PER “AUSTRAL”. Marco Sbrana

Postmodernismo, metaletteratura e filosofia del linguaggio in Austral di Carlos Fonseca

Con un autore mio amico discutevo di Walter Benjamin. Il berlinese faceva un distinguo importante tra commentario e critica. La critica, così Benjamin, ricerca il contenuto di verità dell’opera d’arte. Data una sfera di segni che è l’opera, Benjamin ci ha insegnato che il contenuto di verità della sfera può trovarsi al di fuori della sua circonferenza.

Non è questo il senso del postmoderno? ho detto al mio amico autore, estimatore di Pynchon e compagnia.

Non è mai stato nel deserto, ma l’ha immaginato spesso (Austral, Carlos Fonseca, Sellerio, 2025, traduzione di Gina Maneri). Così inizia Austral.

Già ci immettiamo nella vita pensata, nello scontro tra biografia e sogno, e nell’equazione (che, forse, dobbiamo a Cortàzar e, prima di lui, a Calderòn), che vuole la vita immaginata più significativa della vita vissuta.

Perché “[…] Del resto,” dice Céline nell’esergo di Viaggio al termine della notte, “possono farlo tutti. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” Ma in Fonseca è anche la frustrazione di essere inquilini di un’esistenza che non sentiamo nostra, che non ci appartiene.

Capovolgimento semantico al termine di quello che è il prologo del romanzo di Fonseca.

Adesso nel deserto c’è lui ma guarda ancora la stessa cartolina. Sdraiato sul letto, la notte fuori dalla finestra, gira il cartoncino. (Austral, Carlos Fonseca)

Capovolgimento semantico perché Julio – così è chiamato il protagonista – è finalmente nel deserto ma sente il bisogno di immaginarlo ancora. Paradosso, questo, che pertiene al binomio tra sogno e viaggio, conseguimento e meta.

Un ruolo sempre più importante svolgeranno le immagini in Austral, ricordando talvolta il procedimento di Georges Perec ne Le cose, ma poi facendosi puro intertesto, con modifiche di layout, pagine colorate.

La toponomastica è precisa, vera, ma popolata da invenzioni. Di cosa parla Austral? Erede della tradizione postmodernista, questo breve libro si prefigge la missione dei vari Gaddis, Pynchon, Bolaño. Salvare tutto, salvare tutti, salvare mediante il racconto. Questo a renderlo, malgrado la brevità, un romanzo-mondo totalizzante, che tutto vuole dire.

Julio Gamboa riceva una cartolina da tale Olivia Walesi, artista del nord desertico argentino, e riconosce il nome di Aliza Abravanel, morta dopo dieci anni di malattia che la rese afasica, scrittrice di romanzi. Julio ha studiato negli USA e ora insegna, è sposato con Marie-Helène. Walesi riporta l’ultima volontà di Aliza: Julio deve curare il suo ultimo – postumo – romanzo.

È il racconto di chi racconta. È Bolaño. È, soprattutto, Borges.

Il postmodernismo è ampiezza, va da sé, rifiuta ogni riduzione. Se però volessimo individuare un tratto, quello potrebbe essere l’intertestualità. Ricordiamo il racconto di Finzioni in cui Borges afferma che il Don Chisciotte fu scritto (o riscritto) da tale Menard. La proposta del postmoderno non è giocosa; è politica nella misura in cui la realtà diegetica del racconto penetra nel tessuto del reale extradiegetico. Sicché autori come Borges prendono romanzi esistenti e costruiscono castelli di finzioni intorno a un nucleo di verità, come tutti i bravi bugiardi.

Fonseca alterna la narrazione principale al romanzo di Aliza, che parla di tale Karl Von Muhlfeld e della sorella di Nietzsche, che abusò della pazzia del filosofo per travisarne le idee e trasformarlo in un pensatore nazista.

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La letteratura dentro la letteratura; la letteratura (vera) dentro la letteratura (falsa). In tal modo avviene il “rifacimento del mondo”, quello che certa critica suppone debba fare un artista

La metaletteratura è svelamento delle quinte, quindi duplice sguardo: diegetico ed extradiegetico. C’è ricerca (diegetica) ma la ricerca è “meta-” e quindi è anche extradiegetica, dove l’extradiegetico pertiene al senso dello scrivere come senso della vita.

E arriviamo al concetto di libro del mondo. La verità è racchiusa nelle tracce scritte ma la ricerca presuppone già che la verità originaria non sia a portata di mano; è stata indefinitamente differita perché potesse essere trasmessa, trasmessa al costo della sua deformazione.

Fonseca cita (e disegna un grafico basato sulla teoria di) Saussure. Austral ha valore di saggio dentro il romanzo; saggio, nello specifico, di filosofia del linguaggio. Non esseri parlanti siamo; parlati, invece, dalla langue, il magma autonomo del linguaggio.

In libri con impianto “meta-” come Austral i personaggi sono sempre più o meno consci di essere personaggi e, in generale, il “meta-” estromette la caratterizzazione rendendo il personaggio non più sedicente (leggasi wannabe) persona, ma dispositivo narrativo, pretesto che assolve una funzione.

In Austral si sente la manovra dell’autore che muove i fili. È un doppio gioco; non uno scherzo. Perché il “meta-”, se pensato, non svela le quinte per vezzo ma per una più diretta (e quindi politica) veicolazione al destinatario. Il “meta-” è: ti do in pasto una storia; ti dico, o faccio capire, che è finta; ti invito a essere mio pari nella ricerca della verità disseminata.

Questo, ad avviso di chi scrive, tornando alla parentesi autobiografica iniziale, il contenuto di verità in Austral.

Sempre ad avviso di chi scrive, se un testo ci mobilita nella costruzione di discorsi che possono prescindere dall’opera analizzata, detta opera gode di universalità, trasversalità, importanza, poiché si rifiuta di chiudersi autisticamente nella sua architettura che – proprio essendo postmoderna – libera dall’ingarbugliarsi dei fili e consente un discorso tra ricettori di un’opera il cui autore è estromesso.

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Opera sul silenzio e la parola, sulla follia della scrittura e della scrittura come ossessione, Austral di Fonseca non dà importanza a nulla, nessun personaggio polarizza, tutto è fluire di segni. E, sembra dire Fonseca, dai segni scritti che ci lasciamo dietro (dice Kristof nella Trilogia che veniamo al mondo per scrivere un libro), e il libro ha valore non come produzione meccanica ma come emanazione del sé. Per questo sono numerose le pagine dedicate a Julio e alla ricerca della sua voce narrativa, tra Bernhard Kafka e Proust.

Quando, nella seconda e terza parte, Fonseca fa prevalere l’intertesto (i romanzi di Aliza) al testo, capiamo che l’autore non ha mai voluto raccontarci storia alcuna, ma disseminare tracce, citazioni (vere), concetti filosofici. Tra cui spiccano De Saussure e Wittgenstein.

Esseri parlati, siamo asserviti alla langue, che è indipendente. E viviamo di segni che ci inscrivono addosso, che l’Altro ci scrive addosso, maturando malattie mentali che – l’inconscio essendo strutturato come un linguaggio – sono malattie della ragione discorsiva, e come Aliza ci chiediamo la scaturigine della nostra afflizione. Ma, alla fine dei conti, ci dobbiamo arrendere, perché – così Wittgenstein – di tutto quello di cui non si può parlare si deve tacere.

E Aliza, scrittrice colpita da afasia, è morta muta.

INVENTARE UNA LINGUA. Luigi Sasso

Ingeborg Bachmann

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Inventare una lingua: A occhi aperti di Ingeborg Bachmann

C’è un filo conduttore che sostiene l’intera ricerca artistica e letteraria di Ingeborg Bachmann, ed è l’estrema consapevolezza della necessità di riflettere e operare sul linguaggio. Scrivere, per Bachmann, vuol dire mettersi alla ricerca di una lingua nuova, una frase, una sintassi che disperda luoghi comuni, ambiti codificati, che contrasti le ingiustizie, che si opponga, in fondo, alla banalità che talvolta inghiotte la vita. È sufficiente rileggere in tal senso una pagina del racconto Il trentesimo anno. Qui incontriamo un personaggio che avverte il raggiungimento dell’età indicata dal titolo come un cambiamento, o meglio la necessità di un cambiamento nel rapporto con la realtà. Lo dice in prima persona: «La libertà che intendo io: il permesso – visto che Dio non ha determinato in nulla il mondo né fatto alcunché per il suo ‘come’ – di rifondare il mondo ex novo e di dargli un nuovo ordine». Poco più avanti si comprende come questo obiettivo, di cui fa parte la lotta contro ogni forma di pregiudizio e di discriminazione, non sia del tutto possibile senza una rifondazione anche linguistica. Perché nelle parole si sedimenta la memoria dell’«ignominia di un tempo», e con essa la possibilità che quanto è accaduto si ripeta. La conclusione equivale a una dichiarazione di poetica: «Non c’è mondo nuovo senza una nuova lingua» (p. 61 dell’ed. Adelphi, Milano 1985).

