I testi sono tratti da: Novalis, Opera filosofica II; Einaudi, Torino 1993.
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La vita di un uomo colto dovrebbe alternare musica e Non musica, proprio come si alternano il sonno e la veglia.
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E’ strano come in un buon racconto ci sia sempre qualcosa di segreto – di inafferrabile. La storia sembra sfiorare in noi occhi non ancora aperti – e poi ci troviamo in un mondo tutto diverso,, quando ritorniamo dal suo territorio.
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La considerazione del mondo comincia nel discanto infinito – assoluto, al centro, e fa la scala discendente. – La considerazione di noi stessi comincia con il basso infinito, assoluto, alla periferia, e fa la scala ascendente. L’unificazione assoluta del basso e del discanto. Questa è la sistole e diastole della vita divina.
I testi sono tratti da: Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo editrice, Pasturana 2023.
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“…Ogni pagina di Luoghi sospesi è un’intenzione, una misura, una rilevante attitudine: l’impervio terreno su cui costruire un nuovo mondo, non su ceneri, ma probabilmente su quanto resta di antichi fantasmi”.
(dalla nota di Elio Grasso)
Luoghi sospesi, di Annamaria Ferramosca, fedele al suo inizio, è un fingere di vivere davvero, dove la finzione diventa l’atto maniacale necessario a trasformare in immagini di resurrezione e di rinascita un mondo straziato e impossibile. Ferramosca vuole che le parole tornino a modellare, anche se attraverso finzioni di parole, dentro e fuori dall’uomo, oltre fumo, cimiteri, guerre, rovine, una vita terrena felice “quel fermoimmagine / sciamano danzante / nella Grotta dei Cervi). (M.E.)
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sciamani menadi coribanti
in danze di possessione cercando il d-io
d-io che accoglie ammonisce punisce
d-io che ama stupra confonde
d-io che gioca appare scompare
mistero che perdura
muto il d-io di pace e di chiarezza
parla soltanto un d-io pan che inebria
del suo tutto d’alberiacquepetreanimali
*
scrivo perché resti dell’umano
almeno un seme
minuscola meteora
graffito vagante nelle galassie
per un domani traccia chissà se traducibile
di homo – il nome deriva da humus
umile materia terrestre – si capirà?
senza un foglietto esplicativo?
senza istruzioni di montaggio?
si saprà di una storia mirabolante
di splendori bassezze santità derive?
*
forse è nel sentire il senso
sentire benevolenza salire dalla terra
sentire come largo l’amore scorre
come plasma corpomenteparola
come emoziona perfino l’acqua e l’aria
come muove la pietra
sentire prossimità in ogni creatura
sentire il suo sfolgorìo il suo declino
sentire tutta la mite materia terrestre
ogni volta rinascere mite
e tu sentirti il nativo
appena uscito dalla foresta
ne conservi il profumo
pallido nell’attesa incredulo
serrati gli occhi a fermare
all’orizzonte
tutto quell’oro che lampeggia
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Annamaria Ferramosca è nata nel 1946 a Tricase (Lecce) e dal 1970 vive a Roma. Ha pubblicato: Il versante vero (Fermenti, 1999), Porte di terra dormo (DialogoLibri, 2001), Porte/Doors (Edizioni del Leone, 2002), Curve di livello (Marsilio 2006), Paso Doble – Dual poems (coautrice Anamaria Crowe Serrano, Empiria, 2006, traduzione di Riccardo Duranti), La Poesia Anima Mundi (monografia a cura di Gianmario Lucini, con la silloge Canti della prossimità, Puntoacapo, 2011), Other Signs, Other Circles-A Selection of Poems 1990-2009 (traduzione e introduzione di Anamaría Crowe Serrano, Series Contemporary Italian Poets in Translation, Chelsea Editions, 2009), Ciclica (La Vita Felice, 2014), Trittici – Il segno e la parola (Dot.comPress, 2016), Andare per salti (Arcipelago Itaca, 2017), Per segni accesi (Ladolfi, 2021).
*In queste quattro lettere si evocano due libri: Il mese dopo l’ultimo, di Marco Ercolani e Anime strane, di Marco Ercolani e Lucetta Frisa.
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Bruno Schulz
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1.
Oh, Bruno!
“Cosa poteva affascinarmi di più se non tentare di riscrivere, seppure in forma frammentaria, proprio il Messia? Ogni libro, per me, è la scommessa di un “libro impossibile”, che non può esistere perché è composto di testi apocrifi ma che tuttavia esiste, e Il mese dopo l’ultimo è la principale scommessa della mia poetica personale: riscrivere un libro perduto, sapendo che non potrà mai essere solo quel libro, perché è il risultato della mia immaginazione, ma sapendo che, alla fine, qualcosa di ciò che sono andato sognando, attraverso questa ri-scrittura resterà presente – scommessa di un libro infinito e interminabile, che sarà sempre di più e sempre di meno del libro finito, classificabile, giudicabile da critici e filologi. Un libro come racconto fantastico, appunto diaristico, lettera personale, frammento. Un libro instabile, progettuale, un non libro che contiene già il germe, se non la forma, del libro futuro. Nel mio romanzo apocrifo io ho voluto non tanto riscrivere il Messia perduto ma trascrivere degli abbozzi, degli appunti, che potessero segnalare un “lavoro in corso” intorno al Messia. Entrare nel suo laboratorio è stata la mia utopia, il desiderio di reinventare la storia anche contro la realtà degli eventi compiuti. Perché, in sintesi, ho scritto questo libro per combattere un sopruso irreparabile perpetrato contro l’opera di Schulz – relativamente cancellata dalla memoria storica – e la vita di Schulz – eliminata totalmente da quell’assurdo colpo di pistola”.
