Ninfe
con due scritti
di Marco Ercolani e Susanna Mati e un’intervista all’autrice







*Valse, Ninfe, I libri dell’Arca, Joker, aprile 2024
Ninfe
con due scritti
di Marco Ercolani e Susanna Mati e un’intervista all’autrice







*Valse, Ninfe, I libri dell’Arca, Joker, aprile 2024


II
Nelle rapide in secca dell’autunno
**
notti assediate di luna
alla curva di parabole
che dal corpo scivolano
in lampi di vele,
storie raccolte
in quell’unica sosta
tra le sabbie
che accese il foglio d’astri
e la lingua, franata
in voluttà di oasi
e di tende: –
l’ombra
ribatte ai margini,
in grotte di tormento,
la voce che si immola all’alba
per intima convinzione
di ritorni – una parola
che di umano ha il rantolo
sgomento della luce
quando sprofonda
nelle rapide in secca
dell’autunno
*
occhi gonfi d’acqua
sul tracciato che dalle labbra
conduce a selve
spoglie di visione,
alle chiome sfiorite
di una stagione dietro sé
perduta –
la mano sogna
e come fiaccola s’illumina
alla parola ricordo che respira,
si trasforma in voci
tenaci d’onda
trapassando spine pietrificate,
rovine aperte al gelo
che dilegua per immutabile
legge del risveglio,
poi si spegne: –
*
un volo di tenebre e rime
recate in dono
al dio che dall’abisso
porge la carta, l’inchiostro,
il segno, il solco
della nuvola che spazza
il dolore nell’incanto –
a gloria futura
di un prolungato nulla,
di un prossimo, lento declinare
sullo stelo
*
trasparenze di oblio
dove la pupilla si arresta
e l’uccello di neve
precipita nel bianco
seme delle sue ali –
anche la luna è acqua
che ghiaccia
priva di sorgenti,
luna di tregua
con le sue spighe immobili
nel vento arreso
ai meridiani del tramonto: –
risale, poi si addensa
e si disperde, il lucore
di mondi in transito,
uniformi
sopra il velo infantile
che contagia lo sguardo,
lo ara di piogge, di vele
visibili oltre la fluttuante
linea di un volo –
altrotempo
che brucia ere immemoriali,
rischiarate a tratti
come il silenzio
che si fa corpo nel profondo
*
specchio di palpebra remota
che si nasconde all’aria,
al fuoco che avvampa
il gelo del sonno
con madreperle di sogni
e acque incerte, segnalate
da rare tracce di sassi
e grida addossate contro i vetri –
dove la voce corre senza eco
spinta dal vomere autunnale,
un prima di braci,
di fiori che s’infuturano
per il ferro sospeso,
rapido della falce: –
il deserto
profuma di angeli assetati,
assopiti in stracci di visioni –
nessuna sorgente evade
dai siti della notte, e
l’alba è solo afrore
di quelle sabbie, luce
sostanziata dal vuoto delle ombre
*
le regioni del volto
somigliano specchi che il cielo
trascina di vento in vento
fino alle radici della voce,
al lamento che imbianca
le valli e l’iride rimuove
dal suo blocco granitico
di sopravvivenza – prima
che una sola immagine
osservata a rovescio
rallenti i minuti,
dichiari la parola abolita,
incapace di luce: –
parola d’albero sorpreso
al battesimo della polvere,
con l’immobile sguardo
attento all’orma del seme,
a cui sfuggono sillabe
e distanze,
la lingua materna
e il sentiero delle piogge –
alfabeti che sfumano
dove il passo affretta il meriggio
e in mille ombre e mille
tacitamente affonda
*
veleggiare la solitudine
antica della sera
come chi scorda il porto
e d’improvviso s’illumina
alle nevi degli anni,
alla teoria di eventi
trapassati in ruderi,
frutti votivi
su tavole imbandite
di crepuscolo: –
dorme nell’acqua quieta
un rischiarato circo di ricordi,
mentre ritornano alla notte
notizie di naufragi e glifi
d’onda, nuvole di carta
strappate da fogli d’infanzia
per rischiarare la pura
rovina delle mani,
la prora che si oscura
senza lume
*
dialoghi nella penombra,
nient’altro che una macina di voci
che leviga il ricordo
come una foglia di tempo
nell’addio – un sasso
stupito di presagi
che serba il testamento dei fondali,
la nascita sabbiosa
dell’alba e il suo tormento,
il suo occhio indecifrabile
nell’intrico di sguardi
rappresi sul vetro impassibile
del cielo: –
la lingua stringe il sapore
della polvere – un reclamare d’ali
contro gli argini invalicabili
di un’unica notte
**
*I testi sono tratti da: Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, I Libri dell’arca, Joker, aprile 2024.
Tu sai che il nulla è il paese dei granai…
Nulla=silenzio, vuoto=potenza del vuoto come atto: la possibilità dell’avvenimento, anche dell’io come sasso che nell’acqua moltiplica il cerchio del tuo lancio. Fino al propagarsi. La creazione del verso o del frammento avviene per sfregamento e la propagazione ne è la conseguenza. Tutto insomma è nella metafora del fuoco, che in sé ha la scintilla e l’incendio. Senza il nulla nulla può accadere. Il nulla della cella ha scatenato le più fervide tra le immaginazioni femminili. Perché l’entusiasmo della mente si verifichi bisogna stare nell’ombra, nella fitta ombra. Sembra quasi la condizione necessaria per il massimo della resa. E non è un caso che tale fenomenologia si realizzi nelle terre incastonate come l’Umbria. Le donne umbre sanno quanto grano fa il campo del nulla. Basta togliersi di mezzo per stare nel nulla.
Io scrivo sempre per questo salutare bisogno di suicidarmi. Scrivere per me è la sublimazione dell’istinto di morte. Un imbuto che diffonde visioni. Che non servono a niente. Che non interessano a nessuno. Ma scrivo, obbedendo con sacrificio invisibile al monito di Fortini. Scrivo grazie anche a Jaspers (“La cura della mente”) che stamane mi ha fatto chiaramente capire che mi avrebbe letto e applaudito. Lui, che invitava a comporre le cosiddette opere di “auto- descrizione” materiale che riteneva fondamentali per la fenomenologia, la psicologia soggettiva e la psicopatologia: Schreber, De Quincey, Nerval.
11.57, 2 maggio 2024