Si colloca in primo piano, date queste premesse, il nesso io-scrittura. Perché è su questa dialettica, e con questo metro, che si possono individuare, secondo Bachmann, le opere più significative in ambito letterario. Al tema è dedicata una delle sei lezioni francofortesi che compongono il volume Letteratura come utopia (Adelphi, Milano 1993). In quelle pagine la scrittrice mette subito in chiaro le sue intenzioni: «Vorrei parlare dell’Io, della sua presenza nella letteratura e quindi delle faccende dell’uomo nella letteratura, nella misura in cui l’uomo si rivela tramite un Io, o tramite il proprio Io, oppure si cela dietro l’Io» (ivi, p. 57). Per raggiungere tale obiettivo occorre innanzitutto azzardare una definizione, cercare di circoscrivere l’oggetto del discorso. Ma a emergere sono domande che non trovano immediata risposta: «Che cos’è l’Io, infatti, che cosa potrebbe essere? Un astro di cui posizione e orbita non sono mai state del tutto individuate e il cui nucleo è composto di sostanze ancora sconosciute». Sostanze forse sognate, che s’aggrappano a un’identità altrettanto sfuggente, «cifra di qualcosa che è più faticoso da decifrare del più segreto dei codici» (ivi, p. 58). Ciò che risulta un poco più chiaro è l’imporsi dell’Io nella letteratura degli ultimi decenni, dice Bachmann, il suo farsi ogni giorno «più scatenato e ammaliante» (ivi, p. 60). E il configurarsi della sua natura multipla, dell’impossibilità di ridurlo a una dimensione unica, immutabile: «Abbiamo riconosciuto tutti i possibili Io che compaiono nella letteratura, l’Io fittizio, l’Io mascherato, l’Io ridotto, l’Io lirico assoluto, l’Io come figura del pensiero, come figura dell’azione, un Io immateriale e un Io che si è fatto materia» (ivi, p. 61).

Da Céline a Henry Miller, da Svevo a Proust, da Tolstoj a un autore enigmatico e singolare benché oggi poco ricordato come Hans Henny Jahnn, fino al caso estremo di Samuel Beckett, nelle cui pagine l’Io «si perde in un mormorio» (ivi, p. 78), in un bisbiglio che sfiora il silenzio senza tuttavia mai raggiungerlo, Bachmann insegue e prova a definire le tracce dell’Io. Forse i testi di Beckett sono la migliore testimonianza, secondo la scrittrice, che la letteratura continuerà sempre, in situazioni e con parole nuove, a dare voce all’Io, che questo rapporto non può ormai venire meno, perché, anche se la sua natura più profonda si sottrae al nostro sguardo, esso resterà pur sempre, nel momento in cui affiora sulla pagina, prende la parola e si stacca dal coro uniforme e dalla moltitudine di quelli che tacciono, l’«araldo della voce umana» (ivi, p. 79).

Queste prime indicazioni sul rapporto tra chi scrive e il linguaggio, e di conseguenza sull’opera e sulla poetica della scrittrice austriaca, trovano occasione di approfondimento nella raccolta di testi A occhi aperti, uscita recentemente presso la casa editrice Adelphi a cura di Barbara Agnese. Si tratta di saggi (dedicati per esempio al rapporto tra musica e poesia o agli sviluppi della filosofia dell’amato Wittgenstein, sul quale Bachmann scrisse, intorno al 1953, un saggio radiofonico compreso nel volume Il dicibile e l’indicibile, Adelphi 1998) discorsi, annotazioni critiche sulle pagine, per fare qualche esempio, di Thomas Bernhard, Witold Gombrowicz, Sylvia Plath o Giuseppe Ungaretti. Testi che non rispondono a un disegno premeditato e coerente, ma dai quali risulta possibile riconoscere le tappe di un percorso esistenziale e artistico affascinante, un profilo biografico e di pensiero. Per comprendere meglio il quale è probabilmente opportuno soffermarsi innanzitutto su un passaggio del Discorso in occasione del premio per radiodrammi conferito dall’Associazione ciechi di guerra. Il titolo, L’uomo può affrontare la verità, s’incunea, con la forza di una lama, nel cuore della concezione bachmanniana della scrittura. È un compito, quello che si pone ogni autentico scrittore, che ha qualcosa di seducente ma insieme di inquietante, un proposito che fa appello a tutte le energie di cui dispone, del respiro e del movimento del suo corpo. Siamo a Bonn, il 17 marzo del 1959. Bachmann pronuncia queste parole: «Quando raggiungiamo quello stato lucido e straziante in cui il dolore diventa fecondo, in modo molto semplice e giusto diciamo: mi si sono aperti gli occhi. E non diciamo così perché abbiamo percepito un oggetto o un avvenimento dall’esterno, ma perché comprendiamo quel che non riusciamo a vedere. E questo dovrebbe essere il compito dell’arte: farci aprire gli occhi in tal senso» (ivi, p. 99).

La scrittura vive in questa tensione e in questa metamorfosi, nella ricerca di un limite, nel tentativo di superarlo, con i rischi e le conseguenze che tutto ciò comporta. Sta in questo la sua verità, il suo radicamento nell’Io. Le parole vibrano, diventano vive soltanto quando si avvicinano alla soglia dell’indicibile, quando il passo successivo ci abbandona in una disorientante assenza di luce. È un progetto che si fa esplicito poche righe più avanti, prendendo la forma di una tensione verso qualcosa che non conosciamo, che non siamo destinati a raggiungere, ma che nondimeno permette la genesi di una lingua altra, diversa, e con essa dell’identità di chi scrive: «Perché in tutto ciò che facciamo, pensiamo e proviamo a volte vorremmo andare fino all’estremo. In noi si desta il desiderio di superare i limiti che ci sono imposti. Non per smentirmi, ma per chiarire ulteriormente, aggiungerei: certo, so bene che dobbiamo restare all’interno di un sistema di regole, che non esiste via di fuga dalla società e che siamo costretti a metterci vicendevolmente alla prova. All’interno di questi limiti però il nostro sguardo è rivolto verso l’assoluto, l’impossibile, l’irraggiungibile, che riguardi l’amore, la libertà o qualsiasi altra entità pura. Contrapponendo l’impossibile al possibile ampliamo le nostre possibilità. È importante, io penso, creare questo stato di tensione in cui crescere; orientarsi verso un obiettivo che, naturalmente, appena ci avviciniamo torna ad allontanarsi» (ivi, p. 100).

Le ragioni di questa dialettica, secondo Bachmann, risiedono in un presupposto che ai suoi occhi rappresenta quasi un’ovvietà, e sul quale non a caso insiste in molte sue pagine, non escluse le già citate lezioni francofortesi. Proviamo a leggere poche righe tratte da Diario in pubblico, un altro dei testi compresi in A occhi aperti. Si tratta di un contributo per il numero sperimentale di una rivista internazionale, uscito per la prima volta in lingua italiana nella traduzione di Lia Secci nel 1964. Bachmann annota: «…perché chi scrive non può servirsi di un prodotto nazionale ‘lingua’ già confezionato o adoperare un prodotto internazionale ‘lingua’ ideale, perché chi scrive, messo alla prova dal linguaggio e mettendolo alla prova, intraprende con esso un’avventura dall’esito incerto. L’unica cosa certa è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua, aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi» (ivi, p. 121).