In queste parole sigillo il senso del mio libro, e anche della mia assenza dal mondo degli autori. Io sono colui che sta nell’ombra di un altro, e trascrive ciò che lui potrebbe sognare o pensare. Chissà se riesco, Angelo, a comunicarti con quale commozione quel libro andrò formandosi in me alla fine del secolo scorso… No, non mi interessava trovare il Messia quanto sapere che avrei potuto farlo, diventare rabbino, mago, figlio, fantasma di Drohobycz, e non essere, come Kafka, ascetico notaio della mia angoscia ma estasiato bambino travolto dal calore e dalle stelle di una notte di luglio dove non era mai vissuto. Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata…
Oh, Bruno, potessi incontrarti non appena finisco i miei giorni qui, da uomo ridicolo!
2.
Oh! anch’io ho il mio oh! – Marco, hai mai pensato a un oh! da solo, in posizione di oh! – una posizione senza inclinazioni, mantenuta perfettamente verticale, dopo innumerevoli esercizi, dopo le lusinghe…
Caro Marco, la tua lettera e la mia rilettura, in questi giorni ospedalieri, del tuo Il mese dopo l’ultimo, mi hanno profondamente toccato, non soltanto perché il tuo libro c’è, meravigliosamente esistente, “nero di frasi, pulsante di vita”, ma perché la sua esistenza è, come l’arrivo del Messia, fuori tempo massimo, quando, per poter esistere, ha dovuto assentarsi, darsi per morto, come alcuni piccoli animali, inseguiti…
“Venir meno è la forma necessaria della parola… Un artista non può mancare al suo venir meno. In nome di questa fedeltà, se diventasse consapevole di non essere all’altezza del suo compito, dovrebbe avere la forza di morire”. Tra affermazione e morte, facendosi beffa del sistema binario, Bruno Schulz, in Le botteghe color cannella, avanza un’ipotesi geniale, che tu hai preso al volo: “…quel grande eccentrico che è il tempo crea dal suo seno altri anni, diversi, particolari, degeneri […] Altri paragonano questi giorni ad apocrifi segretamente introdotti fra i capitoli del grande libro dell’anno.”
Nella nota al tuo libro, Giorgio Galli, pur con cautela, lo definisce “romanzo” – tu, nella tua lettera, lo definisci non-romanzo: Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata… Il non-romanzo appartiene a quella fuga dal libro che, mentre mette in salvo l’autore (nel tempo degenere), lo rende fantasma, ombra della vita? – “ …il mio romanzo…per esistere veramente, deve fare a meno di me, deve essere l’esecuzione capitale in cui il condannato a morte sono io, l’autore, e nessun altro.”
Mi verrebbe da dire – da tanti segnali che tu, Marco, lasci in giro tra le pagine – che la tua scrittura abbia una prioritaria funzione riparatrice – nel suo vivere accanto al non accaduto, al non detto – tanto da occultare la sua portata teorica, la sua radicale teoria della prosa e, tout court, del romanzo.
Tu scrivi, negli appunti di Bruno Schulz: “Chi non cerca viene trovato. Il non-senso lo afferra e diventa senso… […] Scrivere è il desiderio di parlare della fiamma che, appena sprigionata, si dissolve. […] Sciogliere l’identità di una cosa perché vibri della possibilità della sua assenza. Trovare la notte della luce. Accettare i lampi come neri più lucenti.“(pag.66)
Avremo tempo per indagare ancora, per farci del male. Ora vorrei chiarire l’inizio stravagante di questa mia lettera Oh! anch’io ho il mio oh!
Tu sai come sono le giornate all’ospedale, quelle senza dolori, giornate apocrife direi, in tuo onore – nel dormiveglia (oh beatitudine, gratis) avevo stampato in fronte quel tuo: Oh, Bruno!
Accanto al tuo Oh – pronto a crollare, per amore, per compassione, per l’allegria e il dolore dell’intelligenza – pronto alla scrittura! – si ergeva un mio oh! latente, che era lì da tempo, senza inclinarsi, isolato, nel più solenne abbandono – chi lo aveva ridotto così? Era il primo verso di una poesia che non potevo scrivere! Quel primo verso, trasformava me in un’esclamazione, neutrale, segnata da una passione oscura, alla quale dovevo offrirmi.
È dal 2020 che nessuna parola regge ai miei attacchi! – sono più di tre anni.
Il tuo oh! è piombato sul mio oh!
Dei tempi lontani della propria vita rimangono alcune immagini viventi, qualche decina nel mio caso, richiamabili in ogni momento, dettagliate fino allo spasimo. Una di queste, tornata nel pomeriggio di lunedì, mi portò nella vecchia cucina, una sera d’inverno, mentre facevo i compiti di seconda elementare, sgomberato il tavolo dai piatti. Non c’era ancora la luce elettrica, arrivata nel 1961 – c’era una lampada a petrolio, con la fiamma sempre agitata, fabbricante di ombre sulle pareti, con un debole lampo, ogni tanto.
Da dove ero seduto, la luce, venendo da destra, proiettava l’ombra della mia mano sul quaderno. Mia mamma si avvicinò, alle mie spalle, guardò e disse: se ti metti dall’altra parte del tavolo l’ombra va via. L’immagine si chiude, il mio film è finito. Perché m’interrogo ancora adesso sull’ombra della mia mano? Mentre rimanevo incantato dall’enigma dell’ombra della mano, sempre nella giornata di lunedì, mi sembrò di seguire, passo passo, attraverso la porta della tua scrittura, Bruno Schulz. Mi sembrò di accompagnarlo per tutte le sue righe scritte e in giro per Drohobycz. Poi arrivammo al momento fatale. Stavo aspettando. Ho aspettato per alcuni interminabili secondi – nessuno mi voleva sparare. Un’incredibile malinconia, una irrimediabile delusione s’impossessò di me.
