
Siamo negli sfondi offuscati*
Trovassimo una parola di scarto
che ricomponesse dentro di noi
senza illusioni quel tanto che vale
quel poco che dura la nostra vita.
Ma non ci sarà un punto di svolta.
Distruzione e ricostruzione
sono voci che recidono legami
nell’agenda all’ordine del giorno.
Sai che un recinto non sempre
è reclusione e chi basta a se stesso
non nuoce agli altri e popola deserti.
La sua pena è che gli altri non sappiano
costruire la stessa fortezza.
**
Centinaia di lumini sui davanzali.
Si accendono fuochi per purificare
e incensi per scacciare il male.
Ci vorrebbe una dodicesima Aurora
per placare il mare sconvolto
e le Chere, nere braccia di morte.
Tutto si compone in un’intricata
trama di eventi istantanei.
Un contagio in perfetto equilibrio.
Il controcampo preciso nello scatto
malfermo di un otturatore.
**
Segni e cifre digitati
ogni giorno senza requie
quando tra soprassalti
si accavallano in un fiato
lastre su lastre di selfie.
Siamo negli sfondi offuscati
in cui rispecchiarci,
quegli sguardi scombinati
a cui ci aggrappiamo.
Un poco più in là sembra respirabile
la stessa aria intossicata
che ci attraversa.
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Oggi è un giorno amico del faccia
a faccia con la paura, con il dolore.
Bandiere a mezz’asta sulla facciata
della scuola in via Cesare Battisti.
La solidarietà armata a un metro
di distanza nella sofferenza
e nell’amore misura il passo
tra il benessere e il collasso.
«Tutto bene?» mi dice un passante
dall’altro lato della strada.
Un androne, il vano scale.
Sette rampe di sette gradini.
Salgo in questo cuneo buio
fino al portone di casa.
**
Sull’argine sinistro del torrente
il lazzaretto fronte mare, ora lussuoso
quartiere distopia di un mutamento.
L’Oratorio delle Anime Purganti
sull’argine destro. Neanche un pezzo
di terra per seppellire. Un rigurgito
di corpi ammassati sotto le grate,
membra e ossame in disfacimento.
Benediceva le salme il sacerdote
presso le Mura delle Cappuccine.
Gettati in un gorgo sotto un cielo
alla deriva, senza una preghiera
divorati da una fossa marina
a pochi metri dall’arenile i morti
senza famiglia e senza nome
come i reietti di Hart Island,
l’isola delle lacrime a est del Bronx.
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Dicono che presto potremo uscire
che il sole di aprile
se ci accarezza la pelle
rinforza le difese immunitarie.
E comunque le misure di
precauzione saranno inderogabili.
Saremo contigui e dissociati
come i cassonetti per rifiuti
e le reti fognarie, in ogni luogo
tutti sempre rintracciabili.
Le parole, come pezzi
di ricambio quando si disunisce
ciò che le trattiene, si accumulano
l’una nell’altra disarticolandosi.
Anche i pozzi si sono disseccati
e le benedizioni spartiscono l’angoscia
del cielo e delle stelle.
Se ne andrà anche questo male
in quiescenza come una rima.
Dissolvendosi in noi ogni cosa
sarà se stessa e noi in lei
mai più come prima.
**
Il corpo è rosa pastello
quando viene al mondo, ocra
prima di partire. Dio,
se c’è, è albino, fosse femmina
sarebbe trasparente.
L’anima è bianca o rosso-cinerina.
La mente è come la colori
o del colore degli ulivi.
In questo tempo di ribellione
e di rovina è terra d’ombra
la parola, il cuore acquamarina.


*Questi testi fanno parte di un nucleo più ampio di 36 componimenti, nucleo al quale ho assegnato il titolo provvisorio di Relegatio. Alcune poesie sono già apparse on line in “Atelier” e in forma audiovisiva, anche nella traduzione in inglese di Arcangela Rossi, in vari blog letterari, altre si possono leggere a stampa in Le parole della quarantena, a cura di Rosa Elisa Giangoia, altre ancora in Dècameron 2020 nella traduzione in francese di Bernard Biancarelli. Tra i testi qui proposti, Oggi è un giorno amico… viene qui pubblicato per la prima volta.
