LA LINGUA NON SI PROTEGGE. Marcel Proust

*Le due immagini di Proust sono di Tullio Pericoli

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Le uniche persone che difendono la lingua francese (come l’esercito durante l’affare Dreyfus) sono quelle che «l’attaccano». L’idea di una lingua francese, che esiste al di fuori degli scrittori  e che si protegge, è inaudita. Ogni scrittore è obbligato a farsi la propria lingua così come ogni violinista è obbligato a farsi il proprio suono. E tra il suono di un qualsiasi mediocre violinista e quello (sulla stessa nota) di Thibaud c’è qualcosa di infinitamente piccolo, che  tuttavia è un mondo intero. Non voglio dire di amare gli scrittori originali che scrivono male. Preferisco -e forse è una debolezza- quelli che scrivono bene. Ma non scrivono bene che a condizione di essere originali e di farsi la propria lingua. La correzione, la perfezione dello stile. esistono, ma al di là dell’originalità, dopo avere attraversato gli errori, non al di qua. La correzione al di qua – «emozione discreta» «bonomia sorridente» «anno tra tutti abominevole» – è qualcosa che non esiste.

ALL’ALTEZZA DEL CUORE. Silvia Comoglio

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Silvia Comoglio (Chivasso, 1969) è laureata in filosofia e ha pubblicato le seguenti sillogi: Ervinca (LietoColle, 2005), Canti onirici (L’arcolaio, 2009), Bubo bubo (ibidem 2010), Silhouette (Anterem Edizioni, 2013), Via Crucis (puntoacapo 2014), Il vogatore (Anterem Edizioni, 2015 – Premio Lorenzo Montano, XXIX Edizione, Sezione raccolta inedita), scacciamosche (nugae) (puntoacapo, 2017), sottile, a microchiarore! (Joker, 2018), Afasia (Nuova limina, 2021). Nel 2016 ha scritto per “The small outside” di Gian Paolo Guerini “Piccole variazioni”, concerto apparso a puntate sulla rivista on-line Tellusfolio (5 maggio – 2 giugno 2016) e pubblicato ne L’almanaccone impertinente (LABOS Editrice, Morbegno, 2017). Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, nei blog “Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin e “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta; nei siti http://www.nannicagnone.eu, http://www.gianpaologuerini.it e http://www.apuntozeta.name, sulle riviste “Arte Incontro”, “Il Monte Analogo”, “Le voci della luna”, “La Clessidra”, “Italian Poetry Review”, sulla rivista giapponese “delta”, nelle riviste on-line “Carte nel vento”, “Tellusfolio”, “Fili d’aquilone” e nel blog “Scritture”. È presente nei saggi di Stefano Guglielmin Senza riparo. Poesia e Finitezza (La Vita Felice, 2009) e Blanc de ta nuque, primo e secondo volume (Le Voci della Luna, 2011 e 2016), nell’antologia Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo Editrice, 2012) e nell’opera Annotando di Marco Ercolani (La Biblioteca di Rebstein, 2016), poi Fuochi complici (Il Leggio, 2019).

NAUFRAGIO

Giovanni Castiglia

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Certe visioni si consegnano alla confusione del sintomo, dove tutto è febbre, ma esigono anche la visibilità dell’armonia, dove niente è febbre. La scrittura poetica vaga fra queste acque, costretta ad inabissarsi e a tornare verso riva. Solo rallentando l’attimo, finale e comune, della dispersione, attraverso molteplici finzioni ed estenuanti navigazioni, la scrittura diventa un oggetto esatto e tangibile per l’attimo, fulmineo, in cui esiste il libro; ma, appena un attimo dopo, il testo non è più boa, àncora, approdo, ma ancora una volta onda di un gorgo. Simile a un pianista che suoni nel buio con le dita, semicurvo sulla tastiera, come se da un momento all’altro cadesse nel sonno, il poeta non si addormenta mai continuando a muovere braccia, dita, spalle, con enorme fatica, tenendo fermo il filo della melodia, cercando di essere reale all’interno di quella surrealtà ininterrotta che è l’esperienza del vivere umano e poetico. Per ogni scrittore è indispensabile raggiungere il proprio naufragio. Ogni scrittore fa naufragio, ma in modo diverso: è per lui indispensabile trovare le coordinate del proprio, definirne latitudine e longitudine, in modo da avvicinarsi con prudenza, da osservatore-testimone, al maelström amato e temuto (M.E.).

LA LINEA DI SANGUE DEI FIORI. Forugh Farrokhzad

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PRIGIONIERA

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione prenderò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia prendere il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino?

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

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SOLO LA VOCE RESTA

Perché fermarmi, perché?

Gli uccelli sono partiti in cerca di una direzione azzurra.

L’orizzonte è verticale,

L’orizzonte è verticale e il movimento: zampillante

E al limite del visibile

Ruotano, luminosi, i pianeti.

Alle altitudini, la terra rinnova il suo ciclo,

I pozzi d’aria

Si trasformano in tunnel di collegamento

Ed il giorno è una distesa

Che le limitate idee del verme del giornale non racchiudono.

Perché fermarmi?

La rotta passa attraverso i capillari della vita.

La fertile atmosfera del grembo lunare

Eliminerà le cellule contaminate

E, all’alba, nello spazio chimico,

Solo la voce,

La voce sarà assorbita dalle particelle del tempo.

Perché fermarmi?

Che può essere la palude?

Che può essere, se non il luogo della deposizione delle uova dei putridi insetti?

I cadaveri enfiati scrivono i pensieri dell’obitorio.

L’imbelle, nell’ombra,

Ha celato la sua mancanza di virilità.

E lo scarafaggio, oh,

Quando parla lo scarafaggio!

Perché fermarmi?

L’opera delle lettere di piombo è vana,

Non salverà l’umile pensiero.

Io sono della stirpe degli alberi,

Respirare aria stagnante mi deprime.

Un uccello, che è perito, mi consigliò di rammentare il volo.

La meta di tutte le forze è di ricongiungersi, ricongiungersi

Alla chiara essenza del sole

E riversarsi nello spirito della luce.

È naturale

Che i mulini a vento marciscano.

Perché fermarmi?

Le verdi spighe di grano,

Io le porto al seno

E le allatto.

La voce, la voce, solo la voce.

La voce dell’insito desiderio dell’acqua di scorrere,

La voce della cascata di luce stellare sulla parete della femminilità della terra,

La voce della coagulazione del seme del pensiero

E l’effusione della memoria comune dell’amore.

La voce, la voce, la voce, solo la voce resta.

Nel paese degli gnomi

I criteri di valutazione

Hanno sempre gravitato nell’orbita dello zero.

Perché fermarmi?

Io obbedisco ai quattro elementi,

Il compito di redigere lo statuto del mio cuore

Non è compito del locale governo di ciechi.

Che cosa ho a che fare io con il prolungato mugolio bestiale

Nell’organo sessuale dell’animale?

Che cosa ho a che fare io con l’umile movimento del verme nel vuoto della carne?

La linea di sangue dei fiori mi ha forzato a vivere.

Conoscete la linea di sangue dei fiori?

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IL MIO AMATO

Il mio Amato,

Con quel corpo nudo e impudente,

Sulle sue gambi possenti,

Se ne stava eretto come la morte.

Impazienti linee diagonali

Risalivano

Il suo corpo ribelle,

Nel suo solido disegno.

Il mio Amato

Si direbbe discendere da generazioni dimenticate.

Si direbbe che un Tartaro,

Nel fondo dei suoi occhi,

Sia sempre in agguato di un cavaliere.

Si direbbe che un Barbaro,

Nel lampo dei suoi denti,

Sia acceso dal sangue caldo della preda.

Il mio Amato,

Come la natura,

Ha un significato ineluttabile e chiaro.

Con la mia sconfitta

Afferma

La primitiva legge della forza.

È selvaggiamente libero,

Come un sano istinto,

Nel folto di un’isola disabitata.

Rimuove,

Con i brandelli della tenda di Majnun,

Dalle sue scarpe la polvere della strada.

Il mio Amato,

Come un dio in un tempio del Nepal,

Si direbbe sia stato,

Dall’inizio della sua esistenza,

Straniero.

È un uomo dei secoli passati,

Una traccia dell’autenticità della bellezza.

Nel suo spazio,

Come il profumo dell’infanzia,

Sempre ricordi innocenti

Desta.

È come un’allegra canzone popolare

Grossolana e schietta.

Ama sinceramente

Gli atomi della vita,

Gli atomi della terra,

I dolori dell’Umanità

I dolori puri.

Ama sinceramente

Un viottolo di campagna,

Un albero,

Una coppa di gelato,

Una corda da bucato.

Il mio Amato

È un uomo semplice,

Un uomo semplice che,

Nel sinistro paese delle meraviglie,

Come l’ultima traccia di una portentosa fede,

Ho celato

Nel folto dei miei seni.

(Traduzione dal persiano di Daniela Zini)

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Forugh Farrokhzad è poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nasce a Teheran il 5 gennaio del 1934. Segue gli studi di disegnatrice di moda e si dedica alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Nel 1952 pubblicò la prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le verrà mai concesso di rivederlo.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro) viaggia in Germania e in Italia. A Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta) che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conosce il regista-scrittore Ebrahim Golestan, di cui diventa fedele collaboratrice. Inizia ad occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. Dall’incontro con Ebrahìm inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forugh. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra la poetessa diventa regista e realizza importanti documentari, commentati dai suoi testi poetici.  Atèsh (Fuoco) ha come tema l’incendio di un pozzo di petrolio e la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura, sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Khanèh siàh ast (La casa è nera), un documentario sul lebbrosario di Tabriz, vince premi in tutto il mondo, tra cui il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, girto quando aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblica la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del 1965 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio, la storia di un neonato abbandonato in un taxi, dove l’autrice l’autrice descrive la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel 1966 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 muore prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si reca a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda). 

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Forugh Farrokhzad

LA VEGLIA. Per Nanni Valentini

Appunti per un’opera cotta nella terra, scritti dallo scultore Nanni Valentini, nella settimana precedente alla morte (1985), sopraggiunta in seguito a una operazione di routine (M.E.).

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Dov’è la magia? Nel fatto che non usi il fuoco ma ti affidi ad esso. Nella fornace non puoi mettere le mani, non puoi agire. Ti tocca aspettare ciò che la materia ti dirà: parole che non hanno niente a che fare con i suoni della tua lingua. Ecco cosa vorrei: vegliare le pulsazioni del sangue. Nutrire il figlio, scaldarlo dentro di me, preparare la sua nascita, svilupparne le forme. E poi, nel momento decisivo, restare sospeso, incantato, deluso dalla nascita effettiva dell’opera. E allora, per non morire svuotato dalla sua brutale presenza, riprendere ad aspettare. Immaginare un secondo, un terzo figlio. Concepirlo, vegliarlo, nutrirlo ancora… Io non cerco le immagini che la terra mi offre ma i segni che possono distaccarmi dal suo grembo. Dopo essere stata impastata e riposta in un luogo umido, la terra è ripresa e impastata di nuovo finché non è pronta per forgiare vasi che contengano olio e frumento. Gli stessi vasi catturano il vento e svelano le risonanze della voce. La terra chiama l’uomo a scegliere forme convesse e utili, ma la forma nascosta è l’eco del vento che vi turbina. Ogni luogo ha un’anima che viene scoperta solo dopo il suo sacrilegio.

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Io vado spesso nei campi a raccogliere zolle, Gli impasti che faccio e le argille che uso partecipano dell’antica profanazione: rubare la terra alla terra in cui è collocata e cuocerla in un luogo diverso da quello. Sento d’essere parte della terra, allo stesso modo che i miei lineamenti sono parte di me: la mia immaginazione non è in conflitto con la realtà in quanto la realtà mi appare una forma slegata e dispersa dell’immaginazione. La sostanza delle cose è il principio del movimento. E cos’è questo movimento se non il ritmo del respiro, il vuoto al centro dell’opera, il vuoto al quale mi avvicino allentandomi al centro di me? Ma non posso toccare nessun centro. Morrebbe il movimento. Tutto sarebbe punto. Niente spiegherebbe e dispiegherebbe come le anse del vaso, contenitori di semi e di terra, di venti e di fiati, come le anse del fiume, dove le correnti portano il limo e il limo regola le correnti. Io sono lì, nel movimento di una terra che si piega verso il respiro, che da convessa diventa concava, precipitando in un nulla che a volte assomiglia al terrore dell’animale minacciato dal fuoco. Non so chi lo abbia detto. Ma nei miei crateri, nei vasi che riduco a fontane, buchi, strati, c’è questo grido intorno al quale giro con calma e che non posso mai gridare perché sono intento a tracciare dei segni, a raccontare delle storie. Io sono colui che lavora, propone, propone e affida al fuoco il suo progetto. Il fuoco, poi, sceglierà. Il fuoco, non io. Il vuoto, non io.

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Una proposta di terra, di terra cruda, da consegnare solo al fuoco. A quella colonna di fumo con in cima la pietra cava, colma d’acqua, screziata di nubi – specchio di quali dèi? Quelli che scendono o quelli che salgono dal fuoco? Il movimento è la continua crescita dei propri limiti, è il respiro del dentro e del fuori, del basso e dell’alto.

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Ho sognato un vaso, un grande vaso di terracotta, tornito nell’ansa e nelle curve. All’improvviso, un animale esce dall’acqua. E’ un polipo. Comincia a incollare i suoi tentacoli al vaso. Prima uno, poi due, poi tutti gli altri. Alla fine il vaso, schiacciato, si frantuma. E il polipo rimane attaccato alla superficie di quello che non è più un vaso ma terra senza profondità, terra da appendere a un ramo, scorza senza senso. Dalla finestra della stanza esce un soffio d’aria. All’esterno del vaso i segni prodotti dalla mano ma all’interno del vaso, nell’invisibile interno, la storia dell’eroe. A contatto con pneuma e respiro, l’eroe non si erge vittorioso ma scende agli inferi.

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Mi piace, spesso, lasciare nella terra dei segni. Non tanto quelli delle mani e dei piedi, che conosco, ma segni che possono evocare marce di uomini colossali, di animali straordinari o di piccolissimi organismi: tutta una mappa di segni, tracciati sulla polvere e messi lì, nella stanza, come resti di tempi mitici, estranei al nostro secolo. Ma la stanza è preda delle correnti. La finestra può spalancarsi. E allora, della mia opera, consegnata per un tempo effimero allo sguardo, cosa resterà, nel moneti in cui soffia il vento? Solo la mia capacità di guardare senza rimpianto l’aria che muta i segni. Non altrettanto accade alle parole. Le parole nascondono il mistero delle tracce lasciate sul pianeta da qualche enigmatica presenza. Si apre la bocca e già si tradisce. Si scrive e tutto diventa più lento, corrotto dal pensiero della fora. Questo non accade, quando si lavora la terra o l’aria.