Sono messo così, in questi giorni. Angelo
3.
«Come un insetto, uscito troppo presto dal suo stato di crisalide! Come un uomo, svegliato troppo presto dal sonno! Ho sempre, dentro gli occhi, come una nebbia, la traccia dei miei sogni… E intanto vorrei parlarti delle radici, solo delle radici degli alberi…. ».
Ancora Bruno… Grazie alla tua lettura il mio libro torna a parlarmi. Mentre la vita mi percorre io mi scrivo. Sono calmo, sul foglio, ma non voglio essere visto. Mi invento ogni giorno un’identità che non è totalmente mia: sono un sarto che rappezza il mondo strappato, un medico che ricuce ferite postume, un narratore che cerca lacune incolmabili. Un caos, Angelo. Però, alla fine, dentro tutti gli incroci, sono, assurdamente, dottore. Curo malati remoti, non più guaribili, che per un attimo, nell’eternità dello scritto, non si sottraggono alla cura. Rispondono, ancora. A me piace molto che rispondano. Solo in quel momento mi accorgo che la morte non esiste e non è mai esistita. «La pietà per i vivi è sempre legata al pensiero che i vivi, senza mostrare segni visibili, stanno preparandosi».
Il dolore dell’intelligenza è anche spiare il futuro.
«Come vorrei finire le mie cose! Sarà magnifico come iniziare?».
4.
Leggo: ”Sono calmo, sul foglio, ma non voglio essere visto.”
È così che ti vedo. Nessuna scomparsa è possibile. Soltanto gli scomparsi per sempre hanno questo diritto – soltanto loro possono fare questo torto ai rimasti, così che per sempre siano incompiuti. O perché avrei tentato, da bambino, innumerevoli volte, il gioco del guardaroba e dell’anta con lo specchio, girata e rigirata, come detto mille volte, nella camera dei genitori?
Lontana e l’infanzia, non estinta.
Ogni giorno una determinazione, ogni giorno una riduzione (escludere, escludere!): fatti si sono messi sul cammino, in piedi, a gambe larghe, come gendarmi. Soltanto in un punto si esiste, nella proprietà del vivente – il catasto dove gongolano i possidenti.
Le Anime strane cosa dicono? – sanno, nella loro notte, nella loro luce ossidrica – sarà questo l’odore del cosmo? – che il loro peccato è la fedeltà, inamovibile, troppo a lungo, quell’idea fissa che li crocifigge? sanno, esse, che l’idea fissa è il frammento di uno specchio rotto, un guardaroba andato in pezzi? Ridotti a frammento, a pulviscolo lanciano le loro accuse stralunate ai mediatori, agli agili viventi, un mondo di cangianti faine?
Questo mio farneticare, caro Marco, dipende dal fatto che ho respirato l’aria di Anime strane (2006), il vostro magnifico libro a quattro mani, tue e di Lucetta Frisa. Non ho mai visto da vicino le mani di Lucetta, ma le immagino, in queste prose che mai si dilungano, fini nel mettere i punti, leggere nello scavalcare silenzi, fermissime nel troncare le tentazioni di discorso, grande arte del gesto.
La perfezione della prosa mi parve, dapprima, un’ingerenza dell’estetico/organico nel marasma dell’aorgico (oh Hegel/Hölderlin, di nuovo!) – un modo di isolare la perfezione della gemma, dichiaratamente, strappandola dal groviglio dei nervi. Poi, quasi ridotto alle lacrime, ho sentito che tutto parlava anche di me, che tutto ciò era mio – nell’unico modo possibile, frammentariamente, una tentazione breve, cambiando presto discorso, come fanno i sani, salvati all’ultimo, come fossero guariti.
Il vostro libro è grande nella sua stessa mistificazione, nell’onestà dell’isolare le frasi, volutamente con poco contesto, puramente dolore – infine nel suo essere oscuro poema, con ciò portando la follia verso le nostre mani timide, incapaci di reggerla se non come veloce, terribile magnificenza.
Tu mi scrivi: “Però alla fine, dentro tutti gli incroci, sono, assurdamente, dottore.” Per questo la tua opera sembra debba essere chiusa dagli altri, non da te. È la tua condanna? – tu che non hai fine? che non puoi, simbolicamente, chiudere il verso, perché esso sta continuando in qualcun altro, nella mente di chiunque, nel linguaggio nascosto, tragico e burlone?
Magnifico! La poesia non come opera obbligata, ma come metodo? Magnifico ancora una volta!
Ah la salute della dispersione, la folle avanguardia, dove non sia necessario guarire!
Lì il dottore diventa fratello – come nell’ultimo brano di questo libro: Carezza –
*I testi sono tratti da: Maria Pia Quintavalla, Estranea (Canzone), prefazione di Andrea Zanzotto, nota di Marisa Bulgheroni, introduzione dell’autrice, puntoacapo edizioni, Pasturana, 2023.