Il quadro che si è fin qui delineato appare in altre circostanze più articolato e complesso, mostra una fisionomia mai del tutto placata. Si fa strada la contrapposizione tra una lingua come puro strumento di comunicazione, e dunque impotente a restituirci l’autenticità delle cose, e la pagina dello scrittore, nella quale la lingua esprime tutte le sue potenzialità, si connota come qualcosa in grado di aprire scenari inediti e sfuggenti, e nel contempo di profondo e di vero. Due esempi possono aiutarci in tal senso. Ricaviamo il primo da un breve testo autobiografico, senza titolo, nell’edizione di cui stiamo parlando presentato come Cenno biografico. Fu reso pubblico dalla scrittrice, come ci informa la nota al testo, nel novembre del 1952, quando venne trasmesso alla radio per introdurre la lettura del dramma Un negozio di sogni e di alcune poesie, Qui Bachmann ricorda la sua giovinezza in Carinzia, trascorsa in una valle in bilico tra due differenti idiomi e tra due nomi, uno sloveno e uno tedesco. Poi venne il trasferimento a Vienna al termine del conflitto mondiale, un cambiamento tale da offuscare il ricordo dei successivi viaggi a Londra, a Parigi, in Germania e in Italia. Ma ancora più determinante, ricorda Bachmann, fu il suo approccio alla letteratura. Un evento che non si sente pienamente in grado di descrivere, ma che forse nacque dal sogno di nuovi orizzonti, dal cortocircuito tra le pagine di una fiaba e la ricerca di un altro paesaggio, di un’altra vita. Fino all’infrangersi di questi scenari contro la spigolosa immagine della realtà. Vale la pena di leggere uno stralcio del testo in questione: «A volte mi chiedono per quali vie, io che sono cresciuta in campagna, sia arrivata alla letteratura. Non saprei dirlo di preciso; so soltanto che ho cominciato a scrivere all’età in cui si leggono le fiabe dei Grimm, che sostavo volentieri accanto al terrapieno della ferrovia viaggiando con il pensiero verso città e paesi stranieri, fino al mare sconosciuto che, in qualche luogo lontano, congiunge la terra al cielo. Era sempre di mari, di sabbia e di navi che sognavo, ma poi venne la guerra e sul mio mondo fantastico e immaginario calò quello vero, in cui non si sognava più e bisognava prendere delle decisioni» (ivi, p. 162). Nella forma di una nota biografica ritroviamo qui quella ricerca dell’identità tramite la creazione di una propria lingua che è tema centrale, lo si è detto e lo si è visto, nella poetica di Ingeborg Bachmann. Ritroviamo la sfida all’ignoto, lo sguardo rivolto all’irraggiungibile, atteggiamenti mai disgiunti dall’ascolto attento, quasi maniacale delle voci più oscure e profonde del proprio essere. In questa prospettiva, chi scrive appare senza alternative, perché accontentarsi della lingua della semplice, quotidiana comunicazione significherebbe mancare il proprio obiettivo, perdersi, sottrarre dalla propria scrittura l’intensità e la violenza della vita «perché la vita non risiede in ciò che è possibile comunicare» (ivi, p. 162).

La grandezza di uno scrittore – per passare al secondo esempio –si misura pertanto sulla sua capacità di reinventare la realtà tramite il linguaggio. L’oggetto del testo di Bachmann, un saggio radiofonico trasmesso il 9 dicembre del 1953, è questa volta il romanzo America di Kafka: «La separazione tra realtà e irrealtà, che negli altri due romanzi viene eliminata, qui è ancora avvertibile, ma anche in questo libro di Kafka la realtà non funziona. Il suo ‘non funzionare’ è percepibile solo grazie alla lingua, che è pura e chiara e rende giustizia in modo quasi pedante a ogni minimo dettaglio; sì, la magia dell’opera di Kafka non sarebbe assolutamente comprensibile senza il fenomeno particolare del suo linguaggio e senza quel suo particolare modo di descrivere le cose». Un risultato che attribuisce all’opera un’eloquenza in grado di rendere pressoché inutile ogni altra frase, ogni altro commento: «Agli scrittori si rende giustizia nel silenzio, perché quando tutte le interpretazioni sono passate di moda e tutti i commenti sono stati esauriti, la loro opera si spiega in virtù di quella verità inesauribile cui deve la propria esistenza» (ivi, pp. 172-173).

Non sono poche dunque, e non sono facilmente sintetizzabili, le riflessioni sulla lingua e di conseguenza sulla scrittura contenute in A occhi aperti. Vale ancora la pena di ricordare quelle dedicate al rapporto tra musica e parole, due realtà un tempo, ricorda Bachmann, capaci di profonde e continue connessioni, oggi destinate a rapporti più sporadici. Ma per la scrittrice parole e musica sono linguaggi ancora profondamente legati, forme differenti di una stessa voce, di uno stesso spirito: «Una frase di Hölderlin dice che lo spirito può esprimersi soltanto ritmicamente. Musica e poesia, dunque, hanno il passo dello spirito. Hanno ritmo, nel senso primario, costitutivo. Per questo sono in grado di riconoscersi l’un l’altra» (ivi, pp. 105-106). La musica, dice Bachmann, si imprime come un marchio nelle poesie che ama, le antiche e le nuove verità possono essere risvegliate dalla musica, «e ogni lingua che esprima queste verità – la lingua tedesca, quella italiana, la francese, tutte! – grazie alla musica può tornare a contare sulla propria appartenenza a un linguaggio universale» (ivi, p. 107). Anche quando si sofferma a ricordare la figura di una straordinaria artista come Maria Callas, Bachmann non perde mai di vista il discorso sulla lingua, sulla fisionomia delle parole; la grandezza della cantante sta, a suo giudizio, nella capacità di pronunciare una parola in modo «da non far mai dimenticare neppure per un momento, a chi non abbia completamente perduto l’udito per insensibilità o per snobismo, a chi non sia sempre a caccia di nuove sensazioni del teatro lirico [-], che l’Io e il Tu esistono, che esiste il dolore ed esiste la gioia» (Hommage à Maria Callas, p. 193).

Forse è il momento di chiedersi quale impulso, quale forza segreta abbia spinto Bachmann a interrogarsi sulle possibilità del linguaggio, sui rapporti tra la parola e il silenzio, sugli eventuali legami e sulle differenze con altre forme espressive, a ricercare con tanta ostinazione un idioma proprio e inconfondibile. In buona sostanza, a scrivere. A metterci sulla buona strada sono alcuni passaggi del Discorso in occasione del conferimento del Premio Anton Wildgans tenuto a Vienna il 2 maggio del 1972, un anno prima della tragica scomparsa della scrittrice. Ne possiamo leggere la versione dattiloscritta, fogli che, ci informa la nota al testo, «presentano numerosi errori di battitura, parole cassate, correzioni apportate a mano, lacune e probabilmente non corrispondono alla stesura integrale del discorso pronunciato» (ivi, p. 267). Siamo insomma su un terreno precario, non privo di insidie. Ma sul quale prendono forma folgoranti dichiarazioni, l’attestazione della necessità vitale, ineluttabile, della scrittura. Dice Bachmann: «…io esisto soltanto quando scrivo, quando non scrivo non sono niente, sono completamente estranea a me stessa, come divergente da me, quando non scrivo». Scrivere, prosegue, è una condizione unica, che non trova riscontro in altre espressioni artistiche: «Ma quando scrivo, Voi non mi vedete, non c’è nessuno a osservarmi. Potete vedere un direttore d’orchestra mentre dirige, un cantante mentre canta, un attore mentre recita, ma nessuno può vedere cosa significhi scrivere. È uno strano, singolare modo di esistere, asociale, solitario, dannato; soltanto ciò che si pubblica, i libri, diventano sociali, associabili, trovano una via verso un Tu, verso una realtà disperatamente cercata e a volte raggiunta» (ivi, p. 247).

Scrivere è un impegno totalizzante, una realtà che ci attende anche quando tentiamo di ignorarla: «Io conosco soltanto la mia scrivania, che detesto, ma non la abbandonerei certo se le arti persuasive esercitate nei miei confronti non fossero così astute come lo sono state questa volta le Vostre; ci inducono ad alzarci, sollevati almeno per un istante; ma basta un attimo per capire che è stata una fuga, che abbiamo ceduto a una lusinga e subito vorremmo tornare alla nostra galera»(ivi, p. 248). La scrittura si qualifica, finalmente, come un gesto che sfugge alla volontà, di cui è impossibile decifrare la logica: «Ma chi ci costringe? Nessuno, naturalmente. È un atto compulsivo, un’ossessione, una dannazione, una punizione»

SCRITTURE. INDICI 2025

Francesco Toris, Il Nuovo Mondo

Classici moderni. Poeti contemporanei. Libri ritrovati. Narrazioni. Lettere. Prosa. Taccuini. Libri collettivi. Critica poetica. Saggi. Apocrifi. Arti visive. Outsider Art. Intorno alla psiche. Musica. Cinema. Riviste. A due voci. Indici.