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C’è una bellissima parola che individua il senso degli oggetti: l’oggetto è una cosa che puoi consegnare. Con-segno: se non ha il tuo segno non puoi fare nulla. Qualcosa di simile accadeva anche 500 anni A.C., quando gli Indios di Nazca, in Perù, tracciarono per migliaia di chilometri linee ondulate e linee spezzate, che non marcavano nessun territorio e non definivano nessuna regione, ma che sarebbero state visibili, per la loro colossale estensione, anche dalla luna, Lunghi solchi. Lunghi enigmi.

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Talvolta, sulle terrecotte, ho voluto segnare dei solchi, come se li avesse prodotti lo scorrere della lava dalle pendici del vulcano. Ho chiamato questi pezzi Crateri e chi li guarda ha spesso detto che sembrano dei veri crateri. Non un complimento, per me: non volevo fare nulla che assomigliasse alla natura, che la ripetesse fedelmente, ma solo un gesto umano, imperfetto, forse malriuscito, di evocarla. Come sempre, la perfezione mi disturba. Le macchie, le ombre, mi svelano più universi di quanti me ne mostri la precisione. Forse è strano ma uno degli artisti che ha contato di più nella mia formazione è Giacometti. Perché Giacometti? Perché non sapeva, non poteva dipingere una testa umana, il suo atteggiamento davanti all’oggetto è simile al mio: una metamorfosi incessante della prospettiva. Visto da lontano o da vicino, un oggetto è completamente diverso. Così il mio cratere, se lo osservi da grandi distanze, è un frammento opaco di terra, una cosa mediocre, insufficiente; ma, se lo fissi da vicino, richiama, nonostante la sua inadeguatezza, la vertigine di Empedocle. Fra queste prospettive è contenuta tutta l’arte. Lo sguardo si avvicina o si allontana. La mano dell’artista raffigura questa lontananza o questa vicinanza. Nella leggenda di Gige e Candaule, come la narra Erodono, si parla della nudità violata come della profanazione di un segreto. Io soffro lo stesso senso di profanazione quando devo concludere un’immagine. Nella violenza dell’unico punto di vista intravedo qualcosa a cui mi oppongo vagando in un oceano di racconti, in un mare di segni. Mi aggiro attorno alla terra per cantarne, non per scoprirne, tutti i segreti. Alla terra, sfiorata dal soffio di Mercurio, a quella che imprigiona l’ombra delle farfalle, io dedico voti, subito inghiottiti dai movimenti della sabbia, dai sussulti dei fondali. La natura ama nascondersi.

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Le zolle, i portali, i mattoni, in oca si distinguono se non un modo diverso di forgiarsi della terra che li compone? E’ sempre una questione di velocità o di lentezza del fuoco. Se disegno una scala, se creo una porta, se formo un tempio, ciò che conta è l’apertura: ogni oggetto, spalancato, deve mostrare l’impulso che l’ha fatto scaturire dal vuoto. Il ruggito del leone, l’ululato del lupo, il fischio della serpe, il bramito del toro, il tubare della tortora, il canto del gufo notturno, il pianto delle anime infernali – mi usciranno dall’anima come un unico suono. La pena da cui sono pervaso chiede, per essere detta, modi straordinari.

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Io sto invecchiando. Vorrei, una volta vecchio, non affaticarmi più. Essere saggio e muto, all’interno di una casa di terra, con muri e porte di terra. Gli amici dovrebbero venire tutti i giorni a visitarmi: bussare alla porta, toccare i muri, tastare ovunque. Mutare, arrivando, la forma della mia casa. Ognuno contribuisce alla mia opera. E io, di notte, sognarla, rimodellarla, rifarla. La mia casa è sempre una capanna instabile, aperta dal vento, frequentata dai viaggiatori, ma è anche focolare, colonna, albero maestro, vaso, telaio. Il focolare riscalda gli abitanti, la colonna regge il soffitto, l’albero maestro da’ equilibrio alla nave, il vaso è forgiato dalla fiamma, il fuso del telaio tesse la lana. Il cosmo esiste. Radice e cielo si toccano, Gli amici vengono nella mia casa e formano la mia casa. Sono solo ma mai completamente solo. Dentro la terra. Fuori dalla terra. Creando insieme. Per sempre.

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*Il testo (con il titolo Marco Ercolani, La veglia) è stato pubblicato in. RIGA 3. Nanni Valentini, Haestia editore, 1991.

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UN SOGNO. Joachim Du Bellay

(Sei sonetti tradotti da Lucetta Frisa)

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1

E fu da allora che il tempo degli dei

scorre più lento agli occhi degli umani

e fa annegare nell’oblio del sonno

tutto il dolore del giorno travagliato,

allorché un demone apparve alla mia vista

sulla riva del gran fiume di Roma

che chiamandomi a sé con il mio nome

mi ordinò di guardare il firmamento

poi mi gridò: Guarda e contempla

tutto quanto è compreso in questo tempio

vedi come tutto non è che vanità.

Se si conosce la fatuità del mondo

e Dio soltanto sa resistere al tempo

tu confida sempre nella divinità.

*

C’était alors que le présent des Dieux

Plus doucement s’écoule aux yeux de l’homme,

Faisant noyer dedans l’oubli du somme

Tout le souci du jour laborieux,

Quand un Démon apparut à mes yeux

Dessus le bord du grand fleuve de Rome,

Qui m’appelant du nom dont je me nomme,

Me commanda regarder vers les cieux:

Puis m’écria, Vois (dit-il) et contemple

Tout ce qui est compris sous ce grand temple,

Vois comme tout n’est rien que vanité.

Lors connaissant la mondaine inconstance,

Puisque Dieu seul au temps fait résistance,

N’espère rien qu’en la divinitè.

2

Sulla cima di un monte vidi un palazzo

d’enorme altezza da colonne attorniato

di diamanti risplendeva la facciata

ed era dorica la sua architettura.

Non di marmo o di mattoni le mura

ma di cristallo lucente che dalla cima al fondo

mandava mille raggi dal suo ventre profondo

su cento gradi dorati del più fine oro africano.

D’oro erano gli stucchi, d’oro i soffitti

incastonati di grandi lamine d’oro

e di fine smeraldo e di diaspro il pavimento.

O vanità del mondo! Un improvviso terremoto

fa cadere dal monte la minima radice,

e il bel luogo sprofonda fino al vuoto.

*

Sur la croppe d’un mont je vis une Fabrique

De cent brasses de haut: cent colonnes d’un rond

Toutes de diamant ornaient le brave front:

Et la façon de l’oeuvre était à la Dorique.

La muraille n’était de marbre ni de brique,

Mais d’un luisant cristal, qui du sommet au fond

Elançait mille rais de son ventre profond

Sur cent degrés dorés du plus fin or d’Afrique.

D’or était le lambris, et le sommet encor

Reluisait écaillé de grandes lames d’or:

Le pavé fut de jaspe, et d’émeraude fine.

O vanité du monde! Un soudain tremblement

Faisant crouler du mont la plus basse racine,

Renversa ce beau lieu depuis le fondement.

3

Una lupa vidi nell’antro di una roccia

che allattava due gemelli e inoltre vidi

graziosamente giocare la coppia gemellare

e col collo allungato la lupa li leccava.

Quindi si mise a correre a caccia del suo pasto

correva per i campi con novello furore

insanguinando denti e artigli crudeli

e sui teneri pascoli soddisfando la sete.

Mille cacciatori vidi scendere dalle montagne

che da un lato ottenebrano le lombarde campagne

e vidi mille spade accanirsi ai suoi fianchi

e in tutta la sua lunghezza lei era distesa

piangendo immersa nel proprio sangue

e sotto un vecchio tronco la sua spoglia era appesa.

*

Une Louve je vis sous l’antre d’un rocher

Allaitant deux bessons. Je vis à sa mamelle

Mignardement jouer cette couple jumelle,

Et d’un col allongé la Louve les lécher.

Je la vis hors de là sa pâture chercher.

Et courant par les champs, d’une fureur nouvelle

Ensanglanter la dent et la patte cruelle

Sur les menus troppeaux sa soif étancher.

Je vis mille veneurs descendre des montagnes,

Qui bornent d’un côté les Lombardes campagnes,

Et vis de cent épieux lui donner dans le flanc.

Je la vis de son long sur la plaine étendue,

Poussant mille sanglots. se vautrer en son sang.

Et dessus un vieux tronc la dépouille pendue.

4

Vidi l’uccello che il sole contempla

avventurarsi col suo fragile volo

e poco a poco le sue ali guidare

ancora obbedendo all’esempio materno.

Lo vidi crescere e col volo più ampio

dei più alti monti l’altezza misurare

bucare le nubi e tendere le ali

fino a quel luogo che degli dèi è tempio.

Là si smarrì, poi d’un tratto lo vidi

ruotare in aria in turbini di fuoco

e fiammeggiando sulla terra calare

mentre il suo corpo si mutava in polvere:

vidi l’uccello che dalla luce fugge

e sa rinascere dalla propria cenere.

*

Je vis l’Oiseau que le Soleil contemple,

D’un faible vol au ciel s’aventurer,

Et peu à peu ses ailes assurer

Suivant encor le maternel exemple.

Je le vis croître, et d’un voler plus ample

Des plus hauts monts la hauteur mesurer,

percer la nue et ses ailes tirer

Jusques au lieu, où des Dieux est le temple.

Là se perdit: mais soudain je l’ai vu

Rouillant par l’air en tourbillon de feu,

Tout enflammé sur la plaine descendre,

Je vis son corps en poudre tout réduit

et vis l’oiseau que la lumière fuit,

Comme un vermet renaître de sa cendre.

5

Per tante disgrazie mi lagnai profondamente

e vidi una Città quasi simile a quella

che vide il messaggero della buona novella,

ma sulla sabbia poggiavano le fondamenta.

Sembrava che il tetto toccasse il firmamento

e superba fosse di forme quanto bella:

degna, come nessun’altra, degna d’eternità

se nulla sotto il cielo si fonde saldamente.

Sbalordii alla vista di quest’opera stupenda

quando da Nord giunse qui un temporale

che soffiava la furia del suo cuore deluso

su tutto quanto incontrava e rovesciò

davanti a me in un nembo polveroso

le fondamenta fragili della grande Città.

*

Ayant tant de malheurs gémi profondément;

Je vis une Cité quasi semblable à celle

Que vit le messager de la bonne nouvelle.

Mais bâti sur le sable était son fondement.

Il semblait que son chef touchât au firmament

Et sa forme n’était moins superbe que belle:

Digne, s’il en fut une, digne d’être immortelle,

si rien dessous le ciel se fondait fermement.

J’étais émerveillé de voir si bel ouvrage

Quand du côté du Nord vint le cruel orage

Qui soufflant la fureur de son coeur dépité

Sur tout ce qui s’oppose encontre sa venue,

renversa sur-le-champ d’une poudreuse nue,

les faibles fondements de la grande Cité.

6

E Infine nell’attimo che il sogno

più reale appare ai nostri occhi

rabbioso di vedere l’insipienza dei cieli

arrivò la sorella del grande Tifeo:

audacemente di un elmo ricoperta

in maestà rivaleggiava con gli dei

e sulle rive di un bellicoso fiume

per noi tutti innalzava i suoi trofei.

Cento re sconfitti piangevano ai suoi piedi

con braccia legate vergognose sul dorso;

spaventato alla vista di un simile evento

la vidi ancora far guerra al cielo alto

poi d’improvviso al centro della folgore

e al suo gran rombo mi svegliai di soprassalto.

*

Finablement sur le point que Morphée

Plus véritable apparaît à nos yeux,

Fâché de voir l’inconsistance des cieux,

Je vois venir la soeur du grand Typhée :

Qui bravement d’un morion coiffée

En majesté semblait égale aux Dieux

Et sur le bord d’un fleuve audacieux

De tout le monde érigeait un trophée.

Cent Rois vaincus gémissaient è ses pieds,

Les bras aux dos honteusement liés:

Lors effrayé de voir telle merveille,

Le ciel encor je lui vois guerroyer,

Puis tout à coup je la vois foudroyer,

Et du grand bruit en sursaut je m’éveille

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Giovan Battitsta Piranesi, Le Antichità romane

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Nel giugno del 1553 il poeta Joachim du Bellay (Liré 1522 – Parigi 1560) arriva a Roma, la città che le truppe di Carlo V misero a ferro e fuoco ventisei anni prima. Durante il suo soggiorno romano compone Les Antiquités de Rome, Les regrets e Le songe, che pubblicherà nel 1558 al suo ritorno a Parigi. I sei sonetti qui tradotti da Lucetta Frisa sono tratti dalla sezione Le songe in: Joachim du Bellay Les regrets. Suivi de Les antiquités de Rome et Le songe, Librairie Generale Française, Paris, 2002.

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Joachim du Bellay

QUESITO BILICO. Luigi Cannillo

*I testi sono tratti dalla raccolta antologica: Luigi Cannillo, Between Windows and Skies. Selected Poems 1985-2020, traduzione di Paolo Belluso, Gradiva Publications 2022.

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In serata si divide

l’universo a schegge

ed alimenta dubbi

il vento effervescenza

ne scocca e movimenta

Sfondo o primo piano

scegliere dalle lastre

lo sguardo senza orbita

se coltiva promessa o minaccia

Fosse invece la nostra

finestra vista assoluta

diviene tiepido assopirsi

quesito bilico

dove spettacolo che calamita

è l’orizzonte strabico

(1993)

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Resto nel nodo, il fiocco azzurro

mosso da una corrente sconosciuta

nel vuoto che sfavilla tra le porte

Cambio sempre strada al ritorno

La mia natura è percorrere

la scala di servizio accomodarmi

a dormire sul gradino stretto

Se mai sarò uno di queste classi

passerò il tempo guardando fuori

i colombi circolare fra le tegole,

aspettando chi bussa alla porta

e l’ombra che lo annuncia

fino al momento dell’uscita

Resto il soffio sull’uniforme,

chi si scosta e corre via per primo

Non mi avrete alla ricreazione

salirò sull’albero

più alto del giardino

(Inediti da Dal Lazzaretto)

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In questa breve riflessione sull’antologia bilingue di Luigi Cannillo, edita da Gradiva Pubblications, mi piace soffermarmi sulla seconda e sull’ultima poesia scelta dall’autore, cercando di leggere i segni di un cammino, le tracce del suo passaggio nell’universo della parola. Ma Cannillo si ritrae con felice discrezione, come non volendo sapere chi lui è stato veramente, da dove è venuto e dove vuole andare, fra “sguardo senza orbita” e “universo strabico”. Il poeta lo dice con chiarezza: “resto nel nodo”, percorro una “scala di servizio”, dormo sul “gradino stretto”. Vive walserianamente il suo posto nel mondo. Lo cancella leggermente ma poi resta, con fierezza, per “ascoltare / fino in fondo e in un solo momento / il suono del suo verso”. La scelta intransigente di Cannillo è pensare il paesaggio poetico come un incrocio di materiali musicali da accordare all’io dell’autore (“Qui oltre il muro del cielo / ancora a leggere la luce”), ben sapendo che nessuna definizione potrebbe imprigionare o classificare la sua natura ondivaga di “quesito bilico”, fra domanda e precipizio, che non smette di ri-flettere se stessa. “Non mi avrete alla ricreazione / salirò sull’albero / più alto del giardino” (M.E.)

René Magritte, L’impero delle luci

Luigi Cannillo

GELOSIA. Anna Achmàtova, Nikolaj Gumilev

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Insegna del cabaret di Pietroburgo “Al cane randagio

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Pietroburgo, 1 febbraio 1914

Amore mio,

ti aspetto al solito caffé vicino al caminetto, dopo le 22. Ho l’abito nero, il fiore arancio nella scollatura, un soffice rossetto viola e il profumo che ami. Porta i sigari che sai e, se arrivi prima di me, ordina due vodke doppie. E la musica, naturalmente, appena un poco, quella che basta. Stasera fa molto freddo. Stasera voglio ubriacarmi.

Vieni presto, amore. Cosa inventare in queste interminabili ore che ci separano? Guarderò trepidante la luna gonfia che si sta affacciando proprio adesso sulla Nevà. Le chiederò di essere indulgente con noi, di sfoggiare tutto il suo repertorio di malìe. Ho voglia di te da impazzire. Scrivere ciò che provo per te, in questo momento, è profanare l’amore. Le mie labbra si protendono verso il mio principe, che mi sta raggiungendo in tutta fretta, al galoppo sul suo cavallo nero… mi sta raggiungendo al Cane randagio, dopo le 22, vicino al caminetto, e noi insieme ci ubriacheremo, ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro, piccoli frammenti di parole, come piccoli morsi, sussurri e bisbigli che fanno rabbrividire l’orecchio e il sangue per quel loro suono così carezzevole e quel tiepido fiato vicino vicino, e dopo tu mi colmerai col tuo calore di animale e riverserai in me tutto te stesso.

Sento quel piacere doloroso che prova il mio grembo quando è in attesa di riceverti. Mi attorciglierò attorno al tuo corpo come un serpente. Il tuo sguardo, che sia inerme e inquietante. Come la prima volta.

Anna

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Tankùz, 2 aprile 1913

Anna Andreevna,

il tuo biglietto mi ha raggiunto ieri, dopo due mesi di traversate per continenti e per mari, nel villaggio di Tankuz, nel cuore della Somalia, dove servo il mio zar. Riceverai la mia risposta, se sarò fortunato, fra altri due mesi. E così ne saranno passati quattro esatti dalla sera in cui, un fiore d’arancio nella scollatura, mio bell’uccello da preda, mi avresti aspettato davanti a due vodke doppie, nera e flessuosa, al Cane Randagio, il nostro caffé.

Un invito paradossale e feroce, non è vero, Anna? Ti sarai compiaciuta a scriverlo, da gran dama del libero amore quale sei, immaginando me a leggerlo nell’afa delle savane. «Ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro…». Se mi avessi veramente amato, avresti scritto una lettera lunga e struggente, piena della tua attesa per me, non questo biglietto provocante, che non poteva arrivare in tempo. Ricordi cos’hai scritto, un giorno: «Non lascerò il mio compagno dissoluto e tenero…»?

Ma chi è, ora, il tuo tenero e dissoluto compagno? Posso pensare di esserlo io, Nikolaj, che in uno sperduto villaggio africano legge il tuo invito amoroso DUE MESI DOPO? O non è forse più plausibile, Anna Andreevna, insidiosa, piccola vipera, che tu abbia sbagliato busta e io, invece di ricevere la solita letterina familiare e affettuosa, mi ritrovi fra le mani questo messaggio ardente per il tuo «dissoluto compagno» di oggi, per il tuo VERO AMANTE che, nel caffé che era nostro, ti bisbiglia adesso le mie stesse parole e tu gli rispondi con la voce di chi non può resistere un secondo di più – gli parli nella bocca, gli mordi l’orecchio, gli sfiori il ginocchio, gli tiri la testa a te, lo divori di baci – come hai fatto con me? Non è forse lui, che aspetti nelle sere invernali, mentre la luna splende sulla Nevà «col suo repertorio di malìe»? Non è forse lui che desideri da impazzire? Ti vedo, che muovi su e giù il ventre, ti sento, mentre il sudore mi scende dal collo, che gli graffi la schiena e le mani: forse per un attimo ti traverso la mente e ridete di Nikolaj. «E se in questo momento – sussurri – scopasse una negra?».

«Scrivere ciò che provo per te adesso è profanare l’amore»: è il crimine, Anna Andreevna, di cui ti sei macchiata in tutte le tue poesie d’amore, da quella puttana di lusso che hai sempre voluto essere fin dall’inizio della tua strepitosa carriera. Le leggende di cui già ti circondi raccontano che Vjaceslav il magnifico, il nostro caro amico Ivanov, il pontefice del simbolismo russo, dopo aver udito per la prima volta una tua poesia, si alzò, ti baciò la mano e disse: «Anna Andreevna, mi congratulo e vi saluto: questi versi sono un avvenimento per la poesia russa».

Ma io c’ero, quel giorno, nella famosa «torre» di Ivanov e lui non pronunciò quelle parole. Scosse il capo perplesso. Aveva capito, Anna, che tu eri solo un pavone che faceva la ruota delle sue passioni nella lingua della poesia, e così profanavi passione e poesia, facendo merce dell’una e dell’altra.

Leggendoti, si respira l’odore dei corpi che si cercano nel buio. Io li conosco, questi ardori notturni: quante volte ci siamo amati così, senza prendere fiato, con furia, lasciando sparsi nelle stanze tutti gli indumenti, quasi strappandoceli perché non potevamo più resistere a non essere nudi, uno nelle braccia dell’altra? Anzi, lo ricordi, appena ci vedevamo, ci afferrava una sorta di vergogna nell’essere lì, in mezzo agli altri, vestiti, mentre le tue cosce desideravano stringermi il cazzo e io scoppiavo di passione, non potendo denudarti davanti a tutti e possederti senza esitare. Tutto questo doveva restare nostro: IL NOSTRO SEGRETO.

Qui, in Africa, le donne non mancano: sono alte, tranquille e maestose nella loro pelle nera: hanno cosce grandi, sesso e capezzoli scuri. Pur avendole scopate, per noia o per bisogno, non riesco a desiderarle.

«Di nuovo egli toccò le mie ginocchia / con mano che quasi non tremava».

Come puoi raccontare il nostro primo incontro in versi così chiari senza sentirti una prostituta, senza essere consapevole che ogni parola che scrivi è il tradimento di quel giorno d’amore? Mi vergogno di averti baciata: quel luogo era proibito a qualsiasi parola.

No, il mio sguardo non sarà né inerme né inquietante: solo accusatorio. Se è vero che la poesia allude sempre al segreto, la tua poesia questo segreto lo sciala in modo indecente. E, invece di cantare l’enigma dell’eros, tu lo descrivi da odalisca. Per questo ti odio, e non posso che odiare quanto creammo insieme in poesia: il piccolo acmeismo. Che senso aveva restringere lo sguardo sui dettagli, contrarre l’orizzonte, rinunciare al lusso delle parole? Siamo stati poveri ragionieri della poesia, ma io e Mandel’stam ci siamo pentiti subito e siamo fuggiti, abbiamo fatto delle parole i nostri destrieri affannosi e traballanti, la nostra sintassi energica e scandalosa. E i miei versi sono diventati forti, cattivi, allegri: hanno ucciso uomini ed elefanti, sono morti di sete nel deserto, di freddo sul bordo dei ghiacci, non hanno avuto nessuna paura.

Tu, invece, hai sempre coltivato, pazientemente, il tuo petit jardin senza mai sporcarlo con quartine che non fossero raggelate e limpide, come quadretti di genere. Usuraia delle emozioni, Anna Andreevna: ecco cosa sei stata. Sklowskij aveva ragione: la tua poesia è solo «un raggio di luce penetrato in una stanza buia». Io la conosco quella stanza: non è forse la squallida cameretta di un albergo a ore? Perchè mi hai tradito? Perchè mi hai costretto a scriverti una lettera così penosa? Mi vergogno da morire. Non volevo dire nulla di quanto ti ho detto. Non è vero nulla. Ho voluto solo ferirti. Perdonami, Annuska! Sono geloso di te alla follia e la tua poesia è straordinaria. E’ solo che soffro come un cane e non riesco a dimenticarti.

Brucio di te, in questo caldo africano, come vorrei che bruciassi tu, nel gelo russo: e mi illudo ancora, nonostante sia impossibile, che questo biglietto d’amore sia stato spedito da Anna a Nikolaj perché Nikolaj raggiunga Anna al più presto, divorando continenti con gli stivali dalle mille leghe, galoppando notti e giorni su un cavallo nero… e adoro ancora la tua bocca e le tue mani e bacio i tuoi piedi nudi, che danzano scalzi nella piccola stanza riscaldata dal camino, al Cane Randagio, mentre la pelliccia giace, con il frustino, sul sofà verde e io, con piccoli baci, ti tolgo dalle labbra il rossetto, ti strappo dalla scollatura il fiore, metto la mia bocca lì, dove comincia il tuo seno, e le tue parole mi entrano nelle orecchie, la tua pelle bianca mi acceca, mi fa perdere i sensi…

Ti prego, amore – parlami, parlami ancora e perdonami!

Tuo Nikolaj

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I poeti Anna Achmàtova e Nikolaj Gumilev si incontrano nel 1903. Lei ha quattordici anni e lui diciassette. Sei anni dopo si sposano. Successivamente Gumilev si allontana dalla Russia per lunghi soggiorni in Somalia e Abissinia. Nel 1910 Anna e Nikolaj, insieme a Gorodeckij, Ivanov e Mandel’stam, fondano l’Acmeismo, una corrente poetica che intende liberare la parola poetica dalla «foresta dei simboli». Nel 1913 Gumilev torna in Africa a capo di una spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Pietroburgo. Si separa da Anna l’anno successivo. Accusato di attività controrivoluzionarie, sarà fucilato dai bolscevichi il 25 agosto 1921, all’età di trentacinque anni.

INCHIOSTRI. Lucetta Frisa

22 poeti francesi contemporanei

a cura di Lucetta Frisa

Associazione culturale Contatti, a cura di Barbara Garassino e Massimo Morasso, Genova 2022.

Premessa

La sonorità insita nella lingua francese è avvolgente e melodiosa. Ma nella contemporaneità si è voluto incrinarla, torcerla, strapparle un po’ di quell’alone fatato e morbido che la dominava. Tutto, nella poesia contemporanea, si spoglia di facili romanticismi, di vaporosi arabeschi. La realtà, col passaggio del tempo, è sempre più cruda e buca gli occhi. La lingua si adegua, o per lo meno cerca anche lei di svestirsi, di togliersi di dosso la cipria della raffinatezza senza mai tradire la fondamentale, tragica sensibilità della poesia. (Non a caso questa breve antologia prende l’avvio dai versi di Arthur Rimbaud le cui Illuminations, in prosa poetica, determineranno il futuro di tutta la poesia occidentale). I poeti qui presentati non privilegiano infatti la sensualità musicale della lingua d’oltralpe. A cominciare dal nervoso e molteplice Henri Michaux, scrittore e pittore, per proseguire con il misconosciuto Alain Borne, la sua disperazione a ciglio asciutto. Dal ricco e aspro Lorand Gaspar all’arioso e mitico Jean-Jouve, da Jude Stefàn, dal funebre splendore, all’anarchico Franck Venaille, da Bernard Noël (recentemente scomparso) alla libanese Vénus Khoury-Ghata, dall’empatico Claude Esteban, la cui parola bisbigliante e sobria sa comunicarci un ineffabile strazio, al perentorio Jacques Dupin, che scrive una metapoesia enigmatica e astratta, debitrice degli amati pittori contemporanei, in primis Giacometti e Mirò, a Yves Bonnefoy, poeta tra i più celebri, di elegante e turbata intensità. E via via tutti gli altri, in un quaderno di traduzioni che vorrebbe essere agile, libero, rapsodico, alla ricerca di una “verità estatica” legata allo strumento poesia, come teorizza il regista Werner Herzog.

Una “stravaganza” voluta è stata quella di inserire un Rainer Maria Rilke che scrive, solo in questo caso in francese, Les Fenêtres e Vergers, poesie composte nell’ultimo anno di vita trascorso in Svizzera presso il castello di Muzot, dove completò anche lo straordinario ciclo delle Elegie duinesi. Ma Rilke, pur utilizzando gli “incantamenti” e gli stilemi della lingua francese, li stempera in una complessità che gli deriva, forse, dalle influenze mitteleuropee e dalla seduzione speculativa della lingua tedesca.

Un volume antologico si compone di diverse voci, timbri, tonalità, caratteri. Il risultato è il libro stesso, nella sua complessità musiva, che non può non essere polifonico. Di ogni poeta qui appare un breve segnale, un colpo d’occhio. Chi vuole potrà conoscerlo meglio a parte, approfondirne l’opera leggendolo integralmente. Ho sempre pensato che di un poeta non è facile amare e apprezzare l’opera intera. I suoi frammenti più significativi certamente hanno il privilegio di non annoiare e, contrario, di stimolare e incuriosire. La noia è nemica della lettura e, quando è possibile, tento sempre (da lettrice come da autrice) di evitarla: è la sola “linea teorica” cui resto, comunque, fedelei.

(L.F.)

