L’INSONNIA DI HARUN. Lucetta Frisa

**

L’insonnia è percorrere a grandi passi le terrazze di questo palazzo, tanto alto che posso parlare con gli astri: ma gli astri tacciono. Oppure inviano messaggi che né io e neppure tu, Astrologo, sappiamo leggere. Forse un giorno smetteremo di assillarli di domande. La mia testa, sul collo che la sostiene, è simile a una terrazza. Ma il mio corpo giace inerte su morbidi tappeti e i miei piedi, sebbene sia estate, sono freddi, quasi insensibili. Protetto dalle stanze ovattate di damaschi oppure quassù all’aperto dove lo spazio regna, io mi sento soffocare. La mente pullula di pensieri come il cielo di astri. Ma dimmi, Astrologo, anche lassù ci sarà questo tumulto che scuote le tempie? Guerre e amnistie di nuvole, che si formano e si disfano come domande? Se è vero che il ritmo naturale delle cose comprende pause come lunghi respiri, forse la mutevolezza è solo nostra e al cielo appartiene un unico ritmo: quello dell’armonia assoluta. Così dicono i sapienti o gli imbroglioni. Ma perché, per raggiungerla, bisogna morire? Io possiedo molte terre, palazzi splendenti e la città intera: tutto è ai miei piedi. Ma non riesco a dominare i pensieri, i sogni: mi sfuggono sempre come gli animali selvatici che si perdono nel deserto.

E non riesco a dormire…

E poiché l’anima tua è balzata nell’aria

per la tua dolce leggenda

anniéntati, allora, e come gli amanti

diventa fiaba, diventa fiaba…

Parlava con l’Astrologo o era solo? La ruota pazza dei pensieri girava e girava. Era solo la stanchezza la causa di quell’inquietudine? Forse il monotono ripetersi degli avvenimenti, tutto quanto lo raggiungeva attraverso gli emissari o le spie che drizzavano le orecchie ai sussurri dei ministri, e si mescolavano al popolo per riferirgli i suoi umori volubili; ma soprattutto era l’obbligo di rispettare gli stessi princìpi tramandati da leggi ammuffite e codici

immobili? Tutte cose udite e straudite sulla bocca di consiglieri, sapienti, sacerdoti. E lette e rilette nei libri.

– Getta via lo scettro dei tuoi pensieri, Harùn, come fai con me, quando ti abbandoni nelle mie braccia.

La voce di una donna, non ricordava quale tra letante: forse la più amata o la più saggia. Dalla terrazza più alta – dove si percepiva solo la massa oscura della città come l’ombra di una fiera accovacciata – l’occhio di Harùn aveva viaggiato lungo la mappa del cielo per più di mille volte: per più di mille volte la notte l’aveva catturato. La notte, il cui grembo accoglie gli estremi: la sfrenatezza dei sensi e la contemplazione mistica, e l’inizio e la fine di ogni cosa. Mille e una notte aveva trascorso con i suoi compagni inseparabili: l’astrologo calmo ed eloquente, il poeta che suonava il flauto sussurrando frammenti di un poema antichissimo di cui ogni poeta ometteva o aggiungeva strofe, mutandone di volta in volta il ritmo, ma non il senso; e infine, le favorite dalla pelle lunare, con la loro danza insinuante e flessuosa come la curva di una melodia:

Altre voci, altri flauti simulano eternamente

quel fuoco che si è morti se non si ode…

Da quella terrazza, Harùn, una notte, aveva cominciato a discendere. Perché il cielo gli era sembrato di colpo vuoto, seppure fitto di stelle, l’astrologo un cialtrone incanutito tra le sue favole, il poeta un abile giocoliere di parole, e le favorite, forme fredde di una stucchevole bellezza. L’insonnia si era fatta intollerabile, come la consapevolezza dolorosa di appartenere a un Mistero: il mistero del

fuoco. Ma lui, Harùn, si sentiva spento.

Oh, dato mi fosse nell’angusta prigione dell’Essere

trovare aperta una porta sull’ampio vuoto del Nulla…

Entrare di notte nei luoghi frequentati di giorno fu la sua prima avventura. La sala delle udienze, dove al mattino appariva in abiti d’oro per amministrare la giustizia, promulgare leggi, dare ascolto al Visir, luccicava al buio, silenziosa, dentro gli alti specchi: vuota, palpitava di infinite domande smascherando la vanità dei suoi orpelli; e la piccola sala segreta destinata agli emissari stranieri e ai suoi protetti, con le pareti di velluto che inghiottivano intrighi e confessioni di amici presunti o nemici dichiarati – quali segreti, in quell’ora di solitudine, poteva nascondere?

E poi più in là, la solenne scalinata, affacciata sulla corte, tutta di smalto arabescato dove al pomeriggio lui si mostrava a una folla immensa che rumoreggiava lamentosa, gesticolando, invocando il suo nome, alzando verso di lui il volto anonimo di folla anonima, e gli rivolgeva incomprensibili richieste.

I giardini perfetti e meravigliosi costellati di fontane lo attendevano alla sera per una tranquilla passeggiata. Oltre non si era mai spinto. Il palazzo, nella sua interezza, gli era sconosciuto. Scendeva le scale in silenzio: sprigionavano una strana malìa. Spiava negli appartamenti dei servi addormentati e nel serraglio delle favorite, giù giù fino alle cucine, alle stalle, alle cantine, alle prigioni. Tutta quella folla incalcolabile di gente e oggetti, appena intuibili alle fiamme tremanti delle candele o ai raggi della luna che penetravano gli angoli più remoti del palazzo… Dunque, tutto questo gli apparteneva, era suo. E per la prima volta entrava nel cerchio del suo sguardo e del suo cuore. Man mano che scendeva, l’aria si appesantiva, caricandosi di odori intensi, talvolta repellenti. Non c’erano solo i profumi dell’incenso e del sandalo delle stanze da letto, non c’era solo l’aria pura e sottile delle terrazze. Infine era uscito per strada, in abiti dimessi, ingannando la sorveglianza delle sentinelle. Camminava in fretta, in preda all’ansia. Lasciava alle spalle il suo palazzo addormentato, protetto dalle guardie, cintato da cancelli aguzzi come spade: e lui a piedi, solo, con calzature leggere, inadatte a quelle strade sventrate da frane sassose, scivolose, dove dormivano i poveri, i malati, gli storpi, i ciechi, i dementi, malamente avvolti nei loro stracci che si tenevano compagnia con i cani randagi, i muli stremati, sbarrando col loro corpo intorpidito la strada ai passanti. Ignorava la topografia della città. Le volte che l’aveva percorsa, nei brevi tratti consentiti dal protocollo di corte, era stato in portantina, a occhi socchiusi per il sole accecante e la polvere, tra la confusione e il malessere di uno spettacolo violento a cui non era abituato.

Si ferì dolorosamente i piedi, cadde più volte tra i rifiuti. Fece finta di nulla. Si rialzò. I rumori della città lo assalirono – un groviglio di suoni rochi e bisbiglianti, sguaiati e aspri, un ossessivo ronzio simile a un interminabile sottofondo a cui seguiva, di colpo, un silenzio tombale più minaccioso di qualsiasi rumore – poi tutte le voci notturne tornavano ad assediarlo: sibili acuti, nenie struggenti e lamentose, grida stridule, richiami di uccelli predatori, canti di prostitute, maledizioni di cammellieri ubriachi, urla di venditori ambulanti, salmodìe… Simili alla gente e agli oggetti del palazzo emersi dal buio con una forma e un nome, quei suoni uscivano prepotenti dal silenzio, reclamando ascolto.

Non poteva più sottrarsene, ora che udiva e vedeva. La notte detiene il mistero dell’assoluto e di ogni rivelazione. Non confonde, invita a distinguere. Non sfuma, invita a definire. Spiare dentro la notte: è questo il destino dell’uomo. Scoprire i destini altrui, estrarli dall’informe massa delle cose, dare loro, attraverso uno sguardo attento e amoroso, un corpo, una dignità, così come un poeta sceglie, una volta per tutte, dall’anonimato del dizionario, “quella” parola e non un’altra. Spiare nel buio indifferenziato per tentare di leggere, nel libro del mondo, gli effetti visibili e mutevoli, di quelle immagini profonde. Spiare dentro la notte per capire il giorno. E non dormire. La notte che precede il giorno – come il passato il presente – ne illuminerà il mistero, perché il giorno è molto più difficile della notte, crea enigmi, leggi, domande angosciose che ci lascerebbero inermi e atterriti, se prima, da umili viandanti, non siamo scesi ad attraversare la notte. Ma come salvarci dalla struggente nostalgia di quello che lasciamo dietro di noi?

Il vento leggero di Aprile sulla guancia del fiore è bello

bello nella distesa del prato un volto che illumina il cuore:

tutto quello che dici su quanto è passato, sempre bello non è.

Sii lieto e non parlare di ieri: oggi è bello.

Inciampò in un moribondo coperto di orribili croste. Due ragazzi nudi si rincorrevano nella polvere, con una lucerna in mano. Un uomo usciva da una casupola lacerandosi il viso, trattenuto dai parenti in lacrime. Voci di donne gridavano frasi sconnesse. Una coppia avvinghiata si nascondeva dietro un cespuglio. Non più estraneo al teatro delle voci, alla forma dei gesti e dei volti; da quando era sceso in strada aveva cominciato a provare le passioni e i dolori di quei corpi che popolavano il buio: la gioia meschina del ladro di un sacco di cannella, le trafitture della gelosia di chi è tradito, la tensione per una estenuante trattativa di vendita di una capra decrepita, l’odio di un assassino, l’ingenua meraviglia di un ragazzo davanti alle monete che lui, passando, gli aveva lasciato cadere in mano. Poi, trafelato, aveva raggiunto la spiaggia. Non era la prima volta che incontrava i beduini, i nomadi privi di ogni bene materiale, liberi e predatori. Un giorno, uno dei loro capi gli aveva chiesto udienza per vendere a caro prezzo il passaggio in una zona del deserto sorvegliata dalle sue tribù. Un emiro straniero minacciava la guerra se non avesse avuto incolumità di passaggio e lui era stato costretto a cedere al ricatto del beduino. La spiaggia e il mare, perdendosi a vista d’occhio, emulavano il deserto. C’era molto vento, grandi onde increspate, sabbia che si sollevava in piccoli mulinelli, ricadendo mollemente. Non più il ristagno dell’aria nelle stanze dei servi, la prigionia delle strade labirintiche, le insidie di quei rumori, di quei corpi scuri e infelici. Aria, spazio, respiro. Su una spiaggia di notte, passato e futuro si incontrano in un presente eterno. Non accade così anche nel deserto? Lui non l’aveva mai attraversato. Ma la notte concentra, il deserto dissipa. Non si sa in quale punto del tempo si stia vivendo e tutto diventa possibile come impossibile, tutto è vertigine e smarrimento. L’assenza d’acqua e la presenza incontrollata dell’aria e della luce che annullano forme e direzioni comunicano l’insensatezza dell’esistere. Così aveva letto nei libri, così gli aveva riferito chi ne aveva fatto esperienza. Solo il mare, allora, visto da riva, unisce il movimento e la stasi in un’unica immagine ritmica? E riesce, forse, a conciliare gli opposti?

Su quella riva aveva incontrato i nomadi. Li aveva un po’ invidiati, come invidiava la libertà delle belve. Inaspettatamente, gli veniva offerta l’occasione di interrogarli e conoscerli da vicino. Era con loro che aveva traversato il deserto a dorso di cammello o solo immaginato di farlo? Al limite delle forze, inseguiva una visione che interamente lo possedeva, come il bisogno di dissetarsi. Cosa stavano cercando? E lui, perché si trovava lì? E chi gli aveva parlato dell’uccello Roc, così immenso da oscurare il deserto con le sue ali? Le ali che avrebbero portato l’ombra in quel paesaggio intollerabile. Se si fosse posato sulla terra, almeno una volta, una sola, lasciando una minima traccia del suo passaggio… Nessuno poteva crederci veramente senza una testimonianza visibile.

– Se non vediamo il Roc, anche una sola piuma, saremo per sempre preda del ginn..

– Noi abitiamo il deserto e il deserto è il Nulla e al Nulla si torna quando si muore.

– Solo gli inganni degli occhi possono colmare il Nulla.

Così li aveva sentiti ragionare.

Il suono è fuoco e non vento

si annulli colui al quale manca questa fiamma…

Davanti a sé, sulla groppa di un cammello della carovana, aveva intravisto una figura femminile, avvolta in un velo chiaro. Sul fianco dell’animale batteva il piccolo piede nudo calzato da un ruvido sandalo. Harùn aveva fissato a lungo quel piede e la sagoma vaporosa a cui apparteneva. Fantasticando sulla bellezza della donna che mai avrebbe potuto guardare negli occhi, mai avrebbe potuto carezzare, mai possedere.

– Qui non udiamo il canto del flauto, oppure il suo suono è così alto che non sappiamo se fuggire per non ascoltarlo o abbandonarci alla sua seduzione. Ma poi, le tempeste di sabbia o il nostro orecchio invecchiato lo allontanano per sempre…

– Noi nomadi non sappiamo creare nulla, solo parole fatte di vento che capiamo soltanto noi, e visioni fugaci e terribili. Abbiamo gli occhi feriti dal sole e la gola riarsa. Ma è questo il nostro modo di vivere… Voci e ancora voci che si rincorrevano, si affievolivano, tornavano ad attraversarlo come soffi d’aria.

– Chi vive nel deserto è perché vuole sentirsi polvere tra la polvere e grida continuamente il nome di Dio, il nome del Nulla, che ha mille e un nome. Ma nessuno potrà mai avvicinarsi al suo vero nome…

Harùn aveva sognato tutto questo? Sofferto la prigionia del deserto – forse la peggiore delle prigionie – dove l’insonnia diventa insostenibile, fino a sfociare in febbre mortale? Ad un tratto la scena si era svuotata, riempita di silenzio: spiaggia e mare la occupavano tutta, in un unico orizzonte appena rosato. Un profumo di sale e d’alghe l’avvolgeva. Era già mattino. Harùn si era rimesso a camminare, a caso, in direzione del porto.

Chi cerca perle si tufferà nel mare

e chi se stesso si specchierà negli uomini.

Solo chi torna a casa a raccontare

potrà conoscere tutto l’orizzonte

La nave era là, pronta a slanciarsi in mare, le vele già protese al vento, mentre brevi flutti leggeri battevano contro la chiglia come per incitarla al distacco. I mozzi, aggrappati insieme alle scimmie sull’albero maestro, rispondevano agitando braccia e gambe agli imperiosi comandi del capitano che soverchiavano perfino il rullo dei tamburi; gli sfaccendati, sulle banchine, si divertivano a batterli fino allo sfinimento. Sulla scala di carico i negri ansanti trasportavano enormi bauli stracolmi di preziose mercanzie: tessuti orditi d’oro e argento, tappeti, le più rare spezie, suppellettili, oltre a gemme e a monili di varie fogge e splendore. Lui, Harùn, avrebbe fatto scalo in diversi porti pertrattare vendite e acquisti vantaggiosi, e scambiare oggetti tangibili a suon di dinhar, con altri intangibili – ma appunto per questo dal valore inestimabile: le storie dei viaggiatori, ad esempio, le riflessioni sul destino delle loro anime e dei loro commerci, lussi e miserie visibili e nascoste, e tutto tra slanci generosi e repentine diffidenze, grandi prove di amicizia e imprevedibili tradimenti, intimi rancori e confessioni di passioni felici o infelici, reali o immaginate…

E dopo tanta navigazione e la lettura minuziosa delle carte nautiche e di quei segni scritti solo sulle onde o nel cielo per cogliere in tempo i primi cenni di un mutamento – il ritorno della bonaccia o l’arrivo della tempesta, la diversità dei colori dell’acqua che segnalano la presenza dei bassi fondali o il pericoloso avvicinarsi alle barriere coralline – la nave cominciava a farsi più insicura, corrotta da un senso di precarietà; allora, accadeva che la prolungata assenza dalla terraferma facesse scambiare il dorso di un mostruoso pesce addormentato per un’isola tranquilla; e si scendeva dalla nave, attratti dalla sua ricca vegetazione, dal cibo abbondante e saporito, dalle promesse di un riposo dolcissimo. Poi l’enorme mostruoso pesce cominciava a scuotersi…

Salvo per miracolo, desiderava tornare a casa, ma ancora gli accadevano cose orrende e bellissime, ancora eventi paurosi e celestiali e a quel punto, stanco di tutto, non sapeva più giudicare né godere di nulla. C’era il rischio di naufragare. Perché solo nell’attimo estremo di un’inversione di rotta ci è concesso di salvarci o precipitare. E chi sceglieva di sottrarsi a quella rischiosa immobilità era perché non voleva restare per sempre sultano, mercante o marinaio: restare solo una parte di sé, strappato a quella terra futura dove si deve fare ritorno per voltarsi indietro e raccontare.

Dopo tanti viaggi Harùn si chiedeva se anche la terra e il mare si fossero alleati per ingannarlo. Ciò che aveva di più certo – le antiche origini, una solida dimora, l’opera faticosamente realizzata, la forza dei legami famigliari – nascondeva insidie. La sua città, domani, come il suo corpo, sarebbero stati cancellati per sempre: la città inghiottita da un terremoto o devastata dalle guerre, il suo corpo da violente o corrosive malattie, e gli amori…sciupati o miseramente traditi. Tutto si mutava in polvere, come in una notte lontanissima gli avevano insegnato quelle voci e figure incontrate nel deserto, o forse soltanto in sogno. E lui, ora, giunto al termine del viaggio, mai avrebbe voluto ripeterlo. Si era spogliato, viaggiando, di tutti i desideri. Era riuscito a realizzarli quasi tutti. Dunque era libero di lasciare il suo spirito congiungersi all’aria… E allora, perché ancora l’insonnia?

E quel palazzo antico splendente rivale del cielo

alla cui soglia i re prostravano china la fronte,

sui suoi bastioni in rovina la tortora ora si vede

posarsi e triste chiamare: Dove? Dove? Dove?

Non riconosceva la sua casa. Forse aveva sbagliato strada? False indicazioni? Chi prende in considerazione le domande di un vecchio straccione? Lui parlava di un meraviglioso palazzo con una torre alta da dove si potevano interrogare le stelle. E raccontava di essere disceso da lì, un giorno. E gli sembrava di essere stato il padrone non di un solo palazzo, ma di un’intera città e avere visto e conosciuto tanti luoghi e tanta gente sempre diversa, di viaggio in viaggio.

– Come ti chiami? – gli chiedevano. Lui rispondeva in modo confuso, sembrava incerto. Qualcuno gli aveva detto (o lo aveva letto?) come alla fine dei propri giorni chi raggiungeva la sazietà, non si sarebbe più reincarnato, neppure in un’ala di farfalla. Chi raggiungeva qualcosa di simile alla pace si sarebbe trovato a migliaia di miglia dal luogo di partenza. E ora perché il suo spirito invocava l’assoluto mentre le sue gambe, tremando, lo conducevano verso casa?

Colui che è lontano dalla propria fonte

aspira all’istante in cui le sarà di nuovo unito…

Il pozzo stava al centro del palazzo, era il cuore del giardino, protetto da cespugli di rose selvatiche, da palme la cui cima splendeva d’oro ai primi raggi dell’alba come agli ultimi del tramonto. Il pozzo sembrava colmo d’acqua ferma, ma quella immobilità era illusoria per chi guardasse con più attenzione. Non era che una cavità profonda dove sotto, da qualche parte, si nascondeva una sorgente. Harùn si era sempre chiesto dove nascevano le sorgenti, ma le risposte dei sapienti non l’avevano mai convinto. Come quando domandò se anche il mare avesse una sorgente e dove. Il sapiente aveva spalancato davanti ai suoi occhi una grande carta misteriosa facendovi scorrere sopra una lunga bacchetta mentre continuava a parlare. Non riuscendo a stare dietro alle sue spiegazioni troppo complicate, si era tanto annoiato da licenziarlo su due piedi. L’acqua del pozzo, sotto la superficie, pulsava di mille vene impercettibili. Specchiava il cielo notturno dalla cui profondità si affacciavano le stelle: sfavillavano. Chissà da quanto tempo erano spente ma la loro luce, attraversando il tempo, giungeva fin lì ad ingannare chi le guardava. Ciò che mostrava il pozzo non era il cielo, ma la sua immagine capovolta. Anche le stelle riempivano lo spazio di illusioni come i miraggi del deserto e il piedino nudo di una donna.

Soltanto colui il cui abito è strappato da un grande amore

si è purificato dal desiderio e da tutti i difetti…

Il pozzo non rifletteva solo le stelle e il piccolo cerchio di cielo delimitato dai suoi bordi, ma anche il viso di Harùn che dormiva. Per quanti giorni e quante notti aveva indossato, sotto il manto del sultano, gli abiti polverosi del viandante? E per quanti giorni e notti, sotto quel manto, aveva sognato di traversare il deserto e il mare? Quale traccia di sé aveva lasciato sulla terra se non le favole dei suoi viaggi, simili a tante altre di uomini come lui? Viaggi riflessi nell’acqua di mille oceani e nelle vene vibranti dell’acqua nel pozzo, al centro della sua casa. Ma quella casa, era veramente la sua? E quei profumi, quei profumi così intensi, lui, li aveva realmente respirati un giorno?

Altre voci, altri flauti simulano eternamente

quel fuoco che si è morti se non si ode…

Harùn, ora, dormiva. Non udiva più nulla. Il canto inestinguibile del flauto si sarebbe ancoralevato a consumare le notti e i giorni di altri Harùn.

(1994)

Note:

I versi in corsivo sono tratti da opere di Jalâl-âl Dîn Rûmi e Omar Khayyâm. Il testo è tratto da La torre della luna nera e altri racconti, Puntoacapo editore, Novi ligure 2012.

“BUGIARDINO”. Per Paolo Castronuovo

**

Scrive Alfonso Guida nella sua prefazione a Bugiardino:(Il Convivio Editore, 2023): «Ecco, si tratta di una letteratura composta nella stanza di una torre di vedetta, al di qua di un faro, dall’interno di un laboratorio di osservazione che redige documenti e referti perennemente incompleti e inconsistenti, carte in cui a mancare per fatalità è sempre la parola d’ordine, la chiave o il soffio di cancellazione e chiarificazione. Bugiardino è un repertorio di tentativi, la geografia umile e malinconica di un kafkiano incarcerato in forme viventi ancora forse non propriamente umane, ma al confine tra mineralità fossile e creaturalità entomologica». Un libro come Bugiardino è pharmakòn: farmaco che cura e veleno che intossica. L’autore presenta così i versi del suo volume: «Contenuto di questo libro 1. Cos’è e a cosa serve 2. Cosa deve sapere prima di prenderlo 3. Come prenderlo 4. Possibili effetti indesiderati 5. Come conservarlo 6. Contenuto della confezione». Occorre credere seriamente alla materia delle sue parole: «ancora tu / nelle mascelle dei versi / ti impasti alle parole / penetri nelle carie / e non mi lasci respirare coi tuoi filamenti / ritorni come graffio sotto la cancellatura / pirografia nel legno /infarto delle arterie». Occorre credere alla sua energia di metamorfosi: «i tuoi trucioli arrivano con la notte / sono bisce che mi scivolano sugli occhi, / sigillano le palpebre facendosi casa / nonostante l’insonnia sia una bestia / troppo feroce da domare. / non resta che una pelle bronzea da guardare / per abituarsi al buio, / vedere le labbra disegnarsi su una parete / e attendere il pizzico del giorno». Esistono libri che chiamano all’essenza dell’angoscia («nel bianco della calce / ogni latte è buio») e mostrano la via artaudiana dell’urlo («correre verso la finestra / con la bocca gravida di un grido»): Castronuovo scrive uno di questi libri. Bugiardino ammutolisce il suo lettore con parole che non lasciano scampo: «– è nei dettagli la casa delle grandi opere / non negli avverbi e superlativi assoluti / lascio che la lingua si nutra / del vento delle pagine voltate / e poi insista per inumidire l’indice / pietra focaia / per ogni retorica» (M.E.)

**

Antologia

costellami il torace come la bombola

di un compressore schizzata di vernice

la luna gravida del cielo verrà forata

da una rondine stilografica

sarà l’amniocentesi del buio

e non ci sarà più tempo

per abbracciare la terra con le mani

mentre il letargo si sveglia nel torpore

di una sedia di plastica cotta

dai giorni nel cortile

**

il cielo è una catacomba pluviale

una risacca di vapore che cade

su testa e spalle per allagare i nervi

distendere ogni piega con un ferro

polverizzato dall’industria della morte

un cataclisma da accogliere sulle colpe

mentre la terra bagnata si impasta addosso

e ci rende sabbie mobili

**

l’autunno refrigera i cancelli dilatati

mentre una calza cancella le imperfezioni

un guardaroba vuoto tace dinanzi a un lenzuolo

e un corpo morto abbellisce la camera

– l’oblio si espande a soffocare ogni tratto

di luce che cerca varchi da esplorare

e nella geometria di questi elenchi

ti guardo lasciare il posto a un volto

**

nel bianco della calce

ogni latte è buio

solo le vene dell’edera fanno ombra

al casolare, mentre dentro

i cucchiai di legno impolverano la volta

e la luce gialla del tungsteno

ci attonda frugale.

abbiamo bisogno di questa morte

calda e balsamica

dell’acquietarsi dei tornado

dei muretti sperduti –

noi siamo carne in scatola,

il pasto dei rifugiati,

la porzione della sera

**

Palo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Ha scritto la trilogia poetica: Labiali (Pietre vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018), La Croce Versa (Effigie, 2022; il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022), Dirige la collana clandestina apeoriodica di plaquette “Occhio nudo”. Il suo ultimo libro di versi è Bugiardino (Il Convivio Editore, 2023).

**

Paolo Castronuovo

MANDATO

Giovanni Castiglia

**

Accenno a due miei libri recenti (Sentinella, L’arcolaio 2022) e Nottario (I Quaderni del Bardo, 2023), perché ho voglia di parlarne. Perché sono le tracce più concrete dell’opera segreta che perseguo da decenni. Queste pagine non vanno confuse con un diario intimo: sono una serie irregolare di appunti, incursioni, aforismi, racconti, pensieri. Un taccuino senza biografia, se non quella del mio io scrivente catturato dalla composizione di note sospese tra filosofia, estetica e sogno. Mi sento, in qualche modo, la Sentinella del mio Nottario. Opere simili ne sono sempre esistite in ogni letteratura, dallo Zibaldone di Leopardi agli Appunti di Canetti ai Diari di Kafka. Opere che obbligano il lettore ad essere presente dentro ogni riga delle loro pagine, senza distinguere opera da opera, libro da libro, come quando il postino Ferdinand Cheval assemblava il suo Palais Ideal pietra dopo pietra, notte dopo notte, in decenni di semifolle lucidità, e ne venne fuori la struttura architettonica e inspiegabile di un palazzo.

Per una scrittura come la mia sarebbe appropriato il termine di mandato. Chi lo ha affidato, e a chi? Chi lo ha dettato, e a chi? Saperlo sarebbe risolvere il trauma della propria scrittura: irrisolvibile dall’inizio. Preferisco che l’io scrivente si abbandoni all’avventura, a un’esperienza di soglia che nasce dal sonno della ragione, dal desiderio di essere fuori di sé, dentro una qualche estasi (o balorda ossessione) di cui potrà parlare ma solo per frammenti, senza sapere se quei frammenti corrispondano a qualche verità. Il mandato è la fedeltà al mandato. La vita è la veglia che sfrutta il sonno perché emerga l’isola sommersa che ancora non esiste e che le parole edificheranno, instabile e necessaria — futuro arcano di visione, “solido nulla”, libertà opposta alla minaccia, follia viva contro regole morte. Come ci ricorda il compagno segreto Giacomo Leopardi: «Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi» (M.E.)

LA CROCE E LO SPECCHIO. Alfonso Guida

Spesso il tentativo di riabilitare una malattia non è che una scusa tirannica quanto la malattia stessa. Non c’’è niente di nobile nelle trasgressioni, nelle finzioni del Carnevale. Ne ha parlato Bachtin, Michail Bachtin, Medioevo, Rabelais. Ed è vero quello che scrisse, prima di deporre per sempre foglio e macchina da scrivere, Amelia Rosselli, pavone/prigione. Ecco, questa rima. Non sappiamo quanto volontaria. Pavone come uccello dai cento occhi. Cento occhi come la CIA. Il pavone [pavo cristatus] della schizofrenia, dell’io irreparabilmente al di qua del tu, sospettoso, paranoico. Il piumaggio della coda del pavone maschio del gigante Argo Panoptes, un gigante di cento occhi, che, quando dormiva, ne chiudeva cinquanta per volta. Argo è anche astuzia. Guardingo, pupille dinamiche, tutto sotto controllo. Il razionalismo di ogni piano di sterminio. Rosselli sterminata dal suo demone. Pavone/Prigione. Amelia è morta in carcere. Nel grembo del suo carnefice cioè del pavone gigante. È stata suicidata dalla furia omicida di una civiltà ancestrale, ctonia, Olmechi, Aztechi, Irochesi. Civiltà pre-colombiane. Variazioni belliche è un catalogo di aggiornamento. Di stragi. Sacrifici tramandati. Perpetuati. Di padre in figlio, sacrificio. Ostia. Dolore che inghiotte. Dolore di una guerra. Cristologica, Amelia. Il suo Jesù, da lo cuore spinoso, così millenario, confuso al grido di protesta di Rocco Scotellaro, non può che essere l’invocazione di una vittima. In questo caso, Cristo e Amelia sono la stessa persona e lo specchio è la croce. Sì la croce è lo specchio (20/9/2023).

**

Giovanni Castiglia

Amelia Rosselli

ANTIPENSIERO. Per Flavio Ermini

**

Il libro più recente di Flavio Ermin è, Antipensiero. Fabula, pubblicato nel 2023 dalle edizioni Moretti & Vitali nella sezione “Narrazioni della conoscenza. Andar per storie”, con introduzione di Lucio Saviani. Punteggiato da mappe, disegni, fotografie, atlanti, il libro-parabola è formato da frasi ellittiche, infantili, che derivano da immagini, ossessioni, pensieri di Flavio. Le parole, come scie di comete, scorrono in un paesaggio sublunare, fiabesco, dove i personaggi, bambini o adulti che siano, si trovano a pronunciare misteriosi inizi di narrazioni (“sulle macerie giocavamo a nascondino”), dentro i quali non accade nulla. Come sempre, Ermini non cerca significati. Oggi non vedente, l’autore fa accadere parole che si chiamano una nell’altra, senza il velo pesante di un pensiero, fluttuando in una loro delicata cosmogonia. Ne nasce un libro lieve e senza dolore, forse il primo di una nuova stagione della sua vita letteraria. Osserva Saviani: «È come leggere frasi dette o ascoltate in sogno, ricordate e appuntate al risveglio da un sogno, o forse da sogni in un sogno, di cui non si ricorda la storia…Frasi lineari che sono linee di labirinti in cui di continuo si smarriscono e si ritrovano, faccia a faccia, i personaggi e il narratore, diventando nell’occasione anch’esso personaggio». (M.E.)

**

Da Antipensiero

La bambina portò sulle macerie un’altra bambina. Insieme cercarono le chiocciole sotto le pietre poi cercarono il labirinto per giocare.

*

Per tutto il mese la bambina portò altri bambini sulle macerie

*

Il bambino accompagna i suoi compagni di classe nel cortile.

Il bambino e la bambina stabilirono così un nuovo Essere.

**

Flavio Ermini è poeta, narratore, saggista. Dirige dalla fondazione la rivista di poesia e ricerca letteraria “Anterem”. Perr Moretti & Vitali pubblica: Il moto apparente del sole, L’originaria contesa tra l’arco e la vita, Il secondo bene, Il giardino conteso e Edeniche. Configurazioni del princjpio (Poesie 2010-2019). Con Lucio Saviani dirige la collana “Narrazioni della conoscenza”.

**

Carlo Zinelli

IL VENDITORE DI PAROLE. Gabriele Veggetti

Léon Ferrari

**

Chi era quell’uomo che, in una prima mattina di luglio, scese a Ponte Ronca dalla corriera proveniente da Bologna proprio il giorno dell’inaugurazione della Festa Grossa del ‘38? A prima vista poteva sembrare un attore, un prestigiatore, un alto dignitario reale se non un bizzarro impostore. Elegante e azzimato com’era, con in testa una bombetta così fuori dal tempo, indossava un panciotto damascato multicolore, il cravattino nero, i pantaloni del tight da cui uscivano due scarpe bicolore di vernice, pareva un agente delle pompe funebri improvvisamente impazzito.

Gli avventori del bar Centrale lo guardarono passare e, sogghignando, pensarono si trattasse di un nuovo imbonitore pronto a vendere ai più ingenui un elisir di lunga vita. Era sceso dalla corriera senza un vero bagaglio da forestiero, portando con sé soltanto un tavolino pieghevole di legno e uno sgabello, anch’esso pieghevole, con la seduta di tela. Non doveva avere più di quarant’anni, il viso fresco e la barba curatissima sembravano contraddire il colore dei capelli precocemente brizzolati. Gli occhialetti rotondi da miope gli conferivano un’aria intellettuale. Sotto il braccio stringeva un pesante libro con il dorso di cuoio e la rilegatura in cartone marmorizzato.

Senza dire una parola, senza chiedere informazioni a chicchessia, s’incamminò per la stradina che costeggiava il torrente Ghironda che, in realtà, di torrente aveva ben poco, era niente più che un fosso di pianura dove, qui e là, starnazzavano alcune anatre. Oltrepassò la chiesetta della Madonnina, il portico dei Desideri, prese la strada che portava alla Festa Grossa come chi sa esattamente dove andare.

Giunto nella piazzetta dove alcuni zingari stavano finendo di montare la giostra, si fermò a guardare. Il tiro al bersaglio era già stato montato e un omino coi baffi dalla pelle scura stava posizionando i cerchi concentrici rossi e bianchi dove, di lì a poco, avrebbero sparato con carabine caricate ad aria compressa. Dopo aver salutato il donnone che ordinava in file perfette le seggioline del teatro dei burattini, si guardò attorno e aprì il suo tavolinetto tra il tiro al bersaglio e il teatrino. I pochi astanti non potevano immaginare l’ilarità che avrebbe suscitato, nel pubblico che stava per arrivare, il grande cartello che appose con due puntine da disegno sotto il suo tavolo. Scritto con caratteri vagamente gotici, in buona calligrafia, riportava quanto lo sconosciuto aveva da offrire agli uomini e alle donne della Festa Grossa: SI VENDONO PAROLE, PAROLE UTILI E RISOLUTIVE PER TUTTI, PREZZI MODICI E PER TUTTE LE TASCHE.

Alle dieci del mattino la festa era già animata da forestieri, paesani e gente dei dintorni, ragazzi, bambini e famiglie vestite a festa. Molti erano venuti da Crespellano, da Bazzano, alcuni perfino da Savigno e da Ponte Samoggia. Lo strano uomo con la bombetta era diventato l’argomento principale di conversazione e oggetto di dileggio, scherzi e sfottò. L’unico che sembrava disinteressarsi di questo trambusto era proprio lui, lo sconosciuto, che continuava imperterrito e imperturbabile a leggere il suo libro come se il mondo attorno a lui non esistesse, come se stesse leggendo in un luogo desolato e deserto. Nessuno aveva osato chiedergli qualche spiegazione. Domandargli magari perché qualcuno avrebbe dovuto pagare per qualcosa che è alla portata di tutti, liberamente e gratuitamente, come le parole. Nessuno gli aveva chiesto cosa potevano avere di così speciale le parole che lui creava, tanto da dover essere pagate.

A dire il vero, qualcuno c’era, tra il pubblico della festa, che avrebbe pagato volentieri per alcune parole. Spartaco Landuzzi, un giovane tornitore figlio di una socialista e di un anarchico, quando vide il cartello affisso sotto il tavolino pensò, senza punto stupirsi, che avrebbe pagato bene, in lire sonanti, la parola Libertà e ancor di più la parola Socialismo. Avrebbe dato volentieri tutti i soldi che aveva in tasca per ascoltarle risuonare leggere e passare di bocca in bocca. Quelle due parole ormai era possibile sentirle solo in galera, nelle aule dei tribunali o sulla bocca di qualche fascista come un insulto o una bestemmia. Un’altra persona che avrebbe comprato con tutto il cuore qualche parola dolce era Isolina.

Isolina era scesa due anni prima dai monti di Monghidoro per andare a servizio dai Marabini. Vent’anni, seconda elementare non finita, sapeva bene di non essere particolarmente avvenente. In realtà non era né bella, né brutta. Isolina avrebbe pagato chissà quanto per le parole “Come sei bella!” oppure “Ti amo”. Avrebbe lavorato gratis di buon grado per un anno intero per quelle poche parole, purché, ovviamente, fossero uscite dalla bocca giusta e, soprattutto, con l’indispensabile sincerità.

Verso mezzogiorno, quando lo sconosciuto aveva ormai letto molte pagine del suo librone, gli si avvicinò un bambino di circa nove anni. Era solo, malamente vestito e cominciò a guardare con una certa insistenza l’uomo che vendeva parole. Questi se ne accorse e, posto un segnalibro, chiuse il volume e osservò il bimbo in modo interrogativo.

-Senti un po’ tu…- prese a dire il piccolo – Io te la comprerei una parola, ma non ho il becco di un quattrino. E poi, se non è la parola giusta… che cosa me ne faccio?

-Le parole le vendo, io, mica le regalo. Se non hai soldi che cosa puoi offrirmi in cambio? Io non lavoro gratis!

Il bambino, per tutta risposta, gettò sul tavolinetto la sua fionda. L’uomo la prese in mano e la osservò con cura. Era una bella fionda, in legno di bosso, il manico era istoriato con ghirigori fatti ad arte col coltellino.

-E’ un oggetto troppo bello, non ho parole così preziose da poterti dare in cambio. Tutt’al più ti posso dare una, anche due parole, per averla in prestito fino a domani. Domattina, torna qui e io ti restituirò la fionda. Anzi ti regalerò anche una parola in più. Va mo là!

Il bambino sorrise e disse che era d’accordo. Intorno a loro si era formato un capannello di gente curiosa che aveva assistito al loro colloquio, sottolineandolo con risatine e sberleffi che, tuttavia, non avevano minimamente turbato i due soggetti intenti al loro strano negozio. L’uomo guardò ancora la fionda, poi fece cenno al bambino di avvicinarsi e di tendere l’orecchio. Coprendosi la bocca con la mano, il venditore di parole gli sussurrò qualcosa all’orecchio e lui, non appena la udì, lanciò un piccolo grido come quando si incontra una meraviglia davvero inaspettata. Il bimbo, che era di Ponte Ronca, lo conoscevano tutti come un cinno un po’ sventato ma piuttosto sveglio e per nulla ingenuo, così il suo stupore generò vero stupore, anche se non proprio sconcerto, tra la gente che si era radunata attorno a loro. Il maestro Bonazzi, che lo aveva avuto in classe per i primi due anni delle elementari, lo prese per un braccio e gli disse in modo che tutti sentissero: – Insomma, che cosa ti ha detto quell’uomo?

Si fece un gran silenzio. Il bambino scosse la testa come spaventato da una simile richiesta.

-No, no, no, non posso dirlo. Davvero! È un segreto. Non posso dirvelo, credetemi, per niente al mondo!-

Si divincolò dalla presa del maestro Bonazzi e, nello sbigottimento generale, corse via e lasciò in tutta fretta la piazzetta.

Poco dopo, alla Festa Grossa non si parlava d’altro. Tutto quello che era successo, quel trambusto e quel vocio sommesso dei curiosi non aveva minimamente turbato lo sconosciuto il quale, congedato il bambino con le due parole, riaperto il libro e, senza dire né “a” né “ba”, aveva tranquillamente ripreso la sua lettura come se nulla fosse accaduto. La voce era arrivata anche a Duilio Marabini detto Musgatt, il figlio primogenito di Leandro Marabini, il podestà di Bazzano. Quella mattina, Musgatt, aveva lasciato la sua grande e bella casa di Ponte Ronca, salutato in tutta fretta la moglie Olga, alle prese col figlioletto di tre anni che frignava, e ora stava giungendo alla festa accompagnato da Isora, sua cugina, anche se tutti in paese sapevano che da tempo era la sua amante ufficiale.

Duilio aveva trent’anni, un bel viso, due baffi spioventi e un cappello floscio di feltro che portava con civetteria quasi fosse un pittore o un artista da teatro, anche se nessuno aveva capito veramente che cosa facesse nella vita. Sono un uomo d’affari, diceva di sé. Vicino a lui Isora sembrava mal assortita, bella, procace, truccata e ingioiellata al pari della madonna di Lourdes.

Gli amici al Caffè Centrale gli avevano detto che alla festa c’era un matto che vendeva parole, ma che forse non era proprio matto. Insomma, uno strano soggetto che faceva parlare di sé e nessuno aveva capito da dove diavolo fosse sbucato. Incuriosito da un personaggio così misterioso, si fece largo tra la gente e giunse proprio di fronte al venditore di parole, il quale non si scompose proprio e non alzò nemmeno lo sguardo dal suo libro.

-Sembra che qui si vendano parole.- Esordì Musgatt picchiettando il bastone da passeggio sull’assito ligneo del tavolino.

Lo sconosciuto alzò lo sguardo e, senza fretta, richiuse il libro guardando negli occhi il giovane.

-Sì, e allora?- Gli rispose senza cambiare di una virgola l’espressione immobile del suo viso.

-Allora… allora ne voglio una. La voglio buona e utile e te la pago in contanti, ma guai a te se è qualcosa che non serve. At fag passer la Ghiranda a chelz in tal cul. Ti faccio passare la Ghironda a calci nel culo come è vero che mi chiamo Duilio Marabini. Et capè!-

Mentre stava parlando, Musgatt pensò che quel viso dall’aria così assente e risoluta forse gli ricordava qualcosa o qualcuno perso nel suo passato più remoto. Alla fine si convinse che quel volto era talmente anonimo che poteva essere di tutti e di nessuno.

-Sentite, signor Marabini, la parola che ho per voi vi costerà cento lire tonde, non un centesimo di meno. E se la parola non vi serve, non vi garba e non la trovate di vostro gradimento sono pronto a restituirvi immediatamente le cento lire raddoppiate del loro valore.

Una piccola folla si era assiepata intorno al banchetto del venditore di parole, c’era chi spingeva, chi sgomitava e non si sentiva volare una mosca. Sembrava quasi che tutti stessero trattenendo il fiato per paura di perdere una parola o un semplice accenno e per vedere come sarebbe andata a finire.

-Cento lire sono tante.- Riprese a dire Musgatt accarezzandosi i baffi e mettendo mano al portafoglio.- D’accordo, ma non facciamo scherzi. Ma senti un po’, il tuo viso non mi sembra nuovo. Sei di Ponte Ronca? Sei forse di Bazzano?

-Mai stato a Ponte Ronca prima d’ora. È la prima volta che ci vengo e mi sa, a dire il vero, che non mi ero perso proprio niente.- Gli rispose lo sconosciuto mentre scriveva su un foglietto una parola con la matita. Piegò il foglio in quattro e lo porse al giovane che lo prese tra il pollice e l’indice, lo guardò richiuso e lo tenne per un momento immobile tra le due dita come se volesse mostrarlo alla gente con un gesto teatrale. Con studiata lentezza e con apparente indifferenza aprì il foglietto e lesse la parola mentre lo sconosciuto forestiero riponeva le cento lire in un elegante portacarte rosso di cuoio marocchino.

Musgatt, quando lesse la parola, sbiancò in volto, richiuse il foglietto e se lo mise in tasca. Tutti capirono in un attimo che lo sconosciuto aveva colto nel segno. Il giovane tacque, si fece largo tra la piccola folla attorno e, senza dire nulla, affrettandosi lentamente, si allontanò lasciando Isora nel piazzale della festa senza un gesto né un cenno. Prese la via di casa e tutti si accorsero, vedendolo allontanarsi correndo inseguito dal suo tabarro nero, che era accaduto a Musgatt qualcosa di veramente serio.

Duilio Marabini se ne era andato da appena mezz’ora quando di fronte al banchetto del venditore di parole si era già creata una piccola fila. L’uomo misterioso aveva una parola per tutti, talvolta anche due o tre. Guardava il viso della persona davanti a sé, gli stringeva la mano, riceveva il suo compenso che poteva essere di tre o quattro soldi e, nei casi più complessi, di una o due lire, dopo di che scriveva la parola su un foglietto o la sussurrava all’orecchio del cliente. Poteva trattarsi di una massaia o di un contadino. Vecchi e bambini, giovani e adulti aspettavano in fila pazienti, ansiosi di ricevere la propria parola e non c’era nessuno che non ringraziasse con un sorriso. Ogni parola che l’uomo vendeva veniva accolta con gioia e stupore, alcuni ringraziavano con gridolini carnevaleschi, altri addirittura con risate sfrenate e insolenti.

Don Attilio, il parroco, leggermente discosto dal tavolo dell’uomo misterioso, rimirava con sospetto quella lunga fila e quelle esplosioni di gioia che gli parevano così poco “cristiane”. Ma perché tutta quella gente, pensò il prete, non va a divertirsi al tiro al bersaglio, a giocare alle bocce o ad ascoltare l’orchestrina che già da oltre mezz’ora suonava poco discosta e poco ascoltata? C’era qualcosa di losco, di irriverente, di vagamente dionisiaco in quegli sprazzi di felicità che non sembravano provenire da gente timorata di Dio. Improvvisamente don Attilio prese la sua decisione. Alzò con entrambe le mani il suo abito talare fin quasi alle ginocchia per poter correre meglio e molti si accorsero in quel momento, trattenendo a stento le risa, che il parroco quella mattina aveva indossato due calzini di colore diverso, uno rosso e uno blu. Corse di gran carriera fino alla chiesetta della Visitazione, caricò in tutta fretta l’aspersorio di acqua santa, con una sorta di cieca rabbia come se stesse armando una pistola a ripetizione, indossò la stola viola che pendeva inerte dal confessionale e riprese la strada della Festa Grossa. Giunto che fu di fronte al venditore di parole, mentre questi stava servendo il calzolaio Luigi Pizzoli detto Gigéin, cominciò ad aspergere il forestiero come una furia, recitando oscure formule in latino che avevano per gli attoniti presenti la cadenza dell’invettiva e della maledizione. Ben presto l’uomo con la bombetta si trovo col viso zuppo di acqua benedetta che scendeva a rivoli dai piccoli occhiali tondi. L’uomo se li tolse, senza rivolgere al prete nemmeno un’occhiata di traverso, li pulì con un fazzoletto di seta che teneva nel taschino del panciotto e, per la prima volta da quando era sceso dalla corriera, sorrise.

Erano quasi le otto di sera quando lo sconosciuto venditore di parole estrasse dal suo panciotto un pesante orologio d’oro da tasca e disse al barbiere Aristide Marzari detto Tirafrad che gli stava di fronte: -Mi dispiace, gentile signore, ma è ora che io vada.- Tirafrad ci rimase un po’ male visto che aveva fatto oltre venti minuti di coda. Il forestiero salutò coloro che erano in fila togliendosi cerimoniosamente la bombetta e dando a tutti appuntamento per il giorno seguente alle ore nove precise.

Lasciò tavolo e sedia al padrone della giostra che li tenne gentilmente in custodia fino all’indomani e, accarezzando la fionda che sporgeva dal taschino del gilet damascato, si allontanò avviandosi per la via della collina, stando ben attento che nessuno lo seguisse. Prese la strada bianca che in maniera irregolare costeggiava la Ghironda, dopo due curve giunse davanti a una grande casa color senape, di aspetto padronale, delimitata da un grande cancello e contornata da un giardino signorile. Rimase qualche minuto aggrappato alle aste verticali della cancellata guardando fissamente la vetrata dell’ampia veranda che dava sul giardino. Quindi si chinò verso terrà, scelse con cura un sasso tondeggiante grosso quasi quanto una piccola noce e caricò la toppa della fionda, tese gli elastici per tutta la loro estensione, prese la mira e centrò la vetrata della veranda mandandola in frantumi. Non ci fu nessun clamore, nessuno si sporse dalle finestre, evidentemente non c’era nessuno in casa.

Riprese quietamente la via verso valle sapendo che lo attendeva una buona cena alla locanda Venturi di Pragatto dove era alloggiato. Quando arrivò alla locanda erano le nove appena trascorse. La sua fama lo aveva ampiamente preceduto, molti tra gli uomini che giocavano a carte, o bevevano il proprio quartino, quando lo sconosciuto varcò la porta dell’osteria si fermarono, si tolsero il cappello o si toccarono la fronte in segno di riguardo.

Il mattino seguente, quando poco dopo le nove si presentarono i primi clienti, il venditore di parole era già al proprio posto. Evidentemente a nulla erano valse le reprimende in latino di don Attilio e lo sguardo torvo del maresciallo Mancuso che osservava con un certo sospetto il quieto armeggiare con le parole dello sconosciuto. Sia gli uomini che lavoravano alle giostre che l’omino del tiro al bersaglio coadiuvato dalla figlia, una bella ragazza mora che porgeva carabine e sorrisi ai ragazzi della Festa, vedevano di buon occhio il venditore di parole. La Festa Grossa non era mai stata così movimentata e affollata di gente contenta da molti anni a quella parte.

Il sole era già alto nel cielo e il caldo cominciava a farsi sentire. Il venditore di parole aveva la sua postazione sotto un alto tiglio della piazza che donava un po’ di ombra in quella giornata afosa. Il venticello che solitamente spirava dalla collina quel giorno tardò a farsi sentire. Verso le undici si presentò in piazza Duilio Marabini. Non guardò in faccia a nessuno e puntò dritto verso lo sconosciuto con la bombetta. Se ne infischiò della gente in fila e andò dritto al punto che gli stava a cuore.

-Mi serve una parola, subito. E che sia buona, per la miseria! Costi quel che costi!

Lo sconosciuto finì di sussurrare una parolina a un giovane di Pragatto che ringraziò contento, poi si rivolse a Musgatt in questi termini: – Ho la parola che ti serve, ma questa volta ti costerà mille lire.

Duilio era furente. – Cat vegn un chencher! Non ho questa somma con me. Ti farò un assegno.

-Nessun assegno. Solo contanti- replicò calmo l’uomo con la bombetta mentre, silenziosamente, scrisse una parola su un foglio, lo piegò e lo mise nel taschino del panciotto.

-Per aprire questa tasca servono mille lire, non una lira di più, non una lira di meno.

Musgatt corse via furibondo e si ripresentò sotto il tiglio mezz’ora dopo mentre lo sconosciuto forestiero era in un momento di pausa e stava bevendo in tutta tranquillità una gazzosa ben fredda. Il giovane contò sul tavolinetto mille lire in tagli da cento, una banconota sopra l’altra. La gente attorno era esterrefatta. Musgatt era un uomo conosciuto e di grande influenza in paese, per non parlare di suo padre il podestà, un importante gerarca, fascista della prima ora, da tutti rispettato e temuto. Quando il venditore di parole ebbe inserito le mille lire nel suo portacarte rosso e reinfilato questo nella tasca posteriore dei pantaloni, trasse dal taschino il foglio e lo diede al giovane. Musgatt aprì il foglio e tutti si accorsero che la mano gli tremava visibilmente.

-Dio mio! Non è possibile?!?- Esclamò in tono alterato e si allontanò barcollando leggermente mentre la gente faceva largo al suo passare.

L’accaduto pareva aver creato una sorta di timore diffuso tra coloro che erano presenti e che avevano visto Musgatt, sempre così spavaldo, andarsene a capo chino con una sorta di terrore stampato sul volto. Il forestiero sconosciuto era rimasto imperturbato, col suo viso serio ma in fondo sereno. Al suo banchetto non c’era più la fila. Qualche avventore reclamava la sua parola, pagandola il giusto, ma nessuna fila o ressa come un’ora prima. Giunta che fu l’una, il venditore di parole lasciò il suo banchetto e andò a pranzo al Caffè Centrale che, per la Festa Grossa, fungeva anche da trattoria. Annaffiò le sue tagliatelle al ragù col miglior pignoletto della zona, quello della tenuta Ravasi.

Ritornato, poi, nella piazzetta si fermò a chiacchierare amabilmente con il padrone della giostra per poi riprendere il suo posto dietro il tavolinetto. Quel primissimo pomeriggio domenicale della Festa Grossa era particolarmente tranquillo. La gente arrivava alla spicciolata e, sapendo quanto era successo quella mattina al figlio di Marabini, si guardava attorno con una sorta di vigile preoccupazione. L’allegria carnevalesca del giorno prima sembrava essere svanita per lasciare il posto a quell’atmosfera elettrica che precede una tempesta, quando sembra quasi di sentire l’odore dei fulmini che stanno per arrivare. Il venditore di parole era tranquillo, aveva ripreso la lettura del suo libro. Pochi clienti, qualche forestiero a cui era arrivata voce delle parole in vendita e non voleva perdere un’occasione così singolare.

La tempesta arrivò verso le sette di sera, mentre la Festa Grossa era più trafficata che mai. Arrivò annunciata da tre brutti ceffi in camicia nera e fez guidati da Mario Lepore detto Mariein. La giostra traboccava di bambini, il tiro a segno era un continuo crepitio di colpi e due giocolieri si scambiavano palline e clavette in equilibrio sui loro monocicli.

Mariein si avvicinò al tavolinetto del forestiero mentre questi stava leggendo il suo libro, trasse dalla cintura il manganello e lo picchiettò più volte sull’assito del tavolino con un suono da xilofono stonato.

–Dissò umarell. Cosa ci fa qui un milordino elegantino come te tra tanta gente per bene come questa? I furbetti come te, a noi proprio non ci piacciono. Et capè, al mi milurdein dal caz!

Il venditore di parole interruppe la lettura e alzò lo sguardo con molta lentezza. Guardò l’uomo in fez dritto negli occhi senza dire nulla finché Mariein, non resistendo a quello sguardo, diede mano al manganello colpendo il libro che volò lontano.

-Che cosa volete?- chiese l’uomo con la bombetta.

-Quelle mille lire che hai estorto al camerata Marabini te le facciamo cagare, lira su lira, a bastonate. Ma non qui, che c’è gente, e poi non vogliamo rovinare la festa.-

Il tono di Mariein era sempre più ostile e minaccioso e come se non bastasse, gli altri due giovani in camicia nera, pantaloni alla zuava e fez, si erano posti ai due lati di Mariein con le mani sui fianchi.

-Lo sai dove vanno a finire i pezzi di merda come te?- Mariein fece una smorfia e sputò scaracchiando sul cartello sotto il tavolino. -La cosa non finisce qui. I tuoi giochetti di parole non ci impressionano!-

E come per dare forza alle sue parole diede uno schiaffetto alla bombetta sul capo dell’uomo che cadde a terra poco distante. Il forestiero non si scompose, raccolse il suo capello e non cambiò di un sol tratto la fissità del suo viso. La gente tutt’attorno tratteneva il fiato e, sinceramente, quasi tutti erano in apprensione per la sorte dello strano forestiero, minacciato così severamente da quei tre soggetti ben conosciuti in paese per la violenza e l’arroganza.

Un aiuto insperato, per il venditore di parole, giunse da quanto stava accadendo in quel momento al centro della piazza. Un uomo di oltre sessant’anni, a torso nudo, con gli occhiali dalle lenti grosse come fondi di bicchiere e una zazzera rasata all’umbertina, si era presentato un’ora prima al pubblico come Uber, il fachiro di Tavagnacco. Ora stava vomitando, emettendo versi e conati, una trentina di minuscole raganelle verde chiaro che aveva poco prima divorato insieme a enormi quantità d’acqua. Queste saltellavano per la piazza vive e vegete. Uber le rigurgitava e nel contempo le rincorreva per rimetterle nel sacco di iuta dove le aveva tratte mezz’ora prima. L’attenzione di tutti era catturata dal fachiro friulano a petto nudo. Anche i tre fascisti in fez si erano spostati di diversi passi ed ora ridevano sganasciandosi, segnando a dito Uber e le raganelle che se ne andavano in giro per la piazza tra l’ilarità generale.

Il venditore di parole appoggiò la bombetta sul tavolo, proprio sopra il libro aperto e piegato sul dorso: sembrava un quadretto fatto apposta, una sorta di cartello con su scritto “Torno subito”. Fece alcuni passi indietro e, quietamente, si allontanò inosservato dalla piazza affollata.

**

Era una splendida serata di luglio, il sole stava per scendere dietro la collina di San Martino in Casola. Spirava una brezza leggera che piegava lieve l’erba alta lungo la riva della Ghironda. Lo sconosciuto venditore di parole stava ripercorrendo con passo quieto il percorso fatto la sera prima e, dopo alcune svolte della strada bianca, si trovò davanti all’ingresso della casa color senape con la veranda dal vetro infranto.

Il cancello era solo accostato. Attraversò con passo fermo la soglia del giardino e si diresse verso la grande porta d’ingresso. Si fermò a meno di un metro dal portale in noce e rimase a lungo a guardarne le increspature, le venature del legno e i segni lasciati dal tempo. Poi, lentamente, avvicinò la fronte all’uscio fino a sentirne la rugosità come se dovesse, da un momento all’altro, uscirne un suono. Fu solo un attimo e subito rialzò la testa e si trovò ritto, in piedi, di fronte all’ingresso. Si voltò lentamente rimirando dietro di lui il giardino che stava per essere avvolto dalle ombre della sera. Si frugò in tasca ed estrasse una pesante chiave che infilò nella serratura del portone, la rigirò più volte e quello si aprì come d’incanto.

Nell’ampio ingresso tutto appariva sottosopra, i cassetti del trumeau erano aperti e con oggetti fuoriusciti sul pavimento. Il tavolo era ingombro delle cose più strane, altri oggetti erano stati gettati alla rinfusa sopra un elegante tappeto, due sedie erano ribaltate a terra e la grande tenda di un’ampia finestra era strappata. Pareva una casa appena svaligiata, oppure abbandonata in tutta fretta da qualcuno alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare.

Fermo, nel centro del salone, osservò con cura i quadri, il raffinato mobilio, il disegno elegante della tappezzeria muraria floreale in stile inglese. Attraversò la sala scavalcando gli oggetti che ingombravano il pavimento di maiolica, aprì la porta di un’anticamera male illuminata, aprì un’altra porta e si trovò nella grande cucina che dava sul retro. Questa prendeva luce da una grande porta finestra che si affacciava su un piccolo orto e lasciava entrare un ampio panorama di campi che si perdevano all’orizzonte.

Lo sconosciuto sollevò una stuoia di giunco che ricopriva il pavimento di cotto fiorentino davanti al secchiaio. Cominciò a picchiettare con le nocche ogni singolo mattone fino a ché due di questi non fecero un suono diverso rivelando qualcosa di cavo. Aiutandosi con un sottile coltello per dolci scalzò i due mattoni i quali nascondevano una piccola scatola di latta tutta ricoperta di ruggine. La maneggiò con cura, prese uno strofinaccio che pendeva dal lavandino per rimuovere almeno una parte dello strato rugginoso. Esitò prima di aprirla, come se temesse le sorprese che il tempo era in grado di riservargli. Non mancava nulla, nulla era stato alterato o sottratto in oltre trent’anni: una trottola in legno di pregevole fattura, con la corda ancora intatta e scanalature rosse e blu. Era stata costruita per lui dal falegname Anzlat, Angelo Galliani, un caro amico di suo padre. Una fionda in legno di ciliegio con la toppa in tela ancora intatta, anche se la stessa cosa non poteva dirsi per gli elastici ormai lisi dal tempo. Venti figurine Liebig e un numero imprecisato di biglie in vetro di vari colori. Richiuse la scatola, cercò e trovò in un cassetto uno spago e lo passò intono ad essa più volte annodando poi con cura.

Stringendo nelle mani il suo piccolo tesoro, usci dalla casa, si fermò qualche istante ad osservare per un’ultima volta il salone, poi chiuse la porta e rimise la pesante chiave in tasca. Con il cancello alle sue spalle guardò la bella facciata di quella casa e si accorse di avere sulle labbra alcune parole di commiato, le declamò con una solennità aulica, come se fosse un endecasillabo. Parole che gli erano rimaste in gola da oltre sedici anni. Fece un ampio respiro e le pronunciò lentamente a voce alta come se le leggesse: -Porci, fascisti, figli di troia.

Chiuse il cancello dietro di sé e prese la strada verso San Lorenzo in Collina, allontanandosi sempre più da Ponte Ronca e dalla Festa Grossa che ormai volgeva al termine. Giunto in località Molinetti, costeggiò il podere dei Buganè e dopo pochi passi si trovò vicino a un grande macero per la canapa. La luce dell’imbrunire lasciava intravvedere sulle sue rive il giallo vivo dell’iperico e il giallo tenue dei canneti. Estrasse con fare solenne la grande chiave che aveva usato poco prima e la lanciò al centro del macero che la accolse con un pluff quasi inavvertito. Immaginava di essere atteso alla stazione di Ponte Ronca per la Littorina delle 21:15. Forse lo attendevano anche alla non lontana stazione di Zola Predosa dove il treno Littorina sarebbe partito per Casalecchio dieci minuti dopo. Non aveva alcuna intenzione di onorare in alcun modo quegli sgradevoli appuntamenti. Prese la via dei campi che conosceva bene, prima di San Lorenzo avrebbe deviato per san Pancrazio aggirando il paese di Zola e tagliando per campi e cavedagne verso Casalecchio, dove sarebbe arrivato di buon passo in meno di due ore. Un unico compito gli rimaneva da adempiere, andare per la prima volta nella sua vita in località San Pancrazio. Non era certo lontana da Ponte Ronca, qualche chilometro, non di più. Ma lui, il venditore di parole, a San Pancrazio non c’era mai stato. San Pancrazio l’aveva sentito raccontare, quando era bambino, da suo nonno Alfredo e la storia era sempre la stessa, breve e incantevole:

–Un dè andarain a San Pancrazi a magner i ciud! Un giorno andremo a San Pancrazio a mangiare i chiodi.

E non era l’incipit della storia, era proprio quella la storia tutta intera: l’evocazione di un luogo mitico dove un giorno saremo andati tutti a mangiare i chiodi. Allungando il passo sarebbe arrivato a San Pancrazio prima che il buio fosse completo. Avrebbe visto i profili delle case di quel luogo magico che doveva la sua fama, forse, al fatto di aver ospitato in passato un buon calzolaio, oppure un bravo falegname che poteva portare in bocca più chiodi di quanto questa ne potesse contenere. Mentre le luci di San Pancrazio si profilavano all’orizzonte si sentì giovane, forte e con il cuore di un bambino. Lo straniero venditore di parole non sarebbe mai più ritornato a Ponte Ronca.

**

Gabriele Veggetti dal 2006 collabora con la Cineteca di Bologna nelle attività del dipartimento educativo. Ha insegnato dal 1997 al 2017 ‘Storia e critica del cinema’ presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Bologna. Al momento tiene laboratori di cinema nelle scuole di Bologna e provincia, coordina You-Factory, una piccola factory cinematografica formata da adolescenti, finanziata con un progetto regionale con sede a Valsamoggia (BO). Nel 2021 il suo racconto “La Tromba di Art” è entrato nella triade dei vincitori del Premio Scerbanenco.

Gabriele Veggetti

QUATTRO FRAMMENTI

**

Mentre Baudelaire, con il timbro solenne del largo, suggerisce l’immagine di un mare immenso murato fra le volte di fetide caverne o ci fa sentire la puzza di un vicolo stretto come luogo sacro e oltraggiato insieme, Mallarmé esplora, con superba distanza, la magia del fonema, la musicalità geometrica del timbro. Se la risonanza baudelairiana è il solenne fluire del ritmo, il suono di Mallarmé è l’elegante spettacolo di una lingua svelata come pura essenza. Il progetto sembra essere quello di una scienza congelata del suono, che anticipa i frammenti musicali weberniani. I suoi versi sono diamanti sfuggiti al Libro, pezzi abbacinanti che potrebbero anche non esistere e non muterebbe l’ascesi del progetto. Jeu de prestige giocato sull’orlo di un nulla galante e perturbato, spalancato nel fregio di un ventaglio, la poesia mallarméana non è tragica nei suoi testi – astratte coreografie di suoni – ma in ciò che tacciono: il candore mortale della pagina vuota. Questo candore è il Libro che il poeta auspicava nella sua scientifica ansia di perfezione: l’accecante biancore in cui precipita la nave del Gordon Pym di Poe, la scena silenziosa del naufragio davanti alla massa bianca che sorge dall’acqua, Gli artifici grafici del suo celebre poema, Un Coup de dès n’abolira jamais le hasard, ci dicono che il poeta ermeticodei Sonnets è, in realtà, il poeta pericoloso di suoni scaraventati nella pagina come segni stilizzati, destinati al naufragio. La disposizione frammentata e ondulatoria del Coup de dès non tranquillizza nessun lettore di versi. Chi volesse tradurlo troverebbe più ispirazioni nella musica che nella poesia. Ma l’incompiuto Livre, che nel suo testamento il poeta lasciò scritto che fosse bruciato come inutile guazzabuglio, è una lista di appunti sparsi da cui soltanto Mallarmé avrebbe potuto estrarre l’ultima scena: il suo impossibile Libro dei libri.

**

**

Felicemente, non esiste un modo univoco di fare “ordine”. L’ordine è solo uno dei possibili orientamenti nelle tenebre. Il poeta insorge contro i dati esistenti perché insegue una sua personale epifania, un suo insolente “vedere il mondo” con quella torsione del collo, con quello strabismo dello sguardo. Si coglie mentre percepisce sé e il mondo in stato di sonnambulismo, dentro il silenzio dell’io e delle cose. Ma, per intonare questo sonnambulismo, per restituirlo e rappresentarlo, ha bisogno di trovare un suo – originale, non prevedibile – ordine. Forse proprio quell’”ordine insorto” che teorizza René Char. Sopraffatto dalla «tempesta emotiva» delle analogie, il poeta ammutolisce, non sa se tacere o impazzire. Alla fine scrive, da ‘folle sano’, e trasfigura le logore parole dell’alfabeto combinandole a modo suo: «…una parola, con tutto il suo verde/ cestisce, si trapianta,// tu seguila (Celan)». Da qui l’esigenza di un’armonia provvisoria e instabile che rimuova percezioni innocue e geometrie consentite. Da qui la forza rifondante di un linguaggio poetico che non si limiti a ripercorrere i canoni noti ma sia rinominazione magica nata da un atto di meraviglia, di creazione-distruzione del precedente e prevedibile aistanomai.

**

Elias Canetti invita il lettore a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo, in tarda età, gli sarà consentito fare un confronto fra le due scritture. Un libro del giorno e un libro della notte, scritti simultaneamente come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è il ciò che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. «Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi… È noioso bisbigliare ai vicini. È inutilmente tedioso scandagliare la propria anima… Ma scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia». Ma qual è il compito del poeta? Chi è il suo interlocutore? “L’interlocutore”, come suggerisce Osip Ėmil’evič Mandel’štam, è il “lettore futuro”. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi. Il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato proprio per lui. Nasce qui l’utopia di una “comunità senza comunità”, dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo stare insieme, tra vivi e morti, al di qua e al di là dello specchio, compagni di illusioni diverse e di diverse forme di verità. Mandel’štam cercava, nell’ossatura dei versi, una “nuova fisica delle parole”. Si potrebbe aggiungere: la parola poetica è una ‘prova estrema’ dello scrivere umano, oltre i manierismi e le scaltrezze della tecnica. Il poiein trasforma il linguaggio comune in accordi di parole che obbligano il lettore a sospendere qualsiasi forma di giudizio. L’azzardo si consuma fra i nessi imprevedibili della sintassi piuttosto che nell’isolata potenza della parola. I primi irradiano vibrazioni, la seconda brilla isolata. Come scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono».

**

Arrivati in fondo, ma se non esistesse nessun fondo…

Tanto Mallarmé quanto Celan lo ripeteranno e insegneranno: la parola poetica è antitesi tragica a ogni forma di pienezza. Canto, sì, ma che entra nella compattezza del canto, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive. Il destino del poeta torna ad affidarsi a quell’urlo iniziale, a quella sillaba uscita dal silenzio. La parola è stata canto. Ha conosciuto la sua natura di canto, la sua felice onnipotenza. Ora può essere di nuovo quel grido che l’ha sempre sostanziata.

Non sorprende che i poeti, nella loro vita, traversino queste fasi alternanti del processo poetico. La Parole archetipale di Char non è certo sacrale venerazione dell’archetipo poetico ma il personale “ordine insorto” del poeta verso quello stesso archetipo. La sua celebre sentenza: «Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti» trova la sua eco speculare nell’altra: «Il giorno nutre, la notte affina la parte nutrita».

La poesia deve innalzarsi (o meglio essere “sublime”, secondo l’etimologia della parola, sub-limen, affiorare dal basso, di sbieco) e andare oltre di sé. Bonnefoy scrive: “L’uccello varca il canto dell’uccello ed evade”. Qui è l’enigma della poesia: essere “fuori di sé” ma costruire le forme di questa “evasione” con scrupolosa esattezza. Poesia è sperimentare l’impossibilità della parola, in quanto parola, di arrivare al suo oggetto e descriverlo. Perché la poesia è stare, ai margini dell’afasia, la lingua mozzata davanti a qualcosa che ammutolisce il linguaggio: non consente altro che uno stupor dove creare e reinventare le forme dello stupore con le parole. Essere nell’illimitato continuando a fondare limiti nuovi al linguaggio che ne descrive il dissolversi. «Il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura» – sostiene Mallarmé, che non a caso si era prefisso di sabotare il linguaggio,, di costruire una poesia che progettasse “la propria oscurità”.

(M.E.)

TESSITURA ARCANA. Alfonso Guida

La follia è la tessitura arcaica e arcana (dunque, carica di stupefazione) delle “celesti finzioni” di cui parlava Lautréamont nei suoi Canti, credo proprio nel Canto Sesto. La finzione è destinata come la parte che tocca in teatro a un attore, la stessa parte, per anni, per sempre. La follia è appiccicaticcia, untuosa. A un certo punto la maschera cadde dal volto mio e da quello di Hölderlin. Capimmo che si trattava di una maschera di cera promessa alla scomparsa. Se la follia scompare all’io, quasi sempre succede di ritirarsi. Si passa dal boato psicotico al silenzio ascetico. Si capovolge la moneta e se da un lato c’era la maschera dall’altro si affaccia una specie di volto, ma sicuramente una prossimità, un avvicinamento alla unità o, spiritualmente parlando, alla comunione. È come se la moneta venisse improvvisamente convertita. Dalla foiba alla pianura.

**

IL MAGICO ERRORE DI MARCO ERCOLANI. Caterina Galizia

**

Marco Ercolani è uno psichiatra e uno scrittore.

”Scrivere” dice “ è un atto di violenza, un magico errore, una gioia non nominabile”. La sua produzione è sterminata; spazia dalla narrativa (dove eccelle negli apocrifi) alla saggistica, alla poesia, agli aforismi. Con Lucetta Frisa è redattore della rivista online “La foce e la sorgente” per “La dimora del tempo perduto” e con lei ha pubblicato numerosi testi.

Il libro di cui voglio parlare è Sentinella (Edizioni “L’ arcolaio”, 2022) una raccolta di aforismi, frammenti, appunti, dove chiedersi se si tratti di scrittura che riflette su sé stessa o di pensiero filosofico, di poesia o saggistica, di ricerca sul proprio o sull’altrui sé, non ha senso. Ogni domanda di questo tipo, semplicemente, non va posta perché è esattamente dal paradosso-crocevia di questa complessità che l’opera trae la sua forza. Ercolani è sempre attento a coltivare lo stupore (proprio o altrui) perché “Disimpari lo stupore e cominci a morire”. Infatti per sopravvivere occorre “disorientare il presente”. E quando è il presente che ci travolge con la sua inconsistenza? “Certi giorni, dice Ercolani, trascorrono senza di me”. Il giorno, infatti è pericoloso. È lo spazio mentale che subisce l’intrusione del mondo. “Lo sogno, lo modello, lo scrivo, il mondo, ma è come volessi persuadere lui a farsi riassorbire da me, non il contrario”. Così la vita: “Vivo diecimila vite. Ma questa, che subisco, ha un nome?.” E ancora: “Qualsiasi cosa io viva di reale, da uomo, da medico, da scrittore, c’è, nella mia testa, un’unica apocalisse, una sola polverizzazione del mondo, un bianco totale. Il solo paesaggio possibile”. Sono infiniti, invece, e benedetti dalla libertà della creazione, i paesaggi illuminati dal buio della notte. Qui potremmo dire, ribaltando Emil Cioran “L’insonnia è una vertiginosa lucidità che può trasformare un luogo di tortura in paradiso”. Perché le notti, con la veglia che coltiva i propri sogni, sono le ancelle della scrittura e la scrittura è “Il fuoco che arde e insorge senza incenerire”. Quindi: “Scrivere per conservare quella violenza”, “Non vivere neppure un attimo senza le potenzialità della parola”. Lo scrittore dice di sé: “Se metto dei segni sul muro, comincio a credere al muro” e soprattutto “Io, se scrivo, non posso avere rimpianti”. Un amore, quindi, a qualsiasi condizione. Ma si è mai visto un amore senza spine? A questo punto ci si imbatte in uno dei temi più affascinanti di quest’opera: lo choc del linguaggio che si scontra con il suo limite: “La parola è indicibile. Ma occorre scrivere per saperlo”. “Il foglio bianco./ Due penne sul tavolo/ Una è spezzata”. “Quale parola può definirsi giusta per descrivere un evento perturbante?”. Ciò vale soprattutto per la poesia: “Il poeta non trattiene per sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive lo perde subito nelle parole”. ”Il poeta scrive da quel punto di sé dove sarebbe logico tacere”. Se il poeta è Ercolani non ha scelta: “La-cifra del tappeto- di tutta la mia opera” dice “è la necessità di vivere nonostante” rimanendo in bilico sull’abisso, talvolta arrivando addirittura a sorvolarlo: “La bellezza estetica è quella sospensione della vita che ci rende occasionalmente immortali”. L’abisso va esorcizzato con la testimonianza: “Disegno sul muro, con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole e di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella”.

**

Il testo è tratto dal mensile Leggere tutti. Mensile del libro e della lettura, anno 18, n. 169, agosto-settembre 2023.

BREAKDOWN. Marco Ercolani

Joseph Cotten in Breakdown (regia A. Hitchcock, 1955)

Breakdown

(a me stesso)

Antro

Non è colpa di nessuno, non è stata colpa sua, cosa poteva fare d’altro, una vita spenta, il cane ucciso, il piano venduto, le macerie delle case in tempi di guerra, il mondo è insignificante, pericoloso, prolisso, meglio stare tranquilli, leggere, mangiare, vedere, un inizio e una fine; e tanti, tanti film, perché i film sono forti e precisi, durano due ore o un’ora e quarantacinque minuti, niente di interminabile o di imprevedibile, amore morte odio vendetta ma nelle sequenze dei fotogrammi, nelle caselle dello schermo, nel perfetto rifugio della mente, niente di vivo e di imprevisto a disossare, a scorticare. Il figlio lo sa. La sua auto – un antro con la voce di Tom Waits – era una via di fuga.

**

Rete

Come lei lo voleva. Il figlio non fuma, non corre, non torna ubriaco a notte alta, non dorme sui ponti, non gli si mozza il respiro i rari minuti in cui fa all’amore. Parla di come il respiro gli si tronca in gola, di come la febbre lo ammazza, di come crepa di sete. Le parole anticipano la vita, vengono quel dannato attimo prima. Solo i muti usano tante parole. Lui è muto. Il pezzo di carta dove ansima scrittura dice che vuole stare nell’antro del foglio. Non lo vorrebbe, ma è così. Può vedere Chagall a Nizza, Bosch a Lisbona, Goya a Madrid, Turner a Venezia, ma quella che vuole è solo altra carta – altre casse di risonanza del grido che gli spella la carne. Non ci sarà nessuno a dirgli dove, come, quando, cosa. È un bambino sventrato, si tiene la pancia con le dita. Punto e basta. Quanta strada farà quel bambino è un problema futuro, un ragionamento ipotetico. Da non fare adesso. Così accade e non accade. Vive nel punto della ragnatela dove gli è consentito stare. Si è assunto il compito di decorare quel punto, di modellarlo. Non ha scelto la forma ma gli arredi. Se gli capita di amare degli esseri umani, li dispone nei punti liberi della ragnatela, in certi angoli vuoti da amici e persone. Ama senza uscire dalla rete. Ricapitola l’universo dal suo millimetro quadrato, tessendo lentamente la cartografia dei continenti, dei desideri, delle forme. L’altro da sé diventa innocuo, incapsulato in una storia da raccontare e da riscrivere. Il figlio si salva la vita ripetendo che occorre salvarsi la vita. Spergiura di emergere restando sommerso. Anche i pazienti che cura li sigilla in una comoda identità: li invita a non esplodere mai in furori o allucinazioni, li protegge dalla verità che ha giudicato insopportabile per loro, non li guida alle cause del loro trauma, li abitua a sopportarne il dolore, complice nel seppellire le tracce. Non modifica, non rivoluziona. Così tutto accade e non accade. Se il cielo oggi è nuvoloso, non pensa che domani possa essere limpido. Non crede che, se qualcuno un giorno lo aggredisce, domani voglia abbracciarlo. Si presenta come un padre buono e attento, ma sostanzialmente indifferente. Accettare l’inaccettabile e conviverci: le sue prescrizioni. Lascia che siano gli altri a inventare le regole, a modificare i patti, a generare i figli, a uccidere le madri. L’unica realtà sua è avere detto e scritto, nel corso degli anni, che un uomo vive anche abitando il suo non essere vivo, usando la sua esistenza come palcoscenico per rappresentare i propri fantasmi. Un teatro buio, dove i gesti reali sono appena un’eco; dove quella che appare, invisibile ma perfetta, è la ragnatela con al centro l’impronta del volto catturato, assente. Non ha mai provato quell’ampio sentimento fisico di traversare oceani, ma solo quel senso di asfissia, quell’Itaca ottusa, quella ragnesca tela di Penelope, quel cupo addestrarsi a non amare le cose presenti e a desiderare quelle assenti, camera verde in cui è accesa l’ultima candela per il culto dei morti, non c’è bisogno di mentire per uscire all’aperto, non si esce e basta, non si lascia l’impero delicato e immenso dove essere imperatore delle proprie immagini, senza pensare a cosa si potrebbe desiderare. Scrive. Punto e basta. La carta dove scrive è portatrice di vita, il figlio la batte e ribatte come lo scultore il marmo, fino a scaldarlo, non c’è più bisogno di rileggere Woolrich per riprovare le sue paure o ascoltare Gould che esegue ancora una volta le Goldberg per risentire le proprie ossessioni, la vita non si sotterra mai troppo bene, il giorno sale, il sole scintilla, il figlio toglie la polvere dai mobili, le briciole dal pavimento, si libera da quell’odore di calze non lavate, dal subdolo gioco che gli incastra gli occhi nell’ultimo film, le cosce alla poltrona, si osserva fuori dalla stanza-cassaforte, dal salotto-schermo, lascia sua madre e va laggiù, sarà dolce, ancora una volta, ricordare quel sogno: un paesaggio di mare, di impressionante bellezza, il salino nell’aria, l’antica biblioteca, la panchina celeste, le nubi nere agli orli e lucenti al centro, il rumore dell’acqua davanti al ristorante Paradiso, un filo di luce sulle onde, il caffè dopo il pesce, un universo galattico, il profilo della sua donna. Può muoversi ora, il figlio; camminare, avvicinarsi alla spiaggia; svegliarsi.

**

Breakdown

La sua schiena è tutta coperta di nei, piccoli tumori che il corpo e la mente hanno frapposto, con caparbia ottusità, fra se stessa e la realtà esterna. Lei è letteralmente girata al mondo. Al figlio ha lasciato tre eredità: il sorriso di Medusa, la necessità di sognare, l’impossibilità di percepire reali le proprie emozioni. La sua schiena è un muro cieco – un girasole innaturale, ostile alla luce, alieno. Lei è immobile, davanti allo schermo dove proiettano Gilda, con Rita Hayworth. Ammira la bellezza del corpo di Gilda, il braccio bianco che si sfila il guanto nero, mentre risuona la canzone. Non è Amado mio – precisa. Poi torna a guardare le scene del film. Le piace, dentro quelle immagini, la felice sensualità del corpo di Rita, bianco e nero, seminudo, colto nella bellezza della danza. Poi, spento lo schermo, finito il film, ritorna la vita di sempre; i corpi banali, brutti, vestiti, ansiosi, i corpi che non sono liberi, che obbediscono alle regole, vili o prudenti. Lo schermo consente l’esplosione dell’avventura, della felicità, del dramma. La vita, priva di schermi, è il pericolo da cui difendersi.

Il suo corpo spaventato odia la vecchiaia e detesta la morte, vuole salvarsi e salvare il figlio da disastri irreparabili. Lei preferisce il sogno di una giovinezza immaginaria alle corruzioni comuni del tempo. Lei scherma le sue emozioni e, in questa fiera difesa della quiete interna, assomiglia a un grande uccello del paradiso, guardiano della sua grotta-paradiso. Sorride e consente al figlio di rappresentare qualche remota paura, purché sia irrappresentabile. Lo schermo è spento. Niente Gilda. Niente Anna Karenina.

Mentre, nel 1960, vedeva un telefilm della serie Alfred Hitchcock presents, lo schermo del televisore, dopo qualche minuto, si spense per un blackout. Protagonista del telefilm era un Joseph Cotten scostante, antipatico, imprigionato nella sua auto dopo un incidente. Quale sarebbe stato il suo destino? Si sarebbe salvato? Sarebbe morto? Le domande che non smetteva di porsi erano destinate a restare senza risposta. Circa quarant’anni dopo, il figlio ha trovato in libreria un volume sui telefilm di Hitchcock. Sfogliandone le trame, ha riconosciuto la storia di cui lei gli aveva parlato. Il titolo era Breakdown. Cotten, uomo cupo, scontroso, cattivo, imprigionato nella sua vettura ha una paralisi nervosa che gli impedisce di parlare. Vorrebbe chiedere aiuto ma nessuno può ascoltarlo. Dopo diverse ore viene soccorso e liberato dall’auto. Giudicato clinicamente morto, è portato all’obitorio. I figli lo circondano, indifferenti, aspettando che muoia. La sua voce fuoricampo, che solo gli spettatori possono ascoltare al di qua dello schermo, continua a ripetere: «Sono vivo. Guardatemi: sono vivo». Muovendo le nocche delle dita, cerca di attrarre l’attenzione dei medici, senza riuscirci. Sa che sarà sepolto se nessuno si volta a guardarlo. Sepolto vivo. Alla fine il suo equilibrio psichico cede. Breakdown. Crollo emotivo. Piange. Proprio la paradossale presenza di una lacrima sul suo volto immobile lo salverà. I medici si accorgono solo in quel modo che l’uomo non è morto. Quale singolare coincidenza ha provocato quel blackout televisivo, più di quarant’anni fa? Quale caso beffardo ha voluto che sua madre, allora, non vedesse con i suoi occhi la verità che avrebbe rimosso dalla sua esistenza? La verità, quella più intensa: provare un’emozione salva la vita.

**

La morte in vacanza

Rivede in televisione vecchi film noir degli anni Quaranta. I celebri attori che recitano storie d’incubo nello schermo sono all’apice della gloria e della bellezza. Su di loro proietta l’universo parallelo di una giovinezza immaginaria, opposta alle regole devastanti del tempo, che invecchia i volti e altera i lineamenti. Non sopporta l’idea che quegli attori, da lei visti e rivisti in abbracci d’amore, promesse di nozze, attimi di terrore, possano, dopo decenni, invecchiare o morire come individui banali nella realtà di una vita terrena. Allontana da sé quell’amarezza, tornando a rivederli e ad amarli nelle scene dove i loro corpi ripetono riti immutabili. Uno dei film che predilige, La morte in vacanza, è una storia fiabesca dove il protagonista, la Morte, si innamora di una donna bellissima e, per il tempo di quest’amore, non è più in grado di esercitare il suo potere. I malati si alzano guariti dai loro letti. Le vittime di incidenti mortali restano illese. I suicidi sopravvivono. Paradossalmente, di questo film non esiste più una copia, neppure nelle cineteche americane. La morte in vacanza, per qualsiasi spettatore volesse rivederlo oggi, è un film morto.

Se per lei sono immortali e reali solo le passioni rappresentate nei film, il suo corpo vivo, invece, è schermo cupo delle proprie emozioni interne, che non devono venire alla luce perché inutili, pericolose. Assomiglia a un oscuro uccello del paradiso, guardiano di una grotta della quale impedisce a tutti l’accesso. Il suo piumaggio sembra opaco, minaccioso, impenetrabile, ma a un occhio più attento la piccola coda non è affatto scura ma multicolore, disseminata di minuscoli scintillii, di frammenti di immagini.

**

L’energia della finzione

Ha il sentimento che pesi su di lui una maledizione, quella della madre morta che non finisce mai di morire e che lo trattiene prigioniero. In questa sofferenza psichica è impossibile sia odiare che amare, sia gioire che pensare. L’io è prigioniero di una figura irrappresentabile. Gli oggetti restano al limite dell’Io, sul bordo; né dentro né fuori. Il centro è occupato dalla madre morta. Il figlio appoggia le mani contro i muri compatti della cella, sceglie una parete e, con tutta l’energia delle dita, sente la presenza di una finestra. Si mette in attesa dell’aria. Ha tutto il tempo di aspettare che l’emozione dell’aria, con precisione millimetrica e forza spasmodica, possa trovare la sua forma. Poi scopre che, al posto di una finestra aperta sull’esterno, le sue mani modellano ancora una volta uno schermo sul quale proiettare un numero inverosimile di finestre.

**

Impietrite come statue

In The Shock Corridor uno scrittore si finge pazzo per scovare l’assassino di un malato psichiatrico e si fa richiudere in corsia. Dopo aver conosciuto storie paradossali e feroci (uno scienziato geniale perde la ragione e si comporta come un bambino terrorizzato; un giovanotto vittima di un trauma bellico crede di essere il protagonista di una battaglia fra nordisti e sudisti nella guerra di secessione; un negro, indossando un grande cappuccio sulla testa come un membro del Ku Klux Klan, organizza scene di linciaggio contro gli altri negri della corsia), lo scrittore, in uno dei suoi peggiori incubi, sente una goccia d’acqua, nel corridoio, battergli sul dorso della mano. Una goccia, due, tre. Alla fine – i suoi occhi lo vedono e coincidono con gli occhi dello spettatore – un acquazzone violento scoppia nella corsia del manicomio. Il pavimento si allaga totalmente. Lui batte a tutte le porte, per ripararsi, ma le porte sono tutte chiuse. Il corridoio si colma di un’acqua torrenziale, come se una cascata lo sommergesse. Alla fine scopre l’assassino, scrive il resoconto della storia, vince il Premio Pulitzer. Ma è tardi per la sua mente, definitivamente turbata. Ora è un pazzo catatonico. Insieme allo scienziato, al soldato, al negro, resta immobile nella corsia, il braccio proteso nell’aria. La macchina da presa scorre, nel finale del film, su tutte le figure dei matti, impietrite come statue nella loro ossessione. Al figlio il compito di guardare il film, ancora una volta.