I testi sono tratti da: La furia di quel piccolo niente, I libri dell’Arca, Joker, 2013.
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Sembra ci sia battaglia
tra i rami e la schiuma,
ma è solo un gioco a cui assiste
il dio che custodisce i confini.
Paul Klee
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Io
Io mi soppeso nei lunghi silenzi del mare.
so pesare la tristezza con le gioie,
ma fare le tare non ricordo più.
Mi riconosco a volte in un’immagine che piace,
ma spesso pesa più quella me così
ostinatamente grigia che la luce l’ha
ingoiata l’asfalto.
Sono di sabbia e sfinita
continuo a passare nella strettoia
per riallargarmi e capovolgermi ancora.
*
Treni di note
rincorrono l’orecchio
accalcandosi dolci
sul tappeto
ornano l’antico
ritratto del mare
sul portico stellato della sera.
*
Ti ricordi quando tutto si faceva lucente?
Quando il dolce dormire dei corpi vicini,
era una scusa per stare svegli a spiare?
Spiare la vita dell’altro: il suo mistero.
Ti ricordi più indietro nel tempo?
facevi lo stesso per farti cullare,
uno scherzo una carezza,
spiare l’amore materno
con occhi fintamente assopiti,
un quasi buio per non strabordare d’amore.
*
Dal vaso turchese mi giungono inviti,
c’è festa là dentro colori antichi
ricordi di avi che proteggono il gioco,
viti, tre conchiglie, una puntina blu,
se guardo meglio mi tiro su.
C’è musica note spartiti vestiti da sera,
una borsetta trapunta, una vecchia bandiera,
Sulle righe confuse rimando parole,
poi inizio ad estrarre cotone, di mille tinte
violette un po’ spente, lo estraggo dal vaso lo
lancio per aria, mi muovo da un batuffolo all’altro
mi espando fluttuando giro così per qualche
settimana ed infine ripongo la lana.
*
Un bagliore improvviso
alla mente un attimo
ti accende,
verdi di stoffe e broccati,
compaiono i tuoi antenati,
con grande maestria
cambi stoffa al sipario,
un altro bagliore
e compare un mare stellato
con grandi orli
di sabbia a lato.
Piccole pietruzze pregiate
decorano la notte.
Ti addormenti mentre
il tempo tesserà un mattino nuovo.
*
Bontà della vecchia
comune indifferenza
tutto è così sempre
senza toni che ne
invento una nuova,
indifferenza al sesso,
al vento, al rumore
alla paura,
così non si rischia,
poco entusiasmo
molta incertezza
siedo a gambe incrociate
stufa – aspetto che passi.
*
L’equilibrio fresco
della sera
ci annaffia di calde
parole.
Sorrisi ampliati dal blu
si rispecchiano
nel ricordo dei prati.
Un gabbiano osserva
il mare, ma che cosa è
per lui un prato?
*
Entri,
il compagno di una vita,
ti scaldi al mio sole,
ti siedi con le spalle al mare,
mi guardi, parli.
Il profumo di te
si fa strada,
allungo il mio sguardo,
ti assaporo la spalla,
il tuo baffo accarezza
il mio collo, decollo.
*
Te vorrei
nel rumore di un gabbiano,
nel quieto suono dell’onda
te vorrei,
nello stupido silenzio
di una vana parola,
nell’euforia del vecchio
riso esagerato.
Ti penso al calore di una stufa
e già illanguidisco dentro.
Ti penso ed il tuo viso svapora
mi rifaccio suora,
se ti vedo ti taccio ti schiaccio
con un colpo di straccio.
*
Legati da indiscussi
fili di ferro gli amanti
si credevano liberi.
La ruggine ancora minava
le strutture ed imperterriti
loro si amavano.
Con occhi che sembravano vivi
li vidi baciarsi,
poi qualcuno strappò
il velo e caddero,
uno di qua, uno di là,
a bocca aperta
separati per sempre.
**
**
Lucchetto
Triste triste triste
mi accuccio
in un canto,
mi sciolgo
in pianto,
sogno perfetto
questa notte,
compravo un lucchetto.
Chiusura, paura,
un’amica cara
mi apro all’affetto,
cosa serve il lucchetto?
*
Matita
Andava masticando matite,
ti stupisci?
Le punte ai due lati?
io, assassino di ma…..
te, io mai.
*
Bluff
Immersa nel lieve
rumore della sera,
adocchio ronzii
nel mio cuore.
Il corpo tace,
un po’ sordo
al sapore del mare.
Mi dichiaro azzurra,
ma bluffo e piango.
*
… e apparve un numero
inossidabile, qualche 5
qualche 2, una virgola:
il nostro conto in banca
reale, di una logica inaccettabile
come solo i numeri sanno avere.
Parole imbavagliavano
emozioni, la realtà di oggi
è così labile
da sembrare assoluta.
Ritagliavo un sorriso
nella completa ignoranza,
è tanto, è poco, è medio?
Mi ami per questo
valgo poco a contare.
*
Scricchiola il letto:
era innato quel senso di tempo.
Sei anni prima il legno
conteneva già il rumore
che sento ora:
inverosimile pausa di desiderio,
perché ci sei tu dentro.
*
Retro
Sono stanca,
stanca di
guardarmi
vivere
vorrei essere me.
Così
si è addormentata
per quattro miglia
di secoli fu poi
di ritorno in
uno spazio più mite,
lei si accordò
con la tenue luce
dell’alba e quel
mattino tranquillo
non la tradì
respirando ancora il
suo cielo in tutto
lo splendore ufficiale.
Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007).
I testi sono tratti da: Andrea Emo, Aforismi per vivere, Mimesis, Milano 2019.
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Quaderno 200
Alcuni corpi, come il legno, con la loro disintegrazione producono luce, calore – e cenere. Sembra quasi il simbolo e la direzione del destino. Tutta la luce, il calore, il valore dell’universo è forse l’effetto di una grande disintegrazione, una folle prodigalità, una corsa alla cenere. Anche la vita è luce e calore in quanto è un disintegrarsi.
*
La lunga pace rende folli così come la lunga guerra rende saggi.
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Quaderno 233
Il paradiso e l’inferno, i due inenarrabili associati.
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La natura è per natura soprannaturale.
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Quaderno 255
L’amore è una morte in comune
*
Una vita strettamente individuale è necessariamente un fallimento.
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Quaderno 376
I ricordi sono le Sirene nel mare del tempo, che invitano i naviganti di quel mare a perdersi in loro, a dimenticare il futuro. Anche i sogni sono le Sirene nel mare dell’inconscio.
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La distanza è sempre melodica. Le campane che cantano melodiosamente nella bruma, e invitano gli uomini a credere. A che dobbiamo credere? Dobbiamo credere proprio al verbo credere.
*
Chi non sa disegnare i suoi limiti, i suoi confini, deve accontentarsi dell’infinito.
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Quaderno 394
Quanto più l’amico delle Muse sente di essere libero e potente, cioè ispirato, tanto più egli sente di scrivere, comporre, inventare sotto dettatura: la sua libertà è questa costrizione.
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Noi siamo come una candela che si distrugge per illuminare. Non può essere luce se non è autodistruzione, se non si consuma fino alle tenebre. Non vi è conoscenza senza una fede e non vi è una fede che non sia conoscenza. Vi è una conoscenza pura? La luce della conoscenza è il più grande dei misteri, forse il più assurdo dei misteri.
Andrea Emo (1901–1983), filosofo appartato e inattuale, discendente di una nobile famiglia veneta, ha annotato le proprie riflessioni in decine di quaderni inediti che sono stati pubblicati postumi grazie all’interessamento di Massimo Cacciari e Giulio Giorelllo. Molti dei taccuini sono stati raccolti nel 2006 in Quaderni di metafisica 1927-1981.
I testi sono tratti da: Novalis, “Allgemeines brouillon”, in Opera filosofica 2, Einaudi, 1993
470. ARS LITTERARIA. Tutto ciò che un dotto fa, dice, soffre, ascolta, ecc. deve essere un prodotto artistico, tecnico, scientifico o un’operazione del genere. Egli parla per epigrammi, agisce in un dramma, è dialogista, presenta trattati e scienze – racconta aneddoti, storie, fiabe, romanzi, sente poeticamente, quando disegna lo fa da artista e allo stesso modo è musicista; la sua vita è un romanzo – così egli vede e sente tutto – così legge.
In breve, il vero dotto è l’uomo compiutamente colto – colui che da” una forma scientifica, ideale, sincriticistica a tutto ciò che tocca e fa.
Terra magra (Il convivio editore, 2023), l’ultimo libro di Gabriela Fantato, è preceduto da una prefazione di Ivan Crico, Dentro l’assedio di ogni volto, e si suddivide in dieci sezioni: Racconti d’acqua e terra, Congedi e ritorni, Passo in passaggio e altre fughe, Dieci passi nell’acqua, Maternale, Del sempre e del mai, Una geometria elementare, Cantilena della specie. Cadute e resurrezioni, Qualunque cosa succede.
Il libro di Gabriela, intenso nell’impianto e articolato con rigore, viene così descritto da Ivan Crico: «La poesia di Gabriela Fantato è anche, non esibita, altissima poesia civile. Nell’Orestea di Eschilo, ad un tratto Agamennone dice: “È natura dell’uomo calpestare chi cade”. I versi di Terra magra hanno invece la forza e la fermezza della mano tesa per aiutare gli indifesi a rialzarsi; la parola scelta, pur nello scarto dalla lingua di ogni giorno, assomiglia sempre a quella, senza fronzoli, essenziale, per infondere coraggio, speranza anche a chi sappiamo essere senza scampo, anche quando siamo noi i primi a non riuscire ad immaginare parole di salvezza per noi. Una pietas, che ha origini remote, dunque, segna tutta la raccolta di Fantato».
Ma può, un poeta “civile”, non essere “poeta” fino alla radice di sé? L’esempio di Yannis Ritsos è emblematico. Gabriela segue questo esempio, frastagliando la sua avventura poetica di frammenti di memoria e di pensiero, per i quali trova le immagini essenziali. L’alternarsi del carattere tondo e corsivo, nelle singole poesie, sembra dirci che siamo sempre intrisi da voci di diversa intensità. Ma, in questa breve nota, utile spero a evocare la struttura del libro, mi piace citare la prima e l’ultima poesia del volume, proprio per sottolineare la coerenza di un viaggio. La prima è RITORNI «Dalla spiaggia ritorno sempre / con un sasso, un ramo liscio / o una conchiglia. / Ho pezzi minuscoli / di isole che non ricordo. / Scaglie, ossa persino e / frantumi di colonne. // Stanno nella ciotola, vicini / come bambini nei cortili. // Non so se ricordano il nome di chi li fece / – interi, la pianta che li univa / e il dolore, prima dell’arsura // Le voci, certo le voci, / le hanno addosso, / una sintassi di calcare e vento. / Le guardo riposare, / non chiedo, non posso sciupare / – il patto». Le cose, frantumate e colme di voci, parlano sempre, con la loro “sintassi di calcare e vento”. È questo il patto? Non essere disperse come anonimi frammenti ma, benché immobili, continuare a “dirci”, a “chiederci”? Domande a cui il lettore non trova risposta, a inizio libro. Ma può notare che la lingua non è oracolare o sapienziale ma neutra, porosa, dialogica, pronta a narrare ed evocare.
L’ultima è PROVE DI VOLO (poesia a occhi chiusi) «Anche tu vai, / stai già andando là dove / finisce il bordo, / dove inizia la marea / e cerchi – un appoggio / una verità di ossa e paure, / quel foglio bianco che sottrae / la morte ai giorni. // Dammi la mano adesso, / vieni qui dentro le onde, / accetta che sia, fai tutto come fosse / ora e per sempre – un gioco o solo la tua vita senza risposte, / la vita presa al volo / dentro un’eco. // Vieni, sono qui, / nella fragilità dei giorni, / insieme saremo mille occhi, un bosco dentro i passi / e i racconti / salvati al crollo». Partendo da quei “racconti salvati al crollo”, lì “nel foglio bianco che sottrae la morte ai giorni”, appare la verità, la vita presa al volo, la nostra personale eco: questo riesce e può essere l’uomo, nella sua pietas. “Proprio quando nessuna parola / sa prendere il volo”, per un attimo, dentro un’alchimia di parole, può tentarlo, il volo; non esibendo niente, non forzando porte o prigioni, prova a essere medium della libertà di chi non sarebbe capace di liberarsi. («Vaghiamo // senza carte di viaggio, / senza una lingua / per dire – il taglio»). Fantato cerca la voce dei sommersi e dei perduti, la fa sua, ma non inventa personaggi drammatici, come le accadde in diversi testi teatrali del passato: è lei stessa, qui, nel libro, la portatrice degli altrui dolori. «Qualcosa si radica duro nella terra, qualcuno lo tiene stretto / lo afferra nel poco della notte / nel foglio sbiancato / per il troppo sopportare.. // Qualcosa sfugge alla parola / e resta cocciuto dentro al gran mutare, / a tutto questo andare a cumuli / di roba rosicchiata in morsi / piccoli e continui / e resta, in questo gran rovinare / verso un punto»). Gabriela predilige espressioni metaforiche e metatestuali (“il foglio sbiancato”) che rendono la denuncia civile non solo un verbale scritto dei massacri ma un atto non dissimile dal grido poetico. Il “rovinare verso un punto” evoca un’esecuzione senza ritorno. Essere fisicamente dentro la poesia è l’intento del poeta da sempre («Nella stanza si vede il taglio, / quello non scritto, quello senza nome, / nella cronaca dei mesi / nel racconto fatto piano / con la fede nei dettagli / Quando tutto si sgretola, / la forma oscilla, / resta la voce che ci fa – timidi e terribili»). Non dimentichiamo come spesso ritorna nella poesia di Fantato la parola, “taglio”: il “taglio” cesareo permette a una madre sofferente di partorire, il “taglio” è ferita in corso, talvolta mortale, “il taglio” è crudele aggressione ma anche scoperta di una nuova, inattuale prospettiva nel proprio paesaggio, interno ed esterno.
Qui ritorna il sogno di una “comunità inattuale”. Già Gabriela scriveva, in Verso la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei 1970-2004, Bocca editore, 2004: «..la contemporaneità della poesia procede per individualità più che per gruppi o linee di poetica, ma queste singolarità possono dare vita a quella comunità inattuale…tesa ad esplorare passioni, sapendo mantenere vivo il lavoro di lettura e ascolto della parola poetica, per costruire così ponti, o almeno lievi passerelle, sospese sopra il rumore del tempo attuale». Non sono parole consegnate al passato. Il lavoro di Gabriela è ancora lo stesso: costruire passerelle di parole come ponti che salvino esseri indifesi, consegnati alla rimozione, al silenzio. “Qualunque cosa succede”, la poesia resta. E i “congedi” possono essere “ritorni”. «Faccio un balzo indietro / salto la misura, arrivo dove / il taglio si fa voragine, / una crepa del sistema, / Invento una storia / e ci credo / e te la dico tutta d’un fiato… / e ci credo ancora ogni giorno». Tutto è ancora racchiuso qui, nell’inventare una storia da vivere con il “coraggio obliquo” del superstite. E tutto il libro è intessuto di storie che resistono alla sopraffazione. Restano, alla fine, come suggerisce Ivan Crico, le parole di René Char. Il poeta “discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile, campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagare per questo” è l’uomo che Gabriela elegge ad esempio. La missione civile del poeta è, per sempre, “la meticolosa cura alla vita” e “l’eredità incisa nella pietra”: cioè, ad un tempo, attenzione e testamento, rispetto e traccia, dovere e bagliore. (M.E.)
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Gabriela Fantato, critico e poeta. Le sue raccolte poetiche: La seconda voce (Transeuropa, 2018); L’estinzione del lupo (Empiria, 2012); A distanze minime (in “Nuovi poeti italiani 6”, Einaudi,, 2012); The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Editions, New York, 2012): Codice terrestre (La Vita Felice, 2008); Il tempo dovuto. Poeise 1996-2005 (editori&spetttacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine (in Settimo Quuaderno di poesia italianq, Marcos y Marcos 2001): Enigma, (DIALOGOlibri, 2000); Fugando (Book, 1996). Ha curato con Luigi Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani (Joker, 2005), e diretto la rivista di poesia, arte e filosofia “La mosca di Milano”.
I testi sono tratti da: Francesco Iannone, Cruor, Il Ponte del Sale (con un disegno di Alfonso Guida), Rovigo 2023.
Disegno di Alfonso Guida
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Cruor è una Cantata drammatica, un Compianto ancestrale, un Poema arcaico dominato da un flusso ritmico e sintattico emorragico (“cruor”, in latino, significa “sangue”), una colata lavica dove soprassalti, implorazioni, invettive, ricordi, nomi sconosciuti e nomi di poeti suicidi formano una sola e “grande cosa” di immagini in sussulto, una materia verbale che implode nella pagina con compatta, crudele asciuttezza. Del libro scrive l’autore, “è nato come una supplica, una genuflessione interiore. L’ho scritto in pochissimi giorni, una grossa risacca cadutami dal cuore. Per me è stato come aprire il rigo, divaricare lo spazio bianco fra infanzia e maturità”. (M.E.)
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Antologia di testi
Datemi l’amore per la misera blatta
e la schiuma che ne inonda
la corazza se la schiacci, fu
l’ossessione di Clarice Lispector.
Datemi l’erezione facile che fa
cantare il corpo nell’aria plumbea
di tutte le quotidianità e ubriaca
il sangue che se ne sta fermo
nei guadi della noia. Datemi
la grande cosa che non vedo
ma è nuda e ne sento
l’intimo profumo, la grossa
quantità di acido che cola
in un rigagnolo d’’argento. Grande
cosa che fai la fame delle mandrie
grande cosa che sei l’avventura
dei vitelli che si staccano
dalle grinzose mammelle
delle vacche, grande
cosa che bolli come la goccia
chiusa in un centimetro di carne
grande cosa che friggi la paura di te
come la terra che si converte
in fango e si genuflette
al vapore delle ombre, grande
tu sei la cosa più nuda che c’è
e hai anche la più spinosa
delle lingue e l’alfabeto
dei generati dal nulla e la sofferenza
delle fondamenta quando
la belva russa sdraiata
sul monumento. Datemi
il monumento e le sue
assi di ferro, la gettata
di cemento che occupa
i vuoti di me, i magnifici
spazi del dentro, la scatola
umana che segrega in sé
bagliori e miraggi, finzioni
e verità. Io che sono
l’innamorato di carezze, l’assassino
che s’inchina davanti
al corpo inerte. Datemi
le parole rozze dei carpentieri e l’alleluia
dei cani di fronte alla catastrofe.
*
Datemi l’ariosa ventata che
toglie l’afa dagli occhi e grandemente
vedo la pozza
ingigantire nell’onda, lo sbocco
del cratere scintillare un’altra volta.
Sono debole, perdona
le frasi semplici
dell’amore, le parole che
stringono i polsi come
le cinghie che si usano
per i matti in ospedale, sono
il sorso che non giova
alla sete, un muso
fra i cespugli, mi guardo
esistere da lontano. Ma se mi
penso vivo sento il peso di un’impronta
sulle ossa, un’eroica
avventatezza nel sangue.
**
Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Ha pubblicato, per la poesia, le raccolte Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011), Pietra lavica (Aragno, 2016), Prima opera del gesto (peQuod, 2022), le plaquettes Le belve erranti (Nervi, 2019), Pasifae (Cervi volanti, 2020) e L’usignolo di ferro (Roundmidnight, 2020). Per la prosa, il romanzo dal titolo Arruina (il Saggiatore, 2019). Collabora con il quotidiano “Il Foglio”.
I testi sono tratti da: Novalis, Opera filosofica II; Einaudi, Torino 1993.
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La vita di un uomo colto dovrebbe alternare musica e Non musica, proprio come si alternano il sonno e la veglia.
*
E’ strano come in un buon racconto ci sia sempre qualcosa di segreto – di inafferrabile. La storia sembra sfiorare in noi occhi non ancora aperti – e poi ci troviamo in un mondo tutto diverso,, quando ritorniamo dal suo territorio.
*
La considerazione del mondo comincia nel discanto infinito – assoluto, al centro, e fa la scala discendente. – La considerazione di noi stessi comincia con il basso infinito, assoluto, alla periferia, e fa la scala ascendente. L’unificazione assoluta del basso e del discanto. Questa è la sistole e diastole della vita divina.
I testi sono tratti da: Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo editrice, Pasturana 2023.
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“…Ogni pagina di Luoghi sospesi è un’intenzione, una misura, una rilevante attitudine: l’impervio terreno su cui costruire un nuovo mondo, non su ceneri, ma probabilmente su quanto resta di antichi fantasmi”.
(dalla nota di Elio Grasso)
Luoghi sospesi, di Annamaria Ferramosca, fedele al suo inizio, è un fingere di vivere davvero, dove la finzione diventa l’atto maniacale necessario a trasformare in immagini di resurrezione e di rinascita un mondo straziato e impossibile. Ferramosca vuole che le parole tornino a modellare, anche se attraverso finzioni di parole, dentro e fuori dall’uomo, oltre fumo, cimiteri, guerre, rovine, una vita terrena felice “quel fermoimmagine / sciamano danzante / nella Grotta dei Cervi). (M.E.)
**
sciamani menadi coribanti
in danze di possessione cercando il d-io
d-io che accoglie ammonisce punisce
d-io che ama stupra confonde
d-io che gioca appare scompare
mistero che perdura
muto il d-io di pace e di chiarezza
parla soltanto un d-io pan che inebria
del suo tutto d’alberiacquepetreanimali
*
scrivo perché resti dell’umano
almeno un seme
minuscola meteora
graffito vagante nelle galassie
per un domani traccia chissà se traducibile
di homo – il nome deriva da humus
umile materia terrestre – si capirà?
senza un foglietto esplicativo?
senza istruzioni di montaggio?
si saprà di una storia mirabolante
di splendori bassezze santità derive?
*
forse è nel sentire il senso
sentire benevolenza salire dalla terra
sentire come largo l’amore scorre
come plasma corpomenteparola
come emoziona perfino l’acqua e l’aria
come muove la pietra
sentire prossimità in ogni creatura
sentire il suo sfolgorìo il suo declino
sentire tutta la mite materia terrestre
ogni volta rinascere mite
e tu sentirti il nativo
appena uscito dalla foresta
ne conservi il profumo
pallido nell’attesa incredulo
serrati gli occhi a fermare
all’orizzonte
tutto quell’oro che lampeggia
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Annamaria Ferramosca è nata nel 1946 a Tricase (Lecce) e dal 1970 vive a Roma. Ha pubblicato: Il versante vero (Fermenti, 1999), Porte di terra dormo (DialogoLibri, 2001), Porte/Doors (Edizioni del Leone, 2002), Curve di livello (Marsilio 2006), Paso Doble – Dual poems (coautrice Anamaria Crowe Serrano, Empiria, 2006, traduzione di Riccardo Duranti), La Poesia Anima Mundi (monografia a cura di Gianmario Lucini, con la silloge Canti della prossimità, Puntoacapo, 2011), Other Signs, Other Circles-A Selection of Poems 1990-2009 (traduzione e introduzione di Anamaría Crowe Serrano, Series Contemporary Italian Poets in Translation, Chelsea Editions, 2009), Ciclica (La Vita Felice, 2014), Trittici – Il segno e la parola (Dot.comPress, 2016), Andare per salti (Arcipelago Itaca, 2017), Per segni accesi (Ladolfi, 2021).
*In queste quattro lettere si evocano due libri: Il mese dopo l’ultimo, di Marco Ercolani e Anime strane, di Marco Ercolani e Lucetta Frisa.
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Bruno Schulz
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1.
Oh, Bruno!
“Cosa poteva affascinarmi di più se non tentare di riscrivere, seppure in forma frammentaria, proprio il Messia? Ogni libro, per me, è la scommessa di un “libro impossibile”, che non può esistere perché è composto di testi apocrifi ma che tuttavia esiste, e Il mese dopo l’ultimo è la principale scommessa della mia poetica personale: riscrivere un libro perduto, sapendo che non potrà mai essere solo quel libro, perché è il risultato della mia immaginazione, ma sapendo che, alla fine, qualcosa di ciò che sono andato sognando, attraverso questa ri-scrittura resterà presente – scommessa di un libro infinito e interminabile, che sarà sempre di più e sempre di meno del libro finito, classificabile, giudicabile da critici e filologi. Un libro come racconto fantastico, appunto diaristico, lettera personale, frammento. Un libro instabile, progettuale, un non libro che contiene già il germe, se non la forma, del libro futuro. Nel mio romanzo apocrifo io ho voluto non tanto riscrivere il Messia perduto ma trascrivere degli abbozzi, degli appunti, che potessero segnalare un “lavoro in corso” intorno al Messia. Entrare nel suo laboratorio è stata la mia utopia, il desiderio di reinventare la storia anche contro la realtà degli eventi compiuti. Perché, in sintesi, ho scritto questo libro per combattere un sopruso irreparabile perpetrato contro l’opera di Schulz – relativamente cancellata dalla memoria storica – e la vita di Schulz – eliminata totalmente da quell’assurdo colpo di pistola”.
In queste parole sigillo il senso del mio libro, e anche della mia assenza dal mondo degli autori. Io sono colui che sta nell’ombra di un altro, e trascrive ciò che lui potrebbe sognare o pensare. Chissà se riesco, Angelo, a comunicarti con quale commozione quel libro andrò formandosi in me alla fine del secolo scorso… No, non mi interessava trovare il Messia quanto sapere che avrei potuto farlo, diventare rabbino, mago, figlio, fantasma di Drohobycz, e non essere, come Kafka, ascetico notaio della mia angoscia ma estasiato bambino travolto dal calore e dalle stelle di una notte di luglio dove non era mai vissuto. Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata…
Oh, Bruno, potessi incontrarti non appena finisco i miei giorni qui, da uomo ridicolo!
2.
Oh! anch’io ho il mio oh! – Marco, hai mai pensato a un oh! da solo, in posizione di oh! – una posizione senza inclinazioni, mantenuta perfettamente verticale, dopo innumerevoli esercizi, dopo le lusinghe…
Caro Marco, la tua lettera e la mia rilettura, in questi giorni ospedalieri, del tuo Il mese dopo l’ultimo, mi hanno profondamente toccato, non soltanto perché il tuo libro c’è, meravigliosamente esistente, “nero di frasi, pulsante di vita”, ma perché la sua esistenza è, come l’arrivo del Messia, fuori tempo massimo, quando, per poter esistere, ha dovuto assentarsi, darsi per morto, come alcuni piccoli animali, inseguiti…
“Venir meno è la forma necessaria della parola… Un artista non può mancare al suo venir meno. In nome di questa fedeltà, se diventasse consapevole di non essere all’altezza del suo compito, dovrebbe avere la forza di morire”. Tra affermazione e morte, facendosi beffa del sistema binario, Bruno Schulz, in Le botteghe color cannella, avanza un’ipotesi geniale, che tu hai preso al volo: “…quel grande eccentrico che è il tempo crea dal suo seno altri anni, diversi, particolari, degeneri […] Altri paragonano questi giorni ad apocrifi segretamente introdotti fra i capitoli del grande libro dell’anno.”
Nella nota al tuo libro, Giorgio Galli, pur con cautela, lo definisce “romanzo” – tu, nella tua lettera, lo definisci non-romanzo: Ma dove sono realmente vissuto per tutto il tempo che il non-romanzo agiva dentro di me come una fioritura stregata… Il non-romanzo appartiene a quella fuga dal libro che, mentre mette in salvo l’autore (nel tempo degenere), lo rende fantasma, ombra della vita? – “ …il mio romanzo…per esistere veramente, deve fare a meno di me, deve essere l’esecuzione capitale in cui il condannato a morte sono io, l’autore, e nessun altro.”
Mi verrebbe da dire – da tanti segnali che tu, Marco, lasci in giro tra le pagine – che la tua scrittura abbia una prioritaria funzione riparatrice – nel suo vivere accanto al non accaduto, al non detto – tanto da occultare la sua portata teorica, la sua radicale teoria della prosa e, tout court, del romanzo.
Tu scrivi, negli appunti di Bruno Schulz: “Chi non cerca viene trovato. Il non-senso lo afferra e diventa senso… […] Scrivere è il desiderio di parlare della fiamma che, appena sprigionata, si dissolve. […] Sciogliere l’identità di una cosa perché vibri della possibilità della sua assenza. Trovare la notte della luce. Accettare i lampi come neri più lucenti.“(pag.66)
Avremo tempo per indagare ancora, per farci del male. Ora vorrei chiarire l’inizio stravagante di questa mia lettera Oh! anch’io ho il mio oh!
Tu sai come sono le giornate all’ospedale, quelle senza dolori, giornate apocrife direi, in tuo onore – nel dormiveglia (oh beatitudine, gratis) avevo stampato in fronte quel tuo: Oh, Bruno!
Accanto al tuo Oh – pronto a crollare, per amore, per compassione, per l’allegria e il dolore dell’intelligenza – pronto alla scrittura! – si ergeva un mio oh! latente, che era lì da tempo, senza inclinarsi, isolato, nel più solenne abbandono – chi lo aveva ridotto così? Era il primo verso di una poesia che non potevo scrivere! Quel primo verso, trasformava me in un’esclamazione, neutrale, segnata da una passione oscura, alla quale dovevo offrirmi.
È dal 2020 che nessuna parola regge ai miei attacchi! – sono più di tre anni.
Il tuo oh! è piombato sul mio oh!
Dei tempi lontani della propria vita rimangono alcune immagini viventi, qualche decina nel mio caso, richiamabili in ogni momento, dettagliate fino allo spasimo. Una di queste, tornata nel pomeriggio di lunedì, mi portò nella vecchia cucina, una sera d’inverno, mentre facevo i compiti di seconda elementare, sgomberato il tavolo dai piatti. Non c’era ancora la luce elettrica, arrivata nel 1961 – c’era una lampada a petrolio, con la fiamma sempre agitata, fabbricante di ombre sulle pareti, con un debole lampo, ogni tanto.
Da dove ero seduto, la luce, venendo da destra, proiettava l’ombra della mia mano sul quaderno. Mia mamma si avvicinò, alle mie spalle, guardò e disse: se ti metti dall’altra parte del tavolo l’ombra va via. L’immagine si chiude, il mio film è finito. Perché m’interrogo ancora adesso sull’ombra della mia mano? Mentre rimanevo incantato dall’enigma dell’ombra della mano, sempre nella giornata di lunedì, mi sembrò di seguire, passo passo, attraverso la porta della tua scrittura, Bruno Schulz. Mi sembrò di accompagnarlo per tutte le sue righe scritte e in giro per Drohobycz. Poi arrivammo al momento fatale. Stavo aspettando. Ho aspettato per alcuni interminabili secondi – nessuno mi voleva sparare. Un’incredibile malinconia, una irrimediabile delusione s’impossessò di me.
Sono messo così, in questi giorni. Angelo
3.
«Come un insetto, uscito troppo presto dal suo stato di crisalide! Come un uomo, svegliato troppo presto dal sonno! Ho sempre, dentro gli occhi, come una nebbia, la traccia dei miei sogni… E intanto vorrei parlarti delle radici, solo delle radici degli alberi…. ».
Ancora Bruno… Grazie alla tua lettura il mio libro torna a parlarmi. Mentre la vita mi percorre io mi scrivo. Sono calmo, sul foglio, ma non voglio essere visto. Mi invento ogni giorno un’identità che non è totalmente mia: sono un sarto che rappezza il mondo strappato, un medico che ricuce ferite postume, un narratore che cerca lacune incolmabili. Un caos, Angelo. Però, alla fine, dentro tutti gli incroci, sono, assurdamente, dottore. Curo malati remoti, non più guaribili, che per un attimo, nell’eternità dello scritto, non si sottraggono alla cura. Rispondono, ancora. A me piace molto che rispondano. Solo in quel momento mi accorgo che la morte non esiste e non è mai esistita. «La pietà per i vivi è sempre legata al pensiero che i vivi, senza mostrare segni visibili, stanno preparandosi».
Il dolore dell’intelligenza è anche spiare il futuro.
«Come vorrei finire le mie cose! Sarà magnifico come iniziare?».
4.
Leggo: ”Sono calmo, sul foglio, ma non voglio essere visto.”
È così che ti vedo. Nessuna scomparsa è possibile. Soltanto gli scomparsi per sempre hanno questo diritto – soltanto loro possono fare questo torto ai rimasti, così che per sempre siano incompiuti. O perché avrei tentato, da bambino, innumerevoli volte, il gioco del guardaroba e dell’anta con lo specchio, girata e rigirata, come detto mille volte, nella camera dei genitori?
Lontana e l’infanzia, non estinta.
Ogni giorno una determinazione, ogni giorno una riduzione (escludere, escludere!): fatti si sono messi sul cammino, in piedi, a gambe larghe, come gendarmi. Soltanto in un punto si esiste, nella proprietà del vivente – il catasto dove gongolano i possidenti.
Le Anime strane cosa dicono? – sanno, nella loro notte, nella loro luce ossidrica – sarà questo l’odore del cosmo? – che il loro peccato è la fedeltà, inamovibile, troppo a lungo, quell’idea fissa che li crocifigge? sanno, esse, che l’idea fissa è il frammento di uno specchio rotto, un guardaroba andato in pezzi? Ridotti a frammento, a pulviscolo lanciano le loro accuse stralunate ai mediatori, agli agili viventi, un mondo di cangianti faine?
Questo mio farneticare, caro Marco, dipende dal fatto che ho respirato l’aria di Anime strane (2006), il vostro magnifico libro a quattro mani, tue e di Lucetta Frisa. Non ho mai visto da vicino le mani di Lucetta, ma le immagino, in queste prose che mai si dilungano, fini nel mettere i punti, leggere nello scavalcare silenzi, fermissime nel troncare le tentazioni di discorso, grande arte del gesto.
La perfezione della prosa mi parve, dapprima, un’ingerenza dell’estetico/organico nel marasma dell’aorgico (oh Hegel/Hölderlin, di nuovo!) – un modo di isolare la perfezione della gemma, dichiaratamente, strappandola dal groviglio dei nervi. Poi, quasi ridotto alle lacrime, ho sentito che tutto parlava anche di me, che tutto ciò era mio – nell’unico modo possibile, frammentariamente, una tentazione breve, cambiando presto discorso, come fanno i sani, salvati all’ultimo, come fossero guariti.
Il vostro libro è grande nella sua stessa mistificazione, nell’onestà dell’isolare le frasi, volutamente con poco contesto, puramente dolore – infine nel suo essere oscuro poema, con ciò portando la follia verso le nostre mani timide, incapaci di reggerla se non come veloce, terribile magnificenza.
Tu mi scrivi: “Però alla fine, dentro tutti gli incroci, sono, assurdamente, dottore.” Per questo la tua opera sembra debba essere chiusa dagli altri, non da te. È la tua condanna? – tu che non hai fine? che non puoi, simbolicamente, chiudere il verso, perché esso sta continuando in qualcun altro, nella mente di chiunque, nel linguaggio nascosto, tragico e burlone?
Magnifico! La poesia non come opera obbligata, ma come metodo? Magnifico ancora una volta!
Ah la salute della dispersione, la folle avanguardia, dove non sia necessario guarire!
Lì il dottore diventa fratello – come nell’ultimo brano di questo libro: Carezza –
*I testi sono tratti da: Maria Pia Quintavalla, Estranea (Canzone), prefazione di Andrea Zanzotto, nota di Marisa Bulgheroni, introduzione dell’autrice, puntoacapo edizioni, Pasturana, 2023.
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“….Si tratta infatti di un romanzo in versi, tutto fratture e crampi, ma in cui un ritmo esiste, ossessivamente, come nel simulacro della forma sestina, matrice e nutrice (inquietante)) di tutte le canzoni, delirio in cui appunto non si fanno che ripetere le stesse parole-rime, ma variandole di continuo. Ciò rende possibile lo sviluppo del racconto, anche se per movimenti interrotti, scintille, parvori, il suo generarsi generando visioni, sogni, tempi e spazi gli uni labirintizzati dentro gli altri. Eccoci quindi proiettati all’interno di un “futuropassato”, in contatto diretto con il flusso misterioso e intimo in cui biologico e psichico tentano di ritrovarsi, ancora rimbaldianamente, come vera vita. La scrittura fluisce, anche se ingorga in vortici di anacoluti, metonimie, rebus, allegorie, grazie alla forza di un ritmo che s’impone con la violenza di un essere vitale, come primordiale “musica” che tuttavia include tutti gli scrittori dell’oggi”.
(Da: Andrea Zanzotto, Per una poetica di Maria Pia Quintavalla, “Nuovi Argomenti”, 1994).
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Estranea (canzone) (1994-1997): Maria Quintavalla pubblica il poemetto per Manni editore nel 2000 e ora le edizioni puntoacapo lo ripropongono, con la nota di presentazione di Andrea Zanzotto, uno scritto di Marisa Bulgheroni e una introduzione dell’autrice. In cosa consiste la transe che domina il libro? In una litania sospesa, frantumata, ingorgata in vortici, dove mai il senso si risolve, dove il flusso del romanzo in versi sprofonda in tempi musicali diversi, che si incrociano e si sovrappongono. Mai il discorso si chiude con una frase esatta, sempre trabocca dalla pagina, poi riprende a risuonare, come una “Valse” raveliana di cui sentiamo il tema come fantasma, come estranea canzone. Quintavalla realizza la sua visione in una lingua plurale, frammentaria, emarginata, nebulosa, che affiora dal foglio in frammenti di sequenze incespicate, maldestre, sonnambule, come un coro di sfasati lamenti, di balbettii primordiali. Il libro delinea un “respiro-forma” che fotografa l’affanno di voci escluse e sommerse di cui balena l’eco come un mite delirio, tra lingua viva e sonno della parola. (M.E.)
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Nei pomeriggi stabili di sole
ecco che la pianura senza più
nebbia rischiarata o da visioni
sai portavano a dire: non rifarlo, non tradire
lascia sempre le fole, le stelle
(le novellette), le invenzioni,
frottole serie per lo più.
*
(ma) navigava sicura, di già
attenta a non disturbare
le canzoni. Quali tenzoni
cadenzate, cantasse il mondo
era poca cosa era dove
scannarsi per un piede giovane,
scatenato (o maldestro).
*
…
ecco che la sua testa riposava (e muta)
di fatti e suoni perché nel fondo
sola e accucciata
nella culla delle sue gambe
andare contro e verso
a voce dispiegata, oggi
essa pensava non potere
(non dovere) (più cantare)
*
che cosa il mondo cadenzato fosse,
intatti teneri fotoni errori,
dette e malnutrite di cantare
esangui povere (canzoni);
intanto il gusto del
più forte affanno a dire,
chiedere giurare e giochi, grida
scure, più niente
al mondo denegato, lo spopolatore
intatto.
*
In fondo alfine giunto fosse
un mite mare (dal centro)
e dall’incedere
(mare) la forma al centro sola
zolla che al forte e più terreno dire,
intanto intente giovani
in puntello,
sedute in braccio e forti
strette e avvinghiate, (ripetere)
la storia che lei gustando dentro
al cuore, muta intesa
stringere rifacere (canzoni)
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Maria Pia Quintavalla nasce Parma e vive a Milano. I suoi libri: Cantare semplice (Tam Tam, 1984), Lettere giovani (Campanotto, 1990), Il Cantare (ivi, 1991), Le Moradas, (Empiria 1996), Estranea (canzone) (Manni 2000, introduzione di A. Zanzotto, ripubblicata in Puntoacapo, 2023) Corpus solum (Archivi del ‘900, 2002), Album feriale (Archinto 2005), Selected Poems (Gradiva, N.Y, 2008), China (Effigie 2010), I Compianti (ivi, 2013/2015); Vitae (La Vita felice 2017). Quinta vez (Stama 2009, 2018).