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INDICE

Premessa

I poeti

Arthur Rimbaud (1854 -1891), Ponti

Rainer Maria Rilke (1875-1926), Finestre

René Char (1907-1988), Su una notte senza ornamenti

Paul Eluard (1895-1952), L’età della vita

IPierre-Jean Jouve (1887-1976), Paradiso

Henri Michaux (1899-1984), Pianure dove si plana

Edmond Jabès (1912-1991), L’acqua

Alain Borne (1915-1962), Inchiostri

Jacques Dupin (1927-2012), Morene

Philippe Jaccottet (1925-2021), Alla luce dell’inverno

Yves Bonnefoy (1923-2016), Le nuvole

Bernard Noël  (1930-2021), L’insigne immediato

Jude Stefan (1930-2020), Fantasmi

Lorand Gaspar (1925-2019), Epifania

Claude Esteban (1935-2006), Qualcuno nella stanza comincia a parlare

Franck Venaille (1936-2018), Ciò è

James Sacré (1939), Il desiderio sfugge alla mia poesia

Venus Khourà-Ghata (1937), Le parole erano lupi

Sylvie Fabre (1951), Come l’allodola

Viviane Ciampi (1946), Tu sai quante volte sei mortale

Sylvie Durbec (1952), Stanze

Albane Gellé (1971), L’aria libera

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Arthur Rimbaud

Ponti

Città

Io sono un cittadino effimero e neppure troppo scontento di una metropoli giudicata moderna perché vi è stato eluso ogni gusto prevedibile, sia nell’arredamento sia nelle facciate delle case sia nella pianta urbana. Qui non si possono rilevare i segni di nessun monumento alla superstizione. La morale e la lingua si riducono alla loro espressione più semplice, finalmente! Questi milioni di individui, che non hanno bisogno di conoscersi, conducono allo stesso modo educazione, lavoro e vecchiaia, così che il percorso vitale sarà mille volte meno lungo di quello segnalato da una folle statistica per le popolazioni continentali. Così come dalla mia finestra vedo nuovi fantasmi vagare nel fumo denso ed eterno del carbone – nostra ombra boschiva, nostra notte estiva – Erinni nuove, davanti alla mia casa che mi è patria e l’intero mio cuore – dato che qui tutto assomiglia a questo -, la Morte illacrimata, nostra figlia attiva e ancella, un Amore disperato e un grazioso Delitto che geme nel fango della strada.

Ponti

Cieli grigi di cristallo. Un disegno bizzarro di ponti, ora dritti,ora convessi, altri che scendono a formare con loro angoli obliqui, e queste figure si ripetono negli altri circuiti rischiarati del canale, e tutti così lunghi e leggeri che le rive, cariche di cupole, si abbassano e rimpiccioliscono. Qualcuno di questi ponti è ancora fitto di casupole. Altri sostengono pennoni, segnali, fragili parapetti. Accordi minori si incrociano e fuggono, dagli argini si alzano fumi. Si distingue una giacca rossa, forse altri vestiti, e strumenti musicalli. Sono arie popolari, schegge di concerti aristocratici, frammenti di inni pubblici? L’acqua è grigia e azzurra, larga come un braccio di mare. – Cadendo dal’alto del cielo, un raggio bianco annienta tutta questa commedia.

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Alain Borne

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Inchiostri

So che tutto è nulla ma amo il nulla e lo canto.

A forza di parlare d’amore

sentirete in bocca questa parola

più di neve

che di sangue

*

Nessuna emozione

forse scrivo come il ciliegio

sul cielo nero delle parole di neve

*

Sulla spiaggia del diluvio

non rimane del mare

che un po’ di sale pallido

*

Il sangue si rinnova come il giorno

quando il sole se ne va dal vento

e un mantello di freddo

soffia alle spalle

*

Età profonda e senza ritorno

che fa già paura al sangue

coraggioso è non morire

perché il morire è vicino

*

Coloro che la vita attraversa

come un pugnale

coloro che la morte fa risplendere

*

Ahimé mai più ricomincia

del nostro sangue la lunga annata

e felici siano i rami

che rifioriscono ad ogni maggio

Ahimé nessuna gioia

si rialza dall’ombra caduta

*

Se avessi saputo cos’è l’amore

avrei lungamente taciuto

*

Dalle mie mani sporche d’inchiostro

semino neve sulla pagina nera

perché un intero cielo

s’apra agli astronomi dei miei libri

tesi verso la mia notte

*

Hai nel pugno

né l’uccello né il fiore

ma l’osso beffardo del tuo fratello antico

*

Riti

sporchi massacri

con la lira in mano canta

lui canta

ride

il sangue gli cola dalla voce

il sangue gli cola dalla mano

e canta

**

Canto

e la vita come un albero

si erge sulle sue foglie

immensa nell’autunno

dove si ammucchiano i morti.

*

Lassù la pallottola ha colpito l’uccello

e qui il suo calore incide

una peonia sull’ermellino

**

Philippe Jaccottet

**

Alla luce dell’inverno

*

Alla luce dell’inverno

Avrei voluto parlare senza immagini, semplicemente

spingere la porta…

Ho troppa paura

per questo, troppa incertezza, talvolta pietà:

non si vive tanto a lungo come gli uccelli

nell’evidenza del cielo,

e dopo, ricaduti sulla terra,

non si vedono con precisione che immagini

o sogni.

*

Parlare, quindi,è difficile, se si tratta di cercare…cercare cosa?

Una fedeltà ai singoli momenti, alle singole cose

che scendono in noi verso il basso, che si spogliano,

se si tratta di affastellare un vago riparo per una inafferrabile preda…

Se è indossare una maschera più vera del proprio viso

per celebrare una festa da tempo perduta

con gli altri, che sono morti, lontani o che ancora

dormono,e stentano ad alzare dal loro giaciglio

questo rumore,questi primi passi traballanti, questi fuochi timidi

-le nostre parole:

vibrazione del tamburo per quel poco sfiorato da dita ignote…

*

Strappa infine queste ombre come veli,

tu,vestito di stracci, falso mendicante, amante di sudari:

scimmiottare la morte a distanza è vergognoso,

aver paura quando accadrà, già può bastare. Adesso,

copriti con una pelliccia di sole ed esci,

cacciatore controvento, attraversa

come un’acqua fresca e rapida la tua vita.

Se tu avessi meno paura.

non faresti più ombra sui tuoi passi.

**

Bernard Noël

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L’insigne immediato

**

L’insigne immediato

La solitudine delle cose

è una nostra invenzione:

ha bisogno di uno specchio.

Ombra e luce talvolta si intrecciano

così perfettamente l’una all’altra

che se ne vede il respiro

perfino una vita interiore:

è bastato fermarsi

davanti fuori.

Fate sentire lo spazio

e la pianta più piccola

solleverà le braccia

mentre l’albero

divorerà il cielo o vi si bagnerà

La vista è sempre una frase

sospesa in assenza di rappresentazione

che con passione vorrebbe raggiungere

ma che, di continuo,

la oltrepassa.

Il mondo è sempre intero

inizia e finisce al momento

ci assorbe

ed eccoci ricolmi

poi chiudiamo gli occhi.

Il silenzio è sulla pelle del mondo

come su di lei è la luce

lo si ascolta mentre guardiamo.

Crediamo di abbellire il mondo

non facciamo che coprirlo

con la nostra firma

per dargli la nostra natura

e togliergli la sua.

Ciò che guardiamo

assomiglia a ciò che è

ma ciò che è non somiglia ai nostri sentimenti

e ancora meno alle nostre storie

eppure dobbiamo guardare.

**

Claude Esteban

**

Qualcuno nella stanza comincia a parlare

Schizzi, ripensamenti, soli

Sette giorni da ieri,

contati come se

il numero finalmente chiuso

fermasse il tempo, lo obbligasse

a non scavare più la sua ferita,

sette giorni

attraverso gli anni, e questa voce

che d’un tratto decide

che basta così e bisogna contare

in un altro modo, se si potesse.

*

Questa voce che giunge

da nessun luogo, ditemi come fare

per non ascoltarla, tutte

le cose si sono zittite,

prima le grandi, quelle

che ci ferivano, poi le piccole,

ed è nel silenzio della notte

dell’anima, la voce improvvisa

come uno spavento e poi come un’allegria

e poi la morte, semplicemente.

*

Datemi questo mattino, ancora

queste ore dell’alba

quando tutto ha inizio, datemi, vi prego,

questo muoversi lieve dei rami,

un respiro, niente di più,

e che io sia come

chi si sveglia nel mondo e non sa

ciò che è già morto né ciò che

morirà, datemi

appena un po’di cielo, o questo sasso.

*

Figlia mia, ci toglieranno

le catene, cammineremo, tu

ed io, sui prati, raccoglieremo qualsiasi

fiore, ne faremo, se vuoi,

dei mazzi, la città

sarà molto lontana e talvolta

degli uccelli ci narreranno la fiaba

di un re vecchissimo

che non sapeva più separare il giusto dall’ingiusto

e rideremo di noi, Cordelia.

*

Luce che va sempre

innanzi, io ti prenderò

per mano, sarà subito

più semplice, le cose

e la gente, le parole che induriscono

sotto la lingua, tutto

sarà trasparente per noi, luce

che non ha luogo, ecco che ti fermi

e anche il mio male

si ferma e tu mi aspetti.

*

Dietro lo steccato rosso

ci piacerebbe vivere e invecchiare

per tanto tempo, forse ci sarà

un uomo senza paura, senza quasi più

desideri e solo gli alberi

parleranno di noi, diranno la linfa

e la sovrabbondanza, l’immobile

moto delle ore e poi la morte

come una scorza molle, saremo là ad occhi

aperti, una vita davvero, dietro uno steccato rosso.

*

Una foglia che si strappa, tre

note sopra il silenzio, quasi

niente, com’è presto,

è forse il mattino oppure

la sera, non lo so

più, ho camminato così tanto,

adesso

respiro, mi risposo, tutto

è perfetto, il cielo permane

a piombo, e conto sette stelle.

**

Il giorno appena scritto

Quello che non parla.

Io l’ascolto.

Quello che non ha luogo

lo ritrovo

nel suo luogo

Quello che cade

Io mi rimetto al suo posto

Vedo vivere

tutto quello che muore

Sparisco

con quello che è restato.

*

Non abbiamo avuto tempo. Non

del tutto, si era

creduto che un minuto potesse

bastare, una mano

su un braccio, non si pensò

che fosse finito

da qualche parte,forse scritto

In un libro che non si sarebbe mai letto

soprattutto se parlava

di un una donna, di un uomo, di un giardino

*

Una volta, ancora

una volta, mi avvicino

alle mura, ti

chiamo. Non so più

il tuo nome, grido

solo un nome, quello che viene,

sole, e il sole

è senza calore, casa.

e la casa si richiude, io tornerò,

troverò la parola che ti calma

*

Prenderò una

pietra

Quella che capita. Quella

che pesa

nel suo nome di pietra.

Cancellerò tutto il fuori,

darò

Il mio sangue a questa pietra.

Per nulla. Per

ricordare il suo nome. Per imparare

giorno per giorno

il suo corpo di pietra.

Barbara Garassino

Massimo Morasso

TRE DOMANDE INDISCRETE. Gabriela Fantato

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, collana “Radici” diretta da Gabriela Fantato, Il Leggio editore, Chioggia 2018.

**

1

-«Tu spesso, per alludere alla scrittura, usi immagini che sono paradossi, o anche talvolta ossimori, per esempio: “E il buio dell’andare è l’unico bagliore…”, e altrove, anche nel titolo di una sezione, Miraggi tornati parole, poi in un testo, ancora: “lettera sotto lettera: sotterro le frasi” , infine: “Ogni opera compiuta / violenta natura morta”. Mi puoi spiegare il tuo rapporto ambiguo, oppositivo e antinomico con la scrittura?».

-«La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo di ogni parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra una roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi un ordine a quel sogno, un ordine possibile che nasce da uno stato di transe: ecco l’antinomia necessaria della poesia. Un caos-cosmo. Un universo fluttuante, con stelle precise».

2

-«C’è il mare, ci sono porti e viaggi, tempeste e tanto vento ,dentro questi testi, come anche in un tuo libro di poesie precedente, perché questa presenza… dell’acqua?».

«L’acqua è la sostanza stessa del viaggio, il suo fascino e il suo pericolo. In Hölderlin, nei suoi Inni, irrompe una parola che subito ci mette a contatto dell’«aorgico», di un abisso sottratto al potere dell’uomo. Essere nell’illimitato che dissolve e fondare nuovi limiti che costruiscono: ecco il doppio compito della sentinella, di chi custodisce l’abisso e se ne fa straziare. Come se al poeta, da sempre naufrago, toccasse in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza».

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– «Spesso come scrittore di romanzi e racconti hai usato la forma dell’apocrifo, ma in poesia, mi chiedo, chi scrive sei tu o anche nei versi “io è Altro”, come direbbe la psicoanalisi? E quindi le “maschere”: sono necessarie, sono implicite, sono ontologiche?».

– «Ontologiche. Non so se implicite, ma ontologiche. Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma di indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio – che è anche approdo – di sé. “La poesia è il reale veramente assoluto” scrive Novalis, e aggiunge: “Il poeta ordina, raduna, sceglie, dispone”. Realtà totale è tutto ciò che potrebbe essere reale, che lo è stato o lo diventerà: è ipotesi, metamorfosi, fluttuazione. Se le parole hanno parlato a lungo, prima di arrivare a chi scrive, e arrivano traboccanti di silenzi e di suoni, il compito del poeta è ri-coniarle per il tempo che durerà la sua opera. La condizione che io vivo da sempre, dentro le parole, è un mio interminabile sonnambulismo, che nella poesia si smaschera con maggiore lucidità. Ritorno quasi inevitabilmente alla parola altrui, alla poesia di Hölderlin: “E ciò che tu hai / è tirare il respiro. / Infatti se uno lo ha / levato alto nel giorno, / lo ritrova nel sonno, / perché dove gli occhi sono coperti / e legati i piedi, / lì tu lo troverai”.

La poesia, sfondando buchi insospettabili nella pienezza della voce, rientra non docilmente nel regno della notte, nei riti del sonno, a “tirare il respiro”. Quel respiro, che prima era canto pieno e ora è vuoto pieno di silenzi, quel respiro tirato come un peso, sul filo sottile della tragedia e della catastrofe personale e linguistica, con gli occhi coperti, senza vedere, con i piedi legati, senza camminare: ecco, in sintesi, il destino di chi scrive. Un atonale, attonito silenzio che si oppone alla prigione dei significati e dei suoni; che rende possibile, quasi vent’anni dopo, il leopardiano Coro dei morti di Federico Ruysch: “Vivemmo: e qual di paurosa larva, / E di sudato sogno, / A lattante fanciullo erra nell’alma / Confusa ricordanza: / Tal memoria n’avanza / Del viver nostro: ma da tema è lunge / Il rimembrar. Che fummo? / Che fu quel punto acerbo / Che di vita ebbe nome?”. Io è sempre un Altro, ma un Altro dentro di noi. Non un estraneo, ma un proprio minaccioso simile. Quando scrivo poesia, non penso a niente di preciso. Non so dove andrò. Cerco di sorprendere il mio stesso linguaggio. La poesia è pericolo, per l’ordine del discorso. Più cerco di comporre versi, in questa fase della mia vita, e più mi trovo di fronte a continui agguati. Invento, attraverso la natura aforistica della mia scrittura, recinti momentanei, piccole oasi. Ma non li costruisco perché ho bisogno di un’altra maschera, di un ennesimo riparo. Li esigo per riprendere respiro e ritrovarmi, più nudo e più inconciliato, in mezzo a fantasmi che esigono la mia presenza, a incubi che mi vogliono ancora persona viva, narrante. Ma la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco».

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Gabriela Fantato