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“….Si tratta infatti di un romanzo in versi, tutto fratture e crampi, ma in cui un ritmo esiste, ossessivamente, come nel simulacro della forma sestina, matrice e nutrice (inquietante)) di tutte le canzoni, delirio in cui appunto non si fanno che ripetere le stesse parole-rime, ma variandole di continuo. Ciò rende possibile lo sviluppo del racconto, anche se per movimenti interrotti, scintille, parvori, il suo generarsi generando visioni, sogni, tempi e spazi gli uni labirintizzati dentro gli altri. Eccoci quindi proiettati all’interno di un “futuropassato”, in contatto diretto con il flusso misterioso e intimo in cui biologico e psichico tentano di ritrovarsi, ancora rimbaldianamente, come vera vita. La scrittura fluisce, anche se ingorga in vortici di anacoluti, metonimie, rebus, allegorie, grazie alla forza di un ritmo che s’impone con la violenza di un essere vitale, come primordiale “musica” che tuttavia include tutti gli scrittori dell’oggi”.
(Da: Andrea Zanzotto, Per una poetica di Maria Pia Quintavalla, “Nuovi Argomenti”, 1994).
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Estranea (canzone) (1994-1997): Maria Quintavalla pubblica il poemetto per Manni editore nel 2000 e ora le edizioni puntoacapo lo ripropongono, con la nota di presentazione di Andrea Zanzotto, uno scritto di Marisa Bulgheroni e una introduzione dell’autrice. In cosa consiste la transe che domina il libro? In una litania sospesa, frantumata, ingorgata in vortici, dove mai il senso si risolve, dove il flusso del romanzo in versi sprofonda in tempi musicali diversi, che si incrociano e si sovrappongono. Mai il discorso si chiude con una frase esatta, sempre trabocca dalla pagina, poi riprende a risuonare, come una “Valse” raveliana di cui sentiamo il tema come fantasma, come estranea canzone. Quintavalla realizza la sua visione in una lingua plurale, frammentaria, emarginata, nebulosa, che affiora dal foglio in frammenti di sequenze incespicate, maldestre, sonnambule, come un coro di sfasati lamenti, di balbettii primordiali. Il libro delinea un “respiro-forma” che fotografa l’affanno di voci escluse e sommerse di cui balena l’eco come un mite delirio, tra lingua viva e sonno della parola. (M.E.)
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Nei pomeriggi stabili di sole
ecco che la pianura senza più
nebbia rischiarata o da visioni
sai portavano a dire: non rifarlo, non tradire
lascia sempre le fole, le stelle
(le novellette), le invenzioni,
frottole serie per lo più.
*
(ma) navigava sicura, di già
attenta a non disturbare
le canzoni. Quali tenzoni
cadenzate, cantasse il mondo
era poca cosa era dove
scannarsi per un piede giovane,
scatenato (o maldestro).
*
…
ecco che la sua testa riposava (e muta)
di fatti e suoni perché nel fondo
sola e accucciata
nella culla delle sue gambe
andare contro e verso
a voce dispiegata, oggi
essa pensava non potere
(non dovere) (più cantare)
*
che cosa il mondo cadenzato fosse,
intatti teneri fotoni errori,
dette e malnutrite di cantare
esangui povere (canzoni);
intanto il gusto del
più forte affanno a dire,
chiedere giurare e giochi, grida
scure, più niente
al mondo denegato, lo spopolatore
intatto.
*
In fondo alfine giunto fosse
un mite mare (dal centro)
e dall’incedere
(mare) la forma al centro sola
zolla che al forte e più terreno dire,
intanto intente giovani
in puntello,
sedute in braccio e forti
strette e avvinghiate, (ripetere)
la storia che lei gustando dentro
al cuore, muta intesa
stringere rifacere (canzoni)
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Maria Pia Quintavalla nasce Parma e vive a Milano. I suoi libri: Cantare semplice (Tam Tam, 1984), Lettere giovani (Campanotto, 1990), Il Cantare (ivi, 1991), Le Moradas, (Empiria 1996), Estranea (canzone) (Manni 2000, introduzione di A. Zanzotto, ripubblicata in Puntoacapo, 2023) Corpus solum (Archivi del ‘900, 2002), Album feriale (Archinto 2005), Selected Poems (Gradiva, N.Y, 2008), China (Effigie 2010), I Compianti (ivi, 2013/2015); Vitae (La Vita felice 2017). Quinta vez (Stama 2009, 2018).
I testi sono tratti da: Bernard Noël, L’allure mentale, éditions hotel continental, Romilllé. 1986 (traduzione di M.E.).
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«Un uomo, abituato al sogno, viene qui a parlare di un altro, che è morto.
Il conversatore si siede.
Ma davvero sappiamo cosa significhi scrivere?»
Così inizia, nella sua versione scritta, la conferenza pronunciata da Mallarmé in omaggio a Villiers de-l’Isle-Adam.
Tre parole colpiscono in questo inizio: morte, sogno, scrittura. Designarle è indicare, fra di esse, il movimento di una necessità, che fonde molto bene tanto la presentazione del vivente quanto la questione del morto. Ma perché, fra i due, occorre che il “conversatore” si annunci “abituato al sogno”?
Di colpo sentiamo che qualcosa non è detto e risuona dietro il detto, oppure che si agita, davanti, qualche riflesso…
Risonanza e riflesso sono questa patria “vibrante” della parola, che permette di emettere la “nozione pura”.