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Gennaio-ottobre 2025

Lucetta Frisa, I miti, le leggende (Poeti contemporanei), 1/1

Ilaria Seclì, Mala sutura (Poeti contemporanei), 2/1

Bruno Schulz, Notte di luglio (Classici moderni), 3/1

Marco Ercolani, Senza il peso della terra (Libri ritrovati), 4/1

Giuseppe Zuccarino, Intermittenze (Frammenti) , 5/1

Cristiana Panella, Inscritto in corpo. Per L. Pittaluga (Critica poetica), 6/1

Cristina Micelli,Inediti (Poeti contemporanei), 7/1

Ghérasim Luca, L’inventore dell’amore (Classici moderni), 8/1

Giampaolo De Pietro, La terza parte del tempo (Poeti contemporanei), 9/1

Marco Ercolani, La coscienza di Orfeo (Saggi), 10/1

Alejandra Pizarnik, Il tavolo verde (Classici moderni), 11/1

Marco Ercolani, Per “Il tassidermista” di A. Guida (Critica poetica), 12/1

Marco Ercolani, Per “Galassie parallele” (Intorno alla psiche), 13/1

Leonardo da Vinci, O scrittore (Prosa), 14/1

Marco Ercolani, Dodici frammenti per una nuova prosa (Saggi , 15/1

Luigi Sasso, Baudelaire e il linguaggio dell’infinito (Saggi), 16/1

G. Zuccarino, L’insolenza della natura e la bellezza artificiale (Saggi), 17/1

M. Ercolani, Per “La farragine” di A. Guida (Poeti contemporanei), 18/1

Juan Rulfo, Pedro Paramo (Classici moderni), 19/1

R-esistenze. Artificiale Naturale (Riviste), 20/1

Andrea Balzola, L’Intelligenza Artificiale va alla guerra (Riviste), 21/1

Albino Crovetto, Guida alla città di C. (Servo e padrone) (Narrazioni 1 ), 22/1

Lorenzo Pittaluga, Un angelo? (Poeti contemporanei ), 23/1

Andrej Belyj, Kotik Letaev (Classici moderni), 24/1

Albino Crovetto, Guida turistica alla città di C. (Narrazioni 2), 24/1

Ida Vallerugo, Ho vissuto (Poeti contemporanei ), 25/1

Alfonso Guida, La mente bicamerale (Intorno alla psiche), 26/1

Albino Crovetto, Guida alla città di C. Appendice (Narrazioni 3), 26/1

Luisa del nulla (Apocrifi), 27/1

Scolpire ancora (Arti visive), 28/1

Julien Green, Diari 1928-1934 (Taccuini), 29/1

Konstantinos Kavafis, Muri (Classici moderni), 30/1

Konstantinos Kavafis, Ricorda, corpo(Classici moderni), 30/1

Alfonso Guida, Cuzco (Poeti contemporanei), 31/1

Federico Garcia Lorca, Duende (Classici moderni), 1/2

Rafael Alberti, L’angelo sciocco (Classici moderni) 2/2

Marco Ercolani, Gerico(Poeti contemporanei), 3/2

Marco Ercolani, Silenzi e soprassalti (Taccuini), 3/2

Julien Green, Diari 1940-1943 (Taccuini), 4/2

Alfonso Guida, Una maschera di cera (Taccuini), 5/2

Poeti preneoterici e neoterici (Classici moderni), 7/2

Lucetta Frisa, Tramontana buia (Poeti contemporanei ), 7/2

Il demone della scrittura (Taccuini), 8/2

M. Ercolani, G. Zuccarino, Marginalia (Saggi), 9/2

Bernard Noël, A fine gesto (Poeti contemporanei), 10/2

Angelo Lumelli, Luce e paesaggio (Poeti contemporanei ), 11/2

Nanni Cagnone, Dopo la trentaseiesima (Poeti contemporanei ), 12/2

Georges Bataille, Se sparava (Classici moderni), 13/2

Esplorazione. Per P. Castronuovo (Poeti contemporanei), 13/2

Ata Issa Khasaf, Requiem (Taccuini ), 13/2

Lettera a Samuel (Apocrifi), 14/2

Marco Ercolani, Errando (Outsider Art), 15/2

Dario Capello, All’inizio è la pagina bianca (Critica poetica), 16/2

Ferri, Frisa, Annino, Paganardi, Morasso, Trasfigurazioni (Critica poetica), 17/2

Illusione, illusione… (Apocrifi), 18/2

Emily Dickinson, A Little Madness (Classici moderni), 19/2

Rinaldo Caddeo, La minima apocalisse (Prosa), 19/2

Piero Zino, Movenze anomale (Taccuini), 21/2

Renato Venturelli, La provincia dei destini incrociati (Cinema), 21/2

Ida Merello, Il potere simbolico (Taccuini), 22/2

Giuseppe Zuccarino, Arca prima serie (Riviste), 24/2

Ercolani, Zuccarino,A margine (Riviste), 24/2

Ercolani, Zuccarino,Da “Arca” ai “Libri dell’Arca” (Riviste e collana), 24/2

Ercolani, Palomba, La penna mai fuori dal solco(Taccuini ), 25/2

Chiara Romanini, Senza titolo (Arti visive), 25/2

Robert Musil, Sempre lo stesso grido (Prosa), 25/2

Julien Green, Per Salvador Dalì (Taccuini), 26/2

Edmond Jabès, Pagine sul deserto (Taccuini), 26/2

Disubbidienza (Taccuini), 27/2

Jean Dubuffet, L’amicizia (Outsider Art), 2/3

Alfonso Guida, Le parole ti curvano (Taccuini), 2/3

Ossa di naufraghi(Poeti contemporanei)

Nessun precipizio è terra d’approdo. Per “Diario di un autodidatta” di A. Guida (Critica poetica), 6/3