Giovanni Castiglia






**
La psiche umana è un albero con tutte le radici visibili. Per uno scrittore che vuole essere nomade della sua mente la psiche è una grande scommessa. Lui non viaggia per estensioni di territorio ma trivellando se stesso in un solo punto. Per quanto tempo si deve trivellare? Per quanto dannato tempo? Spesso ho riflettuto a quegli eroi che, considerati clinicamente folli, continuano a scrivere. Questa caparbietà non sembra davvero un Grande Mistero? Normalmente lo scrittore scompare, da matto, agli occhi del mondo. Non cammina più, né dentro né fuori di sé. Il caso di Nietzsche è esemplare: un universo filosofico di ineguagliabile complessità si riduce a pochi e laconici biglietti firmati «Dioniso» o «Il crocefisso» – archetipi, non a caso, del sacrificio e dell’annichilimento. Nella relazione immediata e rovinosa con l’assoluto, il filosofo non crede più alla finzione del linguaggio. Se la follia possiede lo scrittore e lui, nonostante la malattia, non tace ma, contro l’angoscia indotta dal silenzio, scrive, il cimitero della carta bianca non è un cumulo inerte di roba scritta; è vortice pulsante che lega pensieri a parole, parole ad analogie, intrecciando pulsioni emozionali e combinazioni linguistiche in un cortocircuito di lettere, confessioni, diari, scarabocchi, messaggi improvvisati, testimonianze lacerate in una scrittura perturbante e audace. Il perturbante smaschera le convenzioni: è la possibilità che l’irreale sventri il reale, è la facoltà di pensare essenziale tutto quello che potrebbe essere rispetto quello che è.
Testo di Marco Ercolani
Segni di Giuseppe Pellegrino