Tradurre Ennio Moltedo in italiano non è difficile: per la scelta della prosa lirica, che elimina il dilemma di come rendere il verso; per la solarità ruvida già molto italiana, anzi ligure, che si respira nell’originale. Ma forse, in modo più rilevante, perché la poesia di Ennio Moltedo mobilita paradigmi universali che bucano, per trascenderlo, lo schermo opaco tra due lingue diverse. Come per Kant, che poco si mosse da Königsberg, anche per Moltedo l’inflessibile, autoimposto provincialismo biografico è funzione della sua universalità, la sua Valparaíso sineddoche dell’esperienza umana su questa terra. Per me la lettura di Ennio evoca non altri poeti, bensì certi pittori di indole metafisica. Il suo occhio è quello psicanalitico e secco di Böcklin e De Chirico, e il suo mare non è affatto naturalistico bensí stilizzato, modernista, chiara metafora dell’unheimlich. La sua onnipresente lìnea azul ricorda, assai più di qualsiasi mare, la materia cosmica di Solaris: è il latte primordiale da cui emerge la creazione. E il compito più urgente di Moltedo è forse proprio quello di svelare le meccaniche segrete dell’io poetante: incombenza etica di somma importanza, questione di vita o di morte.
G.M. Fresno, California
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ÓPTICA
Todo va montado en este par de anteojos, viejo parabrisa polar, ampliador justo y misterioso: allá vienen, anchas alas sobre el mar, escondidos entre dobleces, con cañones —nadie sabe lo cómo lo hacen—, los cincuenta y tres mil hombres de la flota del dragón.
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OTTICA
È tutto montato su questo paio di occhiali, vecchio parabrezza polare, ingranditore giusto e misterioso: ecco che arrivano, larghe ali sopra il mare, nascosti tra le pieghe, con cannoni —nessuno sa come fanno—, i cinquantatremila uomini della flotta del drago.
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MATE
Es difícil; empero, si la diagonal, armada blanca, pudiera desaparecer por un breve momento, y, sin verla, el caballo negro saltara por sobre las cabezas y tambores, desde mi asiento frente al tablero pediría no sólo el abandono de rey, sino también el de la reina de Inglaterra.
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SCACCO MATTO
È difficile; però, se la diagonale, armata bianca, potesse sparire per un breve momento, e, senza vederla, il cavallo nero saltasse al di sopra delle teste e dei tamburi, dal mio posto davanti alla scacchiera chiederei non solo l’abbandono del re, ma anche quello della regina d’Inghilterra.
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LA GÓNDOLA
Y la góndola sale de la ciudad, combada, envuelta en nubes de vapor. La cinta que la rodea describe los próximos paisajes. El volumen rueda ágil a pesar de su peso. Silba la hélice empotrada en su frente. La góndola deja atrás los espejos, se refleja en el arroyo, muerde el borde, grita, pasa el puente y penetra en el campo, en el sector de los molinos, del viento libre, de los aviones.
*
LA GONDOLA
E la gondola esce dalla città, curva, avvolta in nubi di vapore. Il nastro che la circonda descrive i prossimi paesaggi. Il volume ruota agile nonostante il suo peso. Fischia l’elica incassata sul davanti. La gondola lascia indietro gli specchi, si riflette nel ruscello, morde la sponda, grida, passa il ponte e penetra nella campagna, nel settore dei mulini, del vento libero, degli aerei.
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SILENCIOLEDAD
Te amo, silencioledad, como el indio al lago replete de peces. Aguardo hasta que las finas sombras se cubren de círculos y tamaños. El desborde de escamas se desprende sin ruido. Aparece tu cintillo respirando. ¡Qué bellos ojos tienes sin poder cerrarlos! ¡Qué bien dirigido, no sé a dónde, de tanto movimiento sin barcas! Saltas, reposas fuera del agua que te acompaña uniéndose. Recuestas el cuerpo, trémula. Agitas tus leves plumas y no se te puede escuchar.
*
SILENZIOLITUDINE
Ti amo silenziolitudine, come l’indiano il lago colmo di pesci. Attendo finché le ombre sottili si coprono di cerchi e volumi. Il tracimare di squame si svolge senza rumore. Appare il tuo nastrino respirando. Che begli occhi hai, e non puoi chiuderli! Così ben diretto, non so dove, tanto movimento senza barche! Salti, riposi fuori dall’acqua che ti accompagna unendosi. Reclini il corpo, tremante. Agiti le tue piume leggere e non ti si può sentire.
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EL VOLANTÍN
Se meció en el cielo mucho antes. Enfrentó al viento con sus colores. El sol lo hacía más transparente. Lo perseguía la cola. El hilo, hoy innecesario, transmitía señales a las manos; traducía la presión de los bloques invisibles. Hablaba a impulsos. Era el más fuerte porque la diferencia era enorme; porque su confección sólo obedecía a las condiciones de la altura: varillas, hilo, papeles, bastaban para prolongar la mañana, para dejarnos el día entero bajo su cuadrado, bajo el triángulo, siguiendo su marcha imposible por el cielo, por el único camino, luciendo brillante a veces, sombrío, temblando para asustarnos, dejando caer nuevas palabras, figuras para demostrar cómo se puede hacer volar una hoja, cómo es posible decorar todo el espacio, en forma simple: con una gota.
*
L’AQUILONE
Si cullò nel cielo molto prima. Affrontò il vento con i suoi colori. Il sole lo rendeva più trasparente. La coda lo inseguiva. Il filo, oggi superfluo, trasmetteva segnali alle mani; traduceva la pressione dei blocchi invisibili. Parlava a impulsi. Era il più forte perché la differenza era enorme; perché la sua confezione obbediva solo alle condizioni dell’altezza: le stecche, il filo, le carte, bastavano a prolungare il mattino, a lasciarci il giorno intero sotto il suo quadrato, sotto il triangolo, seguendo la sua marcia impossibile lungo il cielo, per l’unica via, mostrandosi brillante a volte, cupo, tremando per spaventarci, lasciando cadere nuove parole, figure per dimostrare come si può far volare un foglio, come è possibile decorare tutto lo spazio, in maniera semplice: con una goccia.