Chiara Romanini, Risveglio (Arti visive), 6/3

Chiara Romanini, Esistere (Arti visive), 6/3

Chiacchiere (Taccuini ), 7/3

Chiara Romanini, Scacchiera (Arti visive), 9/3

Robert Walser, Vita di un poeta (Prosa), 10/3

Ala. Nunzio (Apocrifi) 11/3

I colori del nulla (Poeti contemporanei), 13/3

Giuseppe Zuccarino, Comico assoluto e ironia (Saggi), 14/3

L. Calogero, Atti di giustizia postuma (Apocrifi), 14/3

Campo Imperatore (Poeti contemporanei), 16/3

Massimo Barbaro, Da luoghi disabitati (Taccuini), 17/3

L. Calogero, Quaderni di Villa Nuccia (Apocrifi), 21/3

Riga 8. La scrittura apocrifa (Taccuini ), 23/3

Cristina Campo. Levanto (Apocrifi), 23/3

Mirea Borgia Ismi, (Poeti contemporanei ), 28/3

Due lettere segrete. Tacito e Giulia (Apocrifi), 29/3

Per “Nuziale” di Enrico Marià, (Taccuini), 29/3

In sogno ogni notte. Osip e Nadezda (Apocrifi), 29/3

Cantata profana. Per M. Macario (Poeti contemporanei) 29/3

Alfonso Guida, Al vecchio foro boario (Poeti contemporanei), 30/3

Jacques Dupin, Un’altra respirazione (Arti visive), 31/3

Alfonso Guida, La civiltà dell’apocrifo (Taccuini), 31/3

L’irrealtà reale (Apocrifi), 2/4

Silvia Comoglio, Per Lorenzo. La potenza del respiro (Saggi), 7/4

Silvia Giacomini, Dopo la prima morte (Poeti contemporanei), 10/4

Lacrime di vetro. Per P.G. Colombara (Arti visive), 11/4

Angela Passarello, A lengua (Poeti contemporanei), 12/4

Uomo psichico. Per H. Michaux (Arti visive), 12/4

Le sette regole del silenzio (Apocrifi), 13/4

M. F. degli Uberti, Inchiostro innamorato (Poeti contemporanei), 16/4

Omaggio ad Angelo Lumelli, (Poeti contemporanei), 18/4

L. Frisa, M. Ercolani, La tazza di porcellana (Apocrifi), 18/4

Strumento del caso (Apocrifi), 20/4

Ilaria Palomba, Le voci della casa (Taccuini), 23/4

Dario Capello, La logica dei lampi (Poeti contemporanei), 25/4

Stefano Massari, Le zone sole (Taccuini), 25/4

Gianfranco Isetta, Sonetto per Angelo (Poeti contemporanei), 26/4

La geometria, il disastro (Taccuini), 29/4

Donato Di Poce, La repubblica delle nuvole (Saggi), 29/4

Spaziba Maladoi Celaviek (Taccuini) 1/5

Enea Roversi, Au hasard Balthazar (Poeti contemporanei), 2/5

L’uomo in meno. Per E. Tavilla (Saggi), 3/5

M. G. Cabras, E tu morto che adesso mi desti (Poeti contemporanei), 4/5

Ritorno a Cortona (Poeti contemporanei), 7/5

Viviane Ciampi, Avamposto nel buio (Saggi), 7/5

G. Zuccarino, Architetture impalpabili (Saggi), 8/5

Alfonso Guida, Preghiera (Poeti contemporanei), 12/5

Di più. Per De Stael e Char (Apocrifi), 12/5

Il lato d’ombra del dio (Taccuini), 13/5

Insomma la verità. Per E. Grasso (Poeti contemporanei), 17/5

Una lezione di voci. Per F. Macciò (Saggi), 18/5

Lorenzo Orio, Quale viaggio? (Taccuini), 19/5

Io, cavallo. Per Albane Gellé (Poeti contemporanei), 24/5

Le indescrivibili cose (Poeti contemporanei), 24/5

Soprassalti. Per V. Ciampi (Taccuini), 25/5

E. Frani, P. Feraiorni, Un volto nuvola (Taccuini), 27/5

M. Sbrana, Setacciare il nostro buio privato (Taccuini), 29/5

Mauro Macario, Odissea psichica (Taccuini), 1/6

Rinaldo Caddeo, Scavatrice/bisturi (Taccuini), 1/6

Chiara Daino, Le scelte si pagano (Taccuini), 5/6

Massimo Barbaro, Respirare è la prima lezione (Saggi), 7/6

Alfonso Guida, Teatro dell’io (Taccuini), 8/6

M. Sbrana, L’invibilità della vita – Su Dostoevskij dei fratelli D’Alessandro (Cinema), 9/6

F. Scaramozzino, Individuazione e disvelamento in Lucetta Frisa (Saggi), 10/6

Taala (Libri ritrovati), 10/6

Carlotta Cicci, Cuori (Poeti contemporanei ), 11/6

M. Sbrana, Per Strange Way of Life di P. Almodovàr (Cinema), 12/6

Il blu quasi nero (Libri ritrovati), 15/6

Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni/Chronique d’une extinction (Poeti contemporanei), 15/6

Taala. Quaderno 11 (Libri ritrovati), 16/6

Taala, Quaderno 12 (Libri ritrovati), 16/6

Francesco Denini, Mozart strumentale (Taccuini), 17/6

Marco Sbrana, La pausa-sigaretta (Cinema), 18/6

Jean Dubuffet, Art brut (Outsider Art), 21/6

Si può fare (Apocrifi, 12), 21/6

Konstantin Vaghinòv, Come una farfalla (Classici ritrovati), 22/6

Sylvie Durbec, Territori di follia (Taccuini), 22/6

Taala. Sedicesimo quaderno. Nadine (Libri ritrovati), 22/6

Marco Sbrana, Per “Nuziale” di Enrico Marià (Crritia poetica), 23/6

Una musica non interrotta. Per John Coltrane (Apocrifi), 26/6

Pietro Zino, Discorsi (Taccuini), 28/6

Francesco Scaramozzino, Da alba a tramonto. Il raggio inverso di Notte alta (Critica poetica), 1/7

Per Carlotta Cicci (Critica poetica), 2/7

Follia di Spagna (Taccuini), 4/7

Serena Olivari, Per quattro miglia di secoli (Poeti contemporanei), 5/7

L’aria assente. Scipione (Apocrifi), 4/7

Quaderni di Villa Nuccia. Calogero(Apocrifi) (7/7)

Biblioteca bandita (Taccuini), 7/7

Marco Sbrana, La truce voce calda del solstizio (Poeti contemporanei), 8/7

Henri Michaux, Come giochi d’inchiostro (Classici moderni), 1o/7

Francesco Marotta, L’arte che ci perdona del sapere (Poeti contemporanei), 11/7

Silvia Comoglio, M.E., Doppia lettera (Taccuini), 12/7

René Char, In ritardo sulla vita (Taccuini), 13/7

Giuseppe Zuccarino, Derrida e il diario totale (Saggi), 14/7

Raffaele Orlando, Parole con altro essere (Poeti contemporanei), 18/7

Una forma che (non) frana (Saggi), 20/7

René Char, Essere liberi, (Taccuini), 20/7

Bernard Noel, L’immediat insigne (Taccuini), 23/7

Ilaria Palomba, La nuda foglia (Poeti contemporanei), 25/7

Delirio e rifugio (Taccuini), 25/7

Nottario 1990-2010 (Taccuini) 26/7

Lucetta Frisa, Un lavoro allo specchio (Prosa), 27/7

Francesco Scaramozzino, Nota per “L’età della ferita” (Saggi), 31/7

Marco Sbrana, La cronica rinite (Poeti contemporanei), 2/8

Sognare contro il mondo (Libri ritrovati), 3/8

Paese capovolto (Taccuini ), 5/8

Carlo Vita, Caos & Caos (Taccuini), 6/8

Per “Il sorriso di John Cage” di A. Pibiri, (Poeti contemporanei), 9/8

Verso la mente: Nadia Campana (Poeti contemporanei), 10/8

Massimo Sannelli, Tre sonetti (Poeti contemporanei), 11/8

Pietro Zino, Horror pleni (Taccuini), 24/8

Pietro Zino, Animali (Taccuini), 26/8

Atti di giustizia postuma (Apocrifi ), 30/8

Lucetta Frisa, Canzone della curva (Poeti contemporanei), 1/9

I. Bignozzi, Nei millenni che saltano dal buio (Poeti contemporanei), 2/9

Chiara Daino, L’arte del ragno (Poeti contemporanei), 3/9

Silvia Rosa, La chiarezza del trauma (Poeti contemporanei), 10/9

Carmine Mangone, L’ardente mietitura (Taccuini), 10/9

Friedrich Nietzsche, Libri buoni (Taccuini), 11/9

Marco Sbrana, L’eterno interrogarsi (Saggi), 12/9

Michel Nedjar, L’al di qua della bambola (Outsider Art), 15/9

Sabbioneta (Apocrifi), 15/9

Silvia Comoglio, L’esattamente altrove (Critica poetica), 20/9

Paola Ricci, La caverna capovolta (Arti visive), 22/9

Jean de Sponde, Stanze (Classici ritrovati), 11/9

Dario Capello, Mentre sfugge la ragione oscura dei sogni (Poeti contemporanei)

Pietro Casarini, Di materia virtù (Arti visive), 26/9

Luisa Futoransky, Quella senza tempo (Classici ritrovati), 27/9

Angelo Lumelli, Le ore corte (Saggi), 2/10

Di imminente pubblicazione:

Suissitude (Apocrifi)

Ghérasim Luca, La Fine del mondo (Classici moderni)

Marco Ercolani, Il tempo di Perseo(Libri ritrovati)

Michel Thévoz, Jeanne Tripier (Outsider Art)

Lucetta Frisa, L’altra (Libri ritrovati)

Nero d’inchiostro (Apocrifi)

Polifonia (Apocrifi)

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SCRITTURE, indici 2024-2020

LE ORE CORTE. Angelo Lumelli


Le ore corte, pubblicato dalle Edizioni Joker (settembre 2025 ) nella collana “I libri dell’Arca”, più che un volume di critica poetica è un libro “a quattro mani” scritto da Angelo Lumelli e Marco Ercolani. La morte non separa le vere amicizie: questo libro, alleato della morte e della vita, è una passeggiata del critico nelle pagine del poeta, non per decifrare significati o modellare ipotesi, ma per ri-trovare lo spirito sospeso e curioso del poeta scomparso che non smette, a un anno dalla morte, di aleggiare sulle nostre nuche come uno sguardo chimerico e interrogativo. Un grazie affettuoso a chi ha supportato questo progetto: Monica Liberatore e Gennaro Fusco, direttori delle edizioni Joker. Il libro è in compagnia delle fotografie di Pietro Bologna, amico di Angelo in vita.

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Fotografia di Pietro Bologna

QUELLA SENZA TEMPO. Luisa Futoransky

*I testi sono tratti da: Luisa Futoransky, Case dove non si abita più (cura e traduzione di Monica Liberatore), Parole del mondo, Joker 2025.

