale ossessivo che irrigidisce o un’idea delirante che ne frantuma i confini’.

Dunque non rimane che rovesciarsi a terra digrignando i denti e maledicendo il demone?

‘Un tempo volevo, con lo strumento della lingua, sperimentare le macerie del mondo. Poi capii che non aveva senso aggiungere violenza a violenza, che smembrare il tessuto fonetico per definire lo scempio di un corpo non era scandalo ma illustrazione’.

Lo spiraglio, l’anello che non tiene, la sospensione che verifica l’impermanenza nella stabilità dell’accettazione, è scoprire che le lacrime hanno il potere di rendere ‘vero il volto’. E che guarire ‘è trasformare le anonime cicatrici dell’assenza in tracce dolenti di una mancanza’

Ecco che dunque, ‘nell’imminenza della morte’, è possibile ‘riflettere a quale disegno abbiamo tracciato negli anni passati, tra noi e noi stessi, fra noi e gli altri, vivendo’. Scrivere diventa ‘la nostra forma di congedo, niente di più. Un modo per essere sospesi tra morte e vita, in modo che né l’una né l’altra esistano’.

‘Se ci invade la possibilità di essere noi stessi, restiamo comunque prudenti’, spiando il mondo nell’atteggiamento folle di chi resta fermo ‘sull’orlo dell’abisso a contare matite’.

Con affetto,

Silvia

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Silvia Patrizio