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MUERTO
Muchos han cooperado en forma anónima. Apagaron la luz, desprendieron nombres y pintaron la escala del color de los humos de invierno. Cada vez que me asomaba, que intentaba contemplar el cielo, o cuando iba a la cocina, y sonaba el teléfono, o debía abrir al cartero, al viento; cualquier distracción mía les bastaba para entrar a moverme los dibujos y arrancarme una hoja del cuaderno; una hoja blanca del cuaderno.
*
MORTO
Molti hanno cooperato in modo anonimo. Spensero la luce, staccarono nomi e dipinsero la scala del colore dei fumi d’inverno. Ogni volta che mi affacciavo, che cercavo di contemplare il cielo, o quando andavo in cucina, e suonava il telefono, o dovevo aprire al postino, al vento; qualunque mia distrazione gli bastava per entrare a spostarmi i disegni e strapparmi un foglio dal quaderno; un foglio bianco dal quaderno.
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NO ME EXPLICO
Algunos distintos se producen sin saber cómo. En esto las ventanas, al parecer, ejercen su influencia. Los papeles floreados, en especial, a la hora del desayuno. Las jaulas con canarios. Los tíos y las tías. El andar mirando el techo y estar propenso a las corrientes de aire. El haber estudiado interno —dicen— es un signo difícil de superar. Todo ello ejerce una suerte de embobamiento, un estado febril que si bien no le quita al joven el apetito, no puede tampoco conducirlo a nada bueno. Estas formas y maneras se producen y desarrollan lentamente, sin saber cómo. Se empieza por un temor vago a las grandes olas. Por efectuar ridículos ejercicios: adivinar cuantas tablas cubren el techo o el piso. La característica principal consiste en una gran desconfianza por todo lo absoluto. Los libros científicos se hojean con asco. El idioma nos resulta una lengua extraña. Los números, símbolos preconcebidos para aherrojarnos al fin. Entonces damos los primeros pasos lentos. A través de los pasillos. Vamos buscando la salida, la luz, el traje apropiado. ¡Adiós a la mano! A estas alturas podemos asegurar que nuestro nombre se repite por altavoces estratégicamente colocados: en el patio, en la iglesia, en la noche. Son cintas grabadas por muertos. Al parecer, con estos zapatos, con estas ideas, no podremos continuar el viaje. ¿No lo hemos constatado así frente al mapa durante la clase de geografía? ¿No hemos comprobado el movimiento y la fetidez de los bosques y lagos en miniatura? En realidad, querido amigo, no me explico cómo hemos llegado a esta situación.
*
NON MI SPIEGO
Alcuni distinguo si producono senza sapere come. In questo le finestre, sembra, esercitano la loro influenza. Le carte a fiori, in particolare, all’ora di colazione. Le gabbie con canarini. Gli zii e le zie. Camminare guardando il soffitto, suscettibili alle correnti d’aria. Aver studiato in collegio —dicono— è una distinzione difficile da superare. Tutto ciò esercita una sorta di sbalordimento, uno stato febbrile che benché non tolga l’appetito al giovane, non può comunque condurlo a niente di buono. Queste forme e maniere si producono e si sviluppano lentamente, senza sapere come. Si comincia con un timore vago delle grandi onde. Effettuando ridicoli esercizi: indovinare quante tavole coprono il soffitto o il pavimento. La caratteristica principale consiste in una grande sfiducia in ogni cosa assoluta. I libri scientifici si sfogliano con disgusto. La lingua si rivela un idioma strano. I numeri, simboli preconcetti per incatenarci alla fine. Allora facciamo i primi passi lenti. Attraverso i corridoi. Cercando l’uscita, la luce, il vestito appropriato. Addio alla mano! A questo punto possiamo garantire che il nostro nome si ripete grazie ad altoparlanti strategicamente disposti: nel cortile, nella chiesa, nella notte. Sono nastri incisi dai morti. Evidentemente, con queste scarpe, con queste idee, non potremo continuare il viaggio. Non lo abbiamo constatato proprio di fronte alla cartina durante la lezione di geografia? Non abbiamo dimostrato il movimento e il fetore dei boschi e dei laghi in miniatura? In realtà, caro amico, non mi spiego come siamo giunti a questa situazione.
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MARIPOSA
Esta mariposa está loca. Sentada, pierna arriba, se contempla en el espejo. Se coloca largas pestañas. Luego va de un lado a otro, indecisa. Elige entre un surtido de alas de colores. Pasa un brazo, después del otro. Suspira. Apura el paso, corre y se lanza por la ventana.
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FARFALLA
Questa farfalla è pazza. Seduta, a gambe insù, si contempla allo specchio. Si applica lunghe ciglia. Poi va da un lato all’altro, indecisa. Sceglie da un assortimento di ali colorate. Introduce un braccio, poi l’altro. Sospira. Affretta il passo, corre e si lancia dalla finestra.
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MILAGRO
A Carlos León Y después de las lluvias un milagro campeó sobre la tierra. El equipamiento —animales, flores, tornillos—, tradicionalmente instalado en la franja junto al mar, amaneció al lado derecho; aquello que lucía arriba —signos, pájaros, esperanzas—, quedó abajo. Los personajes de altura, enanos. Y todos los pequeños flotando por el cielo.
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MIRACOLO
E dopo le piogge un grande miracolo campeggiò sulla terra. L’equipaggiamento —animali, fiori, viti— tradizionalmente installato sulla frangia a ridosso del mare, spuntò sul lato destro; e ciò che brillava in alto —segni, uccelli, speranze— si ritrovò in basso. I personaggi elevati, nani. E tutti i piccoletti a svolazzare per il cielo.