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“Le mie radici sono la mia lingua” dichiara in un’intervista Luisa Futoransky, una delle voci più importanti e indispensabili della poesia latino-americana contemporanea. Aprire la mappa, sfumarne i confini, adattarla da altri contesti e rielaborarne le dimensioni per farne un corpo, una strada percorsa, un punto geografico e un’azione, più che politica, etica, sono alcune delle pratiche poetiche che derivano dalla sua produzione letteraria.

Monica Liberatore

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Testi

Calendario giapponese

la mia vita è semplice, con pochi soprassalti

le rose lasceranno posto ai nespoli

i mandorli ai ceisantemi:

divento più dolce quando dimentico

*

Ahasverus

Perché non ho mai palato le lingue

dei paesi in cui ho vissuto?

*

Lui

Vattene, ma non ti allontanare dal mio rancore

*

Probabile oblìo d‘Itaca

Le piccole storie, i luoghi i volti e gli odori

si uccidono a vicenda.

Un paese sovrasta quello di ieri,

un graffio può nascondere la grande cicatrice.

La parola, poi, diventa spesso

un vizio vergognoso di solitudine.

E cosa ti resta, dopo tanta fragile arroganza!

Hai scoperto il vuoto di ogni vertigine

e senza indugio porti il destino che ti corrisponde:

il tuo posto, lo sai,

partì quando sei arrivato.

*

Arte poetica

Il pescatore conosce l’attrezzatura, le lenze, i fili,

canne, ami e piombini.

Il pescatore sa lanciare in acqua

le parole

ormai inutili.

*

Sometimes

Veniamo da altre ossa

altri soli e fatiche

eppure

questo amore,

a volte.

*

Rughe

la pelle delle mani concepisce oscuri ideogrammi

che decifro con pazienza

goffa

brillante

pazza di esaltazione e arroganza

o sopraffatta dalla pena fino all’orrore

sono quella che sono

*

Corpo a terra

un’ostinata

vocazione al miracolo

mi sostiene

dico

sosteneva

*

A re morto

In una piaga viva

conto i gironi e le notti

che mi porta

a perdere il tuo nome

e non sostituirlo

con nessuno

*

Lui; Oloferne

Guardarlo dormire

per l’ultima volta?

*

Quella senza tempo

ho disfatto case

ho perso libri

sono partita com’ero vestita

in una valigia

due valigie

tre

indivisibile

la trinità

è

lacrime

soldato che fugge

serve per un’altra guerra

le povere vecchie attrici

finiscono i loro giorni

tramezzate

bevendo mate

in un temuto ospizio

la Casa del Teatro

Non si uccidono così anche i cavalli?

*

Poetica giudice della mia ombra

Oggi

è probabile che io sappia qualcosa

sull’inquietante

vocazione della scrittura.

Ma, mio malgrado,

in questa frase:

chi è il soggetto?

Il tacito asino,

in avanti,

perché ancor si spaventi?

Poesia

è solo

svelare,

scoprire, forse?

la puerilità del resto.

*

Stufato

Scrivere con la pazienza di un entomologo, la disinvoltura di un dandy

e la fertilità di un cercatore d‘oro

La poesia, la più fragile trasparenza nuziale.

*

Avviso al navigante

1

Ottenere il giusto risultato,

determinare il punto di fuga

per il quale l’occhio sceglie

tutto ciò che non sceglie

arrivare a buon porto

al cuore dei luoghi

2

Scrivo poemi, mappe del mondo

alcune gloriette

quella filigrana dell’inquietudine

3

La parola,

terra iniqua, terra amata

dolcezza

Intimo,

effimero amore

effimero pudore

*

Epilogo

scrivo in relazione ai nostri segreti

alla porzione dell’indicibile e alla fragilità della memoria

quasi alla fine dell’ordito

dissolto

folgorante

a volte

nessuno che lo neghi

nemmeno io oso

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Luisa Futoransky (Buenos Aires, 1939). Ha studiato lingua inglese con Jorge Luis Borges, si è occupata di musicologia e di regia d’opera. È autrice di cinque romanzi e di venti raccolte poetiche. Nel 2018 nasce il progetto di pubblicare tutta la sua opera poetica: nel 2019 esce il primo capitolo, Los años argentinos e nel 2022 il secondo, Los años peregrinos. Entrambi i volumi sono stati curati dal poeta argentino Mariano Rolando Andrade.

Immagine di Liliana Maresca, artista argentina

DI MATERIA VIRTU’. Pietro Casarini

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Di materia virtù, la mostra personale di Pietro Casarini (Biblioteca di Novi Ligure, 4 settembre-11 ottobre 2025), porta a compimento il progetto principale del pittore-scultore: essere arcaico e contemporaneo. I diversi lavori della mostra (tra gli altri Il grande verde, Il grande rosso, Triangolo giallo, Terra che danza, Uomo felice, Febbraio, Autunno, Confine, Le sedie) ci raccontano una storia che non accenna a finire: l’artista sfida la materia, la modella, la torce, ne fa intrico e intrigo di forme e di materiali, non la lascia mai sola ma esige la propria presenza attiva lì dentro, il lavoro concreto nel ferro, nel legno, nei colori, nel vetro, la necessità originale e felice della fatica. Nessuna idea viene prima, nessun programma: la prima idea è essere faber della sua opera, i piedi attaccati alla terra e la testa affondata in un fare/fantasticare, pervaso da un’ironia infantile e gioiosa che non consente alla sua opera di essere tragica, pur testimoniando le tragedie del suo tempo. Informale sempre, ma sempre felice di trovare nuove forme e nuovi materiali, per reinventarne il senso in un gioco senza fine, Casarini lotta e desidera, votato all’anarchica dolcezza della “calda vita”. Non è solo un caso che le sue inquietanti e bizzarre sedie, lavorate con la magia di un inventore, non siamo mai luoghi in cui sedersi e sostare, ma porti dell’immaginazione in cui fermarsi solo per riprendere il viaggio, surreale, espressionista, futurista, reale, come suggerisce l’aria. L’ascetica umiltà dell’autodidatta Casarini, curioso e infaticabile, ne fa un essere speciale nella terra dell’arte. Il suo lavoro è un’utopia che non tollera altre leggi se non quelle che guidano la fantasia di quel preciso attimo creativo, aperto alla vita e non alla morte, colata di materia che si plasma in presenza dell’autore. Di materia virtù è davvero la via etica di quest’arte unica, che è “potenza e forma, energia generatrice, forza creativa, oscillazione tra corporeo e spirituale” (Franca Cultrera).

MENTRE SFUGGE LA RAGIONE OSCURA DEI SOGNI. Dario Capello

Nota di Marco Ercolani in margine a La straniera di Dario Capello (Puntoacapo, Ancilla 19, 2025)

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Scrive Giancarlo Pontiggia nella quarta di copertina de La straniera di Dario Capello (Puntoacapo, 2025): «Quanti poeti sanno mantenersi fedeli con tanta strenua vitalità e con tanta purezza di cuore ai propri nuclei poetici come Dario Capello?». Verrebbe da rispondere, leggendo il libro: nessuno. La straniera di Dario ci persuade di come la poesia resti, nell’intimo fondo di sé, straniato “incantamento”. Lo stesso autore, nella breve postfazione, lo conferma: «…la straniera diventa allora la personificazione di una magia, di un incantamento, e soprattutto l’allegoria potente di tutto quello che non si può nominare appieno e a cui non si può disubbidire. La vita, la morte, la poesia…». Ma procediamo lentamente. Nessuna parola, in questo libro, è pronunciata a caso ma è scandita con musicale esattezza. La “fedeltà” ai propri nuclei poetici, in Capello, assomiglia alla radice di un albero fluviale, che raccoglie limo, foglie, luce, in un sorta di felicità onirica mai decifrabile. “Quel che chiediamo di nascosto/ al suono di ogni lettera/ è vita indecifrata, una via/ per il ritorno/ un silenzio/ tra queste porte che sbattono/anche di notte, tra un piano/ e l’altro, i colpi da sotto”. L’antica consuetudine a costruire versi lievi ed enigmatici è qui, più che in altri libri, una sorta di dettatura. Non si avverte l’io che scrive, e non è un caso che nel libro proprio l’io scompaia per votarsi alla pronuncia, quasi esclusiva, del tu amoroso. “Dici che ti assomiglia/ questa vita che ci entra/ in casa da ogni parte/ sfonda verande, scrive/ a fresco sui muri/ la sua formula, un geroglifico/ di parole indecifrate”. In La straniera il poeta, coltivando l’indecifrabile, sembra non scrivere versi esatti ma abbandonarsi dolcemente alla poesia, trovandone la musica straniera là dove il suo essere la esige. “Rasoterra ora ci scambiamo/ un segno di vita,/ parliamo sempre tra noi/ parole straniere / vaganti/ sul più bello”. Il poeta, quasi disattento alla costruzione poetica, ma in realtà vigile, vive l’ipnosi di un paesaggio creato dalle parole, ogni volta diverso. “Anche noi sfumati/ nello sfondo, nella parte/ amara dei discorsi.// C’è polvere di nebulosa/ sui vetri, simmetrica,/ un disegno arcaico/ una cabala di segni, /vagamente ostile”.

Un libro amoroso come La straniera, di apparente facile lettura, nasconde nebulose di complessità, percorse dal poeta flâneur, che percepisce la lingua con sensuale freschezza, oserei dire con fragranza. L’homo poeticus si gode, e ci fa godere, le nuances dei processi mentali e la dolcezza delle sensazioni fisiche più segrete. “Ascoltiamo notte e giorno/ al calduccio, dietro le persiane/ senza capire/ ciò che accade/ in un controtempo/ che ci fa anche sapienti”. Di questo “controtempo” Capello è maestro: ci restituisce una magia mai solo verbale, ma direi tessutale, ricamando il paesaggio, fra esterno e interno, con empatia affettuosa, ironico distacco, tenera complicità. La nostra lettura di questo libro è simile a un viaggio in mongolfiera, dove assistiamo da un remoto punto di vista a una walseriana ”vita di poeta”, vissuta con “garbo”, ai margini delle cose che risuonano sempre con eccessivo rumore. La scrittura di Dario, orientata verso la leggerezza dell’acquerello, è sempre tragica maschera di minime apocalissi. Ma il suo tenero journal di cose e di sensazioni trova qui, nell’attimo colto per caso, le sue occulte radici di gioia. “Mi piace immaginare le parole della poesia come fossero sassi lanciati in acqua. Cerchi su cerchi che si incrociano, si chiamano, si provocano. Una danza di echi. Ma in letteratura ogni parola è un’eco”. Ma poiché sfugge “la ragione oscura dei sogni”, troviamo noi, come lettori, quella ragione, con le parole di Dario: “La notte, popolata di ombre, è una notte sospesa sul bilico. Da un lato la promessa, la magia dell’alba già in divenire, gli azzurrini, il rosa antico… Dall’altro la seduzione del nero perentorio; le tenebre che non dipendono dalla notte, l’estraneità alla luce”.

Un libro, La straniera, in cui la levità della costruzione, il leggero vibrare del linguaggio, la gioia esposta del corpo, ci parlano, a tu per tu, di un poeta che, oltre l’età e oltre i libri, scritti e non scritti, esiste per la sua gentile, terribile posizione nel mondo. Capello sceglie il pianissimo di una fuga discreta nelle tenebre, una fuga mai troppo buia, sempre illuminata, anche in questi tempi atroci. Dimenticati in una nebulosa i tempi della morte interiore, si può anche rinascere, sottovoce, empaticamente, fra minime, felici luccicanze, in un’”idea molto antica di armonia” (Lucetta Frisa).

**

Testi

A volte, nella luce

cerchi un pensiero al riparo

dei pensiero, traversato

dalla vita

sospesa, in bilico

nella sala d’attesa

all’aeroporto, il carosello

l’andare e il tornare

confusi da una voglia

di caldarroste e casa.

Tutti pronti qui

a congiungere i due punti

al richiamo dell’altoparlante.

Entrare uscire dal mondo

come non visti,

con la stessa faccia da pokerista.

**

Per te che vivi

nella voce altre voci

più disarmate

per tre solfeggio

al telefono i nomi

bellissimi della

tua resa, quella

che non separa

la vita esposta, lontana

dalla carta e

da questa camera da letto.

Esercizi di strana quiete

nel capodanno di quattro

pareti, bicchieri di cristallo

e poca luce

filtrata da sotto.

Anche di notte, soprattutto di notte

panta rei.

**

È nello sguardo più vero

quello incrociato, a chiasmo

inconsapevole

di noie di come sarà

in un giorno qualunque

il turbamento

o anche il mezzo sorriso

accennato proprio quando

tutto un ritmo d’onda

e sponda

avrà ricongiunto

la vita così com’è

con l’alfabeto che la scrive.

JEAN DE SPONDE. Sonetti

Sonetti

a cura di Lucetta Frisa

1.

Se è sotto le acque che la terra è schiacciata

Come si regge ancora con tanta sicurezza?

Se il suo fondamento ha radice nei venti

Conservarla si può, se non rovesciata?

I giusti contrappesi che l’hanno bilanciata

Non possono mutare i loro movimenti?

E come farci solidi così questo Elemento

Che trova intorno a sé l’incostanza concentrata?

È così questo corpo che tutto può sollevare,

Senza mai vacillare tra le onde ed il vento,

Non dissimile miracolo se il mio estremo amore

In mezzo ai mali che soffiano da ogni parte

Ogni giorno non trova la stessa simiglianza

tra tutte queste leggerezze, la costanza.

2.

Chi si trova nei cieli e abbassando gli occhi

Sopra il largo recinto di questo secco elemento

Non crederà che ad un punto soltanto

Un punto ben nascosto dal velo di una nube.

Ma se ancora contempla questa tenda azzurra

Questo cerchio cristallino, questo cielo dorato,

Pensa che a sua volta è grande all’infinito

e che questa grandezza ci è del tutto ignota.

Così di questo cielo dove mi condusse Amore

Grande cielo d’Amore che mi fascia gli occhi

Se agli altri le punte aguzze io un po’ abbandono

Al resto degli amori, vedo sotto la notte

Del mondo di Epicuro in atomi ridotto

Il loro amore di terra e il mio tutto di cielo.

3.

Mille bellezze invano si presentano agli occhi

I miei sono aperti e chiuso è il mio coraggio

Un’unica bellezza infiamma le mie ossa

E le mie ossa amano solo quel fuoco:

I rigori della vita e del tempo che allontanano

Dal mio soggiorno felice dove abita il riposo

La mia anima alterano meno del mio proposito

E i miei desideri modesti mai se ne pentiranno.

Amori carezzevoli voi domate con dolcezza

Questi spiriti erranti che facilmente oscurano

Di quegli assenti amori la casta rimembranza:

Malgrado i vostri sforzi io indomito resto:

Così voglio servire come maestro di costanza

Come del mio bel fiore un maestro di bellezza.

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*I testi, di Jean de Sponde (1557-1595), sono pubblicati in Poésies complètes, Classiques Garnier, Paris 2022.

Jean de Sponde

LA CAVERNA CAPOVOLTA. Paola Ricci

La caverna è una costruzione rovesciata, la sua profondità abituale si espande in altezza verso il cielo, è costruita capovolta perché rende l’evidenza della condizione del “vuoto” che l’uomo occupa in essa. L’essere umano si pone all’interno per ritrovare se stesso e la terra, l’aria e la vita che sono all’interno e possono entrare dall’alto in forma di polvere nel tempo che scorre fino a che può sparire. La materia, come polvere, si deposita nel profondo della caverna, in questo spazio la luce entra e può rinascere la vita. Può crescere qualcosa o qualcuno di nuovo. Il vuoto è ciò che è lasciato per comprendere e sentire il pieno come il nuovo.

Costruisco una caverna capovolta per fare sentire la forza del vuoto che si mette in comunicazione col pieno esterno del mondo in cui noi circoliamo e cerchiamo noi stessi e il nuovo in noi, la morte per riconoscere la vita.

Perché la caverna? Uno si potrebbe domandare, quando uno sceglierebbe di abitare in uno spazio con un’unica entrata di luce. Dove più si addentra e più l’oscurità lo cattura. Eppure i primi uomini vivevano in questi spazi trovati in natura dove si nascondevano anche animali grandi che si riparavano o andavano in letargo.

L’abitare era solo scegliere uno spazio dove la sopravvivenza era fondamentale e anche il luogo in cui furono disegnate le prime forme figurative che raccontavano momenti di vita come la caccia, il passaggio in cui l’uomo passò dal pensiero contingente a quello futuribile.