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Questo tuo libro è bellissimo. Belli i caratteri tipografici. Leggo e mi sento confortato. È il conforto della condivisione di una condizione ad alleviarmi un po’ il male. E questo conforto viene integro dalla tua parola. Un linguaggio chiaro, semplice e colto. Non hai che te, pensavo questo. Sei adulto e, dunque, solo, solissimo, come tutti gli adulti che pensano troppo alla loro età di adulti e al divenire del fiume che non lascia scampo. È una parola medicamentosa quella che tracci in questo diario-intervista, utile per il lettore, utile come qualunque testimonianza o referto della cruda realtà. L’empatia, dici, se manca innesca la paralisi o il dramma cronico della mutilazione. A me è successo questo. Mi sono ammalato perché dentro non avevo l’amore, nessuno aveva riempito il mio vaso, nessuno di quelli a cui sarebbe toccato riempirlo da tempo, sin dalla più tenera età il vaso è rimasto vuoto…
Ho interrotto, debilitato, le letture per due giorni. Le ho riprese stamattina, a fatica. Del tuo libro, di cui ammiro la scorrevolezza e il dinamismo linguistico, la coerenza ritmica, mi viene da dire del tuo pensiero, del tuo sistema organico di pensiero. Sei tutto radicato nell’amore per la letteratura del passato. Non smetti di citare Kleist, Hölderlin, i tuoi musicisti. Una prosa foltissima, senza sbavature, senza ornamenti, senza sentimentalismi. “Sparire è pensare con coraggio la pianura dopo di noi, i suoi tramonti e le sue albe. Perché mondo e natura non sono nostre proprietà, ma soffi leggeri attraverso i quali tormentosamente avanziamo finché siamo in vita. Io capisco che troverò, anche oltre il destino di Kleist, le tessere che compongono il mio: le vertigini che mi perdono sono le architetture che ritrovo. Io sono e non sono quelle vertigini e quelle architetture”.
Devo confessartelo: te le sento leggere ad alta voce queste frasi e sorrido o rido di gusto. Ti sento affannato e ansioso e avido di letture e di mondi da conoscere, come un ragazzo innamorato dei libri più di sé. Cerchi, prendi, lasci. Misuri la temperatura dei libri. Sai regolarti. Sai ascoltare. Hai orecchio. Per la tua condizione. Di uomo mescolato alle parole mute dei libri, le radicalmente altre, le profonde, le abissali. Ad esempio capisci che non è il caso di leggere Bernhard e ti butti su Handke. Ho sorriso, si. E ti ho applaudito in questo grande teatro nobile in cui a turno stiamo sul palco e in platea quando, con encomiabile sincerità, hai scritto: “voglio che il lettore si abbandoni alla tristezza”. Ami la malinconia e chi ne è portatore. Ami la malinconia radicale, l’abisso senza fondo di certo allucinato ascetismo o dionisismo, più che misticismo. Se in te c’è traccia di mistica è nell’impeto dell’istinto di fame e di sete, nella sua avidità che, malgrado il tormento, continua a tenerti in vita.