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SOBRE EL MAR
Sobre el mar inmóvil, anclados, vi flotar la formación de pelícanos. Sobrepuestos en el paño azul, tallados en madera, quietas las cabezas, pensativos, ocupaban cuadras de la costa. A pocos pasos, más arriba, el tráfico y el ruido de vehículos y el tren corriendo junto a la playa. Y tú y yo viajando y leyendo este inmundo periódico de hoy, Valparaíso, 21 de abril de 1981.
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SOPRA IL MARE
Sopra il mare immobile, ancorati, ho visto galleggiare la formazione di pellicani. Sovrapposti al panno blu, intagliati nel legno, le teste calme, pensose, occupano miglia di costa. A pochi passi, più su, il traffico e il rumore di veicoli e il treno che corre a ridosso della spiaggia. E tu ed io che viaggiamo e leggiamo questo immondo giornale di oggi, Valparaiso, 21 aprile 1981.
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SI QUIERES VOLAR
Si quieres volar hazlo esta noche. Mientras eres joven. Si revisas la historia —grande o pequeña— comprobarás que siempre ha sucedido así en todo inicio de aventura. En cambio, el vuelo será peligroso si dejas pasar el tiempo. Es difícil saltar limpiamente a través de la ventana. Esto debido a la falta de agilidad y decisión; debido a falta de confianza en el manejo de los sueños. Es lamentable constatar cómo algunos tratan de intentarlo con aleteos grotescos. Deberían enjaularlos con capa y todo. Si quieres volar para saber de ti, para conocer la verdad y que nada se te esconda, vete; parte esta noche, solo, lejos y no vuelvas jamás para no llorar de pena.
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SE VUOI VOLARE
Se vuoi volare fallo stanotte. Mentre sei giovane. Se ripassi la storia — grande o piccola, avrai la prova che così è sempre stato all’inizio di ogni avventura. Invece, il volo sarà pericoloso se lasci passare il tempo. È difficile saltare abilmente attraverso la finestra. Questo è dovuto a mancanza di agilità e decisione; è dovuto a mancanza di convinzione nella gestione dei sogni. È deplorevole constatare come certi ci provino con svolazzi grotteschi. Dovrebbero ingabbiarli con mantello e tutto. Se vuoi volare per sapere di te, per conoscere la verità, e che nulla ti si nasconda, vai; parti stanotte, solo, lontano, e non tornare mai più per non piangere di dolore.
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DESDE OTRO MUNDO
Desde otro mundo, desde la altura del cerro. Desde la estrella. Tras la hilera de casas o de naves, donde el viento tensa los alambres, donde no puede verse el mismo programa; silenciosa, como pasos sobre el aire, sobre alfombras de pieza en pieza, allí vives; entre sombras, entre la luz de tu sombra te recortas como habitante nuevo. Puedo hablar contigo y encaminarme hacia la luz que se recoge estupefacta cuando avanzo, cuando avanzo hacia tu encuentro, absolutamente seguro, como si existieras.
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DA UN ALTRO MONDO
Da un altro mondo, dall’altezza del colle. Dalla stella. Dopo la fila di case o di navi, dove il vento tende i fili di ferro, dove non si può vedere lo stesso programma; silenziosa, come passi sull’aria, su tappeti di stanza in stanza, è lì che vivi; tra ombre, tra la luce della tua ombra ti ritagli come abitante nuovo. Posso parlare con te e incamminarmi verso la luce che si raccoglie stupefatta quando avanzo, quando avanzo verso di te, assolutamente sicuro, come se tu esistessi.
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Ennio Moltedo, poeta cileno (Viña de Mar, 1931-2012). I suoi libri di poesia: Cuidadores (1959); Nunca (1962); Concreto azul (1967); Mi tiempo (1980); Playa de invierno (1985); Dìa a dìa (1990); Regreso al mar (1994); La noche (1999); Obra poetica (2006); Emporio Noziglia (2010); Las cosas nuevas (2011).
si inciampa in un grido che si dissangua in luce ogni volta che guardiamo le stelle nessuna soglia ci separa dall’assenza nessuna parola così profonda da poterla tacere
Di notte
di notte ti protegge il ricordo di una casa in piena luce il labbro stretto in un suo silenzio e il corpo che quasi cede su un fianco senza impurità senza più sogni ma sono attimi che ti riguardano come l’acqua un sasso immobile nel suo deserto azzurro privo di varchi come la voce fulminata in gola la misura esatta del respiro ora che l’attesa pare una specie di vento la curva che gli occhi fanno nel dolore
Non hai per caso visto cosa ha fatto il tuo Signore al popolo di Ad, a Iram dalle colonne, città edificata come nessun’altra al mondo?
Corano, LXXXIX, 5-7.
La città aperta è assurdamente prensile…
Osip Mandel’stam
Dicembre 1996 – Marzo 1998
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“C’è sempre stato, fin dall’inizio, qualcosa di strano, di irreparabile, di impossibile da pensare, a Taala. Chi la vedeva riflessa in un pozzo, con le strade affondate nell’acqua; chi la scopriva come un groviglio di cavi, oscillante alle minime folate di vento; chi la percepiva come una fogna maleodorante; chi come una cantina silenziosa o una stazione vociante di ubriachi; chi come un’isola chiusa da una barriera di scogli, popolati da stormi fragorosi di uccelli. Tutte percezioni plausibili. Il fatto è che nessuno le comunicava all’altro. Così tutti camminavano con i loro cervelli ben chiusi, e la bocca sigillata”.