La concezione del tempo sicuramente cambiò, nulla incominciò ad essere solo circoscritto al “fare” per la sola sopravvivenza, qualcosa era anche rivolto ad “altro”, fosse la relazione rivolta ai diversi componenti del gruppo umano o alla concezione del tempo che passava, tra stare fuori e dentro alla caverna.

Sicuramente la caverna porta all’archetipo della sepoltura nascosta ma invece io la vedo come archetipo alla ricongiungimento tra natura esterna e natura umana. Pensiero soffermato e pensiero d’azione. Le costruzioni interne a certe caverne le rendono difficilmente accessibili: sono il luogo in cui ci si perde e ci si nasconde. Nella psicologia di Jung era un tornare indietro, ritornare a quando si è nella pancia della madre, a qualcosa di ancestrale che, se anche non possiamo ricordare, possiamo immaginare: se quel luogo è veramente un luogo sicuro e ci appartiene dopo la nascita.

Il corpo materno, una volta che si nasce, lo si abbandona, lo si dimentica o non lo si riconosce; ci sembra di non essere mai stati lì e che veniamo forse da altri percorsi; e la caverna diventa la metafora della trasformazione e della necessità di tornarci dentro per rigenerarsi, di rinascere come si vorrebbe esprimere.

Il libro dell’inquietudine di Pessoa è un testo complesso, tra filosofia, psicanalisi e la narrazione. Dopo la sua lettura si cambia, si rinasce, si è altro, oppure lo si abbandona quasi subito spaventandosi di quello che potrebbe aprire: delle porte sigillate da lungo tempo. Il libro, postumo, appare negli anni ottanta, quasi cinquant’anni dopo la sua morte. Si tratta di un libro di confessioni, uno scrivere senza interruzioni, come un flusso di pensiero continuo. Simbologia di stati d’animo, immagini evocate, pensieri che si modificano da come vengono enunciati e poi contraddetti: insomma quello che uno potrebbe dire della vita umana, in cui non si riesce mai a essere soddisfatti, amati o odiati. Allora la vita è fatta di casuali successioni? L’ignoto è più serio del presente?

In ogni goccia di acqua la mia vita fallita piange nella natura. C’è un po’ della mia inquietudine nel goccia a goccia, negli acquazzoni con cui la tristezza del giorno si rovescia inutilmente sopra la terra. Piove tanto, tanto. La mia anima è umida a forza di sentirlo. […] Indolentemente, lamentosamente, la pioggia batte contro la vetrata. Una mano fredda mi stringe la gola e non mi fa respirare la vita. Tutto muore in me, persino il sapere che posso sognare”.

La mia Caverna capovolta è un progetto architettonico permanente apprezzato dall’Art OMI Center di New York, nella sezione Architettura, e valutato per una sua realizzazione. Il progetto concerne diverse fasi di costruzione in cui si usano materiali naturali: quando fu pensato, non vi era ancora questa corrente di bio-architettura, “biologica” e “verde”, che usa tutti materiali naturali. Io, già nel passato dei miei studi e valori, consideravo l’importanza di studiare e progettare con materiali presenti in natura in modo efficiente. La Caverna capovolta è fatta di terra cruda, bambù, corde, e anche le fondamenta sono studiate in modo tale che la profondità nella terra siano una sicurezza di stabilità con ancoraggi particolari.

Questa caverna si modifica perché gli elementi costruttivi sono intrisi di semi e piante che crescono e modificano lo spazio nell’arco delle stagioni come noi umani cambiamo nell’arco di un tempo che non è misurato ma vissuto.

S

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Sito web: www.paolaricci.com

Paola Ricci – Taste Archeologist

L’ESATTAMENTE ALTROVE. Silvia Comoglio per Eliza Macadan

In Esattamente altrove, sua ultima raccolta edita per DiFelice Edizioni (2025), Eliza Macadan conferma la sua voce poetica intensa e visionaria, capace di muoversi tra lirismo intimo e affondo civile con una fluidità che non cerca spiegazioni, ma verità emotive e simboliche così da apparire, questa raccolta, come un viaggio obliquo nel tempo e nello spazio, dove il privato e il collettivo si specchiano l’uno nell’altro, evocando un altrove che è però sempre anche un qui, un adesso.

I versi sono costruiti come frammenti di epifanie, talvolta dolorose, talvolta lievi, ma mai gratuite e il dettato poetico si snoda in un equilibrio delicato tra lirica contemplativa e sguardo politico, alternando testi più lirici, intimi, a squarci durissimi che portano in primo piano la realtà storica e sociale: “le armi fanno rumore/ e vendono bene le propagande”, scrive, in una lucida messa in scena del presente. Ma, attenzione, non si tratta qui di denuncia o cronaca, ogni immagine, anche la più dura, è calata in una dimensione poetica che resta sospesa tra sogno e allucinazione e lo sguardo poetico di Eliza Macadan è uno sguardo che accoglie il mondo anche quando fa male, che prova a restituire senso al caos, anche solo per un istante, e versi come “Un sogno si sogna da solo/ prima del sonno la ragione/ vacilla alla fine del tunnel” sembrano affiorare da un dormiveglia collettivo, quello di un’umanità spaesata, smarrita.

Nel mondo poetico di Eliza Macadan, il paesaggio interiore viene poi modellato da una lingua che è al tempo stesso carne e preghiera: “La mia lingua è terra,/ la mia mano destra un salmo”. L’amore, la memoria, il dolore e il disincanto convivono in versi che sembrano affiorare da un tempo sospeso, da un’eco che vibra “alla fine del mondo” o “nel ventre del cielo”. E il richiamo alla croce e ai “rosari di vite”, e l’ambivalenza di quel “non sai/ se è per salire /o per cadere” ci proiettano in una mistica laica, dove la fede è nel legame umano, fragile e fortissimo.

Il ritmo della raccolta è spezzato, talvolta franto, come la realtà che racconta, un ritmo che si direbbe permeato da un respiro frammentato, irregolare, ma vivo: ci sono versi brevi, quasi aforistici, immagini in cui convivono “carri armati” e “salmi”, “uccelli al sole” e “blocchi di pietra nel centro/ di un villaggio”. Il linguaggio è mobile, a tratti rarefatto, a tratti concreto fino allo shock, come nei versi “lacrime sangue sudore sul fronte deserto/ dell’Est in atto l’ultimo test”.

Eliza Macadan riesce a costruire una poesia in cui la parola non spiega, ma accompagna, suggerisce, apre varchi: “scivoliamo adagio verso” – verso cosa? La fine, l’inizio, il mistero? Non c’è risposta definitiva, ma il lettore viene condotto per mano in questo attraversamento lirico che è insieme intimo e universale.

Una raccolta, Esattamente altrove, di una luce che abbaglia senza accecare e che prepotentemente invita alla veglia, all’ascolto, e anche alla cura: un gesto poetico che si àncora con forza e fiducia alla parola, anche quando tutto sembra ormai destinato a dissolversi.

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Ti ho incontrato alla fine del mondo

passavano accanto a noi uomini e angeli

alcuni avevano costumi neri

altri un pezzo di cielo sulle spalle

ci siamo guardati nei cuori tra parole mute

il tempo non è tempo non temere

qua e là cadono piogge stelle e cantano

uccelli al sole tengo la tua mano tieni la mia

scivoliamo adagio verso

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La lingua è tutta terra,

gli occhi, macchie di cielo.

E questa notte è rigida,

l’equilibrio tra noi.

Quale stella è nostra,

quale settimana,

quando ti avvicini a me attraverso il cielo

e sbirci la mia biancheria intima,

che disegni proprio come ti piace.

La mia lingua è terra,

la mia mano destra un salmo,

il mio pensiero

ti allontana o ti avvicina.

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Da una verticale di legno

fiorito fino al blu

tieni terra e cielo

solo Tu

senza travi,

con solo chiodi

Noi ora

senza guardare in su

porgiamo schivi rosari di vite

colate da candele affrettate

qui quando metti il piede

non sai

se è per salire

o per cadere

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Carri armati sulle scie dei cuori

schiantati granate scoppiano

qualcuno piegato

sul mappamondo tira

un respiro profondo conta

morti feriti detriti

nella voragine del tempo incastrato

fiumi fumanti montagne

stelle filanti giorno e notte

spalla a spalla intonano

l’inno con parole di morte

un sogno si sogna da solo

prima del sonno la ragione

vacilla alla fine del tunnel

con il libro aperto in mano

un Mosè di pietra dalla barba incerta

stende la faccia del mondo su un pezzo di lino

lacrime sangue sudore sul fronte deserto

dell’Est in atto l’ultimo test