**
È un atto complesso entrare in questo libro di Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto (La Vita felice, 2024) con le chiavi giuste per esplorare il mondo dolente che il poeta ci descrive con pudore, a ciglio asciutto. Occorre restare discosti dall’ingresso principale e vedere da lì ciò che resta, in “futura memoria”. La poesia, sfuggita nelle mongolfiere o immersa nelle grotte di corallo, espone, nella metamorfosi delle scene, il dolore dei non più vivi, vicinissima all’angoscia dei superstiti. La voce di Cannillo è una linea non increspata, riservata e quasi silenziosa, che trattiene antiche voci in una misura segreta e personale, dove la nostalgia della memoria è anche costruzione di un discorso austero, malinconico ma non triste, attento a registrare le minime inflessioni dei destini nella scrittura, senza eccessi lirici. Libro intenso e compatto, Dal Lazzaretto, dove il ritmo poetico si annida in musiche sommesse; le virgole appaiono ma non i punti, perché non sembra esistere una fine, un a capo, per la voce che evoca e narra, poeticamente, una dolorosa continuità. Una lieve aura da “olocausto” getta la sua ombra su questi versi, che però si riservano sempre una nicchia di tenerezza autobiografica, legata ai luoghi prediletti. Alla fine della lettura, non si è certi di avere colto tutto lo spirito del libro ma resta la gioia di essersi accostati a un contrasto di ombre, gentile ma crudele, che qui ritrova la sua voce remota dal muto Lazzaretto.
**
Anche la carta col tempo
si logora, il biglietto postale
si apre a fatica, si rilegge
il grigioverde sbiadito
fino alla data del timbro
maggio settantaquattro
Ma la volontà della madre
versata sul foglio resiste
il pollice calcato sulla penna
chiudeva ogni vocale in un sospiro
dal tavolo di marmo di cucina
Non è più solo dei corpi adesso
la distanza, non più provvisoria
Nessuna lettera che la misuri
Ci separa forse una linea di schermi
come lenzuola animate dal vento
Forse tu accarezzando un sipario
segui col dito le parole – e le ripeti
come fosse musica per il figlio
**
L’ultimo atto: la polvere sulle cornici
lucidare i vetri, carezzando i profili
Ognuno i suoi caduti da celebrare
La memoria spalanca le terrazze
e le ombre si rianimano in corpi
colti all’ultimo scatto, nello slancio
di un sorriso in posa per sempre
L’origine appartiene al sapere
mentre il distacco lotta col mistero
Pietà per il destino che ci aspetta
nel ritratto che si va compiendo
La mia casa con la finestra aperta
e il vento che mi cerca
mentre sono altrove
**
Dorme il Lazzaretto
trasportato da un treno
che lo fa scivolare nel tempo
Le valigie aperte, le smorfie
di chi lotta con il brutto sogno
Hanno spento le luci in corridoio
e il gomitolo di ombre
si gira lento su se stesso
Sospesi i ricordi in un convoglio
quello che conta adesso
è il panorama che ci sta aspettando
ancora sfumato al finestrino
Dormendo scorrono le stazioni
in paesaggi come lampi
mentre l’arco profondo della notte
porta a destinazione ignota
Dormono insieme nel suo labirinto
le vite perdute e le attuali
condividono racconto e itinerario
il movimento che ci sveglia e ci assopisce
**
*I testi sono tratti da: Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto (prefazione di Davide Romagnoli), La Vita felice, Milano, 2024.

Marlène Dietrich confessa a un giornalista francese il suo amore per Alberto Giacometti (1988).
Fu uno splendido amante, Alberto. Un po’ troppo silenzioso. Conservo una sua statuina accanto al mio letto, così grigia e sottile. Ricordo che mi adorava, che parlava del mio silenzio animale. Non gli piacevano le donne che chiacchieravano troppo: era incantato da come von Sternberg fotografava il mio volto quando cantavo, in Shangai Express. Diceva che avrebbe voluto fare lo stesso per le sue teste, fotografarle con la stessa perfezione, ma sarebbe stato un fallimento. “Io non seduco le mie vittime, io le catturo”, diceva. Ma adesso è meglio che ricordi altro. Io sono sempre vissuta per la libertà. Chi ho amato, non si è fermato con me. Difficilissimo è stato lasciare Von Sternberg: lui mi aveva imprigionata benissimo. Ma entrambi sapevamo che doveva finire.
Ora, chi bussa alla mia casa dice che io non rispondo mai, che sono pazza. Ma perché? Non voglio vendere il mio viso invecchiato a nessuno: è solo mio. Questa non è follia: questo è conservare il segreto. Anche quello del mio amore per lui, grande testa da accarezzare.



Giovanni Castiglia
per Gustavo Giacosa
Siete arrivati. Ve lo hanno permesso. Quanti anni avete? Diciotto, diciannove, ventuno? Mi conforta sapere che siete qui, davanti me, e che quindi posso iniziare. Non c’è nulla di più bello che iniziare. Ogni volta che finite di leggere un libro, non vi respira dentro un demone sconsolato e insoddisfatto che vi costringe a iniziare ancora? Non sapete cosa. Restate attoniti a riascoltare il suono di un aggettivo, il ritmo di una frase; perdete di vista il discorso, vi immergete in suoni casuali, immaginate una certa musica. Bene. Non pensate di sbagliare ma, semmai, di fare un altro viaggio, dove sia naturale e indispensabile la bellezza. Quella bellezza, solo vostra, che non verrà mai messa a tacere. Un sopruso, un delitto, un crollo, la minerebbe. Ma lei si oppone perché così volete. Tutto è complesso (mente, fantasia, desideri, sogni, progetti), ma quando non vi arrendete a qualcosa di prevedibile diventa semplice, come acqua che scorre. Per essere semplici dovete sapere cosa potete e quando potrete. Poi sarete liberi di spiccare il volo verso il mondo che volete.
Certo, questa lezione vi arriva da un docente che parla dentro un edificio semicrollato. Ma come docente non sono vincolato a nessuna materia e, se questa casa è pericolante e piena di crepe, io e voi sappiamo perfettamente perché. Ma non dobbiamo parlarne ora: questo è un altro argomento. Oggi, si tratta di vedere come funziona, oltre ogni artificio, la libertà della psiche.
Il governo ha deciso che questa lezione sia possibile. E qui, nell’aula, non ci sono microfoni. Non hanno avuto tempo di organizzare controlli: tutto va di fretta, con la solita incuria, anche il potere. Noi entriamo in questa pausa, dove neppure si accorgono di noi. In ogni pausa c’è libertà, sempre, e salvezza, dentro un universo molteplice, non definito dall’intelligenza, sospeso fra prosa e poesia. Vi ricordo che siamo qui, per una lezione di vento, in un luogo estremo che avrebbe dovuto crollare.
Ogni sapere che noi pensiamo è dentro di noi. L’immagine che si forma adesso nei nostri occhi potrebbe esistere anche senza di noi ma ci attraversa proprio in quel momento: noi siamo come quelli che, affacciati a una finestra, vedono il lampo e lo trascrivono come possono. Innumerevoli sono i lampi, innumerevoli i racconti del messaggero che ha assistito all’evento o di tutti i messaggeri che hanno assistito all’evento. Il lampo esiste, certo, senza di loro, ma si racconta attraverso di loro. Noi tutti siamo le voci diverse di un unico racconto. E oggi questo racconto è aperto e possibile: siamo noi i portatori sani di questo possibile. Tutto è visione che non si appaga nell’essere capita . mistero senza enigma, fonte di meraviglia e di domande. Noi però vogliamo capire: vediamo non solo con gli occhi ma con tutto il corpo, con la speranza che domani nessuno ci riconsegnerà al mondo delle cose normali e ci lascerà vivere il nostro giusto delirio. Nessun paesaggio appartiene all’uomo se prima non l’ha calato nei luoghi della sua mente. In quei luoghi, dove parlare di inferno o di paradiso significa fare giochi di parole, niente può definirsi o astratto o figurativo. Tutto è un fluire di forme, e queste forme hanno un solo privilegio: non essere né rigide né curve né significative né bizzarre. In quei luoghi, immuni da ogni artificio, ci può essere accordo o disaccordo, macchia e figura, immagine e buio. Tutto diventa realmente possibile.
Queste non saranno lezioni di estetica, come immaginate, ma di libertà. Io non sono un filosofo ma uno psichiatra. Uno psichiatra, cosa insegna? La scienza discontinua e infelice della libertà. Ha il compito di vedere, nella voce, nei gesti dell’altro, che cosa lo abbia ferito in quel punto esatto. Si accanisce a cercare il vero in ogni persona, e non sono fondamentali le parole che l’altro dice ma il modo in cui le dice o le tace. Quelle mi hanno permesso di essere qui a parlarvi: chi ci comanda sa che io non istigo, non provoco, non faccio politica attiva: mi limito a osservazioni inattuali. Ma voi, di queste osservazioni, fate armi. La vera arma è sentire la possibilità dell’aria nel tessuto delle cose. Non si può nulla, senza aria. Ti avvolge, comune a tutti: ma per ognuno c’è la sua aria, nel tempo in cui vive la possiede e, quando sparirà dal mondo, la lascerà ad altri, traforata dai suoi segni. Qualcuno li vedrà, forse. Qualcuno no. Il destino è destino. Però è indegno non avere speranza, non credere al duende. Ricordate che chiunque muove le mani su qualche superficie, foglio o muro o terra che sia, chiunque agita le dita cercando forme, lo fa perché cerca, nel suo tatto, la nostra metamorfosi. La materia non è mai quel numero esatto di protoni ma l’energia che li rende pulviscolo. Ecco, in sintesi, la mia lezione di vento. (M.E.)

La scrittura in prosa, quando non ha scopi narrativi, ricava la sua efficacia dal proprio duende: dal quid che la determina – scelta lessicale, naturalezza del ritmo, efficacia dell’immagine – e che la rende “speciale”. È il caso di L’altro dentro di noi (Piccola Biblioteca Anterem, 2024), di Marco Ercolani, un libro che si presenta come un’intervista da cui sono omesse le domande, fitta di temi personali e autobiografici, realizzata musicalmente come una rapsodia che scorre leggera, abbandonata a se stessa, con frasi divaganti che vogliono aggirare concetti troppo esatti. Raccontare con chiarezza ma a partire da dettagli laterali, da posizioni scomode. “Non c’è bellezza che non procuri turbamento”, è il leitmotiv dell’autore. Tutto il libro, in sintesi, è una “idea” della prosa così come la concepisce Ercolani: idea-radice-ossessione che vuole cantare se stessa. La storia dei suoi libri e dei libri letti si dipana per frammenti, utilizzando la forma dell’intervista perché il tono sia fluente e non assertivo. I temi sono quelli che l’autore declina da sempre: apocrifo, arte/follia, microracconto, le arti colte nella molteplicità (non solo scrittura ma musica, cinema, pittura), ansia di libertà, nodi psichici, epigrammi filosofici. Ne viene fuori un ritratto dell’artista “da adulto” che indaga l’arte come ciò che non consola ma che deve esistere, afferrando il lettore alla gola come un nodo che la lettura non scioglierà. Il libro si compone di risposte a domande immaginate, ma è dominato da una sola domanda assillante, continua, irrisolta: senza fame e senza sete di verità sarebbe sopportabile la vita? E come si può esprimere questa fame e questa sete se non con le frasi della lingua umana – la musica che ci pervade come pietra sonora? L’altro dentro di noi è un libro dei vivi e dei morti intonato dalla voce di un vivo, appunto precario e sospeso lasciato galleggiare in un oceano familiare e minaccioso. Scrive Garcia Lorca: «Il duende… Dov’è il duende? Dall’arco vuoto entra un vento mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, in cerca di nuovi paesaggi e di accenti ignorati».

**
Per me un poeta come Lorenzo Pittaluga è grande perché, leggendo le sue poesie, mi sembra di toccare un midollo spinale. Lui è andato in fondo alle cose visibili. Questo soprattutto mi interessa in un poeta, quell’attitudine – che non si impara leggendo, studiando, né campando cent’anni – a rifare coi suoi versi la concretezza che vede, mentre tanti poeti anche ufficialmente ritenuti grandi, si lasciano guardare dal visibile. Lo cantano, lo sfaldano, perché lo perdono di vista, non generando quindi mai concetti, ma lirica, metrica, bravura, ecc. Pittaluga rende il suo contesto esistenziale, comprensibilmente ridotto, in una fuga di spazi larghi ma ancora nella misura più concreta possibile.
Per questo tutta la sua spiritualità, la sua visionarietà, ha la continua veggenza di una razionalizzatore dello spirito. Non è mangiato dai fantasmi, lui li ingoia; sta anche in ciò la differenza con altri poeti detti degni, o che magari imparano la follia – la si può imparare, eccome!
Per questo oso dire: c’è una misura di tempo nei destini. Pittaluga ha detto tanto, in un limitatissimo numero di anni, ma di questi ha toccato poderosamente il fondo. A tal punto che non conta più cosa avrebbe o non avrebbe potuto scrivere, si entra nel regno delle ipotesi, e una qualunque previsione saggia può bruciare un talento. Ha detto quel che doveva dire nel miglior modo concesso. Non a caso, dove c’è fuoco o intensità speciale c’è velocità, rapidità, la giustizia fisica di un’autocombustione. Anche in tale modo inconsapevolmente tragico, Pittaluga ci ripropone il proprio dominio sul reale.