“Sono tentato dal descriverti Taala come si descriverebbe una città mirabile, enigmatica o terrorizzante. Insomma, costruirti il romanzo della città, perché tu possa leggerlo. Ma Taala non era così. Chi si aspettava un’oasi romantica vide dei palazzi d’acciaio: chi si aspettava una città d’acciaio affondò in una palude. Insomma, Taala deluse tutti. Per un certo periodo di tempo, ci sentimmo quasi irrisi da lei: il suo opporsi ai nostri desideri ci sembrò il pensiero diabolico che lei ci opponeva, per non essere posseduta. Poi cominciammo a capirla. E allora divenne bello amarla, provare un senso di stupore e di rispetto, di felice meraviglia”.
“Ecco cos’era Taala: una città sventrata, una trincea con nubi di polvere e di fumo, con quei sacchi di sabbia nelle strade, con quegli schermi che si gonfiano e sgonfiano nell’aria, secondo le raffiche di vento”.
“Taala è proprio così: una città incerta di sé, che tutti possono plasmare, come un vaso di cera”.
Marco Ercolani, Taala, Greco & Greco, Milano 2004.
ho un breve inedito affiancato da una foto, intesi come omaggio all’amico e straordinario poeta cileno Ennio Moltedo (1931-2012). Scattata alcuni anni fa a Viña de Mar – per Ennio città natìa (da cui mai uscì) e insieme universo estetico – la foto vuole simboleggiare il suo amore lirico e filosofico per la línea azul dell’oceano, limite astratto da varcare con l’immaginazione (forse non diversamente dalla leopardiana siepe). La poesia è (come dev’essere) un’indistricabile sovrapposizione della sua visione alla mia. Se ti interessasse ospitare il “combo” sul tuo sito, mi farebbe onore.
Grazie e a presto, Giorgio
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BONACCIA
Per Ennio Moltedo (1931-2012)
Il mare è solido il sole si è avvitato al cielo: mi propongono di farmi suddito di un regno in cui la bonaccia ingurgita ogni demone di oscurità. Verrà immortalato ogni istante d’amor sincero nel balenio dei giardini. Ma quando emergerà la tua sfera, non sarò lì perché avrò perso il treno stregato dall’odore della sera.
I testi sono tratti da: Massimo Barbaro, Il libro del tu, MC edizioni, collana “Gli insetti” diretta da Pasquale di Palmo, 2023.
Le immagini sono di Giovanni Castiglia
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Leggere Il libro del tu è seguire il ritmo di un pensiero che non pensa se stesso. Gli aforismi non hanno una funzione ermeneutica; sono incursioni, frasi, commenti, osservazioni. Si cammina dentro riflessioni vagabonde e disincantate con il passo dei flâneurs che vanno nel mondo senza meditare nessuna meta. Il libro del tu, che si dipana in dieci sezioni, non prevede un tu preciso ma una molteplicità di voci che si spalanca nel multiverso dell’immaginazione-scrittura e poi evapora, usando le parole per fare a meno delle parole. Qui leggiamo una poesia che si nasconde dietro i pensieri e non si rivela nei versi: un ininterrotto journal bisbigliato a mezza voce, fra incertezze, interrogazioni, sospensioni, trasalimenti. Nessuna frase ha una direzione assertiva o un significato sapienziale; si snoda, fluisce, va, si chiede, si risponde, inciampa, traballa. Il libro del tu è un soprassalto lirico-filosofico che l’autore attraversa come un bosco di cui intravede fiocamente i rami degli alberi. “Un libro che esula da qualsiasi genere, ponendosi sul sottile discrimine che separa l’aforisma dalla poesia” (Pasquale Di Palmo). Mi viene spontaneo chiedere cosa sia necessario per leggere e godersi questo libro. Mi rispondo così: un senso di trasparente libertà interiore, di intima innocenza, quella che si annida in un uomo immune da vincoli di potere, di sapere, di ideologia. In un poeta consapevole. (M.E.)
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ANTOLOGIA
Sei sempre sotto la minaccia dei gesti. I gesti ti ricattano.
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Non credere che la musica riempia il vuoto.
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La musica fluidifica. Toglie attriti, lubrifica.
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Fai ogni cosa come se fosse scritta su uno spartito. Non sia leggere, lo so. Ma tu sai ascoltare.
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L’aria fresca al mattino da una finestra Spingiti olre. Basta semplicemente andare.
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Le foglie e il tempo. Sin da bambini.
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Ci sono dolori che sprofondano, abissali. E dolori che si estendono, si allargano. E poi quelli in cui perdi ogni direzione.
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Fatti trovare.
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Scrivi con cattiveria, come lo scultore che fa calchi.
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Dormi di più. Maledici la mancanza di sogni come la vera povertà.
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Respirare. La vita visibile.
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Vuoi salvarti? Esci da te. Ti allontani, ti vedi. Di spalle. Contro il mondo, di sfondo, Nessuno, intorno.
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Accarezza tutto. Tieni tutto, invece.
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La sola salvezza.
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In pena. Timore che non lo farai. Che non ce la farai.
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Hai per caso appreso l’arte dell’equilibrio? Ma guàrdati.
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La sofferenza alimenta la scrittura. Ti vedo. Vai in giro col lanternino. Se è vero che scrivere cura, tu vai a cercare la malattia per il piacere di guarire.
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E come vedi non è vero.
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Abbandonato lì. Sul ciglio. Al bivio.
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Smettere di parlarti.
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A chi sto parlando? Non ti ho mai parlato. Solo ascoltato.
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L’enigma, se c’è (io non credo), risolvilo. Tu.
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Alcuni testi del libro erano apparsi nel blog Scritture a questi link: